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PROVINCE, L’ULTIMO TRUCCO DI RENZI: VIA IL NOME, RESTANO LE FUNZIONI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

TRA LE COMPETENZE RIMARRANNO L’AMBIENTE, LE SCUOLE, IL TRASPORTO PUBBLICO, LA PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO…MA SENZA RISORSE LE SCUOLE RISCHIANO DI RIMANERE AL FREDDO

Tutela dell’ambiente, gestione delle strade provinciali, pianificazione del territorio e del trasporto pubblico, controllo di quello privato, gestione dell’edilizia scolastica. Sono le competenze fondamentali delle nuove Province.
Le vecchie Province, invece, prima della riforma Delrio, si occupavano anche di tutela dell’ambiente, gestione delle strade provinciali, pianificazione del territorio e del trasporto pubblico, controllo di quello privato, gestione dell’edilizia scolastica.
Cioè le stesse materie.
Per capirci qualcosa servirebbe uno bravo nel gioco della Settimana Enigmistica: trova le differenze.
Il cerchietto finirebbe forse sul taglio delle poltrone (tra assessori e consiglieri saranno poco meno di mille anzichè 2500) e magari sulle modalità  di elezione: non più i cittadini che votano i politici, ma i politici che votano i politici.
Cioè i consiglieri comunali che votano i consiglieri provinciali, presidenti compresi. L’elezione di secondo livello, come quella per il Senato disegnato dai consiglieri regionali. In queste ore, anche se nessuno se ne accorge, ci sono tavoli diplomatici per cercare alleanze, sostegni, appoggi esterni tra i partiti.
Una vera e propria campagna elettorale sottotraccia: arrivare al vertice ha soprattutto un significato politico (per dire: con un po’ di alleanze il M5s potrebbe prendersi Livorno).
Ma non solo. Regioni e Stato si sono incontrati, l’11 settembre, per definire se le Province dovranno prendere altre materie da gestire e su cui intervenire.
Ma quelle 5-6 ci saranno di sicuro e il paradosso è che sono state proprio quelle il cuore della ragione d’essere delle Province conosciute fino a ora.
Sembra un gioco di prestidigitazione: Matteo Renzi non avrà  la bacchetta magica, ma forse un cilindro e un mazzo di carte se li è procurati.
Come spiega il presidente dell’Upi Alessandro Pastacci, d’altronde, le Province continuano “a erogare funzioni fondamentali, in particolare, sulla costruzione e gestione dell’80% delle strade, pari a circa 130mila chilometri e sulla gestione della edilizia scolastica delle superiori secondarie, che sono circa 5mila edifici. Per questo è necessario che vengano erogate le risorse adeguate”.
E d’altra parte la conferma è arrivata dalle dichiarazioni anche di chi rappresenta le Regioni: se non ci saranno trasferimenti sufficienti, dice il presidente Sergio Chiamparino, non saranno garantite funzioni fondamentali “come il riscaldamento nelle scuole o la pulizia delle strade dalla neve“.
“Proceduralmente — aggiunge chiedendo che le risorse siano già  nella legge di stabilità  — ci sono delle garanzie che verranno attribuite le risorse per far si che le nuove province possano ottemperare almeno alle funzioni fondamentali , alla parte fondamentale dei loro compiti, però i soldi non ci sono ancora quindi questo è un altro tema. Rischiamo di non riuscire a mantenere le scuole aperte o la minima funzionalità  delle viabilità  in particolare in zone impervie e montagna”.
Mentre tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre verranno eletti sindaci e consigli metropolitani di 8 città  e presidenti e consigli di 64 Province, 33 di queste presentano una situazione di “pre-dissesto”, come è emerso dalla due diligence realizzata da Upi, ministero dell’Economia e Viminale.
Ogni Regione deciderà  sulle competenze da delegare alle Province
In questo scenario c’è che la riunione dell’11 settembre non ha sciolto il nodo sulle (ulteriori) competenze che le Regioni dovrebbero distribuire alle Province.
Anzi l’incontro è terminato con la decisione che ogni Regione deciderà  per sè. L’unica decisione già  definitiva riguarda la tutela delle minoranze linguistiche.
Per il resto bisogna aspettare ancora — come scrive il Corriere della Sera — lasciando scoperte competenze importanti come cultura, turismo e sport sulle quali è necessario un coordinamento di “area vasta” che non sia il piccolo territorio di un comune, ma neanche l’estensione di una regione nella quale ogni area ha esigenze e dinamiche diverse. Il risultato è che da semplificazione diventi ulteriore complicazione.
Le elezioni di fine settembre e inizio ottobre
Per le prime la presentazione delle liste dei candidati, secondo quanto fissato dalla circolare 32 del 2014 del ministero dell’Interno, è stata prevista entro il 20esimo giorno precedente le votazioni e per le seconde entro il 40esimo.
Tutto ciò inevitabilmente ha dato vita a un fitto gioco di alleanze tra i vari gruppi consiliari, ancora in via di definizione in molte realtà , che va a sommarsi a una delle novità  della legge 56 di riforma degli enti locali, vale a dire il voto di secondo livello, che esclude i cittadini conferendo la scelta a coloro che sono già  stati eletti (i sindaci), che saranno chiamati ad eleggere i consigli metropolitani di 8 città  metropolitane — Milano, Bologna, Genova, Firenze e Bari, che andranno alle urne il 28 settembre, Roma, 5 ottobre, e Torino e Napoli il 12 ottobre — e i presidenti e i consigli di 64 province (per i quali le urne saranno aperte nella maggior parte dei casi il 12 ottobre).
Città  metropolitane
Il sindaco metropolitano sarà  di diritto il primo cittadino del comune capoluogo (condizione che vale sempre a meno di modifiche stabilite per statuto); sono eleggibili come consigliere metropolitano i sindaci e i consiglieri comunali in carica.
Il consiglio metropolitano sarà  composto da: sindaco metropolitano, 24 consiglieri nelle città  metropolitane con popolazione residente superiore a 3 milioni di abitanti (Roma, Milano, Napoli); oppure da 18 (nelle realtà  con popolazione residente superiore a 800mila e inferiore o pari a 3 milioni di abitanti (Torino, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari). Quattordici infine nelle altre (Reggio Calabria).
I termini per la presentazione delle liste di candidati al Consiglio metropolitano sono stati fissati tra il 19 e il 13 settembre, nel caso in cui si vota il 28 settembre, e tra il 23 e il 27 settembre se si va alle urne il 12 ottobre.
Otto giorni prima della votazione le liste definitive dei candidati al consiglio metropolitano sono pubblicate sul sito internet della Provincia (entro il 20 settembre se si vota il 28 settembre o entro il 4 ottobre nel caso del 12 ottobre).
Nuove Province
Sono eleggibili a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica, nonchè, limitatamente alle prime elezioni, i consiglieri provinciali uscenti. Il consiglio dura in carica 2 anni.
Sono eleggibili a presidente della Provincia i sindaci della provincia il cui mandato scada non prima di 18 mesi dallo svolgimento delle elezioni e, in sede di prima applicazione, anche i consiglieri provinciali uscenti.
Il presidente dura in carica 4 anni. Eleggono il presidente e il consiglio provinciale, i sindaci e i consiglieri dei comuni della provincia. Le date per la presentazione delle liste dei candidati sono state fissate al 7 settembre, in caso di voto il 28 settembre, e al 21 settembre nel caso del 12 ottobre.
Il profilo di innovazione che contempla, entro il 2015, la nascita delle città  metropolitane e delle nuove province di area vasta, prevede anche un taglio dei nuovi amministratori, che alla fine saranno in tutto 986, anzichè 2500, distribuiti tra 162 consiglieri metropolitani, 64 presidenti di provincia e 760 consiglieri provinciali.
La legge prevede l’introduzione del voto ponderato: ogni elettore cioè esprimerà  una scelta che sarà  proporzionale al numero di cittadini che il consigliere comunale e il sindaco rappresentano nell’ambito del comune di appartenenza.
Per l’elezione del consiglio metropolitano e del consiglio provinciale la legge introduce, oltre al voto ponderato, un voto di lista, con la possibilità  per l’elettore di esprimere un voto di preferenza per uno dei candidati compreso nella lista.
Regione Lombardia: “E’ il funerale della legge Delrio
Tra gli amministratori locali del centrodestra si usano immagini nette: “Si è sentito di fatto il fallimento della riforma Delrio”, dice l’assessore all’Economia della Regione Lombardia Massimo Garavaglia (Lega) e questo perchè “nel testo del decreto che il governo emana a supporto della riforma all’articolo 3, comma 3, viene scritto che il governo non metterà  un euro in più sulle funzioni in capo alle nuove province e lo stesso faranno le regioni”.
Per il sottosegretario alle Riforme lombardo Daniele Nava (Ncd) “si celebra il funerale della legge Delrio”. “Il Parlamento — aggiunge — ha votato una legge e il Governo non la finanzia. È una grandissima presa in giro per i cittadini e presto ci sarà  un cortocircuito istituzionale, che pagheranno gli stessi cittadini. Non ci può essere trasferimento delle funzioni alle Province ma senza soldi. E’ una decisione molto pericolosa per alcuni servizi fondamentali”.
M5s: “Balladopoballa, Province mai abolite”
Intanto sulla questione, sotto il profilo di rimborsi e indennità , interviene anche il Movimento Cinque Stelle che trasforma il “passo dopo passo” di Renzi in “#balladopoballa”: “Il gattopardismo del Governo Renzi ha già  fatto scuola — si legge in un post sul sito di Beppe Grillo — Nella conversione in legge del Dl Pubblica amministrazione del 7 agosto 2014 è stata inserita una postilla (all’articolo 23, comma 84 del paragrafo f-bis) grazie alla quale le Province, mai abolite e tuttora attive, dovranno continuare a erogare ricchi rimborsi spese a consiglieri e a presidenti peraltro non più eletti ma nominati dalla politica stessa”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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DEBITO, INDUSTRIA, DEFLAZIONE, SOLO CATTIVE NOTIZIE: L’ITALIA AGGIORNA TUTTI I RECORD NEGATIVI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

DEBITO PUBBLICO A QUOTA 2.186 MILIARDI, PRODUZIONE INDUSTRIALE IN CALO -1,8% RISPETTO AL 2013

Istat e Banca d’Italia consegnano al ministro Pier Carlo Padoan, padrone di casa del vertice dell’Eurogruppo in corso a Milano, un’altra coppia di cattive notizie per l’economia italiana.
Dall’istituto nazionale di statistica arriva una nuova doccia fredda sulla produzione industriale, calata a luglio dell’1% rispetto al mese precedente e dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2013.
Da via Nazionale, invece, un nuovo alert sullo stock, crescente, del nostro debito pubblico, giunto nello stesso mese a quota 2186 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto al massimo di giugno.
Sempre l’Istat intanto conferma le stime negative sull’inflazione diffuse nelle scorse settimane: ad agosto il dato ha visto una crescita debole dello 0,2%, mentre rispetto al 2013 il livello medio dei prezzi vede una flessione dello 0,1%. In confronto al 2013 il nostro Paese si trova quindi in deflazione.
Produzione industriale.
I dati sulla produzione industriale proseguono nel solco del trend altalenante che ha caratterizzato gli ultimi mesi.
La caduta di luglio, infatti, brucia il guadagno del mese precedente (+0,8% congiunturale), andando peggio di quanto previsto dalla maggior parte degli analisti, che avevano stimato un indice piatto o poco sotto lo zero (ad esempio il consensus dell’agenzia Bloomberg indicava una flessione mensile dello 0,2%).
Insomma il terzo trimestre, che a luglio segna l’avvio, parte in salita. Guardando ai macro-settori, a luglio l’indice destagionalizzato presenta tutte variazioni congiunturali negative: diminuiscono i beni di consumo (-2,4%), quelli strumentali (-2,1%) e, anche se in misura piu’ lieve, l’energia (-0,8%) e i beni intermedi (-0,6%).
Debito.
Quanto ai dati pubblicati dalla Banca d’Italia – si legge ancora nel bollettino di Via Nazionale – il debito pubblico è’ aumentato di 99,2 miliardi, riflettendo il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (32,7 miliardi) e l’aumento delle disponibilita’ liquide del Tesoro (72,1 miliardi).
Nel complesso, l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e gli effetti della rivalutazione dei BTPi hanno contenuto l’incremento del debito per 5,6 miliardi. Sul fabbisogno dei primi sette mesi ha inciso per 4,5 miliardi (8,7 miliardi nel corrispondente periodo del 2013) il sostegno finanziario ai paesi dell’area dell’euro. Nel complesso, la quota di competenza italiana del sostegno finanziario ai paesi dell’area era pari alla fine dello scorso luglio a 60,1 miliardi.
Entrate.
Leggero calo nei primi sette mesi dell’anno per entrate. Da gennaio gli incassi sono diminuiti dello 0,5 per cento (1,0 miliardi). Confrontato al dato di luglio del 2013 il dato risulta invece in crescita dello 0,8 per cento (0,3 miliardi) rispetto allo stesso mese dello scorso anno.
Salgono a quindici le grandi citta’ in deflazione.
Registrano, infatti, prezzi in calo su base annua: Potenza, Reggio Emilia e Padova (-0,1%); Roma, Perugia, Bologna e Genova (-0,2%); Bari, Trieste, Firenze e Milano (-0,3%); Livorno (-0,5%); Torino (-0,6%); Verona (-0,7%); e Venezia (-0,8%).

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A DAVIGO: “RIFORME INUTILI, LO STATO SMETTA DI COPRIRE I REATI”

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

“SIAMO PIU’ PRODUTTIVI DEI TEDESCHI, MA TROPPI PROCESSI”…”ALLA CORTE SUPREMA USA SOLO 100 RICORSI L’ANNO”

“Siamo più produttivi dei tedeschi, ma troppi processi”. L’ex pm di Mani pulite, oggi in Cassazione: “Chi ha torto sa che tirarla in lungo gli conviene. Alla Corte suprema Usa solo 100 ricorsi l’anno”
Riforme inutili”. Piercamillo Davigo, già  pm del pool Mani Pulite, ora giudice di Cassazione, lo ripete di continuo (l’ultima volta domenica a Cernobbio) dopo aver letto le linee guida di riforma della giustizia.
In questa intervista spiega il perchè.
Partiamo dalle ferie dei magistrati: il governo le vuole ridurre di due settimane perchè siete i soli dipendenti pubblici che vanno in vacanza 45 giorni e dovete aumentare la produttività .
Intanto non è vero: abbiamo le stesse ferie di un maresciallo anziano dei Carabinieri. E poi non ha senso paragonare i magistrati ai dirigenti della PA. Noi, in vacanza, dobbiamo scrivere le sentenze e i provvedimenti. Le nostre ferie non sospendono mica i termini di deposito degli atti: se ritardiamo, finiamo sotto procedimento disciplinare. Poi gli statali hanno il sabato non lavorativo e gli straordinari, noi no. E non solo: in Procura, quando il pm ha un turno, lavora 36 ore di fila, tanto quanto lo statale tutta la settimana. Ma, finite le 36 ore, mica se ne sta a casa. Misurare a tempo l’attività  del magistrato non sta nè in cielo nè in terra.
Però gli uffici giudiziari chiudono dal 31 luglio al 15 settembre.
Altra balla. Non chiudono mai. Quella è la sospensione feriale dei termini, che ora viene confusa con le ferie dei magistrati. Gli ospedali non ce l’hanno mica, eppure i medici in ferie ci vanno lo stesso. La sospensione dei termini serve per le vacanze degli avvocati, che altrimenti non si fermerebbero mai, se dovessero depositare gli appelli o le memorie difensive tutto l’anno. Per noi invece i termini decorrono anche d’estate, perchè facciamo i turni. Comunque questa storia di aumentare la nostra produttività  per legge è insensata a prescindere: anche se fosse possibile, non risolverebbe nulla; e poi i magistrati italiani sono i più produttivi di tutti i 48 stati membri del Consiglio d’Europa.
E questo chi lo dice?
Il rapporto CEPEJ, Commission europèenne pour l’efficacitè de la Justice, organo del Consiglio d’Europa. L’Italia ha 14,8 giudici ogni 100 mila abitanti, tanti quanti la Francia, contro gli 11,6 del Regno Unito e i 30,7 della Germania. Nel civile, in Germania ogni giudice riceve 54,86 nuove cause e ne definisce in primo grado 78,86; in Francia ne riceve 224,15 e ne definisce 215,67; in Italia ne riceve 438,06 e ne definisce 411,33. Nel penale, un giudice tedesco riceve 42,11 processi e ne chiude 42,91, uno francese ne riceve 80,92 e ne chiude 87,06, un italiano ne riceve 190,71 e ne chiude 181,09. Noi italiani lavoriamo il doppio dei colleghi francesi e il quadruplo dei tedeschi.
Eppure i fascicoli arretrati si accumulano a milioni.
Ma perchè facciamo troppi processi, non perchè lavoriamo poco! Negli ultimi 30-40 anni i magistrati sono quasi raddoppiati, da 5 a 9 mila, e così le risorse e la produttività . Intanto il contenzioso è triplicato. Mica per colpa nostra: perchè da noi tutto finisce davanti al giudice, anche quello che non dovrebbe. L’anomalia non sono i magistrati, ma la litigiosità  fuori misura e controllo. I politici hanno creato un sistema normativo che tutela più chi viola la legge che le vittime. Ma nessuno ne parla, nè pensa a riforme che invertano la tendenza.
Il decreto del governo accelera e deflaziona il processo civile: primo grado in un anno e arretrati dimezzati in tre anni.
E perchè non in sei mesi? Se bastasse scrivere quanto deve durare un processo per farlo durare meno, ci avrebbe già  pensato qualcun altro. Vengono in mente i Promessi Sposi, quando il gran cancelliere Antonio Ferrer ‘vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto è per sè una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla… Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovanire, alterando la sua fede di battesimo’. Domanda: e se, approvato il decreto sulle cause di primo grado in un anno, le cause durano più di un anno, che si fa? Siamo seri: oggi il debitore non paga il creditore perchè gli conviene andare in causa e resistere in giudizio, così alla fine, se mai si dimostrerà  che quei soldi li doveva, li pagherà  dopo anni, e a un interesse molto minore di quelli che avrebbe versato alla banca se avesse chiesto un prestito per pagare subito.
Il decreto del governo vuole incoraggiare le parti ad affidarsi ad arbitri esterni, a un accordo fra i rispettivi avvocati, per non intasare i tribunali e fare prima
Belle gride manzoniane che non tengono conto della realtà . Chi ha torto lo sa benissimo di avere torto: resiste in giudizio perchè gli conviene. Se non voleva pagare prima, non pagherà  neanche adesso. Perchè mai dovrebbe arrendersi e pagare subito, quando può farlo tra molti anni, sempre-chè il creditore riesca a dimostrare il proprio buon diritto? Idem l’imputato colpevole nel penale: lo sa benissimo di essere colpevole, ma invece di patteggiare la pena, si fa tutti e tre i gradi di giudizio, così magari arraffa la prescrizione.
Che cosa suggerisce, lei, per ridurre la durata dei processi?
Bisogna ridurne il numero, cambiando le norme per rendere non convenienti i giudizi e i ricorsi a chi ha torto o è colpevole. Cioè tutelare chi subisce un danno o un reato più di chi lo commette. E incentivare i cittadini a comportarsi bene, mentre in Italia il sistema incoraggia a comportarsi male. Ma nessuno ne parla. Anche perchè dimezzare le cause e portarle al livello della Francia significherebbe dimezzare il reddito degli avvocati, che sono 250 mila e aumentano di 15 mila (finchè non si metterà  il numero chiuso nelle facoltà  di Giurisprudenza). Dubito che una classe politica che non riesce a resistere alla debolissima lobby dei tassisti voglia davvero sfidare la potentissima lobby degli avvocati.
E nel penale?
Stesso discorso. L’incentivo a farsi processare e a ricorrere in tutti i gradi di giudizio si chiama prescrizione. Perchè, secondo lei, negli Usa il 90% degli imputati si dichiara colpevole e patteggia? Perchè, se un imputato si dichiara innocente, si fa processare col rito ordinario e poi si scopre che era colpevole, lo rovinano con pene così alte che agli altri passa la voglia di mentire. In Italia si può patteggiare senza dichiararsi colpevoli, e poi addirittura ricorrere in Cassazione contro il patteggiamento concordato col pm; intanto la prescrizione continua a correre e può scattare un minuto prima della sentenza definitiva. Il 15% dei ricorsi in Cassazione sono contro i patteggiamenti: ma si può andare avanti così?
Uno dei ddl del governo regala 2 anni ai giudici d’appello dopo la condanna di primo grado e 1 anno in Cassazione prima che scatti la prescrizione. Se però in appello la condanna viene annullata, il bonus è revocato.
Guardi, è molto semplice: la prescrizione deve smettere di decorrere dopo il rinvio a giudizio.  Com  ‘è già  previsto nel processo civile (dove si ferma appena uno ti fa causa). È l’unico sistema efficace per scoraggiare i ricorsi dilatori e pretestuosi. Fra l’altro, solo la nostra Costituzione stabilisce il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. La Convenzione europea per i Diritti dell’uomo dice che uno è presunto innocente ‘fino a sentenza di condanna’: di primo, non di terzo grado. Da noi solo un fesso non impugna la prima condanna: se non lo fa, la sentenza diventa definitiva e, se è fuori, può finire in carcere; se invece è già  in carcere, può uscire per decorrenza dei termini.
Un altro ddl del governo stringe le maglie della responsabilità  civile dei magistrati: dicono che la legge attuale, la Vassalli del 1988, ha tradito il referendum di Craxi e Pannella.
Senta, non parlo per me perchè, stando in Cassazione, sono il giudice di ultima istanza, dunque per la vulgata corrente ho ragione per definizione… Ma ragioniamo. Chi vuole la responsabilità  diretta, consentendo alla parte o all’imputato di citare il suo giudice, non sa quel che dice: basterebbe fare causa e il giudice, anche se non ha fatto nulla di scorretto, per obbligarlo ad astenersi dal processo. E così a catena, col risultato che non si farebbe più nessun processo. Aggiungo che, nel sistema anglosassone, molto popolare in Italia soprattutto fra chi non lo conosce, i giudici non rispondono, punto. Salvo, si capisce, che commettano delitti.
Renzi dice: “Chi sbaglia paga”.
Bravo. Ma se uno fa l’autista in un ufficio pubblico, chi la paga l’assicurazione della sua auto? Lo Stato, mica lui. Noi ce la paghiamo da soli. Ma se venisse ampliata l’area della nostra responsabilità  civile, costringendoci ad assicurarci per somme molto elevate, potremmo fare un’azione sindacale per farcele rimborsare dallo Stato: mica facciamo i giudici per divertirci, siamo al servizio dello Stato. Ogni paragone con altre professioni è improprio, perchè noi, qualunque decisione prendiamo, scontentiamo sempre qualcuno: nel civile, una delle due parti; nel penale, l’imputato o la vittima. La nostra funzione è conflittuale per definizione, tant’è che mi meravigliano le statistiche che ci danno un consenso del 40%: dovremmo avere lo 0%. Se uno perde il processo, dà  la colpa al giudice. Ma chi lo vince, non pensa che sia merito del giudice: pensa che gli abbia dato ragione perchè lui l’aveva.
Le era mai capitato di un premier che, alle critiche dell’Anm, risponde: “Brrr che paura”?
Mah, neanche l’avessero minacciato di chissà  quali conseguenze negative! L’Anm ha criticato il merito di alcune proposte del governo, tutto qui. E fra l’altro, pur solidale al 100 per 100 con l’Anm, io dissento quando chiede più risorse: fermo restando che i soldi non ci sono, più risorse significano più contenzioso. L’errore sta nel considerare la Giustizia un costo dello Stato: invece è una fonte di entrate. Fra multe, ammende e beni confiscati, ce ne sarebbe abbastanza per mantenere il costo del servizio giustizia. La Cassazione, per ogni ricorso inammissibile, infligge una sanzione di 1.000 euro circa: 250 mila euro al giorno solo per la VII sezione. Se lo Stato facesse qualcosa per incassarli, incamererebbe tanti di quei soldi che basterebbero a mantenere tutta la Cassazione. Invece incassa meno del 5%. Per non parlare degli enormi beni confiscati a corrotti, evasori e mafiosi: possibile che non riesca a farli fruttare? A costo di venderli, anzichè lasciarli ai comuni che non hanno soldi per la manutenzione e li mandano in malora.
Ora al Csm arriva, come vicepresidente, il sottosegretario Legnini. Per la prima volta un membro del governo passa alla guida del vostro autogoverno. Non voglio polemizzare. Osservo solo che il vicepresidente deve eleggerlo il Plenum del Csm.
È giusto anticipare da 75 a 70 anni la vostra età  pensionabile?

Mah, lo slogan ‘largo ai giovani’ non ha alcun senso. Sia perchè si scoprono centinaia di posti direttivi, dove gli attuali 72enni verranno sostituiti da 68enni. Sia perchè i giovani non ci sono: ora in organico mancano 1300 magistrati. Sarebbe meglio prima bandire i concorsi per riempire i posti vuoti (tra bando, concorso, esami, tirocinio ed entrata in funzione passano 5 anni) e poi pensare all’età  pensionabile. Che non è certo urgente. Il che rende incomprensibile il decreto legge.
Quali sono le prime due riforme che farebbe lei, se potesse?
Invece di occuparmi di cose inutili, abolirei il divieto di reformatio in peius in appello. Se ti condannano e ricorri, devi sapere che puoi essere condannato a una pena più alta. Come in Francia, dove solo il 40% delle condanne a pena detentiva da eseguire vengono appellate. In Italia non si può. Il che incentiva tutti a provarci: mal che vada, non rischiano niente, anzi non vanno in carcere a scontare la pena e magari si prendono pure la prescrizione. Perchè non dovrebbero tentare? E poi abolirei il ricorso in Cassazione per manifesta illogicità  della motivazione: basta e avanza quello per violazione di legge. In Gran Bretagna c’è un filtro rigoroso, tant’è che molti fascicoli di appello portano la stampigliatura loss of time, perdita di tempo. Negli Usa, per impugnare, devono esser d’accordo 4 giudici su 9 della Corte Suprema, che infatti esamina meno di 100 ricorsi all’anno. La nostra Cassazione, 100 mila.
E nel civile?
Imporrei un tasso di interesse giudiziale molto più salato di quello bancario, per scoraggiare i debitori dal resistere in giudizio. Pensi che nelle Commissioni tributarie che esaminano i ricorsi dei contribuenti è previsto un contributo unificato in base al valore della causa. Ma molti non pagano e lo Stato avvia complicate procedure di recupero: basterebbe imporre che il contributo sia versato subito, sennò il ricorso è inammissibile. Come diceva Adam Smith, ‘non è dalla bontà  del fornaio, del birraio, del macellaio che dobbiamo attenderci il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione per i propri interessi’.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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APPRENDISTI CIALTRONI: GRILLO CREA ALLARME SOCIALE SU EBOLA MA USA LA FOTO DI UN CADAVERE DI 40 ANNI FA

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO LA PATACCA TUBERCOLOSI, ORA CI RIPROVA CON EBOLA… A CORREDO SPACCIA LA FOTO DI UN MORTO IN RHODESIA NEGLI ANNI ’70 COME SE FOSSE UNA VITTIMA DELLA NUOVA EPIDEMIA

Un allarmismo dietro l’altro, di malattia in malattia.
Dieci giorni fa Beppe Grillo si era lanciato sulle pericolose conseguenze della tubercolosi portata dai migranti in Italia, incassando la replica di esperti e ricercatori che lo avevano accusato di usare “parole fuorvianti”.
Oggi torna a insistere, e decide di puntare sul virus dell’ebola per sottolineare il rischio “pandemia” che si corre in Europa e inoltrare richieste politiche a Commissione e Consiglio europeo.
Ma stavolta la Rete, punto di forza del Movimento 5 Stelle, non perdona. E gli si rivolta contro.
Stamani, infatti, sul blog del leader pentastellato, un post a firma ‘Movimento 5 Stelle Europa’ aveva lanciato un nuovo allarme ebola nel Vecchio Continente.
A corredo del pezzo (“una stretta di mano, un bacio sulla guancia, un rapporto sessuale: per contrarre il virus dell’ebola basta poco. Dopo 7-10 giorni arrivano i primi sintomi che corrodono l’anima. Diarrea, vomito, congiuntivite prima, poi arrivano delirio, shock e perdita di sangue. Infine la morte. Tutto questo non è un film genere splatter, succede a pochi km dall’Europa. Anzi succede già  in Europa”), la foto di un cadavere martoriato.
Sui social network, però, si è subito scatenato un fact checking che in pochi minuti ha smascherato il ‘trucco’.
L’immagine utilizzata non ritrae un uomo ucciso dal virus ebola, ma risale a circa quarant’anni fa.
Si tratta di una immagine diffusa negli anni Settanta dal governo della Rhodesia (oggi Zimbabwe, nell’Africa orientale), quando nel Paese era in corso una guerra tra il governo ufficiale e i ribelli di Robert Mugabe, attuale presidente.
Trascorrono alcune ore, e sul blog tutto a un tratto si materializza la correzione: la foto viene cambiata, l’allarmismo però rimane tale.
Soltanto alcuni mesi fa, un’altra riproduzione pubblicata sul blog di Grillo aveva provocato reazioni e polemiche: quando, per riscrivere Primo Levi e attaccare Colle e premier, il comico genovese aveva scelto di utilizzare la Shoah, con tanto di scatto taroccato del tristemente noto ingresso di Auschwitz.

(da “La Repubblica”)

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CONSULTA, CATRICALA’ SI RITIRA DALLA CORSA, VINCONO I DISSIDENTI DI FORZA ITALIA

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

AFFOSSATO DALLA DEFEZIONE DEI BERLUSCONIANI CHE ORA PIUNTANO SU DONATO BRUNO

“Spero che il Parlamento superi l’impasse”. Così Antonio Catricalà  ritira la propria candidatura come giudice della Corte costituzionale, dopo l’ennesima fumata nera delle Camere riunite nella seduta di ieri.
Il candidato del centrodestra non è riuscito a ottenere tutti i voti della propria parte, con defezioni consistenti soprattutto in Forza Italia, che nelle trattative dei giorni scorsi ha lanciato la candidatura alternativa di Donato Bruno, avvocato cassazionista e senatore berlusconiano di lungo corso.
“Ringrazio i Parlamentari che mi hanno votato ma chiedo loro di non sostenere ulteriormente la mia candidatura”, ha spiegato all’Ansa Catricalà , magistrato ed ex viceministro del governo Letta. “Non vorrei mettere a rischio la mia immagine professionale e spero che il Parlamento possa più facilmente superare le contrapposizioni che hanno finora ostacolato l’elezione dei due Giudici costituzionali”.
Per il Pd è sempre in pista Luciano Violante, ex magistrato ed ex parlamentare.
La prossima seduta congiunta di Camera e Senato è fissata lunedì 15, dopo che Boldrini e Grasso hanno ingiunto di votare a oltranza per chiudere una partita rimasta in sospeso per mesi, nonostante i richiami del presidente della Repubblica.
L’elezione dei giudici costituzionali richiede una maggioranza di tre quinti, pari a 570 voti, che finora nessun candidato ha raggiunto.
Nell’ultimo scrutinio Violante ne ha presi 468 (39 più dello scrutinio precedente), Catricalà  368 (molti di più dei 64 precedenti).

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GOVERNO, RIMPASTO IN VISTA AGLI ESTERI E ALL’ISTRUZIONE: IN PRIMA FILA PISTELLI E PUGLISI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

SI DEVE SOSTITUIRE LA MOGHERINI, MA ANCHE ASSEGNARE A UN ESPONENTE PD L’ISTRUZIONE…MA SE ORLANDO ACCETTASSE DI CORRERE IN LIGURIA E DEL RIO O POLETTI FOSSERO DIROTTATI IN EMILIA, ALLORA SI LIBEREREBBERO ALTRE POLTRONE

Lapo Pistelli alla Farnesina. Francesca Puglisi all’Istruzione. Giovanni Fiandaca alla Giustizia. Ecco il toto ministri.
Una, due, tre, quattro, cinque, forse addirittura 6 caselle costituiranno il rimpasto delle prossime settimane.
Non è dato sapere con precisione quando il premier-segretario romperà  gli indugi. Fatto sta che in Transatlantico — tra una fumata nera sui membri della Consulta e una mezza bianca sui membri laici del Csm (Legnini, Fanfani e Leone per ora i 3 eletti su 8 totali) — è una girandola di nomi che certamente, sottolinea un deputato Pd, “dialogheranno con il rinnovo della segreteria”.
Lapo Pistelli, fiorentino, già  sottosegretario alla Farnesina, per il quale Renzi ha lavorato negli anni Novanta come portaborse, è in pole position come ministro degli Esteri.
In alternativa ci sarebbe il nome “autorevole” di Marta Dassù, che è stata già  sottosegretario agli Esteri ai tempi di Letta, conosce a menadito la macchina del dicastero, e avrebbe una standing internazionale (proprio in questi giorni ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano)
Emanuele Fiano, milanese, Pd, alla terza legislatura e di rito rigorosamente franceschiniano, avrebbe le carte in regola per rivestire il ruolo di sottosegretario alla Farnesina (sostituirebbe Pistelli).
E a quelli sopracitati si possono aggiungere: la renziana Lorenza Bonaccorsi, Lia Quartapelle, esperta di esteri, Giuseppe Beretta, già  sottosegretario alla Giustizia con il governo di Letta, Andrea Giorgis, professore di diritto costituzionale e deputato, fino a giungere a Raffaella Paita, attualmente in corsa per la Regione Liguria. Francesca Puglisi, senatrice democratica, esperta di scuola e formazione, ha il profilo giusto — rivelano dal Nazareno e da Palazzo Chigi — per sostituire la montiana Stefania Giannini, segretaria di un partito ridotto al lumicino.
Ma corsa sembra a tre: partecipano anche la siciliana Sofia Amoddio e la giovanissima lettiana Anna Ascani.
A Giovanni Fiandaca, giurista siciliano, autore di un testo sulla trattativa Stato-Mafia che ha suscitato parecchie polemiche (in uno scontro continuo in particolare con Marco Travaglio) e in corsa fino a pochi giorni fa per la vicepresidenza del Csm, potrebbe essere riservato il dicastero di via Arenula, se Andrea Orlando volesse candidarsi a presidente della Regione Liguria a primavera.
E ancora: gira con insistenza il nome Silvia Fregolent, piemontese di area Fassino (Piero), per sostituire come sottosegretario all’istruzione Reggi, da ieri direttore generale dell’Agenzia del Demanio.
Gli emissari di Matteo Renzi, Luca Lotti e Maria Elena Boschi lavorano in questa direzione.
E nel weekend porteranno a Renzi una lista composta da una ventina di nomi su cui, poi, il premier proferirà  l’ultima parola. In un match che si intreccerà  con il rinnovo della segreteria.
Seguendo la regola: chi non entra in segreteria, scalerà  i ranghi del governo.
Del resto, dalla giornata di ieri i fatti non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Il metodo pure: “Liberare posti al governo per pilotare il grande rimpasto di ottobre”. Con l’obiettivo, scherza Pippo Civati con ilfattoquotidiano.it, “di fare un grande Palazzo Chigi”. Così Reggi all’Agenzia del demanio e Giovanni Legnini vice a Palazzo Marescialli.
Una mossa del “cavallo” che spalanca le porte alla rivisitazione della compagine di governo, nonostante avesse definito “fantapolitica” un rimpasto generale.
Quindi non solo la sostituzione della Mogherini.
Nel giro di pochi giorni lo scenario è mutato considerevolmente.
Gli attacchi della minoranza interna al partito, le dichiarazioni al vetriolo dei vertici dell’Anm, la trattativa delicata sull’elezione dei membri laici del Csm e della Corte Costituzionale, il rinnovo della segreteria.
Infine, il caso Emilia Romagna. Dossier delicati che impongono all’inquilino di Palazzo Chigi un cambio di strategia.
E “quale miglior occasione — si domanda con un filo di sarcasmo chi conosce l’ex sindaco di Firenze — se non quella delle regionali emiliane e della nomina dei membri del Csm?”. A ciò si aggiunge che è tornato a girare il nome del Guardasigilli Orlando, come candidato governatore della regione Liguria.
Prima, però, si dovrà  risolvere con delicatezza il caso Emilia.
C’è chi assicura che la vicenda Bonaccini si scioglierà  nelle prossime ore quando il premier in persona gli potrebbe chiedere un passo indietro.
Perchè, annota un parlamentare Pd, “non esiste che uno, Richetti, si debba sfilare per un’inchiesta sulle spese pazze, e l’altro, Bonaccini, sulla medesima inchiesta debba restare lì, immobile”.
E, allora, se Bonaccini si ritirasse dalla competizione, Renzi punterebbe su Graziano Delrio o su Giuliano Poletti.
Nomi che gli garantirebbero di tenere unita la “ditta” emiliano-romagnola, e, allo stesso tempo, di accelerare sul rimpasto.

Giuseppe Alberto Falci

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FORZA ITALIA, FITTO CONTRO ROSARIA ROSSI: “ALLIBITO CHE BERLUSCONI LASCI DARE PATENTI DI PARTITO”

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

“C’E’ SEMPRE PIU’ DISAGIO PER IL METODO UTILIZZATO, PERCHE’ SILVIO L’AUTORIZZA?”

La risposta di Raffaele Fitto arriva poco dopo la lettura dei giornali del mattino: “Sono allibito”. E lo scontro dentro Forza Italia torna pubblico.
Mariarosaria Rossi in un’intervista su Repubblica parla del futuro del partito.
E ferma ogni possibilità  di primarie: “Le vuole Fitto? Ognuno ha le proprie ambizioni. ma da noi non se ne parla”.
E il collega risponde sul suo blog con un duro attacco: “Lascia allibiti il fatto che il presidente Silvio Berlusconi possa consentire alla senatrice Rossi di distribuire, controllare, rilasciare o ritirare ‘patenti’ sulla legittimità  dello stare nel partito, e sulla correttezza o meno delle opinioni e delle tesi politiche altrui”.
La Rossi, considerata tra le più vicine all’ex Cavaliere, è vista come una delle esponenti del cerchio magico e portatrici del pensiero del leader di Forza Italia.
Tanto che Fitto risponde piccato: “Ritengo che nè la senatrice Rossi nè altri in un movimento liberale, possano anche solo lasciar intendere nulla di simile. Così come ritengo che nè la senatrice Rossi nè altri abbiano titoli o legittimazione tecnico-giuridica e statutaria nonchè politica per ipotizzare cose di questo genere”.
Il deputato da tempo critico con le posizioni del leader, torna così a manifestare il suo malumore sulla situazione del partito.
“Credo che sia sempre più forte il disagio di tanti colleghi parlamentari, di amministratori, iscritti e militanti, per un metodo che addolora e lascia perplessi. E lo dice — sia ben chiaro — chi, come me, ha sempre ritenuto e ritiene che Forza Italia sia stata, sia e sarà  ancora anche casa propria”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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UNA POLTRONA PER TE: GLI AMICI DI RENZI SEMPRE AL POSTO GIUSTO

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

HA COMINCIATO CON LE PARTECIPATE DI STATO E NON SMETTE PIÙ… DOPO REGGI, L’AMICO “RITROVATO”, E LEGNINI (SPINTO DA LOTTI) VUOLE CONTROLLARE ANCHE IL POSTO CHE LA TODINI LASCERà€ IN RAI

Matteo Renzi non può nominare se stesso, così indica quelli che incarnano il renzismo, lo diffondono, lo proteggono.
Non importa se la nomina deve conservare un minimo di rigore istituzionale, una traccia di imparzialità : vidimando una pratica istruita da Luca Lotti, la scatola nera del renzismo, al Csm ha mandato l’ex bersaniano Giovanni Legnini, che pure Enrico Letta aveva arruolato a Palazzo Chigi.
E non sarà  una poltrona-figurina, l’abruzzese Legnini sarà  designato Capo, erede di Michele Vietti, vice soltanto di Giorgio Napolitano che presiede l’organismo costituzionale.
Legnini in sè non c’entra nulla, le referenze si possono rendicontare, è il metodo da conquistatore totale che non è mai esistito, neanche con il vorace Silvio Berlusconi.
Legnini è sottosegretario al Tesoro, stessa carica di Roberto Reggi, che però sta all’Istruzione.
Reggi ha completato la riabilitazione e s’è meritato il trasloco al Demanio per vendere un po’ di immobili statali e gestire la colossale riforma del catasto: l’ex sindaco di Piacenza, coordinatore di primarie contro Pier Luigi Bersani, non fu candidato in Parlamento (nel 2013) come capro espiatorio per attacchi troppo ruvidi agli avversari del renzismo.
Ha recuperato. Le promozioni di Renzi non seguono una , perchè poi producono dei pastrocchi.
E lo spostamento di Legnini è un pastrocchio prevedibile.
Il docente in aspettativa, che dovrà  governare i magistrati, in questi mesi s’è comportato da affidabile referente di Palazzo Chigi al Tesoro, sempre in stretto contatto con il fiorentino Lotti (li accomuna la pesante delega al Cipe, dove si sbloccano progetti milionari).
Adesso Legnini doveva badare alla delicata legge di Stabilità  (l’ex Finanziaria) dentro un ministero controllato dal tecnico (e dalemiano) Pier Carlo Padoan e da una coppia di ex collaboratori di Letta: Fabrizio Pagani, capo di segreteria e Roberto Garofoli, capo di gabinetto. Con l’ex animatore di Vedrò, Garofoli stava a palazzo Chigi, segretario generale, rimosso per far spazio a Mauro Bonaretti, che Graziano Delrio s’è portato da Reggio Emilia.
Risultato: Bonaretti non tocca palla perchè la vigilessa Antonella Manzione, reggente dell’ufficio legislativo, comanda la macchina burocratica.
E il bello (o il brutto) è che il non renziano Garofoli muove le leve al Tesoro.
Renzi “ricicla” pure gli amici di amici, il sindaco di Arezzo, Giuseppe Fanfani, va al Csm in quota Maria Elena Boschi.
Con l’ostinazione di chi deve presidiare gli angoli del potere e il centro assieme, Renzi perde un interlocutore decisivo in via XX Settembre.
Esemplare il caso di Reggi: la scuola è il primo pensiero di Renzi, no? Bene, all’Istruzione non c’è un democratico: il ministro Stefania Giannini è di Scelta Civica; i sottosegretari sono Gabriele Tocca-fondi (Forza Italia) e Angela D’Onghia (Popolari per l’Italia).
Anche il destino di Carlo Cottarelli è deformato dalla tattica mi-prendo-tutto di Renzi: prima l’ha commissariato con i fidati Filippo Taddei e Yoram Gutgeld, poi l’ha immolato in pubblico per giustificare i ritardi con la spending review e ora lo spedirà  al Fondo Monetario Internazionale come rappresentante del governo italiano, subentrerà  ad Andrea Montanino.
Come premio a una riforma (per il momento) esclusivamente declamata nelle conferenze stampa o durante le interviste, Renzi vuole il posto nel Cda Rai che sarà  presto vacante per l’uscita di Luisa Todini (quota Forza Italia), da maggio presidente di Poste.
Al Pd non spetta quella poltrona in viale Mazzini, ma i frequenti e trasversali patti con Silvio Berlusconi, a discapito di un’opposizione totalmente ignorata (i Cinque Stelle e quel che resta di Sel), possono consentire ai democratici di raccattare un’altra seggiola nel servizio pubblico sfruttando i numeri in Commissione di Vigilanza.
Renzi ha piazzato il suo commercialista Marco Seracini in Eni (come sindaco), il suo avvocato Alberto Bianchi in Enel e il suo finanziatore Fabrizio Landi in Finmeccanica.
A Palazzo Chigi ha importato fianche il fotografo compaesano.
Ovvio, tutti toscani. Tutti a ingrossare il Granducato di Matteo.
Quando il serbatoio regionale è vuoto, Renzi attinge altrove.

Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI ISPIRA MENO FIDUCIA E PERDE 15 PUNTI IN TRE MESI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

SONDAGGIO DEMOS: PD 41,1%, M5S 20%, FORZA ITALIA 18,6%,   LEGA NORD 6,9%, SEL 5,8%, NCD 2,9%, FDI 2,1%

Alla fine di un’estate attiva e combattiva, Matteo Renzi e il suo governo dispongono di un consenso ancora ampio e maggioritario.
Il Pd resta il primo partito, con oltre il 41% dei voti. Conferma, quindi, il significativo risultato ottenuto alle elezioni europee.
Tuttavia, il clima d’opinione a favore di Renzi e il suo governo risulta molto ridimensionato rispetto a giugno.
Perchè sembra indebolita quella trasversalità  emersa, in particolare, nel voto europeo. Si tratta delle prime indicazioni del sondaggio di Demos per l’Atlante Politico, presentato oggi su Repubblica.
Il PD di Renzi, il PdR, cioè, oggi appare, in parte, “normalizzato”.
Non è più in grado di attingere consensi da tutti i principali settori dello spazio elettorale, ma è divenuto un soggetto politico di centrosinistra, più di centro che di sinistra. Come il suo leader. Come il premier. Che, per questo, non piace più, come prima, a centrodestra, ma neppure agli elettori maggiormente spostati a sinistra.
Nè, a maggior ragione, agli elettori del M5s.
Chiariamo: la posizione del premier e del governo appare ancora solida.
Il consenso per il governo, infatti, tocca il 54%. Mentre la fiducia nei confronti di Renzi è intorno al 60%. Tantissimo, non c’è dubbio.
Soprattutto in confronto agli altri leader, molto lontani, per grado di confidenza.
E quasi tutti in declino. Segno di una certa stanchezza politica che pervade la società . La differenza, rispetto agli ultimi sei mesi, è che neppure Renzi e il suo governo “personale” riescono a sottrarsi a questa tendenza. Anzi.
La fiducia nei loro confronti, infatti, subisce un calo di circa 15 punti rispetto a giugno.
Le ragioni di questo sensibile calo sono diverse e prevedibili.
Anzitutto, la crisi, che non riduce la pressione sul reddito personale e familiare. Poi, la delusione. D’altra parte, c’è un’evidente distanza fra le attese dei cittadini e le priorità  del governo. Che, fin qui, ha privilegiato le riforme istituzionali. La fine del bicameralismo perfetto (e del Senato), la legge elettorale. Ora: la giustizia.
Che, tuttavia, come emerge dal sondaggio dell’Atlante Politico, non suscitano grande passione, fra gli elettori. Molto più interessati, invece, alle riforme che riguardano il mercato del lavoro, il rilancio dell’occupazione, l’adeguamento delle pensioni più basse, il sistema scolastico, il fisco.
Naturalmente, Renzi ha scelto la via delle riforme istituzionali e del sistema elettorale per poter, comunque, rivendicare dei risultati, dopo pochi mesi di governo.
Ma anche per creare le condizioni favorevoli per “governare”, in futuro. E per andare a elezioni, in tempi non troppo lontani, con regole che permettano la formazione, in Parlamento, di maggioranze stabili.
Il calo della popolarità  del premier e del governo, però, sottolinea come l’apertura di credito degli elettori non sia infinita.
Quindici punti di fiducia in meno, in tre mesi, non sono pochi. Anche se è cresciuta la quota di elettori che pensa che Renzi governerà  fino in fondo.
Il 43% degli intervistati, infatti, ritiene che arriverà  a fine legislatura.
Si tratta di 11 punti in più, rispetto allo scorso giugno. Mentre, al contrario, si è ridotta a poco più del 20% la componente degli scettici, i quali credono che resisterà  meno di un anno.
Parallelamente, resta maggioritaria – anche se in calo – la componente di chi ritiene che Renzi ci porterà  fuori dalla crisi.
Gli orientamenti di voto, peraltro, riflettono quelli emersi alle elezioni europee.
Con alcune limitate — e significative – differenze.
In particolare, la ripresa di FI, che risale oltre il 18%. E il parallelo ridimensionamento di NCD e Udc. Come della popolarità  di Alfano e Casini. Risucchiati nella spirale del PdR.
Si allarga, invece, il peso della sinistra (SEL), in parte, probabilmente, per il sostegno delle componenti critiche del PD.
Dunque, la maggioranza degli italiani pensa che Renzi e il governo arriveranno in fondo alla legislatura. Il partito di Renzi, inoltre, mantiene una larga maggioranza. Perchè non sembra avere alternative, nè un’opposizione effettiva.
Anche il M5s non riesce ad andare oltre il 20%.
Eppure, come si è detto, la fiducia personale nel premier e nel governo ha subito una brusca discesa.
La spiegazione “politica” di questo ridimensionamento è comprensibile osservando le tendenze del consenso nei diversi elettorati di partito.
Lo scorso giugno, dopo le elezioni europee, il gradimento per Renzi e il governo risultava, infatti, trasversale. Solo fra gli elettori del M5s, infatti, era molto sotto alla maggioranza.
Ora, invece, resta larghissimo nella base del PD — prossimo al 90% – e fra gli elettori centristi e del NCD. Ma crolla in tutti gli altri settori.
Soprattutto a destra: nella base di FI e degli altri partiti di centrodestra. Oltre che del M5s (dal 36% a 20%).
Oggi, dunque, Renzi appare ed è un leader di centrosinistra, alla guida di un governo di centro-sinistra.
E ciò significa che il PDR non può più prescindere dal PD.
Il leader ha bisogno del partito, per governare e per imporsi, in caso di elezioni.
Anche se il partito — il PD — ha bisogno di Renzi per affermarsi. Per non scivolare di nuovo al 25%.
Per questo i prossimi mesi appaiono importanti e critici.
Per il governo e il suo premier. Per il Pd e per il suo leader. E, dopo sei mesi di corsa, Renzi deve fare più attenzione.
Al partito, agli elettori, alle parole, ai risultati. Senza riassumere e sovrapporre governo e comunicazione.

Ilvio Diamanti
(da “La Repubblica”)

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