Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SULL’ART. 18: “SCONTRO STERILE, SVENTOLANO TROPPE BANDIERE, GUARDARE OLTRE O CI SARANNO MORTI”
La Cei lancia un avvertimento al premier, Matteo Renzi. “Basta slogan, Renzi ridisegni l’agenda politica”.
Primo argomento da affrontare quello del lavoro. “La Chiesa pensa che bisogna guardare con più realismo alle persone che non hanno lavoro e che cercano lavoro. Il dibattito su ‘art.18 si’, art.18 no è meno centrale e io vi vedo troppe bandiere che sventolano”, ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino.
Sulla questione Galatino si dice “sempre preoccupato quando alcuni temi decisivi vengono posti sul piano dello scontro”, perchè “la categoria del contro è sterile” e “alla fine ci saranno morti da una parte e dall’altra” e vengono adottate “soluzioni a mezz’aria”.
E lancia un messaggio forte: “E’ vero che molti nei sindacati vogliono la conservazione dell’esistente”, ma “lo sguardo in avanti non si realizza mettendosi l’uno contro l’altro”, e invece “troppa gente, nei sindacati e nella politica, piuttosto che cercare soluzioni al drammatico problema del lavoro, bada a tenere alto il numero dei propri elettori”.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA NUOVA RIVOLUZIONE DI BERLUSCONI SCATENA LE FAZIONI… E ALLA CENA PER LA RACCOLTA FONDI RISPUNTA NOEMI
“Silvio, in queste condizioni non siamo più in grado di garantire il Patto del Nazareno” . Denis Verdini e
Gianni Letta si presentano a ora di pranzo a Palazzo Grazioli, a Berlusconi confermano che i gruppi, soprattutto al Senato, sono alla deriva, fuori controllo, è allarme dentro Forza Italia.
L’ultimo campanello d’allarme mercoledì sera.
Almeno tre le cene para-carbonare, quella dei campani, soprattutto quella organizzata da Raffaele Fitto con 31 tra deputati e senatori di varie regioni, e poi quella più “moderata” di lombardi al ristorante di Palazzo Madama.
A destare maggiore preoccupazione, al quartier generale, la truppa di Fitto.
Con lui, Daniele Capezzone, Renata Polverini, Saverio Romano, tra gli altri. Nessuna scissione all’orizzonte, ha messo le mani avanti l’eurodeputato, piuttosto l’intenzione di trascinare Forza Italia in un’opposizione dura e pura a Renzi, a cominciare dal Jobs act.
L’esatto contrario di quanto predica Berlusconi.
Quando al leader hanno riferito di quelle cene, la reazione è stata stizzita. «Non ne posso più, non si rendono conto che in questo momento non c’è alternativa a Renzi?» Una ragione in più per spianare il partito, rifondarlo.
La prossima settimana rivedrà coordinatori regionali e responsabili dei club, ma nessun incontro coi parlamentari.
Il problema è che l’ex Cavaliere in queste condizioni dovrà garantire a Renzi la tenuta dei suoi, almeno sulle riforme.
Quella stessa sera, Berlusconi cercava di raggranellare soldi per il partito in rosso. Cena di fund raising nella Casini di Macchia Madama a Roma, con poco meno di duecento imprenditori meridionali disposti a spendere mille euro a testa, salvo poi fuggire sotto l’acquazzone che ha messo a soqquadro la tensostruttura allestita.
Il colpo di scena si era già consumato.
Poco dopo le 20 è comparsa Noemi Letizia, dopo cinque anni per la prima volta al cospetto di Berlusconi (accompagnato da Francesca Pascale).
La ragazza di Casoria, una bimba a casa e un altro in arrivo, è al fianco dell’imprenditoreVittorio Romano, rampollo della Napoli bene.
Ma soprattutto insignito della carica di “responsabile promozione al Sud dei club Forza Silvio”.
È il trampolino di lancio, raccontano, per lui si prospetta una candidatura alle Regionali, Campania 2015, e un ruolo in Fi.
Berlusconi, ovvio, è al corrente della presenza della coppia. È la presentazione ufficiale nel salotto buono forzista, che non passa inosservata, tra i pochi parlamentari presenti è tutto un darsi di gomito.
Del resto, lo “sdoganamento” della Letizia era avvenuto pochi giorni fa ad opera della stessa Pascale. La cena al Pizza Village di Napoli a inizio settembre proprio con Noemi e la confessione a Repubblica : «Sì, è vero, sono sua amica. Ci siamo ritrovate tanto tempo dopo quella famosa festa ».
Poi, l’intervista al Fatto. «C’ero anche io quella sera al compleanno, ero lì per amicizia ».
Anche se in nessuna delle tante foto poi pubblicate compare lady Francesca.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
ACCENTO ITALIANO, STRAFALCIONI E RITMO NOSTRANO: “IO SONO PRENDERE FORMA CULO DEL MIO FUTURO”
“Per favore cancellate la registrazione, il mio inglese è terribile. Togliete l’audio e mettete dei sottotitoli”. Così scherzava Matteo Renzi durante l’incontro al Council on Foreign Relations di New York.
Dove mercoledì si è esibito in un’ora di discorso in inglese, rigorosamente a braccio. Costruzione all’italiana, gestualità forte ed esibita, battute su battute: per uno consapevole di non parlar bene una lingua straniera, il premier non è si è lasciato scoraggiare. Anzi.
Tra ricerca della frase ad effetto e costruzioni arzigogolate anzichè no, ha alzato il tiro della sfida.
Pazienza, per gli strafalcioni. Pure eclatanti.
Tipo “date” (che in inglese significherebbe appuntamento) per dire “dato”.
Oppure “create a climate”. Tecnicamente “creare un clima”, nel senso di atmosferico, e non un’atmosfera, come voleva dire lui (e infatti poi, consapevole dell’errore, si è lanciato in una lunga perifrasi).
Però, per prevenire critiche e attacchi, ha messo le mani avanti.
D’altra parte, il suo inglese è talmente maccheronico che i video online sono diventati delle hit e le prese in giro si sprecano.
Un sito – vice.com   – è arrivato a proporre la traduzione letterale di alcuni passaggi scelti: “Ma la sfida per il mio governo è amore il nostro futuro” (voleva dire “amore per il nostro futuro”).
E subito di seguito: “Io sono prendere forma culo del mio futuro” (voleva dire “sono geloso del mio futuro”).
Oppure quando dice “uno Stato di guerra (“werfar state”), invece di stato sociale (“che sarebbe “welfare state”).
Ieri online impazzavano pure i video, in cui lui sbagliava le cifre: 90 43 al posto di 943.
E poi, le pause, le ricerche dei vocaboli, i plurali al singolare. “Come si dice acciaio? Come si dice siderurgia? ”.
E gli aggettivi italianizzati, tipo “simpli” intendendo “simple” (semplice). Ma non fa niente.
La risposta ancora una volta l’ha data lui, visitando una scuola italiana a San Francisco: “I don’t speak English, I speak Globish” (“Non parlo inglese, parlo globale”, più o meno).
A sentire le nuove tendenze della linguistica pare che abbia ragione.
Enrico Grazzi, che insegna Lingua inglese all’Università di Roma Tre, spiega: “Usa l’inglese come lingua franca”. Ovvero? “Non è l’inglese di un parlante nativo. Ma va detto che ormai il numero di parlanti non nativi supera i nativi. Questo vuol dire che ciascuno porta dentro l’inglese la propria identità nazionale, la propria provenienza.
Insomma, “non ci sono problemi tali da compromettere la comprensione del discorso”. Sembrerebbe che pure nell’eloquio inglese il premier rispecchi lo spirito dei tempi, rispettando il suo stile: approssimativo, magari, ma efficace.
Da un presidente del Consiglio non sarebbe il caso di aspettarsi di più?
Per esempio Monti o Letta davvero sembravano bilingue. “Ci sono stati premier che non erano in grado di parlare senza interpreti. Lui un’ora l’ha retta tutta”, dice Grazzi. E poi, “capita anche agli inglesi di fare errori nell’espressione orale”. Come agli italiani d’altronde.
Ieri parlando all’Onu, lo stesso Renzi ha detto “palestiniani” invece di “palestinesi”. Cose che capitano. La filosofia è sempre la stessa: gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare quel che si può con i mezzi che si hanno. Anche con l’inglese.
Quando venne Obama in Italia, durante la conferenza stampa il premier si limitò a fare un’introduzione in inglese e poi parlò in italiano.
Evidentemente preferiva non esporsi allora. Però, in genere ci prova sempre.
A Tunisi, durante il primo viaggio internazionale, lingua ufficiale il francese, come prima tappa si trovò in un caffè di Sidi bou Said a parlare con 5 ragazze protagoniste della primavera araba.
Pochi minuti, in cui il concetto che voleva trasmettere era “insegnateci a fare la rivoluzione”.
Quando gli sfuggiva il vocabolo si rifugiava in un à§a va sans dire.
Accanto a lui Graziano Delrio lo guardava un po’ ammirato un po’ perplesso. Commentò poi: “Lui è uno che si butta. Si butta in tutto”.
Wanda Marra
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
ORMAI EVIDENTE L’ASSE NAPOLITANO-RENZI PER “RIAFFERMARE IL PRIMATO DELLA POLITICA” CONTRO OGNI CONTROLLO
«In gioco c’è l’autonomia e il primato della politica. E Napolitano è d’accordo con me». Matteo Renzi da
New York coglie al volo il pressing del Quirinale per la riforma della giustizia.
Lo scontro con le toghe ormai è a 360 gradi. Del resto la convocazione del presidente della Repubblica come testimone nel processo Stato-Mafia, ha più che indispettito l’inquilino del Colle.
Anche il premier è preoccupato ma ora sa di poter contare sul capo dello Stato anche su questo versante.
Pure l’umore delle toghe è plumbeo. ma per il motivo opposto.
L’asse Napolitano-Renzi, mai evidente come ieri in tutta la sua forza, li consegna a una riforma scritta dal governo che il Quirinale condivide e sollecita.
«Napolitano — è il ragionamento del capo del governo — ha difeso la nostra linea, è evidente che ci sta dando una grande mano in un momento complicato. Noi dobbiamo andare avanti decisi, senza più esitazioni».
Orlando, al Quirinale, si apparta con il capo dello Stato. Parlano della riforma della giustizia. Il presidente la caldeggia. Dicono che gli abbia detto: «Bisogna recuperare i tempi morti».
Di certo Napolitano è infastidito per come il tribunale di Palermo ha voluto inserirlo nell’inchiesta.
Per la prima volta un capo dello Stato è chiamato a deporre. Pur avendo detto chiaro, e per iscritto, che non ha nulla da dire. Non esistono precedenti. Cossiga e Scalfaro avevano rifiutato di deporre in un processo. Per la prima volta nella storia del Quirinale. Quando, allora, la notizia della decisione dei giudici siciliani arriva cambia il corso della giornata.
La coincidenza è fatale.
Poteva essere un giorno di festa per la magistratura sul Colle. È diventato quello dei musi lunghi. Per la seconda volta in pochi giorni, dopo l’altolà di Renzi in Parlamento sugli avvisi di garanzia «citofonati o inviati a mezzo stampa», è un giorno che cambia definitivamente la storia dei rapporti tra il Pd e le toghe.
“Colpa” di Palermo, ovviamente.
Tant’è che quando proprio il magistrato che ha mandato a processo l’inchiesta Stato-mafia, il gip Piergiorgio Morosini, divenuto nel frattempo togato del Csm per Magistratura democratica, si avvicina per giurare nelle mani del capo dello Stato, in platea corre più di un brivido.
Il presidente lo guarda gelido, tutto dura un attimo. Morosini torna al suo posto.
Ma risuonano le parole durissime di Napolitano sui magistrati, una «casta chiusa», protagonisti di una giustizia «lenta e caotica», dal «funzionamento insoddisfacente », toghe divise in correnti, perse «in estenuanti e impropri negoziati alla ricerca di compromessi e malsani bilanciamenti».
Non è Renzi che parla, ma è Napolitano. Eppure le sue parole sembrano proprio quelle del presidente del Consiglio.
Ormai è noto che il feeling Pd-magistratura è un lontano ricordo. Il discorso di Napolitano lo certifica.
A palazzo Chigi annuiscono soddisfatti, perchè la sintonia col presidente è ormai consolidata. Dice Renzi: «L’autonomia e il primato della politica, non solo sui problemi della giustizia: questa è la partita più importante che stiamo giocando. Non possiamo perderla. È importante che un uomo con la storia di Napolitano sia dalla nostra parte».
Certo, non solo sulla giustizia, ma anche sullo scontro per l’articolo 18 e la riforma del lavoro, nonchè sulle riforme costituzionali e sulla la legge elettorale, il Quirinale ha fatto asse con Renzi.
«Perchè se ne vuole andare presto» dice più di un maligno.
Nel Pd piace pensare invece che ci sia una visione sintonica della politica, delle necessità urgenti del Paese, delle riforme da fare.
Ecco cosa si può strappare al vice segretario del Pd Lorenzo Guerini: «L’invito ad accelerare sulle riforme significa che Napolitano condivide l’obiettivo di un cambiamento strutturale del Paese».
«Purtroppo saremo noi a farne le spese per primi» commentano i magistrati basiti sulle mailing list.
Intendiamoci, Napolitano era stato duro anche altre volte. Ma adesso la sua determinazione è estrema. Nel suo staff giurano che il discorso per il Csm era già pronto quando il presidente ha appreso di essere stato convocato come teste. «Nessun cambiamento » assicurano. Ma questo, anzichè attenuare l’effetto delle sue parole, lo centuplica.
Perchè Napolitano, con assoluta evidenza, sta nettamente dalla parte della riforma della giustizia.
Sanno bene, al Quirinale, come i famosi 10 punti approvati alla fine di agosto non sono giunti integralmente in Parlamento.
Un ritardo le cui colpe, almeno a sentire Orlando e i suoi, non sono da addebitare alla Giustizia. Di mezzo ci stanno le resistenze degli alfaniani di Ncd che, come per l’autoriciclaggio e il falso in bilancio, hanno fatto pressioni per cambiare i testi.
Ci sono i malumori del Mise della Guidi, le richieste del Mef di Padoan.
Un mix che sta frenando la riforma. Per questo Napolitano spinge il governo a chiudere in fretta la partita. E Renzi a sua volta spinge sui suoi ministri.
Lo sanno anche i magistrati che già cercano di correre ai ripari. «Ci batteremo punto su punto. Non possono pensare che ci faremo mettere sotto i piedi così».
Ma stavolta, come accadeva ai tempi di Berlusconi, non c’è per loro la porta sempre aperta al Quirinale. Lì c’è una porta chiusa.
E la convocazione al processo di Palermo ha sbarrato anche l’ultimo spiraglio.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA O POI QUALCUNO IN ITALIA DIRA’ L’OPPOSTO?
«Barcollo ma non mollo» è diventato il motto ufficiale di questo Paese alla deriva.
«Non mollo, resisto» twitta il sindaco di Napoli, De Magistris.
«Non mollo, sono in regola» sussurra Donato Bruno, candidato forzista alla Consulta. «Non mollo di mezzo centimetro» avverte Matteo Renzi un giorno sì e l’altro pure. «Non mollo» rispondeva Mastrapasqua a chi gli chiedeva delle sue 25 poltrone. Persino Schettino, il comandante che non esitò un attimo a mollare la sua nave, ora dice: «Non mollo».
Del resto, così fan tutti, anche se le statistiche dicono che spesso chi non molla viene mollato.
«Non mollo» diceva Berlusconi.
«Non mollo» dichiarava il piemontese Cota.
«Non mollo» assicurava il calabrese Scopelliti.
«Non mollo» tuonava Umberto Bossi.
E s’è visto com’è andata.
Finiremo con l’ammirare il primo che va in tv e dice: «Beh, sapete che vi dico? Io mollo».
Sebastiano Messina
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI CROLLA AL 48%… PARTITI PD 40.5%, M5S 20,2%, FORZA ITALIA 16%, LEGA 7,8% , FDI 2,9%, NCD 2,4%, SEL 2,3%, UDC 1,8%
Un altro calo di fiducia nel presidente del Consiglio Matteo Renzi. 
Secondo un sondaggio Ixè per la trasmissione televisiva Agorà , il premier perde due punti percentuali rispetto alla settimana precedente.
Un calo generalizzato che interessa anche gli altri leader, come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (38%), Beppe Grillo (19%), Matteo Salvini (19%), Silvio Berlusconi (16%), Angelino Alfano (12%): in una settimana perdono un punto percentuale.
Segue lo stesso andamento di Renzi il suo governo, che perde un punto percentuale rispetto alla settimana prima, passando dal 48 al 47% di fiducia tra i cittadini.
Non cala invece il Partito democratico nei consensi, anzi guadagna uno 0,1% rispetto a sette giorni fa.
Salgono anche Forza Italia (0,2%), il Nuovo centrodestra (0.3%) e Scelta Civica (0,1%), perdono invece il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord.
Quanto all’articolo 18, il sondaggio Ixè registra un significativo “no” all’abolizione per il 65 per cento degli intervistati, contro un 35 per cento favorevole alla cancellazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
NON GLI È PIACIUTO COME I PM SICILIANI HANNO INTERROGATO I POLITICI, HA DUBBI SULLA TENUTA DEL NAZARENO E DEVE RISPONDERE ALL’EUROPA
Sono ore cupissime al Quirinale.
Nere come le nubi del cielo romano alle cinque del pomeriggio, quando Giorgio Napolitano risponde così ai magistrati di Palermo: “Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’assise di Palermo. Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso”.
È una nota che nelle interpretazioni ufficiali dovrebbe trasmettere “la massima tranquillità ” del monarca del Quirinale. Ma non è così.
Negli ambienti vicini al capo dello Stato si captano “preoccupazione” e “timori”.
I timori per le domande e lo stress per il fisico
Il primo timore riguarderebbe addirittura la “tenuta fisica” dell’ottantanovenne presidente durante la testimonianza.
Proprio ieri mattina, a Palermo, è stato sentito Ciriaco De Mita e sul Colle è stato notato il “modo sprezzante” in cui sarebbe stato trattato l’ex leader democristiano.
Il secondo timore è quello maggiore.
La Corte di Palermo nell’ordinanza mette in evidenza questo passaggio: “La differenza la possono fare le domande non tanto quello che il teste crede di sapere”. Le domande, appunto. La sintesi ruvida ed estrema è stata questa tra chi circonda il presidente: “Vuoi vedere che Napolitano entra testimone ed esce indagato?”.
E ad alimentare il clima fosco è anche la circostanza inedita: è la prima volta che accade una cosa del genere.
Il discorso al Csm è la vendetta contro le toghe
Pochi minuti più tardi, al Quirinale si è svolta, come recita la lunga dizione pomposa, la “cerimonia di commiato dei componenti il Consiglio superiore della magistratura uscenti e di presentazione dei nuovi consiglieri”.
Napolitano è presidente del Csm e nel suo discorso si può rintracciare un’altra “risposta” allo “sfregio” palermitano, quando piazza nel cappello introduttivo “le nuove ragioni di attualità e non rinviabilità dei problemi della riforma della giustizia”. In pratica, questo “è un nodo essenziale da sciogliere per ridare dinamismo e competitività all’economia”.
Dopo l’attacco sull’articolo 18, ecco quindi la giustizia da riformare. Anche a maggioranza.
L’antico togliattiano comunista ricorda il contrastato dibattito alla Costituente sulla figura del vicepresidente del Csm per dire che “non si temeva di decidere anche con uno stretto margine di maggioranza”.
A completare il quadro dei “segnali” inviati sono le dure critiche al funzionamento del Csm, alle “logiche spartitorie”, al correntismo politico-giudiziario delle toghe.
La caccia grossa e la successione a gennaio
La chiamata di Palermo segue di un giorno il riferimento finale dell’ormai noto editoriale di Ferruccio de Bortoli sul primo numero del Corsera formato tabloid.
Di tutti i messaggi debortoliani quello che tiene più banco, sia dentro il recinto del patto del Nazareno sia fuori tra gli avversari del renzusconismo, è l’esplicito rimando alla successione di Napolitano all’inizio del prossimo anno.
Su questa “scadenza” nessuno più nutre dubbi. È questa l’incognita grande come un macigno che pesa sui futuri scenari.
Da un lato la monarchia renziana con Berlusconi nell’insolita veste di secondo. Dall’altro i vari poteri che temono una “testa di legno” al Quirinale agli ordini della dittatura renzusconiana.
La sostanza è questa. Ieri, mettendo insieme questo quadro, sono stati in molti a prendere atto che è cominciata “la caccia grossa”.
Obiettivo: la sostituzione di Napolitano.
Da lì discende la soluzione del rebus del voto anticipato. E sbaglia chi legge “l’attacco di Palermo” a Napolitano come un avviso allo stesso Renzi. È l’opposto. L’indebolimento del re al tramonto rafforza il patto del Nazareno.
Piuttosto il ritrovato interventismo di Napolitano, dall’articolo 18 alla giustizia, è da mettere in collegamento con le autorevolissime telefonate europee che chiedono “garanzie” sul premier.
L’aiuto di queste settimane deve essere letto in maniera duplice.
Oltre all’obbligo e alla responsabilità di fare da “baby sitter” a Renzi, c’è la voglia di accelerare alcuni dossier decisivi per poi dire addio tra gennaio e febbraio.
Un “uomo stremato” dal renzusconismo
Chi descrive lo stato d’animo di Napolitano, tratteggia “un uomo stremato e insofferente”. E la vicenda della mancata elezione dei due giudici costituzionali in quota Parlamento ha fatto aumentare il suo pessimismo.
Così, quella nota del 17 settembre scorso, proprio a proposito delle fumate nere su Bruno e Violante, va intesa anche come un avvertimento ai renzusconiani: “Non siete stati capaci di eleggere due giudici e pretendere di eleggere il mio successore?”.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGGE SEVERINO STABILISCE LA SOSPENSIONE E LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI… MA LA CONDANNA E’ UN TRAGICOMICO ERRORE
Dopo la condanna in primo grado per abuso d’ufficio a 1 anno e 3 mesi, Luigi De Magistris deve lasciare
la carica di sindaco di Napoli.
Perchè è giusto così e perchè la legge Severino stabilisce la sospensione senza possibilità di scappatoie (che sarebbe anche poco decoroso imboccare, magari in attesa che il prefetto lo iberni fino all’eventuale assoluzione d’appello).
Sono decine i consiglieri regionali, provinciali e comunali sospesi o rimossi per una condanna in primo grado o per una misura cautelare.
E la legge è uguale per tutti, come De Magistris ben sa, avendo fatto della Costituzione il faro della sua vita professionale, prima da pm e poi da sindaco.
Ciò premesso, parliamo del processo che ha originato la sentenza dell’altroieri, di cui siamo ansiosi come non mai di leggere le motivazioni.
Chi conosce i fatti alla base del processo a De Magistris e al suo consulente tecnico Gioacchino Genchi ai tempi dell’inchiesta “Why Not” a Catanzaro, poi scippata da una manovra di palazzo, non può che meravigliarsi per la condanna dei due imputati e pensare a un tragicomico errore.
Purtroppo, come sempre, i fatti li conoscono in pochi, men che meno chi ne scrive. Sui giornali si leggono ricostruzioni fantascientifiche:
La Stampa vaneggia addirittura di “intercettazioni illegali”, “a strascico” e di un “elenco sterminato” di galantuomini spiati da Genchi con un “metodo” che sarebbe stato bocciato dalla sentenza. Balle.
Il processo non riguardava l’“archivio Genchi” (perfettamente lecito: il consulente riceveva tabulati e intercettazioni da decine di procure e tribunali per “incrociarli”, dare un senso ai legami che ne emergevano e smascherare autori di stragi, omicidi e altri gravissimi delitti), nè fantomatiche “intercettazioni”.
Ma soltanto tabulati telefonici: cioè elenchi di numeri di utenze a contatto — in entrata e in uscita — con i telefoni degli indagati.
Nemmeno una parola sul contenuto (che si ricava dalle intercettazioni).
Nel 2007, su mandato del pm De Magistris, Genchi acquisì dalle compagnie telefoniche i dati su centinaia di tabulati, incappando — ma questo lo si scoprì solo alla fine — anche in quelli di cellulari in uso, secondo l’accusa, a 8 parlamentari (Prodi, Mastella, Rutelli, Pisanu, Gozi, Minniti, Gentile, Pittelli).
Di qui l’accusa di averli acquisiti senz’avere prima chiesto al Parlamento il permesso di usarli, violando la legge Boato e l’immunità dei suddetti.
Un ingenuo domanderà : come fai a sapere che quel numero telefonico è di un onorevole?
Prima acquisisci i dati dalla compagnia poi, se scopri che l’intestatario è un eletto, chiedi alle Camere il permesso di usarlo.
I giudici di Roma però sono medium, o guidati dallo Spirito Santo: appena leggono un numero, intuiscono subito che è di un parlamentare. Ergo non si spiegano perchè De Magistris e Genchi chiedessero a Tim e Vodafone di chi fosse questo o quel numero: dovevano saperlo prima, per scienza.
Purtroppo De Magistris e Genchi sono sprovvisti di virtù paranormali. E rispondono di abuso d’ufficio.
Questo fra l’altro non è più reato dal ’97, salvo che produca un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale”.
E quale sarebbe il danno patito dagli 8 politici? La “conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni”.
Cioè: c’era la possibilità che si sapesse con chi telefonavano.
Come se le frequentazioni con personaggi poco limpidi fossero colpa non di chi le intrattiene, ma degli inquirenti che scoprono, peraltro in un’indagine segreta.
C’è pure un problema di competenza, visto che sui reati dei pm di Catanzaro è competente la Procura di Salerno, non di Roma.
Però decise di occuparsene lo stesso il pm Achille Toro, già in contatto con personaggi emersi in Why Not e poi costretto a lasciare la toga perchè coinvolto nello scandalo Cricca.
Pazienza se, dall’accusa di abuso d’ufficio per i tabulati di Mastella, De Magistris e Genchi erano già stati inquisiti e archiviati a Salerno.
Li hanno riprocessati a Roma per lo stesso reato.
Ultima perla: fra le vittime del presunto abuso c’era pure Pisanu, il quale però ha detto a verbale che i tabulati che lo riguardano non sono suoi, ma della moglie.
Era vittima, ma a sua insaputa.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA MISSIONE DEL FALCON 50 PARTITO DA CIAMPINO LA SERA DEL 5 SETTEMBRE PER GENOVA ERA CHIARA: ACCOMPAGNARE A CASA ROBERTA PINOTTI…. LA SCUSA DEI VOLI DI ADDESTRAMENTO PER AGGIRARE LA NORMA
Non era un volo di addestramento come un altro quello che ha portato a casa il ministro Roberta Pinotti la sera del 5 settembre.
Il Falcon 50 del 31° stormo dell’Aeronautica Militare in volo da Ciampino a Genova quella sera non sarebbe potuto partire senza il ministro della difesa a bordo.
Era questa la missione del volo, come risulta da un documento che Il Fatto pubblica oggi: il Falcon 50 se ne stava a Ciampino fermo sulla piazzola come un taxi che attende il passeggero.
Lo dimostra “la nota del giorno delle missioni assegnate al 306 ° Gruppo TS” pubblicata dal “Fatto”.
Questo documento riporta il piano dei voli assegnato agli equipaggi del 306° gruppo di stanza a Ciampino in quella serata di settembre .
Come si legge chiaramente nella nota sul volo “F50 by Sma”, cioè “Falcon 50 dello Stato Maggiore Aeronautica” la missione del volo Iam 3122 era chiara: “Decollo successivo all’atterraggio del volo Iam 9002 – Equipaggio in tuta da volo”.
Il Falcon 50 decollato con un solo passeggero civile, Roberta Pinotti, quindi aveva un orario di partenza teorico alle 19,30 ora Utc, le 21,30 ora italiana.
Tutto però era sospeso in attesa del ministro della difesa. La presenza dell’unico passeggero civile del volo Iam 3122, con a bordo 5 membri dell’equipaggio e due passeggeri militari, condizionava il piano di volo.
Secondo la versione ufficiale fornita ieri al Fatto dalla ministra Pinotti, il volo sarebbe stato destinato a una missione di addestramento organizzata a prescindere. Il ministro avrebbe solo approfittato di un passaggio senza far spendere soldi ai contribuenti.
La versione del ministro cozza con la nota del giorno del 31° stormo e lascia sospese alcune domande.
Il regolamento ammette la presenza di civili su un volo di addestramento?
E poi: se ci fosse stato bisogno di far rientrare il Falcon a Ciampino con urgenza per una missione umanitaria o sanitaria, cosa sarebbe accaduto?
Il comandante avrebbe finito la sua missione ‘politica’ alla faccia di quella umanitaria?
A leggere la nota del giorno la priorità non era istruire i piloti al volo notturno ma portare a casa il ‘soldato Pinotti’.
Se si legge il piano interno delle missioni del 5 settembre è più chiaro quello che è accaduto quella sera: l’Aeronautica ha fatto un favore a Pinotti.
E non si tratta di un caso isolato. Al Fatto risulta che gli aerei del 31° stormo hanno trasportato altri personaggi vip (talvolta generali e talvolta politici) usando lo stratagemma dei voli di addestramento.
I piloti devono raggiungere un certo numero di ore di volo ogni anno per mantenere le loro abilitazioni. Questa esigenza effettiva diventa un ‘tesoretto’ di ore utilizzabile come un jolly per far contenti i potenti.
L’effetto è uno stravolgimento delle regole. Roberto Calderoli e Michela Brambilla sono stati indagati quando erano ministri (e poi salvato dal diniego dell’autorizzazione a procedere da parte del parlamento) perchè hanno dichiarato esigenze istituzionali inesistenti secondo i magistrati pur di ottenere un volo di Stato.
Il metodo Pinotti, usato anche da altri, rappresenta un aggiramento delle norme dei voli di Stato.
Con la scusa dell’addestramento, sono i vertici dell’Aeronautica a decidere quando far decollare il Falcon 50 da Ciampino.
La Presidenza del Consiglio non può autorizzare un volo di Stato per far tornare a casa un ministro più velocemente. Mentre i vertici dell’Aeronautica e del 31° stormo possono far salire a bordo il medesimo ministro senza pubblicare poi il rendiconto sul sito della Presidenza.
Il Fatto ha chiesto all’Aeronautica di conoscere quanti voli di addestramento sono stati organizzati negli ultimi due anni dal 31esimo stormo con a bordo passeggeri, sia civili che militari.
A dire il vero l’indagine amministrativa su un possibile abuso dovrebbe disporla il ministro della Difesa.
Ma Roberta Pinotti preferisce salire a bordo degli aerei del 31° stormo invece di controllarli.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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