Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
ALFANO PASSEREBBE AGLI ESTERI AL POSTO DELLA MOGHERINI… LA GIANNINI RISCHIA IL POSTO
“Vorrei rimescolare il puzzle”. Matteo Renzi non usa le parole della vecchia politica, ma la sostanza non cambia. 
A Palazzo Chigi, dopo la nomina di Federica Mogherini in Europa, si pensa un rimpasto e non a una semplice sostituzione del ministro degli Esteri.
Cioè a un movimento di pedine più corposo in previsione di un mandato lungo “mille giorni”.
Renzi ha cambiato la velocità di marcia della sua azione di governo. Non più Speedy Gonzales con il rischio di qualche pericoloso scivolone, ma un ritmo più lento, che dia anche agli interlocutori europei il respiro di un cammino davvero realizzabile, di un’agenda concreta di riforme.
Renzi ripete a tutti i suoi interlocutori che c’è tempo per decidere chi prenderà il posto della Mogherini. Ma questo tempo serve anche ad aprire un tavolo con gli altri partiti della maggioranza per cercare di far girare la ruota anche in altri dicasteri.
Si parte dalla Farnesina e si parte da Angelino Alfano.
Il premier vuole convincerlo a lasciare la poltrona del Viminale. Aveva già provato a farlo al momento della formazione dell’esecutivo, a febbraio. Non riuscì nell’impresa evitando sola la conferma della carica di vicepremier.
Adesso tornerà alla carica garantendo al leader di Ncd il ministero degli Esteri, cioè un posto di pari peso. “Proveremo a fare breccia”, ha detto Renzi ai suoi collaboratori.
È un dossier, quello del rimpasto, non ancora sul tavolo.
Alfano per esempio non ha ancora ricevuto nessun segnale diretto da Renzi. Ma a Palazzo Chigi qualcuno ha già iniziato delle riflessioni. È vero che il Quirinale preferirebbe una semplice sostituzione.
È la strada maestra, non si aprirebbe nemmeno la discussione sull’eventuale nuovo voto di fiducia a un governo rimpastato.
Lo spostamento di Alfano alla Farnesina e la sua sostituzione agli Interni con Graziano Delrio sarebbe un normale avvicendamento interno alla stessa squadra di governo.
Più delicata l’ipotesi di toccare altre caselle. Come l’Istruzione, dove Stefania Giannini appare in bilico. Dove Renzi vorrebbe mettere una donna del Partito democratico perchè ai suoi colleghi di partito ha detto chiaramente: “La scuola deve diventare un tema costitutivo del Pd”.
Secondo lui Largo del Nazareno dovrebbe concentrare tutti i suoi sforzi sull’istruzione, farne il suo elemento identitario.
Agli Esteri il favorito rimane Lapo Pistelli. Ma se Alfano fa un’apertura, quel posto è suo.
Il titolare del Viminale oggi potrebbe aver cambiato idea. Dopo aver portato a casa l’operazione Frontex Plus per la questione degli sbarchi, aver coinvolto maggiormente l’Europa dopo mille appelli e allarmi, il ministro dell’Interno potrebbe essere tentato di lasciare una poltrona che scotta e che sarà chiamata ad affrontare ancora l’emergenza immigrazione.
In alternativa ci sono altre donne. Per Roberta Pinotti sarebbe solo un cambio dentro la stessa squadra e per la Difesa si fa ancora il nome di Alfano.
Diverso il discorso per Marina Sereni, vicepresidente della Camera, e per Elisabetta Belloni, oggi direttore del personale della Farnesina.
È solo un’illusione invece il coinvolgimento di Andrea Guerra. L’ex ad di Luxottica era stato chiamato a febbraio e disse no per rimanere in azienda. Oggi è libero, ma non sarà nel governo.
Al di là delle formule politiche, e Renzi preferisce sicuramente l’inglese “reshuffle”, sarà un vero e proprio rimpasto se si apriranno caselle slegate all’inevitabile sostituzione di Mogherini.
Come quella dell’Istruzione. L’idea di un cambio della Giannini è apparsa evidentemente a tutti i partecipanti a una recente riunione con Renzi incentrata sulla scuola.
C’erano i vertici del Partito democratico, i capigruppo e i parlamentari esperti. Il premier ha detto a tutti che per il Pd la battaglia della formazione era fondamentale, che doveva diventare una bandiera del partito.
Chi è uscito da lì ha pensato: “Perchè sia davvero una bandiera ci vuole un ministro del Pd”. Naturalmente, la Giannini sconta anche il fatto di appartenere a un partito praticamente scomparso alle elezioni, Scelta civica, e che in alcune sue componenti appare ormai una corrente del Nazareno.
È un discorso che vale per le percentuali ridotte del Nuovo centrodestra. Ma su questo Alfano pensa di avere le spalle coperte.
Per ridurre la delegazione dell’Ncd (3 ministri) sarebbe inevitabile un passaggio parlamentare. Con tutti i rischi del caso per Renzi.
Goffredo De Marchis
(da La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
“SI AUMENTI PIUTTOSTO L’INFORMAZIONE AI TURISTI”.. L’ASSESSORE ALL’AMBIENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA CLAUDIA TERZI: “AVEVO STIMA PER LE AUTORITA’ TRENTINE, DEVO RICREDERMI”
Da parte delle autorità trentine “mi aspettavo un ripensamento, un passo indietro. Ad oggi nulla è irreparabile, ma ormai dovrebbero rinunciare a questa ricerca”.
A dirlo è Claudia Maria Terzi, assessore all’Ambiente della Regione Lombardia, a due settimane dall’inizio della ‘caccia’ all’orsa Daniza, che il 15 agosto aveva aggredito un cacciatore di funghi. Mentre in Trentino si sono tenute due manifestazioni di protesta contro la cattura dell’animale, “la posizione di Regione Lombardia è sempre stata chiara”, sottolinea Terzi.
Per gli orsi “stiamo portando avanti un progetto che favorisca il ripopolamento e non intendiamo fermarci”.
Si tratta di ‘Life Arctos’, sostenuto da più partner, tra cui proprio la Provincia autonoma di Trento, insieme a Wwf e Università La Sapienza, che intende tutelare la specie dell’orso bruno su Alpi e Appennini.
“Ho sempre avuto – continua Terzi – grande stima per le attività del Trentino verso tutto ciò che aveva a che fare con l’ambiente e la natura, ma adesso devo ricredermi. Non capisco questa presa di posizione”.
Secondo l’assessore regionale, piuttosto, sarebbe il caso “di sviluppare una maggiore attività di informazione ai turisti, perchè convivere non è impossibile”.
Il progetto Arctos, finanziato dalla Comunità europea “non riguarda solo il ripopolamento, ma investe proprio sull’informazione”.
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA PINOTTI VA IN INDIA, LA MOGHERINI FA FINTA DI NON ESSERE COMMISSARIA UE: “RIPORTIAMOLI IN ITALIA”: MA CI DOVREBBE PENSARE LEI
Uno dei due marò trattenuti in India, Massimiliano Latorre, ha avuto ieri sera un malore per il quale è stato
necessario il ricovero in ospedale.
Latorre, secondo quanto si è appreso, ha reagito bene alle prime cure dei medici del reparto di neurologia dell’ospedale di New Delhi, dove è stato ricoverato.
Il ministro della Difesa Pinotti, saputo dell’accaduto, si è recata in India per accertarsi personalmente delle condizioni di salute del militare ed anche per stare vicino ai suoi familiari, che in questo periodo si trovano a New Delhi
I medici del dipartimento di neurologia dell’ospedale di New Delhi, dove è ricoverato il fuciliere di Marina, Massimiliano Latorre, dopo il malore accusato ieri, «si sono dichiarati soddisfatti di come ha reagito alle prime cure». È quanto si legge in un comunicato del ministero della Difesa.
Riportare i marò in Italia rimane una delle priorità del Governo italiano, afferma il ministro degli Esteri Federica Mogherini che, appena informata del malore che ha colpito Latorre, ha contattato la compagna del marò, Paola Moschetti, per esprimerle la vicinanza sua e del governo.
«Sono vicina a Massimiliano Latorre cui auguro con tutto il cuore di rimettersi al più presto», ha detto Mogherini, aggiungendo: «Come è sempre stato in questi mesi, seguiamo ogni giorno il caso dei due fucilieri di Marina con l’obiettivo di riportarli in Italia: per il governo è una priorità ».
Parole già sentite centinaia di volte da parte degli esponenti dei governi che si sono succeduti in questi due anni e mezzo, ma iniziative concrete nessuna, salvo quelle diplomatiche che non hanno portato a un ben nulla.
La Mogherini, nvece che commentare la notizia come un comune cittadino, dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre, sia in Italia che in seno alla Ue, e farsi promotrice di nuove iniziative, non di chiacchiere.
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
RINVIATO A GIUDIZIO PER ISTIGAZIONE A DELINQUERE, HA RIFIUTATO IL RITO ABBREVIATO PERCHE’ IL PROCESSO SAREBBE STATO A PORTE CHIUSE: “ANDRO’ ALLA SBARRA PER ATTACCARE NON PER DIFENDERMI”
No, è che mettere sotto processo le parole di uno scrittore è il medioevo del diritto, una manna per i violenti antimoderni che, protetti dalla sigla No Tav, hanno trasformato la Val di Susa in un centro sociale a cielo aperto e ora spacciano gli incendi e gli assalti per reati d’opinione. Come se fossero tutti scrittori con la lingua sciolta. Per la procura di Torino è terrorismo.
Non ti senti prigioniero dei No Tav?
«Ma no. Loro sono solidali e basta, non mi domandano nulla, organizzano letture pubbliche dei miei libri, sono vicini come sempre, sono anni che manifesto con loro. Sono ribelli civili, certamente non terroristi ».
Pochissimi ne parlano: dopo tanti anni in Italia c’è di nuovo uno scrittore sotto processo. Il reato è d’opinione e dunque Erri De Luca va difeso a prescindere. E però, quando con la sua Audi blu mi accompagna alla metropolitana e mi dice «vedrai che mi condanneranno», gli rispondo che non gli faranno quest’altro favore.
«Favore? Se vuoi ti elenco le grane in cui mi hanno messo. E i rischi penali che corro». E devi pagare anche gli avvocati. Lì, la grana è che non vogliono farsi pagare».
Gli dico pure che, da quel poco che so di procure, il nuovo capo di Torino non l’avrebbe neppure incriminato.
«Non credo che io possa piacere ad Armando Spataro». Non saprei, ma non c’entra nulla. «Certo, lui è quello che ha tenuto testa agli americani».
Malinconico ma sorridente, estremista triste ma ironico, De Luca sa che il tribunale è il tempio dove tutti gli artisti sognano di essere santificati: «A gennaio, nel processo, mi comporterò da parte lesa».
Insomma la procura di Torino, incriminandolo per istigazione a delinquere, lo ha promosso a diavolo dello spirito, come Marinetti, Guareschi e Pasolini, Moravia e Testori, Bianciardi, Tondelli e per ultimo Aldo Busi, che si presentò in aula vestito di bianco e poi telefonò alla mamma: «È andata male. Mi hanno assolto ».
Perchè mai, chiedo, dovrebbero invece condannare te che hai detto qualche brutta castroneria contro i treni veloci?
«Io non sono contro i treni. Sono contro “quel” treno veloce, perchè “quella” montagna è velenosa. Bucarla significa liberare amianto…».
So che i No Tav si arrabbieranno ma, pazienza, a questo punto ci fermiamo: «Lo so, non sei qui per fare un dibattito sulle ottime ragioni dei No Tav».
La scienza e l’ermeneutica del movimento mi ricordano l’opuscoleria rivoluzionaria degli anni settanta che spiegava il mondo in trenta pagine e permetteva di citare il valore-lavoro saltando la lettura di Marx, manuali del pensiero veloce che oggi, via web, mettono i “rivoluzionari” in confidenza con la geologia, l’economia, l’ecologia, l’ingegneria…
E però come è arrivato a fare l’elogio del sabotaggio lo scrittore più prolifico d’Italia? «Non so quanti libri ho pubblicato. Credo più di 60».
E sono romanzi e racconti asciutti, misurati e poetici. Certamente è uno degli autori più letti e più amati, non solo a sinistra.
«Per fortuna vanno bene. Cominciai a scrivere a sei anni: la storia di un pesce che si ribellava alle favole di Esopo. Oggi Feltrinelli non riesce a starmi dietro. E ogni tanto pubblico, gratis, per piccoli editori».
Il viso è scavato, la biografia è quella del vagabondo inquieto: «Sono scappato di casa a 18 anni: da Napoli a Roma, un letto in una camera ammobiliata in via Palestro». Perchè ti chiami Erri? «Mia nonna era americana. Ma scrivo Henry come l’hanno sempre pronunziato: Erri».
Piace ai suoi lettori romantici che sia stato muratore, operaio, camionista e autista nella Belgrado bombardata.
Non cammina ma incede, con lo zainetto di libri.
È stato «responsabile del servizio d’ordine romano di quella Lotta continua che il gruppo dirigente non avrebbe dovuto sciogliere».
Ha lavorato in Africa, «dove mi sono ammalato di ameba e malaria, e forse per questo sono rimasto così magro».
Da quando i libri gli hanno dato l’agiatezza – «mai stato così bene anche se io mi costo pochissimo» – scala le montagne: «In onore di mio padre alpino imparo a fare i conti con me stesso e con la mia fatica».
Le pareti di roccia sono come i testi sacri che, ormai da anni, studia e traduce: «Un altro modo per arrivare in alto».
Vive vicino a Bracciano: una vita mite, da poeta, «in mezzo agli alberi» che pianta «per pagare il mio debito alla natura».
Da solo? «Mia madre è stata con me per 19 anni. Era una mamma napoletana che, per amore del figlio, si era reclusa».
Scrive sempre, «ma non con l’orologio». Racconta così l’inizio delle sue giornate: «Mi alzo presto e leggo testi sacri. Poi, se il tempo me lo permette, vado a nuotare nel litorale romano. Non sono socievole. Con gli amici mi diverto ma, se posso, preferisco stare zitto».
Scuola? «Pessimo. Studiavo molto e rendevo poco. E odiavo la filosofia perchè la mia professoressa, un gran personaggio, aveva una voce che non sopportavo fisicamente. Vera Lombardi si chiamava. Era la sorella di Riccardo Lombardi».
Come tante eccellenze letterarie, detestava la scuola ma non l’imparare.
E infatti alle lingue difficili è arrivato da autodidatta: «Traduco dall’ebraico, dallo yiddish e dal kiswahili, un dialetto che si parla in Tanzania ».
Contestato dagli esegeti cattolici, ha tradotto la Bibbia (Feltrinelli) «alla lettera della lettera per cogliere lo spirito dello spirito della lingua ebraica» scrisse Beniamino Placido: «Ce ne fossero di don Chisciotte come lui».
Non si è mai sposato: «L’ho chiesto un paio di volte ma mi hanno detto no». E a te non l’hanno chiesto? «Se l’hanno fatto non me ne sono accorto ».
Dice di non avere mai indossato la cravatta «tranne a Cannes quando mi hanno chiamato nella giuria del festival».
È del 1950 e ancora oggi «sento l’appartenenza a quella generazione che voleva cambiare il mondo e l’ha solo migliorato ».
Per chi voti? «Non ho mai votato. Per me è come la renitenza alla leva».
Chiama gli anni di piombo “anni di rame” «perchè c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza».
E anche ogni attentato.
«Gli attentati li abbiamo subiti » .
Non parlo delle bombe nelle piazze e sui treni che tutti hanno subito, parlo degli omicidi feroci, dei vili spari alla nuca, alle gambe… «Ci fu una guerra».
Secondo De Luca nessun terrorista di quegli anni dovrebbe stare ancora in prigione.
È di quelli che pretendono la soluzione generazionale: «Terroristi? Vado a trovarli in carcere, anche se li conosco poco: sono casi clinici. Ci vado come si va in un lazzaretto. Vorrei che uscissero anche per non vederli più».
Hai davvero nostalgia di quegli anni orribili?
«Nessuna. Mi piacerebbe che gli intellettuali tornassero a sporcarsi con le cose del mondo. E da quella storia non mi sento ancora sciolto, sentimentalmente ».
E vuole dire, con Borges, che «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consiste in realtà di un solo momento: quello in cui un uomo sa per sempre chi è».
Ecco all’ingrosso com’è fatto De Luca e da dove viene il suo esecrabile errore sulla val di Susa.
C’è persino il “Poveri ma belli” della zia Lorella De Luca, «che è morta da poco a Santa Marinella », tra le ragioni antiche che lo portano all’idea bizzarra che il sabotaggio di un cantiere sia una ribellione giusta e che le cesoie siano benemerite: «Ma ti pare che se davvero avessi voluto istigare alla violenza avrei parlato di cesoie? E quanti significati ha in italiano la parola sabotaggio?».
Tanti. Ma il processo non sarebbe giusto neppure se il significato fosse solo quello che i pm hanno contestato, violando le antiche saggezze sulla libertà di cattivo pensiero: “cogitationis poenam nemo patitur”.
Perchè credi che ti condanneranno?
«Perchè hanno messo in piedi un tribunale speciale che ha fatturato più di mille procedimenti giudiziari».
Ti assolveranno.
«Scommettiamo una cena al Tram Tram, a San Lorenzo, dove l’antipasto di alici fritte è magnifico».
Prima del processo, De Luca pubblicherà un pamphlet sul diritto di parola: «Non ho intenzione di difendermi ma di attaccare».
E infatti ha rifiutato il rito abbreviato «perchè sarebbe stato a porte chiuse».
Ecco: un libro che finisce in tribunale è il libro che meglio onora il proprio atto di nascita, come sanno bene i pubblicitari che per uno straccetto di scandalo sarebbero disposti a tutto.
Dunque il chiasso e il fumo e la maledizione come attributo d’onore e pozzo profondo dell’arte sono le sole ammissioni che mi concede: «È vero. È come se avessi vinto un premio letterario».
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
DIPENDENTI COSTRETTI A VERSARE 4.000 EURO PER ESSERE ASSUNTI DA UNA COOPERATIVA
Quanto sareste disposti a pagare per avere un lavoro da seicento euro al mese? 
Non serve arrovellarsi troppo, una cooperativa sociale di Padova ha stabilito la cifra congrua: 4000 euro. Questa è la somma che la Codess, membro della Legacoop sociali, chiede ai propri dipendenti neoassunti.
Che, almeno sulla carta, sono molto più che semplici dipendenti.
In molti casi, la Codess preferisce infatti che i propri lavoratori divengano automaticamente soci della cooperativa.
Anzi, «è la condicio sine qua non per essere assunti», spiega Chiara, che per poco più di 600 euro al mese, fino a poche settimane fa, lavorava come educatrice in un asilo nido pubblico di Modena gestito dalla coop padovana.
Ed è diventando soci che il posto di lavoro diventa particolarmente “caro”.
A prescindere dall’ammontare dello stipendio, che mediamente si aggira tra i 600 e i 1200 euro al mese, un socio lavoratore deve sborsare innanzitutto 3000 euro per comprare la propria quota sociale (molto salata rispetto a quanto chiedono le altre cooperative), soldi che vengono restituiti solo nel caso in cui il contratto di lavoro venga rescisso e il socio chieda di riavere indietro il proprio denaro.
Altri 1000 euro devono invece essere versati alla Codess a fondo perduto (quindi senza possibilità di poterli mai rivedere), a titolo di tassa di ammissione soci.
Niente paura, però, i 4000 mila euro non bisogna consegnarli subito e in contanti. La cooperativa li scala in piccole e comode rate mensili dalla busta paga.
Non parliamo di piccole cifre. La Codess ha infatti circa 3000 dipendenti di cui oltre l’80 per cento è anche socio.
In questi anni la cooperativa è cresciuta molto, diventando una tra le più grandi nel settore sociale, capace di aggiudicarsi appalti pubblici in tutta l’Italia centro settentrionale, dal Veneto al Piemonte, passando per l’Emilia Romagna e la Toscana.
Lo scorso anno è riuscita a raggiungere un fatturato che supera gli 85 milioni di euro con un utile di 250 mila euro.
Ma non è tutto oro quello luccica, ci tengono a sottolineare i vertici di Codess, che in passato hanno fatto parte del direttivo regionale di Legacoop in Veneto: le amministrazioni locali pagano con molto ritardo e per questo la società è “costretta” a chiedere i soldi ai propri dipendenti, è la spiegazione che ci hanno fornito nella nota scritta che ci hanno inviato.
Ai soci lavoratori di Modena il “prelievo” dalla busta paga non è andato giù.
Tramite la Cgil modenese, hanno contestato i mille euro della tassa di ammissione soci e, dopo una lunga trattativa, la Codess ha preferito restituire i soldi ai dipendenti, evitando un processo davanti a un giudice.
Quello emiliano è tuttavia l’unico caso di restituzione della tassa in Italia.
Il prelievo sulla busta paga degli altri lavoratori della Codess, per ora, continua.
Giorgio Mottola
(da “il Corriere della Sera”)
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