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BERLUSCONI SE LA PRENDE ANCHE CON LE FIGLIE DI TORTORA: “HANNO PERSO UNA OCCASIONE PER TACERE”… LUI MAI

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

IL BUGIARDO: “MAI PARAGONATO A TORTORA”…REPLICA LA FIGLIA: “MI ERO RIVOLTA A LEI CON RISPETTO, NON REPLICHERO’ OLTRE”

“Le figlie di Tortora, la compagna di Tortora, Marco Pannella, hanno perso una buona occasione per stare zitti e non fare brutta figura. Io non mi sono affatto paragonato a Tortora ho solo ricordato, con commozione e con rispetto, un suo pensiero che può ben essere il pensiero di tutti coloro che stanno per essere sottoposti al giudizio di un giudice”.
Lo afferma in una nota Silvio Berlusconi, rispondendo due giorni dopo alla indignata reazione suscitata, non solo tra i familiari di Enzo Tortora, da un passaggio del discorso tenuto dal leader del Pdl in piazza Duomo a Brescia, sabato scorso.
Immediato il nuovo tweet di Gaia Tortora, figlia di Enzo e giornalista del Tg de La7: “Caro Presidente, mi ero rivolta a lei con rispetto. E non replicherò oltre”.
A Brescia, sabato scorso, si è tenuta una manifestazione definita a posteriori di “sostegno elettorale” al candidato sindaco del centrodestra, in realtà  a tutti gli effetti una chiamata al popolo della libertà  per riempire la piazza in risposta alla “giustizia politicizzata” che in appello ha confermato la condanna del Cavaliere per frode fiscale al processo sui diritti Mediaset.
“La riforma della giustizia è una necessità  per gli italiani” aveva premesso Berlusconi, raccontando poi: ” Ieri ho visto un filmato e mi sono commosso. Tortora diceva ai giudici ‘Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi'”.
Citazione che non era piaciuta alle figlie del presentatore televisivo scomparso, accusato di essere un affiliato alla camorra da alcuni pentiti e poi assolto da ogni accusa, senza essersi mai sottratto al procedere della giustizia.
“Ero preparata. Caro Silvio, mio padre era un’altra storia. Un’altra persona. Ognuno risponde alla sua coscienza”, aveva scritto dapprima su Twitter la giornalista Gaia Tortora, commento ribadito durante la conduzione del Tg de La7.
Tortora, un’altra storia, concetto perpetuato all’Ansa anche da Francesca Scopelliti, compagna di Enzo dal 1982 al 1988, al suo fianco, fino alla morte del presentatore, durante tutta la sua battaglia per la verità  e la giustizia condotta con il Partito Radicale.
“Ognuno deve rispondere alla propria storia, alla propria vita. E Tortora è tutta un’altra storia”. Scopelliti aveva fatto notare che il leader Pdl ha avuto a disposizione 20 anni per ricordare il dramma di Enzo Tortora.
Da questa considerazione, l’idea che le dichiarazioni di Berlusconi hanno “il sapore della propaganda, della ricerca di una legittimazione”.
L’altra figlia di Enzo Tortora, Silvia, in un’intervista a Repubblica ha parlato di “distanza siderale tra la vicenda di Enzo Tortora e quella di Silvio Berlusconi. Trovo tutto questo sconcertante, ingiusto e offensivo. Lo trovo blasfemo. Enzo si è difeso nel processo e non dal processo. Si dimise da parlamentare e andò ai domiciliari”.
Tortora, iscritto ai radicali, fu eletto europarlamentare nel 1984.
Nel 1985, in seguito alle accuse, poi rivelatesi infondate, di traffico di droga e camorra, si dimise. “E quando gli chiesero ‘perchè lo hai fai?’, rispose: ‘Perchè sono un italiano e sto al fianco di gente come me’.
E’ banale e volgare accostarsi a lui. Berlusconi è un’altra storia” le parole di Silvia Tortora.
Il giorno dopo la manifestazione di Brescia, Marco Pannella aveva usato toni decisamente più coloriti, nel corso della conversazione settimanale con Radio Radicale: “Vorrei parlare con Berlusconi e dirgli ‘Silvio, ma ti pare che tu puoi andare a sparare una cazzata che mamma Rosa non ti avrebbe perdonato?’ Come fai a dire ‘io sono come Tortora’? Scherzi? Guarda che se ti muovi così non sei come Tortora, ma come uno dei suoi denigratori, sei un po’ un Melluso tutt’al più che Tortora. Forse questo sarebbe eccessivo, ma come è eccessivo dire di essere come Tortora. Tortora si dimise da deputato europeo avvisando con me la Guardia di Finanza che stava arrivando a Milano. Siccome il Parlamento Europeo non dava l’autorizzazione per quella vergogna, si dimise. Ti rendi conto Silvio? Che cosa avete in comune?”.
Appunto, nulla.

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LA REQUISITORIA DELLA BOCCASSINI: “SISTEMA PROSTITUTIVO PER BERLUSCONI”

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

RICOSTRUITE LE “CENE ELEGANTI” DI ARCORE…LA FIGURA E LE AMBIZIONI DI RUBY: “NON CI SONO DUBBI CHE SI PROSTITUISSE”

Nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore funzionava “un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi“.
Questo è provato “oltre ogni ragionevole dubbio”.
E ”non abbiamo dubbi che Ruby si prostituisse”.
Lo afferma il pm Ilda Boccassini nella requistoria al processo sul caso Ruby in corso a Milano.
La requisitoria arriva dopo lo speciale andato in onda ieri su Canale 5, tutto rivolto a dimostrare l’innocenza del proprietario di Mediaset. La prima parte della requisitoria è stata già  illustrata in aula il 4 marzo dall’altro rappresentante della pubblica accusa Antonio Sangermano.
La requisitoria è iniziata con una disanima sulla normativa che riguarda la prostitituzione minorile — una delle imputazioni del Cavaliere, insieme alla concussione — nella quale il magistrato ha citato anche le modifiche approvate negli anni dei governi Berlusconi.
“Prima di entrare nel merito delle imputazioni — ha detto Ilda Boccassini — volevo ribadire l’importanza della tutela del minore al punto che sono intervenute due leggi importanti, una nel febbraio 2006, la numero 38, e l’altra nel marzo del 2008, volute dal governo Berlusconi”.
Poi il procuratore aggiunto ha ripercorso la storia della minorenne marocchina Karima al Marough alias Ruby, tra denunce per furto e affidamenti a comunità .
Emilio Fede, che conosce Ruby a un concorso di bellezza in Sicilia nel settembre 2009, “sa che la ragazza è minorenne“, afferma il pm, citando l’intercettazione in cui il direttore del Tg4 diceva che aveva “13 anni”. ‘Possiamo credere che una persona che ha dedicato la sua vita e il suo credo a Berlusconi come Emilio Fede, non gli abbia detto che Ruby era minorenne?”, si è chiesa retoricamente.
Il “sistema prostitutivo”, ha sottolinato Boccassini, partecipavano sia ragazze che “esercitavano” la professione, spesso extracomuntarie, sia ragazze “di buona famiglia”.
Tutte “volevano avvicinare il presidente del consiglio nella speranza di ottenere denaro o favori“, in particolare il lancio in programmi tv, “come spesso è avvenuto”. Ruby, così come le altre ragazzeche avrebbero preso parte ai festini a di Arcore, era alla ricerca del “sogno negativo italiano” e “avvicinò Berlusconi per ottenere denaro facile e possibilità  di lavoro nel mondo dello spettacolo, così come le altre giovani”.
Alla vigilia dell’incontro con Berlusconi, Ruby mostra uno stile di vite e una disponibilità  di denaro incompatibili con la sua condizione: “Non abbiamo dubbi che Ruby si prostituisse”, ha chiarito Boccassini.
E la sera in cui arriva ad Arcore, sono presenti lo stesso Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, cioè quelli che il pm definisce gli organizzatori del “sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi”, imputati in un processo a parte.
E’ il 14 febbraio 2010. Sia Fede che Mora “sono a conoscenza della minore età ” di Ruby, afferma Boccassini. E’ la ragazza stessa che racconta di averlo confidato all’agente televisivo, avendo notato il suo “atteggiamento paterno”.
E’ un punto cruciale del processo, perchè Silvio Berlusconi ha sempre affermato di non sapere che la ragazza avesse meno di 18 anni, dato che lei raccontava di averne 24.
“Ruby aveva da Silvio Berlusconi direttamente quello che le serviva per vivere in cambio delle serate ad Arcore”, ha continuato Boccassini.
“Anche il primo maggio, senza che avesse fatto nulla”, Ruby ha con sè “una notevole quantità  di denaro in banconote da 500 euro”.
Quanto alle serate ad Arcore, Ilda Boccassini sostiene che, in base ai tabulati telefonici acquisiti, la giovane marocchina abbia “anche dormito nella residenza di Berlusconi il 20 e 21 febbraio, il 9 marzo, il 4 e 5 aprile, il 24, 25 e 26 aprile 2010 e il 1 e il 2 maggio 2010”.
Boccassini ironizza anche sul “doppio lavoro” di Nicole Minetti, consigliere regionale in Lombardia ”pagata dal contribuente” e addetta alla “gestione” delle cosiddette Olgettine, le protagoniste dei festini che trovavano ospitalità  presso appartamenti di proprietà  del Cavaliere in via Olgettina a Milano.
Non si sa quale occupazione fosse per lei “più invasiva“, ha detto il pm.
Fu proprio Minetti a essere incaricato da Berlusconi di andare a recuperare Ruby in questura a Milano la notte del fermo per furto, tra il 26 e il 27 maggio 2010, episodio da cui deriva l’accusa di concussione al leader del Pdl.
Nonostante l’indicazione contraria del magistrato minorile Fiorillo, i funzionari di polizia lasciarono andare Ruby in seguito alle pressioni telefoniche dell’allora presidente del consiglio, che aveva indicato in Nicole Minetti la persona a cui affidarla.
E Minetti, anche lei “consapevole della minore età ”, porta Ruby a dormire da Michelle Conceicao, prostituta anche lei, ha sottolineato Boccassini, elencando una serie di prove e testimonianze sull’attività  della brasiliana.
Il procuratore aggiunto ha poi ricostruito in dettaglio la notte in Questura a Milano, che all’inizio appare una storia di routine, con la volante che ferma Karima in corso Buenos Aires in seguito a una segnalazione per furto arrivata da Caterina Pasquino, che ospitava la ospitava in casa.
Dai primi contatti con agenti e funzionari, la pm minorile di turno Anna Maria Fiorillo si insospettisce, dato che la ragazza afferma di vivere facendo “la danza del ventre”, e dispone che sia affidata a una comunità .
Dalle 23,34, dalla questura partono una serie di telefonate a diverse strutture per trovare un posto libero, mentre Ruby, priva di documenti, viene fotosegnalata.
Fino a questa fase, afferma Boccassini, il comportamente di pm e funzionari di polizia è “lineare e ineccepibile”. Ma poi la vicenda prende una piega diversa.

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FA FLOP LO SPECIALE PRO-SILVIO SUL CASO RUBY: SOLO IL 5,84% DI SHARE, MENO DI UN MILIONE E MEZZO DI SPETTATORI

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

LO SPECIALE DEI SOVIET IN PRIMA SERATA SU CANALE 5 HA CENSURATO LE INTERCETTAZIONI PIU’ ESPLICITE SU QUANTO ACCADEVA NELLE NOTTI DI ARCORE

Strano modo di fare televisione: neanche una foto delle ragazze protagoniste del caso Ruby. Ecco il grande inganno del programma di Canale 5 “Ruby ultimo atto. La guerra dei 20 anni” che, peraltro, si è rivelato uno dei più grandi flop della rete in prima serata, con meno di un milione e mezzo di telespettatori e il 5,84% di share.
Uno speciale degno di entrare nei manuali di storia di giornalismo.
Sarebbe bastata una scelta delle foto delle ragazze del bunga-bunga per far capire agli spettatori di che cosa si stesse parlando. Invece niente.
Una poderosa, quanto faticosa macchina della disinformazione.
Ad avere voce, presentati come attendibili, i testimoni utili alla difesa: quelli che dicono che ad Arcore si svolgevano “cene eleganti“.
Ragazze tutte pagate da Silvio Berlusconi, da anni da lui mantenute e ancora oggi regolarmente stipendiate con 2.500 euro al mese, più auto e case.
Oppure camerieri, pianisti, cantanti, che devono a Silvio tutto quello che hanno.
Dei racconti fatti nelle intercettazioni, nessun accenno.
Eppure erano cose pesanti, tipo: “Più troie siamo e più bene ci vorrà “.
Tutte parlavano di soldi, vera ossessione delle serate di Arcore.
Addirittura alcune raccontavano di aver fatto l’esame del sangue per sapere se avessero contratto l’Aids.
Nessuna traccia neppure delle testimonianze delle ragazze che hanno rivelato che alle feste avvenivano spogliarelli, danze erotiche, toccamenti alle parte intime, simulazione di atti sessuali. Poi, le prescelte all’X Factor del bunga-bunga potevano passare la notte con il presidente, ottenendo un compenso più alto.
Niente di tutto ciò nel programma presentato da Andrea Pamparana, che un tempo faceva il giornalista.
Voce all’avvocato Niccolò Ghedini. A Ruby. E a Berlusconi, naturalmente.
L’unica teste d’accusa a cui il programma ha dato voce: Ambra Battilana, la cui credibilità  è subito smontata con la lettera che ha poi mandato a Berlusconi.
E Ruby? Pagata con 57 mila euro “per avviare un centro estetico” (mai visto).
Ragazza che ha “commosso tutti raccontando la sua storia”. Altro che sesso: non poteva spingere “ad altro che a commiserazione”.
Ammette di essere bugiarda, ma il programma di Mediaset sa distillare le sue verità .
Panzane sul numero dei processi di Berlusconi e sul numero di intercettazioni di questo processo.
Ma nessuna voce a contraddire, a rettificare, a inserire un minimo di verità  dei fatti in un programma di regime sovietico prima di Breznev.
Sul reato più grave di cui Berlusconi è accusato (la concussione), la trasmissione dà  il meglio di sè.
Afferma che nessuna pressione è stata fatta da Silvio, nella notte del 27 maggio 2010, per far uscire Ruby dalla questura di Milano, nel timore che potesse rivelare l’altro reato (la prostituzione minorile).
Dà  per certo che Berlusconi non sapesse la vera età  della ragazza. Che la credesse davvero nipote di Mubarak. E che l’intervento di quella notte di frenetiche telefonate tra Parigi e Milano fosse solo di evitare un incidente diplomatico.
Garantisce che Berlusconi parlò di Ruby direttamente a Mubarak, in un precedente incontro internazionale: circostanza smentita dai testimoni presenti, secondo cui il rais egiziano non capì neppure la battuta di Silvio su una ragazza egiziana di sua conoscenza.
La pm dei minori ha ribadito in aula che le sue disposizioni erano chiare: tenere la ragazza in questura finchè non si fosse trovato un posto in comunità .
Il programma se la cava sostenendo che i funzionari di polizia potevano decidere di loro iniziativa che cosa fare.
E si guarda bene dal dire in che mani finì quella notte: a casa di una prostituta brasiliana, dopo essere stata affidata a Nicole Minetti, compagna di bunga-bunga, insignita per una notte dell’inesistente qualifica di “consigliera ministeriale”.

Gianni Barbacetto

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LETTA E ALFANO IN RITIRO, PRIME CREPE DA INCIUCIO

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

DURO CONFRONTO TRA I DUE EX DEMOCRISTIANI, FACCE TETRE:   CORNICE PENITENZIALE AL RITIRO IN ABBAZIA… UNA MESSA IN SCENA A USO MEDIA, IN REALTA’ A MEZZOGIORNO E’ GIA TUTTO FINITO

Da hooligan del berlusconismo più feroce, quello della piazza anti-pm di Brescia, a democristiani dell’inciucio nel giro di appena un giorno.
Angelino Alfano e Maurizio Lupi sabato erano al fianco del Cavaliere che gridava “i pm non mi fermerano”, nella tarda mattinata di ieri sono invece saliti sul van scuro della Presidenza del Consiglio insieme con Enrico Letta e Dario Franceschini.
Altro che ritiro nell’abbazia di Spineto per “fare spogliatoio”.
Il vertice a quattro in autostrada, nel viaggio da Roma a Sarteano, vicino a Siena, si è trasformato in un durissimo chiarimento che ha prodotto la prima fragile tregua del governo Letta.
Alle sette di sera, nella sala stampa all’interno della tenuta di Spineto, si sono presentati i portavoce di premier e vicepremier e hanno letto un comunicato: gli esponenti dell’esecutivo non parteciperanno fino al prossimo test amministrativo a manifestazioni elettorali o dibattiti radiotelevisivi che non abbiano “pertinenza con l’ambito delle materie di cui si occupano”.
Una scena molto grillina, con il tavolo occupato dai portavoce, per una decisione su cui Letta e Alfano hanno preferito non mettere la faccia direttamente .
Del resto le facce dei quattro, all’arrivo nell’abbazia, erano tetre.
Un vera penitenza, per rimanere in tema di ritiro.
Sotto una pioggia improvvisa e violenta, i primi a scendere dal van sono stati Alfano e Lupi, seduti spalle all’autista.
Poi Letta, infine Franceschini.
Il “confronto” viene descritto “duro e franco”, senza esclusioni di colpi.
Il primo a sfogarsi è stato il premier, che si è spinto fino a una minaccia: “Caro Angelino, ti deve essere chiaro che io non devo governare a ogni costo. Quello che è successo a Brescia è inaccettabile”.
Al suo fianco, Franceschini annuiva convinto, facendo presente che il macigno Berlusconi è “è un peso insopportabile per i nostri militanti e dirigenti locali”.
Alfano si è difeso e ha rivendicato la partecipazione sua, di Lupi e di Quagliariello: “Una guerra di vent’anni non si può risolvere in due giorni. Noi ci stringiamo al nostro leader e non vogliamo maggioranze variabili su singoli temi”.
In pratica, un muro contro muro. Il primo “scazzo” tra i due giovani democristiani di un tempo.
Il segretario del Pdl telefona anche a B. per ottenere il sì alla decisione comune.
La tregua, prima di arrivare all’abbazia, viene tradotta come una vittoria del premier ai punti: “Un codice di comportamento”, che impedirà  ai ministri di andare ad altre manifestazioni elettorali, come quella, per esempio, prevista il 24 maggio a Roma, al Colosseo, con Berlusconi e Alemanno per chiusura della campagna del candidato sindaco del Pdl nella Capitale.
Accanto al metodo c’è però pure la sostanza esplosiva della questione giustizia.
Di fronte al pacchetto reiterato sabato da B. (separazione delle carriere, responsabilità  civile dei magistrati, intercettazioni), Letta avrebbe opposto un’altra visione delle cose: “La giustizia non è tra le priorità  di questo governo. Noi partiamo da Europa, lavoro e casa”. Stop.
Il problema, almeno a sentire i fedelissimi del premier, viene retrocesso nella terza e ultima cerchia del suo schema di lavoro.
È la trascendenza dell’inciucio di Letta: nel primo girone c’è l’attività  di governo, nel secondo il rapporto tra esecutivo e Parlamento, nel terzo, solo nel terzo le tensioni dei partiti.
Questo il sentiero che ha brevemente ripetuto ai ministri una volta cominciata la prima sessione di lavori a Spineto.
Una riunione iniziata con due ore di ritardo. Letta in mezzo ad Alfano e al sottosegretario di Palazzo Chigi, Patroni Griffi, poi i venti ministri seduti lungo i due lati del tavolo a ferro di cavallo.
A loro è stata illustrata anche la decisione presa nel vertice di viaggio e i ministri l’hanno incassata come se già  sapessero tutto o immaginessero i contenuti del chiarimento.
Qualcuno ha tentato di intervenire ma alla fine ci si è buttati nella discussione dei vari dossier. “Lezioni e tecnicismi”, risponde un ministro interpellato via sms durante il dibattito.
In realtà  la “due giorni” tanto sbandierata da Letta, si riduce a due mezze giornate.
Dalle diciannove alle ventidue di ieri, dallo otto (si spera) a mezzogiorno di oggi.
Su ventitrè componenti del governo (compresi il premier e Patrioni Griffi) solo undici hanno preso il pullman per la “gita” da Palazzo Chigi all’abbazia di Spineto trasformata in un centro congressi molto esclusivo.
Da soli, con l’auto blu, sono arrivati Orlando, Carrozza, Delrio, Idem, Bray (per lui la solita Panda rossa già  usata per il giuramento), Nunzia De Girolamo (che è ha pranzato con la figlioletta di 11 mesi per la festa della mamma), Trigilia, Saccomanni.
Poi i quattro del van.
Infine gli “sfigati” del torpedone dello spogliatoio, tra cui la guardasigilli Cancellieri e la Bonino, titolare degli Affari esteri.
L’ombra nerissima dei guai del Cavaliere ha dato una cornice penitenziale al ritiro.
I ventitrè hanno pure cenato in piedi: pappa al pomodoro, pizzette, affettati e formaggi, fagioli all’uccelletto.
Come vino il Brunello offerto dal sindaco di Montalcino.
Ma il paese confinante con Sarteano è Radicofani, laddove Eugenio Scalfari pescò la figura del brigante Ghino di Tacco per Bettino Craxi.
Oggi il nuovo Ghino di Tacco è il Cavaliere.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA FAVOLA DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA ANDATA IN ONDA SULLA TV DEL CAVALIERE

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

MA CHE PROSTITUTA ABITUALE, RUBY ERA UNA ASPIRANTE SANTA, CIRCONDATA DA UOMINI “ANIMATI DA CATTIVE INTENZIONI”… PER SALVARLA CHIUNQUE AVREBBE STACCATO UN ASSEGNO DI 57.000 EURO PER APRIRE UN CENTRO ESTETICO IN VIA DELLA SPIGA

C’è pochissimo da scherzare e ancor meno da ironizzare sul fatto che il principale partner del governo Letta abbia aperto le porte di casa sua a giornalisti della sua rete tv ammiraglia per rifare il processo Ruby senza giudici, con se stesso in maglioncino blu al posto di Ilda Boccassini.
C’è poco da scherzare sul format di Canale 5 La guerra dei vent’anni, un ibrido fra Un giorno in pretura, una versione made in Arcore di Report (la versione padronale del concetto di inchiesta giornalistica) e una versione soap della Piccola fiammiferaia dove una povera ragazza marocchina che «non induce nessun sentimento diverso dalla commiserazione », dice Berlusconi, racconta una storia terribile mostrando cicatrici sul suo corpo, fa piangere i commensali, chiede 57 mila euro per aprire un centro estetico in via della Spiga e salvarsi così – un modo come un altro – da una vita di assalti costanti da parte di uomini incessantemente animati da “cattive intenzioni” e trova un benefattore che, commosso, glieli dà .
C’è pochissimo da sorridere degli arredi stile tavernetta della “sala cinema” di villa San Martino e della storia della statuetta africana e dei “cannibali” da cui è nata la storiella del Bunga Bunga: per ogni scettico ci saranno venti telespettatori rapiti dalla telenovela, per ogni indignato ce ne saranno cinquanta convinti delle buone ragioni dell’ex premier, oggi rappresentato al governo dal suo vice Alfano reduce dalla manifestazione di piazza di Brescia.
Per ogni spettatore sarcastico ce ne saranno cento che diranno ah però, in fondo, povera ragazza, che brutta storia, in fondo in fondo non c’è niente di male.
L’offensiva mediatica condotta in prima serata su Canale 5 è efficacissima, parla a un pubblico che non ha l’abitudine di leggere i giornali, soprattutto non “certi” giornali, e che di questa vicenda ha orecchiato qualcosa di vago, in fondo non di così grave, dalle ultim’ora che scorrono sui teleschermi nella metro, alla stazione, nei bar.
Nei locali pubblici e privati, ovunque nel paese, il canale sempre acceso – è facile da verificare – è Canale 5.
Una moltitudine di persone, la stragrande maggioranza degli italiani, attinge da lì le informazioni su quel che accade.
Uno speciale di due ore dove la ragazza Ruby, il vero nome Karima, dice tirando su col naso «mi hanno definita prostituta ma io non mi sono prostituita mai» e racconta, vestita di un maglioncino e pettinata con coda di cavallo, di suo padre ambulante e del suo primo viaggio senza biglietto, in treno, a Milano, è una storia commovente.
Punto.
È la storia di una povera ragazza che mente costantemente «perchè dire bugie era la mia unica difesa per difendermi da uomini di cui avevo paura».
Di seguito la visita guidata in Villa, dove è del tutto chiaro che non poteva avvenire nulla di meno che innocente, Berlusconi cantava «le canzoni del suo repertorio giovanileLetta, governo Letta, giudici, manifestazione contro giudici».
Magistrati ossessionati dal sesso che fanno domande in apparenza assurde su rapporti simulati con statuette africane, testimoni che a frotte smentiscono, solo cinque che – confuse – confermano, la senatrice Maria Rosaria Rossi, assistente personale di Berlusconi, che interroga i magistrati, di nuovo Ruby che dice «ho mentito sull’età  per lavorare, non volevo finire in comunità ».
Chi non capisca che tutto questo valga più di cento inchieste, che raggiunga milioni di persone in modo convincente, non ha ancora imparato niente, dopo vent’anni, della forza d’urto di Silvio Berlusconi.
Che oggi mette in campo uno pseudo-speciale giornalistico, in tutto simile alle inchieste degne di questo nome, e sbaraglia di nuovo la concorrenza sul piano dell’audience, del risultato, dell’efficacia.
Lo fa alla vigilia di un’udienza decisiva, all’indomani di una manifestazione di piazza contro i giudici alla quale hanno partecipato ministri del governo in carica e nello stesso giorno in cui il presidente del Consiglio Letta chiede ai ministri di non andare nè in piazza nè in tv, per cortesia, almeno fino alle prossime amministrative.
La sproporzione di forze tra l’appello di Letta dal convento e l’offensiva mediatica del suo alleato in tv è qui, sotto i nostri e i vostri occhi.
Ci parla non solo del processo Ruby e del caso di Karima, ovviamente.
Ci parla piuttosto di come si costruisce il consenso, di come si manipola l’opinione pubblica.
Di quello che è successo in Italia negli ultimi due decenni grazie all’assenza di una legge che regoli l’accesso in politica di chi ha la proprietà  dei mezzi di informazione, grazie a chi non l’ha scritta, e ci dice – soprattutto – di quello che ci aspetta.
Perchè questa storia non è finita. Siamo solo all’intervallo.
La riscossa, ha detto ieri Silvio Berlusconi nella sua duplice versione di lotta e di governo, è alle porte.

Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)

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BERLUSCONI SI VIDEO-ASSOLVE ALLA VIGILIA DELLA REQUISITORIA SU RUBY

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

MEDIASET HA RISCRITTO LA STORIA DELLE SERATE, MA SI DIMENTICA DELLA TUMINI CHE HA RACCONTATO AI PM LE SCENE EROTICHE VISTE AD ARCORE

Una volta, nelle scuole di giornalismo, s’insegnava a mettere la notizia nelle prime righe.
Ieri, lo speciale di Canale 5, “La guerra dei vent’anni, Ruby ultimo atto”, non ha seguito quell’antico precetto, e questa scelta la dice lunga: notizie non ce n’erano, c’era invece l’autoassoluzione del Cavaliere a mezzo tv, il suo “Mai fatto sesso con Ruby”, come se il processo si potesse spostare dalla sua sede e celebrare in un altro modo.
Per l’ennesima volta compare, dopo un servizio sul comizio di Brescia di sabato che mostra solo una volta la folla degli antipatizzanti, la giovane Ruby: per ascoltare le sue verità  al telefono rimandiamo alle registrazioni, perchè altri le hanno taciute, e la Ruby di ieri sera, tra luci soffuse, trucco perfetto, voce impostata, è davvero un’altra persona.
Le prime dolci domande riguardano i suoi lavori e l’infanzia, ci vuole tempo perchè si arrivi alla prostituzione: “Mai, era contro quello in cui credevo”.
E sui rapporti sessuali con Silvio Berlusconi: “Mai avuti”.
Tutto questo, però, c’è già  nei verbali della minorenne Karima El Mahroug, firmati da lei nell’ormai lontana estate 2010.
Dunque dov’è la notizia? Viene più facile chiedere: quante sono le omissioni di queste ricostruzioni?
C’è un semplice messaggino che Ruby manda a Nicole Minetti poco dopo le sue deposizioni: “Amorino ti prego mi manderesti per messaggio il numero di Spinelli o di Gesu cristo capisci a me, ho bisogno, ho cambiato scheda e il loro numero lo perso!!”.
Gesù, ovviamente, è per Ruby Berlusconi.
E per spiegare un po’ meglio che razza di piatto sia stato servito ai telespettatori ieri sera, ecco Elisa Toti. Per la tv dell’imputato narra di “una cena al piano di sotto e basta”.
In realtà , nell’aula del processo – che i giornalisti hanno seguito – Toti, fedelissima di Arcore, aggiunge che nella sala del bunga bunga le ragazze si spogliavano “rimanendo in intimo, cioè reggiseno e mutande, ma “carino””.
Questa parte, così importante, è sparita.
Infatti parlano la parlamentare e segretaria di Berlusconi Maria Rosaria Rossi, parlano camerieri ancora in servizio ad Arcore, parlano ragazze che sono attualmente stipendiate da Berlusconi e parla anche Carlo Rossella, il quale non ha “l’impressione – dice – che si sia andati oltre un rapporto gioviale”.
Ma sparisce, guarda caso, Melania Tumini, due lauree, che Nicole Minetti invitò il 19 settembre a una festa, avvisandola che avrebbe trovato “disperate delle favelas e zoccole”.
La signora Tumini racconta che già  tra un piatto e l’altro, a cena, “partirono dei trenini” con le ragazze che “iniziarono a scoprire i seni ed il fondoschiena”.
Ricorda quanto Berlusconi gioisse, finchè qualcuno disse “scendiamo al bunga bunga” e in questa seconda fase Nicole Minetti rimase in coulotte e camicia da uomo, si spostò dal palo della dance per farsi toccare “lascivamente” da Berlusconi, con “baci … palpeggiamenti sul sedere e sul seno”.
Anche le altre ragazze mimavano anche “contatti omosessuali” e Carlo Rossella, ricorda Melania Tumini, c’era.
Avrà  dimenticato? Chissà .
Dal Tg 5 spiegano che altre ragazze smentiscono queste versioni, ma il problema è che sono le intercettazioni telefoniche ad aiutare a capire chi mente e chi dice il vero.
Per esempio, ancora un sms. Due ragazze si dicono in quale modo conviene attrarre Berlusconi: “Domani se è aperto vado in un sexy shop e prendo un po’ di cose.. Per me e te, più troie siamo più bene ci vorrà “.
Oppure, altre due criticano un’amica: l’hai vista “con quel corpetto e il reggicalze, come mi ero vestita io…”.
Spesso si parla di compensi, e di quella ragazza che “voleva dormire con lui per spillargli qualcosa la mattina”.
Nello speciale Silvio Berlusconi parla moltissimo, quasi si commuove spiegando quanto sia stato buono con Ruby, ma a chi parla?
Ai suoi elettori, su lui dice che si è “favoleggiato” e “ironizzato”, ripete il disco rotto della storia tragica di Ruby, e qui e là , da parte dei cronisti Mediaset, si criticano le “domande morbose del pubblico ministero” Antonio Sangermano.
È come se non sapessero che le udienze vengono registrate e trascritte.
È tutto nero su bianco, quello che è accaduto al processo, compresa la parte delle telefonate del presidente del Consiglio per far liberare Ruby, minorenne marocchina spacciata per nipote di Moubarak: nei rapporti di polizia spariscono sia il nome di Berlusconi, sia quello del presidente egiziano, e resta solo quello della povera Minetti.
La quale, al telefono, di Silvio parlava così: “È soltanto un pezzo di merda. Perchè lui m’ha tirato nei casini (…) Io sono una brava persona e posso prendere qualche multa (…) ma di lì ad arrivare a commettere un reato, ti assicuro che c’è di mezzo un mare. Quindi, io gli ho parato il culo, perchè la verità  è che gli ho parato… e gli sto parando il culo”.
E non è la sola, pare.
Oggi la requisitoria di Ilda Boccassini è davvero tutta da ascoltare, se possibile in diretta: prima che sia taroccata dai media in un altro speciale-flop.

Piero Colaprico

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SICILIA, PATETICO DIETROFRONT DEI GRILLINI SUI RIMBORSI: “DOBBIAMO PAGARE I DIPENDENTI”

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

CANCELLERI COSTRETTO AD ALLENTARE I CORDONI DELLA BORSA: “CREDO CHE DOVREMO TRATTENERE I SOLDI PER I PORTABORSE”

Si sono rivisti, salutandosi a stento.
Antonio Venturino (il “ribelle”) e Giancarlo Cancelleri (il capogruppo che ne ha decretato l’espulsione con un video pubblicato sul blog di Beppe Grillo) hanno incrociato appena lo sguardo venerdì, in una Sala d’Ercole riunita per votare la Finanziaria senza le parti impugnate dal commissario dello Stato.
In un clima gelido si è aperta una nuova fase per i cittadini a 5 stelle di stanza a Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento siciliano.
Nessuno, dentro M5S, ha seguito il vicepresidente dell’Assemblea sulla via della rottura: e Venturino è stato accolto fra l’indifferenza di molti colleghi pur non rinunciando a un’animata conversazione, in aula, con i deputati Stefano Zito e Sergio Tancredi.
Il numero due dell’Ars prosegue la sua legislatura da separato in casa.
Anche se, almeno fisicamente, separato lo era già  prima, visto che Venturino svolge la propria attività  nei suoi uffici di vicepresidente, distanti da quelli del gruppo parlamentare.
E lì rimarrà , ha assicurato l’interessato che non vuole in alcun modo rinunciare alla carica, facendo un altro sgarbo a M5S.
Ai grillini, infatti, non spetterebbe un altro posto in consiglio di presidenza.
Ma Cancelleri contesta quella che ritiene “un’interpretazione non pacifica del regolamento ” e martedì porrà  in conferenza dei capigruppo il tema di una presenza di 5 stelle in ufficio di presidenza.
“Il nostro gruppo esiste sin dall’inizio della legislatura   –   dice   –   e quindi ha diritto a un posto da deputato segretario. Per noi è importante non per una questione economica ma per potere esercitare il controllo sull’attività  del consiglio di presidenza “.
Non è una questione economica, afferma Cancelleri, che si dice “nauseato dalle polemiche sui soldi che stanno imperversando nel movimento: ora voglio parlare di politica”.
Gli ultimi giorni, l’ex candidato governatore, li ha trascorsi a censurare Venturino.
Anche in tempo reale, durante la trasmissione Servizio pubblico di Santoro, attraverso alcuni post su Facebook: “Caro onorevole Venturino è 3 mesi (testuale ndr) che le corriamo dietro per farla rendicontare e restituire i soldi, non dica bugie televisive e non la butti in politica”.
Ma intanto Venturino, e il tema dei rimborsi, divide anche i parlamentari siciliani a Roma.
Se Grillo ad esempio, ha insultato (l’ormai celebre “pezzo di m… “) il deputato ennese meritando l’applauso del vicecapogruppo alla Camera Riccardo Nuti, il collega palermitano Francesco Campanella si è alzato in piedi sfidando il vate: “Beppe, non è giusto trattare le persone così”.
E sia Campanella che il deputato messinese Tommaso Currò quantomeno “comprendono le ragioni” che portano alcuni parlamentari a dire no alla rendicontazione e alla restituzione della diaria.
“Io dico solo una cosa: mi fa specie   –   ancora Cancelleri   –   sentire colleghi che prima delle elezioni issano il regolamento sui rimborsi come una bandiera e dopo pochi mesi dicono che non è chiaro… “.
“Ora basta: parliamo di politica “, ripete Cancelleri.
Ma ormai sembra una maledizione, quella dei soldi, per i pentastellati.
Una sorta di trappola da loro stessi posta sul cammino, con la quale dovranno confrontarsi anche nelle prossime settimane.
Come affronterà  M5S, che già  a fatica sopporta l’autotaglio degli stipendi, le ulteriori privazioni previste dal decreto Monti?
Cancelleri è costretto ad allentare i cordoni della borsa: “Credo che dovremo trattenere i soldi per i portaborse (finora restituiti, ndr), o una somma equivalente, per pagare il personale del gruppo”.
Insomma, dopo il caso Venturino, e in vista di un’ulteriore stretta ai trasferimenti, gli esponenti di 5 stelle in Sicilia dovranno ammorbidire la propria posizione.
È tempo di regole più elastiche: nei primi giorni di giugno i deputati grillini si sottoporranno alle annunciate “verifiche” semestrali della propria attività , in quattro riunioni con i militanti di diverse province.
Ma nessun mandato da rimettere nelle mani nella base, non ci sarà  un turnover nelle cariche più rappresentative.
Il capogruppo resterà  Cancelleri: “Sono io, giuridicamente, il datore di lavoro del gruppo, colui che firma tutti i contratti. Cambiare con frequenza   –   spiega   –   creerebbe problemi burocratici”.

Emanuele Lauria

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PIEMONTE, MINACCE AI CONSIGLIERI REGIONALI INDAGATI (56 SU 60) PER I RIMBORSI: “E’ COLPA DEI GIORNALISTI”

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE ACCUSA I CRONISTI DI PROVOCARE “UN CLIMA OSTILE ALLE ISTITUZIONI”

Insulti e minacce ai consiglieri regionali del Piemonte indagati per i rimborsi.
Lo ha reso noto venerdì, dopo la prima settimana di interrogatori, il presidente del gruppo consiliare del Pdl, Luca Pedrale.
Secondo lui i responsabili di questo clima sono i giornalisti: “Questi fatti sono il risultato della campagna di denigrazione e di odio che alcuni giornali hanno lanciato da diverse settimane contro tutti i consiglieri”, ha affermato il politico, tra i primi sospettati.
I messaggi, inviati martedì, sono stati recapitati tra giovedì e venerdì.
Prima è arrivata una lettera all’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, poi alcune cartoline scritte a macchina con messaggi identici destinate al capogruppo Pdl Pedrale, al capogruppo della Lega Nord Mario Carossa, a quello di Fratelli d’Italia Franco Maria Botta e infine ai consiglieri del centro-destra: Carla Spagnuolo, Roberto Tentoni, Gian Luca Vignale, Gianfranco Novero e Roberto Boniperti.
Il presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo sa che “una lettera è arrivata pure al capogruppo del Pd Aldo Reschigna”.
“Le abbiamo ricevute tutti”, informa Davide Bono del Movimento 5 Stelle.
Il messaggio, da quanto riporta La Stampa, è: “Siete tutti ladri e miserabili. Spreconi, la pagherete”.
Nelle lettere a Pedrale e Botta le minacce sono estese alle famiglie: “Avete rubato? Abbiate almeno la dignità  di restituire i soldi. E se non lo farete, pagherete voi e le vostre famiglie. Vi manderemo lettere che si incendieranno”.
L’edizione locale de La Repubblica ne riporta altri: “La tua vita ogni giorno sarà  una sorpresa” e “Ogni momento è buono per renderti una vita di preoccupazioni per tutti i tuoi famigliari”.
Cattaneo dice che “tutte le lettere sono state raccolte e consegnate alla Digos. Lunedì daremo altro materiale. Nei prossimi giorni poi i singoli consiglieri potranno sporgere denuncia contro ignoti”.
Tuttavia pure lui indica nello “stillicidio di notizie e di indiscrezioni che quotidianamente si ripetono” le cause che provocano “il clima di opinione ostile alle istituzioni e a chi le rappresenta”, con il rischio di “alimentare un clima di odio che potrebbe sfociare in fatti tragici, come è successo pochi giorni fa davanti a Palazzo Chigi”.
Per questo Pedrale ha fatto sapere di aver “richiesto alla sicurezza del Consiglio regionale e alle forze dell’ordine di aumentare il livello di sicurezza verso i consiglieri regionali, in particolare per quanto concerne la ricezione di buste e pacchi postali”. Nella mattinata di sabato Cattaneo ha avuto dei colloqui con il prefetto e con il dirigente della Digos, ma nega che siano in vista nuove misure di sicurezza.
Dure le condanne da parte di tutti gli esponenti politici piemontesi, anche se c’è chi preferisce mantenere un profilo basso, come il leghista Carossa che non dà  molto peso a questi messaggi, o Bono del M5S: “Secondo me è un mitomane”.
Pure i radicali condannano le minacce, però ribadiscono che “è del tutto sbagliato imputare ai giornalisti di avere istigato, volenti o nolenti, gli autori delle lettere miserevoli. I giornalisti fanno il loro mestiere, che è quello di cercare notizie e di pubblicarle; tanto più se la notizia è eclatante come in questo caso: 56 consiglieri regionali su 60 sono sottoposti a indagini per scorretto utilizzo di fondi pubblici”.

Andrea Giambartolomei

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IL FINANZIAMENTO AI CINQUESTELLE? LO GESTISCE DIRETTAMENTE GRILLO

Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile

POI PARLA DEGLI ALTRI: BEPPE GRILLO E’ PER STATUTO L’UNICO A POTER GESTIRE I SOLDI DELLA COMUNICAZIONE DEI GRUPPI SENZA RENDICONTARLI

Nel caotico, riottoso, eppure idealmente e giustamente francescano universo del Movimento 5 Stelle – capace di rinunciare a 42 milioni di finanziamenti statali e di restituire di soli stipendi quasi 400 mila euro ogni mese – c’è un solo uomo che secondo lo Statuto del Gruppo, depositato l’11 aprile alla Camera, ha (per lo meno in teoria, più difficilmente in pratica), la possibilità  di gestire soldi usciti dalle casse dello Stato senza rendicontarli.
Quell’uomo è Giuseppe Grillo.
Ed è proprio su di lui che l’onorevole del Pd Giuseppe Fioroni – dopo averlo anticipato a «Omnibus» su La7 – presenterà  domani un’interrogazione per chiedere al Presidente della Camera, Laura Boldrini, e ai colleghi parlamentari, «come il compenso istituzionale di un gruppo possa essere affidato secondo Statuto a un soggetto diverso da un componente del gruppo stesso».
Un inedito nella storia repubblicana.
In sostanza: perchè Grillo, un non eletto, ha potenzialmente nella propria diretta disponibilità  circa la metà  degli oltre due milioni e mezzo di euro destinati annualmente al Movimento per il funzionamento delle attività  di Palazzo?
La risposta è contenuta con chiarezza tra i 21 articoli dello Statuto stesso: per la comunicazione.
Che storicamente rappresenta circa il 50% del budget dei gruppi.
Grillo pretende di gestirla personalmente. Di scegliere a chi affidarla.
E per questo ha chiesto, nel Codice di comportamento degli eletti, un impegno vincolante e scritto a tutti i suoi 163 parlamentari, ottenendo adesione unanime. Perfetto.
Ma la domanda è: poteva farlo?
È questo il senso dell’interrogazione di Fioroni. Che si porta dietro un corollario politico non irrilevante: se Grillo utilizza soldi pubblici per la propria comunicazione politica, non fa un’operazione identica a quella dei giornali di partito?
Usa soldi della collettività  per fare informazione?
Che differenza c’è, per esempio, tra i finanziamenti all’Unità  e il denaro girato allo staff della comunicazione che utilizza il sito privato del fondatore del Movimento per diffondere il proprio lavoro?
Nei giorni del dibattito feroce su indennità  e diaria, su casta e anticasta, la risposta a questi interrogativi rischia di diventare esplosiva. Esternamente.
Ma anche nella pancia di un gruppo ormai incapace di tenere sotto controllo le proprie inquietudini e costretto a riunirsi nuovamente per la definitiva resa dei conti.
Un’analisi più approfondita dello Statuto aiuta a capire meglio i dubbi sollevati dall’onorevole del Pd.
L’articolo 16, intitolato «comunicazione», recita testualmente: «Il gruppo utilizza il sito www.movimento5stelle.it quale strumento di comunicazione per la divulgazione delle informazioni sulle attività  svolte, nonchè quale mezzo per l’acquisizione dei contributi partecipativi dei cittadini all’attività  politica e istituzionale. (….). Il Gruppo si avvarrà  di un gruppo unitario di comunicazione (…). La concreta consistenza della struttura e composizione del gruppo Comunicazione, in termini di organizzazione, risorse e strumenti, sarà  definita da Giuseppe Grillo, nella sua qualità  di garante del Movimento 5 Stelle (…) L’assemblea delibererà  sull’assunzione dei singoli addetti e determinerà  l’entità  dello stanziamento di cui al comma successivo».
Oggi è la segreteria del Gruppo parlamentare a erogare gli stipendi ai dipendenti dello staff comunicazione (2.500 euro ai responsabili di Senato e Camera Messora e Biondo, 2.000 euro per gli altri), ma il testo non chiarisce se Grillo possa avocare a sè l’intera pratica.
Per altro, sempre ipoteticamente, senza rendicontarla.
L’articolo 4, intitolato «l’assemblea», spiega infatti: «(…) devono essere deliberate dall’Assemblea tutte le spese che, unitariamente o per voce omogenea, superano i centomila euro. Tutte le voci di spesa comprese tra i diecimila e i centomila euro dovranno essere comunicate all’Assemblea con cadenza almeno trimestrale».
Per i lavori del gruppo, fa notare qualcuno nel Pd, vengono erogati all’incirca 1.300 euro a parlamentare.
La cifra, moltiplicata per 163, supera i duecentomila euro (poco oltre i 2.5 milioni annuali).
Se la metà  – centomila euro, appunto – dovesse andare alla comunicazione, potrebbe essere gestita senza consenso assembleare e senza pezze d’appoggio?
Curiosità  che nelle ore in cui il papa ligure chiede anche con un tweet un «decreto per l’abolizione dei rimborsi elettorali e il dimezzamento dello stipendio dei parlamentari», potrebbero scatenare l’ennesima polemica.
All’articolo due, comma 5, dello Statuto si può ancora leggere: «Il gruppo riconosce nella rete internet lo strumento capace di assicurare l’informazione dei cittadini e la trasparenza del proprio operato, ed individua come strumento ufficiale per la divulgazione delle informazioni il sito www.movimento5stelle.it».
Il tempio del Fondatore come punto di caduta dell’intera informazione internettistica.
La Verità . E la Via.
Ma pagate in che modo?

Andrea Malaguti

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