Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
AL TAVOLO ANCHE SPERANZA E I DUE NEO COMPONENTI DELLA SEGRETERIA
Metti un lunedì sera, a cena, con Massimo D’Alema. Metti che a quel tavolo ci siano tutti o quasi gli esponenti
della minoranza del Partito democratico.
Anche quelli che, formalmente, hanno siglato la cosiddetta «pax renziana», come, tanto per fare qualche nome, il capogruppo alla Camera dei deputati Roberto Speranza e i neo-componenti della segreteria, «plurale e non unitaria», per dirla alla Cuperlo, Enzo Amendola e Micaela Campana.
Non ci sono solo loro ovviamente: a quel tavolo c’è un folto gruppo della rappresentanza parlamentare del Pd, che, come è noto, è stata nominata dalla precedente segreteria.
In quell’incontro conviviale si parla di come arginare il segretario nonchè premier. Che Massimo D’Alema sia arrabbiato con l’inquilino di Palazzo Chigi non è una novità .
L’ex ministro degli Esteri, nei suoi conversari privati con i compagni di partito a lui più fedeli, lo dice senza troppi infingimenti: «A me aveva detto determinate cose, sia sulla composizione del governo che sulla nomina europea dell’Alto rappresentante e poi non ha tenuto fede alla parola data. Prima o poi qualcuno dovrà raccontare le bugie che dice quello lì»
Ed è stato proprio D’Alema a volere la cena, il 15 settembre scorso. Per vedere cosa ne pensino i deputati e i senatori del Partito democratico che fanno parte della minoranza (che poi, nei gruppi parlamentari, è praticamente maggioranza).
C’è chi propone di andare giù duri sull’articolo 18, approfittando della protesta dei sindacati. E questo è un fronte che, di fatto, si è già aperto.
Ma ce n’è un altro, che diventa di stringente attualità , visto che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno dato una «registrata» al patto del Nazareno sulla riforma elettorale. «Le preferenze, ci vogliono le preferenze e su quello bisognerà incalzare il premier. E poi le soglie. Sono troppo alte, così non vanno bene», viene detto da più parti.
Si discute persino di Quirinale. La successione a Giorgio Napolitano non è al momento all’ordine del giorno, ma la minoranza del Partito democratico vuole giocare d’anticipo sul presidente del Consiglio.
Nel timore che Renzi possa spiazzare tutti puntando su una donna, viene fatto il nome di Paola Severino, ministra della Giustizia del governo Monti.
È vero che si deve a lei la legge che ha portato fuori dal Parlamento Berlusconi, ma il suo nome non dispiace al centrodestra: Severino, tra l’altro, è in buoni rapporti con Gianni Letta.
Non è una cena di congiurati, quella di lunedì scorso. Anche perchè tutti a quel tavolo sanno che non è possibile ribaltare la maggioranza interna al Pd.
Il tentativo, piuttosto, è quello di condizionare il leader, che, finora, è andato avanti senza assoggettarsi a troppi vincoli.
Ma anche le altre minoranze del Partito democratico non sembrano propense a rendere la vita facile al premier.
Pippo Civati, che di tutti gli oppositori del presidente del Consiglio è quello che parla più chiaramente, non nasconde il suo fastidio.
Ed è arrivato al punto di siglare un’alleanza interna con Beppe Fioroni, ex Ppi, ex Margherita, leader dei cattolici del Pd, figura quanto mai lontana da lui.
Eppure i due, proprio ieri, assisi su un divanetto del Transatlantico di Montecitorio, confabulavano tra di loro.
Oggetto dei loro discorsi, la decisione di prendere a breve, già a ottobre, delle iniziative comuni. Sulla scuola e sulla pace. Iniziative formalmente asettiche che, però, mirano a stanare il premier e a metterlo in difficolt�
Insomma, nel Pd della «segreteria plurale», le diverse minoranze interne, si tengono le mani libere e puntano a minare la «pax renziana».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SE VIOLANTE E BRUNO NON OTTENGONO I VOTI PREVISTI, NAPOLITANO SI RASSEGNI… SONO ALTRI GLI INTERROGATIVI CUI DOVREBBE DARE RISPOSTA
Stavolta S.A.R. Giorgio Napolitano ha proprio ragione: nella politica italiana accadono cose che “sollevano gravi interrogativi”.
Purtroppo non sono quelle che dice lui, anzi il fatto che lui le dica per imporre al Parlamento di mandare alla Consulta chi garba a lui solleva “gravi interrogativi” sulla sua irrefrenabile vocazione autoritaria.
Se il suo amico Luciano Violante e l’amico di Previti, Donato Bruno, non ottengono i voti previsti dalla Costituzione per diventare giudici costituzionali, il capo dello Stato non può e soprattutto non deve farci nulla: se non rassegnarsi alla loro definitiva trombatura dopo 12 fumate nere e alla loro sostituzione con due giuristi veri, sganciati dai partiti (ce ne sono a bizzeffe, dalla Carlassare a Rodotà , da Pace ad Ainis, da Villone a Gianluigi Pellegrino), che rappresentino degnamente un organo costituzionale per definizione indipendente.
Ciò che il presidente della Repubblica non può fare (anche se naturalmente lo fa) è dare ordini al Parlamento per imporre i suoi amichetti.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è il silenzio di Napolitano sulla condanna a morte del pm di Palermo Nino Di Matteo pronunciata un anno fa da Salvatore Riina nell’indifferenza delle istituzioni, e sulla gravissima violazione della sicurezza del Pg di Palermo Roberto Scarpinato da parte di un uomo delle istituzioni che s’è introdotto nel suo ufficio per lasciargli sulla scrivania una lettera di minacce contenente particolari della sua vita privata e della sua attività investigativa che solo un rappresentante dello Stato può conoscere.
Il tutto, guardacaso, qualche giorno dopo gl’interrogatori e le acquisizioni di documenti condotti dall’alto magistrato a Roma nella sede dell’Aisi, il servizio segreto civile.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che Napolitano non abbia ancora trovato un minuto per telefonare a Di Matteo e a Scarpinato per testimoniare la solidarietà dello Stato a due suoi servitori minacciati dalla mafia e da pezzi delle istituzioni, e magari per invitarli al Quirinale e così smentire ogni sospetto sul loro isolamento.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è il fatto che Napolitano, 16 mesi dopo la sua convocazione come teste al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo, non abbia ancora trovato il tempo di ricevere i giudici della Corte d’Assise, i pm e gli avvocati nel suo ufficio al Quirinale, come prevede la legge, per rispondere alle loro domande e chiarire tanti punti oscuri.
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che Napolitano si limiti a sollecitare il Parlamento a eleggere i membri laici mancanti del Csm, anzichè segnalare l’incompatibilità di alcuni candidati o già eletti: il sottosegretario Pd Giovanni Legnini, che passa direttamente dal governo Renzi all’autogoverno dei giudici; la pidina Teresa Bene, docente associato (mentre è richiesta la cattedra di ordinario); e il forzista Luigi Vitali, imputato in due processi per abuso d’ufficio e per falso ideologico (condizione che giustifica la decadenza).
Qui, a sollevare “gravi interrogativi”, è che il Plenum del vecchio Csm scaduto a luglio e prorogato in attesa del nuovo non possa nominare il neo procuratore capo di Palermo (dove la commissione Incarichi direttivi ha già scelto Guido Lo Forte al posto di Francesco Messineo, in pensione dal 1° agosto) perchè Napolitano non vuole e ha bloccato tutto con la solita lettera dell’apposito segretario Donato Marra.
Vuole gentilmente Sua Maestà rimuovere quel veto assurdo, dare un capo alla Procura di Palermo, specie in un momento così grave, e dissipare almeno uno dei “gravi interrogativi”?
Grazie, Sire.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
IN GERMANIA C’E’ UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE DI 12 MESI E UN REDDITO DI CITTADINANZA DI 380 EURO… IL LICENZIAMENTO DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AL VAGLIO DEL CONSIGLIO DI FABBRICA E IL GIUDICE PUO’ ORDINARE IL REINTEGRO… I MINI JOBS SONO LIMITATI A 15 ORE SETTIMANALI
Se ne parla da molte settimane: la riforma del mercato del lavoro, ora al vaglio del parlamento con la
discussione del Jobs Act, dovrà ispirarsi al modello tedesco.
Ma di cosa si parla, concretamente, quando si prende Berlino come punto di riferimento? Di tipologie di contratti? Sistema di ammortizzatori sociali? Di vincoli in capo a chi licenzia?
I Minijob.
A suscitare l’interesse dei maggiori paesi europei, compreso il nostro, è innanzitutto la sperimentazione dei cosiddetti minijob, tipologia contrattuale introdotta nel 2003 che ha sostanzialmente permesso alla Germania di far emergere dal nero una fetta consistente di lavori fino a quel momento rimasti sommersi.
Si tratta di impieghi limitati a un massimo di 15 ore settimanali e con uno stipendio che può raggiungere al massimo i 450 euro mensili, diffusi prevalentemente nel settore dei servizi.
Un modello che ha trovato immediatamente rapida diffusione e che oggi interessa oltre sette milioni di lavoratori.
I contratti tradizionali.
Ai mini Jobs si affiancano i tradizionali contratti a tempo determinato e indeterminato dove fin da subito, superato il periodo di prova normalmente non superiore ai sei mesi, si applica per tutti la disciplina sui licenziamenti.
Vale a dire che, esclusi quelli in cui l’allontanamento dal lavoro sia giudicato legittimo, il giudice può prescrivere tanto un indennizzo quanto il reintegro nell’azienda.
Fattispecie che ha molte differenze rispetto al nuovo regime introdotto in Italia dalla riforma Fornero.
Riforma che per prima ha previsto, per i licenziamenti illegittimi, l’obbligo per il datore di lavoro di un risarcimento pari alla retribuzione da 15 a 24 mensilità . Mantenendo comunque, in alcuni casi specifici, l’onere del reintegro.
Gli ammortizzatori sociali.
Alla Germania si guarda con molta attenzione soprattutto per quanto riguarda il sistema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive.
Vale a dire cosa accade ai lavoratori che perdono il lavoro e come lo Stato si fa carico del loro reinserimento.
Qui, rispetto a quanto accade in Italia, il modello tedesco si trova molto distante.
A partire dall’esistenza di un sussidio universale di disoccupazione, della durata massima di 12 mesi e di una sorta di reddito di cittadinanza, di importo variabile ma non superiore ai 380 euro circa.
Una rete di protezione che può funzionare solo però in stretto contatto con l’altro cardine della cosiddetta flexsecurity, e a cui punta anche il governo italiano: un efficiente sistema di politiche attive del lavoro, con una rete più efficiente di centri per l’impiego, attraverso i quali chi è senza lavoro riceve una nuova offerta di impiego che, se rifiutato, comporta un taglio sensibile dell’indennità .
I licenziamenti.
È vero poi che l’Italia è il Paese che protegge più di tutti i lavoratori grazie allo scudo “spaziale” dell’articolo 18?
A studiare la disciplina dei licenziamenti in Germania non pare esattamente così.
“In entrambi i casi è previsto il reintegro, con la differenza che viene disposta con presupposti diversi”, spiega Giovanni Orlandini, docente del diritto del Lavoro all’Università di Siena.
Insomma, anche in Germania, il giudice può ordinare all’azienda, a fronte di un licenziamento illegittimo, la possibilità di reintegrarlo in azienda.
“La differenza sostanziale con il nostro Paese riguarda il ruolo del giudice, che nel caso tedesco compie un’analisi molto attenta sulla concreta praticabilità del reintegro. In Italia, invece, si fa una valutazione unicamente sul comportamento del datore di lavoro”.
C’è, però, una differenza sostanziale.
La disciplina sui licenziamenti si applica solo per la aziende con almeno 10 dipendenti (15 in Italia), nelle aziende più grandi è fondamentale il ruolo di mediazione svolto dal Consiglio di fabbrica, che deve essere obbligatoriamente informato in caso di richiesta di licenziamento da parte dell’azienda e valuta in prima istanza la fondatezza dell’iniziativa dell’impresa.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
UNO DOVREBBE FARE OPPOSIZIONE E HA PAURA DEL VOTO, L’ALTRO DOVREBBE GOVERNARE MA NON HA NEANCHE IL SOSTEGNO DEI SUOI
C’è una rassicurazione che Silvio Berlusconi si fa ripetere più volte da Matteo Renzi, nel corso dell’incontro: “Non punto al voto anticipato — dice il premier — l’ho evocato per spingere il Parlamento a fare le riforme perchè non possiamo più perdere tempo. Ma il mio obiettivo non è il voto”.
Perchè il Cavaliere è entrato a palazzo Chigi col chiodo fisso che il “patto del Nazareno” si fosse incrinato.
Il presupposto del patto, infatti, è sempre stata la rinuncia alle urne. In nome di questo (e della tutela degli interessi aziendali) Berlusconi ha assicurato un’opposizione morbida e il sostegno alle riforme.
Le parole di Renzi in Aula sembravano suggerire un cambio di linea. E invece no. L’ex premier si convince nel corso del vertice che si è trattato di una trovata tattica per piegare le resistenze del suo partito su lavoro e riforme.
E che “Matteo è uno leale”.
È in un clima di profonda sintonia che a palazzo Chigi Berlusconi, accompagnato da Verdini e Gianni Letta, offre la sua “collaborazione a Renzi”: “Il patto — dirà ai suoi alla fine dell’incontro — è rafforzato. Andiamo avanti come treni”. È un accordo “totale”, almeno nel metodo, su tutti i dossier.
A partire dalla legge elettorale. Perchè, si dicono nel corso dell’incontro i due con linguaggio franco, “Napolitano se ne vuole andare e non ha nessuna intenzione di festeggiare i 90 anni al Quirinale”.
Anzi “fosse stato per lui se ne sarebbe andato entro l’anno, ma non ci sono le condizioni”.
L’approvazione rapida delle riforme, o quantomeno la “messa in sicurezza”, è l’unico modo per consentire al capo dello Stato di dimettersi e aprire il capitolo della successione.
Un capitolo che, nella testa di Renzi e Berlusconi, sarà scritto assieme. Al plurale i due parlano della successione di Napolitano: “Eleggeremo”, non “quando si eleggerà ”.
È questa la bussola che orienta le mosse del Cavaliere, il cui odio — proprio così, odio — nei confronti dell’attuale inquilino del Colle è sopportabile solo col pensiero di essere un grande sponsor del prossimo.
E allora ecco l’accelerata sulla legge elettorale che partirà al Senato la prossima settimana. Nel merito l’accordo va ancora limato.
Con l’ex premier scettico sulle preferenze, anche se possibilista con un modello che preveda il capolista bloccato e le preferenze per gli altri. Sull’innalzamento della soglia per accedere al premio di maggioranza, invece, nessun problema.
Ma l’offerta non è solo sulle riforme. E non è un caso che un lungo pezzo dell’incontro sia monopolizzato dai temi europei e della crisi.
O meglio, a palazzo Chigi aleggia il fantasma della Troika: “Se non facciamo le riforme che ci chiede l’Europa richiamo che arrivi” è la diagnosi condivisa.
Più volte il nome di Draghi risuona nello stanzone del premier.
È proprio sui segnali che si aspetta il governatore della Bce dall’Italia che Berlusconi si dice pronto al soccorso azzurro: “Se le riforme sono vere, noi siamo pronti a collaborare”.
Lavoro e giustizia: “Matteo, ha ripetuto Berlusconi – nel discorso alla Camera sei stato bravissimo”. Se i provvedimenti si muoveranno nel solco del discorso, Forza Italia è pronta. Una sorta di appoggio esterno, accompagnato da un linguaggio “responsabile”, non alla Brunetta per intenderci.
Sempre se questo è utile a Renzi. Nel senso che, invece, se i voti azzurri rischiano di produrre lo psicodramma a sinistra, allora Forza Italia si attesterà su una linea di opposizione morbida.
Insomma, il patto si configura a due livelli.
Quello istituzionale (riforme istituzionali e successione di Napolitano) e quello più politico: un Nazareno su economia e giustizia.
Per la prima volta si discute dell’eventualità che Forza Italia voti le misure del governo. “Voti aggiuntivi” spiegano i renziani.
Ma nel successivo incontro con i poliziotti si capisce che Berlusconi si sente un partner di maggioranza: “Renzi — dice alla sigle della polizia ricevute a palazzo Grazioli — mi ha assicurato che sta trovando un modo per sbloccare i fondi e venire incontro alle vostre legittime rivendicazioni”.
Il Patto si allarga. Ormai è totale.
Quasi di governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
CALTAGIRONE, RAI E MEDASET: VIGE IL MODELLO GUBITOSI
C’è Mediaset che sposta i suoi giornalisti dal Tg5 a News Mediaset, ma intanto riduce le ore di trasmissione del
TgCom 24 e si ispira al dg Rai Gubitosi per motivare le sue scelte; c’è la televisione della famiglia Caltagirone, T9, che da un giorno all’altro licenzia tutti i 19 dipendenti; c’è, quindi, la Rai, con la sua riduzione delle testate e i piani di “spending review”.
Oppure, ancora, l’Unità , testata fuori dalle edicole che attende di conoscere il proprio futuro. La crisi dell’informazione o, come dice il segretario di Stampa Romana, Paolo Butturini, “la contabilità delle chiusure”, si ricava agilmente dalla miriade di vertenze e conflitti nel mondo delle redazioni. Uno spaccato di questa realtà è stato offerto dall’incontro dei Comitati di redazione del Lazio che si è tenuto ieri presso l’Associazione Stampa romana, la seconda più grande, dopo Milano, del sindacato dei giornalisti, la Fnsi.
Riduzione delle redazioni, una particolare durezza da parte degli editori, addirittura contenziosi per comportamento anti-sindacale, rischiano di diventare la norma
Il caso più eclatante è quello dell’emittente T9.
Storica tv romana, fu acquistata dai Caltagirone già alla fine degli anni 80.
Attualmente è di proprietà della Sidis Vision che fa capo a Edoardo, fratello di Francesco Gaetano Caltagirone e socio, con il 33% della holding di famiglia, quotata in Borsa, di cui fanno parte tutte le attività del gruppo.
I 19 lavoratori hanno scoperto, dopo il non pagamento degli stipendi di aprile, che la società era stata messa in liquidazione.
Poi, da un giorno all’altro si sono visti recapitare le lettere di licenziamento.
Questo avveniva la scorsa estate mentre il gruppo Caltagirone acquistava una terza emittente a Roma, Radio Ies e faceva saltare il tavolo con i lavoratori di T9.
I Caltagirone, poi, gestiscono anche il principale quotidiano romano, Il Messaggero, in cui è stato chiesto un nuovo stato di crisi per 39 pre-prepensionamenti.
Una richiesta arrivata pochi mesi dopo la chiusura definitiva del precedente stato di crisi per il quale, però, non esiste ancora il decreto ministeriale per cui i giornalisti mandati a casa sono senza stipendio e senza pensione. Giornalisti esodati
Acque particolarmente agitate in casa Berlusconi con le vicende, in parte note, dei redattori del Tg5 spostati a News Mediaset, l’agenzia interna del gruppo che dovrebbe svolgere il ruolo di servizio per i TgCom 24, Studio Aperto, Tg4 e, in parte, anche Tg5.
Solo che il TgCom 24, lanciato come grande vetrina “all news” del Biscione, dall’8 settembre ha deciso di ridurre la programmazione oraria a sole 10 ore al giorno: dalle 8,55 alle 19,05.
Le altre fasce orarie vengono coperte proprio dal Tg5 che però, invece di essere rafforzato, è stato depotenziato con il trasferimento di 19 redattori.
Tra questi c’è chi ha sottoscritto un ricorso urgente al giudice del lavoro ipotizzando oltre alla violazione del contratto nazionale anche il comportamento antisindacale dell’azienda. Mediaset, rispondendo al ricorso, ha però agganciato il proprio piano di ristrutturazione “alla tendenza del mercato” e in particolare a quello che fa “il principale concorrente di Mediaset, la Rai”. Riferimento esplicito al “programma di sinergizzazione” che il Dg Luigi Gubitosi ha illustrato pubblicamente.
Come a dire: lo fanno loro, perchè non possiamo farlo noi?
Il modello Gubitosi (che però è successivo a quello Mediaset) prevede, come è noto, l’accorpamento delle testate giornalistiche in due “newsroom”, una generalista e l’altra locale e “all news”.
Progetto all’insegna dei tagli e che ha messo le redazioni in subbuglio. Ieri sera, ad esempio, il Tg1 è andato in onda senza firme e nuove agitazioni ci saranno nei prossimi giorni.
Al Gr2, ad esempio, la programmazione informativa dei giornali radio è stata ridotta, da un giorno all’altro, del 36%.
Riduzione minore, ma consistente, anche al Gr3 passato da circa 60 a 50 minuti.
Infine, l’Unità . Dal 1 agosto, da quanto il giornale di riferimento del Pd non è più in edicola, la redazione non ha saputo più nulla. Matteo Renzi, alla festa che porta il nome del giornale, dell’Unità non ha parlato.
Sembra che si cerchi un azionista in grado di rilanciarla. Ma all’interno della redazione si comincia a parlare anche della possibilità di un azionariato diffuso con un ruolo diretto dei lavoratori.
“Con l’avvento della Rete”, commenta la situazione Paolo Butturini, “il giornalismo non è più un prodotto artigianale ma globale. Servono prodotti che capitalizzino i numeri enormi. Non siamo a una normale crisi ciclica ma a una crisi strutturale. È tempo di prendere il toro per le corna”.
Salvatore Cannavò
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
IL LICEO SABIN RIMASTO SENZA ARREDI: “FINORA NON E’ ARRIVATO NULLA… LA PROVINCIA SI DIFENDE: “TROPPI TAGLI DAL GOVERNO”
Senza banchi e sedie. E manca pure qualche lavagna.
Per 200 studenti del Liceo scientifico statale A.B. Sabin di Bologna il nuovo anno scolastico è iniziato in maniera non convenzionale.
Gli iscritti, infatti, sono aumentati, tanto che l’istituto ha aperto quest’anno sei nuove classi, che però, tra i tagli impartiti dal governo ai bilanci della Provincia, e il processo di dismissione dell’ente stesso in corso, sono rimaste senza arredi.
“Noi avevamo fatto richiesta per avere banchi, sedie e lavagne a maggio — spiega Alfonso De Berardinis, vicepreside del Sabin — e inizialmente ci era stato detto che non c’erano i fondi per acquistarli. Tuttavia, a causa dell’aumento delle classi previsto per il nuovo anno scolastico, da 40 a 46, abbiamo insistito, e siamo stati informati che l’ordine era stato presentato, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto nulla”.
Per sistemare gli studenti, quindi, la scuola ha chiesto aiuto al Comune di Bologna e al Quartiere Navile, che attingendo anche dalle aule del Museo del Patrimonio Industriale hanno fornito al Sabin 200 sedie con la ribaltina, “di quelle, insomma — sorride De Berardinis — che si usano all’università ”.
Così nessuno studente è rimasto in piedi il primo giorno di scuola. Tuttavia, le classi quinte e quarte del liceo dovranno accontentarsi della soluzione di emergenza probabilmente fino alla fine del mese, perchè è difficile che gli arredi arrivino prima dell’inizio di ottobre.
“Ci adattiamo — racconta Emiliano, che quest’anno avrà l’esame di maturità — anche se non è particolarmente comodo seguire le lezioni senza banco, abbiamo diversi libri e la ribaltina è molto piccola. E’ assurdo che per un mese 200 studenti si debbano trovare in questa situazione. A ben vedere, però, è il perfetto esempio delle condizioni in cui versa la scuola pubblica oggi”. Il Sabin, peraltro, non è l’unico istituto a dover ricorrere alla creatività per sopperire alla mancanza di materiale didattico.
Al liceo scientifico Copernico, sempre a Bologna, ad esempio, servirebbe qualche intervento di manutenzione, finito anch’esso in lista d’attesa, al liceo Righi, sempre sotto le Due Torri, è stato comprato nuovo materiale informatico per i laboratori che però sono senza tavoli, e all’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno sarebbero dovuti arrivare 50 banchi nuovi, che, come nel caso del Sabin, non si sono ancora visti.
“Sì aspettavamo i banchi nuovi, che non sono ancora arrivati — racconta il preside, Carlo Braga — tuttavia la nostra è una scuola grande, quindi siamo riusciti ad arrangiarci con il materiale che avevamo in magazzino. Certo, i tavoli non sono nuovi, ma se non altro nessuno è rimasto senza”.
Il perchè di questi ritardi lo spiega la Provincia di Bologna, che attualmente si trova in fase di dismissione, pronta per essere sostituita dalla Città Metropolitana. “Le scuole superiori — illustra Maria Bernardetta Chiusoli, assessore provinciale al Bilancio e ai Lavori pubblici — fanno capo al nostro ente, che però dal governo ha subito tagli pesantissimi: 30 milioni di euro quest’anno. Un indice di molto superiore, per esempio, a quello imposto alle amministrazioni comunali. Per questo si sono generate tante difficoltà ”.
A Bologna, comunque, ci si ingegna, “e grazie alla stretta collaborazione tra enti pubblici e rete scolastica — continua Chiusoli — siamo riusciti a tamponare la situazione. Ci siamo già messi in contatto con le centrali d’acquisto tramite il Consip, e abbiamo ricevuto garanzie di effettiva consegna del materiale nel più breve tempo possibile, anche in funzione dell’incremento degli studenti iscritti quest’anno nelle nostre scuole”.
“Non è facile — spiega Chiusoli — come assessore all’Edilizia vorrei spendere per effettuare gli interventi che servono alla nostra città , ma come assessore al Bilancio ho l’incarico di tenere i conti della Provincia. Quando viene meno un interlocutore che svolge funzioni esclusive come questo ente, a causa dei tagli applicati da un governo centrale che, forse con leggerezza, non ha tenuto conto del ruolo specifico dell’istituzione in questione, purtroppo si creano disagi per gli utenti”.
Il quadro degli istituti che aspettano di ricevere forniture non è chiaro, salvo i casi più eclatanti non ci sono dati precisi.
Certo è, però, che a questa lista si sommano le tre scuole di Bologna e provincia che invece avrebbero bisogno di interventi più significativi.
Rientrano tutti nel ramo #scuolesicure del piano di edilizia scolastica varato a luglio dal governo guidato da Matteo Renzi, ma i fondi non sono ancora stati sbloccati.
“Noi abbiamo presentato tre progetti, che sarebbero immediatamente cantierabili — elenca Chiusoli-.
Il primo, da 112mila euro, per la messa in sicurezza delle Ipa Ferrarini di Sasso Marconi, il secondo, da 43mila euro, per rifare il controsoffitto delle palestre dell’Istituto professionale Malpighi a San Giovanni in Persiceto, e il terzo, da 97mila euro, per la bonifica dell’amianto nella copertura delle Giordano Bruno di Budrio.
“Manca la delibera Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che sblocchi le risorse di cui abbiamo bisogno”.
Annalisa Dall’Oca
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
NEL MIRINO GLI APPALTI SULLE “VIE D’ACQUA”…SOTTO INCHIESTA IL DIRETTORE DEL PADIGLIONE ITALIA
Un nuovo filone d’inchiesta per corruzione piomba su Expo2015 a otto mesi dall’inaugurazione dell’evento. 
La Guardia di finanza di Milano, nell’ambito dell’inchiesta dei pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, ha effettuato perquisizioni a carico di Antonio Acerbo, 65 anni, direttore Construction del Padiglione Italia e commissario delegato di Expo 2015 in relazione al progetto “Vie d’acqua”, ora indagato per corruzione e turbativa d’asta. Reati, secondo l’accusa, commessi a Milano “fino al 10 luglio 2013″.
L’inchiesta nasce da alcune intercettazioni e dalle dichiarazioni di Enrico Maltauro, imprenditore vicentino finito in carcere lo scorso maggio nel primo filone dell’inchiesta con al centro appalti per l’Esposizione Universale.
Secondo le indagini della Procura di Milano, i lavori per il progetto “Vie d’acqua”del valore di oltre 100 milioni di euro sarebbero stati aggiudicati alla Maltauro spa in cambio di tangenti. Antonio Acerbo, all’epoca dei fatti presidente della commissione aggiudicatrice degli appalti sulle Vie d’acqua legati a Expo, un affare da 100 milioni di euro, avrebbe favorito l’imprenditore.
Il ruolo di Antonio Acerbo in Padiglione Italia “può essere un problema”, commenta il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.
“Negli ultimi incontri con Diana Bracco (presidente di Expo2015) il rappresentante tecnico per Padiglione Italia è sempre stato l’ingegner Acerbo e questo può essere un problema. Domani vedrò la Bracco a Milano”.
Cantone, che ha ricevuto dal governo più ampi poteri d’intervento proprio in seguito alla prima “puntata” dello scandalo Expo e all’inchiesta Mose, ha aggiunto: “Voglio capire bene la vicenda. Nei prossimi giorni vedrò il procuratore della Repubblica di Milano”.
Cantone ha specificato che al momento ci sono solo notizie di stampa ed è prematuro ipotizzare commissariamenti: “Serve almeno una valutazione di un giudice con una ordinanza cautelare o una richiesta di rinvio. Allo stato mi sembra difficile procedere, ma voglio capire bene la vicenda”.
Acerbo è stato direttore generale del Comune di Milano con la giunta Moratti.
Le fiamme gialle hanno chiesto “l’esibizione degli atti e dei documenti” nelle sedi di Expo e di Metropolitana Milanese.
L’indagine è una tranche dell’inchiesta che lo scorso maggio ha portato agli arresti, tra gli altri, di Gianstefano Frigerio, Luigi Grillo e Primo Greganti. Inchiesta relativa ad una serie di irregolarità negli appalti di Expo, Sogim e della sanità lombarda e che avrebbe accertato la presenza della cosiddetta ”cupola degli appalti”.
Ma ci sono altri indagati: da quanto apprende l’Ansa la sezione di polizia giudiziaria della Finanza sta effettuando anche altre perquisizioni a carico di persone ritenute ”strumenti” e intermediari della presunta corruzione.
L’appalto sulle Vie d’acqua — un progetto di canali fortemente contestato da comitati locali e via via ridimensionato rispetto alll’idea iniziale — è stato vinto dalla Maltauro spa e da altre tre società in associazione temporanea di imprese (Ati).
L’aggiudicazione è avenuta in base al criterio dell’offerta più conveniente e, secondo i pm, in cambio di mazzette.
Da quanto emerge, in un’intercettazione Maltauro si vantava della sua conoscenza trentennale con Acerbo e anche in relazione all’appalto per le architetture di servizi, vinto sempre dalla Maltauro e al centro della prima inchiesta.
L’imprenditore avrebbe cercato in un primo tempo di sfruttare i suoi contatti con Acerbo. Poi, però, si sarebbe rivolto all’ex Dc Gianstefano Frigerio che sarebbe intervenuto su Angelo Paris, ex manager Expo finito in carcere a maggio.
“Non c’è nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”, si vantava lo scorso marzo in una riunione con Gianstefano Frigerio e Sergio Cattozzo.
Nell’intercettazione ambientale, agli atti dell’indagine, Maltauro spiega a Frigerio di avere un appuntamento con l’ex manager di Expo Angelo Paris (anche lui ai domiciliari) e Acerbo. Quando Frigerio gli dice che il commissario delegato “è un mio vecchio amico!” , l’imprenditore replica: “Ma io Acerbo, pensi che Acerbo.., non c’e nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”.
Frigerio, ex parlamentare Dc, poi fa notare che “è un vecchio democristiano“, mentre Maltauro ricorda:”Sì ma lui lavorava in Montedison, da ragazzo (…) e io l’ho conosciuto… Ho fatto un lavoro per Montedison dove lui era Direttore dei Lavori… e abbiamo avuto un grande successo… lui ha fatto anche un pò di carriera attraverso ‘sto lavoro nell ’82…”.
E riferendosi alla nomina di Acerbo come dg del Comune di Milano datata luglio 2010 durante la giunta Moratti, Frigerio aggiunge: “Il city manager del Comune di Milano … è uno bravo uno serio… eh”.
Le nuove perquisizioni riaprono il caso politico su Expo e ripropongono il dilemma tra controlli antimazzette e necessità di correre contro il tempo per terminare i lavori: “Le indagini facciano il loro corso, ma contemporaneamente abbiamo messo in essere tutti gli strumenti perchè gli obiettivi che a noi interessano, cioè quello di realizzare le opere e di farlo nei tempi certi possa accadere”, è il commento del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
I DUE CANDIDATI HANNO PRESO MENO VOTI DI IERI: VIOLANTE 518, BRUNO 511
Si è conclusa con un nuovo nulla di fatto la dodicesima votazione per l’elezione alla Consulta di due giudici costituzionali e al Csm di altrettanti componenti laici.
Iniziata alle 16,30, preceduta da un duro monito del presidente Napolitano contro o stallo e in concomitanza con un incontro Renzi-Berlusconi a Palazzo Chigi, si è conclusa poco prima delle 20.
Luciano Violante torna a superare Donato Bruno nella votazione per la Corte costituzionale, ma i consensi dei due scendono rispetto a ieri sera.
L’ex presidente della Camera (Pd) ha incassato 518 voti, a fronte dei 526 di ieri, l’esponente di Forza Italia 511 voti, quando ieri erano stati 544.
Entrambi, comunque, sono sotto il quorum dei 3/5 dell’Assemblea, pari a 570 voti.
Il Parlamento in seduta comune sarà convocato ancora una volta domani mattina alle 9.30 per una nuova votazione.
Pd e Forza Italia hanno sostenuto ancora Bruno e Violante alla Corte Costituzionale (e fonti dei due partiti confermano che anche domani saranno votati gli stessi nomi), mentre al Csm il ritiro di Luigi Vitali ha aperto la strada a una nuova intesa sul nome del senatore forzista Pierantonio Zanettin, che però si è fermato a 448 voti, contro i 514 richiesti.
Da Sel è arrivata scheda bianca su Consulta e Csm. Dopo l’intervento di Napolitano, anche il M5s ha votato scheda bianca.
Le truppe si ribellano a schemi prefissati dove non sono stati coinvolti. Così alla dodicesima votazione la Consulta resta orfana dei due giudici e, per il Quirinale fatto ancora più grave, il Consiglio superiore della magistratura non riesce a completare il plenum.
Resta in carica quello vecchio che però non può svolgere la funzione più importante: nominare i vertici delle procure, a cominciare da quella di Palermo.
La dodicesima fumata è ancora nera. Ecco i risultati: Zanettin, 448; Zaccaria, 136; Paniz, 35; Marotta, 33; Falanga, 26; Violante, 16; Bruni, 14; Vitali, 10; Balducci, 7. Voti dispersi 36, schede bianche 115, 39 nulle.
La sensazione, anche visiva è quella della maionese impazzita dove gli ingredienti, pur continuando a mescolare, non si amalgamano più.
E anche se il Patto del Nazareno si rinfresca nel pomeriggio, il problema è che le truppe che devono realizzare quel patto, deputati e senatori di Pd e Forza Italia, vanno invece per la loro strada.
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELL’AIDAA: “SI E’ INVENTATO TUTTO PER INCASSARE 100.000 EURO, ABBIAMO PROVE TESTIMONIALI”… SE FOSSE CONFERMATO, DESTITUIRE COLORO CHE FINO AD OGGI HANNO AVALLATO LA MESSAINSCENA, A TUTTI I LIVELLI ISTITUZIONALI
Il fungaiolo che ha accusato Daniza di averlo aggredito lasciandole soli alcuni graffi ha mentito e non è mai
stato aggredito dall’orso, ma si sarebbe inventato tutta questa storia al fine di intascare il risarcimento dello Stato che potrebbe arrivare a 100.000 euro e che gli servirebbe per ripianare alcune sue spese.
Questa pare essere la verità che emerge ora dopo ora e che nella giornata di oggi è stata messa nero su bianco da testimoni diretti e inviata da AIDAA alla Procura della Repubblica di Trento.
Se cosi fosse si tratterebbe di una operazione a tavolino senza precedenti che di fatto ha causato la morte di Daniza e che sta mettendo a rischio la vita dei suoi cuccioli.
AIDAA nel frattempo ha chiesto alla procura di Trento il sequestro delle cartelle cliniche dell’uomo e una visita fiscale da parte di una commissione medica indipendente.
Secondo i dati che l’associazione sta raccogliendo le cose non sarebbero andate come raccontato dal fungaiolo e gli sviluppi che potrebbero scaturire già nelle prossime ore sono assolutamente clamorosi.
“Occorre fare luce e alla base della morte di Daniza – ci dice Lorenzo Croce presidente di AIDAA- anzichè una aggressione ci troviamo di fronte a un tentativo di truffa ”
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IL TESTO DELLA DENUNCIA
Il presidente nazionale dell’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente — AIDAA ha inviato secondo le modalità di legge un esposto-denuncia contro il fungaiolo che asserisce di essere stato aggredito da Daniza.
L’esposto al quale si accompagna una testimonianza firmata chiede formalmente che la procura di Trento
-proceda al sequesto delle cartelle cliniche del fungaiolo
– proceda ad una visita fiscale con un equipe di periti nominata dal tribunale sulle ferite presunte inferte ( o auto inferte) da Daniza al fungaiolo
– si accerti quanto sostenuto nella testimonianza secondo la quale il fungaiolo NON SAREBBE MAI STATO aggredito dall’Orsa Daniz
– Valuti i retroscena contenuti nell’esposto in merito alle vicende occorse dal 13 agosto ad oggi (compresi gli incidenti stradali di cui sono stati vittime alcuni esponenti di questa vicenda) ed il rapporto tra queste situazioni oscure ed il mondo economico legati alla realizzazione delle piste dal sc
– Valuti se esistrono gli estremi per le accuse di FALSO IDEOLOGICO, FALSO MATERIALE E TENTATA TRUFFA NEI CONFRONTI DEL FUNGAIOLO
– Valuti le ulteriori responsabilità in merito ai fatti che ruotano attorno alla vicenda Daniza e che vanno dal 13 agosto 2014 ad oggi, ne individui i responsabili dei possibili reati penali e li persegua
Lorenzo Croce
Presidente nazionale AIDAA
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