Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LETTERA APERTA AL PREMIER DI UN POLIZIOTTO DELUSO
Pubblichiamo la lettera che il segretario generale del Sap, Sindacato autonomo di polizia, ha scritto al premier Matteo Renzi.
Caro Presidente del Consiglio,
come poliziotto e come servitore dello Stato sento di essere stato tradito.
Ogni giorno e ogni notte poliziotti, carabinieri, penitenziari, forestali, vigili del fuoco e militari escono di casa per andare a lavorare e non sanno se potranno far ritorno dalle loro famiglie.
La nostra è una professione difficile, non un semplice “lavoro”, ma una vera e propria missione.
Pur con tutti i nostri limiti personali e umani, nonostante i tagli che la classe politica e di Governo non ci ha risparmiato negli ultimi dieci anni, noi garantiamo la sicurezza dei cittadini e della nazione.
Assicuriamo anche la sua sicurezza, caro Presidente. E la garantiamo pure a tutti quei ministri che dovrebbero occuparsi dei nostri problemi e che invece, mi pare, sono spesso ben attenti a mantenere intatta la propria ben pagata poltrona.
Ho parlato più volte col ministro Alfano e ho sentito spesso le dichiarazioni anche della sua collega Pinotti.
Da loro sono giunti sempre grandi apprezzamenti per il lavoro delle forze dell’ordine, grandi lodi per operazioni e arresti eccellenti, grandi promesse per evitare tagli al comparto sicurezza, fare una vera riforma del settore e dare un po’ di sollievo a stipendi fermi da cinque anni.
Tutte parole al vento, tutte belle intenzioni, tutte vane fole perchè il blocco stipendiale 2015 colpirà in misura doppia le donne e gli uomini in divisa: il danno derivante dal combinato disposto blocco contrattuale / tetto salariale ammonta a 400 / 500 euro netti per un operatore con 20 anni di servizio e qualifica intermedia.
Da mesi, attraverso chi nel suo partito si occupa di sicurezza, chiedo di essere ricevuto – e non ho mai avuto risposte – per portare alla sua attenzione una semplice, ma innovativa proposta: riformiamolo insieme questo carrozzone con sette forze di polizia, cinque nazionali e due locali, più vigili del fuoco e guardia costiera. Riduciamo i corpi, gli apparati, i dipartimenti.
Stronchiamo le burocrazie, le dirigenze, i vertici che guadagnano in un mese lo stipendio di 30 agenti.
Tutto questo porterebbe risparmi strutturali da 2 a 4 miliardi annui. Più o meno le cifre che lei conta di incassare con questo ennesimo blocco stipendiale, esteso a tutto il pubblico impiego.
Mi sento tradito dal mio ministro e dal mio capo ai quali domando adesso, con coraggio, di unirsi ai loro poliziotti che chiedono solo dignità e rispetto oppure di dimettersi senza ulteriore indugio.
Ma non posso, ad oggi, non sentirmi tradito anche da lei, stimatissimo Presidente del Consiglio, che ho sentito spesso parlare di scuola e insegnanti, poco o nulla di sicurezza e forze dell’ordine.
Cambiamo verso anche in questo settore, abbia la bontà di ricevermi, assieme agli amici della Consulta Sicurezza, per parlare di cose serie e di riforme vere. Non se ne pentirà .
Altrimenti, caro Renzi, lei sarà ricordato nei libri di storia come colui che, in un solo colpo, è riuscito a scontentare e soprattutto a deludere tutti i professionisti della sicurezza del nostro strano Paese, capace di dimenticarsi in India due straordinari servitori di questa nazione.
Gianni Tonelli
Sap
argomento: polizia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
SARA’ IL CSM A NOMINARE I CAPI DELLE PROCURE CHE INCROCIANO I GUAI GIUDIZIARI DI SILVIO… BERLUSCONI PROPONE LA CASELLATI E LA RUSSA
Un Nazareno sul Csm e sulla Consulta. Anzi sul Csm e sulla Consulta che saranno in carica durante la
riforma della giustizia.
La trattativa è in fase avanzata.
Berlusconi ha già fatto sapere che il nome di Massimo Brutti come futuro vicepresidente non ha il suo veto.
E comunque lo convince di più rispetto alla rosa esaminata nei giorni scorsi. Dove compariva il nome dell’ex guardasigilli Paola Severino e di Giovanni Fiandaca su cui però non c’era molto gradimento neanche del Pd.
Perchè è vero che Brutti è “comunista” ma soprattutto è “garantista”, autonomo rispetto al partito dei giudici: “Perfetto per la pacificazione” dice uno dei pochi azzurri vicini al dossier.
Semmai le perplessità riguardano Renzi. E non solo perchè l’ex sottosegretario era vicino a Massimo D’Alema ma soprattutto perchè non rappresenterebbe quei criteri di “novità ” considerati necessari vogliono a palazzo Chigi.
Sia come sia la notizia è che c’è una rosa per il Csm. Ed è condivisa.
Con Renzi e Berlusconi che, come accaduto sulle riforme costituzionali, direttamente o per via degli ambasciatori — Letta e Verdini da un lato, Lotti dall’altro — esprimono il gradimento, indicano nomi, ne depennano altri.
Nomi di sinistra “graditi” al centrodestra. E nomi di centrodestra “graditi” al Pd di Renzi. È così che si è arrivati anche all’indicazione dei due nomi della Consulta. Antonio Catricalà in quota Gianni Letta, considerato più digeribile per il Pd di Donato Bruno.
E Luciano Violante su cui, alla sua terza volta, sarebbe caduto il veto di Silvio Berlusconi. Altro sdegnale di “pacificazione”.
E allora restano da comporre le ultime caselle del Csm. È il dossier più delicato. Più “politico”.
E su cui l’ex premier ha raccolto le preoccupazioni di Ghedini. Perchè il Csm avrà un potere enorme nei prossimi mesi.
Non solo sarà in carica mentre il Parlamento discute di riforma della giustizia. Ma sarà chiamato a nominare la nuova tolda di comando di comando di parecchie procure.
Già , perchè con la norma che abbassa l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70, prevista nel decreto sulla PA vengono “decapitati” i vertici dei più importanti uffici giudiziari, come Milano, Venezia, Torino, Napoli e Roma.
Per fare un esempio a Milano, nel luogo che Berlusconi considera più ostile, andranno in pensione Edmondo Bruti Liberati, il presidente Livia Pomodoro, il presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio e il pg Manlio Minale.
Ecco il punto. Sarà il Csm a nominare i nuovi. E sarà il Csm a nominare capi degli uffici giudiziari, membri di Cassazione e Corti d’Appello che incrociano i guai giudiziari del Cavaliere.
Per questo l’ex premier vuole garanzie da Renzi: nomi equilibrati, non ostili.
Forza Italia, a cui ne spettano due, ha indicato l’ex sottosegretario Elisabetta Casellati e vedrebbe bene al Csm anche Ignazio La Russa, che pur essendo di Fratelli d’Italia gode della stima e dell’amicizia del Cavaliere.
Anche se però il principale ostacolo all’operazione pare essere soprattutto La Russa che preferirebbe essere indicato alla Consulta.
Si capisce così perchè tra gli azzurri aleggi il sospetto, anzi la convinzione, che l’opposizione fantasma di Forza Italia a Renzi sia una delle contropartite del patto di reciproco sostegno: “Silvio ci sacrifica per difendere le sue ragioni”.
Prima ha sacrificato il Senato, ora rinuncia a fare opposizione sull’economia pur di stare al tavolo della trattativa con Renzi. E di tutelare i dossier che gli stanno a cuore.
Come il Csm e come la riforma della giustizia, dove chi ha visto i testi sul falso in bilancio — o meglio, le bozze perchè i testi non sono ancora all’attenzione della Camere — li definisce particolarmente “blandi”.
L’ultimo sondaggio è da brivido. Ma pare non abbia impensierito molto Berlusconi. Forza Italia è al 14, mentre Renzi sale.
Ma l’ordine di scuderia è sempre lo stesso: “Non attaccate”.
argomento: la casta | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
“CHIEDEREMO LE DIMISSIONI DI TUTTI I CAPI DEI VARI CORPI E DI CHI CI GOVERNA: O RESTANO LORO O NOI”… PROTESTE ANCHE DI MEDICI E INFERMIERI
Non solo la sospensione degli straordinari, come minacciano alla questura di Bologna. Ma un vero e proprio sciopero generale delle forze dell’ordine.
E’ quello che minacciano sindacati di polizia e Cocer Interforze (le organizzazioni che rappresentano i militari) che oggi, 4 settembre, si sono riuniti per fare il punto della situazione dopo le dichiarazioni del ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia, sul proseguimento del blocco contrattuale nel 2015.
“Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica — dicono i sindacati — siamo costretti, verificata la totale chiusura del Governo ad ascoltare le esigenze delle donne e degli uomini in uniforme per garantire il funzionamento del sistema a tutela della sicurezza, del soccorso pubblico e della difesa del nostro Paese, a dichiarare lo sciopero generale”.
Per i sindacati delle forze dell’ordine “il governo ha tradito il personale in uniforme”. Così i sindacati della Consulta sicurezza si schierano contro i “contratti degli statali bloccati sino al 2015, compresi quindi forze di polizia e vigili del fuoco”.
E annunciano una prima forma di protesta: #piazzapermanente, che vedrà un camper itinerante informare i cittadini in tutta Italia sulla situazione e un presidio permanente a Montecitorio, oltre allo “stato di agitazione permanente con ulteriori proteste eclatanti”.
Dopo poco arriva la replica del presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Riceverò personalmente gli uomini in divisa ma non accetto ricatti”. In un momento di crisi per tutti, fare sciopero perchè non ti danno l’aumento quando ci sono milioni di disoccupati è ingiusto”.
Come se lui avesse rinunciato a metà del ricco stipendio a favore dei disoccupati…
Ha solo rovinato il bilancio statale facendo la marchetta degli 80 euro per vincere le elezioni europee.
Sindacati di polizia e Cocer: “Chiederemo le dimissioni di tutti i capi dei corpi”
Per sindacati e Cocer “qualora nella legge di stabilità sia previsto il rinnovo del blocco del tetto salariale — spiegano le organizzazioni di categoria — chiederemo le dimissioni di tutti i capi dei vari Corpi e Dipartimenti, civili e militari, e dei relativi ministri poichè non sono stati capaci di rappresentare i sacrifici, la specificità , la professionalità e l’abnegazione del proprio personale. La frattura che si creerebbe in tale scenario — sottolineano — sarebbe insanabile; o restano loro oppure tutti quelli che si sacrificano, ogni giorno e in ogni angolo del Paese e dell’intero mondo per garantire sicurezza e difesa”.
“Quando abbiamo scelto di servire il Paese, per garantire Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico — proseguono — eravamo consci di aver intrapreso una missione votata alla totale dedizione alla Patria e ai suoi cittadini con condizioni difficili per mancanza di mezzi e di risorse. Quello che certamente non credevamo è che chi è stato onorato dal popolo italiano a rappresentare le Istituzioni democratiche ai massimi livelli, non avesse nemmeno la riconoscenza per coloro che, per poco più di 1.300 euro al mese, sono pronti a sacrificare la propria vita per il Paese”.
I segretari generali Gianni Tonelli (Sap, Polizia di Stato), Donato Capece (Sappe, Polizia Penitenziaria), Marco Moroni (Sapaf, Corpo Forestale) e Antonio Brizzi (Conapo, Vigili del Fuoco), riuniti nella Consulta sicurezza contestano “la doccia fredda del ministro Madia che smentisce clamorosamente i colleghi di governo”.
Per i sindacati il danno è dovuto alla “specificità delle carriere del nostro personale” e determina promozioni con assunzioni di responsabilità senza però “corresponsione di nessun aumento retributivo”.
Il danno — si legge in una nota — si aggira, per le qualifiche intermedie, sui 400 euro netti mensili in meno per il personale. I segretari chiedono “una vera riforma della sicurezza che riorganizzi le troppe forze di polizia salvaguardando le rispettive specificità e professionali” ed accorpi i dipartimenti ministeriali per una minore spesa pubblica”.
Prosegue la Consulta: “Sono riforme che avrebbero consentito non solo maggiore sicurezza dei cittadini e taglio di spesa pubblica da destinare alle famiglie, ma anche lo sblocco del tetto stipendiale del personale”.
I sindacati rivolti al governo chiedono al presidente del Consiglio Renzi e ai ministri competenti Alfano, Pinotti, Martina e Orlando, da addetti ai lavori, “di ascoltare le nostre proposte di riforma e di risparmio oltre a di riconoscere con i fatti la specificità lavorativa sancita con la legge 183 del 2010″.
Protestano anche medici e infemieri
E ora alle proteste si aggiungono anche medici e infermieri. “Un nuovo blocco delle retribuzioni — commenta Annalisa Silvestro, senatrice del Pd e presidente della Federazione dei collegi Ipasvi — non è tollerabile per professionisti che garantiscono i livelli di salute dei cittadini. Quello della sanità è un servizio pubblico essenziale e a colpi di tagli, blocchi di organici, impossibilità di carriera, aumento dei carichi di lavoro e demotivazione degli operatori non può farcela più”.
Non parlano di sciopero o altre proteste eclatanti, ma i medici del Servizio sanitario nazionale sono delusi e amareggiati dalla proroga del blocco dei contratti della Pubblica amministrazione. C’è chi, come il presidente della Cimo Riccardo Cassi, si aspettava almeno qualche apertura e chi, come il segretario nazionale dell’Anaao Assomed Costantino Troise accusa il governo di “rastrellare risorse dai soliti”.
C’è poi ancora chi, come il segretario nazionale della Cgil Medici Massimo Cozza, fa il conto dei giorni di blocco contrattuale “oltre 1800 giorni” e chi, come il vice presidente dell’Aaaroi-Emac Fabio Cricelli, teme l’estensione del blocco “anche per il 2016″.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: polizia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROTESTA RIGUARDERA’ ANCHE I CONTROLLI IN PIAZZA VERDI, IN STAZIONE E ALLO STADIO
I sindacati di polizia di Bologna non concederanno più deroghe di orario per l’ordine pubblico nè rinnovi
delle deroghe agli orari non contrattualizzati.
Lo annunciano Siulp, Siap, Silp-Cgil, Ugl polizia, Coisp, Consap-Adp e Uil Polizia.
“Sappiamo che si tratta di una decisione grave – spiegano le organizzazioni sindacali degli agenti – ma è assolutamente necessaria. E’ solo il primo passo” di una nuova fase di lotta “anche in risposta alle dichiarazioni fatte ieri dal Ministro Marianna Madia che annunciano il protrarsi del blocco dei contratti”.
“E’ sotto gli occhi di tutti come le condizioni lavorative ed economiche dei poliziotti stiano raggiungendo livelli sempre più insostenibili”, scrivono i sinbdacati.
Alle problematiche rimaste irrisolte da tempo si sono aggiunte negli ultimi tempi “nuove e delicate questioni che minano e mortificano in maniera oltremodo pesante l’attività lavorativa del personale. Sono anni, infatti che denunciamo il profondo stato di malessere dovuto al prolungamento di un blocco stipendiale che dura ormai da anni”
I sindacati spiegano che è “ora di dare il nostro messaggio forte e chiaro al Dipartimento e pertanto, anche nella provincia di Bologna, come è già in corso in altri capoluoghi, finchè non riceveremo risposte rapide ed esaustive, quale forma di protesta incisiva a carattere nazionale, non concederemo più, con effetto immediato: le deroghe di orario relative all’ordine pubblico (P.zza Verdi, Stadio, Stazione e accompagnamenti da e per il Cara etc.etc), i rinnovi delle deroghe agli orari non contrattualizzati”.
Inoltre, da domani, le sigle sindacali “non parteciperanno ai lavori delle Commissioni”.
argomento: polizia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA CRITICA AL CAPITALISMO MODERNO DELL’ECONOMISTA FRANCESE THOMAS PIKETTY FA DISCUTERE
Il successo internazionale del libro dell’economista francese Thomas Piketty non ha precedenti.
Le 952 pagine di storia delle diseguaglianze e di critica al capitalismo contemporaneo sono diventate nel corso di quest’anno le più citate (anche se magari non sempre lette) da media, esperti, politici, soprattutto dopo la trionfale tournèe dell’autore negli Stati Uniti, quando il columnist del «New York Times» David Brooks gli ha dedicato un editoriale dal titolo The Piketty Phenomenon evocando (con ironia) la Beatlemania. Piketty ha raccolto gli elogi incondizionati dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, le critiche del «Wall Street Journal» e del «Financial Times» (quest’ultimo protagonista di una contesa sui dati proposti da Piketty), l’approvazione dell’«Economist».
L’accoglienza nel mondo anglosassone ha generato un ritorno di interesse anche in Francia, dove il volume era uscito sei mesi prima suscitando meno clamore.
In patria alcune voci a destra sono state severe (Nicolas Bavarez aveva dato a Piketty del «Karl Marx da sotto-prefettura») ma soprattutto Piketty, ex consigliere economico di Sègolène Royal, da sempre schierato a sinistra, è sembrato infastidire i suoi compagni, la gauche di governo, quella del presidente della Repubblica.
In campagna elettorale Hollande aveva promesso una «rivoluzione fiscale» ampiamente ispirata agli studi di Piketty sulle diseguaglianze, ma una volta eletto ha abbandonato il progetto.
Le ricette – ormai ribattezzate Pikettynomics – prevedevano la trattenuta alla fonte (in Francia si paga dopo) e una tassazione progressiva dei redditi e dei capitali insieme, ma il presidente le ha ben presto accantonate.
Anzi, la crisi di governo degli ultimi giorni e la nascita dell’esecutivo Valls II ha reso ancora più distanti le posizioni di Hollande e Piketty, che già non stimava il presidente («vale poco», è il suo giudizio).
L’idea di fondo del Capitale nel XXI secolo attira consensi più delle soluzioni che ne discendono: Piketty critica una struttura economica del capitalismo ridiventata ottocentesca, dopo due guerre mondiali che avevano distrutto grandi fortune e creato enormi opportunità .
Oggi, secondo Piketty, siamo tornati a un’era in cui non vale la pena lavorare, perchè il mondo si fonda sui patrimoni accumulati senza fatica e non sui redditi frutto di merito e talento.
Fin qui, l’interesse è grande, in America e in Europa.
Quando però si passa ai rimedi concreti proposti da Piketty, le cose si complicano. Specie in Francia, dove il governo potrebbe tenere conto del suo lavoro e non lo fa.
Il partito è spaccato, l’ala sinistra responsabile della fronda è stata cacciata dall’esecutivo.
Piketty, profeta inascoltato in patria, conferma la sua avversione a Hollande.
«Che penso dei deputati socialisti che si sono ribellati? Avrebbero dovuto farlo prima».
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: economia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
EVITATA L’APOCALISSE MARXISTA, OCCORRE CHE LE SOCIETA’ RIPRENDANO POTERE SULL’INTERESSE PRIVATO, MA SENZA PROTEZIONISMI
La questione della distribuzione delle ricchezze è oggi una delle più rilevanti e dibattute. Ma che cosa si sa,
davvero, del suo sviluppo sul lungo termine?
La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani, come pensava Marx nel XIX secolo?
Oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi avanzate del processo economico, una riduzione spontanea delle disuguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni, come pensava Kuznets nel XX secolo?
Che cosa sappiamo realmente del processo di distribuzione dei redditi e dei patrimoni dal XVIII secolo in poi, e quali lezioni possiamo trarne per il XXI
Sono queste le domande alle quali tento di rispondere.
Diciamolo subito: le risposte da me suggerite sono imperfette e incomplete. Ma sono fondate su dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti, e trovano posto entro un quadro teorico rinnovato che consente di comprendere meglio le tendenze e i meccanismi messi in campo.
La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitale e delle disuguaglianze, o non nella misura in cui si è immaginato potessero farlo nei decenni di ottimismo del secondo dopoguerra.
Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche.
Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche.
Questo libro tenta di avanzare proposte in tal senso, appellandosi agli insegnamenti che si possono trarre dalle esperienze storiche. Il racconto di tali esperienze costituisce la trama principale dell’opera.
Un dibattito senza fonti?
Per lungo tempo i dibattiti intellettuali e politici sulla distribuzione delle ricchezze sono stati caratterizzati da troppi pregiudizi e pochissimi fatti.
Sarebbe certo sbagliato sottovalutare l’importanza delle conoscenze intuitive che ciascuno, nella propria epoca, in assenza di qualsiasi quadro teorico e di qualsiasi statistica significativa, ha sviluppato in materia di redditi e patrimoni.
Vedremo per esempio come il cinema e la letteratura, in particolare il romanzo del XIX secolo, abbondino di informazioni assai precise sui livelli di vita e di ricchezza dei differenti gruppi sociali, e soprattutto sulla struttura profonda delle disuguaglianze. (…)
I romanzi di Jane Austen e di Balzac, in particolare, ci offrono quadri assai esaurienti della distribuzione delle ricchezze nel Regno Unito e in Francia nel periodo 1790-1830.
I due narratori dispongono di una conoscenza profonda della gerarchia dei patrimoni in vigore alla loro epoca. Ne sanno cogliere i segreti confini, ne conoscono le implacabili conseguenze sulla vita degli uomini e delle donne di allora. Ne ripercorrono le implicazioni con una potenza evocativa che nessuna statistica, nessuna dotta analisi, saprebbero uguagliare. (…)
Rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi economica
La questione è importante, e non solo per ragioni storiche. A partire dagli anni Settanta del XX secolo le disuguaglianze all’interno dei Paesi ricchi – in particolare negli Stati Uniti, dove nel primo decennio del XXI secolo la concentrazione dei redditi ha raggiunto, o leggermente superato, il livello record del decennio tra il 1910 e il 1920 – si sono di nuovo accentuate: per cui diventa essenziale comprendere bene perchè e come esse siano diminuite la prima volta.
È vero che la crescita fortissima dei Paesi poveri ed emergenti, in particolare della Cina, costituisce un notevole potenziale fattore di riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale, così com’è accaduto per la crescita dei Paesi ricchi durante i Trente glorieuse .
Ma è anche vero che tale processo solleva forti inquietudini in seno ai Paesi emergenti, e ancor più tra i Paesi ricchi.
Tra l’altro, gli squilibri impressionanti osservati negli ultimi decenni sui mercati finanziari, petroliferi e immobiliari possono suscitare comprensibili dubbi circa il carattere ineluttabile del «percorso di crescita equilibrata» descritto da Solow e Kuznets, secondo il quale tutto deve presumibilmente crescere allo stesso ritmo.
La domanda che preoccupa è: non sarà che il mondo del 2050 o del 2100 finirà nelle mani dei trader, degli alti dirigenti e dei detentori di patrimoni rilevanti, o dei Paesi produttori di petrolio, o della Banca della Cina, o addirittura dei paradisi fiscali che faranno da copertura, in un modo o nell’altro, a tutti costoro?
E secondo noi sarebbe assurdo non porla, continuando a pensare, per principio, che la crescita sia per sua natura a lungo termine «equilibrata».
In un certo modo, oggi, agli inizi del XXI secolo, ci troviamo nella stessa situazione degli osservatori del XIX secolo: assistiamo a trasformazioni impressionanti, ed è ben difficile sapere fin dove potranno portare e come si presenterà la distribuzione delle ricchezze nell’arco di qualche decennio, tra un Paese e l’altro e all’interno del medesimo Paese.
Gli economisti del XIX secolo hanno avuto un merito immenso: hanno posto il problema della distribuzione al centro dell’analisi, e hanno cercato di studiarne le tendenze sul lungo periodo.
Le loro risposte non sono sempre state soddisfacenti, ma almeno rispondevano a delle buone domande.
Invece, oggi, non abbiamo alcuna ragione di credere nel carattere automaticamente equilibrato della crescita.
Oggi è più urgente che mai rimettere la questione delle disuguaglianze al centro dell’analisi economica e tornare a porre le domande lasciate senza adeguata risposta nel XIX secolo.
Per troppo tempo il problema della distribuzione delle ricchezze è stato trascurato dagli economisti, in parte a seguito delle conclusioni ottimistiche di Kuznets, in parte a causa di un’eccessiva simpatia della professione per i modelli matematici semplicistici, i cosiddetti modelli «a parametri rappresentativi».
E, per rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi, bisogna cominciare con il raccogliere il massimo numero di dati storici, in modo da capire meglio gli sviluppi del passato e le tendenze del presente.
Perchè è stabilendo con pazienza fatti e costanti, è confrontando le esperienze dei diversi Paesi, che possiamo sperare di individuare meglio i meccanismi in gioco e chiarirci le idee per il futuro.
Stefano Montefiori
(traduzione di Sergio Arecco )
© EDITIONS DU SEUIL, 2013
2014, BOMPIANI/ RCS LIBRI
argomento: economia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
I MAGGIORI APPLAUSI SONO ANDATI A CHI HA CONTESTATO IL PREMIER
“Se perfino con un’osservazione garbata, banale, dando atto al Governo dei suoi sforzi, se persino citando dati Istat si corre il rischio di essere insultati, non eÌ€ facile avere una discussione democratica in un grande partito”.
Massimo D’Alema in diretta al Tg3 ha il sorrisetto a mezza bocca delle grandi occasioni e lo sguardo brillante di chi eÌ€ pronto a rimettersi in gioco.
Alla festa nazionale di Bologna l’altroieri al governo e a Matteo Renzi non le ha mandate a dire. Alzata di scudi dei renziani, che hanno attribuito la sua vis polemica piuÌ€ che altro alla mancata nomina a Mr Pesc (il ministro degli esteri europeo) a favore di Federica Mogherini .
A Bologna la platea, piena, ha riso e applaudito.
Mentre lui, che ormai non ha piuÌ€ niente da perdere, si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. “Le principali funzioni in Europa, la presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Ue e la presidenza dell’Eurogruppo sono finite nelle mani dei conervatori.
La cancelliera Merkel ha ancora una volta conquistato una posizione dominante in Europa, questo non eÌ€ un grande risultato per i socialisti”.
L’aveva detto a Bologna e lo ripete in tv. Palcoscenico piuÌ€ ampio: bisogna sfruttare la ribalta. O battere il ferro fincheÌ eÌ€ caldo o fino a farlo diventare tale.
La Festa nazionale ha da sempre fornito un trend, un’indicazione all’anno che verraÌ€.
E quella che arriva da Bologna per ora è chiara: grande accoglienza per Pier Luigi Bersani, che da qui ci ha tenuto a ribadire che se lui fosse diventato premier si sarebbe dimesso da segretario.
Calore sincero per D’Alema.
Dibattito semi-deserto per l’asse del Nazareno, nelle persone di Lorenzo Guerini e Giovanni Toti.
Dibattito semi-deserto pure ieri per Dario Nardella, renzianissimo sindaco di Firenze, Virginio Merola, renziano delle ultime ore, sindaco di Bologna, Maria Carmela Lanzetta, ministro per gli Affari regionali.
EÌ€ il Pd che fu quello che infiamma i militanti. Non a caso, Renzi quest’anno la Festa l’ha ribattezzata non “democratica” ma”dell’UnitaÌ€” (mentre il giornale chiudeva).
Non a caso ha cercato fino all’ultimo di evitare le primarie per la presidenza dell’Emilia Romagna, pronto pure a cedere alle richieste di Vasco Errani e Bersani e imporre un candidato in continuitaÌ€ con la Giunta uscente, Daniele Manca, sindaco di Imola.
Non ci eÌ€ riuscito e nella contesa tra Stefano Bonaccini, ora nella sua segreteria nazionale, ma fino a ieri bersaniano, e Matteo Richetti, con lui fin dall’inizio, non si schiera: il primo ha dalla sua l’apparato del partito, proprio quello a cui il premier non puoÌ€ rinunciare, il secondo batte sulle parole d’ordine che hanno portato avanti la corsa della rottamazione, dal cambiamento in poi. Problemi.
A Bologna è stata accolta da folle deliranti la Boschi, tailleurino blu elettrico e passeggiata da tappeto rosso.
Renziana o no l’impressione eÌ€ che con la politica l’entusiasmo c’entri poco.
E il pieno l’ha fatto Oscar Farinetti, patron di Eataly, che ora si accinge a varare il consorzio Fico, una sorta di Disneyland del cibo, insieme alle Coop.
Contestato all’esterno, dentro l’hanno ascoltato in molti. Pubblico variegato, ma nel quale non mancavano rappresentanti di punta delle cooperative.
Tanto per restare al mondo precedente a Renzi, che questi non si puoÌ€ inimicare. Farinetti peraltro ha liquidato i problemi dei suoi dipendenti: “Lo sciopero? Lo hanno fatto in 3 su 100. E comunque, sono disposto a incontrare i lavoratori”. Con un autunno piuÌ€ che caldo alle porte, il dubbio sorge spontaneo: D’Alema e Bersani riusciranno di nuovo a intestarsi la battaglia contro il premier? I gruppi parlamentari sono quelli portati dall’ex segretario.
Per ora, le minoranze marciano divise, più occupate da questioni di leadership interne che da battaglie comuni.
Stefano Fassina ha capitanato un gruppetto di persone che ha presentato un emendamento per togliere il pareggio di bilancio dalla Costutuzione.
E D’Alema? “Noi parliamo di temi concreti”, dice. Lo stesso LiÌ€der Maximo cosiÌ€ ha liquidato l’iniziativa: “Altro che Costituzione, cominciamo ad allentare i vincoli di bilancio”.
In Senato eÌ€ in arrivo l’Italicum, alla Camera, la riforma costituzionale.
La battaglia eÌ€ assicurata. Fino a dove si spingeraÌ€? Difficile prevederlo oggi, molto dipenderaÌ€ da come va l’economia.
Se dovesse peggiorare ancora, tutto è possibile.
“Per ora, Renzi lo lavoriamo ai fianchi – spiega una cuperliana – non ci sono le condizioni per rompere. Per ora, peroÌ€”.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Bersani, Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
INFILTRAZIONI D’ACQUA HANNO DANNEGGIATO LA STRUTTURA DEL PALAZZO DOVE E’ CROLLATO UN BALCONE…IL SINDACO EMETTE UN’ORDINANZA VALIDA PER 22 PIASTRE ANTISISMICHE
Ieri il crollo di un balcone in una delle palazzine del progetto C.A.S.E a Cese di Preturo (L’Aquila). 
Oggi la decisione del sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente, di vietare, per precauzione, di affacciarsi dai balconi di 22 palazzine situate in altre new town costruite per ospitare i cittadini aquilani, rimasti senza casa dopo il terremoto del 6 aprile 2009.
Il divieto riguarda tutti gli edifici realizzati dalla stessa impresa di costruzione, la ATI Iter/sle/Vitale.
Dopo un sopralluogo effettuato dal personale del Settore Ricostruzione Pubblica e Patrimonio e della polizia municipale, infatti, “è emerso che le cause che hanno generato il crollo del balcone – si legge nell’ordinanza – sono da attribuire alle infiltrazioni d’acqua in corrispondenza dell’attaccatura del balcone alla muratura verticale dell’edificio, che hanno portato al totale marcimento della struttura portante lignea del balcone”.
Vista la possibilità che incidenti simili possano verificarsi in altri appartamenti che presentano la stessa struttura e che sono stati realizzati con lo stesso materiale, il primo cittadino ha vietato “l’accesso ai balconi presenti nei rispettivi appartamenti assegnati – prosegue l’ordinanza -, nonchè il transito e sosta nelle aree condominiali sottostanti i balconi” di 22 piastre di Arischia, Cese di Preturo, Coppito 2, Collebrincioni, e Sassa Nucleo industriale
Balcone sotto sequestro.
Intanto oggi il personale del comando provinciale e della sezione di polizia Giudiziaria del Corpo Forestale dell’Aquila ha sequestrato il balcone crollato ieri su quello del piano inferiore.
Il pm ha disposto anche il sequestro della porzione esterna della facciata dell’edificio dove è avvenuto il crollo, per procedere agli accertamenti tecnici e verificare le cause. Il resto del palazzo resta non sequestrato e, quindi, abitabile, tranne ovviamente gli alloggi coinvolti nel crollo.
Nei prossimi giorni proseguiranno le indagini per risalire ad eventuali responsabilità penali legate alla realizzazione della struttura crollata e all’identificazione dei soggetti coinvolti.
Ieri il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, aveva ipotizzato l’indagine giudiziaria annunciando che avrebbe portato le carte alla procura della Repubblica che, comunque, da quanto si è appreso, si è mossa di propria iniziativa.
Piera Matteucci
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LE RIVELAZIONI DI TOTO’ RIINA, IL FIGLIO DEL GENERALE TORNA SULLA RICOSTRUZIONE DEL BOSS
“Questa storia mi puzza, mi puzza come escono queste rivelazioni, gli atteggiamenti, la ricostruzione di Riina”.
Nando dalla Chiesa risponde calmo, lucido, riflessivo, ha la voce e il tono di chi sa, di chi ha studiato le carte. E da una vita, anzi da 32 anni.
In particolare cosa non la convince?
La sua presenza nel commando che ha eseguito l’omicidio: il pentito Francesco Paolo Anzelmo non ha mai fatto il nome di Riina, mai. Eppure lo conosceva, e non aveva motivo per tacerlo.
Riina definisce suo padre come un nemico storico della mafia.
Ed eÌ€ vero, nel 1949 era a Corleone, poi dal 1966 al 1973 capo della caserma dei Carabinieri: i mafiosi saranno stati anche privi di istruzione, ma sapevano capire le persone molto prima delle istituzioni e dello Stato (silenzio). Mi viene alla mente l’ultima intervista rilasciata da mio padre e scritta da Bocca..
Quale passaggio in particolare?
Quando il giornalista gli ha chiesto: ‘PercheÌ eÌ€ stato ucciso il comunista Pio La Torre’, lui ha risposto ‘per quello che ha fatto durante tutta la sua vita’. Ecco, eÌ€ la stessa cosa accaduta poi a lui.
Cosa vorrebbe sapere da Riina?
I nomi di quelli che sono entrati in casa di mio padre subito dopo l’omicidio, in quel caso sono intervenuti pezzi delle istituzioni e dello Stato.
Sono scomparsi documenti importanti.
Eccome. Sa una cosa? Subito dopo la notizia dell’omicidio, mio zio eÌ€ corso a casa, ma gli eÌ€ stato impedito di entrare percheÌ sotto sequestro, solo uomini delle istituzioni e dello Stato potevano varcare quella soglia, e hanno ripulito
Riina si vanta di avergli sparato anche da morto.
E la dice lunga sul coraggio dei mafiosi, eÌ€ un perfetto ritratto da offrire ai ragazzi piuÌ€ giovani, per fargli capire di chi stiamo parlando. Ci ha consegnato una grande immagine di seÌ, un bel regalo per i posteri.
Quindi non crede a un suo intervento diretto nel gruppo di fuoco.
Non ho detto questo, ma che la veritaÌ€ giudiziaria eÌ€ un’altra. Comunque Vito Ciancimino definiva Riina come ‘un uomo dal cervello a forma di pistola’.
Intanto continuano a uscire notizie sul boss
E ribadisco, non mi piace, io vorrei capire come un uomo del genere abbia potuto tenere in mano un pezzo di politica e di economia.
Ha citato sua sorella Rita.
Ed eÌ€ molto interessante, salta anche quella retorica mafiosa a buon mercato secondo la quale i figli non debbano pagare per i genitori, ma basta. E poi penso a fiction come il Capo dei Capi, dove esce un uomo anti-Stato, tenace nel tenere testa alle istituzioni, osannato e protetto dai suoi uomini. La realtaÌ€ eÌ€ un’altra, e mi pare chiaro.
Alessandro Ferrucci
argomento: criminalità | Commenta »