Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
NELLA ROSA DEM ANCHE FANFANI, CASELLATI E LEONE…PER LA CONSULTA VIA LIBERA A VIOLANTE E CATRICALA’
È Giovanni Legnini la best option che indicherà il Pd per la vicepresidenza del Csm.
Lo hanno chiarito i capigruppo del Pd nel corso della riunione dei gruppi parlamentari.
Al termine di una mattinata di trattative è tramontata sia l’ipotesi dell’ex sottosegretario Massimo Brutti sia quella di Giovanni Fiandaca.
Sul primo hanno pesato le perplessità di Renzi e del suo inner circle, ma anche quelle del partito di Alfano.
Il secondo è stato sacrificato sull’altare del compromesso interno.
Perchè Legnini, in “quota” Bersani, è un nome che ben si presta alla pax unitaria interna al Pd che comprende sia la composizione del Csm sia la segreteria con l’ingresso delle minoranze.
E ben si presta anche a rendere più fluida la partita economica di Renzi.
Giovanni Legnini, avvocato, con i requisiti per andare a palazzo Marescialli è attualmente sottosegretario (bersaniano) all’Economia.
Spostarlo, di fatto, significa fare un pezzo di rimpasto e rimuovere, se non un ostacolo, quantomeno non un “esecutore” degli annunci del premier.
È questa l’indicazione principale del Pd per la vicepresidenza del Csm.
Gli altri nomi, sempre per il Csm, sono invece quello di Giuseppe Fanfani, fortemente voluto dal premier e dell’avvocato Teresa Bene.
Tre nomi in tutto, per favorire la chiusura dell’accordo con i centristi. In quota Ncd l’indicazione è Antonio Leone mentre uno spetta a Scelta civica, l’ex ministro Renato Balduzzi.
Per Forza Italia i nomi sono quelli di Elisabetta Casellati e l’ex senatore Luigi Vitali. In quota Cinque stelle, il professor Nicola Colajanni.
Chiuso anche con Forza Italia l’accordo sulla Corte costituzionale.
Via libera di Berlusconi a Luciano Violante. Lo storico sì è arrivato mentre il Cavaliere ha riunito ad Arcore Gianni Letta e Nicolò Ghedini.
Blindato, in quota Forza Italia, Antonio Catricalà , il candidato di Gianni Letta non troppo gradito al corpaccione del partito.
Una delle ipotesi è che Donato Bruno, l’aspirante su cui si è coagulato il dissenso possa essere spostato al Csm.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
SPOSTATA A MARTEDI LA RIUNIONE DELLA DIREZIONE NAZIONALE CHE DEVE DECIDERE I NUOVI VERTICI DEL PARTITO
Quella che fino a qualche ora fa era solo una voce, ora è diventata una notizia: il caos scoppiato all’interno del
Pd per l’iscrizione nel registro degli indagati di due dei tre candidati dem alle primarie per le regionali in Emilia Romagna è molto più di una bega locale.
E non solo perchè a essere coinvolti sono Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, due pezzi da novanta del Pd renziano.
La portata ‘nazionale’ della bufera è tale da sconfessare anche uno degli ultimi annunci del premier, che sabato dalla Festa dell’Unità di Bologna aveva promesso dal palco che venerdì sarebbe stata resa nota la nuova segreteria del partito. Così non sarà .
Perchè la riunione della cabina di regia democratica (in cui si sarebbe dovuto parlare della vicenda emiliana) è stata rinviata.
In un primo tempo si parlava di uno slittamento di quattro giorni (da giovedì 11 a lunedì 15 settembre), poi diventati cinque nelle ultime ore.
In pratica, la nuova squadra del segretario Matteo Renzi si avrà non prima di martedì prossimo. Basterà meno di una settimana per dirimere il nodo emiliano?
Presto per dirlo. Ieri, però, in ambienti vicini al presidente del Consiglio già si capiva che l’intenzione dei vertici era quella di dargli massima priorità .
“L’affaire Emilia-Romagna — aveva spiegato a ilfattoquotidiano.it un parlamentare vicino a Palazzo Chigi — va risolto al più presto prima che ci sfugga di mano. Richetti, adesso Bonaccini qualcosa si muove e lo scenario emiliano potrebbe riservare delle sorprese…”.
Quali? Non è dato sapere.
Di certo c’è che il Pd sta pensando a una soluzione interna in grado di mettere tutti d’accordo. In tal senso, l’ipotesi più accreditata sarebbe quella di un nome condiviso capace di superare lo scoglio primarie.
Un piano B, insomma.
I nomi che tornano in ballo sono gli stessi che inizialmente erano usciti all’inizio del dibattito: il sindaco di Imola Daniele Manca (che si era ritirato alcune settimane fa e che pareva essere il “perfetto” candidato unitario) oppure il ritorno in terra emiliano-romagnola di un ministro, magari il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio o il titolare del Welfare Giuliano Poletti.
Difficile, in ogni caso, escludere altre soluzioni. Certo è che stavolta dovrà essere Matteo Renzi ad assumersi in prima persona l’onere di sbrogliare la matassa: quello di perdere l’Emilia-Romagna è un rischio che il Pd non può nemmeno lontanamente permettersi di correre.
E finora la tendenza del capo del governo è sempre stata quella di puntare a candidati unitari.
E’ successo in Piemonte con Sergio Chiamparino. Accadrà di nuovo in Toscana con Enrico Rossi. Potrebbe accadere in Calabria (con un nome da individuare).
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
SI PARTE DA 24 MILIONI PIU’ I PREMI PER LA CARRIERA, DAL 2002 HA INCASSATO 112 MILIONI DI COMPENSI…TRA BONUS, STOCK OPTION E STIPENDI GUADAGNAVA 9 MILIONI L’ANNO
La Rossa si prepara a regalare una buonuscita d’oro a Luca Cordero Montezemolo e a riaggiornare la classifica delle maxi-liquidazioni di Piazza Affari.
Ben difficilmente il supermanager del Cavallino riuscirà a superare i 100 milioni incassati da Cesare Romiti con l’addio al Lingotto.
Ma è molto probabile che l’addio a Maranello sia reso meno amaro da un assegno che gli consentirà di insidiare la posizione sul podio di Alessandro Profumo (40 milioni da Unicredit) e Matteo Arpe (37 da Capitalia).
Una bella consolazione che si somma alla certezza di essersi già messo in tasca dal 2002 – anno da cui si possono ricostruire su documenti pubblici le sue retribuzioni – ad oggi qualcosa come 112 milioni di compensi, circa nove milioni l’anno grazie all’epopea della Ferrari.
Il brusco divorzio di queste ore farà scattare le clausole monetarie per la liquidazione previste e codificate nella relazione sulla remunerazione della Fiat.
A Montezemolo spetta così un’indennità per la risoluzione del rapporto “da pagare nell’arco dei vent’anni che non superi di cinque volte la componente fissa della sua remunerazione”.
Pari – alla luce dei 2,74 milioni di euro l’anno per la carica in Ferrari – a circa 14 milioni.
A questa cifra si aggiungono un’altra decina come componente standard della liquidazione prevista dalla cifra maturata secondo il contratto nazionale del lavoro.
E’ probabile però (ed è previsto anche dalle regole e le abitudini di Torino) che questa “base” della trattativa possa essere rimpolpata da un bonus speciale che premi i 23 anni di carriera e i 14 titoli mondiali nel palmares del manager.
Gli avvocati sono al lavoro per quantificare il valore finale da mettere sull’assegno.
Una cosa però è già certa oggi. I successi della Rossa hanno gonfiato a dovere in passato i compensi di Montezemolo.
I dati del suo stipendio sono disponibili (tra banche dati della Sec Usa e bilanci Fiat) dal 2002 ad oggi.
Dodici anni durante i quali si è messo in tasca 112 milioni.
Ben 4 volte i suoi compensi annuali hanno superato la soglia degli 8 milioni.
Nel 2002 gli è stato consegnato un “riconoscimento” da 18,2 milioni come premio “per il contributo rilevante fornito con la sua opera alla crescita del prestigio e del valore” della Ferrari.
E nel 2006 – chiusa l’operazione con gli emiri di Mubadala entrati nel capitale con il 10% – gli sono state monetizzate con 26,6 milioni di euro 93mila stock-option su titoli Ferrari.
Unico rimpianto, la mancata quotazione di Maranello.
Se il collocamento a Piazza Affari fosse andato in porto entro il 2010, Montezemolo avrebbe incassato altri 175 euro ad azione per le altre 80mila opzioni del Cavallino, qualcosa come 15 milioni di euro.
Chi si accontenta, comunque, gode lo stesso.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL COMICO FIORENTINO OSPITE DELLA PRIMA PUNTATA… DEBUTTO FLOP DELLA NUOVA STRISCIA DI FLORIS SU LA7
Ci vorrebbe il commissario Cordier, che lo anticipa nel palinsesto di La7, per rintracciare l’ascolto registrato da
Giovanni Floris con l’inedita striscia quotidiana che di inedito ha la collocazione oraria, i colori fluorescenti, lo schermo per (ospiti) mezzibusti: 1,45 per cento di share, 258.000 telespettatori, -27% in quella fascia (di Cordier).
Quasi 20 singhiozzanti minuti tra schede fantasiose, il solito Nando Pagnoncelli, la sindacalista Susanna Camusso, opinionisti misti.
Il programma Diciannoveequaranta doveva trainare il telegiornale di Enrico Mentana, svegliare un pezzo dormiente di La7.
Stavolta per l’esordio di lunediÌ€, poi il tempo saraÌ€ piuÌ€ esaustivo e senz’altro preciso, il vecchio Cordier — per la cronaca l’attore Pierre Mondy eÌ€ scomparso due anni fa — finisce per trainare Floris con l’1,69% di share.
Questa non eÌ€ la notizia piuÌ€ brutta per l’ex giornalista Rai, che la settimana prossima saraÌ€ di nuovo debuttante su La7, in prima serata, con DimartediÌ€: il comico che faraÌ€ la copertina di Massimo Giannini, prima commentatore e adesso conduttore di BallaroÌ€, saraÌ€ Roberto Benigni.
Oggi in viale Mazzini saraÌ€ formalizzato l’accordo.
Qui il duello si fa divertente, percheÌ il confronto a distanza (poi mica tanto) tra Massimo e Giovanni, che sui giornali si sono esaltati reciprocamente, diventa il confronto ravvicinato tra il toscano Benigni e il genovese Maurizio Crozza.
A Rai3 vogliono sgretolare Floris e possiamo supporre che il sentimento sia ricambiato: a prescindere dai salamelecchi distribuiti fra taccuini e microfoni.
Crozza non eÌ€ un concorrente semplice da battere per Benigni, il premio Oscar ha pure il vantaggio di apparire sporadicamente in video e puoÌ€ creare l’effetto evento.
Crozza eÌ€ il campione auditel di La7, non delude mai, non ha paragoni in quel concentrato di trasmissioni d’informazione.
Giannini arruoleraÌ€ Benigni per la prima puntata, e potrebbe tornare se l’esperimento dovesse funzionare. Oltre ai comici, Massimo e Giovanni si contendono anche Matteo Renzi.
A proposito di Palazzo Chigi, Floris se n’eÌ€ andato da Rai3 con la sensazione che non fosse gradito a Renzi, anzi che fosse addirittura un avversario da rimuovere, un giornalista ostile tra i suoi cantori nel servizio pubblico.
La realtà non eÌ€ cosiÌ€ netta, e Floris ha lasciato la Rai per avere piuÌ€ spazio e per non rischiare di spegnersi a Rai3: l’1,45% non daÌ€ la sensazione di essere molto accesi, ma a La7 — fanno sapere i dirigenti — non sono preoccupati.
Anche Giannini presidia una zona non protetta, un giorno delicato dentro un canale in discesa (superato da Rai 2) che sta mutando fisionomia.
Il lancio di stagione è più di un antipasto: è la prima impressione, la prima reazione di un pubblico molto affezionato a Floris e non di meno a Rai3.
E poi il pubblico, e l’intervento di Benigni saraÌ€ d’impatto, vorraÌ€ decifrare la posizione politica di BallaroÌ€ e di DimartediÌ€: spirito critico verso il governo o rigorosamente allineati?
Quando rilascioÌ€ un’intervista a BallaroÌ€, e non capitava neanche di rado, Benigni dantesco gettoÌ€ la Merkel all’Inferno.
Poi il toscano ha portato su Rai1 la Carta, l’ha elogiata, l’ha recitata, e chissaÌ€ se spenderaÌ€ due parole di commento sulle riforme costituzionali marchiate Verdini-Renzi.
Benigni eÌ€ l’uomo di satira con Berlinguer in braccio, la linguaccia che inquietava Giuliano Ferrara (per Berlusconi).
L’ex vicedirettore di Repubblica ha annunciato una rotazione di comici, non il massimo per abituare il pubblico, indispensabile se non puoi avere Crozza o sempre Benigni: sempre eÌ€ troppo impegnativo, ma il premio Oscar potrebbe tornare.
Questo è un bel caso. Ne sarebbe entusiasta il commissario Cordier.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PCI IN EMILIA MAI ENTRATO NEL PD: “VALGONO ZERO”
Un comunista d’altri tempi, Secondo Zani, detto Mauro. Classe 1949, è stato segretario regionale del Partito comunista in Emilia Romagna, ha aderito al Pds e poi ai Ds.
Si fermò alla nascita del Pd. Mai entrato. “Perchè non era neanche lontano parente di quelli che noi eravamo stati. Così me ne andai. Fu traumatico, perchè ero cresciuto in sezione, non lasciavo solo compagni di partito, ma i fratelli di una storia mia, della mia famiglia, della mia città , Bologna”.
Uno di quei nomi, quello di Zani, che giocavano nell’ombra, ma che aveva un’importanza vitale per il partitone, nei rapporti col territorio, con le imprese cooperative e, soprattutto, come anello di congiunzione tra Bologna, la città più rossa d’Italia, e Roma
Partiamo dalla fine
Sì, dalla fine della sinistra. Che coincide con la nascita del Pd.
Perchè?
In quell’atto costitutivo veniva citato più volte Alcide De Gasperi e mai la parola sinistra. Per questo me ne sono andato.
E non le dispiace vedere il Pd in queste condizioni?
Non saprei. Ma a cosa si riferisce? A Matteo Renzi, a quel Matteo Richetti o all’altro, come si chiama? Stefano Bonaccini.
Oggi la notizia sono Richetti e Bonaccini.
Per la questione dei rimborsi, immagino. Non ho ancora ben capito, ma non riesco a stupirmi. Forse non mi stupisco perchè il partito è senza classe dirigente, dunque può accadere di tutto. Anche quella cosa immorale dei rimborsi.
Li conosce?
No, e non vedo perchè dovrei farlo adesso. Sono gentucola, niente altro che gentucola.
Neanche Bonaccini? È stato suo successore.
No, chiese di incontrarmi poi sparì. Però non direi mio successore, lui è stato segretario regionale del Pd, io nel Pd non ho mai messo piede.
Siete politicamente parenti, in qualche modo.
No, neanche alla lontana.
Ma di chi è la responsabilità : tutta di Renzi ?
Figuriamoci, Renzi porta a compimento un disegno che era iniziato con Veltroni. Ed è quello che si conclude con il patto del Nazareno
Lei ha capito su cosa si basa quel patto?
Anche uno stupido lo capirebbe: è il progetto di un partito unico nazionale. Con Berlusconi.
Anche D’Alema ci ha messo lo zampino, dunque?
Certo, anche lui.
E Bersani?
Poveretto, a un certo punto l’aveva capito. E si era inventato il riformismo. Che non voleva dire nulla.
Lei sembra pieno di risentimento.
Come non potrei. Ma sono amareggiato, soprattutto. Tuttavia non dispero. Questi con la controriforma costituzionale e la legge elettorale cercano di farci fare un salto indietro di cento anni. Se non l’abbiamo capito, è grave. E Renzi, o il Pd, dipende, rappresentano il 20 per cento degli italiani. Io me ne frego se sbandierano il 40. Quale 40? Sono il venti.
Durerà la generazione dei Renzi, Bonaccini e Richetti?
Vabbè, Bonaccini e Richetti non li calcolo. valgono zero. Per Renzi avevo previsto 20 anni. Visto come si muove mi sono ricreduto: non arriva a primavera.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
RAPPRESENTANO QUELL’ITALIA GENEROSA E SILENZIOSA CHE E’ LA SPINA DORSALE NASCOSTA DEL NOSTRO PAESE, QUELLA CHE TIENE ANCORA IN PIEDI LA NOSTRA SOCIETA’
L’Italia migliore e nascosta ha la faccia di Lucia, Olga e Bernardetta. Volti umani, non “fotogenici”. Tre donne
tra i settantacinque e i settantanove anni.
Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta.
Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara.
Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perchè imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica.
Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani.
Vite particolari, perchè volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle.
E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione.
Ma sono anche il volto di quell’Italia tutte le età , di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni — che fa il suo lavoro, che non disprezza nè invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità .
In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società .
Facce oneste (si può ancora usare la parola?) e che esprimono solidarietà e pulizia. Dove mai sarà Bujumbara? Nel Burundi risponderanno i più colti o i più rapidi a frugare in Internet.
In realtà ci sono tante “Bujumbara” tra di noi, tra le pieghe di un Paese devastato dalla crisi e ora anche ammorbato dai vaniloqui di palazzo.
Il punto è cosa fa ciascuno in queste Bujumbare.
Quell’Italia silenziosa e generosa come loro è veramente la spina dorsale nascosta, che tiene in piedi la società e rappresenta il suo orgoglio all’estero.
Certo, non avendo frodato milioni allo Stato, non essendo furbetta o di lingua sciolta, impegnata a diffondere tweet e selfie, non sembra avere le carte per essere ascoltata ai piani alti.
Ma se non sarà questo popolo a farsi sentire e segnare la rotta da seguire, se non sarà la sua “qualità ” a caratterizzare la svolta in cui tutti speriamo, il nostro Paese difficilmente uscirà dal pozzo in cui è caduto.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
PIU’ DEGLI 80 EURO, GLI ITALIANI VORREBBERO VEDERE RICONOSCIUTO IL LORO STATUS DI CITTADINI, NON DI SUDDITI
È solo un paradosso apparente che i sondaggi mostrino il sostegno degli italiani per Matteo Renzi (raggiunge il 64 per cento dei consensi nel sondaggio di cui ha dato conto il Corriere domenica, e in nessun altra rilevazione scende sotto il 50), unito però a un diffuso scetticismo sulle misure del governo.
Non c’è nulla di irrazionale. Anzi, il pubblico si mostra giudizioso.
Si affida a Renzi perchè lo riconosce come l’uomo forte del momento, colui che domina la politica e dice di sapere che cosa occorra fare per portarci fuori dai guai. In situazioni tribolate non è insensato affidarsi (provvisoriamente) all’uomo forte disponibile.
Ma, al tempo stesso, gli italiani non si mostrano stupidi, non si fanno prendere in giro. Fino ad oggi il governo non è risultato molto convincente nella sua azione e i sondaggi lo registrano.
Proviamo a domandarci che cosa ci sia di poco convincente.
Detto in modo enfatico e (non troppo) esagerato, di poco convincente c’è il fatto che non si è visto fin qui nessun provvedimento volto a restituire agli italiani i diritti di cittadinanza, nessun provvedimento che dia l’impressione di volerli trasformare da sudditi, quali per molti versi sono, in cittadini.
Alcuni anni fa l’economista Nicola Rossi scrisse un bel libro (Sudditi, Istituto Bruno Leoni) che documentava il modo in cui politica e amministrazione avevano ridotto alla stato di sudditanza gli italiani, che pure, stando alla Costituzione, dovrebbero essere cittadini.
Nel periodo intercorso non è cambiato nulla.
E nemmeno Renzi finora ha fatto granchè.
Il caso della Tasi è esemplare. Come documentavano, sul Corriere di ieri, Fracaro e Saldutti, a meno di un mese dalla scadenza, più di 3.000 Comuni su 8.000 non hanno ancora fissato l’aliquota che dovrà essere versata.
Una grande quantità di italiani continua ad ignorare quanto dovrà pagare. Il governo Renzi, sulla scia di Letta, ha ripetuto l’errore fatto a suo tempo dal governo Monti con l’Imu.
Ma perchè mai dovrebbero ripartire i consumi se si impongono tasse e poi si lasciano passare mesi e mesi prima che i cittadini (pardon: i sudditi) possano conoscerne l’entità ?
Eppure sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato stabilire che le inefficienze dell’amministrazione sono a carico solo dell’amministrazione.
Sarebbe bastato decidere che i Comuni avevano tempo, poniamo, fino al maggio 2014 per stabilire l’ammontare dell’aliquota.
Dopo di che, avrebbero perso il diritto di esigere il pagamento della tassa.
Sbaglia chi crede che perchè ci sia crescita economica occorra che la politica sia «amichevole verso il mercato».
Occorre invece che sia amichevole verso i diritti di cittadinanza.
L’orientamento pro-mercato ne è soltanto una conseguenza. Chi, ad esempio, oggi vuol fare impresa è sottoposto alla tagliola e al ricatto delle autorizzazioni che l’amministrazione rilascerà a suo comodo, quando vorrà .
Anche qui basterebbe poco per ristabilire il diritto di cittadinanza: il silenzio-assenso. Se l’autorizzazione esplicita non arriva entro un termine preciso, si dà per acquisita.
E i funzionari che non se ne sono occupati nel tempo previsto saranno civilmente e penalmente corresponsabili di eventuali abusi.
Se il governo cominciasse ad «elargire» agli italiani diritti di cittadinanza avrebbe forse più successo di quello fin qui ottenuto con gli ottanta euro, riuscirebbe a fare ripartire l’economia.
E forse i consensi di cui Renzi gode oggi nel Paese non risulterebbero effimeri, passeggeri.
Angelo Panebianco
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
RESTA IN CORSA BALZANI, MA STA CON CIVATI… E RENZI PENSA (E SPERA) DI DIROTTARE DEL RIO IN EMILIA
Adesso non è più il «casino» bona ria mente accen nato da Mat teo Renzi nel suo inter vento di chiu sura alla festa
dell’Unità di Bolo gna.
Adesso in Emi lia Roma gna è il caos.
Le pri ma rie per sce gliere il can di dato di cen tro si ni stra alle pros sime ele zioni regio nali dopo le dimis sioni di Vasco Errani inciam pano sulle inchie ste giu di zia rie.
Mat teo Richetti e Ste fano Bonac cini, i fra telli col telli ren ziani che ave vano deciso di
sfi darsi aper ta mente, sono entrambi inda gati per pecu lato nelle inchie ste sulle cosid dette spese pazze dei con si glieri regionali.
Il primo si è riti rato a metà gior nata e non ha nean che pre sen tato le firme rac colte per la can di da tura alle pri ma rie, il secondo ha man mano annul lato tutti i suoi appun ta menti ed è tor nato velo ce mente a Bolo gna.
Per ora Bonac cini tiene duro: «Con fido di poter dare al più pre sto ogni oppor tuno chia ri mento – ha scritto in una nota – ho appreso poco fa che la Pro cura sta svol gendo accer ta menti anche sul mio conto e ho già comu ni cato, attra verso il mio legale pro fes sor Manes (Vit to rio, ndr) di essere a dispo si zione per chia rire ogni even tuale addebito».
Ma il Pd nazio nale potrà sop por tare una situa zione del genere nella quale in corsa potrebbe rima nere solo l’ex sin daco di Forlì Roberto Bal zani che si carat te rizza per le sue bor date all’«apparato»?
Renzi non aveva gra dito la sfida «fra tri cida» che aveva fatto fuori l’ex sin daco di Imola Daniele Manca, dato per favo rito ma come can di dato unico.
Ora verrà calato il cosid detto bri sco lone da Roma?
E potrebbe essere quel Gra ziano Del rio che solo la set ti mana scorsa aveva smen tito sec ca mente le voci che tor na vano a darlo come can di dato unificante?
La dif fe renza la potreb bero fare gli adde biti che ven gono mossi.
Per capirci meglio, a quanto ammonta il pre sunto pecu lato di Bonac cini?
Potrebbe essere quella la linea del Piave di un can di dato che sarebbe stato il favo rito in pri ma rie che già non sem bra vano aver sedotto il popolo di cen tro si ni stra e che ora sem brano defi ni ti va mente inqui nate.
Richetti è invece inda gato per l’utilizzo delle auto blu.
Il Movi mento 5Stelle aveva pre sen tato nel 2011 un espo sto sul tema. E, iro nia della sorte, Richetti ha carat te riz zato la sua pre si denza del con si glio regio nale, fino alle dimis sioni quando è diven tato depu tato, pro prio per aver abo lito i vita lizi e rifor mato lo
stan zia mento delle risorse ai par titi. Lo ricor dava sem pre nelle inter vi ste che rila sciava in quel periodo.
E’ dif fi cile capire come si possa essere arri vati a que sto punto: che ci fosse un’inchiesta in Pro cura sulle spese dei con si glieri regio nali era cosa nota.
Arti coli e com menti di stampa ave vano in qual che modo avvi sato il Pd dell’eventuale pro blema giu di zia rio.
Ma il legale di Richetti, l’avvocato Gino Bot ti glioni, ha chie sto solo ieri di effet tuare l’accesso agli atti.
Lo stesso Richetti, per giu sti fi care il suo ritiro, aveva par lato di que stioni per so nali, poche ore dopo è arri vata la noti zia dell’iscrizione nel regi stro degli inda gati.
In tutto sareb bero otto i con si glieri del Pd sotto inchie sta da parte della Pro cura e d’altra parte erano sette quelli che ave vano rice vuto a luglio inviti a dedurre (una sorta di avviso di garan zia) da parte della Pro cura regio nale della Corte dei Conti.
Con te sta zioni diverse per entità eco no mica che ave vano riguar dato anche Bonaccini.
Giusi Marcante
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI AREZZO GIUSEPPE FANFANI, NIPOTE DI AMINTORE E PROTETTO DALLA BOSCHI, VERSO IL CSM
Una trattativa serrata, nella notte, per evitare una nuova fumata nera e un nuovo, inesorabile, monito di Napolitano.
Ma il gioco d’incastri appare più complicato del previsto in questa partita doppia per l’elezione dei membri della Consulta e del Csm; il via libera a Luciano Violante alla Consulta, in coppia con Antonio Catricalà benedetto da Gianni Letta, avrebbe eliminato Massimo Brutti dalla corsa alla vicepresidenza del Csm.
Troppi, per il Cavaliere, due “comunisti” storici alla guida dei due organismi di garanzia.
Ecco che, quindi, si è fatta avanti, con maggiore credibilità , la candidatura di Giuseppe Fanfani — giovane sindaco di Arezzo, margheritino della prima ora, amico di sempre di Maria Elena Boschi — a possibile successore di Vietti sullo scranno più alto di Palazzo dei Marescialli.
Il suo nome è vissuto in modo meno ostile da Berlusconi.
Che in caso sarebbe anche pronto a sacrificare Catricalà in cambio di Donato Bruno, ma poi non è detto, visto che dentro il Pd la contrapposizione è aspra e c’è chi preferirebbe vedere al posto di Vietti, Paola Severino piuttosto che un renziano di “dubbie capacità ” al Csm.
Così come dentro il partito del Cavaliere non sembra ancora essere del tutto tramontata l’ipotesi di forzare la mano su Niccolò Ghedini.
Stamattina, poco prima dell’inizio d’aula, una nuova riunione del gruppo Pd per fare il punto.
Ieri mattina, intanto, a Palazzo Chigi Matteo Renzi ha visto i capigruppo del Pd, Luigi Zanda e Roberto Speranza, per stabilire la strategia, anche alla luce delle sollecitazioni del Quirinale, di Grasso e Boldrini che hanno minacciato il voto a oltranza in caso di una nuova fumata nera.
Nel corso della giornata, poi, ci sono stati contatti continui ai massimi livelli tra Pd e Forza Italia, Lotti da un lato, Verdini dall’altro.
Per Palazzo dei Marescialli non verrebbe avanzata una candidatura dalla Lega che potrebbe anche decidere annullare le schede, mentre Sel punterebbe all’avvocato Paola Balducci e il M5S ai nomi scelti dalla rete nel luglio scorso (il professor Alessio Zaccaria al primo posto, seguito da Nicola Colaianni, Fabio Anselmo, Massimo Bongiovanni, Oreste Agosto; in ambienti parlamentari si sottolinea che l’accordo si potrebbe trovare su Colaianni).
La partita resta quella all’interno di Forza Italia, dove si darebbe per certa la candidatura dell’avvocato e senatrice Elisabetta Casellati.
Ma si parla anche dell’ex consigliere Csm Nino Marotta di Sarro e, fra i campani, c’è chi avrebbe pensato all’elezione di Ciro Falanga.
Tra gli otto nomi dei membri laici del Csm, invece, figurerebbero poi la senatrice Elisabetta Maria Casellati, in quota Forza Italia, e anche l’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che avrebbe già dato la sua disponibilità , ma meglio se per la Consulta, che dura sette anni, non cinque come il Csm.
La partita, insomma, si gioca fino all’ultimo minuto.
Nel campo della maggioranza, i nomi circolati per l’elezione dei membri laici sono, per il Pd, quelli di Ferruccio Auletta, Cinzia Capano, Luca Petrucci e Ilaria Pagni, mentre per il Nuovo Centrodestra il candidato rimane Antonio Leone.
La partita in gioco è considerata delicata anche per l’imminente nomina dei capi di alcune procure politicamente delicate che dovranno essere il primo banco di prova del nuovo plenum del Csm e su cui il Quirinale ha chiesto la massima celerità (una di queste è la Procura di Milano).
Smentita, invece, l’ipotesi di un rinvio del solo voto sui membri della Consulta, per intervento diretto sempre del Quirinale che ha fatto capire di non accettare deroghe alle “necessarie scelte politiche da compiere”.
Stamattina, dunque, i nodi potrebbero sciogliersi, visto che il Pd ha sollecitato con un sms i suoi parlamentari a non mancare all’appuntamento per nessun motivo.
Si punta a chiudere in giornata, dicono i renziani, anche se dai dem più avveduti c’è la piena coscienza che il quorum del 3/5 dei soli votanti rimane comunque alto, vista l’aria che tira.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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