Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
“UNA SITUAZIONE KAFKIANA PER L’ASSENZA DI DISCUSSIONE INTERNA”: VIAGGIO NELLA BASE DEL PD
Via Beaulard, circolo Pd di borgo San Paolo, lo storico quartiere di Gramsci, Torino. Questa è la ex fetta di città operaia, quella che un tempo era al di là della Crocetta, lavoratori da una parte, intellettuali, molti dei quali borghesi progressisti, dall’altra. Oggi è tutto un altro mondo.
Qui è anche il principale punto di ritrovo degli «Ateniesi», il primo comitato di base di renziani nato in Italia, due anni e mezzo fa, prima delle primarie perse da Renzi contro Bersani.
Se domandate quale sia la percezione dello sbarco più che possibile del segretario del Pd a Palazzo Chigi, ma senza passare per il voto, la risposta prevalente è questa: la cosa non entusiasma, se viene fatta così.
«Più che altro sarebbe una decisione difficile da spiegare ai nostri elettori e militanti», spiega Filo Pucci, una delle fondatrici del network renziano.
Un altro renziano, il pubblicitario Enrico Sola, riflette: «I sentimenti dominanti sono perplessità , incredulità ».
Ma, aggiunge Sola con notazione interessante, «è una forma di incredulità non lontana dall’attendismo; in molti dei nostri forum privati compare anche la speranza che da questa situazione stia poi a Renzi far nascere dei risultati positivi. Non è escluso che ci riesca».
Davide Ricca, il coordinatore, ammette: «Noi siamo in una repubblica parlamentare, i governi non sono eletti. Certo però la cosa ai nostri sostenitori di base non piace”.
Bisogna dunque considerare questi due elementi non disgiunti: il mood in linea di massima è negativo.
Che Renzi, il campione della asserita rupture, vada a fare il premier senza vincere delle elezioni non è cosa che piaccia.
«Aveva detto di essere diverso», sorride un vecchio elettore di Bersani.
Tra i «renziani della prima ora» prevale l’incredulità , o a volte un senso di fastidio; ma molti credono che Renzi possa anche uscirne.
È questa la differenza principale, per dire, con altri ambienti politici democratici, per esempio con il mondo Occupy Pd, o con quelli che hanno sostenuto la candidatura di Civati.
A Bologna Elly Schlein, una delle più intelligenti democratiche emergenti, fa questo ragionamento: «A me pare che, qui in Emilia, anche i renziani, soprattutto quelli della prima ora, siano molto perplessi per lo scenario che si sta delineando, loro non volevano che andasse così».
A maggior ragione chi come lei ha portato al Pd il mondo delle occupazioni e teme, per dirla con le sue parole, che «al di là delle capacità personali, il problema di andare a Palazzo Chigi con la stessa fragile maggioranza politica di Letta metta Renzi nelle condizioni di avere tutto sommato le mani legate».
Non è affatto un sentimento raro, anche tra i democratici di ogni fede.
In Toscana compare tra quelli che scrivono a Tiziano Renzi, il padre di Matteo: «Ma che è successo, perchè?».
Ci sono voci abbastanza impegnate, conosciute, nel mondo che simpatizza col sindaco di Firenze, per esempio Simone Tolomelli, che ragiona così: «Matteo io so che lo sai. E so che le cose sono più complesse – sempre – di quanto pare. Ma, senza passare dal via, ci incazziamo».
Il segretario democratico piemontese, Daniele Viotti, è severo come lui: «E’ una situazione kafkiana. Mi colpisce non tanto il non passare dal voto, ma l’assenza di discussione e partecipazione di questa scelta. Io stasera vado a un dibattito, cosa spiego ai nostri elettori? Non lo so».
Secondo Ipr il 48% degli elettori vorrebbe il voto subito, appena approvata la nuova legge elettorale; il 36 un Letta bis; solo un 16 il Renzi I.
Con variazioni non di molto, i sondaggi questo dicono.
A Napoli uno dei renziani della primissima ora, gente che non è salita sul carro, ma ha combattuto il cozzolinismo quand’era forte, Tommaso Ederoclite, fa questa riflessione: «Là fuori è tutto uno “sta sbagliando”, c’è malumore, malessere; dovremo chiarirci coi nostri sostenitori, è una scelta difficilissima da spiegare ai nostri”
Jacopo Iacoboni
(da “la Stampa“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI AVREBBE OFFERTO ANCHE DI FAR SUO IL PROGRAMMA DI LETTA “PIANO ITALIA”: ORMAI E’ CHIARO A TUTTI CHE PENSA SOLO ALLA POLTRONA
Sarà la direzione del Pd convocata per le 15 a decidere il destino del governo di Enrico
Letta.
Una sorta di resa dei conti fra il segretario del partito e il primo ministro espresso dal Pd. Gli occhi della politica sono puntati sul Nazareno dove Matteo Renzi introdurrà i lavori e risponderà alla conferenza stampa di Letta di ieri pomeriggio in cui il premier ha lanciato un programma per un governo “senza scadenza”, come egli stesso ha detto.
Questa mattina una delegazione del partito composta dal portavoce della segreteria Lorenzo Guerini e dai due capigruppo in Parlamento Luigi Zanda e Roberto Speranza si è recata a Palazzo Chigi per tentare di convincere il premier a farsi da parte.
Sul piatto avrebbero messo (circostanza poi smentita dal Pd) anche la nomina a ministro dell’Economia nel prossimo governo a guida Renzi.
Il portavoce della segreteria Pd Lorenzo Guerini e il capogruppo Luigi Zanda avrebbero spiegato al premier che Renzi è pronto a far suo «Piano Italia» se Letta accetta il ministero dell’Economia
Il colloquio, secondo quanto viene riferito, non è stato risolutivo, anche perchè il premier avrebbe declinato l’offerta.
La diplomazia resta comunque al lavoro per evitare che nel parlamentino Pd vada in scena uno scontro traumatico.
Letta sta valutando se andare alla direzione del Pd che resta convocata alle 15.
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
MOLLANO LETTA E CORRONO DA RENZI, POI CI RIPENSANO: “RINNOVIAMO LA FIDUCIA, ADESSO I DEMOCRATICI DEVONO FARE CHIAREZZA”
Sembrava proprio che l’avesse mollato senza grandi rimorsi nel momento più duro della sconfitta: “Letta si è sconfitto da solo — aveva detto Angelino Alfano, ieri mattina, nel corso della riunione lampo con i suoi parlamentari alla Camera — qualunque cosa dica oggi sarà comunque troppo tardi, il Pd è tutto con Matteo Renzi, è un dato di fatto”.
Chiusa, dunque, l’esperienza del governo Letta e sguardo cauto, ma convinto, del vicepremier verso il possibile esecutivo di Renzi.
D’altra parte, il pensiero (e il linguaggio) di diversi esponenti di Ncd, ministri compresi, era apparso particolarmente crudo: “Finirà in un bagno di sangue”, ecco il commento di Nunzia De Girolamo, ex ministro, all’uscita dalla medesima riunione, trovando sul cellulare l’annuncio della conferenza stampa di Letta.
Oggi è chiaro che sparerà in alto, ma ormai è troppo tardi; lui e Saccomanni si sono cacciati con le loro mani in questo guaio, Letta si è messo all’angolo da solo.
Renzi è spregiudicato, ma ora il Pd è con lui”.
Un Letta dato ormai per spacciato, insomma, che consentiva ogni genere di visione prospettica al Ncd.
Per quanto, infatti, nessun contatto diretto fosse stato preso tra il vice premier e Renzi, tutto sembrava già destinato ad avere un finale definito.
Fino a quando Letta non ha buttato sul piatto il programma dell’Impegno 2014, con tanto di annesso logo. Un programma che neppure Alfano conosceva nei suoi dettagli, ma che gli ha fatto capire che non tutto è ancora perduto, che Letta è intenzionato, comunque, a vendere cara la pelle.
È stato un attimo. E il dietrofront è stato subito servito, proprio mentre Daniela Santanchè non perdeva l’occasione di sparargli contro a palle incatenate davanti alle telecamere: “Vedete? Alfano è proprio un traditore seriale, non si smentisce mai”.
Invece: “Nessuno ha mai parlato di Letta come di uno che si è sconfitto da solo — ha smentito Gaetano Quagliariello — la nostra fiducia nel premier è massima, ora come prima, così come la vicinanza, la solidarietà , la correttezza e la stima che hanno sempre caratterizzato i rapporti dei ministri Ncd con il presidente del Consiglio”.
Perchè, infatti, mollare Letta ora che ha detto chiaro di voler restare a palazzo Chigi?
E poi — è questo il ragionamento di Alfano — anche nel caso in cui fosse sfiduciato dai suoi, Renzi dovrebbe comunque venire da noi a chiedere sostegno, perchè dare l’impressione di essere già pronti a servire il nuovo padrone?
Già , perchè? Ragionamento che sembra calzare a pennello anche per Scelta Civica.
Lunedì la segretaria, Stefania Giannini, aveva detto chiaro che i montiani avrebbero staccato la spina se da Letta non fosse arrivato uno scossone.
Ieri è sembrata rincuorata: “Finalmente c’è testo molto corposo che richiede un esame molto attento, noi abbiamo la necessità che ci sia solidità e chiarezza nella maggioranza e deve arrivare dal Pd”. Ma quello che vogliono i montiani sono le poltrone nell’esecutivo.
Sp, ma quali poltrone?
Irene Tinagli allo Sviluppo economico, la stessa Giannini all’Istruzione al posto della Carrozza, Della Vedova al posto di Fassina e — perchè no? — Michele Vietti al posto di una Anna Maria Cancellieri che voci di via Arenula ieri davano pronta alle dimissioni prima di essere “dimissionata” da Letta in un ipotetico Letta bis nel tentativo di tenere buono anche Casini.
Appetiti molto alti, dunque, con cui sicuramente dovrà fare i conti anche un Renzi premier, riottoso, invece, a dare spazio ai montiani.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
UN UOMO PIENO DI SE’ E VITTIMA DEL SUO EGO, UN INCONTINENTE, UN MANOVRATORE DI PALAZZO DALLA PERSONALITA’ BIODEGRADABILE E DALL’ASSETTO MUTEVOLE DELLE SUE POCHE E BLANDE CONVINZIONI
Come se una bolla magica l’avesse trasformato in mezzo brigante, tutto d’un tratto Enrico
Letta ha presentato all’Italia il suo quid alternativo: se Matteo mi vuole cacciare me lo deve dire.
Senza acuti, con spirito zen, la faccia levigata, perfettamente rasato e di un magnifico pallore dc, Letta ha sferrato calci e pugni con quella gentilezza che lo distingue, “io sono un uomo delle Istituzioni”.
Tonico e perfino su di giri è giunto nella palestra di Palazzo Chigi per dare al Paese la prova che nulla è impossibile: oggi è la volta dei due premier in contemporanea.
Altro che la lotta tra D’Alema e Veltroni. Il nuovo che avanza è pieno di sciabolate. Chi spinge per entrare e chi non si sposta.
Letta ha ritrovato anche gli aggettivi giusti, ed è parso molto free, persino disinibito. Ha detto che Matteo è un casinista (gli crediamo) e sta “incasinando” l’Italia come peggio non potrebbe fare. È un manovratore di Palazzo, si muove come un elefante in cristalleria, si nutre di sè.
Protagonista e insieme vittima del suo ego, della sua personalità biodegradabile, dell’assetto mutevole delle poche e blande convinzioni. Un incontinente, un animale che spiana, pialla, distrugge, affossa. Un rottamatore professionista, il peggio del peggio possibile.
“Chi vuole venire qui al posto mio sa cosa deve fare”, ha avvertito Letta.
Incredibile, ma era ancora Letta che stava parlando, quello della Provvidenza (solo ieri l’altro aveva invocato l’Onnipotente salmodiando alcuni concetti), l’oltranzista delle parole imbelli, caramellose, convenzionali e anche tristarelle.
È successo che la visione di Renzi al mattino, quell’incontro disturbatore (“Tu sei sleale”, gli ha detto Enrico) gli avesse ricaricato le batterie e gonfiato i muscoli, come braccio di ferro a contatto con gli spinaci.
Da ex mite, si è andato decisamente sviluppando in lui l’ira dell’oppositore.
Perciò le sue parole sono parse più affilate, la gomma è scomparsa e i trucchi della diplomazia, le cerimonie di Palazzo non hanno retto.
Letta non ha ridotto l’enfasi dello scontro inchiodando Renzi ai suoi brufoli.
Dunque l’animo calmo si è gonfiato di un sentimento cattivello e un tantino carognesco.
E compresa appieno la dimensione della festa che gli sta preparando il suo segretario nei brevi scambi di colpi mattutini (incontro “franco”) ha deciso che bisognasse assestare colpi precisi sopra e sotto la cintura.
La vista dell’arrogante Smart parcheggiata dall’usurpatore a Palazzo Chigi (il ministro Franceschini è corso a fotografare l’auto del nuovo Capo, forse in segno di giubilo) gli ha fatto decidere per lo scontro totale.
È andato a pranzo a casa, ha scelto la cravatta giusta (quadratini istituzionali su un viola riflessivo) ed è tornato nella sua stanza consapevole che all’Italia non potesse essere risparmiato il più grande spettacolo che si ricordi.
Tu spingi? Io resisto. La prova di Letta è stata anche molto più suggestiva di quella che ebbe per protagonista Gianfranco Fini. Non solo perchè il “che fai, mi cacci?” diretto a Berlusconi suona ora assai più dozzinale della metafora del foglio excel (nella grammatica renziana il computer e particolarmente Twitter è il Sol dell’avvenire): ecco il programma, c’è scritto cosa faremo, in che temnpi, e con quali soldi. “E io metto l’hashtag: sonoserenoanzizen”.
Se Fini, poveretto, gridava ai piedi del palco sul quale era assiso un tonante e dominante Berlusconi. Enrico invece parlava seduto ancora sulla poltrona di premier. “Sono pronto a un nuovo governo”. Bellissimo .
La mossa puramente teatrale ha però sortito i suoi effetti. Perchè la resistenza ha iniziato a infastidire Renzi e anche a renderlo un po’ nervoso.
Figurarsi Napolitano, che mai si era trovato spettatore di una guerra così banditesca, efferata, distruttiva.
Il Pd è stato colpito da un poderoso silenzio, una sorta di sforzo riflessivo perchè la commedia politica, che assume aspetti tragici, sta andando oltre le previsioni. Ieri pomeriggio parlavano tutti tranne loro.
Parlava Alfano, pronto a salire sul carro di Renzi ma con profondo dispiacere (“È vero, ha detto Letta, lui con me è stato leale”).
Parlavano i quattro gatti di Scelta Civica, pronti alla nuova avventura.
Si divideva perfino Sel. Vendola vorrebbe centrare l’obiettivo di dare i voti a Matteo, col quale si deve alleare alle prossime elezioni, senza dirlo troppo in giro. Tutti a commentare, ma i protagonisti no.
Oggi Renzi reagirà da par suo. Letta giura che aspetterà la gragnuola di fendenti seduto sulla sedia, coraggiosamente col petto in fuori.
Interverrà nella discussione e tenterà di portare la conta verso il disordine, una spaccatura finora non registrabile.
Se fosse così proseguirebbe la sua corsa andando a chiedere il voto di fiducia ai parlamentari.
Ma sa di non potersi illudere: le truppe sono già allineate e coperte. Toglierà le tende quando si alzerà il moto ondoso, l’indice all’ingiù degli ex amici.
Dalla sua parte solo pochi aficionados. La politica è convenienza, si sa.
Enrico ha già convocato il consiglio dei ministri per l’addio (venerdì alle ore 14), e ieri ha fatto la foto insieme a tutti i suoi collaboratori. “Oggi siamo andati benissimo”, ha detto.
Chiuso il fascicolo, rimesso nella cartellina il documento programmatico, ha spento la luce ed è andato a casa.
Antonello Caporale
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
“QUESTI NON VOGLIONO CAMBIARE NULLA, TRANNE ME”…”LA DIGNITA’ E’ PIU IMPORTANTE DELLA POLITICA”
In Italia ci sono quelli, come Mario Monti, che entrano d’argento ed escono di stagno e ci sono quelli che entrano di stagno ed escono d’argento.
Al punto che sembrava persino bello e fragile, come il suo amato Dylan Dog del «prima il dovere e poi il giacere», ieri sera Enrico Letta mentre moriva combattendo.
E agitava le mani aperte, sbatteva gli occhi e con la bocca asciutta scandiva: «Un aggiustamento non è sufficiente. Non mi occupo delle cose che mi propongono di fare domani, o doman l’altro». E quando lo scatto di ribellione gli ha raddrizzato il capo – «chi vuole prendere il mio posto, spieghi cosa vuole fare» – mi sono stupito di non vedergli nella destra, levata in alto, la spada, mentre ancora diceva: «Le dimissioni non si danno per diceria, per retroscena, per chiacchiere di palazzo».
E si alzava sulle punte come in un balletto sul carbone ripetendo «sono al servizio del Paese», il nodo della cravatta strettissimo, il viso mai così tagliente, prima i foglietti di appunti e poi la matita stretta tra le mani: «Sono stato accusato di avere perso tempo. Se perdita di tempo c’è stata, non è stata colpa mia».
Serrava il pugno dopo avere bevuto ancora una volta dal bicchiere: «Io chiedo chiarezze come le chiedono tutti gli italiani ». E guardava in alto e ora si capisce cosa intendesse l’altro ieri per Provvidenza: «Ogni giorno come se fosse l’ultimo ».
Letta sa bene che, un minuto dopo la cacciata, lo prenderebbero per sciocco e lo deriderebbero, come sempre è accaduto a tutti i grandi perdenti della politica italiana, da Martinazzoli a Occhetto, a Mario Segni, a Veltroni…, anche se nessuno ne nega mai la nobiltà , i meriti, una certa grandezza personale: «Sono stati talmente tanti quelli che fin dall’inizio hanno tentato di mandarmi via».
Non c’è stato nulla di travolgente nella premiership di Letta, tranne il capolavoro di licenziare Berlusconi senza far cadere il governo del quale faceva parte, ma solo ieri, nel suo giorno da leone, ha smentito in poche ore la sua presunta democristianità , che gli avrebbe imposto, come gli aveva suggerito Bruno Tabacci, di trattare la resa e di accettare il ministero degli Esteri o la Commissione europea: «Non ho alcun interesse personale e sono sereno, sono Zen», che è un altro luogo dell’immaginario contrapposto alla Smart di Renzi, che in realtà è la Smart di Ernesto Carbone, un ex lettiano soprannominato “Giuda” dai lettiani doc.
E Carbone è il solo renziano che ieri sera ha parlato: «Enrico Letta vuole tirare a campare, il suo unico obiettivo è restare a Palazzo Chigi». Lo Zen è la famosa forza tranquilla in faccia all’agilità della “city car” che ruba il posto nei parcheggi.
Anche l’idea di sentirsi pronto a dare lezioni di serenità addirittura «in un convento buddista» è roba sofisticata, uno schiaffo alla sicumera della politica con i calzoncini corti.
Un galantuomo sacrificato finisce sempre in un convento dove diventa esempio, fosse pure per il monaco che dorme nella cella accanto: «Non facciamo che appena finisce l’emergenza finanziaria ci incasiniamo sulle nostre vicende».
E prima ancora di impartire una lezione di stile a Renzi («l’omicida in Smart che sarebbe piaciuto ad Hitchcock» aveva detto ridendo a un amico), Enrico Letta ci ha liberato dall’incubo dello ziolettismo che era il cascame del familismo al contrario, la furbizia pettinata della politica politicante che Dylan Dog, in uno degli albi più famosi, liquidava così: «I mangiatori di spade usano un trucco quando inghiottono la spada: prima inghiottono il fodero».
Ora sappiamo che Enrico Letta non è un mangiatore di spade. Eppure ce lo aveva detto: «Nel 1984 quando venni invitato al congresso dei giovani democristiani rimasi sconvolto. Avevo visto infatti gente calarsi dalle finestre, e gruppetti che si accapigliavano sin nei bagni. Pensai: se questa è la Dc, io non sarò mai un democristiano».
E anche nell’incontro tra i due non era certo Letta il democristiano.
Nel faccia a faccia all’ora di pranzo il perdente sembrava il vincente, perchè rifiutava: aveva la forza del “no” contro tutte le lusinghe.
Era Cyrano de Bergerac quando affronta il prepotente visconte di Valvert con i suoi celebri “grazie no”, “grazie no”. Letta stava dunque nel ruolo del Cyrano della politica che ad ogni “no” avanza di un grado di potenza, di forza e di nobiltà . È quello il momento più bello della commedia eroica francese: ad ogni no è il bacio di una dama, è la preghiera di un frate cappuccino, è il sorriso del cielo.
E però solo ora che lo mandano via ci siamo accorti che il nipote aveva una storia diversa da quella del berlusconismo innestato sul borghese piccolo piccolo di origine dc: «Lo so, lo so, la politica ha le sue esigenze spietate» diceva ieri Letta ai pontieri, a Franceschini, il compagno di una vita, a Delrio e a tutti gli altri che lo spingevano a dimettersi: «Le mie dimissioni sarebbero un’ammissione di inadeguatezza che il mio governo non merita ».
Eppure gli chiedevano, gli amici e i compagni, di fare il passo indietro come nella Roma del tardo Impero quando i proconsoli erano costretti a immergersi nel bagno caldo e a svenarsi per evitare ai vincitori l’infamia di un sicario: «Lo so, lo so la politica ha anche la sua etichetta da rispettare e cosa può fare un servitore delle Istituzioni come me, se non accettare le regole? Però …».
C’è un ‘però’ che Letta riassume nella parola «Palazzo» in conferenza stampa alzando la mano sinistra a palmo spalancato come ad intimare l’alt a qualcuno: è Renzi l’uomo di Palazzo, è lui il democristiano: «Io propongo cose concrete, ai partiti e al Parlamento».
Ecco, c’è un momento in cui la politica entra in conflitto con la dignità personale e allora non c’è regola e non c’è etichetta che tengano: «Qui non vogliono cambiare nulla tranne me» aveva spiegato in privato.
Certo è ingenuo quel «patto di coalizione » che Letta ha chiamato «Impegno Italia» presentato a partiti che lo hanno già scaricato, persino quell’Alfano che sino a ieri ad ogni dichiarazione premetteva «io di Letta sono innanzitutto amico personale» e ora invece stabilisce che «è finita l’era del governo Letta perchè Enrico si è sconfitto da solo».
E siamo nella caricatura italiana dove la sconfitta è sempre di uno solo e la vittoria è di tutti. E va bene che alla politica non si applica la categoria etica del tradimento, ma certo una figura come questa di Angelino Alfano in tre mesi passato da delfino di Berlusconi a sponsor di Renzi, è la prova che la nuova destra è ancora messa molto male, come ai tempi in cui nacque il trasformismo.
Dunque Letta sa che il suo programma è a futura memoria anche se suona come risposta antropologica «alla batteria dello smartphone» di Renzi, la fatica del governare contro la velocità della battuta e del brum brum, la voglia disciogliere i nodi invece di tagliarli, quella caparbietà che lo spingeva a cercare contratti negli Emirati Arabi mentre in Italia il suo avversario lungamente spiegava ad Aldo Cazzullo sul Corriere che «sì, certo, il governo proseguirà per tutto il 2014. Enrico non si fida di me, gliel’ho detto l’altro giorno. Ma sbaglia».
Di sicuro rimarrà nella politica italiana l’immagine di quest’uomo nato vecchio che usa i fogli come scudo e ha scelto l’inno del Liverpool come colonna sonora della sua ultima battaglia, perchè sempre la musica è l’estremo salvagente di chi si sente solo e dunque “You’ll never walk alone”, non camminerai mai solo, che è la canzone di una squadra di mediani, ma è anche il grido di chi non ha più una squadra e si aggrappa alle maglie degli ex compagni, della sua ex squadra.
Seppellirlo democristiano sarebbe stato molto facile. Adesso invece la preda è braccata e ferita ma non è ancora finita dentro il carniere: «Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta/ tieni bene la testa in alto / e non aver paura del buio».
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
IRONIE E RABBIA DELLA BASE SULLA LOTTA INTESTINA TRA LETTA E RENZI
Al termine della giornata più strampalata che si ricordi dentro il Partito democratico (in
attesa di quella di oggi), tra faccia a faccia al vetriolo e conferenze stampa velenose, forse le somme le tira su Twitter Pasquale Pugliese col suo «dubbio della sera: ma Antonio Gramsci che 90 anni fa fondava l’Unità , oggi starebbe con #Letta o con #Renzi?»
Giusto per dire quanto la base del Partito democratico, lo zoccolo duro che non proviene dalla Dc ma con radici più a sinistra, osservi con una certa costernazione quanto sta accadendo.
Archiviate le primarie 66 giorni fa, l’unico modo per farsi sentire, anzi cantarle, sono i social network.
Nessun valore statistico, chiaro. Solo rumori e parecchio di pancia.
Ma nelle ultime 24 ore da Facebook a Twitter se ne leggono di tutti i colori, molti gli interventi anche piuttosto critici nei confronti del segretario Renzi, della sua intenzione di entrare a Palazzo Chigi ma passando dall’ingresso posteriore.
Va detto che tra grafomani e commentatori anonimi la gran parte certo non solo non milita nel Pd ma, ma quel partito nemmeno lo ha votato. Nè lo voterà .
Tant’è che vero in serata i post sulla pagina Facebook del partito sono talmente tanti e pungenti che deve intervenire Francesco Nicodemo, responsabile comunicazione (renziano) per prendere le distanze e precisare.
«Stupisce che si prendano fake e troll grillini sulla pagina Facebook del Partito democratico per attaccare il Pd. Come se non fossero in moltissimi casi profili fasulli usati strumentalmente». Dunque, «nessuna rivolta, solo attacchi fatti ad arte per inquinare il dibattito, aperto e trasparente, sulle nostre pagine web».
Non solo Fb ma anche Twitter trasuda commenti, è l’argomento del giorno.
Nicola Tamburro, arrabbiato: «#Renzi e #Letta si scannano per la poltrona. Inutile dire chi beneficerà di questo balletto in perfetto stile prima repubblica. complimenti».
E ancora. «Stimo #Renzi, ma staffetta è colpo alle regole democratiche. Se #Letta non regge si torni al voto » scrive Maurizio Matteucci.
E un anonimo che si firma “La torre normanna” rincara: «Come passare da sicuri vincitori a sicuri perdenti in un mese (e non è la prima volta)».
L’aria che tira, sul web, tra i simpatizzanti democratici è un po’ questa, alla vigilia della direzione di oggi pomeriggio che qualcuno, come Civati, prefigura già come un western.
Di certo si è sparato, e parecchio, anche su Facebook.
E il sindaco di Firenze è l’indiscusso protagonista sulla pagina del partito.
Alcuni niente affatto teneri con lui: «Un giorno ne dice una e il giorno dopo un’altra! Mi ricorda qualcuno» scrive Gianna Degano.
E giù altre ironie sul presunto feeling con Berlusconi (sulle riforme) e sulla comparsata ad “Amici”.
Stefano Ruggeri la vede nera: «Avanti sorridenti verso l’ennesimo suicidio».
Poi ci sono quelli che si lanciano a dipingere scenari abbastanza fantasiosi ma che sul web fanno presa. «Renzi presidente del Consiglio e Letta presidente della Repubblica subito », prevede su Twitter Manuela Ruaben. «Nel governo Renzi, la Boldrini sarà ministro» scrive sicuro invece Nico di Messina. E poi i “simpatici”, che non mancano mai, e alleggeriscono un po’ la tensione anche sui social nei momenti più hard. Come Stefano Vedovato: «#Renzi premier sceglie #Letta ministro degli esteri. Lo spediamo in India e ci riprendiamo i #marò»
Per finire un dato significativo: un sondaggio on line de “il Corriere della Sera” con oltre 50.000 votanti fa emergere che l’80% degli italiano si schiera con Letta e soli il 20% con Renzi.
Un elemento che fa tremare i vertici del Pd.
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
POI DURO SCONTRO CON IL “GIUDA” FRANCESCHINI: “TI HO CREDUTO QUANDO MI DICEVI CHE ANDAVI ALLE RIUNIONE DEI RENZIANI PER IL GOVERNO, INVECE TRATTAVI PER TE, MI HAI PUGNALATO ALLE SPALLE”
Martedì notte, mentre usciva da una trattoria molisana al Testaccio al braccio della moglie, Enrico Letta si è imbattuto in una giovane coppia.
Il ragazzo si è avvicinato e lo ha spronato a non fermarsi: «Vai Enrico, che ce la fai!». E il premier, con un sorriso velato di tristezza: «Magari… Purtroppo non tutti la pensano come te».
Un «tutti» che, nella riflessione amara del premier, esclude gli italiani.
Perchè Letta da giorni compulsa i sondaggi e si è convinto che gli elettori siano dalla sua parte. E se stasera rassegnerà le dimissioni la responsabilità sarà di tutti coloro che gli hanno «voltato le spalle» per dare vita ad una «macchinazione di palazzo e di poteri».
La lista del premier è lunga e in cima, dopo il nome di Matteo Renzi, c’è quello di Dario Franceschini.
A Palazzo Chigi, l’altra sera, in tanti hanno sentito filtrare dalle porte ben chiuse dello studio del premier gli echi del durissimo «chiarimento» con il ministro per i Rapporti con il Parlamento.
Di lui Letta si è fidato fino all’ultimo, per comprendere solo tardivamente quel che gli amici gli andavano dicendo da tempo: «Io ti ho creduto Dario, quando giuravi che quelle riunioni con i dirigenti renziani e con i leader dei partiti le facevi per il mio governo… E invece no, scopro che trattavi per il governo Renzi. Mi hai pugnalato alle spalle».
Raccontano che Franceschini (i lettiani in Parlamento lo chiamano «giuda») abbia lasciato lo studio del premier come una furia.
«Se il miracolo accade e il mio governo riparte – ha giurato a se stesso Letta – una sola cosa è certa, Dario non sarà più ministro».
E c’è un’immagine che sigilla la fine di un sodalizio politico: ieri mattina, senza troppo curarsi dello sguardo dei cronisti tra le sbarre del cancello, Franceschini era lì nel cortile di Palazzo Chigi che si faceva le foto con la smart azzurra, alla guida della quale era arrivato il leader del Pd.
Il duello finale con il premier è durato un’ora. «Incontro franco» scherza Letta, lasciando filtrare quanto ruvido sia stato il colloquio. Muro contro muro.
Renzi gli ha chiesto per l’ultima volta di mollare, criticandolo per non averlo ancora fatto e offrendogli come buonuscita un paio di prestigiose poltrone.
Ma il premier, punto nella dignità politica, è stato irremovibile: «La Farnesina? L’Europa? Tu scherzi Matteo, io non sono come te. Io non cerco seggiole. Non accetto compromessi e faccio un passo avanti, non indietro. Se vuoi il mio posto devi sfiduciarmi e dire agli italiani perchè il mio programma non va bene. Altro che governo dei rinvii, sei tu che hai stoppato il rilancio! E ricordati che non hai alcuna investitura popolare, rischi di pagare un prezzo altissimo».
Concetti che, rimbalzati in Parlamento, hanno messo in allarme la minoranza del Pd. L’idea di dover sfiduciare Letta con un voto in direzione o, ipotesi ancora più estrema, nelle aule di Camera e Senato, ha seminato il panico tra i democratici.
La reazione della sinistra di Cuperlo ha generato un sottile filo di speranza a Palazzo Chigi. Che faranno i bersaniani? Messi alle strette, volteranno anche loro le spalle al premier?
Letta e l’ex segretario si sono parlati e Pier Luigi Bersani, da Piacenza, si è attaccato al telefono per convincere i suoi a dare un’altra chance all’amico di una vita. «Se si apre una breccia a sinistra non tutto è perduto» sperano i lettiani, che guardano con un briciolo di fiducia ancora ad Alfano.
Ma il premier, dopo la reazione orgogliosa nella sala dei Galeoni, si mostra più realista.
Sa bene che il pertugio per una crisi pilotata che porti al Letta bis è strettissimo e che la palla è nelle mani di Renzi: solo lui può decidere se traslocare in una manciata di ore a Palazzo Chigi, oppure frenare la smart in corsa a rischio di cappottarsi.
E sa anche che il suo partito potrebbe salvarlo oggi per tradirlo domani, bruciando le sue carte presenti e future.
Come? Non sfiduciandolo oggi in direzione e consentendo la nascita del secondo governo Letta, per poi farlo cadere in Parlamento sulla prima buccia di banana. Scenari e retroscena dei quali il premier non vuole sentir parlare: «Io vado avanti, da uomo del Pd».
Letta non vuole terremotare il suo partito, nè andare contro le aspettative di Napolitano. Oggi parlerà alla direzione, ascolterà Renzi e poi deciderà il da farsi.
Se sfiducia sarà , ne prenderà atto e salirà al Colle per dimettersi.
Eppure il finale non è ancora scritto.
Letta ufficialmente non spazza via dall’orizzonte l’ipotesi più bellicosa, chiedere al capo dello Stato il passaggio alle Camere: uno show down che metterebbe Renzi e il Pd in difficoltà di fronte al Paese e porterebbe dritti alle elezioni.
E dopo, se dovesse finire impallinato? I renziani insinuano che Letta punti a «spaccare tutto per rifare con Alfano la Dc» o, ancora, che miri a intestarsi la guida della minoranza. Ma a Palazzo Chigi smentiscono: «Sciocchezze».
Mentre non negano che, se tutto va male, Letta possa prendere le distanze dal suo partito. Come fece Prodi, non ritirando la tessera dopo l’agguato dei 101 franchi tiratori.
Se avesse giocato la sua partita alle primarie, sfidando Renzi in prima persona, le cose sarebbero andate diversamene. Ma Letta non si pente di non aver toccato palla lasciando campo libero al sindaco, nè rimpiange di non aver risposto «alle battute in stile grillino» sullo zio Gianni.
E pazienza se tanti lettiani se la sono squagliata per seguire Renzi…
Ieri il premier ha voluto in conferenza stampa solo i fedelissimi Marco Meloni, Paola De Micheli, Francesco Russo.
E quando si è tolto anche l’ultima pietra dalle scarpe era contento: «Lo so che è tardi, ma abbiamo fatto la cosa giusta».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
UNA CRISI DRAMMATICA, UNA GESTIONE RIDICOLA
Sappiamo ormai che nè Matteo Renzi nè Enrico Letta temono i moniti della Storia – il primo
non si fa intimorire da precedenti sfortunati, il secondo ama le regole però le considera secondarie alle Istituzioni – ma forse entrambi dovrebbero in queste ore riflettere almeno sui moniti del ridicolo.
Ridicolo è l’unico termine proprio per definire il clima di questo passaggio politico, sbracato nei modi, nello stile e nella sostanza.
Una staffetta di governo, cioè un cambio al vertice del paese viene giocato fra due individui, che ne discutono faccia a faccia come se il loro posto fosse una questione personale, che ne discutono in sedi istituzionali come Palazzo Chigi ( uno ci va con la smart , segno di giovanilismo e semplicità da cui dovremmo farci affascinare come accade al presente (e futuro) ministro Franceschini che la fotografa?) per decidere tra loro come, quando , e se, passarsi di mano un potere per cui nessuno dei due è stato votato.
Sullo sfondo la suprema assise di questa contesa fra i due, c’è la direzione di un partito, il Pd.
Un solo partito che decide come e quale premier darsi? Abbiamo capito bene?
Un partito, che esso stesso, ricordiamo bene, ha a malapena vinto le elezioni, come ammesso dai propri dirigenti.
Un clima da ragazzi del muretto. Altro che Blair e Brown – si facciano sotto coloro che vogliono spiegarci le somiglianze tra i casi, e si ricordino del conto dei voti del Labour: Blair aveva vinto tre mandati mentre i voti su cui si regge il Pd attuale sarebbero invisibili senza premio di maggioranza.
Nel frattempo circolano già liste di ministri – c’è bisogno di sottolineare quanto poco istituzionale questo sia? Anche se devo dire che se son quelle che si anticipano ( ma non ci posso credere) non si capisce nemmeno perchè si dovrebbe cambiare governo.
Tutti gli altri, i partiti, di centro destra e sinistra, si stanno rendendo ridicoli a loro volta – ma loro almeno consapevolmente (speriamo) – ognuno attento ai propri interessi: partitini che si spaccano con un occhio ai ministeri e al sottogoverno, altri che gestiscono in silenzio l’ennesimo tradimento , da Letta a Renzi, ma anche da un posto all’altro nella scacchiera governativa.
Il Presidente Napolitano da parte sua aggiunge a questo percorso, insieme privatistico e confuso, il paletto di un nonchalant “parlare di elezioni è una sciocchezza”.
Il ridicolo ( parola molto offensiva in politica, lo so – la politica ama il dramma ma non il melodramma) che segnalo è il frutto dell’abbandono di un percorso istituzionale a favore di un fai da te di consultazioni pubbliche, improvvisate , sparate in Tv e conferenze stampa.
Segno della eccessiva personalizzazione del sistema.
Frutto a sua volta dal distacco totale da qualunque mandato elettorale.
Non c’è bisogno di essere costituzionalisti per dire che è arrivato il momento di dichiarare che siamo di fronte a una crisi del governo, che c’è un presidente del consiglio sfiduciato sia pur non in aula ma via media e streaming del suo partito ed altri, e che è in corso una sorta di auto-mandato esplorativo .
È necessario, obbligatorio direi, dunque che questa successione torni nell’unico luogo autorizzato a gestirla: il Parlamento.
Che la crisi venga ufficializzata e affrontata con mozioni, discussione pubblica, e voto.
Ritornando poi sul tavolo di Napolitano per consultazioni ufficiali ed eventuale nuovo incarico.
Il solito gioco di inversione dei ruoli che serve sempre a svegliare i democratici in questo caso funziona particolarmente bene: che avrebbe detto il Pd e tutta la opinione democratica se fosse Berlusconi a gestire in questo modo un passaggio a Palazzo Chigi?
La successione di Renzi a Letta, se accadrà , è davvero un passaggio serio della repubblica.
Qualunque sia la ragione per appoggiarla, o volerla, alla fine di questo percorso ci ritroveremo con il terzo premier non votato dal 2011.
Il che significa che siamo meravigliosamente sulla strada della evoluzione dell’Italia , unica nazione europea, in una Repubblica Oligarchica.
Altro che riforme per guarire la crisi di rappresentanza .
Il modo trascurato con cui si trattano oggi luoghi e modi delle istituzioni, è il primo segno di questa evoluzione.
Le oligarchie infatti non hanno bisogno di buone maniere – tanto non devono rendere conto a nessuno.
Ma forse è giusto in queste ultime ore ricordare ai due contendenti che questa evoluzione non è una strada obbligata.
Enrico Letta ha sempre detto di mettere avanti a tutto , anche a personale destino, le istituzioni. Matteo Renzi si è presentato addirittura alla ribalta come l’antioligarca per eccellenza.
C’è ancora una strada , se vogliono: lavorino per andare alle elezioni il più presto possibile.
Non mi interessa in che posizione di status tra loro.
Prima che il sistema inghiotta entrambe le loro identità .
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DA PIACENZA: “DEVE ESSERE IL PARTITO A DIRTI NO”
Nel momento più difficile, quello in cui i rapporti più solidi vengono messi alla prova, a dar manforte ad Enrico Letta ci pensa colui che Matteo Renzi considera ancora il vero capo della minoranza, Pierluigi Bersani.
Il premier e l’ex leader del Pd, si parlano al telefono e dalla sua abitazione in quel di Piacenza, l’ex segretario conforta e sostiene l’amico Enrico nella sua decisione di voler andare avanti, di fare tutto alla luce del sole.
Insomma, di farsi caso mai dire dal Pd che un suo «Bis» non s’ha da fare e perchè questa soluzione non sia considerata più praticabile.
Un sostegno significativo alla linea del rilancio, quello di Bersani, tanto più in un crocevia che vede la sinistra spaccata, con una parte dei cuperliani convinti che «ormai è troppo tardi»; e altri pronti a non darla vinta così facilmente al segretario.
Nella notte dei lunghi coltelli, quella in cui lo stato maggiore renziano stava decidendo di rompere gli indugi per far partire l’operazione staffetta, è ad esempio un bersaniano collaborativo col segretario come Roberto Speranza, a restare attaccato al telefono fino alle cinque del mattino per spargere olio su un cambio di programma inatteso: il rinvio della legge elettorale, propedeutico ad un cambio degli assetti di governo.
Ufficialmente la linea della sinistra è «Letta o Renzi, serve un nuovo governo e non tifiamo per nessuno», ma ormai sono in molti nel Pd a dare per scontata la staffetta.
Non solo i renziani duri e puri come Bonafè, Richetti, Rughetti, ma anche i dalemiani Leva e Amendola, fino al più acerrimo avversario di Renzi, Beppe Fioroni.
Il grosso dei cuperliani – fino a poco tempo strenui difensori di Letta – è pronto ad abbandonare Letta al suo destino.
Chiedendosi come mai Enrico, «che non è tipo da alzare il prezzo per trattare una sua uscita onorevole, faccia questo, mettendo a rischio la tenuta del Pd. Non è da lui…».
E dunque nel partito si diffonde il terrore di uno show down che possa lasciare morti e feriti sul campo, con effetti nefasti anche in termini elettorali.
Insomma, l’esito che nessuno, a cominciare da Napolitano, vorrebbe vedere, quello di un passaggio di testimone consumato con uno strappo, potrebbe materializzarsi domani in Direzione, visto che il premier non è intenzionato a desistere.
Nemmeno Franceschini riesce a sminare il terreno da una bomba ad orologeria quale sarebbe una «conta» devastante.
A dare l’idea dell’asprezza dello scontro sono i renziani con più voce in capitolo: «Letta va a sbattere e si farà male se qualcuno non lo ferma, ma se non si convince da solo ci penserà Napolitano, al massimo giovedì mattina. Ormai è partito un altro treno e il Letta Bis è una suggestione superata».
È chiaro che una conta alla luce del sole non conviene a nessuno e il plenipotenziario del leader, Lorenzo Guerini, per mezz’ora ne parla alla Camera con il capo della segreteria politica di Letta, Gianni Dal Moro.
E perciò si capisce come mai, quando tutti danno per scontato che «la prossima settimana Renzi sarà premier», per dirla come Tabacci, ancora non sia partito in Transatlantico il toto-ministri.
Che il premier possa accettare un passo di lato è eventualità assai remota per come si son messe le cose. Anche perchè sono i sondaggi a spingere i lettiani a resistere, come quelli che danno tre italiani su quattro contrari alla staffetta.
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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