Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO RENZI VOLEVA MANTENERE L’ART. 18 E LO DIFENDEVA A SPADA TRATTA
Uno specchietto per le allodole, un totem ideologico, una cosa che “non interessa nessun
imprenditore e nessun precario”.
L’articolo 18 è “un falso problema”, un modo per “non parlare dei problemi reali” concentrandosi solo sulle “fisime ideologiche”.
Quanto era combattivo Matteo Renzi quando era lontano da Palazzo Chigi e si candidava alle primarie del Pd.
Oppure quando si preparava alla rivincita mentre Bersani cercava di vincere le elezioni.
Risentire oggi, o rileggere, quelle parole è illuminante oltre che agghiacciante.
Lo scarto tra i “due Renzi” è straordinario e descrive egregiamente la natura del personaggio.
Quello che era vero ieri oggi diventa falso e viceversa.
L’annuncio di allora viene smentito e così via in una girandola di dichiarazioni, frasi a effetto, sortite improntate all’effimero e al giorno per giorno.
Fino a quando sarà possibile, fino a quando potrà durare.
Era così netto nelle sue ipotesi di “Jobs Act” — fatto tutto di tutele crescenti, vere, e di ampliamento dei diritti — che il segretario della Fiom, Maurizio Landini, lo prendeva sul serio e gli chiedeva, addirittura, di allargare l’articolo 18 a tutti.
Si pensi all’intervista a La Stampa rilasciata all’inizio del 2012 quando il governo Monti stava preparando la riforma dello Statuto tramite la legge Fornero: “L’articolo 18 è un gigantesco specchietto per le allodole” spiegava Renzi tutto serio.
“Se ci interessano gli aspetti tecnici sentiamo che hanno da dire Pietro Ichino e Stefano Boeri (in realtà si tratta di Tito, ndr) mentre se ci interessa l’aspetto politico, mi pare che il tema ruoti attorno a un totem ideologico”.
Ancora più forte la dichiarazione del 24 marzo di quell’anno, a margine dell’assemblea nazionale dei giovani di Confartigianato: “L’articolo 18 è ormai soprattutto un simbolo, non una discussione concreta per la vita degli imprenditori. Non ho mai trovato un imprenditore che mi abbia posto il problema dell’articolo 18 come ‘il’ problema della sua azienda. E non ho mai trovato un ragazzo di 20 anni che mi abbia posto il tema dell’articolo 18 come fondamentale per la sua carriera”.
La frase, identica, fu poi ripetuta a giugno dello stesso anno, durante una puntata di Servizio Pubblico di fronte a un attento Michele Santoro.
Non si trattava di battute “dal sen fuggite”, perchè Renzi, in quei giorni, spiegava a tutti che per la crescita il governo Monti avrebbe dovuto “snellire la burocrazia, dare tempi certi alla giustizia, abbassare la pressione fiscale”.
“È su questo che Bersani dovrebbe incalzare molto di più il governo e che si gioca il futuro del centrosinistra, non sull’articolo 18” affermava in una intervista al Mattino. Il 31 marzo, alla conferenza programmatica del Pd di Firenze, ribadiva il concetto: “L’articolo 18 è un falso problema”.
“L’articolo 18 — aggiungeva — è una importante legge del 1970, ma a me interessa dire che se vogliamo aiutare le imprese e l’occupazione di questo territorio bisogna fare cose concrete e creare posti di lavoro”.
Dopo la riforma Fornero, Renzi decideva di omaggiare il ruolo di Pier Luigi Bersani: “Il fatto che sia stato reintrodotto il principio del reintegro nella riforma dell’articolo 18 segna una vittoria del Pd e del suo segretario Pier Luigi Bersani”.
A Lucia Annunziata che lo intervistava il 17 giugno 2012 diceva invece che l’articolo 18 è “un totem, un falso problema”.
Poi, lanciando ufficialmente la sua campagna per le primarie del Pd, al Palazzo della Gran Guardia di Verona, ripeteva queste ispirate parole: “Il problema del diritto del lavoro non è l’articolo 18, non c’è collegamento fra quello e la precarietà . Il nostro obiettivo è ridurre le norme sul lavoro e semplificarle”.
Anno nuovo, il 2013, stessa musica.
Il 7 gennaio, durante l’inaugurazione di Pitti Immagine Uomo, si cimentava in una citazione classica: “Sull’articolo 18 c’è la dimostrazione plastica di guardare il dito mentre il mondo ci chiede di guardare la luna”.
Quando diventa segretario del Pd, dopo una campagna per le primarie in cui dell’articolo 18 non dice nulla, riunisce la direzione del suo partito per presentare il Jobs Act come una “prospettiva per l’Italia” perchè, dice di nuovo senza ridere, “con le riforme istituzionali non si mangia”.
“Se rimettiamo il paese a discutere dell’articolo 18 facciamo la solita grande manfrina mediatica che entusiasma gli addetti ai lavori e non riusciamo a essere credibili innanzitutto con i nostri”.
Meglio di come lo diceva lui non saprebbe dirlo nessuno.
Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE BAGARELLA E CIANCIMINO SI ACCODANO ALLA RICHIESTA DI ASSISTERE ALL’UDIENZA
Ha seguito tutte le udienze del processo trattativa collegato in videoconferenza dal 41 bis, non si è perso una sola deposizione.
Adesso, il capo di Cosa nostra vuole una diretta anche dal Quirinale, per vedere e ascoltare il più importante di tutti i testimoni citati dalla procura, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
«Salvatore Riina chiede di partecipare all’udienza che si terrà al Colle – annuncia l’avvocato Luca Cianferoni – è un suo diritto come imputato di questo processo».
La difesa del padrino di Corleone vuole una videoconferenza fra il carcere di Parma, dove è detenuto Riina, e il Quirinale.
«È un’udienza come le altre – dice ancora Cianferoni – la corte europea per i diritti dell’uomo ha ribadito più volte che la partecipazione alle udienze è un diritto assoluto dell’imputato, pena la nullità dell’intero processo».
Così, però, la preparazione dell’audizione al Quirinale si complica.
Anche perchè non c’è solo Riina a volere la diretta.
«Pure Leoluca Bagarella ha il diritto di partecipare », annuncia l’avvocato Giovanni Anania, legale del cognato di Riina.
L’imputato e testimone Massimo Ciancimino vuole invece salire di persona al Colle, rivendica «il merito di aver avviato il processo per la trattativa».
Dice: «Mi hanno impedito di ascoltare la telefonate di Napolitano con Mancino, non possono togliermi il diritto di partecipare a un’udienza così importante».
Intanto, l’audizione del Capo dello Stato diventa anche un caso politico.
Fabrizio Cicchitto di Nuovo Centrodestra, lancia un tweet: «La citazione di Napolitano è un’indubbia prova di arroganza della magistratura».
Non la pensa così il presidente del Senato Piero Grasso: «Anche io ho testimoniato a questo processo, e avendo la possibilità di scegliere, sono andato a Palermo. Il capo dello Stato ha detto che non ha alcun problema a testimoniare ».
Claudio Fava, vice presidente della commissione antimafia, definisce l’ordinanza dei giudici «un atto normale». Il senatore M5S Vincenzo Santangelo attacca invece Napolitano: «Si dimetta e testimoni da comune cittadino, a porte aperte».
Il vero nodo da sciogliere è quello della presenza degli imputati, seppure in collegamento video.
Anche se l’ordinanza della corte sembra chiara, parla di «esclusione della presenza del pubblico e degli imputati, rappresentati dai difensori».
Così ha scritto il giudice Alfredo Montalto, che per disciplinare lo svolgimento dell’udienza ha richiamato l’articolo 502 del codice di procedura penale, quello che prevede «l’esame a domicilio del testimone».
Proprio questo articolo, nell’ultimo comma, prevede che «il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame».
È il riferimento che utilizzerà la difesa di Riina.
Ma a leggere bene l’ordinanza c’è un passaggio che sembra bloccare ogni richiesta degli imputati: l’articolo 502 si applica «nei limiti in cui sia compatibile ».
È questa la frase chiave che potrebbe lasciare fuori Riina, Bagarella e Ciancimino. Comunque, sulle istanze degli avvocati, i giudici dovranno pronunciarsi prima di organizzare la trasferta. Intanto, sono stati avviati i contatti con il Quirinale per la fissazione di una data.
Sul caso Riina, la procura non vuole entrare.
«La corte ha messo correttamente dei paletti», dice il procuratore aggiunto Vittorio Teresi.
«Poi sta alla volontà degli imputati chiedere o meno di partecipare. Noi non abbiamo alcun ruolo in questa fase, nè intendiamo intrometterci nelle decisioni delle altre parti del processo».
Salvo Palazzolo
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
MANCATA CATTURA DI PROVENZANO, SCARPINATO: “SENTIRE PENTITI E 007… LA DIFESA: SI RISCRIVE LA STORIA
Licio Gelli e la P2, Mino Pecorelli e le trame dei servizi, fino alle stragi del ’92-’94. Non solo flop
investigativi.
Il generale Mario Mori conosceva “alcuni aspetti” della strategia della tensione ma si guardò bene dal comunicarli, “anche riservatamente”, alle istituzioni.
Il Ros, insomma, aveva compiti di polizia giudiziaria, ma Mori lo avrebbe gestito come un servizio segreto: dal ruolo ambiguo nella fuga di Benedetto Santapaola nell’aprile del ’93 ai rapporti con Licio Gelli e la P2; dalle intercettazioni abusive al suo superiore Gianadelio Maletti ai tempi del Sid, alla disinformazione sul fallito attentato dell’Addaura; fino alle notizie, raccolte in carcere e mai comunicate all’autorità giudiziaria, in base all’accordo segreto tra Dap e Sisde conosciuto come “Protocollo Farfalla”.
Le prove che Roberto Scarpinato ha chiesto di acquisire nel processo di appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (imputati Mori e il suo collaboratore Mauro Obinu, assolti in primo grado) proiettano il ruolo del generale al centro della trama occulta che ha accompagnato la stagione stragista ’92-’94 e riscrivono la storia del Ros, il Raggruppamento operativo speciale, fiore all’occhiello antimafia dell’Arma, i cui segmenti hanno avuto un “modus operandi da appartenenti a strutture segrete”, come ha detto il pg citando la sentenza di condanna del generale Giampaolo Ganzer e Obinu per lo stesso reato di Michele Riccio (traffico di droga), con l’obiettivo di demolire l’argomento della difesa secondo cui il principale teste d’accusa sarebbe stato inattendibile perchè condannato.
Una condotta complessiva degli imputati, secondo Scarpinato, segnata da “una concatenazione seriale di omissioni e di violazioni dei doveri imposti alla polizia giudiziaria” che riscrive da capo il ruolo di Mori: sentito dai pm, il suo ex collega al Sid, Mauro Venturi lo accusa di avere scritto anonimi nella redazione di Op in combutta con Pecorelli.
Ma riscrive anche il ruolo di Obinu, che le nuove indagini indicherebbero come uno 007 dell’Aisi (ex Sisde), seppure non con compiti operativi.
Alla prima apparizione pubblica, dopo le minacce di cui è stato bersaglio nei giorni scorsi, Scarpinato, accompagnato dai colleghi Luigi Patronaggio e Ettore Costanzo, ha letto in aula la sua memoria di 25 pagine che introduce nel processo l’intreccio tra mafia, massoneria, destra eversiva e servizi deviati, terreno di coltura della strategia della tensione stragista tra il ’92 e il ’93, secondo un’ipotesi investigativa da sempre coltivata dalla Procura di Palermo.
E oggi rilanciata nel processo Mori, con una prospettazione molto più ampia di quella trattata in primo grado, al punto che il professor Enzo Musco, difensore di Mori e Obinu, commenta: “La strategia politico-giudiziaria dell’accusa è cambiata: il pg ha presentato un elenco infinito di richieste, una rassegna così vasta che temo si voglia rileggere la storia d’Italia degli ultimi 40 anni”.
Scarpinato ha chiesto l’audizione di 12 collaboratori (tra cui il pentito Rosario Flamia, che sostiene di essere stato a libro-paga dei servizi), la citazione di ex agenti del Sid (Mauro Venturi, che racconta che Mori lo pressava per entrare nella P2 e incontrare Gelli) e di magistrati che hanno indagato sulle trame golpiste degli anni 70 (l’ex pm, poi direttore del Dap, Giovanni Tamburino), l’assunzione di documenti sinora inediti come il “Protocollo Farfalla”, e la deposizione del direttore dell’Aise Arturo Esposito per verificare il ruolo di Obinu nel servizio segreto civile.
Ma non solo. Nella memoria, il pg rilegge episodi mai chiariti dell’attività del Ros in Sicilia segnalando che l’assoluzione di Mori e Obinu in primo grado (“perchè il fatto non costituisce reato”) deriva dal fatto che “il collegio giudicante in parte ignorava alcuni fatti che sono stati accertati successivamente”.
È l’esito della nuova attività investigativa della Procura nell’indagine-stralcio sulla trattativa, che ha evidenziato come “Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti quali Paolo Bellini e Angelo Siino, di alcuni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure — tenuto conto della sua esperienza di uomo dei servizi e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria — si sia attivato per allertare le istituzioni”.
Mario Mori nasce in Slovenia, nel 1939. Il primo incarico importante all’interno dell’Arma dei Carabinieri è quello per il Servizio informazioni difesa del ’72.
Sei anni più tardi viene trasferito all’Anticrimine di Roma. In seguito al sequestro Moro, il suo reparto viene coordinato da Dalla Chiesa.
Durante la permanenza nella Capitale arresta Barbara Balzerani.
Nell’86 passa a Palermo, dove si occupa dei rapporti tra mafia e imprenditoria. Quattro anni più tardi è tra i fondatori dei Ros, di cui assumerà la guida nel ’92.
A causa della mancata perquisizione del covo di Riina, Mori e il capitano De Caprio vengono rinviati a giudizio per favoreggiamento, accusa da cui saranno assolti.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
“PENSO SIA INNOCENTE E LA SENTENZA E’ ASSURDA, MA OCCORRE RISPETTARLA E DIMETTERSI PER AVERE CREDIBILITA’ NEL CRITICARLA”
“Penso che sia innocente e che quella sentenza sia sbagliata. Ma nello stesso momento faccio un pubblico appello a De Magistris: stai sbagliando a non dimetterti e a fare quelle dichiarazioni sui giornali”.
Antonio Ingroia, ex magistrato, prima ancora che come collega, parla da amico del sindaco di Napoli, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, per l’acquisizione illecita di tabulati nell’inchiesta Why Not.
“Sono stato difensore in sede disciplinare di De Magistris sulla vicenda dei tabulati – dichiara Ingroia ad HuffPost – questa sentenza è assurda. Ma i meccanismi della politica sono diversi: è il momento di dimettersi, non è mai troppo tardi come si suol dire”
Dott. Ingroia, il sindaco De Magistris è in trincea. Cosa pensa di quello che sta succedendo a Napoli?
Voglio dire due cose: penso che De Magistris sia innocente e che quella sentenza sia sbagliata. Sul piano giuridico una condanna per abuso d’ufficio è assurda, non essendoci alcuna prova della consapevolezza di De Magistris che quelle utenze appartenessero a parlamentari. Anzi, negli atti c’è la prova contraria. Sono molto curioso di leggere le motivazioni della sentenza, perchè so già che è sbagliata.
Ma…
Dopodichè, da un lato ci sono la storia e le posizioni che De Magistris ha sempre espresso, ovvero il rispetto per la magistratura e per le sentenze. Ma, come detto, i meccanismi della politica sono diversi e dovrebbero consigliare un senso di responsabilità a De Magistris, che comprendo umanamente ma non condivido sul piano istituzionale. E’ il momento di dimettersi e di acquisire maggiore credibilità .
La percezione di molti è che il sindaco sia attaccato alla poltrona
E’ facile che la gente possa pensare che il sindaco voglia solo difendere la poltrona, ma so che non lo fa per questo. So anche che il modo migliore per respingere l’accusa è quella di dimettersi per poter criticare la sentenza liberamente. Conosco l’uomo De Magistris, e so che lo fa per il suo carattere ostinato, tenace e caparbio, non disposto a cedere di un millimetro. Ma siccome è legittimo il sospetto, sarebbe molto forte da parte sua dare maggiore credibilità alle sue posizioni dimettendosi. Solo così può scindere il suo ruolo dalla sua persona. Due cose che vanno tenute separate. Questo vale, senza fare confronti e sovrapposizioni, per Silvio Berlusconi come per Luigi De Magistris
Non è troppo tardi per cercare una “riabilitazione”?
Come suol dirsi non è mai troppo tardi, se si fanno i passi giusti. Si può sempre recuperare.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“SOLO PROMESSE, IL SUO NON E’ L’UNICO GOVERNO POSSIBILE”
Matteo Renzi e Sergio Marchionne si incontrano nel quartiere generale di Chrysler ad Auburn
Hills, Michigan.
E dall’Italia, ospite di Otto e mezzo su La7, Diego Della Valle commenta: “E’ l’incontro fra due grandissimi sòla”.
Termine romanesco che sta per “chiacchieroni”, o meglio, come spiega lo stesso patron di Tods: “Persone che non mantengono ciò che promettono. E mi dispiace per Matteo – aggiunge- dell’altro ho già parlato in diverse occasioni”.
“Per me è imbarazzante discutere di lui che conosco da tanti anni, pensavo fino a qualche mese fa che potesse essere una risorsa per il paese e quando mi ha chiesto consiglio mi sono sempre messo a disposizione, ma i miei consigli erano sostenere Letta, farsi esperienza, farsi un’agenda internazionale e fare una buona squadra», dice l’imprenditore a Otto e mezzo, su La7.
“Renzi ha fatto tilt – continua Della Valle – è in stato confusionale, pensa di poter dire qualunque stupidaggine e contraddirla il giorno dopo. Dice che combatte i poteri forti ma oggi era a casa di un potere forte. Renzi non ha mai lavorato e quindi non può parlare di lavoro come noi. Pensavo fino a qualche mese fa che potesse essere una risorsa per il paese e invece non ha fatto una sola cosa di quanto ha promesso. L’unica iniziativa è stata dare gli 80 euro, copiando quello che ho fatto io nella mia azienda”.
“Renzi ha preso il 40% ovvero la metà dei votanti – sottolinea Della Valle – ma la maggior parte erano voti del Pd, e comunque non è il padrone del Paese e non è stato votato per fare il premier, si presenti alle elezioni. Siamo già all’ultima spiaggia con un premier ragazzo che promette e non conclude e ministri con poca esperienza, non è vero che è l’unico governo possibile”.
E alla domanda di Floris sull’ipotesi di una sua discesa in campo, Della Valle risponde: “Io non faccio politica ma se serve mi rendo disponibile a dare una mano”.
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SELFIE, EPURAZIONI E RITORNI DA SILVIO BERLUSCONI
Cancellato da uno scatto. Anzi, da un selfie.
Twitta l’epurazione Giacomo Bugaro: “Dimissionato per aver parlato con Berlusconi! Ne prendo atto, non pensavo si dovesse chiedere permesso per parlare: sbagliavo! Libertà ”.
Parole forti. Per solidarietà si dimettono un bel po’ di dirigenti di Ncd delle Marche. Volano parole grosse: “Provvedimenti illiberali, intervenga Alfano”.
Il selfie immortala il cupio dissolvi del Nuovo centrodestra.
E allora, ricapitoliamo. Bugaro, coordinatore (ora ex) di Ncd nelle Marche, vicino a Maurizio Lupi, area filo-berlusconiana del partito, giovedì pomeriggio varca il portone di palazzo Grazioli.
Quando esce, su twitter compare un selfie con Silvio Berlusconi.
Poi, in un comunicato, il nostro spiega che è andato a palazzo Grazioli a parlare di futuro del centrodestra e della riunificazione dei moderati.
“Ma come?” “Lui che è un semplice coordinatore?” “Senza autorizzazione dei vertici?” si chiedono i colonnelli di Alfano.
Scatta la tagliola disciplinare, si sarebbe detto una volta. Tradimento, intelligenza col nemico.
Poche ore dopo, il comunicato: “Bugaro, preso atto della richiesta, ha rimesso il suo mandato”. Nel mezzo un incontro col Gaetano Quagliariello, già ministro per le Riforme, già saggio del Quirinale, ora coordinatore del partito.
Da quando è diventato uomo di partito, raccontano i maligni, ha scoperto i metodi forti. Spiega a Bugaro che così “ci metti in difficoltà ” e lo invita a riflettere sull’opportunità che resti “coordinatore delle Marche”.
“Gestione pessima, Bugaro gioca a fare il martire ma le cose non si gestiscono così”: è questa la frase che Alfano ascolta in decine di telefonate.
Accompagnata da quella dopo: “Ce ne siamo andati da un partito padronale e usiamo gli stessi metodi?”.
Il ministro dell’Interno ascolta, sente di avere tra le mani un partito in dissoluzione. Il caso monta. Bugaro, sconosciuto ai più, diventa il martire del giorno. Parla, twitta, si presenta al convegno del Ppe di Perugia dove sono i vertici di Forza Italia: “Sono scioccato dall’espulsione” ripete
Quagliariello, invece, tiene il punto. E posta su facebook un colto richiamo all’ordine. Questo: “Come ci ha spiegato qualche tempo fa Machiavelli, nelle cose della politica ci vuole anche fortuna. Nessuno può essere sicuro che la propria impresa riesca, ma sta a ciascuno affrontarla con dignità . Fin quando sarò io il coordinatore di Ncd, la nostra non sarà mai una storia ‘contro’ ma certamente sarà una storia ‘altra’. C’è chi ha lanciato il concorso ‘torna a casa Lassie’. Chi vuole si iscriva pure, ma sapendo che non è compatibile con l’altra storia che stiamo scrivendo. Bisogna scegliere: o si partecipa al concorso o si vive l’avventura di Ncd. Anche se a volte si tratta di una vita difficile , meglio una vita da cani che una nostalgia canaglia!”.
Il selfie rischia di agevolare l’operazione Lassie, ovvero il ritorno in Forza Italia. “Complimenti, dall’operazione Lassie all’operazione selfie” dicono i critici di Alfano. Ormai parecchi parlamentari di Ncd parlano più con Arcore che con Alfano e Quaglieriello.
Al Senato, come ha scritto l’HuffPost, sarebbero una decina pronti a tornare. Per questo Alfano vorrebbe accelerare sul gruppone centrista, già la prossima settimana, che riunisce Ncd, Udc, Popolari per l’Italia e ciò che resta di Scelta civica.
Avrebbe già tracciato gli organigrammi con il casiniano Giampiero D’Alia capogruppo alla Camera e Renato Schifani alla guida dei senatori.
Un modo per “tenere dentro Schifani” perchè la sua insofferenza è al livello di guardia.
E ha già avuto più di un contatto con Arcore per il grande ritorno.
Il problema è che i capi del centrino sono già in ordine sparso: Casini frena, Cesa accelera, dentro Ncd in parecchi la considerano un’operazione sbagliata.
A partire dall’ala che vorrebbe ricostruire un centrodestra con Berlusconi, ala che fa capo al ministro Maurizio Lupi, al capogruppo Nunzia De Girolamo, al viceministro Casero e alla portavoce Barbara Saltamartini.
Insomma, per sintetizzare: se non nasce il gruppo un pezzo di Ncd, a partire da Schifani, è pronto a tornare da Berlusconi.
Se nasce il gruppo con Schifani e D’Alia ritornano gli scontenti.
Berlusconi aspetta. In attesa del prossimo selfie.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA BERTOLASO A MARTINETTI, FINO ALLA CARTA FIORI
«Guido, perchè non prendi in mano tu l’organizzazione di Forza Italia?». L’ultima volta era stata
l’anno scorso. Silvio Berlusconi a Guido Bertolaso, l’uomo che per lui aveva rappresentato una specie di Mister Wolf.
Ma, senz’altro a causa di quella parabola discendente coincisa con il coinvolgimento nell’inchiesta sulla «cricca» sorta all’ombra della Protezione Civile, Bertolaso aveva detto «no, grazie».
E per quel posto era stato chiamato Marcello Fiori, suo ex braccio destro.
Bertolaso è solo il più celebre di una lista di presunti «salvatori della patria» o fantomatici «papi stranieri» ai quali Berlusconi ha pensato di affidare il compito di «risollevare il partito».
Ma la storia degli «unti dell’unto del Signore» è costellata di clamorosi abbagli e mastodontiche fregature.
La delusione Scelli
A metà degli anni Duemila, brilla la stella di Maurizio Scelli. Abruzzese, classe ’61, Scelli passa dall’organizzazione dei viaggi a Lourdes con l’Unitalsi alla guida della Croce Rossa.
Nel 2004 è tra i protagonisti del rilascio di Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie italiane rapite in Iraq.
L’anno dopo è in rampa di lancio per accaparrarsi la benedizione berlusconiana. Come? Col lancio di un suo movimento, «Italia di Nuovo».
Per il varo della creatura, che nelle intenzioni berlusconian-scelliane dev’essere una specie di «settore giovanile» di Forza Italia, viene scelto lo spaziosissimo Palamandela di Firenze.
Ed è un disastro, visto che gli spalti deserti costringono Berlusconi ad aspettare per ore in Prefettura in attesa di un «tutto esaurito» che non arriverà mai.
In Parlamento, Scelli ci finirà comunque, ma sempre ai margini. «Sono una Ferrari e mi tengono in garage», mandò a dire al suo vecchio mentore a mezzo stampa.
E per finire a fare lo stesso mestiere del Cavaliere, Scelli dovette accontentarsi della presidenza di una squadra di calcio, il Sulmona.
Il gelataio e l’imprenditore
È andata meglio a Guido Martinetti, fondatore di Grom. Berlusconi lo vede in tv, si illumina – «Questo è perfetto» – e lo fa testare da alcuni sondaggisti. Ma Martinetti declina, dichiarandosi un supporter di Renzi e manifestando la sua volontà di «continuare a fare il gelataio».
È l’alba dell’estate 2012. Qualche mese dopo, nel proscenio berlusconiano appare all’improvviso un signore modenese che si presenta come avvocato e banchiere, industriale e assicuratore, immobiliarista ed editore.
Un Berlusconi bonsai che, all’anagrafe, fa Gianpiero Samorì. Si mette alla testa di un «Movimento Italiani in Rivoluzione», qualcuno mormora che il Cavaliere voglia schierarlo alle primarie del centrodestra e, quando le primarie scompaiono dai radar, viene inghiottito dal nulla anche lui. Riapparirà nel maggio scorso, candidato senza speranza alle Europee.
L’«ospite indesiderato» da Francesca
A quel tempo, tra i frequentatori di Palazzo Grazioli viene segnalato anche il nome di un imprenditore friulano che si chiama Diego Volpe Pasini.
È un amico di Vittorio Sgarbi e, insieme al critico d’arte, lavora a una listina da aggregare a quel centrodestra berlusconiano che da lì a poco deve sfidare la corazzata di Bersani.
Alla presentazione del progetto, mentre Sgarbi urla contro la bruttezza delle pale eoliche, Volpe Pasini si apparta con un po’ di cronisti e disegna lo scenario che segue: «Bersani vincerà le elezioni ma non avrà la maggioranza al Senato. Quindi andrà da Berlusconi a chiedergli il sostegno, sottoponendogli la scelta di un premier gradito a entrambi. E quando Bersani farà il nome di Matteo Renzi, Berlusconi dirà di sì».
Tolto Bersani, che da Berlusconi non andrà mai, il resto è quasi opera da Nostradamus. Peccato che le virtù profetiche abbiano fruttato poco, a Volpe Pasini.
Nel frattempo, infatti, s’era fatto bollare da Francesca Pascale come «ospite indesiderato» a Palazzo Grazioli. Infatti, per quel che risulta, non ci ha messo più piede.
Tommaso Labate
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LE COSE CONCEPITE PRIMA DEL WEB SONO MALVAGIE?
Con la manifestazione pugliese contro la costruzione di un nuovo gasdotto europeo, Beppe Grillo ha completato, primo uomo al mondo, il leggendario Gran Tour.
Prevede il no alla Tav, ai termovalorizzatori, ai gasdotti, alle pale eoliche, alle banche, ai partiti, al festival di Sanremo, alle stufe a pellet, ai ristoranti cinesi, ai caschi da parrucchiere, ai carrelli da supermercato sbloccabili con moneta da due euro quando ne basterebbe largamente uno.
Ma alla soddisfazione per i risultati raggiunti si unisce una certa preoccupazione politica: l’esaurimento dei bersagli contro i quali battersi è ormai dietro l’angolo.
Il referendum on line contro la costruzione di nuove rotonde sul mare ha raccolto solo un centinaio di voti, tutti contrari alle rotonde tranne quello di Fred Bongusto, ed è sta
IL DIBATTITO
Come afferma Casaleggio (versetto 132), «tutte le cose concepite prima del web, e dunque senza consultare la gente, sono malvagie e dettate da sordido interesse».
Il movimento è però ancora diviso su un punto: può il web, sia pure a posteriori, dare il suo beneplacito a una cosa nata prima di lui, e dunque trasformare una cosa sbagliata in una cosa giusta?
Secondo i deputati Di Ponzio e Lo Marzio questo processo di redenzione è possibile, e citano l’esempio del porno, nato come orribile manovra speculativa di una ristretta casta di produttori ebrei e registi falliti, ma ormai così cliccato dal popolo del web da poter essere inserito tranquillamente tra le cose che piacciono alla gente, e dunque sono legittime.
Invece per i deputati Di Firlo e De Nunzio, a capo dell’ala più radicale, quella vicina a Casaleggio, tutto ciò che è nato prima del web è irrimediabilmente impuro, dalla forcina per capelli alla pentola a pressione, e perciò loro stessi hanno deciso di uscire dal movimento perchè, essendo del 1974 e del 1978, sono nati senza ricevere l’approvazione del web.
LE FONTI ENERGETICHE
Individuare le energie alter-alternative, cioè le energie alternative alle energie alternative: ecco il compito, arduo ma stimolante, del gruppo di lavoro che sta raccogliendo sul web le opinioni della gente, spodestando la casta di imbecilli e di mafiosi (scienziati, professori universitari, premi Nobel, ingegneri, tecnici, imprenditori, un centinaio di governi) che si è arrogata il diritto di decidere senza consultare la casalinga, lo studente, il pensionato.
Le proposte più cliccate fino ad oggi sono: riscaldamento a fiato, illuminazione solare (solo diurna, tanto di notte si dorme), automobili a vela, motori a elastico.
Parecchi anche i progetti di moto perpetuo, fin qui boicottati dalla casta che voleva tenere nascosta la possibilità di spostarsi gratis in qualunque punto del mondo senza consumare neanche la suola delle scarpe.
SMALTIMENTO DEI RIFIUTI
Due le soluzioni più evidenti, fin qui tenute nascoste dalla casta che voleva speculare sull’import export delle bucce di cocomero.
La prima è non produrre più rifiuti, basta fare la spesa in modo più oculato e destinare eventuali resti al cane o ingoiarli personalmente; la seconda sono gli Evaporatori Pubblici, grandi cumuli di immondizia che in un lasso di tempo variabile (dai cinque ai settemila anni) svaniscono piano piano per evaporazione naturale.
I deputati Di Gino e Di Maria stanno mettendo a punto anche un sistema di smaltimento dei rifiuti per ipnosi che la casta ha fin qui nascosto eccetera eccetera.
GASDOTTO
Come si fa a costruire gasdotti, oleodotti, strade, ferrovie, qualunque struttura che violenti il territorio e lambisca orti, pollai e verande con sedie a sdraio senza chiedere prima ad ogni singolo proprietario «desideri che un grosso tubo di metallo passi a pochi metri dalle tue galline?».
D’ora in poi ogni struttura superiore al metro di lunghezza e ai venti chili di peso sarà sottoposta a referendum.
Michele Serra
(da “L’Espresso”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“COSA MI DIVIDE DA RENZI? MIO PADRE MI HA INSEGNATO A STARE SEMPRE DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI”
Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, lancia lo «sciopero a rovescio» per il 18 ottobre, una
mobilitazione multipla che metta insieme scioperanti reali, precari, cassaintegrati e tutti quelli che un lavoro non ce l’hanno.
Uno sciopero dove, anzichè incrociare le braccia, si faranno lavori utili.
«Accanto allo sciopero tradizionale, e magari in contemporanea, chiameremo a fare opere socialmente utili tutti quelli che sono interessati al lavoro: disoccupati, cassaintegrati, ragazzi senza una prospettiva».
«Molte idee sono ancora in cantiere, ma verranno definite prima della manifestazione del 18 ottobre. Potremo dare una mano alle cooperative che gestiscono i beni confiscati alle mafie, fare controlli sull’assetto idrogeologico e interventi sugli argini a rischio, organizzare la vigilanza nei territori occupati dalla criminalità , mettere insieme squadre per la pulizia delle città e costruire in quelle d’arte eventi che creino un ponte tra lavoro e cultura. Andremo anche all’Aquila, luogo simbolo dell’abbandono delle istituzioni, con un progetto per ricostruire davvero la città a misura d’uomo».
Un’iniziativa di cui ancora Susanna Camusso non è al corrente: «Ancora non lo sa e non ho la più pallida idea di che cosa ne penserà . Ma non si può non vedere che è un modo per fronteggiare una situazione drammatica, ricostruire la solidarietà tra persone, ridare identità a tanti cassaintegrati schiacciati dall’inattività fino al suicidio, richiamare i disillusi nel sindacato».
Su Matteo Renzi e la delusione per il governo aggiunge: «Non avevo illusioni e quindi non provo delusioni».
Landini torna anche sulle voci, di qualche mese fa, secondo cui il feeling con Renzi sarebbe stato alto: «Io sono segretario di un sindacato che rappresenta un pezzo decisivo dell’industria italiana. Negli anni scorsi ho incontrato anche Letta e Monti, ma la cosa non ha fatto notizia. Inoltre Renzi, votato alle primarie da milioni di persone per la maggioranza non iscritte al Pd, diceva di voler cambiare tutto. Per me era una necessità vedere che cosa proponeva per uscire dalla crisi», spiega Landini.
Cambiamento che, però, non arriva: «Se uno vuole cambiare il Paese insieme a Sacconi e Alfano, subendo anche i diktat dell’Europa, è così che va a finire. Di suo Renzi ci aggiunge un modello americano che ritiene inutili i sindacati e poco importante il Parlamento. Lo dimostra ogni sua mossa, compresa questa ultima e insensata di chiedere lo scalpo dell’articolo 18».
Stefania Rossini
(da “L’Espresso”)
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