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L’INDUSTRIA MUORE, LA POLITICA NON VEDE

Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile

LA CASSA INTEGRAZIONE RIGUARDA MEZZO MILIONE DI PERSONE…IN CRISI I SETTORI DELL’AUTO, DEGLI ELETTRODOMESTICI, DELLA SIDERURGIA E CANTIERISTICA

La situazione dell’industria italiana vede la seconda manifattura d’Europa, dopo la Germania, soffrie una crisi di sistema e di prospettiva.
La cassa integrazione complessiva riguarda mezzo milione di persone. Nei settori industriali ballano circa 300 mila posti di lavoro.
A guidare la crisi è il settore dell’auto.
La produzione di vetture, infatti, si è fermata a 390 mila unità . Solo qualche anno fa, Fiat arrivava a un milione di auto.
La cassa integrazione nel 2012 è stata di decine di milioni di ore.
Ma la crisi del Lingotto si porta dietro quella dell’intero “automotive” che occupa 1,2 milioni di lavoratori e “contribuisce per l’11,4% al Pil”.
È Federauto a denunciare il rischio di perdere 220 mila posti di lavoro in aziende che portano i nomi di Lear, Johnson, Bosch, multinazionali che in Italia “sono vincolate ai modelli Fiat”.
Nella “ricca” Toscana si giocano il posto circa 3 mila persone in aziende come Trw, Gkm o Continental.
Il secondo settore manifatturiero, dopo l’automobilistico, è quello degli elettrodomestici. La crisi ha i nomi di marchi come Electrolux, Indesit , Candy, Whirlpool o Merloni.
La perdita di posti è stimata nel 30% per i grandi gruppi e nel 50% per le aziende minori in un settore da 130 mila addetti.
Uno smantellamento progressivo che per marchi come Electrolux o Indesit significa spostare le produzioni in Polonia o Ungheria.
Non va meglio nella siderurgia dominata dal caso Ilva, ma in cui si muovono, più silenziose e altrettanto gravi, i casi della ex Lucchini o della Thyssen.
In Europa “la sovracapacità  produttiva è di circa il 30%” il che vuole dire che un impianto su tre non serve.
Alla ex Lucchini/Severstal di Piombino sono circa 2500 le persone che rischiano e altri 700 sono in ballo a Trieste.
All’Ilva circa 6000 lavoratori sono in cassa integrazione. E altri esuberi sono già  annunciati dal gruppo Marcegaglia.
A fare peggio è il settore dell’alluminio in cui si verifica il paradosso di una produzione interna che copre il 12% del fabbisogno con l’unico produttore nazionale, l’Alcoa (1000 lavoratori compreso l’indotto) che invece è stato chiuso e se n’è andato in Arabia Saudita. La crisi si affaccia anche nel settore del rame — 70 mila addetti con l’indotto — in cui l’Italia produce i due terzi delle barre di rame prodotte nel mondo.
Tra le grandi produzioni presenti in Italia c’è anche la Kme che però ha annunciato 300 esuberi su 1500 dipendenti.
A risentire di politiche industriali nazionali assenti o distratte è il grande colosso italiano Finmeccanica.
Il gruppo è indebolito dalla crisi globale ma anche dal susseguirsi delle inchieste.
La crisi colpisce soprattutto, per via della riduzione di commesse pubbliche, il settore della Difesa.
Ma Finmeccanica, che pure “si trova in condizioni di vantaggio” nel settore civile, ha finora programmato la dismissione di aziende come Ansaldo Energia, Ansaldo Breda o Breda Menarinibus.
E l’altro ieri al sindacato è stata prospettata la cessione di Ansaldo Sts.
Con la riorganizzazione dell’Aeronauta un anno e mezzo fa sono stati persi circa 2000 posti. Ora ce ne sono altrettanti nel settore elettronico (Selex) e 5000 potrebbero liquefarsi in caso di svendita del civile ferroviario. Sono 10 mila posti su 42 mila complessivi in Italia, circa un quarto.
à‰ di oltre un terzo, invece, la quota di lavoratori che stanno per essere abbandonati da Fincantieri che ha rappresentato, con 8500 addetti, l’eccellenza mondiale dell’industria navale.
Dallo scorso anno i dipendenti in cassa integrazione sono stabilmente 1500 ogni anno con la possibilità  di arrivare a 3500.
Un altro segnale di declino su cui non si vede traccia nel dibattito politico.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN MILIARDO PER LA CASSA INTEGRAZIONE CON SOLDI PRESI AI LAVORATORI

Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile

COME GLI ILLUSIONISTI: IL GOVERNO GIOCA ALLE TRE TAVOLETTE, TOGLIE DA UNA PARTE E METTE DA UN’ALTRA

Il governo Letta ha approvato un decreto che consente al governo stesso di rimanere in vita almeno tre mesi e mezzo.
Dentro c’è la sospensione della rata Imu di giugno sulla prima casa condita con la previsione che, se non si trova una soluzione entro agosto, l’imposta si paga tutta da settembre.
Poi c’è un miliardo per la cassa integrazione in deroga che deriva per almeno metà  da fondi sottratti ad altri interventi sul lavoro.
Infine una proroga per 114 mila precari della Pa che miracolosamente non costa neanche un euro.
Questo decreto dice un’unica cosa chiaramente: il governo ha cento giorni per inventarsi qualcosa.
Il tutto senza toccare i saldi di bilancio: tanto si taglierà  l’Imu o si finanzieranno nuove spese, tanto bisognerà  decurtare le uscite.
Come? Non si sa.
Silvio Berlusconi prenota i prossimi provvedimenti: niente aumento dell’Iva e “tagliare le unghie al mostro Equitalia”.
Vasto programma che forse farà  dimenticare a Enrico Letta e ai suoi ministri il crollo di gradimento nei sondaggi: ieri si aggiravano sui minimi del governo Monti.
La Ue si fida ma non troppo: “Bene l’impegno a rispettare i vincoli di bilancio: ora analizzeremo il testo”.
Al segretario Pd Guglielmo Epifani non resta che dire: “Il merito non è di Berlusconi”.
Imu.
Non si paga la rata di giugno sulla prima casa — con l’eccezione di castelli e dimore di lusso — e su terreni e immobili rurali.
Entro il 31 agosto, dice il testo, bisogna però fare una riforma complessiva della tassazione sugli immobili (Tares compresa) trovando il modo di compensare il mancato gettito e coprendo pure la detraibilità  dell’Imu sui capannoni.
Quest’ultima, cara al Pd, rischia di costare quanto l’operazione sulla prima casa: i suoi effetti, però, si avranno solo nel 2014, mentre quest’anno le imprese pagheranno tutto (con enormi rincari già  previsti).
A regime, questa manovra sull’Imu potrebbe valere oltre 7 miliardi: dove si troveranno, ovviamente, non è dato sapere.
La difficoltà  è talmente evidente che il ministro Fabrizio Saccomanni ha preteso una clausola di salvaguardia: senza riforma entro agosto, l’imposta si paga per intero dal 16 settembre.
Cig.
Al rifinanziamento della cassa in deroga va un miliardo circa, che si aggiunge alla somma quasi analoga già  stanziata da Monti: soldi che non coprono l’intero fabbisogno 2013, più vicino ai tre che ai due miliardi.
Il governo promette una riforma organica degli ammortizzatori entro qualche mese.
C’è, però, il problema che il miliardo di cui sopra arriva per circa metà  da soldi sottratti proprio al mondo del lavoro: sgravi sui contratti di secondo livello — “li reintegreremo”, promette Saccomanni — e formazione professionale ci rimettono circa 500 milioni (il resto arriva da riprogrammazione di fondi Ue, soldi avanzati dall’accordo Italia-Libia e altre frattaglie).
Luigi Angeletti della Uil: “È inaccettabile”.
Susanna Camusso della Cgil: “Erano spese essenziali”.
Precari Pa
Scadevano il 31 luglio, ora scadranno il 31 dicembre in attesa della solita riforma complessiva: 114 mila persone circa, la maggior parte negli enti locali (20 mila nella sola Sicilia), la cui permanenza al lavoro per questi cinque mesi dovrebbe costare tra i 100 e i 150 milioni.
Dovrebbe, perchè il decreto Letta non finanzia la proroga: intanto Regioni, Comuni e ministeri possono prolungare i contratti, dei soldi si parlerà  nella legge di Stabilità , in autunno.
La platea, ovviamente, non tiene conto dei 203 mila precari della scuola, che rispondono a regole diverse.
Iva e esodati.
Niente su questi due capitoli, per affrontare i quali non bastano sospensioni o proroghe: servono soldi veri.
L’aliquota al 21 per cento dell’imposta sul valore aggiunto dovrebbe aumentare di un punto dal primo luglio.
Gettito previsto: 2,1 miliardi nel semestre (4,2 a regime).
Nulla anche per chi è rimasto fuori dalla platea dei circa 130 mila esodati “salvaguardati”. Forse per loro la soluzione potrebbe arrivare dalla mini-riforma delle pensioni a cui pensa il ministro Giovannini: ci si potrà  ritirare prima del tempo, ma solo prendendo un assegno parecchio più basso.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL GIORNO IN CUI BERSANI NON RINUNCIO’ AL PRE-INCARICO

Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile

DAL COLLE NESSUN PASSAGGIO FORMALE PER REVOCARLO. LO STRANO BUIO IN CUI FINàŒ TUTTO

“Ho riferito a Napolitano il lavoro di questi giorni, che non ha portato a un esito risolutivo”. Era il 28 marzo, giovedì santo, quando Pier Luigi Bersani, nella Sala alla Vetrata del Quirinale, informava i giornalisti di non essere riuscito a trovare le condizioni per formare un governo.
Poche parole, la postura curva, un’espressione scurissima. Raggelata.
Nessuna domanda consentita. Un minuto dopo usciva il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra: Napolitano si è riservato di “prendere senza indugio iniziative che gli consentano di accertare personalmente gli sviluppi possibili”. Un’altra comunicazione secca. Nessuna apparizione di Napolitano.
Subito dopo una nota dell’ufficio stampa del Pd: “Bersani non ha rinunciato”.
Mai uscita di scena fu più confusa, più sfumata, più sfilacciata.
Bersani resta lì, con il suo pre — incarico ad aspettare.
Il giorno dopo Napolitano fa le sue consultazioni lampo. In serata vede la delegazione del Pd: Enrico Letta, nella veste di vice — segretario, e i capigruppo, Zanda e Speranza.
Chi c’era racconta che in quel colloquio del segretario congelato nessuno fece cenno. Nessuno chiese e nessuno chiarì quali dovevano essere le sorti di Bersani.
Alla fine della giornata, Napolitano non esce. Deve riflettere, fa sapere l’ufficio stampa. Comincia così una delle lunghe notti che hanno portato alla sua rielezione.
In tarda serata dal Quirinale vengono fatte trapelare voci sulle sue dimissioni.
La drammatizzazione della crisi è ai livelli massimi.
Si diffonde anche la notizia di una telefonata di Draghi.
Poi, nella tarda mattinata del sabato santo esce nella Sala alla Vetrata, più vispo di prima: “Posso fino all’ultimo giorno concorrere almeno a creare condizioni più favorevoli allo scopo di sbloccare una situazione politica irrigidita” . Non se ne va.
E dunque, nel frattempo va bene il governo Monti.
Poi, via con la nomina dei saggi. Quelli che di fatto scrivono il programma del governo oggi presieduto da Letta.
Su Bersani, ancora una volta, neanche una parola. Nè tanto meno un passaggio formale.
L’ex segretario del Pd ieri smentisce la notizia riportata dal Fatto del colloquio in cui D’Alema gli suggerì di farsi indietro a favore di Rodotà  premier.
Notizia ripresa dall’Unità .
Dice Bersani: “Non si capisce come possa circolare la notizia a proposito di un mio rifiuto dell’ipotesi di Rodotà  premier che mi sarebbe stata proposta. È un passaggio che non è mai esistito. Ho sempre detto che non avrei mai impedito la nascita di un governo di cambiamento se l’ostacolo fosse stato il mio nome ”.
Affermazioni generiche: del colloquio con D’Alema non fa cenno.
Piuttosto che smentire, Bersani potrebbe spiegare che cosa successe davvero in quei giorni.
Perchè non gli venne mai revocato il preincarico? Quali erano davvero gli accordi presi con Napolitano? Un mistero, uno dei tanti.
Commenta Arturo Parisi: “Non ci fu nulla di normale in quei giorni”.
Neanche il 22 marzo, in occasione del pre-incarico, i passaggi erano stati rituali. Era uscito prima Marra con il comunicato, poi lo stesso Napolitano, a specificare i confini entro cui il governo si poteva o non si poteva fare.
Con specifico riferimento alle “larghe intese” troppo difficili: un ammissione con rimpianto.
E dopo? Nulla di tutto questo.
Commentò Stefano Ceccanti, costituzionalista vicino al Presidente in un tweet: “Il bilancio delle consultazioni porta con sè in modo chiaro il dichiarare esaurito il pre-incarico di Bersani, sia pure implicitamente”.
Spiega adesso: “La nomina dei saggi di fatto fu il superamento di Bersani”. Di fatto.
Ma possibile che in passaggi istituzionali così delicati ci possano essere situazioni “di fatto”?
Racconta chi ha vissuto da protagonista quella fase che tutto rimase nel non detto e nell’ambiguità .
Una sorta di via d’uscita che voleva essere “onorevole” per Bersani. I fedelissimi dell’ex segretario oggi dicono che “forse” Napolitano telefonò all’altro.
“Forse”. Ma forse non ci furono neanche comunicazioni confidenziali chiare tra i due. Fatto sta che sia l’ex leader democratico che i suoi fedelissimi si mossero nella convinzione che un governo con Bersani premier fosse ancora possibile.
E con questo obiettivo cercarono di eleggere un Presidente che potesse conferirgli un altro incarico. O confermargli quello mai ritirato .
Nella storia della Repubblica italiana c’è un unico precedente: il pre-incarico dato da Scalfaro a Romano Prodi, dopo che il suo governo era caduto per mano di Bertinotti.
Fu lo stesso Prodi a rinunciare: “Non ci sono le condizioni”.
E toccò a D’Alema.
Affermazioni chiare, passaggi definiti. Nel non detto del Presidente e dell’ex segretario si consumò la rottura del Pd durante l’elezione del Colle.
Il finale è noto. Bersani in ginocchio da Napolitano per pregarlo di accettare la rielezione e la condizione posta dall’altro: il governo di larghe intese.
Quello che il Colle voleva dall’inizio.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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