Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
IL COMPITO DI LETTA? TRASFORMARE LE DEBOLEZZE IN PUNTI DI FORZA
Se Berlusconi avesse trascinato l’Italia di nuovo alle urne, oggi si sarebbe trovato nel vivo
della campagna elettorale con la condanna Mediaset sulle spalle.
E con il rischio di doverne incassare un’altra tra poco su Ruby, per reati (lo sfruttamento della prostituzione minorile, la concussione) che nell’immaginario collettivo sono assai più infamanti della frode fiscale.
Sono considerazioni che il Cavaliere aveva evidentemente ben presenti un mese fa, quando si trattava di dare o meno un via libera al governo Letta.
I più scalmanati berlusconiani gridavano «al voto, al voto», invece Silvio (che in quel mondo è di gran lunga il più avveduto) ha scelto la strada delle larghe intese.
E nulla fa ritenere che abbia mutato idea.
Anzi: il degrado ulteriore della sua immagine pubblica lo costringe ad aggrapparsi al governo.
Come se non bastasse, le aziende berlusconiane hanno disperato bisogno di stabilità politica per riprendere a fare utili e non essere travolte dai debiti.
Da quando il loro padrone ha scelto la linea responsabile, le quotazioni Mediaset in Borsa sono schizzate su del 50 per cento.
Insomma: non sarà il Pdl, almeno per il momento, a sgambettare il governo.
E il Pd, come si regolerà ?
Questo innamoramento del Cavaliere per Letta, dettato da calcoli di interesse, certo non aiuta la coabitazione nella stessa maggioranza.
Condividere le responsabilità di governo con un leader pluri-condannato (sebbene valga la presunzione di innocenza fino alla giurisdizione definitiva) è un pugno nello stomaco per molti democratici.
E tuttavia il partito, reduce da una sequenza di errori che ha dell’incredibile, è tuttora concentrato sui suoi tormenti interiori.
Da giorni il gruppo dirigente si dibatte nella scelta di un cireneo che porti la croce al posto di Bersani fino a un congresso di cui, peraltro, ancora nulla si sa: nè dove, nè come, nè soprattutto quando.
Le ragioni dell’indecisione sfuggono alla gente normale, e sono parte anch’esse della grande crisi che il maggior partito della sinistra sta vivendo.
Per cui pure il Pd, perlomeno nella fase attuale, ha disperato bisogno di leccarsi le ferite, di fare i conti con se stesso, di restituirsi una leadership e una politica degna del nome.
Nodi così aggrovigliati non si sciolgono in un battibaleno.
Esigono tempo e maturazione.
Enrico Letta garantisce a destra e a sinistra una tregua che non soddisfa fino in fondo nessuno, ma che a tutti può risultare alla fin fine equa.
Nato gracile da un matrimonio politico senza amore, questo governo può giovarsi delle sue debolezze.
E trasformarle paradossalmente in punti di forza.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
E SCOPPIA LA GUERRA TRA D’ALEMA E BERSANI
Regge solo l’asse Bersani- Letta, più amicizia che intesa politica.
Intorno ci sono solo macerie, incertezza sul futuro e lotte violente nell’area degli ex Ds.
Sono stati sacrificati sull’altare dell’odio tra Massimo D’Alema e il segretario uscente due candidati per la segreteria del Pd che avevano un po’ di peso e di consenso: Gianni Cuperlo e Guglielmo Epifani.
Il secondo in particolare era considerato un elemento di garanzia per il governo sia dal premier sia da Franceschini. Niente di fatto.
Cuperlo troppo dalemiano, Epifani troppo bersaniano. Bruciati, archiviati.
Marco Minniti ha lanciato l’allarme durante il caminetto: «Ci siamo già rotti l’osso del collo, ora ci rompiamo il resto».
Pippo Civati vede arrivare «il disastro totale. Berlusconi condannato, Nitto Palma alla commissione giustizia, Formigoni rinviato a giudizio e appena eletto alla presidenza della commissione Agricoltura. Portiamo la croce e non abbiamo ancora capito perchè stiamo al governo ».
Il Pd sembra finito, liquefatto e non si capisce come nei due giorni che mancano all’assemblea nazionale possa essere rianimato.
Da chi? Come? «C’è solo il congresso – insiste Civati – . Facciamolo subito, a giugno. Con le primarie, certo. Abbiamo un albo degli elettori, usiamolo. Usciamo dalle logiche correntizie. Se ci chiudiamo adesso non ci vota più nessuno».
Ma non è ancora arrivato il momento delle responsabilità .
Si consumano vendette tremende dopo la partita del Quirinale e i 101 franchi tiratori. Bersani ha messo nel mirino D’Alema. E viceversa.
L’ex premier è fuori da tutto. Lo descrivono furibondo.
Al segretario uscente rimprovera la condotta per l’elezione del capo dello Stato. E ancora prima l’esclusione dalle liste elettorali.
Il suo nome non sarebbe mai stato proposto a Berlusconi per il Colle. Malgrado una consultazione riservatissima tra i grandi elettori condotta dai capigruppo lo avesse inserito di fatto nella rosa.
Bersani invece vede la mano di D’Alema nella vicenda che ha portato alle sue dimissioni.
«Presto risolveremo il problema», dicono velenosamente i bersaniani.
Senza contare che in questa guerra diessina si è infilato anche Walter Veltroni stoppando Cuperlo.
Renzi ha sentito l’odore delle vecchie battaglie oligarchiche e, saggiamente, si è chiamato fuori.
«Andrebbe bene Roberto Speranza. Diamo il segnale di una svolta generazionale. Ma su Finocchiaro non metto veti».
In realtà , chiede di tenere almeno un piede dentro al Pd 2.0. Ossia, un posto al sole per Luca Lotti come responsabile organizzativo o per Yoram Gutgeld al dipartimento economico o per Angelo Rughetti agli Enti locali.
Ruoli centrali della macchina, in pratica dei vice segretari.
Però nell’area renziana si assiste con un certo distacco alla dissoluzione del Partito democratico. Loro hanno una via d’uscita: giocarsi tutto fuori dal recinto Pd, con un’altra forza politica da costruire ex novo e la bandiera Renzi a catalizzare i voti. Come continua a ripetere Matteo Righetti, il fedelissimo che immagina la salvezza solo attraverso una nuova Cosa.
Con una novità : da qualche giorno i sondaggi sulla popolarità dei leader segnano un arretramento del sindaco di Firenze e una crescita di Enrico Letta.
Il premier ieri voleva partecipare alla riunione dei big facendo sentire fisicamente il bisogno di un appoggio sostanziale e formale del suo partito.
Ma ha capito che la riunione non sarebbe approdata a nulla e la tragedia di Genova era molto più importante. È volato dai feriti della Torre dei piloti.
Non prima di aver sentito Bersani. «Pierluigi, così il Pd mi lascia solo».
Il segretario dimissionario gli ha garantito il sostegno. «Qui sta crollando tutto ma io non torno indietro, non farò il traghettatore fino al congresso. Però ti assicuro che l’assemblea comincerà con una relazione sul governo. Non ti mancherà la fiducia del partito».
Beppe Fioroni racconta come il disastro può scaricarsi sul governo.
Doveva fare il presidente di commissione, ma si è tirato indietro. «Mi hanno detto o ci sei tu o c’è la Ferranti. Ha cominciato a chiamarmi l’Anm. “Non sappiamo con chi parlare al Pd. Per favore, abbiamo bisogno della Ferranti alla Giustizia. Sa, con Nitto Palma al Senato…”. E io ho risposto obbedisco ai magistrati, mica al Pd».
Letta gli ha inviato un sms: «Contrariato?». Fioroni, con un altro messaggino: «No. Ma mi preparo a contrariare te».
Non è solo una battuta. L’ex ppi organizza le truppe per sabato, chiede un congresso subito, prima dell’estate. Proprio ciò che il premier vuole evitare.
Perchè peggio di un Pd morente c’è solo un Pd che comincia subito a litigare sul leader.
Lo scontro c’è comunque.
Il giovane turco Matteo Orfini rimprovera a Bersani l’assenza di regia: «Un comportamento scandaloso per un ex segretario. Ci sta lasciando senza rete».
I giovani di #Occupypd si presenteranno davanti alla Fiera di Roma il giorno dell’assemblea.
Con i loro striscioni, con la loro protesta: «Resettiamo la classe dirigente, spalanchiamo le porte. Parlate con i circoli, con i militanti».
Il giovanissimo dalemiano di ferro Fausto Raciti ha proposto un incontro domani pomeriggio: «Discutiamone ».
Gli hanno replicato: «Noi veniamo a Roma con i nostri mezzi, non possiamo permetterci una notte in albergo».
La sfida infatti non è più soltanto generazionale.
È tra l’apparato e la base, oggi completamente scollati.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
“ADESSO SI APRE UN CAPITOLO TUTTO NUOVO IN CASSAZIONE”
Previsioni rispettate, sentenza «già scritta», come dirà Ghedini, ma la rabbia resta intatta
a Palazzo Grazioli.
L’ultimo atto diventa «la conferma della persecuzione giudiziaria, del clima di odio alimentato da quel Palazzo di giustizia, della caccia all’uomo».
Comunque lo ritiene «indegno di uno stato di diritto».
La campagna sul merito dei processi perciò sarà incessante, le reti Mediaset sono mobilitate da giorni, domenica prossima uno speciale di due ore sui «vent’anni di persecuzione».
E ora Berlusconi non si fa illusioni, la condanna al processo Ruby da qui a pochi giorni la dà altrettanto per «scontata».
Ma prima che tutto precipiti, in serata, dalla residenza del Cavaliere filtra una rassicurazione sulle sorti della maggioranza, l’impegno a mantenere «la questione del governo ben separata, su un altro livello, dai temi della giustizia».
Con «senso di responsabilità » rivendicato ancora una volta dal leader Pdl ormai intenzionato a indossare i panni dello «statista», del futuro «imputato modello in stile Andreotti» in attesa della Cassazione, sotto la regia non casuale di Franco Coppi.
Ma se anche decisione della Suprema Corte fosse negativa, allora «farò saltare il tavolo».
Il vero redde rationem, quindi, slitta a febbraio 2014.
Che dal Pdl non si sarebbe alzata un’onda anomala Enrico Letta l’ha appreso direttamente da Angelino Alfano, trovando così conferma a quanto gli aveva già fatto sapere lo zio Gianni.
«Per noi — ha sospirato ieri il premier dopo aver parlato con il segretario Pdl — ogni giorno è una conquista». Per la verità fin dal mattino, ascoltando il Cavaliere in tv, Letta aveva avuto la sensazione che la giornata non sarebbe stata troppo difficile. Sentirlo rinunciare alla presidenza della Convenzione, e proprio nel giorno della probabile condanna a Milano, gli aveva fatto capire che da quel versante non sarebbe arrivati troppi fulmini.
Ma certo la preoccupazione è rimasta costante per tutto il giorno.
Più che il Pdl il timore è legato alle reazioni del Pd.
Reggerà la prova della maggioranza un partito acefalo, dove ogni pretesto può essere usato per distinguersi?
Il caso Nitto Palma, il mancato rispetto degli accordi presi con il Pdl, ha fatto scattare l’allarme a palazzo Chigi.
E nei prossimi giorni, quando il Parlamento inizierà a lavorare a pieno ritmo, è ancora dal fronte del Pd che il premier si aspetta qualche sorpresa.
Per capire quanto il “pericolo” sia concreto bastava ascoltare ieri pomeriggio Felice Casson in un corridoio di palazzo Madama: «La battaglia contro Nitto Palma era doveroso farla, i nostri elettori ci scrivono contenti: finalmente una boccata d’aria. Adesso avanti tutta su questa strada. Al prossimo ufficio di presidenza della commissione Giustizia chiederemo di mettere in calendario il disegno di legge Grasso contro la corruzione».
Di queste possibili trappole è disseminato il sentiero del governo, anche se Berlusconi non intende per ora affondarlo.
Nel summit tenuto all’ora di pranzo a Grazioli con ministri e vice targati Pdl, pur dicendosi certo della condanna, l’ex premier catechizza Alfano, Lupi, De Girolamo, Lorenzin e gli altri sull’agenda da «imporre» all’esecutivo.
E a tutti i commensali non appare affatto intenzionato a staccare la spina. Anzi, li incalza sulla necessità di strappare al presidente del consiglio e al Pd la revisione dell’Imu e quella di Equitalia, le esenzioni per le nuove assunzioni e lo stop all’aumento dell’Iva.
Il messaggio è chiaro: «Questo governo deve durare, non possiamo essere noi a far saltare tutto. Dobbiamo incassare le nostre priorità . È il Pd che sta per implodere ». Ora dalla debolezza degli alleati-avversari intende sfruttare ogni possibile vantaggio. In ogni caso, al governo con loro vuole restare aggrappato eccome.
Anche se «i giudici vogliono far saltare le larghe intese e la pacificazione» è la riflessione amara a fine giornata.
Da lì a qualche ora, su input dei vertici Pdl che hanno atteso riuniti in via dell’Umiltà la sentenza, parte il fuoco di fila indistinto di falchi e colombe, tutti contro la Procura di Milano.
«Continua la guerra dei vent’anni tradottasi in un attacco incessante alla persona, al patrimonio e all’immagine di Berlusconi» dice Mariastella Gelmini, sintesi del pensiero di decine di suoi colleghi.
In una rincorsa ai termini più pesanti, «persecuzione» (Bernini), «odio» (Calabria), «caccia» (Bergamini), «scandalo» (Mussolini).
Ma «la condanna è una non notizia» dice anche Laura Ravetto.
E Cicchitto si affretta a confermare che comunque il governo non rischia affatto, semmai qualcuno avesse dubbi. Ma «non finisce qui» ammette Galan alludendo all’imminente sentenza Ruby.
Con i falchi del partito che tuttavia in serata schiumavano rabbia facendo notare come nessuno dei quattro ministri approdati al governo avesse pronunciato una sola parola in difesa del capo, nonostante l’ufficio stampa di via dell’Umiltà avesse ordinato la raffica di comunicati stampa.
Ma se è per questo, va detto che neanche dai ranghi del Pd, a sorpresa, è partito un solo affondo, un commento. «Non mi pronuncio su sentenze giudiziarie» ha tagliato corto Massimo D’Alema.
Silvio Berlusconi è sull’ultimo grado di giudizio che ha deciso ormai di investire tutte le sue energie.
E crede che il nuovo ruolo da «pacificatore», da sponsor delle larghe intese possa giovargli in quella prospettiva.
Ieri ha incassato la buona notizia dell’elezione di Giorgio Santacroce alla presidenza della suprema corte. Alto magistrato, curriculum di spessore, ma anche vicino negli anni a Cesare Previti.
La strategia del premier per sopravvivere alle fibrillazioni della maggioranza strana è invece frutto di innata prudenza e delle conversazioni di questi giorni con Napolitano. «Ti devi concentrare sui problemi concreti», gli ha raccomandato il capo dello Stato.
E Letta intende attenersi alla lettera al consiglio. Ieri ha imposto ai ministri il silenzio sulla sentenza. Poi è volato a Genova, anche per dare di sè l’immagine di un presidente del Consiglio operativo e lontano dai veleni romani.
Ma è sull’Imu che si gioca la vera partita.
Il premier ha messo al lavoro una task force per vincere la scommessa già la prossima settimana. Lunedì sera, al rientro dal seminario di governo a Sarteano, vuole avere sulla sua scrivania lo schema di decreto che sospende l’Imu.
Per poi approvarlo venerdì in Consiglio dei ministri.
«Ragazzi, restiamo sulla palla — ripete in queste ore Letta ai suoi — solo così ci salviamo l’osso del collo ».
Francesco Bei e Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
IN MENO DI UNA SETTIMANA CAMBIA TUTTO, ORA IL RISCHIO E’ UNA CONDANNA PER CONCUSSIONE E PROSTITUZIONE MINORILE
La sentenza di ieri, pronunciata alle 19.15, grazie agli avvocati che hanno finito in mattinata le arringhe, è quella che incute a Berlusconi una paura immediata.
Può fargli perdere, nel giro di qualche mese, ogni scudo politico.
Difficile dimenticare, però, che sinora la sua strategia del ritardo ha ampiamente pagato.
I guai penali di Silvio Berlusconi cominciano infatti con All Iberian, la società del comparto estero della galassia Mediaset, e con i soldi che attraverso quella società passano di mano tra lui e Bettino Craxi, segretario del Psi (e suo nume tutelare).
Erano gli anni di Tangentopoli, era il 1994.
Da allora l’imputato Berlusconi si lamenta moltissimo, ma in realtà fugge dai processi e dagli interrogatori.
Questi sono semplici fatti, e basta ricordarne uno per tutti.
L’avvocato inglese David Mills, ben pagato con soldi Fininvest per non dire la verità ai magistrati italiani sull’uso dei paradisi fiscali da parte dei manager del Biscione, è stato condannato per corruzione in atti giudiziari.
Ma per Berlusconi, il corruttore di Mills secondo tutte le ricostruzioni, è scattata la prescrizione: il suo processo, grazie alle modifiche legislative volute dai suoi parlamentari e ministri, s’è come disintegrato.
E adesso? Su Berlusconi pendono a Milano tre processi, a Napoli c’è solo una richiesta della procura.
Il processo meno noto, ma «rivelatore» di un metodo, riguarda una chiavetta usb con la registrazione della voce dell’ex leader Piero Fassino, il famoso «Abbiamo una banca». Era stato il titolare di una società , berlusconiano di ferro, a consegnargli l’intercettazione, e Berlusconi che fa? La dà al fratello, il fratello la passa al «Giornale».
È stato condannato a un anno, per ricettazione. «Si tratta dell’unico caso in Italia di condanna per un’intercettazione », protestavano i suoi, per dimostrare l’accanimento della magistratura contro l’innocente Berlusconi.
Ma c’è una differenza abissale che viene taciuta: le fughe di notizie riguardano materiale già «depositato», cioè nelle mani di magistrati, avvocati, imputati.
In quel caso, Silvio Berlusconi aveva ricevuto l’omaggio di un materiale segreto, e nessuno era autorizzato ad averlo, tantomeno lui.
Questo «metodo Berlusconi» s’è visto anche durante il sequestro del ragionier Giuseppe Spinelli, denunciato in ritardo.
O con i pagamenti, prima occulti e poi palesi, alle numerose testimoni dei processi per prostituzione che lo riguardano.
O con il suggerimento che Berlusconi dette Piero Marrazzo, ds, ex presidente della Regione Lazio, quando aveva saputo che tra Roma e Milano girava un video da ricatto: e cioè, non di denunciare i ricattatori, ma «acquistare » il filmato.
Un uomo delle istituzioni dovrebbe comportarsi così per stare «dentro » la legalità ?
È una domanda che non si riesce a rivolgergli.
Il prossimo autunno questa vicenda dell’intercettazione cadrà in prescrizione, quindi su questo versante Berlusconi non corre rischi.
A differenza di quanto accade con la sentenza emessa ieri dal collegio presieduto da Alessandra Galli. Conferma la condanna a quattro anni di carcere, cinque anni d’interdizione dai pubblici uffici, e tre anni dalle cariche sociali.
Non è facile che si spappoli nel nulla, la prescrizione scatta nell’estate 2014.
Vale a dire che la Cassazione fa in tempo, almeno in teoria, a confermare la terza volta quanto già stabilito in due sentenze.
E se anche i supremi giudici confermano, Berlusconi non può più stare in Parlamento. Come successo, in passato, per esempio, a un suo grande amico, consigliere ed elettore lombardo, il democristiano Gianstefano Frigerio.
Ai berlusconiani, allarmatissimi, sulla frode fiscale restano al momento due mosse. Una è il ricorso alla Corte Costituzionale, perchè il tribunale di primo grado non aveva concesso a Berlusconi un «legittimo impedimento»: era fissato da tempo l’interrogatorio di testi che arrivavano dagli Stati Uniti e l’allora premier aveva convocato, all’improvviso, una riunione del consiglio dei ministri.
Bisognava aspettare un imputato che in aula non s’è mai visto? O si poteva andare avanti?
L’altra mossa è stata aver aggiunto al tandem Ghedini-Longo, un penalista di chiara fama, Franco Coppi: sarà lui a difendere l’imputato sul reato di frode fiscale davanti alla Cassazione.
Nel frattempo, lunedì torna a casa il processo Ruby.
E comincia nel modo peggiore per l’imputato unico. Dov’eravamo rimasti?
L’ormai lontano 5 marzo il pubblico ministero Antonio Sangermano aveva cominciato la requisitoria. Aveva detto che il processo aveva dimostrato il «sistema prostitutivo» di Arcore, aggiungendo: «È falso che le “cene” di Arcore fossero degli ordinari convivi, al più arricchiti da qualche goliardica scenetta di “burlesque”».
E stava cominciando a parlare di Ruby minorenne scappata di casa nella villa dell’ultrasettantenne miliardario.
C’era stata una pausa, la requisitoria sarebbe stata ripresa pochi giorni dopo.
Ma prima l’uveite, poi il legittimo impedimento, poi le elezioni avevano tenuto Berlusconi lontano dall’aula.
Ma il tempo dei ritardi è scaduto e il procuratore aggiunto Ilda Boccassini sta per chiedere, tra quattro giorni, la sua condanna. È vero, le difese e lo stesso imputato hanno l’ultima parola, ma entro giugno sarà messa la parola fine al primo grado di un processo per fatti avvenuti nel 2010: e qui la prescrizione non è a portata di mano.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
MA LA LINEA SCELTA DALL’EX PREMIER E’ MANTENERE “SENSO DI RESPONSABILITA'”
L’hanno deciso a pranzo: nessuna dichiarazione ufficiale, nessuno sfogo a caldo del
Cavaliere nel post sentenza.
Una sentenza attesa, questo dicono tutti ora, ma non per questo meno devastante per Silvio Berlusconi.
Che si sente totalmente innocente, e terribilmente perseguitato da chi «da vent’anni ha un solo obiettivo: eliminarmi».
Gli hanno consigliato il silenzio i suoi. I falchi e le colombe. E lui non si è fatto pregare: «Nessuna dichiarazione da parte dei ministri, teniamo il governo fuori da tutto questo. Protesti il partito, faccia sentire la nostra voce su questo scandalo, ma teniamo separati i piani. Il governo lo giudicheremo su tutto il resto, sui provvedimenti, e non faremo sconti».
E così si è organizzata la controffensiva: attacchi a testa bassa ai giudici, ma senza coinvolgere il governo nella questione, perchè «i piani vanno tenuti separati».
Linea rispettata da quasi tutti in un Pdl che sapeva già come muoversi.
Non a caso, il primo a scendere in campo un secondo dopo la lettura della sentenza è stato Luca D’Alessandro, segretario in commissione Giustizia, già capo dell’ufficio stampa del partito e braccio destro di Verdini, durissimo: «Reagiremo alla follia degli ultimi giapponesi».
Dopo di lui, praticamente tutto il Pdl ha inveito contro magistrati «politicizzati» autori di un «obbrobrio» giudiziario, di una infinita «persecuzione».
Berlusconi, chiuso nel suo studio di Palazzo Grazioli, si è morso la lingua, consapevole che le sue parole, quelle di un fiume in piena, avrebbero potuto avere come reazione l’immediato contraccolpo forse decisivo sul governo.
Perchè se è vero che ieri, come in tante altre occasioni, ha definito «un cancro» quello rappresentato da certa magistratura, un «complotto» di sinistra e giudici quello contro di lui, la reazione del Pd sarebbe potuta essere tale da provocare incidenti forse insanabili per il fragile equilibrio del governo.
Un Pd per ora cauto, come «da accordi – rivela un ex ministro –: ci avevano detto in sede di trattative che, se ci fossimo messi d’accordo, non avrebbero sparato contro le sentenze, ma in caso contrario…».
E dunque oggi non è ancora il momento di dar fuoco alle polveri. Ma chi ha parlato con il Cavaliere lo ha sentito «distrutto» per una sentenza che ora i suoi legali definiscono «scontata e già scritta», ma che in verità lui si attendeva diversa: «Non dico l’assoluzione, non sarebbero mai arrivati a tanto. Ma aver ribadito anche nelle virgole la sentenza di primo grado, senza nemmeno qualche mese di sconto di pena, e soprattutto aver riconfermato quella vergogna dell’interdizione dai pubblici uffici per me è intollerabile, insopportabile. E può avere effetti molto gravi».
Anche perchè, forse, il peggio deve ancora venire.
Perchè nel Pdl c’è la convinzione che tra una o due settimane, quando anche il processo Ruby andrà a sentenza, la «vergogna» si ripeterà : «Ci sarà un’altra condanna, è già scritto», è il coro.
E che farà allora la sinistra? Come reagirà alle sirene della piazza e dei grillini?
E dunque anche chi descrive un Berlusconi fondamentalmente fiducioso sull’esito che i processi potrebbero avere in Cassazione, dove ha voluto nel suo collegio l’esperto avvocato Coppi, non è detto che siano confermate dai fatti che verranno.
Perchè è vero che si può perfino cercare di adottare una linea di dilazione delle udienze tanto da arrivare alla prescrizione, ma la strada è rischiosissima.
Per questo oggi nel Pdl a prevalere è una grande preoccupazione. «Berlusconi sta dando prova di grande responsabilità separando le sue vicende processuali dalla vita del governo», dice il suo portavoce Bonaiuti assicurando che per il momento non ci saranno contraccolpi sull’esecutivo.
Ma su quello che accadrà nel prossimo futuro nessuno se la sente di assicurare alcunchè.
Se infatti l’area delle «colombe» del partito è molto decisa nello scandire, come fa Mara Carfagna, che «l’attacco dei giudici è fallito», e che il governo va avanti, l’atra area, quella dei falchi, con la Santanchè, con Minzolini avverte che è in atto proprio il tentativo da parte dei giudici di far saltare il governo delle larghe intese, e che da Pd dovrebbero arrivare segnali di presa di distanza se si vuole evitare il patatrac.
Tra le due linee, c’è tutto il Berlusconi di ieri sera: c’è la sua testa, che gli consiglia prudenza e nervi saldi e gli fa tenere ferma la barra.
Ma c’è anche la sua pancia, quella – dice un suo fedelissimo – che «non gli farà mai accettare un’uscita di scena alla chetichella, con qualche trattativa sulle sue aziende e l’umiliazione dell’interdizione dai pubblici uffici».
Lui, dicono in coro i suoi, resta «un grande lottatore, uno che se deve morire lo fa sul campo». L’unico, comunque, che sa davvero come andrà a finire questa storia.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
UNDICI LEGGI AD PERSONAM NON HANNO POTUTO EVITARE LA CONDANNA DEL CAVALIERE
Per la prima volta nella sua lunga carriera di imputato, Silvio B. è stato condannato in appello, ultimo grado di merito, a conferma della prima sentenza che gli infliggeva 4 anni di reclusione, 5 di interdizione dai pubblici uffici e 10 milioni di danni da pagare al fisco per una mega-frode fiscale durata dieci anni.
Ora gli resta soltanto la Cassazione, presieduta proprio da ieri da un vecchio amico di Previti.
Che però può valutare solo i profili di legittimità , mentre i fatti sono definitivamente accertati, così come illustrati dalle motivazioni del Tribunale: B. è un criminale matricolato che ha mostrato “particolare capacità di delinquere nell’architettare” e “ideare una scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale” che gli ha procurato “un’immensa disponibilità economica all’estero, ai danni non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore” tv.
Il noto delinquente ha governato l’Italia, direttamente o indirettamente (nascosto dietro Monti e Letta jr.), per 11 anni su 19.
È con questo delinquente che il mese scorso il Pd s’è appena alleato per rieleggere Napolitano e fare il governo che deve “pacificare” l’Italia dopo vent’anni di “guerra civile”.
La guerra fra guardie e ladri, fra chi non paga le tasse e chi le paga anche per lui. Mentre plotoni di finti tonti rimuovono la biografia penale e politica di B., chiamando “pace” l’impunità al delinquente, e mentre si attende che il Pd trovi le parole per definire il suo pregiato alleato, è il caso di ricordare l’oggetto del processo Mediaset. Checchè ne dicano i servi di Arcore, la Procura ha dimostrato “con piene prove orali e documentali” che nel 1995-’98 (quando B. era già in politica da un pezzo) la Fininvest e poi Mediaset acquistarono 3mila film dalle major Usa con 13mila passaggi contrattuali per gonfiare i costi, abbattere gli utili, pagare meno tasse e accumulare una fortuna per B. e famiglia nei vari paradisi fiscali, con due diversi sistemi: i film rimbalzavano da una società fittizia all’altra, aumentando ogni volta di prezzo (le decine di offshore create ad hoc dall’avvocato Mills, tutte riferibili al mandante B.); e altri passaggi- fantasma venivano assicurati da “intermediari fittizi” come il produttore Frank Agrama, prestanome di B., anche lui condannato.
Risultato: costi maggiorati per 368 milioni di dollari, con evasioni fiscali sulle varie dichiarazioni fino a quella del 2004.
L’inchiesta partì nel 2002, il dibattimento nel 2006.
In origine i reati erano tre: falso in bilancio, appropriazione indebita e frode fiscale. Poi i primi due caddero in prescrizione, così come gran parte delle frodi (restano 7,3 milioni).
E non solo per il naturale passare del tempo: anzi è un miracolo che il processo sia giunto in fondo, visto che in 11 anni s’è trasformato in una corsa a ostacoli, costellata da ben 11 leggi ad personam.
Nel 2001 il primo scudo fiscale.
Nel 2002 la controriforma del falso in bilancio che, per le società quotate, abbatte le pene e dimezza la prescrizione; il condono fiscale, che sanava un bel po’ di frodi berlusconiane.
Nel 2003 il condono fiscale per i coimputati; il lodo Maccanico- Schifani; lo scudo fiscale-bis.
Nel 2005 la ex-Cirielli che tagliava ancora la prescrizione e salvava dall’arresto i condannati ultrasettantenni.
Nel 2006 l’indulto del centrosinistra, che condonava 3 anni ai condannati passati e futuri (perciò, se questa sentenza diventerà definitiva prima della prescrizione nel luglio 2014, B. non andrà in galera, ma dovrà lasciare il Senato).
Nel 2008-2010 il “lodo” Alfano, il legittimo impedimento (due leggi scritte dall’attuale vicepremier e ministro dell’Interno, poi dichiarate incostituzionali) e lo scudo fiscale-tris.
Ora, per pacificarci definitivamente col delinquente evasore, manca soltanto l’ultimo passaggio: che l’amico Napolitano lo nomini senatore a vita.
S’è liberato il posto di Andreotti, lo impone l’ordine alfabetico.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
MENIA METTERA’ FLI SUL LIBERO MERCATO NEL “SACRO NOME” DELLA DESTRA: PER LA SERIE “PER TRE ANNI ABBIAMO SCHERZATO”… FORTE DEI 994 VOTI PRESI DA FLI A TRIESTE DOPO 30 ANNI CHE FA POLITICA, MENIA PUNTERA’ AD ACCORDI CON GLI ALTRI TROMBATI DELLA DESTRA ASOCIALE… IN PALIO UNO STIPENDIO AL PARLAMENTO EUROPEO E LA GESTIONE DELLA FONDAZIONE EX AN
Tutto come previsto: l’assemblea di Futuro e Libertà , tenuta nel pomeriggio nello studio
dell’avv. Consolo (scelta logistica perlomeno originale per una riunione politica nazionale, anche alla luce del fatto che il noto legale non è neanche un esperto di diritto fallimentare) ha accettato le dimissioni che l’ex presidente della Camera aveva presentato dopo l’insuccesso elettorale.
Fini ha ribadito le proprie irrevocabili dimissioni, mantenendo fede al concetto “non sono uomo per tutte le stagioni” e prendendo le distanze da un cambiamento di linea politica che cercherà di “ricollocare” Fli nell’alveo “attuale” della destra di Crispi e nel conservatorismo della destra d’ordine.
Mirabile, nel tempestivo documento finale di analisi del voto, stilato ad “appena” tre mesi dalle elezioni, il riferimento “al liberismo economico come presupposto della giustizia sociale”.
E’ noto infatti come, laddove il liberismo trionfa, i poveri viaggino in limousine.
Altro divertente passaggio: ” Non sono venuti meno gli italiani che si riconoscono in questi principi (di destra), è mancata la capacità politica di rappresentarli in modo unitario ed efficace”.
Quindi la cosa migliore è continuare ad affidare quel che rimane di Fli agli stessi incapaci.
E poi l’invito perentorio: si apra “una fase Costituente per tutta la Destra italiana“ (quale?)
Obiettivo: una riorganizzazione in vista delle prossime elezioni europee del 2014, non si sa mai che si acchiappi una poltrona a Bruxelles.
Non una riga di critica al Pdl, non una minima analisi politica che vada oltre il bolso richiamo all’interesse nazionale, insomma un documento “renziano”: rappresentando il nulla, può andare bene a (quasi) tutti.
E per dimostrare che non solo il Pd ha gli uomini adatti alla bisogna, ecco affidato a Menia il mandato di “assumere tutte le iniziative politiche organizzative ritenute opportune”.
Chi meglio di colui che “voto’ contro lo scioglimento di An” nell’acido del Pdl (salvo rimanerci per anni da parlamentare), può gestire il ritorno nell’alveo dei satelliti “duri e puri” composti da ex autisti, ligrestiani, sorelle sole e fratelli lunatici?
E i tre anni di Futuro e Libertà , le tesi di Bastia Umbra, le battaglie in Parlamento per la legalità e i diritti, i “se non ora quando?”, la cittadinanza?
“Suvvia – sembrano dirci – “da buoni burloni abbiamo scherzato, si ritorna tutti amici, anche il Cepu val bene una messa”…
Anche fare la guardia all’isola del tesoretto ex An e spartirsi qualche doblone in fondo sono un atto dovuto alla causa del riscatto della destra.
Al militante, trattato da militonto, dopo questa assemblea di innovatori della politica, non resta che operare la giusta sintesi: ma andate a fanculo!
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