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SONDAGGIO ISPO: LE RIFORME DI RENZI? PER IL 67% DEGLI ITALIANI NON VERRANNO MAI REALIZZATE

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

TRA I GIOVANI E I DISOCCUPATI LA PERCENTUALE DI CHI E’ STANCO DI SENTIRSI RACCONTARE BALLE SALE AL 75%

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi resta, come si sa, molto popolare.
Anche se, secondo diverse indagini (da ultimo quella di Ilvo Diamanti, pubblicata nei giorni scorsi da Repubblica), il consenso popolare per Renzi sarebbe comunque in significativa diminuzione, pur restando a livelli elevati.
Si sta cioè diffondendo, a torto o a ragione, l’impressione che, al di là  degli annunci, le prospettive di effettiva realizzazione delle riforme promesse siano scarse.
Lo pensa il 67% degli italiani, con una accentuazione tra i residenti nel Nord-Est.
Ancora, questa opinione di scetticismo è assai diffusa tra coloro che forse più di altri vivono la difficoltà  della crisi: i disoccupati e i giovani in cerca di prima occupazione.
Tra costoro, addirittura 3 su 4 sono scettici sulla capacità  di realizzazione delle riforme da parte di Renzi.
Com’è d’uso nei sondaggi scientifici, abbiamo riproposto lo stesso tema con un quesito “a contrario”, chiedendo l’opinione sulla frase “Renzi sta attuando progressivamente le riforme promesse”.
Il risultato conferma quanto è stato esposto sin qui. Solo il 31% della popolazione si dichiara d’accordo con questa frase e il 64% è invece in disaccordo, ancora una volta, specie tra i disoccupati e nel Nord-Est.
Si è, insomma, scettici sull’effettivo adempimento delle promesse.
Ma la responsabilità  per questa lentezza nella realizzazione delle riforme non viene attribuita interamente al presidente del Consiglio.
Secondo il 51% degli elettori, il freno nasce dalla burocrazia.
E, secondo una percentuale ancora maggiore, 54%, la responsabilità  è del Parlamento.
Lo pensano, in particolare, i più anziani e le persone con titolo di studio più elevato.
Nonostante tutto ciò, come si è detto, Renzi rimane molto popolare, anche se molti intervistati, specie nel centro e nel centrodestra, attribuiscono il loro consenso alla “mancanza di alternative”.
Anche per questo motivo, i dati suggeriscono che il grande consenso popolare per il presidente del Consiglio non può essere considerato un dato acquisito, almeno nel medio periodo.
Se, come molti temono, Renzi non riuscirà  a realizzare davvero — e in tempi relativamente brevi — quanto promesso, il consenso per l’ex sindaco di Firenze è destinato a diminuire, così come successo per altri presidenti del Consiglio che lo hanno preceduto.
E il fatto che quasi il 70% degli italiani sia oggi scettico sulla effettiva realizzabilità  delle promesse costituisce un dato molto indicativo in questo senso.
Ci permettiamo di suggerire un altro sondaggio: ma siamo così sicuri che gli italiani queste presunte riforme le vedano con favore, ammesso che le conoscano?
O se le conoscessero bene sarebbero molti di più coloro che manderebbero volentieri Renzi a casa?

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LA DESTRA CHE NON C’E’, I BAMBINI, I FAGIOLINI E LA CARNE: L’INCAPACITA’ DI ESSERE NORMALI

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

CRESCONO I POVERI MA LA DESTRA E’ FERMA A TEMATICHE DI 50 ANNI FA… E MOLTI CHE SI ATTEGGIANO A FASCISTI, MUSSOLINI LI AVREBBE   MANDATI AD ARARE I CAMPI 10 ORE AL GIORNO PER RADDRIZZARGLI IL CERVELLO

A destra si può stare in due modi: o perseguendo il branco belante del capetto di turno, sperando che dal balcone faccia cadere qualche briciola di merendina o rompendo gli schemi del piatto conformismo e cominciando a navigare in mare aperto, occupando nuovi spazi.
Chi ha avuto la fortuna di vivere in una città  di mare sa quanta “affascinazione” derivi dallo sfidare l’orizzonte, conquistare nuovi mercati, contaminarsi con nuove culture,
scambiare idee, non solo merci.
Era più evoluta la Genova del XVII secolo che aveva eretto senza problemi la prima Moschea in Italia frequentata da mercanti, artigiani e intellettuali di religione islamica presenti in città  o quella che ancor oggi cerca di impedirne una riedizione moderna?
Era più coerente la destra del dopoguerra che spesso rappresentava la protesta popolare dei ceti meno abbienti o quella che troppo spesso oggi si appisola tra i guanciali dorati del potere e i lettoni di Putin?
E alle tante macchiette finto-fasci che pullulano in Italia (finchè non trovano un lavoro “borghese” che fa venir meno ogni loro velleità  pseudo-rivoluzionaria) qualcuno ha mai spiegato che Mussolini rappresentò una rottura con la destra conservatrice e reazionaria dei latifondisti ?
Che seppe innovare negli anni del consenso con una dottrina sociale che divenne un esempio in Europa con interventi d’avanguardia a tutela dei lavoratori, delle donne e contro il lavoro nero?
Se analizziamo la storia degli ultimi decenni della Repubblica, al netto di pseudodestre affaristiche-mafiose o razziste, cosa rimane di quello spirito innovatore che dovrebbe caratterizzare la destra italiana?
Solo due tentativi coraggiosi: quello di “andare oltre” gli schematismi di Pino Rauti e Beppe Niccolai che seppe diventare reale laboratorio di idee e iniziative innovative e l’ultimo Fini, quello del dito puntato contro i mercanti del tempio, di Futuro e Libertà , con il richiamo a una destra laica, legalitaria e solidale.
Tutto il resto è noia, un proliferare di servi sciocchi in un clima da decadenza dell’impero, tra distribuzione di ciotole, urina del Po mostrata alle truppe e sfilata di zoccole e papponi in palazzi nobiliari.
Una incapacità  di essere normali che vede spesso dalla parte sbagliata la destra italiana quando governa o guidata da tromboni sfiatati quando finge di fare opposizione.
Talmente privi di riferimenti ideologici da guardare con simpatia persino al primo capocaseggiato cazzaro che si erge a efficientista.
Magari solo perchè bastona i sindacati, come se il sindacalismo non fosse stata una componente   importante della storia della destra italiana.
Magari solo perchè attacca i magistrati, come se l’insegnamento di Paolo non fosse una pietra miliare della destra legalitaria.
O magari perchè vuole ridurre gli spazi di libertà  in Parlamento, come se la battaglia contro la legge truffa non fosse stata una delle più belle tra quelle condotte dalla destra del dopoguerra.
La destra odierna ha ormai fermato l’orologio del tempo, è quella “della bava alla bocca” che difende i soldi nascosti nel materasso scavando trincee nel cortile di casa, come se la politica non fosse saper “cavalcare la tigre” degli avvenimenti e dei sommovimenti, ma solo materia da amministratore di condominio e tutela dei propri interessi di bottega.
L’ambizione a un nuovo ordine sociale diventa così involuzione, quando non gretto egoismo e odio per il diverso.
E il “nemico immaginario” serve a pretesto per coprire la propria incapacità  di affrontare l’evolversi della società .
La destra deve decidere da che parte schierarsi, con quali idee e con quale spirito.
La notizia che riportiamo nell’articolo sottostante è drammatica nel suo realismo: a Torino un quinto dei bambini mangia la carne solo in mensa e i genitori hanno chiesto una modufica del menù proprio per assicurare almeno a pranzo ai loro figli un minimo di sostentamento.
Nessuna colazione, a cena solo minestrina.
E’ giusto tutto questo?
E’ giusto che tante famiglie senza lavoro siano ridotte a questo, mentre decine di migliaia di infami sottraggono al fisco 150 miliardi l’anno e altri continuano a corrompere e a delinquere negli appalti pubblici?
E allora la “destra che non c’è” parta da qui, invece che parlare quotidianamente di cazzate o dei massimi sistemi.
Equipari costoro ai mafiosi che attentano alla sicurezza dello Stato: minino 10 anni di carcere duro, sequestro e vendita dei beni confiscati, perdita della patria potestà  per indegnità  morale.
Obiettivo recuperare progressivamente ogni anno il 10% delle somme evase, il 50% in 5 anni sarebbero 75 miliardi a pieno regime.
Da destinare contestualmente in parte alla riduzione delle aliquote della tassazione per privati e aziende e in parte a creare occupazione per i giovani.
Non serve uscire dall’Europa, basta saper cogliere da altri Paesi europei i lati migliori.
Non ci interessa la destra che paga i fagiolini 80 euro al chilo, vogliamo una destra che garantisca un pasto completo, dignità , istruzione e lavoro a tutti.

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TORINO: UN BAMBINO SU CINQUE MANGIA LA CARNE SOLO IN MENSA

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

C’E’ CHI A CENA HA SOLO UNA MINESTRINA

Il 18 per cento dei bambini torinesi consuma il pasto principale a scuola. In termini di calorie e di fabbisogno proteico ciò che fornisce la mensa serve a sostenerli per la maggior parte della giornata, dare loro forza, farli crescere.
Il dato colpisce perchè è un segno pesante di come la crisi tocchi tanti piccoli torinesi, un indice di come molto concretamente la povertà  può incidere sulla salute del compagno di banco.
Di questa condizione, della forbice che continua ad allargarsi tra chi sta bene e chi sta male, soprattutto in determinate aree, hanno parlato ieri l’assessore alle Politiche educative della Città , Mariagrazia Pellerino, e Maria Caramelli, direttore dell’Istituto Zooprofilattico, al convegno che l’Istituto ha dedicato ai controlli e alla sicurezza nelle mense scolastiche, un universo da 48 mila pasti al giorno, compresi i 5400 composti su esigenze etico-religiose e 1600 su diete per patologie.   ù
Nel piatto
«Ho incontrato le 320 commissioni mensa delle nostre scuole, dai nidi alle medie – racconta l’assessore – e in questo giro mi sono resa conto che le conoscenze e le abitudini alimentari sono molto differenziate in una città  multiculturale come la nostra. Mi sono anche resa conto di quanto i pasti in mensa siano essenziali per tanti bambini».
I legumi sono stati aboliti e al loro posto è aumentata la quantità  di carne.
«Abbiamo modificato il menu, eliminando quei cibi che i bambini avevano indicato come meno graditi, quelli che spesso restavano nel piatto. Tra questi i legumi. Nei quartieri più benestanti ci hanno chiesto di reintrodurli perchè, dicevano le madri, sono sani e la carne i bambini la mangiano a casa».
In altri quartieri, quelli dove si concentrano le difficoltà , reazione di segno opposto. «Là  ci chiedono più carne. E il motivo è chiaro: a casa ben difficilmente la famiglia riesce a comprarla», dice Pellerino, colpita dalle parole di un ragazzino durante il pranzo in una mensa della Circoscrizione 6.
«Mi ha chiesto perchè un suo amico non possa fare sempre il bis. Gli ho spiegato che in mensa valgono regole a salvaguardia della salute, che non si fa il bis di pasta anche per evitare l’obesità . Il bambino mi ha risposto che però il suo amico a casa, la sera, non aveva poi così tanto da mangiare…».
Pranzo a casa
Alla scuola Gabelli, nel cuore di Barriera, la dirigente Nunzia Del Vento conferma. «Le maestre raccontano che a volte, quando in scienze si studia l’alimentazione e si fa la tabella calorica, i bambini dicono che vanno a dormire con una minestrina».
Ma c’è dell’altro. «Sono preoccupata perchè il 30% dei nostri alunni va a casa a pranzo. Con l’Isee al minimo le famiglie spenderebbero 24 euro al mese, poco più di un euro a pasto… Ma ci sono anche bambini che vengono a scuola senza aver fatto colazione – dice Nunzia Del Vento – e non per ragioni di tempo, ma perchè è già  tanto che la famiglia riesca ad imbastire un pasto al giorno».

Maria Teresa Martinengo

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SBLOCCA ITALIA CHOC: “NESSUN CONTROLLO, AMBIENTE A RISCHIO”

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

“CIO’ CHE NON E’ RIUSCITO A FARE BERLUSCONI LO FA ORA RENZI”

L’evoluzione della specie. In 45 articoli e 56 pagine, rese pubbliche quattro giorni fa sulla Gazzetta Ufficiale Matteo Renzi si congeda dal sospetto e sviluppa — apertis verbis — le fattezze di Silvio Berlusconi, raccoglie e mette in pratica i dieci comandamenti dell’uomo del fare.
Fare strade, autostrade, ferrovie, tralicci, ponti, inceneritori, canali di scolo e ogni altro genere di combinato col calcestruzzo nel più breve tempo possibile.
Fare, soprattutto progettare, possibilmente senza gufi intorno, mani alzate, vincoli, osservazioni, consigli, deduzioni.
Il mito della velocità  è spirito del tempo e diviene finalmente — dopo un parto durato mesi — pratica legislativa.
Il decreto legge si chiama Sblocca Italia, ed è una potente proiezione di ciò che diverrà  il nostro Paese.
Persino Giuliano Amato, il dottor Sottile, la punta massima dell’eccellenza insieme politica e tecnocratica, sembra abbia dato una sbirciatina al turbopremier e in un biglietto riservato al capo dello Stato avrebbe poi vergato le sue prime considerazioni: Napolitano ha letto il biglietto ma ha firmato ugualmente.
È incostituzionale? Se la veda il Parlamento.
In effetti la legge, organizzata nei dettagli da Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e gran rappresentante di interessi diffusi, è stata sottoposta al vaglio di legittimità  della dottoressa Nicoletta Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze oggi a presidio dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi.
Il decreto trasforma le peggiori promesse in realtà .
Inizia col prendere di petto (articolo 1) la costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità  Napoli-Bari e indica nell’amministrazione delegato delle Fs il commissario all’opera.
Costui ha poco tempo (due anni) per fare e avrà  — ex lege — poca voglia di discutere. Sottoporrà  il progetto definitivo, quindi già  impacchettato bene, alle varie amministrazioni dello Stato e agli uffici chiamati alla tutela del paesaggio (che pure è un precetto costituzionale, articolo nove della Carta).
Il commissario aspetterà  (comma 4) che i burocrati annuiscano presto e bene.
Se così non fosse o — peggio — non si presentasse al tavolo della concertazione o — peggio del peggio — si presentasse ma senza averne titolo, il commissario tirerà  dritto e aprirà  i cantieri.
Non deve informare il ministero che manca il visto ma fa come se ci fosse.
Se l’odioso burocrate si presentasse e manifestasse dissenso e lo motivasse persino, il commissario si prenderebbe una pausa di riflessione.
Riflettendo con sè medesimo valuterebbe se l’obiezione fosse fondata o incongrua, adeguata o tignosa, volenterosa del bene comune (quindi del cemento) o solo di quello dei pini marittimi.
Dopo aver brevemente dibattuto (esame interna corporis) il commissario decide se andare avanti o fermarsi. Da solo.
Sembra una barzelletta ma è il risultato del combinato disposto degli undici commi nei quali si concentra e si espande la figura di questo superpotente per far viaggiare in tempo i treni tra Napoli e Bari.
È una norma per adesso riferita a due sole opere (quella citata e la tratta Palermo-Catania-Messina ), ma nel futuro diverrà  il modello autocratico, la dimensione del fare a qualunque costo.
Fare o fare silenzio.
Tutte le opere definite grandi, urgenti e indifferibili, avranno una catena di comando blindata e un progetto chiuso.
Le amministrazioni locali e tutti gli altri uffici chiamati a decidere potranno annuire e basta. Ed infatti il progetto, che prima doveva essere presentato nella sua formulazione “preliminare”, adesso viene concesso in visione a chi deve giudicare sull’impatto ambientale dell’opera da costruire nella sua versione definitiva.
Non ci può essere una obiezione assoluta (es: no a una tangenziale che tagli in due il Vesuvio), è consentita invece l’obiezione costruttiva.
Un secondo esempio sarà  utile: si localizza un ponte su un terreno massimamente franoso. Bisognerà  riconsiderare i termini dell’evidenza e addolcirla, sminuzzarla, renderla supina alla ragion di Stato.
Cercare dunque, se proprio non ce n’è altri, un terreno meno franoso sul quale costruire il ponte. E magari incrociare le dita.
Nell’ideologia renziana il mito della velocità  è un cardine assoluto e l’uomo del fare farà  a qualunque costo.
Grandi facilitazioni anche a chi volesse installare antenne, tralicci e ogni altra specie di impianti radioelettrici.
Il penultimo comma dell’articolo 6 rende giustizia a Tim, Vodafone e a tutte le altre compagnie: possono poggiarle liberamente e ovunque, senza chiedere “autorizzazioni paesaggistiche” a condizione che non siano alte più di un metro e mezzo.
Chiese, cattedrali, forse anche il Colosseo: ripetitori ovunque e dovunque e per tutte le tasche.
E via libera anche (comma 7 dell’articolo 7) a tutti e servizi di collettamento delle acque, agli impianti di depurazione, alle varie bonifiche.
L’autorizzazione s’intende concessa se il burocrate entro i trenta giorni non dà  parere. Il silenzio-assenso funziona così.
Il turbopremier non ha previsto due casi di scuola: se il burocrate di turno, solo e disperato, fosse chiamato nello stesso periodo di tempo a redigere uno sproposito di pareri in quel medesimo territorio come potrebbe onorare la puntualità ?
Oppure, secondo caso, potrebbe colpevolmente distrarsi. Perchè convinto a stare zitto (magari corrotto?) oppure restare inerte per la sua inguaribile fannullonaggine.
In quel caso la sua condotta non verrà  più sanzionata.
Prima del decreto l’autorità  appaltante chiedeva la sostituzione del funzionario infingardo, a cui poteva seguire un provvedimento disciplinare.
Da oggi il silenzio è come la tana libera tutti: meno si è meglio si appare.
Uguale uguale l’architettura legislativa per la costruzione degli inceneritori. Si possono localizzare anche dietro piazza della Signoria.
Se l’ufficio non vede, cuore non duole.
L’impatto ambientale che significa, nel caso per esempio di una fabbrica di pesticidi da autorizzare, anche impatto sulla salute di chi vive nelle vicinanze è rubricato come un fastidio e tenuto in conto con l’attenzione che si ha verso un ronzìo di mosche. Basta scacciarle con una mano o e il gioco è fatto.
Renzi va veloce e, a quel che promette, il cemento pure.

Antonello Caporale

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RENZI SCUDO UMANO PER L’ENI

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

“GLI AVVISI DI GARANZIA DANNEGGIANO LE IMPRESE”, DICE IN AULA… L’ANM: “ILLECITO OMETTERE INDAGINI”

La prima impressione, che si spera l’interessato sia presto in grado di modificare, è che Matteo Renzi parli di cose che non sa.
Il suo attacco alla magistratura e alla stampa, accusate in solido di danneggiare le grandi imprese facendo il loro dovere, non trova fondamento nei fatti.
Durante il suo discorso di ieri, il presidente del Consiglio ha pronunciato sul caso Eni le parole che riportiamo dal resoconto stenografico della Camera:     “In queste ore, un’azienda, che è la prima azienda italiana, che è la ventiduesima azienda al mondo, che ha migliaia e decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori, che stanno a dimostrare che un’azienda italiana può fare grandi risultati, è stata raggiunta da unoscoop, da un avviso di garanzia, da un’indagine. Io dico qui, in Parlamento, di fronte a voi, che noi aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a nessuno scoop di mettere in difficoltà  o in crisi decine di migliaia di posti di lavoro e non consentiamo che avvisi di garanzia, più o meno citofonati sui giornali, consentano di cambiare la politica aziendale in questo Paese! (Applausi dei deputati dei gruppi Partito democratico, Scelta Civica per l’Italia, Nuovo Centrodestra e Per l’Italia). Se per voi questa è una svolta, prendetevi la svolta, ma questo è un dato di fatto per rendere l’Italia un Paese civile! (Applausi dei deputati del gruppo Partito democratico)”.
Secca la replica di Rodolfo Sabelli, presidente del sindacato dei magistrati Anm: “Respingiamo fermamente l’idea che la magistratura intenda interferire nella politica economica di un’azienda. Così come l’idea di una sua responsabilità  nell’eventuale strumentalizzazione di atti che sono imposti dalla legge”.
Il riferimento è all’inchiesta per corruzione internazionale che vede indagati l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, per una storia di tangenti pagate, secondo l’ipotesi investigativa, per giacimenti petroliferi in Nigeria.
Renzi ha fatto sua una vulgata cara agli amanti degli affari opachi dai tempi dei suoi supremi teorici, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi: l’azione di magistrati giustizieri disturba l’ordinato dispiegarsi delle forze del mercato e azzoppa la nostra competitività  internazionale.
Il sottinteso è che così fan tutti e solo noi italiani siamo così autolesionisti da non bloccare magistrati e giornalisti impiccioni.
Il giudizio è libero, ma i fatti dicono che è la solita panzana tornata di moda l’anno scorso dopo l’arresto del numero uno di Finmeccanica , Giuseppe Orsi, oggi sotto processo per corruzione internazionale, per la vendita di elicotteri (560 milioni) al governo indiano.
All’analisi di Renzi sfugge la realtà .
Il Paese che colpisce la corruzione internazionale con il maggior tasso di “giustizialismo” (lessico renzusconiano) è la Germania.
Al secondo posto vengono gli Stati Uniti.
Guarda un po’, i due maggiori esportatori mondiali: da loro i magistrati arrestano e gli affari prosperano.
Il premier avrebbe potuto leggerlo sul sito dell’Ocse, che nel 1997 ha promosso una convenzione internazionale, a cui hanno aderito tutti i paesi sviluppati, perfino la Russia, per colpire il vizietto di esportare a colpi di mazzette.
L’Italia, ratificando la convenzione, ha istituito l’articolo 332 bis del codice penale, che punisce appunto la corruzione internazionale.
Piuttosto che accusare i magistrati, Renzi potrebbe abrogarlo con decreto legge, vista l’urgenza di difendere le imprese. E potrebbe far cancellare dal sito del ministero della Giustizia un’indicazione che potrebbe infiammare qualche magistrato testa calda: “La circostanza che tali prassi siano ricorrenti nel Paese del funzionario non fa venire meno il reato”.
L’Ocse controlla l’applicazione della Convenzione.
Dal 1999 al 2012 ha registrato 88 condanne per manager e faccendieri in Germania, 62 negli Stati Uniti, 16 in Corea, 8 in Italia, 5 in Gran Bretagna.
Ci sono sicuramente Paesi più furbi di noi, come la Gran Bretagna.
Nel 2006 il premier Tony Blair, modello di Renzi, ordinò da Downing Street di fermare l’inchiesta sull’azienda aerospaziale Bae Systems, accusata di tangenti in Arabia Saudita.
Il governo arabo aveva infatti minacciato di annullare l’acquisto di 73 caccia Eurofighter, e Blair, travolto dalle polemiche, rivendicò la mossa: “Si sono salvati migliaia di posti di lavoro”. Però si prese le male parole del segretario generale dell’Ocse, M. Angel Gurria, che ammise: “La lotta alla corruzione è nelle mani dei governi”.
In coerenza con la tonitruante dichiarazione di ieri (“Non consentiamo…”), Renzi potrebbe inserire, tra le sue richieste di flessibilità  all’Europa, l’uscita dalla Convenzione Ocse: chiudere un occhio sulla corruzione come motore della ripresa economica.
Purtroppo, checchè ne dicano i profeti della “mazzetta così fan tutti”, il bon ton internazionale la considererebbe una cafonata.
Esattamente come il discorso di ieri alla Camera.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VINCE GIANNINI LA GARA DELL’AUDIENCE: 2,5 MILIONI CONTRO 0,8

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

DIMARTEDàŒ, USATO SICURO CON CROZZA E GLI STESSI OSPITI

Per Giovanni Floris passare da Ballarò a Dimartedì è stato come traslocare da una villetta con vista su viale Mazzini a un appartamento nell’affollato condomino della 7.
Non si è spaventato per così poco; ha caricato su un furgone mobili, soprammobili, ospiti, comico, sondaggista e ha cominciato la sua seconda vita come aveva concluso la prima: “È sempre una bella avventura quando si ricomincia da capo”, ha arringato la platea leggendo dalla scaletta che aveva in mano.
Ma si sa, i traslochi sono rischiosi, non sempre quello che stava bene in un posto sta altrettanto bene in un altro.
Per ora il padrone di casa esperimenti ne ha fatti pochi.
Crozza è rimasto nell’ingresso, ovvero nella copertina; prima imitazione obbligata, Matteo Renzi.
Ma siccome il Renzi vero in studio non c’era, l’unico di cui si abbiamo sentito le risate fuori campo era sempre Floris: anche quelle in scaletta?.
Il servizio riassuntivo sul programma dei “mille giorni” è stato ricollocato pure lui dov’era, nell’ingresso del salotto un po’ più moderno, stile loft metropolitano, ma sempre provvisto delle cose buone di ottimo gusto a cui siamo abituati; Debora Serracchiani del Pd, Manuela Repetti di Forza Italia, la sindacalista della Cgil Serena Sorrentino, il fondatore di Italia Unica Corrado Passera, il Presidente Bnl Luigi Abete.
Usato sicuro, più due pezzi di modernariato di un certo pregio, il ministro Stefania Giannini e Guido Martinetti, il celebrato fondatore di Grom.
Non solo il gelato di Renzi, ma anche il Renzi dei gelati, che prima ha elogiato l’autoironia del premier, poi è passato — comprensibilmente — a farsi un autospot non molto ironico.
Nel complesso una squadra di veterani dal talk, gente allenata al tiki taka degli scenari e della dietrologia.
Gran possesso di microfono, cronica difficoltà  ad andare in gol.
Su questo format Floris ha costruito la sua fortuna, e lo ha riproposto quasi pari pari: azzardo notevole, perchè l’esperienza insegna che il pubblico, se deve scegliere tra il programma e il conduttore, butta quasi sempre dalla torre il conduttore.
In più, nel derby del martedì c’è in agguato una crisi di identità , confessata perfino da Crozza. Se il vero Ballarò non è Ballarò ma è traslocato in Di martedì, allora il questo nuovo Ballarò sarà  mica lui il vero Dimartedì?
E non sarà  che dopo Scalfari il prossimo ospite di Floris sarà  Massimo Giannini?
Chi siamo? Dove andiamo? Donde veniamo?
Ma soprattutto, oggi che giorno è?
Nanni Delbecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)

HA VINTO GIANNINI

Ballarò» di Massimo Giannini batte «DiMartedì» condotto da Giovanni Floris.
La battaglia degli ascolti ha premiato il programma di Rai3 che, martedì in prima serata, vedeva al debutto alla conduzione il giornalista Giannini e ha raccolto davanti al video 2.503.000 spettatori (share dell’11.8%).
Su La7 l’altro atteso esordio, quello di Floris «emigrato» in estate alla tv di Cairo, alla conduzione di «DiMartedì» è stato visto da 755 .000 spettatori

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“BALLARÒ” E “DIMARTEDÌ”, NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

NOIA DA PREMIO OSCAR (GIANNINI) SU RAITRE

Ore 21:25 su Rai3, Ballarò ha già  consumato una ventina di minuti e l’orologio sembra barare, perchè sono una ventina di minuti che stordiscono: un sermoncino di Massimo Giannini, che conduce senza condurre la (prevedibile) tensione; uno strappo di Roberto Benigni; uno stacco di pubblicità ; una (quasi) seconda apparizione di Benigni; un servizio non inedito da Bacoli (serie “l’Italia migliore”); un’inquadratura di Romano Prodi e una copertina di Alessandro Poggi su Cernobbio.
Il momento più vivace l’ha provocato l’inconsapevole Giannini, che ondeggiava mentre sfumava la sigla arrangiata da Ivano Fossati.
Giannini ha gli occhiali tra le dita, non li indossa. Non ci sono le poltrone, che tornano con Prodi.
Ha una scrivania, sta davanti e non dietro: a volte abbassa la testa, non regge la pressione di un obiettivo puntato, enuncia un paio di principi professionali, un po’ di luoghi comuni, ringrazia Floris e l’azienda Rai e stringe per non scatenare un esodo di pubblico.
Compreso che il pezzo satirico non è il solito inseguimento di Poggi dal lago di Como, va in onda l’intervista a Benigni. E sono le 21:25, appunto: in questa ventina di minuti è capitato tutto o nulla, occorre riflettere senza offrire risposte precipitose.
Il premio Oscar sta seduto, rinuncia a una comicità  fisica, le piante (e le foglie) che circondano Giannini e Benigni creano un’atmosfera istituzionale: così il giornalista tratta lo spiritello toscano come un ministro, un commissario di Bruxelles, un opinionista di Ballarò.
Benigni ripete un paio di battute che funzionano, Giannini ne esalta la riuscita con una rumorosa risata.
Il fu Johnny Stecchino fa l’ecumenico, un papa all’Angelus, ci manca soltanto che auguri buona cena e buona notte.
A Benigni scappa un graffio sugli 80 euro, l’unico denaro rimasto in busta paga.
A Giannini non sembra interessare la satira, gli domanda di Mario Draghi, di Unione europea. Forse la scaletta era stretta per infilarci un commento sui vincoli di bilancio.
Al rientro in studio, c’è Romano Prodi, che trasmette simpatia, perchè sorride molto più di Giannini.
L’orologio ha smesso di girare, i minuti saranno quaranta o cinquanta: non importa, non ci sono sussulti.
Un’ora se n’è andata, e Ballarò riprende forma, la sua tradizionale forma: il salotto (d’onore), i Renato Brunetta, i Maurizio Landini, i Graziano Delrio.
Il pezzo di una parte e la parte di un pezzo.
I preliminari non hanno funzionato, poi non c’è voglia di continuare.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GRATTINI D’AUTORE TRA LA BOSCHI E BRUNO

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI E’ IL FIGLIO NATURALE DI BETTINO CRAXI

La foto di Maria Elena Boschi che consola il previtiano Donato Bruno, candidato di B. alla Consulta, per l’ennesima trombatura con un dolce grattino alla schiena non è uno scandalo: è un reperto d’epoca, un disvelamento della corrispondenza di amorosi sensi ormai esplosa all’aria aperta, senza più gl’incontri furtivi e clandestini del passato, nel Partito Unico Renzusconi che ha sostituito le vecchie e superate sigle di Pd e Forza Italia.
Se n’era già  avuta prova l’8 agosto, quando Maria Consolatrice degli Afflitti e Rifugio dei Peccatori festeggiò la schiforma del Senato baciando a uno a uno i berluscones in processione.
Si piacciono, si annusano, si strusciano, si palpano, si limonano, presto si sposeranno: al cuore non si comanda.
Ieri, in Parlamento, Renzi ha fatto il grattino all’Ad dell’Eni Claudio Descalzi da lui nominato e difeso dopo l’indagine sulla maxitangente di 200 milioni di dollari alla Nigeria: “Noi non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale della Nazione. Chiamatela svolta per un Paese civile”.
Grattino anche a Stefano Bonaccini, indagato per peculato, ergo candidato Pd a governatore dell’Emilia Romagna per rimpiazzare degnamente il condannato Vasco Errani: “L’avviso di garanzia non sia un vulnus della carriera politica”.
Oggi la stampa al seguito non mancherà  di celebrare la “svolta garantista”.
Che naturalmente non esiste.
Mai, dalla notte dei tempi, gli avvisi di garanzia hanno rappresentato un vulnus per le carriere politiche, e nemmeno le condanne.
Anzi, hanno sempre fatto curriculum. A destra, al centro e a sinistra.
Il Pd ha sempre candidato, mandato in Parlamento, al governo, nelle partecipate, nei servizi, nelle forze dell’ordine e nella burocrazia fior di pregiudicati, imputati e inquisiti.
Renzi si crede il primo, invece è arrivato ultimo. E denota pure un’ignoranza sesquipedale sui fatti che dovrebbe conoscere: la notizia di Descalzi indagato non è stata “citofonata sui giornali”, semplicemente è contenuta nel provvedimento di sequestro della maxitangente Eni in Svizzera disposto dai giudici di Milano, che il premier farebbe bene a leggersi o a farsi spiegare da uno che ci capisca.
Anche l’idea che le indagini giudiziarie danneggino la politica industriale, oltre a essere una sublime cazzata (è la corruzione che rovina l’economia, non le inchieste sulla corruzione, peraltro condotte in tutte le democrazie del mondo senza che i politici mettano becco), è tutt’altro che nuova.
L’ha strombazzata per vent’anni il suo padre putativo Silvio. Il quale peraltro l’aveva mutuata dal suo spirito guida Bettino Craxi, che il 10 luglio 1981, in pieno scandalo P2 e subito dopo l’arresto di Roberto Calvi, presidente e distruttore del Banco Ambrosiano, responsabile del più grave crac della storia d’Europa con decine di migliaia di famiglie sul lastrico e suo finanziatore occulto, scandì alla Camera queste parole: “Non c’è più grande male per un’azione di moralizzazione e di giustizia che la strumentalizzazione volgare, l’uso politico delle carte e delle iniziative giudiziarie e di parte: un fattore di inquinamento, intossicazione e distorsione della vita democratica”. Sulla P2 “si è andati oltre misura con una campagna che ha cominciato a puzzare di maccartismo”.
E l’arresto di Calvi “ripropone con forza il problema di un clima inquietante, di lotte di potere condotte in modo intimidatorio contro il quale bisogna agire per ristabilire la normalità  dei rapporti tra Stato e cittadini, la fiducia nella giustizia, la correttezza nei rapporti tra potere economico, gruppi editoriali, potere politico. La crisi della Borsa ha molti responsabili, comprese talune azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati. Quando si mettono le manette, senza alcun obbligo di legge o senza ricorrere a istituti di cautela che pure la legge prevede, a finanzieri che rappresentano la metà  del listino, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche”. Basta sostituire Ambrosiano con Eni, Calvi con Descalzi e Craxi con Renzi.
Matteo, ormai hai 39 anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlio.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VENEZIA PISCIA CONTROVENTO: IL GONDOLIERE RITRATTO A FARE PIPI NEL CANALE

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

L’UOMO BECCATO IN CALLE LARGA XXII MARZO, NEL CUORE DELLO SHOPPING…E SUL WEB SCATTA L’INDIGNAZIONE

Un gondoliere ritratto in una posa inequivocabile e scatta l’indignazione sul web.
Un pope è stato fotografato di spalle in un atto che a tutti è sembrato esplicito: avrebbe cioè usato un portone a mo’ di vespasiano.
E non in una zona periferica di Venezia ma vicino all’hotel Bauer, a due passi da calle larga XXII marzo, cuore pulsante dello shopping griffato e dei monumenti più importanti della città .
«Come vuoi che si comportino i turisti, se non diamo noi il buon esempio?», commenta più di una persona su Facebook.
Venezia non è nuova a episodi come questo ma finora i «colpevoli» erano sempre stati «foresti», mai residenti.
In agosto, i veneziani si erano infuriati per una fotografia che avrebbe ritratto due turisti in area marciana mentre usavano un cestino dell’immondizia al posto del wc.
Il condizionale però è d’obbligo, l’immagine – proprio come quella del gondoliere – era ambigua e facilmente fraintendibile.
Sui social network è tuttavia scoppiata la rivolta contro la maleducazione che imperversa in città .
«La creme di Venezia», ironizza qualcuno.
«Ma non erano i turisti a rovinare la città ?», si chiede qualcun altro.
Altri ancora chiedono che il gondoliere venga individuato e punito per il gesto «vergognoso».
«Chi è senza peccato scagli la prima pietra», commenta però più di una persona in risposta alla generalizzata levata di scudi contro i turisti, ritenuti da tanti la causa principale del degrado nei costumi e nei comportamenti in centro storico.

(da “il Corriere della Sera”)

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