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VERTICE CGIL, CISL E UIL: “MANIFESTAZIONE COMUNE”, MA E’ LITE SULL’ART. 18

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

CAMUSSO VUOLE TUTELE MASSINE PER VECCHI E NUOVI ASSUNTI….ANGELETTI PRONTO A MEDIARE, BONANNI: ALT ALLE FINTE PARTITE IVA

Trovare il punto d’incontro, puntare sulle idee comuni e andare in piazza assieme. Cgil, Cisl e Uil non hanno la stessa opinione sull’articolo 18, sul lavoro e sul Jobs Act, ma tutti e tre i sindacati sanno che manifestare separatamente vorrebbe dire servire al premier un regalo su un piatto d’argento.
Renzi — a differenza di Berlusconi — non punta a dividerli, non li chiama nemmeno. Ecco perchè, dimenticando le accuse che Camusso, Bonanni e Angeletti si sono scambiati negli ultimi giorni, i tre leader — in settimana — s’incontreranno per cercare di presentare assieme una mobilitazione su lavoro e articolo 18, ma non solo.
Si fa trapelare la notizia di un summit previsto per venerdì mattina (prima di partecipare assieme a un convegno del Cnel), ma è molto probabile che i tempi siano ben più stretti e che si ragioni non sui giorni, ma sulle ore.
Aspettare il fine settimana avrebbe poco senso, visto che già  dopo domani la legge delega va al Senato e che fra sette giorni ci sarà , sul tema, l’attesa e infuocata segreteria del Pd.
Al di là  dello scontro frontale fra governo e Cgil e dei colpi di fioretto scambiati nei giorni scorsi fra i tre leader, si cercherà  quindi di fare fronte comune sul lavoro.
Sia perchè la Cgil sa che questa volta sarebbe impensabile pensare di portare in piazza milioni di persone contro l’abolizione dell’articolo 18 come Cofferati fece dodici anni fa, sia perchè tutte e tre le sigle hanno urgenza di smarcarsi dall’angolo nel quale Renzi le ha confinate.
Ecco perchè si ragiona su tempi e modi di una manifestazione unitaria, con già  in testa una data e un luogo
Se tutto va bene e l’intesa si trova, si ragiona su Piazza San Giovanni, a Roma, per sabato 11 ottobre.
I tre temi sui quali lavorare con l’obiettivo di andarci assieme riguardano la politica fiscale (le tre sigle hanno già  un piano condiviso), la lotta al precariato (Renzi accusa il sindacato di pensare solo a chi ha già  i diritti; Cgil, Cisl e Uil vorrebbero rispondere portando i precari in piazza) e chiaramente il lavoro.
Argomento però da trattare nel complesso, senza focalizzarsi solo sull’articolo 18 e sul diritto al reintegro.
Sul preciso punto infatti i sindacati hanno posizioni diverse; mentre la Cgil non è disposta a rivedere l’articolo e vuole estenderlo alle nuove assunzioni («non siamo disposti a fare scambi con gli ammortizzatori sociali», ha precisato la Camusso) Cisl e Uil aprono a una trattativa con il governo e chiedono garanzie sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, ma senza scendere troppo nei particolari sull’articolo 18.
Bonanni vuole prima di tutto uscire dal tunnel delle false partite Iva, dei lavori a progetto, dei co.co.co e co.co.pro e chiede che tutte queste forme di precariato spariscano, assorbite dal nuovo contratto; Angeletti vuole che non sia tolto l’articolo 18 a chi già  ce l’ha, ma apre ad una possibile rivisitazione per i nuovi assunti.
Carla Cantone, la leader dei pensionati Cgil, è convinta che «sia ora di farla finita con le battute, le botte e risposte. Sindacato e governo tornino al merito e sul merito non sarà  difficile per Cgil, Cisl e Uil trovare un fronte comune sull’articolo 18».
La trattativa interna è in corso: l’obiettivo è di ottenere sul lavoro, la stessa posizione comune raggiunta dai sindacati sul settore pubblico.
Contro il nuovo blocco delle buste paga, l’8 novembre, Cgil, Cisl e Uil saranno in piazza assieme.

Luisa Grion
(da “La Repubblica”)

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SALVINI PORTA SFIGA? LA MACUMBA SCOZZESE DI UN ESPERTO DI INSUCCESSI

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

IL PRIMO MINISTRO SALMOND E’ CONVINTO CHE LA CAUSA PRINCIPALE DELLA SCONFITTA SIA DOVUTA ALLA VISITA IN SCOZIA DEL LUMBARD

Il primo ministro Alex Salmond era di pessimo umore.
In Scozia il referendum sull’indipendenza è stato vinto dai No: il Paese continuerà  quindi a fare parte del Regno Unito.
Non è solo questo il motivo delle sue dimissioni.
Si è convinto che la causa principale della sconfitta sia dovuta alla visita in Scozia di Matteo Salvini, uno che non ne ha mai azzeccata una.
Com’è noto, una delegazione di lumbard guidata da Salvini è andata in loco a tifare per la vittoria degli yes .
Il consigliere regionale lombardo Angelo Ciocca ha fatto un po’ di confusione: prima ha indirizzato i suoi verso Amburgo, poi verso Strasburgo e solo al terzo tentativo ha capito che si trattava di Edimburgo.
Quando il leader dello Scottish National Party ha visto Salvini indossare una maglietta che univa la croce di San Giorgio con la bandiera scozzese, ha fatto gli scongiuri.
Non sono serviti.
Salmond sapeva che Salvini è un perdente di successo o, se volete, un vincente di insuccessi.
Sapeva che Salvini è un po’ un parolaio.
Adesso sostiene che l’euro è una moneta criminale, che continuare a dire che non si può uscire dall’euro è suicida, ma solo fino a poco tempo fa (2012) le sue idee erano altre: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perchè qui siamo in Europa».
Salmond era al corrente che la Lega non è nemmeno riuscita a formare, con Marine Le Pen, un gruppo euroscettico al Parlamento Europeo.
Che la Padania, a differenza della Scozia, è solo un paese immaginario e che il federalismo, tanto sbandierato, finora è rimasto nel cassetto.
Gli era noto persino che Salvini, che tanto tuona contro la casta e parentopoli, ha fatto assumere la sua compagna alla Regione Lombardia e quando era deputato a Bruxelles i suoi assistenti erano Franco e Riccardo Bossi, fratello e primogenito del Senatùr.
E poi c’è quel viaggio imbarazzante in Corea del Nord in compagnia di Antonio Razzi: «In Corea tutti i ragazzini fanno sport». Wow!
In un momento in cui Matteo è un nome vincente in Italia (Renzi , Don Matteo, Trentin, Marzotto, Manassero, persino Orfini), l’unico a muoversi come un Trota è quel vincente di insuccessi che ha fatto la macumba anche alla Scozia.

Aldo Grasso
(da “il Corriere della Sera”)

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ART. 18, DELRIO AMMETTE: “LE RISORSE PER SUSSIDIO UNIVERSALE NON CI SONO”

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

A POCO VARREBBE LA COMPENSAZIONE CON LA CIFRA RISPARMIATA GRAZIE ALLA CANCELLAZIONE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI CHE COSTANO 12 MILIARDI L’ANNO

Le coperture per coprire l’abolizione dell’articolo 18 con un sussidio universale? Non ci sono. A confermare il sospetto, mentre il dibattito si fa sempre più infuocato, è stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio.
A riferirlo il quotidiano Libero, secondo il quale l’ex sindaco di Reggio Emilia, incalzato da Guido Crosetto avrebbe ammesso candidamente che i soldi per offrire una copertura universale per i senza lavoro non ci sono.
“Lo so bene. Infatti non abbiamo presentato relazione tecnica per finanziarla. Decideremo di volta in volta coi decreti legislativi“, ha detto.
E a Crosetto che gli obiettava come questa strategia oggi non sia più praticabile a causa dell’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio, ha replicato che: “Non abbiamo altra strada”. Ma così, conclude Libero, il Jobs Act rischia di essere bloccato per incostituzionalità .
Anche perchè le somme in gioco non sono certo bruscolini.
Tanto più che, come ricordava nei giorni scorsi Repubblica, la disoccupazione reale in Italia è molto più alta di quanto non dicano le statistiche ufficiali che, per altro, non includono i cassintegrati, in quanto formalmente ancora occupati.
Mentre il grosso dei senza lavoro, non avendo diritto ad alcun sussidio al contrario di quanto avviene in altri Paesi Ue come la Spagna, spesso non si iscrive neanche nelle liste degli uffici di collocamento.
“La popolazione attiva in Italia è pari o persino minore rispetto a Paesi con tassi di disoccupazione doppia o più. Il sistema produce più esclusi di quanto non raccontino i numeri ufficiali”, concludeva il quotidiano del gruppo Espresso dopo aver incrociato i dati Istat con quelli Ocse sulla popolazione attiva in proporzione al totale dei residenti.
Difficile, quindi, fare un calcolo realistico di quanto verrebbe a costare la mossa al governo Renzi che all’epoca del governo Monti, l’allora ministro Elsa Fornero stimava in una trentina di miliardi di euro.
E a poco varrebbe la compensazione con la cifra risparmiata grazie alla cancellazione degli attuali ammortizzatori sociali che costano allo Stato una dozzina di miliardi l’anno.
Il rischio semmai è che si crei una nuova categoria di esclusi sulla falsariga degli esodati forneriani che, in questo caso, rischiano di rimanere senza lavoro, senza cig e senza disoccupazione.
E, quindi, appesi a decreti di copertura da emanare di volta in volta.

(da “Huffingtonpost”)

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MANOVRA, IL TAGLIO AI MINISTERI E’ GIA’ UN FLOP

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

A RENZI SERVONO 20 MILIARDI, MA CON LE PROPOSTE ARRIVATE DAI DICASTERI SE NE RISPARMIA UNO SOLO… IL RESTO? FORBICI LINEARI

Vi ricordate la spending review nei ministeri?
Il taglio del 3 per cento dei bilanci chiesto da Matteo Renzi per arrivare ai 20 miliardi che gli servono?
Il premier spedì pure una letterina ai ministri dopo aver annullato una riunione sul tema: mandatemi le vostre proposte e poi semmai ci vediamo.
Ebbene, le proposte sono arrivate: i 16 dicasteri hanno prodotto i loro tagli e li hanno inviati a Palazzo Chigi e al Tesoro.
Alla Ragioneria generale, dove sono bravi coi numeri, è servito poco però per capire che la vicenda è complicata: i risparmi, tabelle alla mano, ammontano a un miliardo.
“Scarso”, aggiunge una fonte.
Al di là  della bontà  o meno di una politica di tagli di spesa durante una crisi di domanda, qualcuno potrebbe chiedersi: com’è possibile che con tutta quella caterva di spesa pubblica di cui ci parlano sempre il risparmio sia solo di un miliardo?
La risposta è semplice: i ministeri hanno tagliato del 3 per cento il budget per il loro funzionamento, non certo tutte le spese.
Il ministro della Sanità , Beatrice Lorenzin , lo ha spiegato: “Il mio dicastero costa circa un miliardo l’anno e noi abbiamo pronto un piano che ci farà  risparmiare 40 milioni”.
Adesso, però, c’è un problema che agita Tesoro e Parlamento: e gli altri 19 miliardi dove li prendiamo?
Certo c’è il taglio delle municipalizzate che vale 500 milioni per il 2015 secondo i numeri del commissario Carlo Cottarelli e pure la riduzione dei trasferimenti dallo Stato alle imprese (e qui c’è il problema che per ottenere soldi veri bisognerà  penalizzare il trasporto pubblico locale, con conseguente aumento di biglietti e tariffe).
Magari ci sarà  qualche altra misura innovativa tirata fuori dal cilindro del vulcanico premier, ma 20 miliardi di risparmi in pochi mesi “si fanno solo coi tagli lineari”, dichiarati o mascherati che siano, spiegano alcuni esperti governativi.
E non sarebbero indolori: la spesa primaria italiana — cioè al netto degli interessi sul debito — è già  ridotta all’osso (infatti è in surplus) e inferiore alla media Ue sul Pil nonostante la recessione (il Prodotto è ancora 9 punti inferiore al picco del 2007).
Tradotto: coi tagli lineari si incide direttamente sulla carne dei servizi e del welfare.
Non è un caso che giovedì il Fondo monetario internazionale abbia, per così dire, dato un consiglio al governo: tagliate pensioni e sanità .
Poco importa che siano già  stati saccheggiati dai governi Berlusconi e Monti, restano i due forzieri più attraenti: tra previdenza e assistenza il bilancio è di 260 miliardi circa, a cui si sommano i 110 miliardi che vale il fondo che finanzia il Servizio sanitario.
Oltre il 50 per cento della spesa corrente dello Stato è lì e i tecnici di Washington hanno indicato la via a Palazzo Chigi.
E qui si intravvede il problema che Renzi ha coi suoi ministri: nessuno vuole intestarsi, come se fossero un mero fatto tecnico, scelte del genere.
Il comparto salute, attraverso un accordo governo-Regioni, aveva stabilito un obiettivo di 10 miliardi di risparmi strutturali in tre anni (900 milioni il primo anno) da reinvestire però nel sistema per colmarne le lacune.
Lo stesso discorso vale per scuola e università  e pure per le pensioni visto che l’età  d’uscita dal lavoro s’avvia già  a diventare la più alta in Europa e dal 2012 il recupero dell’inflazione è pure parziale.
Alla fine, il capitolo da cui verranno estratte più risorse è quello degli acquisti della P.A. (all’ingrosso 130 miliardi di euro).
Già  quest’anno le risorse sono state diminuite di 2,1 miliardi, cifra che a stare alle indiscrezioni salirà  a 7 miliardi nel 2015.
Anche qui, la cosa non può essere indolore. Aveva spiegato Consip, la centrale unica per gli acquisti, in audizione alla Camera nel settembre 2013: “Va evidenziato che non tutte le spese, sia pure per beni e servizi, possono essere oggetto di razionalizzazione. Affinando l’aggregato di riferimento risulta una dimensione della spesa effettiva, su cui è possibile incidere mediante una Centrale Acquisti, pari a circa il 35-40% della componente originaria (ovvero 40 miliardi)”.
Per questo molti in Parlamento già  oggi scommettono sul fatto che alla fine i 20 miliardi non ci saranno.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DALLA BPM AL PORTO DI OSTIA: GLI AFFARI DEL CANDIDATO BRUNO

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

È UN POLITICO, MA ANCHE UN AVVOCATO DAI LEGAMI SALDI CON DIVERSE LOBBY

“Sono un avvocato e i 2 milioni e mezzo me li sono guadagnati con il mio lavoro”.
È questa la difesa di Donato Bruno.
Il senatore di Forza Italia in un’intervista a Il Tempo: “Sono stato sentito dal magistrato nel febbraio scorso come persona informata dei fatti e ho portato tutta la documentazione a sostegno del lavoro svolto. Erano tre valigie”.
Altro che consulenza, quei soldi sono stati pagati per “cinque anni di attività  su pratiche, contratti, cessioni”.
Al Tempo che gli chiede se fosse opportuno l’incarico da un collega di studio come il commissario della Ittierre, Chimenti, Bruno replica indignato: “E ci mancherebbe altro. Vuole che ad affidartelo sia per caso un nemico?”.
E ci mancherebbe altro.
Bruno ha dichiarato nel 2012 1.664.504 euro, nel 2011 1.751.830; nel 2010 si fermava a 570.356 euro, nel 2009 i suoi redditi erano pari a 1.293.235 euro.
Certamente avrà  fatto un gran lavoro, ma a leggere le intercettazioni di altre indagini, che non lo hanno mai visto indagato, sorge il dubbio che Bruno sia così ricercato anche perchè è un politico.
Prima di votare Bruno, i parlamentari del Pd dovrebbero leggere l’informativa della Squadra mobile di Roma del marzo 2013 pubblicata sul sito del Fatto.
Al centro della storia ci sono gli interessi privati di Mauro Balini, il ricco presidente del Porto turistico di Ostia.
Pur non essendo indagato, secondo il Gip di Roma D’Alessandro, “Ha molto da nascondere attese le sue interessenze inquietanti con ambienti malavitosi” ed è legato a Cleto di Maria, “noto pregiudicato con precedenti per traffico di stupefacenti” e mantiene pure la famiglia del detenuto Roberto Giordani, soprannominato “Cappottone”.
I consulenti di Balini sono Dario Romagnoli e Giuliano Foglia, due soci dello studio fiscale Tremonti, Vitali Romagnoli, Piccardi, fondato dall’ex ministro dell’economia. Il pm Ilaria Calò intercetta Romagnoli mentre tenta di aiutare Balini a cedere quote del porto al gruppo pubblico Invitalia.
Proprio Bruno è l’uomo scelto per agganciare e incontrare l’amministratore di Invitalia, Domenico Arcuri, confermato dal governo Letta quattro mesi dopo quell’incontro.
Il 6 febbraio 2013 Foglia, “incaricato da Romagnoli di promuovere la vendita del Porto di Roma di proprietà  di Mauro Balini” spiega a Romagnoli che alle 17 vedrà  Donato Bruno e organizzerà  un incontro con quelli di Italia Navigando, società  controllata da Invitalia.
Foglia dice che “Bruno tra l’altro è molto amico di Arcuri ed è molto amico del Prof (Tremonti ndr)”. Il 4 marzo organizza l’incontro a studio Bruno. Il 5 marzo dopo l’incontro Foglia dice a Romagnoli che ha avuto “un riscontro positivo”.
Il 24 marzo Romagnoli dice a Foglia che ha fissato un altro incontro per il 4 aprile.
La trattativa entra nel vivo e qui si parla dei ‘ringraziamenti per chi deve decidere’. Ecco come parlano del futuro giudice costituzionale i due soci dello studio Tremonti.     Romagnoli (R): Volevo dirti una cosa.. capiscimi al volo.. se riesci prima a beccare Donato..gli devi cercar di far capire essendo, io penso, lui uomo di mondo non avrà  difficoltà  a capire che, evidentemente, che il mio amico… cioè è capace di ringraziare capito chi poi deve decidere
Giuliano Foglia (G): Certo, è chiaro
R: capito. Gli fa tanti ringraziamenti.. capito?
G: chiarissimo, va bene
R: però bisogna dirglielo prima, bisogna farglielo capire.. se lui ha confidenza, se Donato ha confidenza e riesce a parlarci deve cercar di far capire in qualche modo questa cosa
G: certo, non ti preoccupare.
Foglia al Fatto disse allora:“Nulla di illecito. Forse mi riferivo all’onorario per Bruno, che fa anche l’avvocato”. Anche.
Quando gli chiedemmo perchè aveva accettato un invito in uno studio privato, Arcuri invece rispose: “Sono stato chiamato da un parlamentare, che mi ha chiesto di verificare la fattibilità  di un’iniziativa. Mai ricevuto alcuna offerta di ringraziamenti. Nessuno si sarebbe azzardato”.
Politico p avvocato?
Il dilemma resta anche nell’inchiesta Bpm. Bruno, non indagato, è stato ascoltato dal pm Roberto Pellicano mentre telefonava al presidente di Bpm Ponzellini per perorare la causa di un imprenditore che sarà  poi indagato: Alberto Tripi, amministratore delegato di Almaviva.
Il colosso dei call center doveva presentare un piano di patrimonializzazione nel 2009 e Tripi il 17 settembre 2009 anticipa a Ponzellini la chiamata dell’onorevole Donato Bruno con il quale discutere la patrimonializzazione.
In effetti, annota la Guardia di Finanza, “come preannunciato da Tripi, giunge puntuale a Ponzellini la telefonata di Donato Bruno, il 18 settembre 2009 che sponsorizza un incontro tra lo stesso Bruno, Tripi e Ponzellini”.
Poi per la stessa vicenda chiama anche Gianni Letta, che avvocato a dire il vero non è.     Nell’indagine sull’Expo a Milano, invece, a fare il nome di Donato Bruno è l’ex parlamentare di Forza Italia, arrestato e condannato ai tempi di Mani Pulite e poi riarrestato per Expo, Gianstefano Frigerio. Il 20 settembre 2012 nel suo ufficio Frigerio dice all’imprenditore (anche lui poi arrestato) Enrico Maltauro: “Io mercoledì sera faccio lavoro di copertura politico-giuridica e mi porto a cena Gigi Grillo (anche lui poi arrestato) col Comandante supremo della Finanza… Capolupo… è un mio amico”.
Poi aggiunge: “Vado a cena con… di informazioni… perchè il generale me l’ha fissato… e dovrebbe esserci come terzo Donato Bruno che è un altro amico mio”.
La cena poi non c’è stata.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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