Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“SOLO PROMESSE, IL SUO NON E’ L’UNICO GOVERNO POSSIBILE”
Matteo Renzi e Sergio Marchionne si incontrano nel quartiere generale di Chrysler ad Auburn
Hills, Michigan.
E dall’Italia, ospite di Otto e mezzo su La7, Diego Della Valle commenta: “E’ l’incontro fra due grandissimi sòla”.
Termine romanesco che sta per “chiacchieroni”, o meglio, come spiega lo stesso patron di Tods: “Persone che non mantengono ciò che promettono. E mi dispiace per Matteo – aggiunge- dell’altro ho già parlato in diverse occasioni”.
“Per me è imbarazzante discutere di lui che conosco da tanti anni, pensavo fino a qualche mese fa che potesse essere una risorsa per il paese e quando mi ha chiesto consiglio mi sono sempre messo a disposizione, ma i miei consigli erano sostenere Letta, farsi esperienza, farsi un’agenda internazionale e fare una buona squadra», dice l’imprenditore a Otto e mezzo, su La7.
“Renzi ha fatto tilt – continua Della Valle – è in stato confusionale, pensa di poter dire qualunque stupidaggine e contraddirla il giorno dopo. Dice che combatte i poteri forti ma oggi era a casa di un potere forte. Renzi non ha mai lavorato e quindi non può parlare di lavoro come noi. Pensavo fino a qualche mese fa che potesse essere una risorsa per il paese e invece non ha fatto una sola cosa di quanto ha promesso. L’unica iniziativa è stata dare gli 80 euro, copiando quello che ho fatto io nella mia azienda”.
“Renzi ha preso il 40% ovvero la metà dei votanti – sottolinea Della Valle – ma la maggior parte erano voti del Pd, e comunque non è il padrone del Paese e non è stato votato per fare il premier, si presenti alle elezioni. Siamo già all’ultima spiaggia con un premier ragazzo che promette e non conclude e ministri con poca esperienza, non è vero che è l’unico governo possibile”.
E alla domanda di Floris sull’ipotesi di una sua discesa in campo, Della Valle risponde: “Io non faccio politica ma se serve mi rendo disponibile a dare una mano”.
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SELFIE, EPURAZIONI E RITORNI DA SILVIO BERLUSCONI
Cancellato da uno scatto. Anzi, da un selfie.
Twitta l’epurazione Giacomo Bugaro: “Dimissionato per aver parlato con Berlusconi! Ne prendo atto, non pensavo si dovesse chiedere permesso per parlare: sbagliavo! Libertà ”.
Parole forti. Per solidarietà si dimettono un bel po’ di dirigenti di Ncd delle Marche. Volano parole grosse: “Provvedimenti illiberali, intervenga Alfano”.
Il selfie immortala il cupio dissolvi del Nuovo centrodestra.
E allora, ricapitoliamo. Bugaro, coordinatore (ora ex) di Ncd nelle Marche, vicino a Maurizio Lupi, area filo-berlusconiana del partito, giovedì pomeriggio varca il portone di palazzo Grazioli.
Quando esce, su twitter compare un selfie con Silvio Berlusconi.
Poi, in un comunicato, il nostro spiega che è andato a palazzo Grazioli a parlare di futuro del centrodestra e della riunificazione dei moderati.
“Ma come?” “Lui che è un semplice coordinatore?” “Senza autorizzazione dei vertici?” si chiedono i colonnelli di Alfano.
Scatta la tagliola disciplinare, si sarebbe detto una volta. Tradimento, intelligenza col nemico.
Poche ore dopo, il comunicato: “Bugaro, preso atto della richiesta, ha rimesso il suo mandato”. Nel mezzo un incontro col Gaetano Quagliariello, già ministro per le Riforme, già saggio del Quirinale, ora coordinatore del partito.
Da quando è diventato uomo di partito, raccontano i maligni, ha scoperto i metodi forti. Spiega a Bugaro che così “ci metti in difficoltà ” e lo invita a riflettere sull’opportunità che resti “coordinatore delle Marche”.
“Gestione pessima, Bugaro gioca a fare il martire ma le cose non si gestiscono così”: è questa la frase che Alfano ascolta in decine di telefonate.
Accompagnata da quella dopo: “Ce ne siamo andati da un partito padronale e usiamo gli stessi metodi?”.
Il ministro dell’Interno ascolta, sente di avere tra le mani un partito in dissoluzione. Il caso monta. Bugaro, sconosciuto ai più, diventa il martire del giorno. Parla, twitta, si presenta al convegno del Ppe di Perugia dove sono i vertici di Forza Italia: “Sono scioccato dall’espulsione” ripete
Quagliariello, invece, tiene il punto. E posta su facebook un colto richiamo all’ordine. Questo: “Come ci ha spiegato qualche tempo fa Machiavelli, nelle cose della politica ci vuole anche fortuna. Nessuno può essere sicuro che la propria impresa riesca, ma sta a ciascuno affrontarla con dignità . Fin quando sarò io il coordinatore di Ncd, la nostra non sarà mai una storia ‘contro’ ma certamente sarà una storia ‘altra’. C’è chi ha lanciato il concorso ‘torna a casa Lassie’. Chi vuole si iscriva pure, ma sapendo che non è compatibile con l’altra storia che stiamo scrivendo. Bisogna scegliere: o si partecipa al concorso o si vive l’avventura di Ncd. Anche se a volte si tratta di una vita difficile , meglio una vita da cani che una nostalgia canaglia!”.
Il selfie rischia di agevolare l’operazione Lassie, ovvero il ritorno in Forza Italia. “Complimenti, dall’operazione Lassie all’operazione selfie” dicono i critici di Alfano. Ormai parecchi parlamentari di Ncd parlano più con Arcore che con Alfano e Quaglieriello.
Al Senato, come ha scritto l’HuffPost, sarebbero una decina pronti a tornare. Per questo Alfano vorrebbe accelerare sul gruppone centrista, già la prossima settimana, che riunisce Ncd, Udc, Popolari per l’Italia e ciò che resta di Scelta civica.
Avrebbe già tracciato gli organigrammi con il casiniano Giampiero D’Alia capogruppo alla Camera e Renato Schifani alla guida dei senatori.
Un modo per “tenere dentro Schifani” perchè la sua insofferenza è al livello di guardia.
E ha già avuto più di un contatto con Arcore per il grande ritorno.
Il problema è che i capi del centrino sono già in ordine sparso: Casini frena, Cesa accelera, dentro Ncd in parecchi la considerano un’operazione sbagliata.
A partire dall’ala che vorrebbe ricostruire un centrodestra con Berlusconi, ala che fa capo al ministro Maurizio Lupi, al capogruppo Nunzia De Girolamo, al viceministro Casero e alla portavoce Barbara Saltamartini.
Insomma, per sintetizzare: se non nasce il gruppo un pezzo di Ncd, a partire da Schifani, è pronto a tornare da Berlusconi.
Se nasce il gruppo con Schifani e D’Alia ritornano gli scontenti.
Berlusconi aspetta. In attesa del prossimo selfie.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA BERTOLASO A MARTINETTI, FINO ALLA CARTA FIORI
«Guido, perchè non prendi in mano tu l’organizzazione di Forza Italia?». L’ultima volta era stata
l’anno scorso. Silvio Berlusconi a Guido Bertolaso, l’uomo che per lui aveva rappresentato una specie di Mister Wolf.
Ma, senz’altro a causa di quella parabola discendente coincisa con il coinvolgimento nell’inchiesta sulla «cricca» sorta all’ombra della Protezione Civile, Bertolaso aveva detto «no, grazie».
E per quel posto era stato chiamato Marcello Fiori, suo ex braccio destro.
Bertolaso è solo il più celebre di una lista di presunti «salvatori della patria» o fantomatici «papi stranieri» ai quali Berlusconi ha pensato di affidare il compito di «risollevare il partito».
Ma la storia degli «unti dell’unto del Signore» è costellata di clamorosi abbagli e mastodontiche fregature.
La delusione Scelli
A metà degli anni Duemila, brilla la stella di Maurizio Scelli. Abruzzese, classe ’61, Scelli passa dall’organizzazione dei viaggi a Lourdes con l’Unitalsi alla guida della Croce Rossa.
Nel 2004 è tra i protagonisti del rilascio di Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie italiane rapite in Iraq.
L’anno dopo è in rampa di lancio per accaparrarsi la benedizione berlusconiana. Come? Col lancio di un suo movimento, «Italia di Nuovo».
Per il varo della creatura, che nelle intenzioni berlusconian-scelliane dev’essere una specie di «settore giovanile» di Forza Italia, viene scelto lo spaziosissimo Palamandela di Firenze.
Ed è un disastro, visto che gli spalti deserti costringono Berlusconi ad aspettare per ore in Prefettura in attesa di un «tutto esaurito» che non arriverà mai.
In Parlamento, Scelli ci finirà comunque, ma sempre ai margini. «Sono una Ferrari e mi tengono in garage», mandò a dire al suo vecchio mentore a mezzo stampa.
E per finire a fare lo stesso mestiere del Cavaliere, Scelli dovette accontentarsi della presidenza di una squadra di calcio, il Sulmona.
Il gelataio e l’imprenditore
È andata meglio a Guido Martinetti, fondatore di Grom. Berlusconi lo vede in tv, si illumina – «Questo è perfetto» – e lo fa testare da alcuni sondaggisti. Ma Martinetti declina, dichiarandosi un supporter di Renzi e manifestando la sua volontà di «continuare a fare il gelataio».
È l’alba dell’estate 2012. Qualche mese dopo, nel proscenio berlusconiano appare all’improvviso un signore modenese che si presenta come avvocato e banchiere, industriale e assicuratore, immobiliarista ed editore.
Un Berlusconi bonsai che, all’anagrafe, fa Gianpiero Samorì. Si mette alla testa di un «Movimento Italiani in Rivoluzione», qualcuno mormora che il Cavaliere voglia schierarlo alle primarie del centrodestra e, quando le primarie scompaiono dai radar, viene inghiottito dal nulla anche lui. Riapparirà nel maggio scorso, candidato senza speranza alle Europee.
L’«ospite indesiderato» da Francesca
A quel tempo, tra i frequentatori di Palazzo Grazioli viene segnalato anche il nome di un imprenditore friulano che si chiama Diego Volpe Pasini.
È un amico di Vittorio Sgarbi e, insieme al critico d’arte, lavora a una listina da aggregare a quel centrodestra berlusconiano che da lì a poco deve sfidare la corazzata di Bersani.
Alla presentazione del progetto, mentre Sgarbi urla contro la bruttezza delle pale eoliche, Volpe Pasini si apparta con un po’ di cronisti e disegna lo scenario che segue: «Bersani vincerà le elezioni ma non avrà la maggioranza al Senato. Quindi andrà da Berlusconi a chiedergli il sostegno, sottoponendogli la scelta di un premier gradito a entrambi. E quando Bersani farà il nome di Matteo Renzi, Berlusconi dirà di sì».
Tolto Bersani, che da Berlusconi non andrà mai, il resto è quasi opera da Nostradamus. Peccato che le virtù profetiche abbiano fruttato poco, a Volpe Pasini.
Nel frattempo, infatti, s’era fatto bollare da Francesca Pascale come «ospite indesiderato» a Palazzo Grazioli. Infatti, per quel che risulta, non ci ha messo più piede.
Tommaso Labate
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LE COSE CONCEPITE PRIMA DEL WEB SONO MALVAGIE?
Con la manifestazione pugliese contro la costruzione di un nuovo gasdotto europeo, Beppe Grillo ha completato, primo uomo al mondo, il leggendario Gran Tour.
Prevede il no alla Tav, ai termovalorizzatori, ai gasdotti, alle pale eoliche, alle banche, ai partiti, al festival di Sanremo, alle stufe a pellet, ai ristoranti cinesi, ai caschi da parrucchiere, ai carrelli da supermercato sbloccabili con moneta da due euro quando ne basterebbe largamente uno.
Ma alla soddisfazione per i risultati raggiunti si unisce una certa preoccupazione politica: l’esaurimento dei bersagli contro i quali battersi è ormai dietro l’angolo.
Il referendum on line contro la costruzione di nuove rotonde sul mare ha raccolto solo un centinaio di voti, tutti contrari alle rotonde tranne quello di Fred Bongusto, ed è sta
IL DIBATTITO
Come afferma Casaleggio (versetto 132), «tutte le cose concepite prima del web, e dunque senza consultare la gente, sono malvagie e dettate da sordido interesse».
Il movimento è però ancora diviso su un punto: può il web, sia pure a posteriori, dare il suo beneplacito a una cosa nata prima di lui, e dunque trasformare una cosa sbagliata in una cosa giusta?
Secondo i deputati Di Ponzio e Lo Marzio questo processo di redenzione è possibile, e citano l’esempio del porno, nato come orribile manovra speculativa di una ristretta casta di produttori ebrei e registi falliti, ma ormai così cliccato dal popolo del web da poter essere inserito tranquillamente tra le cose che piacciono alla gente, e dunque sono legittime.
Invece per i deputati Di Firlo e De Nunzio, a capo dell’ala più radicale, quella vicina a Casaleggio, tutto ciò che è nato prima del web è irrimediabilmente impuro, dalla forcina per capelli alla pentola a pressione, e perciò loro stessi hanno deciso di uscire dal movimento perchè, essendo del 1974 e del 1978, sono nati senza ricevere l’approvazione del web.
LE FONTI ENERGETICHE
Individuare le energie alter-alternative, cioè le energie alternative alle energie alternative: ecco il compito, arduo ma stimolante, del gruppo di lavoro che sta raccogliendo sul web le opinioni della gente, spodestando la casta di imbecilli e di mafiosi (scienziati, professori universitari, premi Nobel, ingegneri, tecnici, imprenditori, un centinaio di governi) che si è arrogata il diritto di decidere senza consultare la casalinga, lo studente, il pensionato.
Le proposte più cliccate fino ad oggi sono: riscaldamento a fiato, illuminazione solare (solo diurna, tanto di notte si dorme), automobili a vela, motori a elastico.
Parecchi anche i progetti di moto perpetuo, fin qui boicottati dalla casta che voleva tenere nascosta la possibilità di spostarsi gratis in qualunque punto del mondo senza consumare neanche la suola delle scarpe.
SMALTIMENTO DEI RIFIUTI
Due le soluzioni più evidenti, fin qui tenute nascoste dalla casta che voleva speculare sull’import export delle bucce di cocomero.
La prima è non produrre più rifiuti, basta fare la spesa in modo più oculato e destinare eventuali resti al cane o ingoiarli personalmente; la seconda sono gli Evaporatori Pubblici, grandi cumuli di immondizia che in un lasso di tempo variabile (dai cinque ai settemila anni) svaniscono piano piano per evaporazione naturale.
I deputati Di Gino e Di Maria stanno mettendo a punto anche un sistema di smaltimento dei rifiuti per ipnosi che la casta ha fin qui nascosto eccetera eccetera.
GASDOTTO
Come si fa a costruire gasdotti, oleodotti, strade, ferrovie, qualunque struttura che violenti il territorio e lambisca orti, pollai e verande con sedie a sdraio senza chiedere prima ad ogni singolo proprietario «desideri che un grosso tubo di metallo passi a pochi metri dalle tue galline?».
D’ora in poi ogni struttura superiore al metro di lunghezza e ai venti chili di peso sarà sottoposta a referendum.
Michele Serra
(da “L’Espresso”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“COSA MI DIVIDE DA RENZI? MIO PADRE MI HA INSEGNATO A STARE SEMPRE DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI”
Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, lancia lo «sciopero a rovescio» per il 18 ottobre, una
mobilitazione multipla che metta insieme scioperanti reali, precari, cassaintegrati e tutti quelli che un lavoro non ce l’hanno.
Uno sciopero dove, anzichè incrociare le braccia, si faranno lavori utili.
«Accanto allo sciopero tradizionale, e magari in contemporanea, chiameremo a fare opere socialmente utili tutti quelli che sono interessati al lavoro: disoccupati, cassaintegrati, ragazzi senza una prospettiva».
«Molte idee sono ancora in cantiere, ma verranno definite prima della manifestazione del 18 ottobre. Potremo dare una mano alle cooperative che gestiscono i beni confiscati alle mafie, fare controlli sull’assetto idrogeologico e interventi sugli argini a rischio, organizzare la vigilanza nei territori occupati dalla criminalità , mettere insieme squadre per la pulizia delle città e costruire in quelle d’arte eventi che creino un ponte tra lavoro e cultura. Andremo anche all’Aquila, luogo simbolo dell’abbandono delle istituzioni, con un progetto per ricostruire davvero la città a misura d’uomo».
Un’iniziativa di cui ancora Susanna Camusso non è al corrente: «Ancora non lo sa e non ho la più pallida idea di che cosa ne penserà . Ma non si può non vedere che è un modo per fronteggiare una situazione drammatica, ricostruire la solidarietà tra persone, ridare identità a tanti cassaintegrati schiacciati dall’inattività fino al suicidio, richiamare i disillusi nel sindacato».
Su Matteo Renzi e la delusione per il governo aggiunge: «Non avevo illusioni e quindi non provo delusioni».
Landini torna anche sulle voci, di qualche mese fa, secondo cui il feeling con Renzi sarebbe stato alto: «Io sono segretario di un sindacato che rappresenta un pezzo decisivo dell’industria italiana. Negli anni scorsi ho incontrato anche Letta e Monti, ma la cosa non ha fatto notizia. Inoltre Renzi, votato alle primarie da milioni di persone per la maggioranza non iscritte al Pd, diceva di voler cambiare tutto. Per me era una necessità vedere che cosa proponeva per uscire dalla crisi», spiega Landini.
Cambiamento che, però, non arriva: «Se uno vuole cambiare il Paese insieme a Sacconi e Alfano, subendo anche i diktat dell’Europa, è così che va a finire. Di suo Renzi ci aggiunge un modello americano che ritiene inutili i sindacati e poco importante il Parlamento. Lo dimostra ogni sua mossa, compresa questa ultima e insensata di chiedere lo scalpo dell’articolo 18».
Stefania Rossini
(da “L’Espresso”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
UNA PARTE DEI POTERI FORTI CHE L’HA SOSTENUTO ORA PENSA CHE SIA SOLO CHIACCHIERE E DISTINTIVO
Ora: è vero che Ferruccio De Bortoli è già stato licenziato (uscita prevista in primavera) quindi potrebbe anche fottersene dei suoi azionisti.
Ma in effetti è difficile non vedere che qualcosa è cambiato, negli ultimi due mesi, nei cosiddetti poteri forti.
O, se preferite meno complottismo, nei salotti in cui si incrociano grossi imprenditori, banchieri e proprietari dei media. Categorie che peraltro in Italia sono intrecciatissime e complessivamente composte, a star larghi, da un centinaio di persone.
Un centinaio di persone che, sia chiaro, seppure con interessi simili non sempre hanno un’anima e una voce sola, nè hanno sempre strategie chiarissime.
Ricordo bene il sospetto e le divisioni con cui accolsero Berlusconi, vent’anni fa, dopo aver puntato tutto su Giorgio La Malfa o almeno Mariotto Segni.
Poi quasi tutti si adeguarono, lo abbracciarono, marciarono con lui: fino a mollarlo bruscamente nel 2011, terrorizzati fra l’altro che dal berlusconismo si uscisse bruscamente con Vendola premier — questi erano i sondaggi, allora, e questo dicevano le primarie e le elezioni amministrative di quell’anno — e allora dal cappello spuntò Monti.
Dopo il flop di Monti (non solo elettorale), si sono attaccati a Enrico Letta, «ultima spiaggia», pure lui sgonfiatosi però in pochi mesi
Poi, si sa, è seguito l’innamoramento per Renzi. Che univa al dinamismo e alla trasversale popolarità anche il vantaggio di provenire da un partito di sinistra, o almeno sedicente tale: e da sempre i nocchieri dell’economia sanno che solo un governo “di sinistra” può fare riforme di destra senza scatenare la piazza.
Di qui la soffocante unanimità con cui i media (quasi tutti ) hanno accolto ed esaltato Renzi nei primi sei mesi di governo.
Un coro che ha un solo precedente, almeno nella mia memoria: il periodo della “solidarietà nazionale”, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 (oddio, erano stati imbarazzanti anche i peana iniziali per il governo Monti, ma almeno lì, ogni tanto, lo bastonavano i berlusconiani offesi per lo spodestamento).
Negli ultimi due mesi, però, è successo qualcosa: già si annusava prima, l’editoriale del Corrierone ne è solo la conferma.
E’ successo, probabilmente, che il Salotto dei cento — per capirci — ha iniziato a incrinarsi. A dividersi. Tra chi ancora decisamente punta su Renzi: come ad esempio Marchionne; e chi invece pensa che il premier sia una bolla di blabla destinata a scoppiare lasciando ignoto e macerie, ma anche violenti conflitti sociali per loro tutt’altro che auspicabili.
Qui, a occhio, siamo.
Per questo credo che sia un po’ naif, con permesso, considerare oggi Renzi un eroe su cavallo bianco che sfida i poteri forti: semplicemente, una parte di questi ultimi teme, dopo aver puntato tanto su di lui, che non riesca a mettere in atto i loro propositi, che sia solo chiacchiere e distintivo, che produca solo disastri; quindi questa parte sogna la Troika, o qualcosa di simile.
Mentre un’altra parte continua a “endorsarlo”, sperando che porti a termine senza troppe bizze ciò a cui loro puntano.
E tifare per l’una o per l’altra curva di questo salotto, credo, sarebbe ugualmente sciocco, per chi ha invece il dovere e l’urgenza di costruire progetti e possibilità diverse tanto da Renzi quanto dalla Troika.
Perchè, sia chiaro, il Salotto dei cento è certo influente ma non è una Spectre onnipotente nè è il motore immobile dell’universo: come invece piace pensare a chi con questo alibi giustifica la propria rassegnazione.
(da “gilioli.blogautore“)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’AMICO DI RENZI E LE QUOTE DI PRECARI OLTRE LA NORMA: E’ IL NUOVO MODELLO DI LAVORO DEL PREMIER
La spina nel fianco di Oscar Farinetti si chiama Eataly Firenze, è lo store aperto nel dicembre
2013 con la benedizione di Matteo Renzi e la promessa di impiegare 120 persone – oggi non arrivano ai cento.
Ed è il primo punto vendita ad avere organizzato una protesta visibile, lo scorso 30 agosto, quando tre dipendenti ai quali non era stato rinnovato il contratto hanno richiamato telecamere e taccuini per raccontare che l’imprenditore molto vicino al premier impiegherebbe una quota di precari ben oltre il consentito dalle leggi.
Non solo: turni lunghi e decisi all’ultimo momento, iniziative giudicate antisindacali e “totale assenza di comunicazione tra azienda e lavoratori”.
Cattiva pubblicità . Ecco perchè Farinetti aveva mandato il figlio Francesco a parlare con i dipendenti ribelli e aveva improvvisamente accettato di assumere a tempo indeterminato 50 persone – a partire dal prossimo gennaio.
Una promessa rinnovata per lo store di Bari, dove è finito sotto accusa per avere impiegato 160 interinali su 173: “Appena si regolarizzerà la situazione della licenza saranno tutti assunti direttamente, a tempo determinato e indeterminato”, ha garantito in una intervista al Corriere del Mezzogiorno.
Tuttavia domani l’imprenditore torna a scendere nuovamente a Firenze per discutere con i promotori dello sciopero.
Il segno che la paura di una protesta globale dei dipendenti Eataly è tangibile.
Tanto più che proprio oggi un gruppo di lavoratori della catena ha pubblicato una “inchiesta interna” che dal loro punto di vista mette in fila le scorrettezze della dirigenza Eataly che “un po’ dappertutto faceva e fa ancora largo uso di contratti interinali o a tempo indeterminato, e ciò ben oltre i limiti imposti dal Contratto nazionale”.
E rilancia la vertenza sindacale: basta precariato, migliori condizioni di lavoro e la ri-assunzione dei ragazzi che avevano scioperato: l’inchiesta “è uno strumento per tutti i lavoratori di Eataly che vogliono alzare la testa, organizzarsi ed ottenere migliori condizioni di lavoro ed una vera stabilizzazione”
Ecco cosa scrivono:
Con l’assestarsi del carico lavorativo, abbiamo notato che la direzione rinnovava i nostri contratti con una differenziazione stupefacente, pur trattandosi di lavori dello stesso tipo e svolti nello stesso reparto: contratti interinali, contratti d’apprendistato, contratti a tempo determinato e, in minima parte, contratti a tempo indeterminato. Accanto alla differenziazione sopra citata, se ne aggiungeva un’altra, dovuta al fatto che anche il monte ore assegnatoci variava da dipendente a dipendente: 20 ore, 24 ore, 30 ore, 40 ore o a forfait. Se prima, grazie al fatto di essere precari allo stesso modo era semplice percepirsi uniti, in seguito la direzione ha provveduto a spezzettare le condizioni complessive di acquisto della forza-lavoro, dividendoci in tante unità , una apparentemente diversa dall’altra.
Per ciò che riguarda le condizioni di lavoro, fin dall’avvio esse si sono rivelate piuttosto difficili: turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avveniva al momento dell’affissione degli orari: solo chi figurava in turno poteva affermare di avere ancora un lavoro!
Tra le righe del documento, pubblicato sul sito dei Clash City Workers, rete di giovani che agisce come ponte di collegamento tra le nuove realtà lavorative dove l’art.18 è ormai un sentito dire – trova spazio anche la delusione nei confronti della Filcams-Cgil che, secondo le accuse, sarebbe intervenuta soltanto dopo lo sciopero per aprire un tavolo sindacale con Farinetti.
I lavoratori, insomma, dicono di essersi sentiti soli contro un’azienda da 400 milioni di fatturato e senza una protezione contrattuale: “Siamo dispersi in molte sedi, ognuno con contratto diverso e comunque senza la possibilità di fare gruppo. È normale che i dipendenti abbiano paura di perdere il posto”, commenta un dipendente dello store di Firenze: “Ma dobbiamo cercare di fare rete a livello nazionale”.
Intanto il fermento si sta propagando nelle sedi Eataly italiane
L’inchiesta è anche un nuovo modo di fare sindacato fuori dal sindacato (e in un certo senso giornalismo senza il giornalismo): “La pubblichiamo online così tutti i dipendenti Eataly potranno leggerla e sapere che i loro diritti sono calpestati”, conclude uno degli estensori.
Una specie di assemblea virtuale collettiva “in assenza di spazi aziendali dove è possibile organizzarla” poichè per il momento negli store “non sono previsti delegati sindacali interni”.
Con una convinzione: “Sanno che quando prenderemo parola uniti, avranno paura”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
UN DIRIGENTE: “NON CI VOLEVAMO CREDERE, NON E’ NEMMENO CARNEVALE: QUI MANCANO I SOLDI, ALTRO CHE SELFIE”
E’ l’ultima trovata di Matteo Renzi.
Dopo i selfie notturni dal terzo piano della presidenza del Consiglio, adesso il premier ordina gli autoscatti dai cantieri italiani “con operai, tecnici e capi cantieri in primo piano”.
Così l’inquilino di Palazzo Chigi trasforma l’operazione #italiasicura in una nuova campagna “social” dal sapore berlusconiano (lo screenshot dal sito del governo).
Il progetto, annunciato a inizio luglio 2014, prevede interventi “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”: l’esecutivo si è impegnato a trasformare in cantieri 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 e 1,6 miliardi stanziati nel 2012 con delibera Cipe.
Quasi quattromila le opere da portare a termine e il premier chiede foto sul campo perchè poi non venga accusato di “annuncite”.
Ma dal territorio non collaborano.
L’ex sindaco di Firenze, in trasferta negli Stati Uniti, infatti tiene molto alla campagna dei selfie.
Tanto da sollecitare anche da New York via whatsapp i vertici della struttura “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle strutture idriche”.
Struttura coordinata da Erasmo De Angelis e dal direttore Mauro Grassi. I due si attivano immediatamente e inviano una mail a tutti i dirigenti degli Uffici di Tutela dei territori di tutti gli Enti locali: comuni, province e regioni.
Alle 15 e 33 del 23 settembre la mail parte da Palazzo Chigi.
“Caro Collega — si legge — Non voglio stressarti troppo ma il nostro Presidente Renzi, pur essendo negli Stati Uniti, ci sollecita la campagna ‘selfie’ dai cantieri. La gentilezza, che Ti chiediamo, è di inviare entro domani 24 settembre, alla segreteria della struttura, non semplici foto del cantiere, ma selfie con operai, tecnici, capi cantieri a Tua scelta in primo piano, e sullo sfondo il cantiere. Ti chiedo inoltre, di specificare il nome e la durata del cantiere, importo totale della spesa e tipo di intervento. Ti ringraziamo per la collaborazione”.
I rappresentanti degli enti locali che leggono il messaggio restano spiazzati.
Interdetti.
“Ma è vera? Non è nemmeno carnevale”. Minuto dopo minuto lo stupore cresce e si alterna a un sentimento di sconcerto.
“Noi ci aspettavamo che da quella struttura venisse fuori qualcosa di concreto”, sbotta un dirigente di una provincia dell’Emilia Romagna.
“Siamo stati un giorno a cercare di capire. Poi andando sul sito del ministero ci siamo accorti che era tutto vero. Ma questo è uno spot pubblicitario, è nello stile del premier — continua — Come è possibile? Il problema sono le cose che non si fanno e i soldi che non si investono, altro che selfie. Ad oggi c’è un quadro normativo confuso, con una frammentazione di competenze eccessiva, ma, soprattutto, una assoluta mancanza di risorse. Perchè in Italia si finanziano le opere solo dopo un evento catastrofico. E a livello di prevenzione, i finanziamenti sono inesistenti”.
E la campagna del governo, “italiasicura”, in cui la neo struttura prevede il recupero di oltre 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre gli stati di emergenza territoriali?
A questo punto il dirigente emiliano si ferma un attimo e ribadisce: “Le ripeto, prima del 23 non eravamo mai stati contattati. Per ora abbiamo avuto soltanto una richiesta di selfie”.
“Selfie” di cui, però, si sentono orgogliosi a Palazzo Chigi.
“L’idea è quella di mettere al centro il lavoro degli addetti ai cantieri che fra diretti e indiretti sono circa 30mila. Oltretutto questa è una comunicazione gratis, non c’è nessuna inaugurazione, non c’è nessuna spesa, semplicemente, va vista in questa ottica”.
E allora altro che #Italiasicura, questa è l’Italia di Renzi.
L’Italia dei selfie.
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SLALOM INUTILE TRA PERIZIE, GARANTI E POLIZZE. ABBIAMO RIMEDIATO 12 NO
«Buongiorno, siamo una coppia di trentenni e vogliamo comprar casa, la nostra prima casa ». 
Comincia così il nostro calvario che quasi ti passa la voglia, tre giorni di pellegrinaggio in dodici istituti di credito: grandi banche nazionali e internazionali, Casse di risparmio e banche popolari.
Una simulazione per capire se l’accesso al credito è un’opportunità reale o un miraggio. Presentiamo queste credenziali, che tutto sommato non sono neanche male per due giovani diventati adulti all’epoca della grande crisi economica: un contratto a tempo indeterminato da 1.500 euro netti al mese per lui, un contratto a progetto da 1.200 euro al mese per lei, rinnovato da tre anni di anno in anno.
Entrambi laureati, entrambi senza altri prestiti sulle spalle.
La casa costerebbe 200mila euro, un bilocale in un quartiere della semi-periferia milanese.
Siamo riusciti a racimolare 50mila euro, sommando i nostri risparmi all’aiuto di genitori e parenti.
Insomma, ce ne servono 150mila per raggiungere l’obiettivo.
Girando su Internet ci siamo accorti che scegliendo un tasso variabile e dandoci un orizzonte di vent’anni, la rata verrebbe a costare intorno agli 800 euro al mese: meno dell’affitto che paghiamo oggi.
«Per capirci dall’inizio, siete tutti e due assunti, giusto?».
È la prima domanda, secca. Ovunque. Perchè il vero problema è chiaro subito: «Servono due contratti “veri”». E noi (appunto) ne abbiamo solo uno.
«Purtroppo per noi il co.co.pro è come se non esistesse».
Tradotto, tutti i preventivi prendono in considerazione un unico nominativo e una sola cifra: il beneficiario dei 1.500 euro, quelli sicuri.
Anzi, «facciamo 1.600 euro al mese, visto che avrai anche la tredicesima».
Regola vuole che la rata non superi il 30-35 per cento delle entrate, ma per le banche la somma reale dei nostri stipendi (2.700 euro) non vale.
La “flessibilità ”, almeno in banca, è un concetto sconosciuto. E allora come si fa?
Il coniglio che esce magicamente dal cilindro si chiama “garante”. Un parente, un amico (ricco) magari: qualcuno che appunto garantisca la solvibilità del prestito se le cose dovessero malauguratamente andar male.
Nel mondo reale: un genitore. Fosse facile: il garante (oltre naturalmente a poter esibire un contratto vero o una pensione di consistente entità ) non dovrà aver compiuto gli 80 anni al termine del mutuo.
Ci guardiamo e il calcolo aritmetico viene facile: quanti anni avevano i tuoi quando sei nato? Se più di trenta, siamo fregati. Se invece chiediamo un mutuo trentennale, tocca sperare in una mamma adolescente.
Fuori dalla Deutsche Bank c’è la pubblicità di una coppia felice che si abbraccia, accanto un gigantesco 2,1 per cento.
Un tasso da sogno; ogni vetrina di ogni istituto ha il suo da esibire, ma più o meno siamo su quella cifra. Entriamo.
Il giovane impiegato sorride: «Vabbè, è per attirare i clienti ».
Infatti, oltre a non essere un tasso “chiavi in mano” di solito è destinato a chi chiede o un mutuo decennale o a chi serve meno della metà del valore dell’immobile.
Eccolo il paradosso: chi ha la fortuna di avere alle spalle un discreto capitale da investire si ritroverà tra le mani un tasso più vantaggioso. In ogni caso, il conteggio dice che, senza un garante, un prestito di vent’anni ce lo possiamo scordare.
«Però domani vi faccio chiamare da una collega – dice dispiaciuto – lei magari conosce qualche trucco per darvi una mano».
Le filiali delle banche non hanno praticamente più potere decisionale su nulla, spiegano. Avviano la pratica che poi passa al livello superiore, centralizzato, e si capisce bene che è severo. «Ma sapete, noi mettiamo giusto qualche nota a margine, poi è solo un calcolo matematico fatto di varia- bili, una cosa fredda», spiega la funzionaria del Monte dei Paschi di piazza Fontana.
Sono finiti i tempi di quando «portavi questo a garanzia – fa l’esempio un impiegato della Popolare di Milano, ha in mano un evidenziatore giallo per rendere l’idea – e la banca ti dava quanti soldi volevi a occhi chiusi». Dal mutuo facile, al mutuo vietato, o quasi.
Poi c’è un altro fattore che alza ulteriormente l’asticella. Si chiama “perizia”.
Un giochetto che, comunque vada, finisci per perderci.
Funziona così: compri la casa a 200mila euro? Eh già , ma non è detto che valga davvero quella cifra. Le banche finanziano un massimo dell’80 per cento del valore dell’abitazione: non del prezzo di mercato.
Quindi i calcoli vanno fatti solo dopo che il perito della banca avrà emesso la sua insindacabile sentenza. Nel nostro caso, se la valutazione del bilocale sarà (ad esempio) 180mila euro, il massimo che la banca potrà erogare è 144mila euro.
Se invece capiremo di aver fatto l’affare, cioè se la valutazione risulterà essere superiore al prezzo di acquisto, poco importa: «Tra le due cifre vale sempre quella minore», è la regola.
E anche qui ti ricordano di come funzionava ai “bei tempi andati”, quando invece la perizia serviva per l’esatto opposto: si gonfiavano le valutazioni così si poteva ottenere una somma an- che superiore al prezzo, «la gente ci si comprava pure i mobili».
Un capitolo a parte merita la questione del detto e non detto.
Aprire un nuovo conto corrente dove si chiede il mutuo non è quasi mai una richiesta obbligatoria, «ma aiuta».
Per non parlare dell’assicurazione sulla vita, che visti i tempi può coprire anche la perdita del lavoro o un’invalidità permanente: non è obbligatoria, insistono, «ma aiuta».
«Per legge non posso dirvi che dovete farla per forza – è sincera l’impiegata della Popolare di Lodi – però insomma, alla fine conviene a tutti no?».
Al modico prezzo di 16mila euro, leggiamo sul prospetto appena stampato, conviene soprattutto alla banca. Ma sono dettagli.
«Però scusate – chiediamo – non c’è già l’ipoteca sulla casa a garanzia?». Vero, «ma per riprendersela, metterla all’asta e infine venderla, servono anni: alle banche non conviene, poi ormai il mercato è fermo».
Di fatto, ci sono solo tre banche disposte a prendere minimamente in considerazione i 1.200 euro “invisibili” del contratto a progetto: Ing, Ubi e Cassa di Risparmio di San Miniato.
«D’altronde il mondo del lavoro è un po’ cambiato », ammettono all’Ubi. Nessuna promessa però. Bisognerà “valutare” in una fase successiva.
La banca toscana, invece, è l’unica che lo dice chiaro e tondo: «Portateci tutti i preventivi degli altri e poi trattiamo il tasso».
Un po’ come si fa quando si sceglie l’impresa per ristrutturare casa: si tratta. A
llora, ormai navigati, tiriamo subito fuori il “2,55-tasso-finito” di una concorrente, sulla carta l’offerta migliore. Il funzionario si allenta la cravatta: «Accidenti – prende l’appunto in mano, un po’ stupito – Eh no, non so se fin lì ci arriviamo».
Esausti, con in mano un pacco di fogli, conteggi e ormai una certa conoscenza del settore, facciamo l’ultimo tentativo, il dodicesimo.
Anche la consulente sembra svogliata, non trova la mail con la quale si proroga l’offerta di settembre per un altro mese. Allora chiede una mano a un collega che arriva con la notizia bomba: «Ma scusa, hai visto la circolare del fondo di garanzia per favorire l’accesso ai mutui delle giovani coppie?».
Si parla di un tasso dell’1,5 per cento. Ci si illuminano gli occhi. Bisogna avere meno di 35 anni: e ci siamo. Anche con un contratto “atipico”: ci siamo. La casa non deve superare i 95 metri quadrati: ci siamo. Bisogna avere un reddito Isee non superiore ai 40mila euro annui. E qui, con il serio sospetto di sforare la cifra, ci arrendiamo.
Perchè finora non avevamo abbastanza soldi per ottenere un mutuo. Mentre adesso scopriamo che forse, per raggiungere l’unico mutuo possibile, ne abbiamo troppi.
Tiziana De Girgio e Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
argomento: casa | Commenta »