Destra di Popolo.net

LA CASSAZIONE DICE NO AL TRASFERIMENTO: PROCESSI BERLUSCONI RESTANO A MILANO

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

LA SESTA SEZIONE HA RESPINTO LA RICHIESTA DELLO SPOSTAMENTO DEI PROCEDIMENTI RUBY E MDIASET PRESENTATI DAI LEGALI DEL CAVALIERE

No al trasferimento dei processi Mediaset e Ruby a Brescia: i procedimenti a carico di Silvio Berlusconi restano a Milano.
Lo hanno deciso i giudici della Cassazione riuniti in camera di Consiglio.
È durata circa un’ora e mezza l’udienza a porte chiuse davanti ai giudici della Sesta Sezione Penale della Cassazione.
Presenti in aula per l’udienza i difensori del leader del Pdl, Silvio Berlusconi, Nicolò Ghedini e Pietro Longo, i quali hanno ribadito la loro richiesta di trasferimento “per legittimo sospetto”, rispetto a un presunto condizionamento dei giudici milanesi, dei due procedimenti che vedono coinvolto l’ex premier.
Berlusconi aveva chiesto alla Cassazione di essere sentito, ma il 18 aprile scorso, con un’ordinanza interlocutoria, i giudici della Suprema Corte avevano respinto la sua richiesta sottolineando che l’audizione di un imputato è possibile solo in processi in materia di estradizione.
I due processi, dunque, finora sospesi in attesa della decisione della Cassazione, potranno continuare davanti ai magistrati di Milano.
Il processo Mediaset, per il quale Berlusconi è stato condannato in primo grado a 4 anni, con l’interdizione dai Pubblici uffici per cinque anni, è attualmente in fase d’appello: il reato contestato all’ex premier è quello di frode fiscale per presunte irregolarità  nell’acquisizione dei diritti tv.
Il processo Ruby, invece, è ancora fermo al primo grado: Berlusconi è accusato di concussione e prostituzione minorile.

(da “La Repubblica”)

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IMPERIA, SCISSIONE NEI CONQUESTELLE IN VISTA DELLE AMMINISTRATIVE

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

UN GRUPPO DI ATTIVISTI NON SOSTERRA’ IL CANDIDATO SINDACO ANTONIO RUSSO: “E’ STATO SCELTO DAL CERCHIO MAGICO”

La strada, dopo quel 33% ottenuto alle elezioni politiche, sembrava tutta in discesa.
E invece a Imperia, nella Liguria di Beppe Grillo, il Movimento 5 stelle locale rischia di non riuscire a replicare i risultati da record guadagnati a febbraio, a causa di una lite interna scatenata attorno alle candidature per le amministrative del 26 e del 27 maggio.
Una scissione a tutti gli effetti, con un intero gruppo di militanti che contesta l’esclusione di alcuni nomi dalla lista e la scelta di schierare come aspirante sindaco Antonio Russo, e che per questo ha deciso di non collaborare alla campagna elettorale.
La corrente dei dissidenti ruota attorno all’attivista Giorgio Benedetti, imprenditore e anima del sito “Imperia in Movimento” (che si oppone a quello ufficiale imperia5stelle.it).
Dieci giorni fa è stato lui a diffondere online una lettera dai toni durissimi, che mette la parola fine alla sua esperienza nel movimento di Grillo.
Nel testo critica le modalità  di selezione dei nomi per le liste, e parla di “un cerchio magico formato da poche persone, con in mano l’intera gestione del movimento locale”.
Secondo Benedetti sono loro i soli a tenere i rapporti con Grillo e Casaleggio. “Questo sparuto gruppo si è ritenuto l’unico portatore del vero verbo grillino, depositari della verità  assoluta, unici interpreti della vera essenza del movimento”, si legge nella nota.
“In più di una riunione, non hanno mai voluto votare temi importanti o richieste degli attivisti, sempre per il timore che fossero passate decisioni a loro invise”.
Nella lettera, Benedetti punta il dito sulla modalità  di scelta dei candidati per le prossime comunali, accusando il gruppo di non aver coinvolto l’assemblea degli attivisti, di aver tagliato fuori alcune persone senza dare spiegazioni, e di averne invece candidate altre già  escluse dai militanti, come Cara Glorio, figlia del costruttore ed esponente Pdl, Dino Glorio. Per questo, è la conclusione della lettera, “non voteremo il club di pochi, che non ha saputo unire tante anime anche molto diverse”.
Una lite, quella tra il gruppo ufficiale a 5 stelle e i dissidenti, in cui si è inserito anche Grillo e che ora rischia di trasferirsi dal web al tribunale.
Il leader dei 5 stelle, infatti, ha già  fatto arrivare a Benedetti la diffida, firmata dai suoi avvocati, che gli proibisce di utilizzare il logo.
Mentre i portavoce della lista candidata alle amministrative non escludono azioni legali “nei confronti di Benedetti per via di dichiarazioni ai limiti della diffamazione nei confronti di singoli attivisti e candidati del Movimento 5 stelle di Imperia”.

Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ANCONA, I CINQUESTELLE SI SPACCANO SULLA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

DA UN PARTE ANDREA QUATTRINI, SOSTENUTO DA GRILLO E CASALEGGIO, DALL’ALTRA I DISSIDENTI CON A CAPO L’ECONOMISTA MAURO GALLEGATI CHE VUOLE UN NOME PROPOSTO DALLA BASE

Da una parte l’aspirante sindaco Andrea Quattrini sostenuto da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio.
Dall’altra un gruppo di dissidenti interni targati 5 stelle, pronto a contestare la candidatura ufficiale fino alla vigilia delle elezioni.
Arrivano tutte da dentro le grane per il Movimento 5 stelle di Ancona.
Nel capoluogo marchigiano, infatti, il movimento di Grillo si avvicina alle amministrative del 26 e del 27 maggio spaccato in due da una faida che va avanti da quasi 4 anni, e che sembra non volersi spegnere nemmeno alla vigilia delle elezioni. Da mesi ormai un gruppo di attivisti locali, capitanati dall’economista Mauro Gallegati, sta protestando con documenti e raccolte firme contro Quattrini, considerato un nome imposto dall’alto, senza alcuna consultazione della base.
La lotta nel gruppo a 5 stelle del capoluogo marchigiano è antica e affonda le radici nell’inverno del 2009.
All’epoca il Movimento 5 stelle con il 4.9% dei voti riesce a piazzare in consiglio comunale il candidato sindaco Gallegati, professore di economia che si vanta di aver presentato il nobel Stiglitz a Grillo.
Questo però si dimette dopo pochi mesi, secondo alcuni per rispettare il regolamento interno che prevedeva la rotazione semestrale dei candidati a 5 stelle, e lascia così il posto al secondo in lista, l’attuale aspirante sindaco Quattrini.
Ed è in questo momento scoppia la lite. Quattrini infatti rimane in consiglio per 4 anni, anche se per una parte del movimento avrebbe dovuto far spazio agli altri 5 stelle dopo sei mesi di lavoro, così come aveva fatto Gallegati.
Nei mesi la disputa si alimenta di continui bisticci e veleni, tanto da convincere Beppe Grillo a intervenire per cercare di sedare gli animi.
E così con una diffida mette alla porta uno dei dissidenti, Stefano Stefanelli, ex candidato alle comunali nella lista civica dei 5 stelle nelle elezioni del 2009.
Il provvedimento però non serve a ricompattare il gruppo, che a inizio anno si lacera di nuovo di fronte alla candidatura a sindaco di Quattrini.
Nonostante il consigliere comunale uscente riceva il beneplacito di Grillo, durante la tappa anconetana dello Tsunami tour, una parte del movimento, guidata da Gallegati, non digerisce la scelta e decide di ribellarsi.
Comincia a convocare assemblee, lancia raccolte firme, e invoca a gran voce una nuova selezione, con l’apertura di gruppi Facebook come quello intitolato “Io voglio le primarie per il candidato sindaco di Ancona”.
Dall’altra parte Quattrini, forte dell’endorsement del leader, tira dritto e ricorda come gli oppositori non facciano parte del movimento: “Stefanelli, candidato per la Lista Civica Ancona 5 Stelle nel 2009, è uscito dal gruppo nel corso dello stesso anno”, ricorda in un post pubblicato sul sito del movimento.
“Per contrastare in questi anni la nostra attività , ha aperto e gestisce siti falsi a nostro nome, nonostante sia stato diffidato dai legali di Beppe Grillo”.
Ne ha anche per Gallegati: “Ha provato a candidarsi per le elezioni politiche 2013 ma non è stato considerato idoneo dallo staff di Grillo.Ha cercato anche di promuovere se stesso, con interviste su molti quotidiani, come estensore del programma economico del Movimento 5 Stelle, poi smentito dallo stesso Grillo. Tutti sono liberi di criticare, ma queste persone non fanno parte del Movimento 5 stelle”.
Difesa che però non serve a cancellare il malessere di una parte del gruppo.
L’ultimo documento contro il candidato sindaco sottoscritto da una decina di dissidenti risale al 5 maggio, ad appena 20 giorni dalle elezioni. Alla fine ci proverà  Beppe Grillo a ricompattare i suoi, con un comizio in piazza ad Ancona, in programma per venerdì 15 maggio. Impresa quella del capo dei 5 stelle, che si preannuncia tutt’altro che facile.

Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NO A GRILLO, I CINQUESTELLE VOGLIONO LA DIARIA: E’ GIA’ FINITA LA LOTTA ANTI-CASTA

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

UN REFERENDUM BOCCIA GRILLO, I SOLDI SONO SOLDI ANCHE PER I RIVOLUZIONARI DA SPIAGGIA… DOPO TANTE CHIACCHIERE UN GRILLINO PRENDERA’ 11.200 EURO CONTRO I 13.700 DEGLI ALTRI PARLAMENTARI

Disobbediscono, i parlamentari a 5 stelle.
Per la prima volta dicono no a una direttiva arrivata nero su bianco – la settimana scorsa – da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Nel week end hanno partecipato a un sondaggio per capire come comportarsi con le parti accessorie dello stipendio.
L’indennità  di mandato (era scritto nel regolamento firmato dai futuri parlamentari) sarà  dimezzata da 10mila a 5mila euro lordi (con un risparmio complessivo di 5 milioni in un anno).
Ma cosa fare di tutto il resto?
Diaria, spese per collaboratori e attività  politica, rimborsi per taxi e telefono.
La maggioranza dice: tenerselo, rendicontare tutto e restituire l’eccedente solo su base volontaria.
Nella loro e-mail il capo politico e il cofondatore del Movimento suggerivano di scegliere delle onlus cui devolvere l’eccedenza, e chiarivano: «I parlamentari devono percepire solo 5.000 euro lordi di indennità  e ogni altro rimborso relativo a spese effettivamente sostenute rendicontate periodicamente. La differenza dovrà  essere destinata al fondo di solidarietà ».
I risultati del sondaggio dicono altro.
Ieri pomeriggio avevano votato 132 parlamentari su 163. Il 48 per cento chiede che le diarie (quindi tutte le voci accessorie) vengano mantenute completamente, con l’obbligo di rendicontare tutto quel che si spende, ma senza dovere restituire il di più. Lo farà  chi vorrà .
Ad esempio, se per pasti e albergo un deputato spende in un mese 2mila euro, potrà  decidere di tenersi i restanti 1.500, o di metterli nel fondo di solidarietà  appositamente creato.
Per la rendicontazione pura, per tenersi cioè solo quello che si può provare di aver speso come chiesto da Grillo e Casaleggio, si è espresso il 36 per cento dei parlamentari.
Minoritarie le altre ipotesi: il 2,27 vuole trattenere tutto e prendere una decisione definitiva tra 4 mesi, dopo aver visto quanto costa la vita da parlamentare.
Altri chiedono che la diaria sia trattenuta solo all’80 per cento, altri ancora volevano stabilire un limite di spesa per macro aree da confermare poi in assemblea.
C’è poi la questione indennità .
Sono tutti d’accordo sul fatto di dover guadagnare – rimborsi a parte – 2.500 euro al mese. Solo che 5.000 euro lordi vuol dire cose diverse a seconda dei propri redditi e dei carichi familiari.
Qualcuno chiede che ci sia una rimodulazione, ma – spiegava un deputato di peso giorni fa – è impossibile: «Per il fisco noi prendiamo tutta l’indennità , 10mila euro lordi al mese. Alcuni saranno svantaggiati, ma c’è poco da fare. Ecco perchè una parte di noi vuole mantenere le indennità  accessorie, per compensare quel che perde in tasse».
Che si aggiunge – va ricordato – alla rinuncia all’indennità  di fine mandato.
Ma di quanti soldi stiamo parlando?
A quanto ammontano le indennità  accessorie (tutte esentasse)?
Si tratta di 3.500 euro di diaria (le spese del mantenimento a Roma, anche per chi ci vive già ); 3.690 (4.180 per i senatori) di spese esercizio mandato, quelle che servono per collaboratori (i 5 stelle assumeranno tutti con contratto regolare, e per fare avere 1.500 euro di stipendio a un assistente devono tirarne fuori 2.800); poi 1.000 euro al mese circa, a seconda della distanza casa-aeroporto, per gli spostamenti in taxi (aerei, navi e treni sono rimborsati); infine ci sono 3.098 euro annui di telefono.
Alcuni vorrebbero rinunciare alle ultime due voci, almeno su base volontaria.
Se ne parlerà  in settimana, in assemblea.
Insomma a differenza di parlamentare della Casta che percepisce 13.700 euro un Cinquestelle “si accontenterà ” di appena 11.200 euro al mese.

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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NAPOLITANO: “NON METTO NESSUN LIMITE AL MIO MANDATO-BIS”

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

A CAPALBIO: “SU UN MIO MANDATO A TEMPO SOLO CONGETTURE”

Presidente, davvero un paio di anni, al massimo tre e poi le dimissioni anticipate dal Colle? Giorgio Napolitano nella sera tiepida di Capalbio, dove trascorre qualche giornata di riposo, scende adagio la scaletta in pietra del ristorante sotto braccio al suo vecchio amico Claudio Petruccioli, l’ex presidente della Rai.
Rilassato, dopo i suoi cinquanta giorni più duri.
Sorride, e ci scherza su. «Tre anni? Ottimisti però, grazie tante».
Solo che le ipotesi sull’addio già  programmato, come ha “svelato” il suo ex portavoce Pasquale Cascella, rischiano di rimettere in moto l’altalena dell’incertezza e riaprire una lunghissima gara per il Quirinale, non è così presidente?
A questo punto il capo dello Stato si fa serio: «No, non posso certo mettere una scadenza al mio mandato, fissarne un limite. Ho legato la mia rielezione, come ho spiegato nel discorso di insediamento alle Camere, al raggiungimento dell’obiettivo delle riforme e anche alla capacità  delle mie stesse forze. Ma nessuno certo è in grado di prevederne la durata, sia per l’uno che per l’altro aspetto».
La scorta attende, la piccola Croma grigia che lo porta in giro invece che la presidenziale Thesis è a motore acceso, sportello aperto e signora Clio già  a bordo.
Però in fondo stasera non c’è la solita fretta, la concitazione dei viaggi ufficiali.
Questa è una visita strettamente privata, il capo dello Stato per una volta non va veloce.
Nel silenzio discreto della “sua” Capalbio, c’è tempo per una battuta ancora.
Quindi, presidente?
«Quindi quelle sul mio mandato a tempo sono solo congetture, mere ipotesi, più o meno ottimistiche. E ora buonanotte, sapete che io sarei in vacanza… «.
Sì, appunto, sarebbe. Se non fosse per questa faticosa marcia di avviamento del governo, e le quotidiane notizie che Enrico Letta gli fornisce sull’avanzamento lavori del governissimo: Imu, le polemiche sui sottosegretari (prima la Idem, poi la Biancofiore), e soprattutto l’alt del Pd a Berlusconi “padre costituente” della convenzione per le riforme.
Uno scontro che a Napolitano non piace, assiste con preoccupazione alla temperatura che sale in tanti settori del Pd, non solo della sinistra.
E più forte è il fuoco di sbarramento, più drastica scatta la reazione dei falchi del centrodestra che spingono il Cavaliere a non indietreggiare e a non rinunciare alla presidenza.
Allarma insomma «l’escalation dei veti incrociati ».
L’impressione del Colle è che il disarmo non sia scattato, che le armi vengano tenute reciprocamente col grilletto pronto per l’ora x delle elezioni anticipate, che possono essere innescate al minimo incidente.
Quel doppio binario (riforme-governo) concepito al Colle come salva-vita per Palazzo Chigi per come si sta mettendo ora rischia paradossalmente di complicare la vita dell’esecutivo.
Un guaio, perchè le prime mosse del neopresidente del Consiglio al Quirinale piacciono, o più precisamente «sembrano in linea con quanto enunciato nelle sue dichiarazioni».
Bene il viaggio di presentazione nelle cancellerie europee di Letta. Bene anche sulla difficile partita dell’Imu, con la gestione in due tempi: l’annuncio del congelamento e quindi la ricerca delle risorse per spingere fino all’abrogazione.
«Sarei in vacanza», saluta il presidente, ma proprio staccare la spina dunque non si può. Ricaricare le batterie, sì.
Giornate relax, amarcord Capalbio, la Piccola Atene patria dell’intellighentzia di sinistra al mare fra anni Ottanta e Novanta.
Da tanti anni Napolitano non tornava più, pure se è cittadino onorario, pure se ha preso casa in un complesso residenziale alle porte del borgo, pure se ci veniva ancora da prima e si sistemava con la famiglia alla Valle del Buttero dove ancora ricordano le sue epiche partite a bigliardino con i nipotini.
Un tuffo nel passato.
All’Ultima spiaggia, lo stabilimento cult, a chiedere notizie a Adalberto Sabbatini, uno dei soci dell’arenile “rosso” che a sorpresa se lo trova di fronte in giacca e cravatta sotto la canicola: «Si fa vedere Asor Rosa? E viene ancora Marramao? E che mi dite di Tortorella? ».
Chi più chi meno, stessa spiaggia stesso mare per i “comunisti” di un tempo.
Occhetto invece no, ha lasciato la casa di Vallerana e si è spostato, e comunque Napolitano di lui non ha chiesto.
«Ci tenevo tanto a tornare qui, guarda oggi che giornata, anzi vediamo com’è nei prossimi giorni il tempo», lanciandosi a scaricare le previsioni meteo dell’iphone («aggeggio infernale») come un villeggiante (quasi) qualunque.
Capalbio, lo ha confessato al sindaco Luigi Bellumori, gli porta bene: venne qui il sabato prima della elezione a capo dello Stato nel 2006, ha voluto tornarci qualche settimana dopo la rielezione del 2013.
«E ora che è finito il pressing, che si è scaricata tutta la tensione montata attorno al mandato bis – confida Petruccioli – beh, in questi giorni a Capalbio Giorgio mi sembra quasi rinato».

Umberto Rosso

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GLI INSULTI DEL DEPUTATO LEGHISTA AL MINISTRO KYENGE: “SONO RAZZISTA, TORNI IN CONGO”

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

ERMINIO BOSO E’ ANCORA A PIEDE LIBERO: IN UN ALTRO PAESE EUROPEO SAREBBE IN GALERA DA TEMPO PER ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE

Queste sono le parole di un ex Senatore della Repubblica, e attualmente deputato della Lega Nord
Si tratta del solito Erminio Boso che si è così espresso da La Zanzara su Radio 24 (dove trovate anche l’audio).
“Sono razzista, non l’ho mai negato. Il ministro Kyenge deve stare a casa sua, in Congo. Ve la tenete voi, il ministro italiano di colore. Dovrebbe tornare in Congo. Non me ne frega niente se fa il medico, il Congo ha bisogno di medici. Torni lì a farlo (..) Kyenge dovrebbe dirci come è arrivata in Italia. Ce lo spieghi la signora. Per conto mio c’è stato il solito gioco della Caritas. (..) Sarà  entrata illegalmente, per quello che mi riguarda. Non mi sento rappresentato da questo ministro che dopo due giorni va a trovare i delinquenti congolesi e non le vittime (..) e non so come sia arrivata in Italia (..) Non mi farei curare da un medico come lei, sono razzista, non l’ho mai negato, stronzi. E’ un’estranea a casa mia e io dagli estranei non mi faccio curare (..) Chi lo ha detto che è italiana? solo perchè hanno fatto le foto insieme al Presidente della Repubblica e al capo del governo? La sua nomina è una grandissima stronzata”.

(da stopcensura.com)

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LETTA HA STANGATO LA BIANCOFIORE MA SUGLI IMPRESENTABILI TACE

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

RESISTONO CRICCHE, P3, AMICI DEGLI AMICI E SPONSOR

Alla fine Enrico Letta ha riconosciuto l’errore: quel sottosegretario era al posto sbagliato.
Ma il ripensamento non è sull’improponibile Gianfranco Miccichè, sull’indagato Vincenzo De Luca o sul cementiere Rocco Girlanda.
A “pagare” per tutti, per ripulire l’immagine del governo, è stata l’ancella di Silvio Berlusconi, Michaela Biancofiore.
Non avrà  più la delega alle Pari opportunità  con il ministro Josefa Idem ma andrà  alla Pubblica amministrazione.
Ma lo scivolone di nominare la Biancofiore alle Pari opportunità  ha riportato il tema sulla breccia, per un giorno, mentre Palazzo Chigi provvedeva a trovargli un posticino sotto al tappeto.
“Sobrietà  nell’attività  di governo e nelle parole” aveva chiesto Letta ai sottosegretari durante il giuramento, scortato da un sorridente Alfano, che ieri nulla ha potuto di fronte alle frasi della Biancofiore.
Nessuno nel partito ha preso le sue difese, solo il Pdl di Bolzano, sua terra d’origine, ha giudicato quella del sottosegretario “una promozione verso un ministero più importante”.
Per un sottosegretario che va, ce ne sono molti che restano.
Le interviste sulle unioni omosessuali della groupie berlusconiana non sono le uniche uscite in questi due giorni.
Spiccano di certo la loro appariscenza.
Eppure a Letta non può essere sfuggito il ringraziamento di Gianfranco Miccichè a Raffaele Lombardo ma soprattutto a Marcello Dell’Utri sulle colonne del Corriere della Sera: “Credo abbia avuto un peso nelle scelte che ha fatto Berlusconi. Non mi vergogno di dirlo”.
Il fondatore di Grande Sud è tornato in sella dopo la sonora sconfitta elettorale grazie ai suoi storici sponsor, tra i quali l’ex senatore condannato in appello per mafia a gennaio.
“Quando scoprirò che è veramente mafioso non lo saluterò. Ma ancora oggi non ci credo”, dice il nuovo sottosegretario alla Semplificazione, tanto per chiarire cosa pensa delle sentenze dei tribunali.
Resta al suo posto anche Rocco Girlanda. Il suo conflitto d’interesse con la nomina al ministero delle Infrastrutture è svelata nelle intercettazioni tra lui, Denis Verdini e Riccardo Fusi dell’inchiesta sulla Cricca.
Letta poteva non saperlo, ma oggi ne è certamente a conoscenza e la delega di Girlanda resta la stessa.
Con lui anche lo storico sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, indagato per abuso d’ufficio e falso ideologico.
Poi c’è il lucano Filippo Bubbico, già  “saggio” per Giorgio Napolitano, che riceve un posto da viceministro all’Interno nonostante un’indagine ancora aperta per una nomina illegittima.
Saldo sulla sua poltrona di sottosegretario alla Giustizia anche Cosimo Ferri, ex magistrato mai indagato, coinvolto in numerose inchieste a causa di intercettazioni sulla P3, e il caso Agcom-Annozero.
Un altro conflitto d’interessi scovato dal Sole24ore è quello che riguarda Simonetta Giordani, responsabile dei rapporti istituzionali di Autostrade, nominata sottosegretario ai Beni culturali in quota renziana.
La Giordani è quindi dipendente e rappresentante di Benetton, uno degli sponsor del think tank lettiano “Vedrò”.
E in un bello scivolone sarebbe incorso anche il neo ministro alla Salute, Beatrice Lorenzin, che avrebbe convocato una riunione con i soli parlamentari del Pdl del Lazio per discutere della Sanità  nella Regione.
Il portavoce del ministero ha smentito, ma sono pronte interrogazioni parlamentari di esponenti della stessa maggioranza che vogliono sapere se per la Lorenzin il governo è davvero di larghe intese.
Oppure se Letta deve ripensare a molte poltrone, non solo quella delle Pari opportunità .

Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“NIENTE FESTA, MAI CON BERLUSCONI”: IN UN CIRCOLO DI PERUGIA OCCUPATA LA SEDE DEL PD

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

“NON SIAMO MARZIANI, SIAMO IL NERBO DI UN PARTITO IN PERICOLO”

Ponte Valleceppi è una piccola frazione alle porte di Perugia.
Mentre la città  si aggrappa alle colline, il paese, oltre duemila abitanti, è adagiato nel piano, accanto al fiume Tevere.
Una distilleria, una fabbrica metalmeccanica di medie dimensioni, un ponte storico, uno dei parchi più belli della città , e, infine, una Casa del Popolo nel centro del paese, erede di una delle più forti sezioni locali del Pci.
Piero Lo Leggio e Angelo Zucchini ci aspettano qui, in questo edificio di tre piani destinato anche alle attività  di un’intera comunità .
Politicamente Ponte Valleceppi è una piccola enclave della sinistra.
Qui nelle ultime elezioni il Pd ha preso il 40% dei voti, sempre qui, nelle ultime primarie il nome di Bersani ha raccolto, contrariamente al resto della città , più consensi (il 54%) del sindaco di Firenze Matteo Renzi.
E ancora, qui la Festa de l’Unità , nata a metà  degli anni ’70 ha mantenuto il suo vecchio nome, se non fosse per l’aggettivo «democratica» inserito svogliatamente nel mezzo.
Piero Lo Leggio e Angelo Zucchini non li definiresti giovani. Almeno non anagraficamente.
Il primo ha 56 anni e attualmente è il segretario del circolo, il secondo di anni ne ha 62 ed è stato il referente della sezione per molto tempo.
Nei giorni confusi e drammatici dell’elezione del presidente della Repubblica e della formazione del governo Letta hanno deciso, con i cento iscritti, di occupare simbolicamente la sede del Pd al grido «non moriremo berlusconiani», dando vita a una sorta di “Occupy Pd” sui generis, alimentato non solo dalle nuove generazioni, come è accaduto negli altri circoli italiani, ma, soprattutto, da vecchi militanti e funzionari di base.
Il circolo, convocandosi in assemblea permanente, ha prodotto un documento durissimo, spedito ai referenti cittadini del partito, nel quale ha comunicato di interrompere il tesseramento, rimarcando la «totale autonomia da un gruppo dirigente locale e nazionale», e congelando, in ultimo, la «Festa democratica de l’Unità ».
Un’insubordinazione. Che qui, in questa forma, non si era mai vista.
«Noi ci spiega Lo Leggio non siamo marziani. Siamo solo uno di quei tantissimi circoli che costituiscono il nerbo del partito, che fanno le campagne elettorali porta a porta, che fanno le iniziative. È questa parte del partito che si sta ribellando».
Il rapporto di fiducia si è rotto subito dopo la bocciatura di Prodi.
«E dopo la nascita del governo Letta questo sentimento si è acuito. Non capiamo come i dirigenti non facciano a capirlo».
«L’aver affondato il Professore ci dice Zucchini ha avuto un significato politico preciso: si è scelta una direzione di marcia bloccando la nascita di altri tipi di governo».
Tipo? «Uno di scopo, ad esempio, che durava il tempo di fare alcune cose, come la legge elettorale, dopodichè si tornava a votare».
Non si è capito, sostiene Lo Leggio, che «le larghe intese non erano necessariamente a destra». Ma non è stato fatto perchè «ci sarebbe costato in rapporti interni, ci avrebbe costretto a togliere qualche crosta dal ventennale assetto del partito. Non capisco perchè le larghe intese dovevano sottintendere solo Berlusconi».
E invece le cose sono andate in maniera diversa.
«Nella direzione voluta da Napolitano, persona straordinaria, ma alla quale il partito ha ceduto una fetta di sovranità ».
«Si sono affidati continua il segretario a uno che da presidente si è trasformato in sovrano per fargli svolgere tutto quello che il partito non è stato più in grado di svolgere». Un’alleanza, un governo.
«Oggi — scandisce Zucchini siamo in presenza di un abbraccio mortale per il partito, per la sinistra e per la democrazia del Paese». Angelo si ferma e prende fiato. «Vorrei che fosse chiara una cosa. Queste azioni non sono state assunte con superficialità . Sono state vissute e sofferte. Vorrei che altrettanta sofferenza ci fosse nei dirigenti nazionali. Fate un esame di coscienza».
Il problema ora è che futuro dare al partito. «Si dovrà  aprire la fase congressuale che ridisegni una classe dirigente innovata e cambiata» spiega ancora Zucchini.
«Ho sentito che c’è qualcuno, come D’Alema, che propone l’elezione del segretario già  alla prossima assemblea dell’11 di maggio. Ecco, se passa una cosa di questo tipo si aggiungerebbe male al male, si toglierebbe la partecipazione dal basso per scelte riguardanti la democrazia di questo partito. Ci vogliono congressi e candidati contrapposti perchè questo deve essere un partito contendibile».
«Scalabile» gli fa eco Lo Leggio.
Si vedrà . Per ora l’unica cosa certa nel futuro del Pd, almeno di quello minuscolo di Ponte Valleceppi, è l’assenza della storica «Festa democratica de l’Unità ».
«La decisione dice Lo Leggio è stata sofferta. Attorno alla Festa ruotano 200 volontari, è un fatto di popolo, è un evento che coinvolge tutto il paese e che è anche un modo di fare comunità . Con i proventi della festa sono state finanziate scuole, fatta beneficenza, opere nel parco, finanziata l’attività  politica».
Ma in questa situazione «siamo a disagio.
Molte persone mi fermano e mi dicono: “Ma cosa avete fatto?”. Io rispondo: “L’hanno fatto, non mi rappresentano più”.
E questo sentimento è lo stesso che abbiamo condiviso nel momento di organizzare la Festa. Ci siamo detti: “Con quale faccia ci presentiamo se non condividiamo niente di quello che sta facendo il Pd?». Dunque, nulla da festeggiare.
E se si dovesse fare «sarà  con altre associazioni democratiche e del mondo del lavoro». Un’occasione per «ripensare e unirci attorno a valori comuni».

Roberto Rossi

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