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RENZI, ULTIMATUM A LETTA: “TRE CONDIZIONI PER FAR DURARE IL GOVERNO O IL PD USCIRA’ DALLA MAGGIORANZA”

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA A “REPUBBLICA” CHE FA DISCUTERE: RENZI METTE PALETTI SU RIFORME, LAVORO ED EUROPA… “NOI ABBIAMO 300 DEPUTATI, ALFANO 30”

Un patto con Letta per arrivare al 2015. Con tre punti qualificanti: riforme, lavoro ed Europa. Ma se il governo non realizzerà  questi obiettivi, allora il Pd “separerà  il suo destino da quello della maggioranza”.
Matteo Renzi pianta i suoi paletti. Il sindaco ricorda che l’esecutivo è sostenuto in primo luogo dai democratici e l’agenda per il 2014 deve essere concordata in primo luogo con loro. Alfano si deve adeguare: “Ha trenta deputati, noi ne abbiamo trecento. Se non è d’accordo, sappia che poi si va a votare. Io non ho paura delle elezioni, lui sì”.
Il 9 dicembre farà  cadere il governo?
“Macchè, sarà  l’occasione per risolvere i problemi. Se non lo si fa, siamo finiti”.
Nel senso che Letta sarebbe finito?
“Nel senso che all’opposizione c’è una tenaglia composta da Berlusconi e Grillo. E il Cavaliere la campagna elettorale la sa fare. Se il governo è tentennante, la nostra marcia verso le elezioni si trasformerà  in un corteo funebre. Dobbiamo cambiare verso”.
Come?
“Napolitano ha chiesto a Letta di tornare alle Camere. Non è un passaggio scontato, ma politico. Deve ridisegnare il suo programma. E Letta deve sapere che il suo esecutivo ora è incentrato sul Pd. Ha cambiato forma, le larghe intese originarie non ci sono più”.
Queste sono parole non fatti
“Il fatto è che il Pd ha trecento deputati e Alfano ne ha trenta. Con tutto il rispetto per Scelta Civica e per il Nuovo centrodestra, il governo sta in piedi grazie a noi. Alfano dice che può far cadere Letta. Bene, così si va subito al voto. Io non ho paura. Lui sì. Perchè sa che Berlusconi lo asfalta”.
Ma lei è sicuro che tutti e trecento la seguiranno?
“Le cose da fare le decideranno gli italiani che parteciperanno alle primarie. Difficilmente qualcuno si tirerà  indietro. Ma se c’è chi punta a spaccare il gruppo, sappia che la conseguenza saranno le elezioni anticipate”.
E allora lei come pensa di utilizzare tutta questa forza?
“Aspettare l’8 dicembre per la verifica di governo non è stata una concessione. Chi vince impone la linea. Saremo leali ma conseguenti. Offro una disponibilità  vera, un patto di un anno. E quindi proporremo tre punti che noi consideriamo ineludibili”.
Cioè?
“Nessuno ha la bacchetta magica. Per il Pd il 2013 è stato l’anno della pazienza e della responsabilità . Il 2014 deve essere quello del coraggio e delle decisioni. Il primo punto che porremo saranno le regole del gioco. Si mandino in pensione i saggi che vanno in ritiro a Francavilla e la proposta di modifica dell’articolo 138. Il ministro Quagliariello ha presentato una proposta per il superamento del bicameralismo. Io dico: niente scherzi. Il Senato non ha bisogno di arzigogoli, lo si azzera e diventa la Camera delle Autonomie locali. Aboliamo enti inutili come il Cnel, rivediamo il Titolo V della Costituzione. Non servono i saggi per questo, ma le centinaia di migliaia di persone che voteranno nei gazebo”.
E secondo lei la gente che va a votare nei gazebo è interessata alla Camera delle Autonomie?
“Se riusciamo a fare quel che ho detto e a metterlo in cantiere prima delle europee, si può risparmiare un miliardo. Cinquecento milioni li mettiamo sulla tutela del territorio e altri 500 a favore della disabilità . A queste cose la gente è interessata”.
Nel pacchetto entra anche la legge elettorale?
“Certo. Va bene qualsiasi riforma. Purchè si faccia e purchè garantisca il bipolarismo e la governabilità “.
Le va bene anche il Super-Porcellum?
“E no. Chi vince, deve vincere. Chi vince, governa 5 anni senza inciuci”.
Il Mattarellum?
“Ma deve essere corretto. Quel 25% di recupero proporzionale deve diventare un premio di maggioranza”.
Qual è il secondo paletto che vuole piantare?
“L’economia. Partiamo dal “Job act”. Semplificazione delle regole nel lavoro, garanzie a chi non ne ha. Aumentare la capacità  di attrarre investimenti stranieri. La disoccupazione non fa più notizia, ma noi siamo il partito del lavoro. Costringere sindacati e Confindustria a fare rappresentanza e non a occuparsi di formazione professionale”.
Ecco un nuovo attacco alla Cgil.
“Ma la parte più seria è già  uscita da quel settore. Certo, anche loro devono cambiare. Ogni volta che in tv trasmettono una riunione a Palazzo Chigi nella sala Verde con 40 sindacalisti e imprenditori, aumenta dell’0,1% l’astensionismo”.
La formulazione della nuova Imu va cambiata?
“Con i comuni hanno fatto un pasticcio, siamo alle barzellette. Capisco quei sindaci che hanno messo in bilancio certe risorse e ora il governo gliele leva. Ma non c’è dubbio che chi ha una casa grande e bella debba pagare di più di chi ne ha una piccola e brutta. La verità  è che hanno fatto una gigantesca ammuina per accontentare Brunetta”.
La farebbe una patrimoniale?
“Ora sarebbe un errore politico, le tasse vanno abbassate non aumentate. La si può chiedere solo dopo che la Pubblica Amministrazione ha dato il buon esempio. Poi, però, c’è il terzo punto”.
Ossia?
“L’anima del Paese. Letta vuole gestire il semestre europeo, allora si diano contenuti. Spendiamo meglio i fondi comunitari. Investiamo anche su scuola, immigrazione e diritti”.
Intende diritti civili?
“Guardi, io sono tra i più prudenti nel mio partito. Ma le Unioni civili e la legge contro l’omofobia non sono più rinviabili”.
In sostanza lei propone un patto a Letta e Alfano ponendo queste tre condizioni.
“Ad Alfano no. Ripeto noi siamo trecento, loro trenta. Mica ce l’ha ordinato il dottore di stare insieme”.
Insomma il vicepremier si deve adeguare.
“Se ha proposte migliorative… ma non è che non trattiamo più con Berlusconi e ci mettiamo a mediare con Formigoni e Giovanardi. Alfano ha chiesto tempo per superare il problema Berlusconi. Va bene, ma se si risolvono i problemi del Paese. Non è importante chi segna il goal, ma vincere la partita. Insomma, ci devono essere i fatti. Ora si deve salvare il Paese”.
Il Nuovo centrodestra chiede la riforma della giustizia.
“Sarebbe un bene. Ma non mi pare che ci siano le condizioni. E comunque la nostra riforma della giustizia sarebbe molto diversa dal Lodo Alfano”.
Può essere utile un rimpasto per sancire la nuova fase?
“A me interessa che le cose si facciano”.
Quindi si voterà  nel 2015?
“Letta e Napolitano hanno fissato quella data. Ma se nel 2014 non si fanno queste cose, ci portano via di peso. La sinistra è finita e vincono Berlusconi e Grillo”.
Al contrario, se si fanno quelle cose qualcuno le potrebbe dire di far slittare il voto al 2016.
“Se si porrà  il problema, lo discuteremo. Per me si vota nel 2015. Ma insisto: questa è la volta buona che ci si arriva avendo realizzato la riforma elettorale e tutto il resto. Altrimenti il Pd non potrà  che separare il suo destino da quello di questa maggioranza”.
Cioè lei aprirebbe la crisi?
“No, io voglio aprire i cantieri per dare lavoro. Ma se si va a votare ci deve essere un Pd forte”.
Dovrà  fare i conti anche con Napolitano. Il presidente della Repubblica spesso ha coperto Palazzo Chigi con il suo ombrello istituzionale.
“Il capo dello Stato fa bene il suo ruolo. Ma nel rispetto dei ruoli, mi limito a far presente che un Pd forte fa bene anche alle Istituzioni”.
Tra una settimana le primarie. Ha paura di un flop astensionismo?
“Andranno a votare meno persone rispetto all’ultima volta. l’astensionismo cresce nel Paese e cresce nel Pd. Ma se anche andasse a votare un milione di persone, sarebbero le primarie più grandi d’Europa. Non nascondo che sarebbe bello arrivare a due milioni. per questo sabato metteremo 1000 tavolini in mille piazze italiane. Diremo che stavolta si può voltare pagina”.

Claudio Tito
(da “La Repubblica”)

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LA CADUTA DELL’UBIQUO COTA: IL SOGNO DELLA MACRO-REGIONE INFRANTO NELLA GRANDE ABBUFFATA

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

SCONTRINI E RIMBORSI AFFONDANO IL MODELLO LEGHISTA

Gli esegeti ancora s’interrogano, a quattro giorni di distanza dal fattaccio, su quale sia stato il passaggio dell’intervento di Mercedes Bresso che ha scatenato l’ira del consigliere dei Fratelli d’Italia Franco Maria Botta, figlio di Giuseppe, capocorrente della Dc torinese negli anni della Prima Repubblica.
Il Botta figlio (nomen homen) si è avventato sul microfono della Bresso, prontamente bloccato dai colleghi prima che il parapiglia si concludesse con la generale caduta a terra, plastica rappresentazione del livello raggiunto dall’istituzione regionale complessivamente intesa.
È il crollo del mito del Territorio, la fine dell’idea ingenua che per il solo fatto di essere lontani da Roma si diventa onesti.
E invece, nella terra del leghista Roberto Cota, si scopre che il palazzo della Regione è solo un bonsai della Montecitorio degli anni peggiori.
Dalla macro-regione del Nord alla mega-abbuffata.
Chissà  che cosa avrebbe pensato, nel momento della fatidica caduta dopo la baruffa sabauda, il Botta padre, buonanima. Uomo d’altri tempi, quando i notabili democristiani venivano accusati di corruzione perchè prendevano le mazzette dai signori dell’autostrada di Aosta.
Del figlio sappiamo invece che è accusato di aver speso il denaro del contribuente principalmente a tavola e che ama il pesce.
In due anni s’è letteralmente mangiato 41mila euro, 56 al giorno, al ristorante «La Gola», uno dei sette peccati capitali.
Quando nella campagna elettorale del 1948 il Pci accusava la Dc di sperperare il denaro pubblico, scriveva sui manifesti “Via il regime della forchetta” ma tutti sapevano che si trattava di una metafora.
Nella Prima Repubblica, si lucrava sulle grandi infrastrutture: il reparto alimentari era considerato disonorevole. Nel febbraio del 1968 il sindaco democristiano di Torino, il professor Giuseppe Grosso, ritirò le deleghe al suo assessore al personale perchè non lui ma il segretario aveva accettato tre forme di provolone da un padre riconoscente per l’assunzione del figlio.
Oggi invece Giuseppe Novero, consigliere leghista, detto «barba Toni», zio Toni, resiste imperterrito sul suo scranno anche se è accusato di aver acquistato con il denaro pubblico notevoli quantitativi di gorgonzola.
Repubblica che vai, formaggio che trovi
Lo stupidario delle spese pazze del Piemonte è bipartisan con la vistosa eccezione del gruppo del Pd, non si sa se perchè davvero più onesto degli altri o se dotato di una segreteria amministrativa più efficiente.
Plausibilmente sono valide ambedue le spiegazioni. «La realtà  – dice una fonte interna – è che il gruppo del Pd è formato da gente con una certa esperienza». Accade che i neofiti siano ingenui. Andrea Stara, infatti, eletto nel gruppo di Mercedes Bresso e un passato nei Comunisti Italiani, non sa come sia possibile che per la sua attività  politica la collettività  abbia dovuto acquistare un tosaerba, una sega circolare e i Dragon Ball.
Disboscare gli antichi privilegi della casta è certamente un’opera meritoria ma non era questo il senso dell’espressione. In ogni caso il consigliere Stara dice di non sapersi spiegare l’accaduto (che è effettivamente abbastanza inspiegabile).
Se ne deduce che ha acquistato una sega circolare a sua insaputa
Triste è il destino dell’avvocato Roberto Cota, il leghista dal volto umano che presiede la giunta.
Nel 2010 era calato a Torino dalla fatal Novara per far assaggiare ai rammolliti salotti torinesi la rabbia della provincia gonfia di rancore. Non gli è andata bene.
Ancor prima che fosse certificata la truffa della lista di pensionati che lo fece vincere senza averne i requisiti (una storia di firme false) è andata in crisi la sua operazione politica.
Il primo assessore alla sanità  è stato travolto da uno scandalo con incredibile velocità . Al suo posto Cota ha sistemato un manager Fiat, il novarese Paolo Monferino. Animato dalle migliori intenzioni, Monferino ha resistito fino al marzo scorso quando è stato sbalzato di sella come il cowboy nel rodeo, per l’evidente impossibilità  di portare a termine la sua riforma. Non è la stessa cosa costruire i camion all’Iveco o organizzare l’acquisto delle flebo: la politica è un mestiere.
Rimane il buco nel bilancio, eredità , a dire il vero, di una lunga gestazione, iniziata negli anni delle giunte a guida Dc, proseguita con gli scandali della giunta del forzista Enzo Ghigo, transitata senza sensibili miglioramenti per la giunta di sinistra di Mercedes Bresso e miseramente schiantatasi con l’amministrazione Cota.
«In tre anni il federalismo in versione leghista ha fatto salire l’indebitamento da 4,5 miliardi a oltre 9», spiega il capogruppo del Pd, Aldo Reschigna.
Altro che Roma ladrona. Il biellese Quintino Sella piangerebbe di disperazione scoprendo che mentre cresceva un simile buco, l’assessore leghista al bilancio, Giovanna Quaglia, acquistava tisane e cappotti a spese del contribuente.
Così, sull’onda dello scandalo, il centrosinistra piemontese, sconfitto nel 2010, prepara la riscossa e tenta la spallata con le annunciate dimissioni di massa.
Ieri 170 esponenti delle istituzioni locali hanno chiesto il ritorno in campo di Sergio Chiamparino, oggi alla guida della Compagnia di San Paolo.
Il governatore, invece, si dice «sereno» e, naturalmente, scarica sulla segretaria.
Cota appoggia Matteo Salvini nella gara in discesa alla conquista della segreteria leghista. Ma il sostenuto non sembra apprezzare: «Cota? Lo stimo. Le mani sul fuoco ho smesso di metterle quando avevo sei anni, la volta che il mio migliore amico mi rubò il pallone». Un trauma.
Si ruba anche al Nord. E fin dalla più tenera età .

Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)

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IL PAPA’ GIRA IN FERRARI, MA PER L’UNIVERSITA’ E’ POVERA

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

ROMA, SEI STUDENTI SU DIECI MENTONO SUL REDDITO PER OTTENERE BORSE DI STUDIO E TRASPORTI GRATUITI

La studentessa col papà  che gira in Ferrari ma dichiara 19mila euro di reddito lordo.
La ragazza che “dimentica” un tesoretto familiare da 600mila euro e ne denuncia appena 14 mila all’anno.
La laureanda con villa e piscina annessa (tra l’altro: non risultava neanche al catasto) che si fa passare per indigente e presenta una dichiarazione da circa 5mila euro.
Sono soltanto i casi più eclatanti ma la bugia, tra gli universitari romani, sembra diventata la regola.
Tutti a mentire, nascondere, ridimensionare proprietà  e conti in banca per accaparrarsi borse di studio, alloggi, mensa e trasporti gratuiti o facilitati e altre agevolazioni.
Furbetti di oggi che rischiano di diventare i grandi evasori di domani. Un malcostume purtroppo dilagante, stando ai controlli delle Fiamme Gialle in collaborazione con gli atenei romani e la regione Lazio. I dati sono sconcertanti: il 62 per cento delle autocertificazioni Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) sono bugiarde
Qualcuno si è aggiudicato un taglio della retta fino a 1.700 euro, qualcun altro una borsa di studio di 26mila euro. Falsi poveri con la laurea in frode fiscale. E qualcuno ha indetto addirittura uno sciopero della fame contro le multe da 5mila euro che sarebbero state inflitte per un errore del sistema elettronico.
Cifre che fanno riflettere. Nel 2013 i militari del generale Ivano Maccani, comandante provinciale della Guardia di finanza, hanno passato al setaccio 546 fascicoli scoprendo ben 340 irregolarità . Su un totale di quasi 196mila iscritti ai tre atenei capitolini, l’83 per cento ha presentato la richiesta per le facilitazioni (corredata di una documentazione che, spesso, è stata smentita dagli accertamenti) e, di questi, il 16 per cento è stato inserito nelle prime tre fasce di reddito «protette ».
Tanto per dare un’idea, la studentessa con villa è piscina si è trovata catapultata, dopo le verifiche delle Fiamme Gialle, dalla prima alla sessantesima fascia.
«Chi si appropria di benefici a cui non ha diritto ruba gli aiuti a chi ne ha bisogno», ricorda Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio. «I dati sono sconcertanti ma dimostrano che qualcosa si può fare. Viviamo in una regione che, negli ultimi anni, ha ridotto il diritto allo studio: a giugno non erano state neanche state saldate le borse di studio del 2009, ma nel 2014 saremo in pari coi tempi».
Ai controlli non sfuggono gli studenti stranieri: su circa 7mila iscritti, il 90 per cento ha fatto richiesta dei benefici e, tra questi, il 15 per cento ha dichiarato un reddito inferiore ai mille euro. Luigi Frati, il rettore della Sapienza, delinea uno squarcio di speranza: «Nel 2009 alla nostra università  c’era il 25 per cento di evasione. Ora su 20mila controlli effettuati nel 2012, sono saltati fuori appena 114 casi, meno dell’uno per mille. Le sanzioni sono salate e voglio che sia chiara una cosa: non ci saranno condoni»
I controlli della Finanza non sono casuali ma mirati e scattano dopo un lavoro di verifiche incrociate sulle banche dati: università , catasto, anagrafe tributaria. I “furbetti” sono avvertiti.
E, nel frattempo, le Fiamme gialle continuano a lavorare anche sugli affitti per studenti in nero. Tra pochi giorni un camper delle Fiamme gialle inizierà  a girare negli atenei per raccogliere le denunce.
Chi smaschera un padrone di casa disonesto verrà  premiato: potrà  pagare un canone basato sulla reddita catastale e risparmiare il 60 per cento della spesa.

Massimo Lugli
(da “La Repubblica“)

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“BERLUSCONI PAGO’ I TESTIMONI”: PER I GIUDICI DEL RUBY BIS DEVE ESSERE INDAGATO PER CORRUZIONE

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

“HA DATO I SOLDI AI TESTIMONI PER MENTIRE”….”IL PAGAMENTO MENSILE DI 2.500 EURO A SOGGETTI CHE DEVONO TESTIMONIARE IN UN PROCESSO DOVE CHI ELARGISCE LA SOMMA E’ IMPUTATO E’ UN FATTO ILLECITO E UN INQUINAMENTO PROBATORIO”

Per i giudici di Milano i dubbi sono pochi e le prove sono tante.
Berlusconi, questo dice la quinta sezione penale, ha tentato di inquinare i processi che riguardavano Ruby Rubacuori. Ha pagato o manipolato i testimoni. Voleva raccontassero in aula una montagna di bugie, quindi la procura deve intervenire su quest’uomo — attenzione — «gravemente indiziato».
Deve procedere — e il fascicolo toccherà  al procuratore aggiunto Ilda Boccassini per i reati di corruzione giudiziaria, per rivelazione di atti segreti, per falsa testimonianza.
E deve coinvolgere nell’inchiesta penale le varie pedine, avvocati compresi, che l’ex presidente del consiglio ha sacrificato e sta sacrificando nella sua partita, disperata e perdente.
TRENTATRÈ INDAGATI
I tre condannati di ieri rappresentano «il passato». Si spiegano i sette anni sia il «burattinaio» Emilio Fede, sia il suo «compare» Lele Mora, perchè «intrattenevano rapporti finalizzati a selezionare e procurare» come dicevano, nel linguaggio criptico, «i programmi», e cioè le ragazze, «che piacevano» al produttore, cioè a Berlusconi.
I giudici condannano a cinque anni Nicole Minetti, l’ex consigliere regionale, «favoreggiatrice della prostituzione altrui», e molto attiva su vari fronti, spogliarelli compresi, per un mix di «fiducia-amicizia-interesse amore (?)» verso Berlusconi.
Ma tutto ciò che li riguarda è stra-noto, già  esaminato: quello che importa di più di questa sentenza è il futuro, perchè manda in procura «gli atti» che riguardano 33 persone.
E a parte Berlusconi, «l’utilizzatore finale del sistema prostitutivo», ci sono ben tre avvocati, e cioè Niccolò Ghedini, Pietro Longo, Luca Giuliante.
Poi diciannove ragazze, che hanno preso soldi e si sono «vendute» al cliente, ma l’hanno negato in aula. Nonostante le sei testimoni delle feste a luci rosse siano state esplicite, ci sono persone, dal giornalista Carlo Rossella al cantante di strada Mariano Apicella, che sembravano vivere ad Arcore con il paraocchi. Un quartetto, infine, composto da Ruby, il suo povero papà , il convivente Luca Risso, la sua ex fidanzata Serena Facchineri, che «fiutano » l’affare e bussano a quattrini.
I FALSI TESTIMONI
La versione «cene eleganti» si è già  sgretolata nelle aule dei due processi innescati da Karima El Mahroug detta Ruby. Ma è in quest’ultimo, sul «sistema prostitutivo di Arcore», le ragazze hanno potuto parlare di più.
In che modo? Tantissime, nonostante il vocabolario da favelas, usavano la ricercata espressione «cene conviviali». Dicevano bugie simili, ma ogni volta che si entrava nei dettagli, notano i giudici, si contraddicevano. Ioana Visan, detta Annina, dimenticando di dover parlare di «burlesque», ha detto «Pigalle», e, ignorando che fosse un quartiere di Milano, lo descriveva come «un balletto molto carino».
Per Barbara Faggioli il bunga bunga diventa «un salottino ». Però, come s’è lasciata sfuggire una, ballavano «rimanendo in intimo, cioè reggiseno e mutande». Dov’è dunque l’eleganza berlusconiana?
QUEI SEIMILA EURO
Roberta Bonasia, la porno-infermiera spedita da Lele Mora anche in Sardegna, è una che «nega di aver mai dormito ad Arcore e di aver ricevuto denaro».
I giudici in poche pagine distruggono radicalmente, e senza scampo, la sua versione fasulla. E siccome notano che, come lei, nessuna ragazza affronta davanti al collegio il binomio sesso&denaro, ricordano una sfilza di parole pronunciate lontano dall’aula giudiziaria, sotto intercettazione: «Cinque, più quell’altri mille, quindi sei», diceva una, soddisfatta del compenso. Molto più di Marysthelle Polanco, finita al ribasso: «(Berlusconi) mi ha abbassato di mille euro, cavolo, mi sta dando 4mila, ultimamente». «Amò, io non voglio andare là  gratis», dice Iris Berardi a Aris Espinoza, che risponde: «Lo so, amò, nessuno».
E siccome «c’era poca benzina», tante vogliono fermarsi per la notte, perchè quella è — parole di Nicole Minetti — «la botta grossa».
LE PARTI CIVILI
Berlusconi, che appare come «il mattatore » delle serate hard, in realtà  viene costantemente munto. Queste diciannove lo sanno bene: ma mentono nonostante siano smentite anche da varie testimoni dirette. Tra le quali le parti civili Ambra Battilana, Chiara Danese e Imane Fadil.
La loro sofferenza, per essere entrate in quel tipo di serata («Dobbiamo darla?»), è evidente ai giudici, che infatti prevedono un «riconoscimento del danno », da liquidarsi in sede civile da parte dei tre condannati.
Tante frasi restano dello stile delle serate: «Roba sana, roba di prima qualità », così definiva Mora le giovanissime Ambra e Chiara, che Berlusconi chiamava a sua volta «bambine».
Quanto a Fede, i giudici lo bacchettano per come, uno come lui, parla della sua amica Imane Fadil: «Vorrei fargli capire che non è la mia donna, capito? Frega un cazzo a me, hai capito?», perchè tutto fa brodo per servire Berlusconi.
LE DATE DI RUBY
È in questo contesto («il puttanaio»), che arriva Ruby: la quale, secondo l’ex direttore del Tg4, «puzzava di lepre». Ma, stando ai giudici, sapeva fare i conti, visto che, in una telefonata a Luca Risso, parla di «Gesù» (Berlusconi) e della sua capacità  economica, che gli avrebbe permesso «di pagare persone per smentire».
Una frase utile ai magistrati: «l’intera vicenda — scrivono — può trovare spiegazione solo se finalizzata ad occultare la vera natura delle relazioni intercorse tra Karima e l’ex premier».
Anzi, ripercorrendo le tante bugie dell’ex minorenne scappata di casa, spiegano che «in un diverso sistema processuale — si legge così nella sentenza firmata Annamaria Gatto, Manuela Cannavale e Paola Pendino — la condotta serbata in udienza dalla teste sarebbe ritenuta oltraggio alla corte».
In America, insomma, Ruby sarebbe già  dietro le sbarre. Da sola?
AVVOCATI O COMPLICI?
«Le motivazioni della sentenza Ruby bis per quanto attiene l’asserita attività  di inquinamento probatorio, sono totalmente sconnesse dalla realtà  e dai riscontri fattuali», contrattacca ieri il tandem difensivo Ghedini-Longo.
Ma promuove ancora una linea difensiva, appiattita sul ritornello «sono solo cene eleganti», che è già  stata sconfitta. Infatti, i giudici ricordano che il 14 gennaio 2011 Barbara Faggioli, fedelissima di Berlusconi, fa partire una catena di convocazioni: «Mi ha chiamato il presidente adesso, da un numero sconosciuto, eh (…) siccome lui ha un incontro con gli avvocati».
Questa convocazione di ragazze sottoposte a perquisizione era per il pubblico ministero Antonio Sangermano «un’anomalia». Per i giudici — visto che non c’è un verbale, ed è stato un incontro collettivo di testimoni, che poco dopo cominciano ad essere pagati con almeno 2mila 500 euro al mese — comunque non «non può essere ritenuta (…) legittima o rientrante nei diritti della difesa (…)». Anzi, «è un fatto illecito. Un inquinamento probatorio».
QUANDO RUBY PARLO’
C’è un terzo avvocato a rischio.
Ruby, ancora minorenne, tra il 6 e il 7 ottobre 2010, viene convocata Milano da Luca Giuliante, penalista e politico di Forza Italia. Anche qui, zero verbali. Zero rispetto delle procedure. E una decina di giorni dopo, ecco Nicole Minetti che chiama Marystele Polanco: «’sta stronza della Ruby (…) ci ha sputtanato (…) vado da quello che la segue», e c’è — dice a Fede «da mettersi le mani nei capelli».
Tutto questo ben prima che il 28 ottobre Repubblica renda nota l’espressione più cliccata del 2010, «bunga bunga». Questi i fatti e, adesso, come insegnava Giovanni Falcone, «Follow the money», segui il denaro: può fare e far fare altrimenti il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, a Milano?

Piero Colaprico
(da “La Repubblica”)

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“HOTEL DI LUSSO E CESTINI NATALIZI”: INCHIESTA SUI 2 MILIONI DI EURO SPESI DAGLI EX CONSIGLIERI PD IN RAGIONE LAZIO

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

FINORA ERA FINITO INDAGATO SOLO IL TESORIERE DEL GRUPPO

Una fattura in cui il 3 di 3.000 euro si trasforma magicamente in un 8.
Ricevute di un hotel quattro stelle di Rieti datate gennaio 2011 che avevano come giustificativo “Presentazione del libro di Reichlin”, evento avvenuto tre mesi prima (22 ottobre 2010).
Scontrini da 1.200 euro per le bevande consumate in due giorni al convegno «La politica agricola del Pd».
E ancora, cesti natalizi, contributi a giornali, tv locali e associazioni.
Quasi a scoppio ritardato, oltre un anno dopo la caduta della giunta Polverini e gli arresti dei capigruppo Pdl e Idv, Franco Fiorito e Vincenzo Maruccio, la procura di Rieti accende un faro sulla gestione dei contributi al gruppo del Pd alla Regione Lazio nella legislatura 2010-2012.
Più di 2 milioni di euro ricevuti nel 2011 sui quali stanno indagando gli uomini del nucleo tributario della finanza di Rieti che sono tornati la scorsa estate a bussare alle porte del Consiglio regionale.
L’ultima visita è della scorsa settimana: le Fiamme gialle hanno chiesto l’inventario dei beni del Pd per capire se cellulari e iPad acquistati con i soldi pubblici fossero stati tutti restituiti dai consiglieri decaduti.
Nessuno di loro è stato ricandidato in Regione ma gli echi della passata legislatura non si sono ancora spenti.
Ed è solo una coincidenza se nel giorno in cui anche la Corte dei conti torna indietro a quegli anni con giudizi severissimi («La Regione Lazio è stata per 10 anni un ente insolvente, chiudendo il 2012 con un buco di 4 miliardi») emerge la notizia dell’indagine di Rieti.
Mentre i magistrati contabili sollevano la questione di legittimità  costituzionale di tutte le leggi che, a partire dal 1997, hanno reintrodotto il finanziamento pubblico ai partiti abolito col referendum del 1993, l’inchiesta reatina promette sviluppi «a stretto giro».
Per il momento, l’unico indagato è l’allora tesoriere del gruppo Pd, Mario Perilli, ma le verifiche sono su tutte le spese dei 14 ex consiglieri Pd.
Falso e peculato i reati ipotizzati. Insieme a lui, nell’informativa che la Guardia di finanza a giorni consegnerà  al procuratore capo Giuseppe Saieva, ci sono i nomi di altri tre ex consiglieri regionali – Enzo Foschi, attuale capo segreteria del sindaco di Roma Ignazio Marino, Esterino Montino, sindaco di Fiumicino e Giuseppe Parroncini – e di altre dieci persone tra commercianti, ristoratori e imprenditori.
Gli ex consiglieri citati si difendono: «Abbiamo agito sempre in trasparenza».
A parte Perilli, nessuno dei nomi che compaiono nell’informativa è, almeno per ora, iscritto nel registro degli indagati.
L’inchiesta ha preso le mosse all’inizio dell’anno, dopo la denuncia di Gianfranco Paris, avvocato reatino, candidato alle regionali del 2010 con la Lista Bonino- Pannella che, sul suo blog, aveva pubblicato una lista molto circostanziata sulle spese del gruppo Pd in Regione, e in particolare su quelle di Perilli, sindaco di Fara Sabina (Roma) prima dell’incarico in Regione.
L’elenco riguardava spese sostenute nelle zone dove Perilli aveva ricevuto il maggior consenso elettorale: da Rieti a Passo Corese. Ci sono per esempio 6.000 euro liquidati all’associazione “Fara Music” nel gennaio del 2011 per l’organizzazione del convegno “Sviluppo del territorio e musei locali” o i 4.300 euro a uno studio fotografico di Passo Corese per l’organizzazione di un altro incontro del gruppo.
Non mancano poi i finanziamenti a giornali ed emittenti televisive: al Nuovo Paese Sera (dove per un periodo ha lavorato la figlia di Perrilli) il gruppo Pd ha versato 24mila euro.
Nella lunga lista sono finite anche le immancabili cene e pranzi elettorali: dall’enoteca “Tuscia” dove sono stati spesi 8.000 euro ai 9.800 nel ristorante “La Foresta” di Rocca di Papa.

Federica Angeli e Muro Favale
(da “La Repubblica“)

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E BERLUSCONI SPERA NELLA GRAZIA DI PUTIN

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

LE SETTE TIPOLOGIE DI GRAZIA SU CUI SI STA LAVORANDO

Scritta su pergamena con inchiostro di china e preziose incisioni ai margini, raffiguranti scene di vita curtense nel corso delle quattro stagioni.
Sarebbe questa l’ultima richiesta di Berlusconi per la sua grazia.
Ma dalle febbrili trattative in corso potrebbero emergere anche altre soluzioni. Vediamo quali.
GRAZIA INTERNAZIONALE
Lo staff del Cavaliere è certo di poter by-passare le lungaggini burocratiche e le assurde resistenze politiche che ostacolano, in Italia, il rilascio di quello che, dopotutto, è solo un pezzo di carta. A questo scopo è stata richiesta all’amico Putin la grazia russa, valida negli stessi Paesi (ormai 126) che riconoscono la patente di guida internazionale. Putin ha subito provveduto facendo dono all’amico Silvio di una dozzina di grazie russe ed ex sovietiche, alcune di notevole interesse storico, come le famose grazie post-mortem che Stalin amava far recapitare alle sue vittime e la grazia che lo stesso Putin ha venduto un paio di anni fa, per 10 milioni di euro, a un magnate suo rivale.
GRAZIA INFORMALE
I gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle, lavorandoci una settimana in seduta plenaria, hanno calcolato che tra carta, inchiostro, ore di lavoro dei funzionari, telefonate da e per il Quirinale, il provvedimento di grazia costerebbe tra i 90 e i 120 euro. Uno spreco vergognoso in tempi di crisi. Perchè perdere tempo e denaro? Cogliendo la palla al balzo, lo staff di Berlusconi ha proposto di risparmiare quel denaro adottando la “grazia informale”.
Mutuata dalle antiche trattative nelle fiere di bestiame, consiste in una vigorosa stretta di mano tra Napolitano e Berlusconi, seguita da un bicchiere di vino. «Tra gentiluomini le parole non servono», spiega l’avvocato Ghedini.
GRAZIA DIURNA
È la classica soluzione di compromesso, nel tipico spirito di collaborazione delle larghe intese. Il provvedimento di grazia varrebbe solo per il giorno, consentendo a Berlusconi di esercitare pienamente il proprio ruolo di leader, rientrando a Poggioreale dopo il tramonto. Un’ipotesi complicata dalla richiesta di Forza Italia di spostare Camera e Senato a Napoli, per evitare al Cavaliere di perdere tempo negli spostamenti e consentirgli la piena agibilità  politica.
GRAZIA A DISPENSE
È la soluzione proposta dal Pd. La grazia può essere concessa, ma deve uscire a dispense, in comodi fascicoli settimanali, in modo da dare il tempo di svelenire il clima.
Frutto della collaborazione tra Quirinale e Fratelli Fabbri editori, la grazia a dispense promette di diventare il classico caso editoriale. Corredata di belle immagini di Napolitano nei giardini del Quirinale e di Berlusconi tra i cactus di Villa Certosa, di fotografie aeree e di dettagliate piantine del palazzo presidenziale e della villa di Arcore, regala in allegato ben due collezioni di soldatini: i corazzieri con la caratteristica divisa e le olgettine senza.
Con l’ultimo fascicolo, in omaggio anche un flaconcino di cloroformio.
GRAZIA SECRETATA
Concederla, ma senza farlo sapere in giro, secretando subito il provvedimento, evitando così spiacevoli polemiche che finirebbero per ostacolare l’azione del governo.
È la soluzione proposta da Angelino Alfano, che però, mal consigliato dal suo staff, l’ha resa pubblica in un’affollata conferenza stampa.
GRAZIA RETROVERSA
È la soluzione proposta da Renato Brunetta. In questo caso sarebbe Berlusconi che concede la grazia a Napolitano, applicando un codicillo della legge Salica ritrovato dall’avvocato Ghedini nella celebre libreria Falsoni di Firenze, specializzata in volumi antichi contraffatti a regola d’arte.
Nel raro documento mostrato da Ghedini si può leggere: «Gratiando excellentissimo puote gratiare suo gratiatore, per divina voluntate, coram populo, sigillum virgatum, ex libris, de gustibus, alea jacta est, ecco tuttum».
Il documento è all’esame degli esperti, ma desta qualche sospetto l’inchiostro ancora fresco.

Michele Serra

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MA SILVIO BERLUSCONI PUÃ’ ESSERE ARRESTATO?

Dicembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

LE RISPOSTE TECNICHE SULL’IPOTESI DI ARRESTO

Può essere arrestato Silvio Berlusconi?
Le motivazioni del processo Ruby 2 riaprono la querelle. Il reato che gli viene contestato, la corruzione in atti giudiziari, è grave ed è punito fino a 12 anni, conta anche condanne eccellenti, una per tutte, quella di Cesare Previti. Ma, per dovere di cronaca, va detto che il primo a ipotizzare un suo arresto è stato proprio l’ex premier.
Quando, e perchè, Berlusconi ha evocato lo spettro delle manette?
Ha cominciato a parlare di una possibile ordinanza di custodia cautelare ai suoi danni quand’era ancora luglio, e la sentenza Mediaset era ben lungi dal materializzarsi. Però Berlusconi – come testimoniano numerosi retroscena politici sul suo stato d’animo – era già  in preallarme. Ovviamente, il tam tam è cresciuto di intensità  e di tono una volta che la sentenza di condanna è stata decisa e letta nell’aula Brancaccio della Suprema corte il primo agosto.
Esiste in via teorica, oppure esiste in concreto, la possibilità  che il Cavaliere venga davvero arrestato da una procura italiana?
La questione diventa mediaticamente delicata per la storia e il ruolo politico del personaggio Berlusconi. Se al suo posto ci fosse un qualsiasi peones del Parlamento ormai decaduto per la legge Severino o per un’interdizione definitiva dai pubblici uffici, il caso farebbe meno rumore e quindi non sarebbe una notizia. È un dato di fatto che la perdita dello status di parlamentare, dello scudo su arresti, intercettazioni, perquisizioni, fa diventare Berlusconi un cittadino come tutti gli altri soggetto a un possibile arresto, perquisizione, intercettazione.
Allora Berlusconi si può arrestare o no?
In termini astratti sì, ad esempio per un reato che avrebbe potuto già  commettere in passato, come quella presunta corruzione in atti giudiziari su cui i giudici chiedono alla procura di aprire un’indagine con un’imputazione già  scritta per Berlusconi e i suoi avvocati. Ma l’arresto potrebbe scaturire anche da un reato che finora non è stato scoperto, ma che potrebbe essere scoperto prossimamente.
Alla fine sarà  arrestato? In particolare rischia di esserlo a Milano per il reato di corruzione in atti giudiziari rilevato in entrambe le sentenze dei processi Ruby, nel Ruby 2 con un’indicazione precisa e puntuale?
Saranno i pubblici ministeri a decidere, ma informalmente si può già  anticipare questo: la procura di Milano, retta dal procuratore Edmondo Bruti Liberati, salvo che non si scatenino fatti nuovi, non sembrerebbe intenzionata ad emettere una misura carceraria. A tutti i cronisti che glielo hanno chiesto – e glielo chiedono in continuazione ormai da mesi – il famoso ex presidente dell’Anm che gestì ben 4 scioperi contro l’allora governo Berlusconi e contro il Guardasigilli leghista Roberto Castelli, ha fatto intendere che un arresto simile non sta nè in cielo nè in terra. Risposta che, sfidando la collera di Bruti, si potrebbe anche virgolettare.
Il no all’arresto è sicuro al 100 per cento?
Uno spiraglio d’arresto, ovviamente, non si può negare, pur se remoto. Lo si cita, anche qui, solo per dovere di cronaca. In un’inchiesta per corruzione in atti giudiziari, reato assai grave e gravemente punito, è evidente che il pericolo di un ulteriore inquinamento delle prove potrebbe determinare una misura cautelare. Ma da qui a dire che Berlusconi sarà  arrestato ce ne corre. Siamo solo nel campo delle ipotesi giuridiche. Va detto, sul piano del politically correct, che prima di arrestare uno come Berlusconi, in una situazione come quella che si è determinata dopo la sua decadenza da senatore, un pm necessariamente ci penserà  una dozzina di volte e lo farà  solo se è certo che il gip accoglie la sua richiesta e che essa regge al primo tribunale della libertà .
Potrebbe, invece, Berlusconi finire agli arresti domiciliari se continua a insultare i giudici?
Stiamo ai fatti. Il leader di Forza Italia, il 15 ottobre, ha fatto depositare presso la procura di Milano una richiesta per scontare la sua pena residua di un anno (in realtà  9 mesi) in affidamento ai servizi sociali. Come ormai sappiamo bene quest’espressione si riferisce alla struttura di assistenti sociali che dipende dai magistrati di sorveglianza. Saranno loro a decidere sulla richiesta di Berlusconi.
Potrebbero respingerla?
In linea teorica sì, ma per quanto si può capire non avverrà . Perchè qualora avvenisse verrebbe valutato come un atto di grave ostilità  preconcetta verso il Cavaliere. All’opposto, è ipotizzabile che lui possa scontare la sua pena solo con un periodico colloquio con l’assistente sociale cui verrà  affidato. Però, nei mesi in cui sconta la pena, dovrà  sottoporsi a richieste continue di autorizzazione per fare qualsiasi cosa voglia fare, da un viaggio, a un incontro politico, a un’intervista.
Il fatto che Berlusconi sia senza passaporto e sia in attesa di scontare la sua pena può costituire un elemento a favore o contro un eventuale arresto?
Di certo le due circostanze fanno drasticamente diminuire il pericolo che l’ex premier possa lasciare l’Italia. Quindi calano di conseguenza, e di molto, i possibili motivi di un arresto.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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