Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
AUMENTI SIA PER FAMIGLIE CHE PER IMPRESE
Stangata d’autunno per le famiglie e le piccole imprese. 
Le bollette dell’energia tornano a crescere: per il periodo che parte dal primo ottobre e arriva al 31 dicembre, l’elettricità costerà l’1,7 per cento in più rispetto al trimestre precedente, mentre per il gas il rincaro è addirittura del 5,4 per cento.
Entrando nel dettaglio delle singole voci, da mercoledì prossimo gli italiani pagheranno in media per l’elettricità circa 2 euro in più al mese, con una spesa media annua per la famiglia tipo di 521 euro.
Per il gas, la maggiore spesa si aggirerà sui 19 euro pari a 1.148 euro su base annua per il cliente tipo.
Lo ha comunicato l’Autorità per l’energia, il gas e il sistema idrico, cui spetta il compito di rivedere ogni tre mesi le condizioni di riferimento delle tariffe.
Per il gas si tratta del primo rialzo dopo un anno di ribassi. Tutta colpa della crisi russo-ucraina: il prezzo sulle borse europee del gas è salito con i timori di una possibile sospensione delle forniture con l’approssimarsi dell’inverno.
Il 30 per cento del metano che si consuma in Europa occidentale arriva dai giacimenti di proprietà del colosso di stato Gazprom: il metano raggiunge l’Eurozona, nel suo corridoio meridionale passando proprio dall’Ucraina.
La necessità di evitare sorprese, ha spinto sia gli operatori che i governi a riempire il prima possibile gli stoccaggi (i depositi in cui si ricovera il gas d’estate per essere pronti a utilizzarlo d’inverno).
Questo, assieme all’acuirsi della crisi, ha fatto salire il prezzo “europeo” del gas. L’accordo che è stato raggiunto alla fine della scorsa settimana sulla forniture di gas all’Ucraina da parte della Russia (con la mediazione interessate della Ue) dovrebbe portare a un calmieramento dei prezzi. Ma i benefici, se ci saranno, si avranno soltanto con le revisioni delle tariffe del prossimo anno.
Per il gas, ha spiegato in una nota l’Authority per l’Energia, “grazie alla riforma che dallo scorso anno ha agganciato i prezzi italiani a quelli di mercato europei, (eliminando anche molti costi strutturali negativi), la famiglia tipo nel 2014 avrà risparmiato 84 euro rispetto ai 1.257 Euro complessivi della bolletta del gas di tutto il 2013”.
Traduzione: un deecreto del governo Monti ha imposto all’Autorità di calcolare i prezzi del gas tenendo conto dei prezzi che si pagano sui mercati europei e non più – come accadeva in precedenza – secondo i contratti di lungo periodo che gli operatori italiani (in primis, Eni ed Edison) avevano contratto con i fornitori esteri.
I contratti sulle borse europee si sono rivelati più vantaggiosi e questo ha fatto risparmiare il consumatore.
Diverso il discorso per il rincaro dei prezzi dell’elettricità . In parte ha inciso il rialzo del prezzo del gas (il combustibile che per il 40% copre la produzione di energia elettrica in Italia), in parte alle rinnovabili (incremento degli incentivi pagati ai certificati verdi), in parte alcune decisioni del governo Renzi.
In sostanza, il ministero dell’Economia ha chiesto gli arretrati degli ultimi due anni per la componente A2, una quota che i consumatore pagano in bolletta per lo smantellamento delle centrali nucleari e il deposito delle scorie.
Si tratta di circa 200 milioni per il 2012 e 2013, più altri 100 milioni all’anno per il 2014 e seguenti.
L’Autorità per l’Energia, nella sua nota, ha fatto notare come la quota potrebbe essere cancellata dalla bolletta se – come promesso dai governi precedenti – venisse girata sulle bollette una parte della Robin Tax, prevista come riduzione proprio della componente A2.
L’Autorità ha fatto pure presenta che non è ancora stato varato il provvedimento con cui alle famiglie meno abbienti che hanno difficoltà a pagare le bollette sia data la possibilità di rateizzare gli arretrati prima che si vedano sospendere la fornitura per morosità .
Luca Pagni
(da “La Repubblica“)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
ORA PER IL PREMIER E’ RISCHIO SENATO: IL DISSENSO E’ CALCOLATO TRA 5 E 30 SENATORI
Comunque vada, le cose non saranno più come prima.
La direzione del Pd sul Jobs Act non cambia i rapporti di forza nel Pd, ma stressa fino al limite estremo la fibra dei rapporti interni. Tra Matteo Renzi e la vecchia guardia, tra i renziani e gli anti-renziani, tra maggioranza e minoranza.
Nella sala del Nazareno (metaforicamente) scorre il sangue.
La direzione è riunita in grande spolvero, con tutti i big — vecchi e nuovi – presenti per intervenire, da Massimo D’Alema a Pierluigi Bersani, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina. Mancano solo Enrico Letta e Walter Veltroni, che è a Venezia al matrimonio di George Clooney.
Ma chi c’è sputa fuori tutto quello che finora si è tenuto dentro. E così sul tavolo della presidenza, dove Renzi sceglie di indossare l’espressione da “divertito” (dicono i suoi), planano nell’ordine l’attacco di Cuperlo che gli dice: “Io penso che non sei la Thatcher ma nemmeno un dominus nel Pd: la forza di un leader è convincere gli altri delle proprie ragioni, non tirare dritto ma guidare i processi”.
E poi, in crescendo, l’invettiva di D’Alema che gli dice chiaro e tondo: questo “impianto di governo è destinato a produrre scarsissimi effetti. Solo slogan e invece serve riflessione”.
L’affondo di Bersani: “No al metodo Boffo contro chi dice la sua nel Pd”. Sul Jobs Act si rompe la diga dei buoni rapporti di facciata dentro il Pd. E anche per Renzi (e il suo governo) inizia un’altra era.
Si arriva al Nazareno senza una mediazione. Il vicesegretario Lorenzo Guerini continua trattare fino all’ultimo con le minoranze, insieme al presidente dell’assemblea, Matteo Orfini.
Sulle prime, sembra si vada verso un’astensione di tutte le aree critiche sul Jobs Act. Ma poi intervengono D’Alema e Bersani. Il clima in sala cambia. Durissimi. Il primo cita Stiglitz, che “ha vinto il Nobel, di cui i giovani qui non sono mai stati insigniti…”.
Sguardo rivolto con sorriso sprezzante alla presidenza.
E ancora: Stiglitz che dice che “le riforme del lavoro si fanno in periodi di crescita, non di recessione”.
E Bersani gli dà ragione proprio su questo punto: “Citazione pertinente” quella su Stiglitz. D’Alema e Bersani d’accordo: quando mai è successo prima.
Eppure succede. In direzione succede anche che i civatiani applaudono D’Alema, anche questo un inedito.
E succede che il lettiano Francesco Boccia si rivendica un legame politico con il bersaniano Stefano Fassina: due economisti, due scuole di pensiero da sempre diverse, eppure oggi dalla stessa parte della barricata.
Tanto che la linea dell’astensione alla fine non regge. Se la intesta solo il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, la sua AreaDem e la lettiana Paola De Micheli: in tutto 11 componenti. In 20 – tra civatiani, bersaniani, dalemiani, cuperliani – votano contro la relazione del segretario, approvata con 130 voti. “Ma non è un voto sul governo”, precisa il bersaniano Alfredo D’Attorre.
Non sarà un voto sul governo, ma è lecito porsi l’interrogativo: cosa faranno i dissidenti al momento del voto sul Jobs Act al Senato?
La domanda si fa largo nella sala del Nazareno, provata da oltre quattro ore di dibattito che, nei toni, ha messo in discussione la linea del segretario-premier, avanzando dubbi espliciti sulle sue capacità di governo.
E’ per questo che, prendendo la parola nella replica finale, Renzi si sente di sottolineare: “Trovo che discussioni come quella di oggi siano discussioni belle, anche quando non siamo d’accordo. Trovo che questo sia per me un partito politico, un luogo in cui si discute. Poi, mi piace pensare che in Parlamento si voti tutti allo stesso modo. È stata questa la stella polare quando ero opposizione nel partito, lo è a maggior ragione oggi”.
Domattina alle 7.30 riunirà la segreteria. Subito dopo, si riunisce il gruppo del Senato: e lì ci sarà una prima ricognizione dei possibili dissidenti.
Ci si aspetta da un minimo di 5 a un massimo di trenta: tutto è drammaticamente possibile.
Per Renzi inizia un’era nuova. Il terreno sotto il governo è friabile.
Non tanto per le turbolenze del Pd, ma perchè ad esse si sommano le turbolenze fuori dal Pd, le critiche sui quotidiani, quelle dei vescovi, quelle di imprenditori ex amici (Della Valle).
Alla fine dell’intervento di apertura in direzione, il suo suona come ultimo avvertimento: “Se non facciamo noi politica buona, la fanno fare ad altri…”.
Prima di avvicinarsi al microfono per la replica, lascia al tavolo della presidenza l’espressione da divertito.
Nella replica è piccato, a dir poco.
il premier è costretto a leggere aperture. Non tanto sull’articolo 18, il cui diritto alla reintegra resta in vigore solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari, che però verranno specificati solo nei decreti attuativi della legge delega.
Piuttosto, Renzi è costretto a dirsi disponibile a “riaprire la sala verde” di Palazzo Chigi, che è la sala usata per le riunioni tra governo e sindacati per quella ‘concertazione’ che finora il premier ha sempre negato.
Non a caso lo fa nella relazione iniziale: è l’estremo tentativo per far rientrare i dissensi.
Non funziona.
Ora pesano gli strascichi della rottura.
Che magari non travolgeranno il Jobs Act, perchè nel Pd anche il dissidente più estremo non cova pensieri di scissione, non per ora almeno.
Però è possibile che il sangue versato oggi macchi la legge di stabilità .
A Renzi lo dice Boccia: “La delega non chiarisce dove verranno trovate le risorse per gli ammortizzatori sociali universali”.
E’ il pensiero più importante che attraversa le minoranze. Insieme ad un altro.
Lo spiega Fassina: “Perchè si fa questa operazione sull’articolo 18? E’ scritto nei documenti della commissione Ue: dobbiamo ridurre le retribuzioni in termini reali. Giochiamo a carte scoperte. Io non voglio essere umiliato con la storia falsa che la precarietà dipende da quelli che hanno qualche residua tutela…”.
Comunque vada, si è aperto il vaso di Pandora.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
CERCANO UNA DESTRA CHE GIA C’E’, SI VERGOGNANO SOLO A DIRE CHE RENZI LI RAPPRESENTA
Siamo uno dei pochi blog a destra schierato in difesa del mantenimento del reintegro del lavoratore
ingiustamente licenziato.
Ma siamo in buona compagnia: quella del 65% del popolo italiano.
Lo diciamo perchè, al netto di chi non si esprime o non ha maturato un’idea al riguardo della proposta renziana di abolizione dell’art 18, solo il 30% degli italiani la pensa diversamente da noi.
Aggiungiamo: per fortuna esiste un blog, largamente diffuso e seguito dai media, che non è su posizioni liberiste perchè una buona parte dell’elettorato di centrodestra, quando esprime il proprio voto, non mette la crocetta sulla Fiat di Marchionne, sul simbolo di Confindustria o sul logo del boy scout che si perdeva nel bosco.
L’Italia è governata da un grande truffatore senza patria che per scalare il potere ha nell’ordine: vinto le primarie del Pd facendo votare chi non aveva titolo (ci voleva Bersani per permettere agli elettori di centrodestra di decidere chi dovesse essere il segretario del Pd), pugnalato alle spalle Enrico Letta dopo avergli giurato fedeltà , fatto un accordo con un pregiudicato e poi concordato tutte le riforme con un ex macellaio divenuto banchiere plurinquisito, coopato come ministri una corte di figuranti e madonnine votive sciatte per non fargli ombra, imposto una legge truffa che toglie spazi di democrazia, venduto alla Troika, pur di non vedersi commissariato per inettitudine, i diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzioni, praticato il voto di scambio con l’elargizione di 80 euro a chi ne guadagna 1480 senza nulla dare a pensionati al minimo e a disoccupati.
Senza contare le balle stratosferiche che questo soggetto continua a raccontare ogni giorno per trovare scusanti a ogni sua promessa mancata.
E che fa la destra politica?
Gongola per l’abolizione dell’art. 18, esprime il livore rancoroso verso il “sindacato” in generale, inneggia al libero mercato senza controlli, quello che ha permesso a pochi delinquenti di distruggere le economie di intere nazioni.
“Le riforme di Renzi sono le nostre” squittisce qualcuno: ha ragione, i poteri forti hanno giocato la carta Renzi per continuare a speculare sulla pelle degli onesti, infatti avete mai sentito Renzi promettere misure draconiane contro gli evasori fiscali?
Renzi con gli 80 euro non ha aiutato i deboli, ma solo chi poteva votarlo alle Europee.
Il reintegro dei lavoratori da parte del giudice di merito è previsto in tutta Europa, a parte la Spagna, la battaglia del governo è solo una marchetta che Renzi deve fare alla Ue per meritarsi di sforare il 3% .
E non serve a nulla perchè già la legge Fornero prevedeva i casi di licenziamento per giusta causa.
E arriviamo a sentir dire da Renzi che “deve essere l’imprenditore a decidere se un lavoratore va tenuto o meno, non un magistrato” e qui siamo al ridicolo.
Allora perchè non facciamo decidere ai capimandamento se un picciotto ha sgarrato o meno?
O alla cupola della ‘ndrangheta a chi deve essere assegnato un appalto?
Sono anche loro parti in causa, a che serve la magistratura, a che serve la legge, la norma, l’accertamento dei fatti contestati?
L’imprenditore ha ragione a prescindere, dicono Renzi e i liberisti nostrani.
Noi stiamo con chi, meno di un secolo fa, certi capitalisti senza scrupoli li attaccava al muro e magari imponeva loro di costruire un ospedale per bambini come il Gaslini, se volevano evitare la galera.
Punti di vista, certo.
Ma anche cronica mancanza di conoscenza di norme e regolamenti, di analisi politica e approfondimento da parte di tanti che vedono la destra come modo di sfogare rancori, perennemente con la bava alla bocca.
Senza capire che sono liberi certamente di rappresentare quel 10% di italiani che detengono il 70% delle ricchezze nostrane, ma fino a che non faranno una legge per cui può votare solo chi possiede qualche milione di euro in beni patrimoniali, al massimo governeranno l’esclusivo circolo nautico in compagnia di Previti.
Perchè il mondo vero sta fuori da questa logica aberrante per fortuna.
La Costituzione parla di funzione sociale dell’impresa, non di rinuncia ai diritti.
E i diritti li difende, in caso di contestazione, la legge, non il libero arbitrio.
Come la sicurezza la difendono le forze dell’ordine, non i giustizieri della notte.
Se poi qualcuno ha scambiato il pataccaro di Firenze per lo sceriffo di Nottingham o Marchionne per un contribuente dello Stato italiano sarà opportuno che vada da un buon oculista.
In regime di libero mercato troverà sicuramente chi fa al caso suo.
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
DURI INTERVENTI DI D’ALEMA “NON CI SONO SOLDI PER QUESTA RIFORMA” E BERSANI “QUI METODO BOFFO PER CHI NON LA PENSA COME TE”
La resa dei conti nel Partito democratico sul tema del lavoro va in scena alla direzione nazionale. Dopo i dibattiti sui giornali e a cavallo di Italia e Stati Uniti (dove Matteo Renzi era in viaggio nei giorni scorsi), è il tempo del faccia a faccia sul Jobs Act (qui il contenuto della riforma punto per punto).
Apre il presidente del Consiglio e lancia la sfida ai sindacati, senza escludere la possibilità di confronto.
La mozione della segreteria viene approvata con 130 voti favorevoli, 11 astenuti, 20 contrari. Un esito che il premier indica come il nuovo corso del Pd: “Noi oggi abbiamo detto con serenità che gli imprenditori sono dei lavoratori e non dei padroni e che la sinistra si candida a rappresentarli”.
E dà mandato al vicesegretario Lorenzo Guerini di trattare con la minoranza per un documento finale comune.
La mediazione alla fine salta, le minoranze votano in ordine sparso ma per il premier nulla cambia: a questo punto, intesa o meno, la direzione ha deciso e “da oggi tutti dovranno adeguarsi”.
Quindi, per quanto riguarda le discussioni interne al partito “sono belle anche quando non siamo d’accordo” però poi “alla fine si vota allo stesso modo in Parlamento. Scontro D’Alema-Renzi
Durante la direzione risponde dura la minoranza Pd, guidata da Massimo D’Alema che fa i conti in tasca all’esecutivo: ”Ho sentito frasi che hanno scarsa attinenza con la realtà . Non è vero che l’articolo 18 è un tabù da 44 anni perchè è stato cambiato 2 anni fa. Questa riforma costa più di 2 miliardi e mezzo e non bastano i soldi annunciati”.
Nel corso della direzione, oltre a D’Alema, interviene duramente anche l’ex presidente dem Gianni Cuperlo: “Non c’è un dominus nel Pd, si cerchi la sintesi”.
Il presidente del Consiglio nel suo discorso iniziale dimostra di non voler cambiare obiettivo, ma si dice disposto a modificare (seppur di poco) la strada individuata per ottenerlo.
E per questo si dice disposto ad un dialogo, anche con la minoranza democratica. La prima, importante novità è l’apertura di Renzi alle parti sociali: “Sono disponibile a riaprire la sala verde di palazzo Chigi per un confronto con Cgil, Cisl e Uil e tutti gli altri sindacati. Li sfido su tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, il collegamento con la contrattazione di secondo livello e il salario minimo”.
La minoranza democratica, che resta almeno nei numeri una piccola parte di quelli che poi voteranno contro (o si asterranno) spara però a zero sul segretario Pd.
Se non fosse bastato il riscontro della “fattibilità degli annunci” di Massimo D’Alema (“Basta slogan”), arriva l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani: “Noi non andiamo nel baratro per l’articolo 18, ma per il metodo Boffo. Qui se qualcuno vuole deve poter dire la sua senza problemi”.
Non è da meno Pippo Civati: “Su Rai 3 domenica sera ho visto un premier che diceva cose di destra, simili a quello che diceva la destra dieci anni fa”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
DA RETE IMPRESE UN SECCO NO AL TENTATIVO DEL PREMIER DI INGROSSARE I SALARI CON SOLDI NON SUOI: “SAREBBE IL COLPO DI GRAZIA”
Per le piccole imprese impensabile anticipare il tfr in busta paga. 
Lo sottolinea Rete imprese Italia secondo cui “in questa fase di perduranti difficoltà per il nostro sistema produttivo, è impensabile che le piccole imprese possano sostenere ulteriori sforzi finanziari, come quello di anticipare mensilmente parte del Tfr ai dipendenti”.
E’ stato il premier Matteo Renzi ad annunciare che il governo lavora perchè “il Tfr possa essere inserito dal primo gennaio 2015 nelle buste paga, attraverso un protocollo tra Abi, Confindustria e governo per consentire un ulteriore scatto del potere di acquisto”.
La risposta non si è fatta attendere.
“Dopo aver subito, soltanto nell’ultimo anno, una contrazione del credito erogato dal sistema bancario del 5,2% – ha osservato Giorgio Merletti, presidente di Rete imprese Italia e di Confartigianato – pari a oltre 8 miliardi di euro, ora alle piccole imprese verrebbe chiesto di erogare diversi miliardi in anticipazione del Tfr. Siamo di fronte alla ‘misura perfetta’, se si vuol dare una mano a far chiudere decine di migliaia di piccole imprese che stanno resistendo stremate da 6 anni di crisi e difendono in tal modo migliaia di posti di lavoro”.
Secondo il presidente Merletti “per i lavoratori il Tfr è salario differito, per le imprese un debito a lunga scadenza. Non si possono chiamare le imprese ad indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti”.
“Va sottolineato infine – conclude Merletti – che il trasferimento di tutto il Tfr, o di una parte di esso, nelle buste paga significa azzerare la possibilità , per moltissimi lavoratori, di costruire una previdenza integrativa dignitosa”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LE INDISCREZIONI SULLA “SQUADRA DI GOVERNO” ALTERNATIVA A QUELLA DI RENZI PROVOCANO UNA LEVATA DI SCUDI… PER ILLY “NON E’ ABBASTANZA DIPLOMATICO”
Tutti contro Diego.
Le indiscrezioni su una prossima discesa in campo di Diego Della Valle, patron di Tod’s e grande socio della Nuovo Trasporto Viaggiatori al fianco di Luca di Montezemolo oltre che di Rcs, con una “squadra di governo” alternativa a quella di Matteo Renzi, composta da manager e guidata (ammesso che accetti) dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, provocano una levata di scudi quasi unanime da parte dei maggiori quotidiani.
A partire proprio dal Corriere della Sera, di cui l’imprenditore marchigiano, che tre giorni fa ha bollato come “incontro tra due grandissimi sòla” la conferenza stampa congiunta del premier e del numero uno di Fca Sergio Marchionne, è appunto uno dei principali azionisti.
Ma, come è noto, in rotta con l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane e con il primo socio (attraverso Fiat) John Elkann.
Il quotidiano di via Solferino, in un editoriale firmato da Pierluigi Battista e titolato “Della Valle faccia solo l’imprenditore”, evoca le “velleità politiche del magnate dell’industria Arnheim” ne L’uomo senza qualità di Robert Musil per concludere: “Finì male. Facile profezia”.
In parallelo, un articolo di Andrea Garibaldi ricorda come, quando l’amico Montezemolo progettava a sua volta l’ingresso in politica, Della Valle gli consigliasse di “restarne fuori”.
E sostiene che lo stesso, a parti invertite, sta accadendo oggi: “Gli amici più cari stanno sconsigliando Della Valle: “Perchè rovinarti la vita con la politica?””.
Repubblica, che domenica ha dato la notizia di una prossima “salita al Quirinale” di Della Valle per presentare la lista di ministri al capo dello Stato Giorgio Napolitano, scrive invece che “la politica boccia la discesa in campo” di mister Tod’s.
Il quotidiano di Largo Fochetti cita il “diluvio di critiche” che arrivano dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, dal governatore della Toscana Enrico Rossi, dall’Ncd Fabrizio Cicchitto e dal deputato di Forza Italia Maurizio Bianconi.
E intervista l’imprenditore Riccardo Illy, ex sindaco di Firenze e presidente della Regione Friuli, che a sua volta dà l’altolà : “Non mi pare abbia la diplomazia necessaria per fare il politico…”.
In effetti “Diego” è noto per l’abitudine agli attacchi trasversali: dall’“arzillo vecchietto” Giovanni Bazoli al presidente di Fiat Elkann (“Imbecille”), passando per il “furbetto cosmopolita” Marchionne (“Prima di offendere inizi a pagare le tasse in Italia) e il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (che aveva criticato su Twitter la società del treno Italo dandola per vicina alla chiusura) ”mantenuto da noi italiani per decenni con stipendi principeschi”.
Per non parlare dei ministri dell’esecutivo Renzi, di cui ha avuto modo di dire di averne incontrati cinque di cui “due bravi e tre emeriti deficienti“.
Quanto al Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi dedica a “I segreti di Della Valle” l’apertura della prima pagina e un articolo dedicato al “partito degli snob”, in cui il patron della Fiorentina viene accomunato agli altri “ricchi, carini, vincenti e glamour” (il primo della lista, secondo il Giornale, è Montezemolo, seguito da Mario Monti e Corrado Passera) che “ci hanno già provato ma gli è andata male”.
Non solo: il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti ricorda che Giulia D’Alema, figlia dell’ex premier e ministro che domenica dalla prima pagina del Corriere ha attaccato Renzi (“Istruito da Verdini sulle riforme”), lavora come Marketing and event specialist nella sede newyorkese di Tod’s.
E ipotizza addirittura un “debito di riconoscenza (di D’Alema, ndr) nei confronti del fustigatore numero uno di Renzi.
L’unico che apre all’ipotesi di un “intervento” di Della Valle?
L’amico Clemente Mastella. L’ex Guardasigilli, ex leader dell’Udeur, ex europarlamentare ed ex sindaco di Ceppaloni confida infatti a Repubblica che “dal punto di vista politico la situazione lo richiederebbe”.
Ma “sul piano personale gli direi di pensarci bene”.
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE HA PRONTO IL SUO PREMIER: VISCO
Sta lì, assiso, e osserva l’effetto che fa. 
Il sasso che rotola o, meglio, la scarpa Tod’s che irrompe in politica. Diego Della Valle non vuole costituire partiti, assemblare movimenti o scaldare un gruppo di saggi per le riforme: scardinare il governo di Matteo Renzi, questa la prerogativa.
È convinto che sia un valido portavoce per far sentire lo scontento di un pezzo di Parlamento, di un agglomerato di imprenditori, finanzieri, investitori e di semplici cittadini delusi dal fiorentino.
E questi preliminari, consumati con le invettive televisive e le indiscrezioni sui giornali, sono il metodo per decifrare le reazioni.
Il nome per sostituire Renzi ce l’ha, e lo utilizza per interrogare i suoi (eventuali) sostenitori: Ignazio Visco, numero uno di Bankitalia, una figura tecnica, evocato giorni fa, guarda caso, proprio dal Corriere della Sera di cui il signor Tod’s è azionista.
Questo di Della Valle non è il piano per il ritorno a una tecnocrazia già fallita e mai rimpianta, Mario Monti è un senatore esule, ormai: no, il signor Tod’s vuole dimostrare che le alleanze si possono fare anche senza quelli che considera “i Pacciani della politica” e che oltre Renzi non c’è il deserto: “Non è Matteo l’ultima speranza”. Non ci sono scadenze precise e gerarchie definite, ma Della Valle lavora sottotraccia per allestire un esecutivo ombra per poi conquistare la luce (e il consenso?): il governatore Visco; e anche l’ex ministro omonimo Vincenzo Visco; il deputato Alberto Bombassei (Scelta Civica), socio con Luca Cordero di Montezemolo in Italo e la sempre più nutrita truppa di oppositori al renzismo.
Al rientro da Parigi, dopo aver scagliato l’offensiva, Della Valle finge una frenata, pura tattica: “Nelle prossime ore vi farò conoscere in pubblico le mie intenzioni. Ma un fatto è evidente: l’Italia non può continuare — dice ai suoi interlocutori più fidati — con le Boschi e i Verdini e un uomo solo al comando che vuole aumentare il suo potere e se ne frega di un paese sfasciato”.
Il marchigiano sta per compilare una lista di governo per proporre l’alternativa a Renzi.
A chi? Ai partiti, agli elettori, a chiunque possa cacciare l’ex amico Matteo da palazzo Chigi: “Il mio tempo massimo sono uno o due mesi”, ripete.
E Renzi ha ammesso di conoscere l’attivismo di Diego; ora sono più chiare le ambizioni o le velleit�
La politica ha sempre affascinato Della Valle, l’impegno diretto non l’ha mai convinto: neanche l’associazione Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo l’ha coinvolto, all’epoca.
Ci sono tre episodi che hanno allontanato il signor Tod’s da Renzi: la scelta di arruolare Federica Guidi al ministero per lo Sviluppo Economico (e i provvedimenti sfavorevoli a Italo) ; il trasferimento di Mauro Moretti (ex Ferrovie, odiato da Ntv) a Finmeccanica e la conseguente promozione di Michele Elia ai vertice dei treni di Stato.
In contemporanea, Renzi ha smesso di ascoltare i consigli di Della Valle e s’è gettato in braccio a Denis Verdini, tra gli emissari meno presentabili di Silvio Berlusconi.
Con l’ex Cavaliere sempre più debole, una sinistra pronta a implodere, un centro inesistente e le fugaci apparizioni di Corrado Passera, Della Valle pensa di poter rappresentare un blocco, un estratto di Italia tra uomini in giacca e cravatta e anime smarrite in Parlamento.
C’è una caratteristica che unisce ancora Matteo e Diego: la vanità .
Al signor Tod’s piace pontificare in televisione, scoprire ammiratori, fare “ammuina”, confusione.
In queste battaglie tra sistemi non più comunicanti e non più intersecati, i sentimenti di orgoglio (o di vendetta) prevalgono.
Un esempio: non sopporta la plateale sintonia tra Sergio Marchionne e il presidente del Consiglio.
Carlo Tecce
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
PERCHE’ RENZI NON RIDIMENSIONA QUESTI A COSTO ZERO?
Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai “poteri forti”.
Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva in cosa consistessero i poteri forti, e cosa intendesse fare, il nostro premier ha preferito glissare.
Non sappiamo perciò cosa abbia in mente, oltre forse il sindacato e la battaglia sull’articolo 18.
Vorremmo allora suggerirgli due poteri davvero forti che può fortemente ridimensionare senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.
Gli basterà utilizzare la forza datagli dal voto delle primarie e dal voto europeo.
Il primo è rappresentato dalla lobby delle concessioni autostradali. Oggi costituiscono una barriera importante alla mobilità del lavoro: milioni di italiani pagano i pedaggi autostradali ogni giorno per recarsi dove lavorano.
E i pedaggi continuano ad aumentare (4 per cento quest’anno e l’anno scorso a fronte di un’inflazione vicina allo zero), nonostante il traffico sia in forte riduzione, un caso tipico di abuso del potere di monopolio che viene loro concesso dallo Stato.
Aumentano i profitti delle concessionarie, che registrano redditi lordi (prima di imposte e interessi) del 60%, mentre calano gli investimenti nella rete, che intervengono comunque sempre in ritardo rispetto ai piani concordati.
Come spiega molto bene Giorgio Ragazzi su lavoce. info, nonostante tutto questo le concessionarie continuano ad ottenere proroghe e l’art. 5 dello sblocca-Italia estenderà le concessioni del gruppo Gavio addirittura fino al 2038.
Insomma, mentre si decide giustamente di abolire i senatori a vita, si istituiscono le concessionarie autostradali a vita
Una seconda potente lobby che blocca il nostro Paese è rappresentata dalle fondazioni bancarie, vero e proprio cavallo di Troia della politica nel nostro sistema bancario e finanziario.
Continuano a tenere sotto controllo le banche con quote importanti e nominando i consiglieri d’amministrazione: il 50% delle fondazioni ha quote superiori al 5% nelle banche conferitarie, il 31% detiene più di un quinto delle quote, il 15% addirittura più del 50%.
Le due banche più grandi – San Paolo e Unicredit – sono dominate dalle fondazioni. Ridurre l’ingerenza della politica nelle banche, impedire che si passi dalla politica alle banche per tornare alla politica come se si stesse salendo su un tram (il caso di Sergio Chiamparino) o che un legislatore di fondazioni entri con disinvoltura in un consiglio (è il caso di Roberto Pinza) è fondamentale per almeno tre motivi.
Primo, perchè una buona struttura proprietaria rende più efficiente il sistema finanziario facendo sì che i soldi vadano a chi li merita maggiormente perchè ha idee migliori anzichè a chi è più connesso con i politici.
Di riflesso, il sistema bancario è più stabile rendendo il Paese meno vulnerabile alle crisi. È la ragione che ha portato l’Fmi e la Banca d’Italia nell’ultima relazione a riproporre questo tema.
Secondo, perchè staccandole dalle banche si salvano le fondazioni da morte certa e si proteggono quelle funzioni di utilità sociale che questi enti dovrebbero perseguire (hanno in media calato le loro erogazioni del 30% negli ultimi 3 anni).
Terzo, perchè si riconducono i partiti alle loro funzioni primarie. Se vogliono occuparsi di credito, lo facciano in Parlamento.
Sia nel primo caso, che nel secondo non c’è bisogno di alcuna legge. Per le autostrade basta semplicemente mettere a gara le concessioni, rimettendo mano allo sblocca-Italia. Anche per le fondazioni nessuna legge è richiesta: la legge c’è già e prevede la separazione tra fondazioni e banche.
Viene sistematicamente disattesa come documentano, tra gli altri, i casi macroscopici di Siena, Genova, Ferrara, Teramo, Pesaro, Macerata, Saluzzo e Bra.
Manca un atto di volontà di chi oggi gestisce le fondazioni di fare quello che, oltre alla legge, suggerisce anche il buon senso: vendere le partecipazioni nelle banche e investire nel settore del credito tanto quanto investono nell’alimentare.
Basterebbe che Renzi, come segretario del Pd, impegnasse il suo partito a far uscire le fondazioni dalle banche liquidando le partecipazioni nelle banche conferitarie, chiedendo ai membri del suo partito che occupano posizioni di rilievo nelle fondazioni di procedere in tal senso.
Gli esempi non mancano: il presidente della Fondazione Banco di Sardegna è un ex senatore del Pd e la fondazione controlla il 49% del Banco di Sardegna; le fondazioni, secondo la ricostruzione del Fondo monetario internazionale, esprimono oltre i due terzi dei boards di Unicredit e Intesa San Paolo; il caso della Fondazione Monte Paschi è sotto gli occhi di tutti
Il premier Renzi ha giustificato il capitale politico da lui investito nella riforma del senato, paragonando questa riforma al pin che serve per poter fare le telefonate da un cellulare: fatta quella riforma, ha sostenuto il nostro presidente del Consiglio, si potrà iniziare a riformare pezzo per pezzo il Paese dove è necessario.
Varare le leggi però è laborioso, soprattutto quando, usando la sua stessa metafora, non si possiede ancora il pin.
I due interventi che suggeriamo su autostrade e fondazioni sono molto importanti, molto utili e “scrostanti” e possono essere attuati fin da subito senza approvare leggi, senza decreti e senza bisogno di formare altre maggioranze, ma usando il potere che gli è proprio e quel consenso enorme che ha ottenuto alle primarie del suo partito e poi alle elezioni Europee.
Servirà per favorire la mobilità e la miglior allocazione delle persone e dei capitali, due cose di cui il Paese ha immenso bisogno per uscire dalla stagnazione.
Tito Boeri e Luigi Guiso
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL PUNTO DI VISTA DELLA DESTRA LIBERALE
La discussione sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha riacceso gli animi, riaperto i confronti,
reso ancora più “ardenti” gli scontri e fatto consumare i soliti luoghi comuni.
E’ vero che in una fase di crisi come quella attuale, discutere dell’articolo 18 potrebbe sembrare “il non problema”.
Anzi, probabilmente lo è per certi versi, perchè se tante aziende hanno chiuso i battenti e continuano ancora a farlo, se tanti disoccupati ci sono in giro e sembrano destinati ad aumentare, se nessuna speranza concreta di ripresa si intravede all’orizzonte, oggettivamente, parlarne potrebbe rappresentare una mera speculazione filosofica o di sistema in generale.
Ma “potrebbe”, non è detto che lo sia. La verità è che l’esistenza di una situazione così drammatica come quella che vive il nostro Paese, impone tante riflessioni, anche quando potrebbero sembrare “di secondo piano”.
E’ una questione di corretta impostazione delle discussioni, delle analisi e delle sintesi, anche operative.
L’articolo 18 è la solita bandiera di un sistema che non tutela realmente il sistema competitivo e che tende solo ad omologare verso il basso.
E’ vero che la stabilità di tanti posti di lavoro può determinare una stabilità dei flussi di mercato agendo direttamente sul rapporto tra “domanda” ed “offerta”.
E’ vero che se c’è stabilità è più facile avere un mutuo, ad esempio, o un piccolo finanziamento per altre necessità .
Ma nulla potrà mai mettere seriamente in discussione l’antefatto logico della “stabilità “.
Un sistema è stabile quando la sua economia è florida, quando produce ricchezza, quando riesce a stimolare la competitività e la sana competizione tra gli attori sociali. Un sistema è stabile quando la passione e la sfida non trovano ostacoli negli eccessivi gravami di sistema perchè, tra la stabilità e l’artata imposizione di privilegi ne passa. Se un dipendente, pubblico o privato che sia, non è all’altezza del proprio compito deve poter essere rimosso senza se e senza ma.
E’ assurdo che esista ancora il “ricatto” della “tutela reale”.
E’ assurdo che si debba ancora pagare “dazio” al sistema sindacale, perchè quello sì che “compra e vende” come se nulla fosse!
E’ assurdo che tanti oneri di gestione siano così assorbenti e devastanti da determinare una lievitazione dei nostri prezzi in misura tale da rendere le nostre aziende incapaci di competere sul mercato, soprattutto internazionale.
Ancora più assurdo è non vedere la verità .
Senza lavoro l’uomo non è niente. E senza le imprese il lavoro non si crea.
La “mediazione meritocratica” tra i due momenti è “necessariamente necessaria”, proprio come la riflessione profonda e sulla definzione di contesto sui nuovi lavori, perchè un Paese riesce ad avere una storia vera e seria solo se riesce ad immaginarsi nel corso del tempo dandosi una dimensione in profondità e larghezza.
Sterili e fuorvianti, poi, le varie coloriture della solita cultura “populare” e populista; le varie discettazioni, del tutto infondate, di possibili rapporti tra l’articolo 18 e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
La salute dei lavoratori sul luogo di lavoro non si tutela col famigerato articolo 18 ma con gli adempienti previsti dal D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.
La sintesi va quindi da sè. L’articolo 18 va abolito. Le misure per la sicurezza dei lavoratori vanno migliorate. Il lavoro si acquisisce e si conserva per merito.
La salute si tutela con la specifica normativa di settore. Semplice.
Concettualente scontato, anche se una “certa sinistra” se ne scorda…
Salvatore Castello
Right BLU — La Destra Liberale
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