Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI CROLLA AL 48%… PARTITI PD 40.5%, M5S 20,2%, FORZA ITALIA 16%, LEGA 7,8% , FDI 2,9%, NCD 2,4%, SEL 2,3%, UDC 1,8%
Un altro calo di fiducia nel presidente del Consiglio Matteo Renzi. 
Secondo un sondaggio Ixè per la trasmissione televisiva Agorà , il premier perde due punti percentuali rispetto alla settimana precedente.
Un calo generalizzato che interessa anche gli altri leader, come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (38%), Beppe Grillo (19%), Matteo Salvini (19%), Silvio Berlusconi (16%), Angelino Alfano (12%): in una settimana perdono un punto percentuale.
Segue lo stesso andamento di Renzi il suo governo, che perde un punto percentuale rispetto alla settimana prima, passando dal 48 al 47% di fiducia tra i cittadini.
Non cala invece il Partito democratico nei consensi, anzi guadagna uno 0,1% rispetto a sette giorni fa.
Salgono anche Forza Italia (0,2%), il Nuovo centrodestra (0.3%) e Scelta Civica (0,1%), perdono invece il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord.
Quanto all’articolo 18, il sondaggio Ixè registra un significativo “no” all’abolizione per il 65 per cento degli intervistati, contro un 35 per cento favorevole alla cancellazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
NON GLI È PIACIUTO COME I PM SICILIANI HANNO INTERROGATO I POLITICI, HA DUBBI SULLA TENUTA DEL NAZARENO E DEVE RISPONDERE ALL’EUROPA
Sono ore cupissime al Quirinale.
Nere come le nubi del cielo romano alle cinque del pomeriggio, quando Giorgio Napolitano risponde così ai magistrati di Palermo: “Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’assise di Palermo. Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso”.
È una nota che nelle interpretazioni ufficiali dovrebbe trasmettere “la massima tranquillità ” del monarca del Quirinale. Ma non è così.
Negli ambienti vicini al capo dello Stato si captano “preoccupazione” e “timori”.
I timori per le domande e lo stress per il fisico
Il primo timore riguarderebbe addirittura la “tenuta fisica” dell’ottantanovenne presidente durante la testimonianza.
Proprio ieri mattina, a Palermo, è stato sentito Ciriaco De Mita e sul Colle è stato notato il “modo sprezzante” in cui sarebbe stato trattato l’ex leader democristiano.
Il secondo timore è quello maggiore.
La Corte di Palermo nell’ordinanza mette in evidenza questo passaggio: “La differenza la possono fare le domande non tanto quello che il teste crede di sapere”. Le domande, appunto. La sintesi ruvida ed estrema è stata questa tra chi circonda il presidente: “Vuoi vedere che Napolitano entra testimone ed esce indagato?”.
E ad alimentare il clima fosco è anche la circostanza inedita: è la prima volta che accade una cosa del genere.
Il discorso al Csm è la vendetta contro le toghe
Pochi minuti più tardi, al Quirinale si è svolta, come recita la lunga dizione pomposa, la “cerimonia di commiato dei componenti il Consiglio superiore della magistratura uscenti e di presentazione dei nuovi consiglieri”.
Napolitano è presidente del Csm e nel suo discorso si può rintracciare un’altra “risposta” allo “sfregio” palermitano, quando piazza nel cappello introduttivo “le nuove ragioni di attualità e non rinviabilità dei problemi della riforma della giustizia”. In pratica, questo “è un nodo essenziale da sciogliere per ridare dinamismo e competitività all’economia”.
Dopo l’attacco sull’articolo 18, ecco quindi la giustizia da riformare. Anche a maggioranza.
L’antico togliattiano comunista ricorda il contrastato dibattito alla Costituente sulla figura del vicepresidente del Csm per dire che “non si temeva di decidere anche con uno stretto margine di maggioranza”.
A completare il quadro dei “segnali” inviati sono le dure critiche al funzionamento del Csm, alle “logiche spartitorie”, al correntismo politico-giudiziario delle toghe.
La caccia grossa e la successione a gennaio
La chiamata di Palermo segue di un giorno il riferimento finale dell’ormai noto editoriale di Ferruccio de Bortoli sul primo numero del Corsera formato tabloid.
Di tutti i messaggi debortoliani quello che tiene più banco, sia dentro il recinto del patto del Nazareno sia fuori tra gli avversari del renzusconismo, è l’esplicito rimando alla successione di Napolitano all’inizio del prossimo anno.
Su questa “scadenza” nessuno più nutre dubbi. È questa l’incognita grande come un macigno che pesa sui futuri scenari.
Da un lato la monarchia renziana con Berlusconi nell’insolita veste di secondo. Dall’altro i vari poteri che temono una “testa di legno” al Quirinale agli ordini della dittatura renzusconiana.
La sostanza è questa. Ieri, mettendo insieme questo quadro, sono stati in molti a prendere atto che è cominciata “la caccia grossa”.
Obiettivo: la sostituzione di Napolitano.
Da lì discende la soluzione del rebus del voto anticipato. E sbaglia chi legge “l’attacco di Palermo” a Napolitano come un avviso allo stesso Renzi. È l’opposto. L’indebolimento del re al tramonto rafforza il patto del Nazareno.
Piuttosto il ritrovato interventismo di Napolitano, dall’articolo 18 alla giustizia, è da mettere in collegamento con le autorevolissime telefonate europee che chiedono “garanzie” sul premier.
L’aiuto di queste settimane deve essere letto in maniera duplice.
Oltre all’obbligo e alla responsabilità di fare da “baby sitter” a Renzi, c’è la voglia di accelerare alcuni dossier decisivi per poi dire addio tra gennaio e febbraio.
Un “uomo stremato” dal renzusconismo
Chi descrive lo stato d’animo di Napolitano, tratteggia “un uomo stremato e insofferente”. E la vicenda della mancata elezione dei due giudici costituzionali in quota Parlamento ha fatto aumentare il suo pessimismo.
Così, quella nota del 17 settembre scorso, proprio a proposito delle fumate nere su Bruno e Violante, va intesa anche come un avvertimento ai renzusconiani: “Non siete stati capaci di eleggere due giudici e pretendere di eleggere il mio successore?”.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGGE SEVERINO STABILISCE LA SOSPENSIONE E LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI… MA LA CONDANNA E’ UN TRAGICOMICO ERRORE
Dopo la condanna in primo grado per abuso d’ufficio a 1 anno e 3 mesi, Luigi De Magistris deve lasciare
la carica di sindaco di Napoli.
Perchè è giusto così e perchè la legge Severino stabilisce la sospensione senza possibilità di scappatoie (che sarebbe anche poco decoroso imboccare, magari in attesa che il prefetto lo iberni fino all’eventuale assoluzione d’appello).
Sono decine i consiglieri regionali, provinciali e comunali sospesi o rimossi per una condanna in primo grado o per una misura cautelare.
E la legge è uguale per tutti, come De Magistris ben sa, avendo fatto della Costituzione il faro della sua vita professionale, prima da pm e poi da sindaco.
Ciò premesso, parliamo del processo che ha originato la sentenza dell’altroieri, di cui siamo ansiosi come non mai di leggere le motivazioni.
Chi conosce i fatti alla base del processo a De Magistris e al suo consulente tecnico Gioacchino Genchi ai tempi dell’inchiesta “Why Not” a Catanzaro, poi scippata da una manovra di palazzo, non può che meravigliarsi per la condanna dei due imputati e pensare a un tragicomico errore.
Purtroppo, come sempre, i fatti li conoscono in pochi, men che meno chi ne scrive. Sui giornali si leggono ricostruzioni fantascientifiche:
La Stampa vaneggia addirittura di “intercettazioni illegali”, “a strascico” e di un “elenco sterminato” di galantuomini spiati da Genchi con un “metodo” che sarebbe stato bocciato dalla sentenza. Balle.
Il processo non riguardava l’“archivio Genchi” (perfettamente lecito: il consulente riceveva tabulati e intercettazioni da decine di procure e tribunali per “incrociarli”, dare un senso ai legami che ne emergevano e smascherare autori di stragi, omicidi e altri gravissimi delitti), nè fantomatiche “intercettazioni”.
Ma soltanto tabulati telefonici: cioè elenchi di numeri di utenze a contatto — in entrata e in uscita — con i telefoni degli indagati.
Nemmeno una parola sul contenuto (che si ricava dalle intercettazioni).
Nel 2007, su mandato del pm De Magistris, Genchi acquisì dalle compagnie telefoniche i dati su centinaia di tabulati, incappando — ma questo lo si scoprì solo alla fine — anche in quelli di cellulari in uso, secondo l’accusa, a 8 parlamentari (Prodi, Mastella, Rutelli, Pisanu, Gozi, Minniti, Gentile, Pittelli).
Di qui l’accusa di averli acquisiti senz’avere prima chiesto al Parlamento il permesso di usarli, violando la legge Boato e l’immunità dei suddetti.
Un ingenuo domanderà : come fai a sapere che quel numero telefonico è di un onorevole?
Prima acquisisci i dati dalla compagnia poi, se scopri che l’intestatario è un eletto, chiedi alle Camere il permesso di usarlo.
I giudici di Roma però sono medium, o guidati dallo Spirito Santo: appena leggono un numero, intuiscono subito che è di un parlamentare. Ergo non si spiegano perchè De Magistris e Genchi chiedessero a Tim e Vodafone di chi fosse questo o quel numero: dovevano saperlo prima, per scienza.
Purtroppo De Magistris e Genchi sono sprovvisti di virtù paranormali. E rispondono di abuso d’ufficio.
Questo fra l’altro non è più reato dal ’97, salvo che produca un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale”.
E quale sarebbe il danno patito dagli 8 politici? La “conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni”.
Cioè: c’era la possibilità che si sapesse con chi telefonavano.
Come se le frequentazioni con personaggi poco limpidi fossero colpa non di chi le intrattiene, ma degli inquirenti che scoprono, peraltro in un’indagine segreta.
C’è pure un problema di competenza, visto che sui reati dei pm di Catanzaro è competente la Procura di Salerno, non di Roma.
Però decise di occuparsene lo stesso il pm Achille Toro, già in contatto con personaggi emersi in Why Not e poi costretto a lasciare la toga perchè coinvolto nello scandalo Cricca.
Pazienza se, dall’accusa di abuso d’ufficio per i tabulati di Mastella, De Magistris e Genchi erano già stati inquisiti e archiviati a Salerno.
Li hanno riprocessati a Roma per lo stesso reato.
Ultima perla: fra le vittime del presunto abuso c’era pure Pisanu, il quale però ha detto a verbale che i tabulati che lo riguardano non sono suoi, ma della moglie.
Era vittima, ma a sua insaputa.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA MISSIONE DEL FALCON 50 PARTITO DA CIAMPINO LA SERA DEL 5 SETTEMBRE PER GENOVA ERA CHIARA: ACCOMPAGNARE A CASA ROBERTA PINOTTI…. LA SCUSA DEI VOLI DI ADDESTRAMENTO PER AGGIRARE LA NORMA
Non era un volo di addestramento come un altro quello che ha portato a casa il ministro Roberta Pinotti la sera del 5 settembre.
Il Falcon 50 del 31° stormo dell’Aeronautica Militare in volo da Ciampino a Genova quella sera non sarebbe potuto partire senza il ministro della difesa a bordo.
Era questa la missione del volo, come risulta da un documento che Il Fatto pubblica oggi: il Falcon 50 se ne stava a Ciampino fermo sulla piazzola come un taxi che attende il passeggero.
Lo dimostra “la nota del giorno delle missioni assegnate al 306 ° Gruppo TS” pubblicata dal “Fatto”.
Questo documento riporta il piano dei voli assegnato agli equipaggi del 306° gruppo di stanza a Ciampino in quella serata di settembre .
Come si legge chiaramente nella nota sul volo “F50 by Sma”, cioè “Falcon 50 dello Stato Maggiore Aeronautica” la missione del volo Iam 3122 era chiara: “Decollo successivo all’atterraggio del volo Iam 9002 – Equipaggio in tuta da volo”.
Il Falcon 50 decollato con un solo passeggero civile, Roberta Pinotti, quindi aveva un orario di partenza teorico alle 19,30 ora Utc, le 21,30 ora italiana.
Tutto però era sospeso in attesa del ministro della difesa. La presenza dell’unico passeggero civile del volo Iam 3122, con a bordo 5 membri dell’equipaggio e due passeggeri militari, condizionava il piano di volo.
Secondo la versione ufficiale fornita ieri al Fatto dalla ministra Pinotti, il volo sarebbe stato destinato a una missione di addestramento organizzata a prescindere. Il ministro avrebbe solo approfittato di un passaggio senza far spendere soldi ai contribuenti.
La versione del ministro cozza con la nota del giorno del 31° stormo e lascia sospese alcune domande.
Il regolamento ammette la presenza di civili su un volo di addestramento?
E poi: se ci fosse stato bisogno di far rientrare il Falcon a Ciampino con urgenza per una missione umanitaria o sanitaria, cosa sarebbe accaduto?
Il comandante avrebbe finito la sua missione ‘politica’ alla faccia di quella umanitaria?
A leggere la nota del giorno la priorità non era istruire i piloti al volo notturno ma portare a casa il ‘soldato Pinotti’.
Se si legge il piano interno delle missioni del 5 settembre è più chiaro quello che è accaduto quella sera: l’Aeronautica ha fatto un favore a Pinotti.
E non si tratta di un caso isolato. Al Fatto risulta che gli aerei del 31° stormo hanno trasportato altri personaggi vip (talvolta generali e talvolta politici) usando lo stratagemma dei voli di addestramento.
I piloti devono raggiungere un certo numero di ore di volo ogni anno per mantenere le loro abilitazioni. Questa esigenza effettiva diventa un ‘tesoretto’ di ore utilizzabile come un jolly per far contenti i potenti.
L’effetto è uno stravolgimento delle regole. Roberto Calderoli e Michela Brambilla sono stati indagati quando erano ministri (e poi salvato dal diniego dell’autorizzazione a procedere da parte del parlamento) perchè hanno dichiarato esigenze istituzionali inesistenti secondo i magistrati pur di ottenere un volo di Stato.
Il metodo Pinotti, usato anche da altri, rappresenta un aggiramento delle norme dei voli di Stato.
Con la scusa dell’addestramento, sono i vertici dell’Aeronautica a decidere quando far decollare il Falcon 50 da Ciampino.
La Presidenza del Consiglio non può autorizzare un volo di Stato per far tornare a casa un ministro più velocemente. Mentre i vertici dell’Aeronautica e del 31° stormo possono far salire a bordo il medesimo ministro senza pubblicare poi il rendiconto sul sito della Presidenza.
Il Fatto ha chiesto all’Aeronautica di conoscere quanti voli di addestramento sono stati organizzati negli ultimi due anni dal 31esimo stormo con a bordo passeggeri, sia civili che militari.
A dire il vero l’indagine amministrativa su un possibile abuso dovrebbe disporla il ministro della Difesa.
Ma Roberta Pinotti preferisce salire a bordo degli aerei del 31° stormo invece di controllarli.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NEBBIA SUL RISIKO DELLA SUCCESSIONE AL COLLE
E adesso la nebbia avvolge il grande risiko che porterà all’elezione del successore di Napolitano. 
Più volte negli ultimi giorni Silvio Berlusconi aveva raccolto “segnali di una crescente stanchezza” di Giorgio Napolitano, un’insofferenza privata per un impegno gravoso vissuto alla soglia del novant’anni che si mescola con l’insofferenza politica di chi chiede un’accelerazione sulla legge elettorale per poi “mollare”.
Ecco perchè la notizia che sarà ascoltato come teste in un processo di mafia, notizia enorme in condizioni normali, viene vissuta come “drammatica”.
Perchè è la prima volta nella storia della Repubblica che accade, con un presidente nel pieno delle sue funzioni e nonostante le guarentigie della carica.
È la prima volta che accade in un giorno simbolico, quello dell’inaugurazione del nuovo Csm.
Ed è la prima volta che accade alla vigilia della successione al Quirinale, la vera posta in gioco dell’autunno politico, come è emerso anche dal fondo di De Bortoli sul Corriere.
È un denso silenzio, che rimbalza tra palazzo Grazioli e il Nazareno, il vero metro dell’incertezza. Della nebbia.
Giorgio Tonini è un renziano che ha una consuetudine col Quirinale.
All’HuffPost dice: “Questa iniziativa la politica non la deve commentare. Semmai si può dire solo che dimostra quanto fosse infondata la tesi che al Quirinale c’è un monarca assoluto. È talmente assoluto che va a testimoniare in un tribunale”.
Proprio la portata innanzitutto simbolica di quello che rischia di apparire il “processo al re” è oggetto di una fitta rete di contatti tra Quirinale, Nazareno e palazzo Grazioli. “Preoccupazione” è la parola che riferisce Gianni Letta a Berlusconi.
Che riguarda certo l’aspetto mediatico, ma non solo. Perchè questo aspetto mediatico impatta sulla “stanchezza” del capo dello Stato.
Che dovrà affrontare comunque un interrogatorio da una corte che Berlusconi più volte ha definito un “plotone di esecuzione” ma che anche i professori vicini al Colle considerano piuttosto sbrigativa nei modi.
Lo si è visto non solo con Mancino, ma anche con De Mita.
Ecco, la domanda, rimbalzata nelle stanze politiche che contano: “Quale sarà la tenuta del capo dello Stato e quali saranno le conseguenze?”.
Nessuno osa immaginare che ci possa essere un passaggio successivo, un coinvolgimento di Napolitano non come teste ma come indagato. Ma è chiaro che il passaggio è delicato.
E avvolge nella nebbia il Great Game sulla sua successione. È come se la notizia avesse fatto saltare ogni automatismo.
Ed è magra la consolazione di Berlusconi che, quando ha riunito i suoi a palazzo Grazioli, a partire da Giovanni Toti e da Deborah Bergamini, ha sottolineato il contrappasso che ha colpito l’alto inquilino del Colle.
Per la serie: quando lo dicevo io che una parte della magistratura è pericolosa neanche il Quirinale non è mai intervenuto. E ora, per dirla con il vecchio detto, chi di giustizia ferisce…
Magra perchè il gusto della vendetta rischia di non essere “politicamente” appagante. Perchè Napolitano è al tempo stesso puntello e ostacolo del patto del Nazareno. Puntello perchè comunque perno dell’equilibro in Italia e in Europa.
“Ostacolo” nel senso che comunque esercita un ruolo di contenimento rispetto a una certa interpretazione disinvolta (e sbilanciata su Berlusconi) che viene fatta con disinvoltura talvolta anche dal premier.
“Napolitano indebolito, ammesso che sia indebolito non significa automaticamente Nazareno rafforzato” ragionano in ambienti democratici.
Perchè la notizia “straordinaria” piomba in un contesto “straordinario”.
L’Italia quasi commissariata, il fantasma della troika, un semestre europeo gestito senza risultati brillanti.
Dietro il silenzio che accompagna la notizia non c’è solo la prudenza tattica, l’attesa che il quadro sia più chiaro.
C’è anche una certa paura.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NON VOGLIONO MANDARE A CASA RENZI NEL TIMORE DI PERDERE LA POLTRONA
Nei corridoi di Palazzo Madama circola una battuta: “La minoranza del Pd sta implorando Matteo Renzi di trovare un accordo”.
Dopo il fuoco e le fiamme degli scorsi giorni, il clima tra il segretario-premier e coloro che, per un motivo o per un altro, viaggiano lontani dalla guida del partito, si sta parzialmente rasserenando.
Perchè se restano ben quaranta firme di Democrats in calce ai sette emendamenti presentati da chi contesta la legge delega della riforma del lavoro, dalle parti della “Ditta” si è capito che in un eventuale braccio di ferro se ne uscirebbe con le ossa rotte.
Dagli Stati Uniti il presidente del Consiglio non arretra di un passo: “Discutiamo, poi il Pd si adegui”.
Il riferimento è alla direzione del prossimo 29 settembre, alla quale le minoranze interne vorrebbero arrivare con un documento condiviso da tutto il partito, per non essere messi di fronte a fatto compiuto.
Ma in Parlamento il messaggio dei renziani non lascia spazio ad equivoci: “Nessuna mediazione. Si può accogliere qualche piccola modifica ma la volontà politica alla base del provvedimento non si tocca”.
Una volontà che prevede di eliminare la fattispecie del reintegro dalle misure a tutela dei lavoratori, lasciando in piedi esclusivamente quelle relative agli indennizzi economici.
E che farebbe cadere qualunque ipotesi di mediazione. Nei capannelli di deputati e senatori “dissidenti” si registra l’improbabilità che il premier conceda margini di trattativa sostanziali. E si fiuta il pericolo.
Da un lato, portare il dissenso alle estreme conseguenze vorrebbe dire votare la sfiducia al governo (ipotesi che nessuno per il momento prende in considerazione), nel caso probabile che Palazzo Chigi vincoli l’approvazione della delega a una mozione di fiducia, per non rendere determinante l’eventuale voto favorevole di Forza Italia.
Dall’altro, cedere su tutta la linea sarebbe una resa incondizionata troppo fragorosa per non avere un eco negli equilibri interni del partito.
Un cul de sac nel quale nessuno vuole essere intrappolato. Così i toni si smorzano. Pier Luigi Bersani ha parlato di “una sintesi possibile, se il premier lo vuole”. Il tentativo è quello di portare lo scontro fuori dai binari del “articolo 18 sì /articolo 18 no”, e ricondurre la discussione alle geometrie più o meno variabili delle tipologie di tutele per neoassunti e non.
Un lavoro di mediazione di cui si stanno facendo carico in queste ore Roberto Speranza e Luigi Zanda, ma che tuttavia vede le parti ancora distanti.
Spiega Maria Cecila Guerra – prima firmataria dei sette emendamenti delle minoranze interne – che “si può discutere di una sospensione dell’articolo 18 per i primi quattro o cinque anni dall’assunzione, anche se il discorso da fare sarebbe più ampio”.
Peccato che da Palazzo Chigi hanno sì spiegato che è un terreno su cui si potrebbe lavorare, ma alzando l’asticella ai dieci anni. Proposta irricevibile, “una provocazione” secondo Guerra.
Ma, dopo il muro contro muro, il filo del dialogo si inizia a dipanare.
Il bersaniano Miguel Gotor si dice fiducioso “che si arrivi a un documento unitario”.
E sui numeri è molto cauto: “Dieci anni mi sembrano troppi, quattro o cinque andrebbero meglio, ma sulla tempistica siamo aperti, l’importante è tenere fermo il principio del reintegro”.
I senatori “dissidenti hanno preparato un volantino sui sette emendamenti, le cui intenzioni sono quelle di evidenziare “la costruttività di proposte che vogliono semplicemente rendere più chiara la delega al governo”:
Carlo Dell’Aringa, professore e deputato vicino a Bersani, ha avanzato una proposta che potrebbe costituire il canovaccio per il punto di caduta finale.
“Nel caso si decidesse che la sospensione dell’articolo 18 sia temporanea – spiega – si potrebbero rafforzare le tutele per le imprese che decidono di assumere”.
Interventi che potrebbero andare “dall’introdurre un anno di prova per i neo assunti senza nessun tipo di tutele”, al “prevedere un indennizzo più basso per tutto il periodo extra-articolo 18. Oggi si parla di dodici mensilità , si potrebbe arrivare a due o tre al massimo”.
Infine, Dell’Aringa suggerisce di rendere meno discrezionale il potere del giudice nello stabilire il reintegro. “Tutti strumenti che incentiverebbero le imprese ad assumere”, spiega il professore.
Che chiosa malizioso: “Ovviamente tutto questo è possibile se la volontà politica sarà quella di mantenere il reintegro come una delle opzioni possibili”.
Come a dire che se Renzi prosegue per la sua strada non ci sarà mediazione che tenga…
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
“PANORAMA” RIVELA: SU 10 SOCIETA’ ALMENO TRE HANNO AVUTO CONDANNE IN TRIBUNALE”
Una intera vita imprenditoriale sotto la lente. 
La Procura di Genova però sta incasellando tassello dopo tassello il percorso che ha portato la Chil Post srl a fallire e Tiziano Renzi, padre del premier, a essere iscritto nel registro degli indagati per bancarotta fraudolenta.
Intanto il magazine Panorama negli affari di Renzi senior ha già messo il naso e scrive che “delle dieci società fondate, possedute o amministrate da Tiziano Renzi a partire dal 1985, tre hanno subito condanne da parte dei vari tribunali”.
Una è naturalmente la Chil Post.
Secondo Panorama i primi guai per il babbo di del presidente del Consiglio iniziano a fine anni ’90.
La Speedy, creata nel luglio 1984 e poi liquidata nel 2005, viene multata dall’Inps il 25 maggio 1998 dall’Inps per 995mila lire.
Multa ben più salata per la Chil, quasi 35 milioni di euro, perchè secondo l’Istituto di previdenza non sono stati pagati i contributi agli strilloni, ovvero i lavoratori che distribuivano i giornali per le due imprese.
Panorama racconta che alle due società , la Speedy “rappresentata dal liquidatore Tiziano Renzi”, e la Chil “nella persona dell’amministratore Laura Bovoli”, viene respinto il ricorso.
In appello la condanna viene confermata e la Cassazione ritiene inammissibile il ricorso.
I giudici hanno stabilito che gli strilloni erano di fatto collaboratori e continuativi, e non autonomi, e che di conseguenza i contributi dovevano essere pagate dalle imprese.
Anche a Genova la Chil incappa in problemi simili.
“Con la condanna da parte del Tribunale di Genova per due diverse cause da parte da ex strilloni” sostiene il magazine.
Lo scorso agosto la Chil ha perso anche una causa di lavoro nei confronti di un dipendente della sua società che aveva, secondo il giudice del lavoro, lavorato in nero.
La società era stata condannata a risarcire il dipendente con 90mila euro: il giudice aveva riconosciuto lo status di dipendente dal 2006 al 2012.
Il lavoratore si occupava di distribuzione dei giornali porta a porta, lavorando tutti i giorni da mezzanotte in poi. La sentenza, in questo caso, non è definitiva.
C’è poi la società Arturo srl, nata nel 2003 e in liquidazione dall’aprile 2008.
C’è poi la Mail Service srl, una società di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita.
Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario con debiti per 1 milione 150 mila euro.
La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perchè sembra attuare uno schema poi ripetuto.
La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 49 mila 568 euro.
Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006. Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano.
Che è indagato nell’inchiesta genovese per bancarotta.
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
CHI AVRA’ MAI INTERESSE A TENERSI UN DIPEDENTE ANCORA TUTELATO DALL’ART 18, QUANDO UN NUOVO ASSUNTO SENZA TUTELE GLI COSTERA’ UN TERZO DI MENO?
La proposta del governo di abolire l’art 18 contiene dei paradossi persino umoristici.
Quegli stessi politici che si indignano di fronte a intercettazioni telefoniche della magistratura che tocchino loro o le loro amicizie vogliono però concedere alle imprese la possibilità di monitorare con telecamere il lavoro dei dipendenti.
Questi stessi politici che parlano di meritocrazia, con il demansionamento dei dipendenti, costringono un lavoratore ad accettare di fare un lavoro inferiore dopo una vita in cui ha cercato di migliorarsi.
Con la riforma degli ammortizzatori sociali si taglieranno la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione senza introdurre il salario minimo universale perchè non ci sono fondi adeguati.
Quanto alle “tutele crescenti”, i nuovi assunti nella loro crescita non incontreranno mai più l’articolo 18, quindi il loro contratto a tempo indeterminato in realtà sarà finto, perchè essi saranno licenziabili in qualsiasi momento.
Un contratto a termine al minuto, una ipocrita beffa.
L’articolo 18 resterà come patrimonio personale dei vecchi assunti, quindi non solo mano mano si ridurrà la platea di chi usufruisce di quel diritto, ma saranno la stesse imprese a essere poste in tentazione di accelerare il ricambio dei loro dipendenti.
Perchè tenersi il lavoratore che ha ancora la tutela dell’articolo 18, quando se ne può assumere uno senza, pagato un terzo in meno?
Renzi non fa niente di nuovo, applica il principio classico degli accordi di concertazione: il “doppio regime”.
I diritti contrattuali, le retribuzioni, le condizioni di orario e le qualifiche, l’accesso alla pensione, son stati negli ultimi trenta anni ridotti per tutti, ma ai nuovi assunti venivano negati completamente, a quelli con più anzianità di lavoro invece un poco restavano.
I diritti non potevano più essere trasmessi da una generazione all’altra, ma diventavano una sorta di rendita personale per le generazioni che abbandonavano il lavoro.
Questi accordi, sottoscritti dai sindacati confederali e applauditi dagli innovatori ora fan di Renzi, hanno creato l’apartheid.
Renzi stesso mente sapendo di mentire quando sostiene di voler abolire la disparità di diritti, invece tutti i suoi provvedimenti la rafforzano ed estendono.
Il jobs act non cambierà nulla nelle dimensioni della disoccupazione anzi i disoccupati aumenteranno, come è avvenuto in Grecia e Spagna che hanno per prime seguito la via oggi percorsa dal governo.
Il jobs act non risolverà uno solo dei problemi produttivi delle imprese, soprattutto di quelle più piccole che non hanno mai avuto l’articolo 18, ma che sono in crisi più delle grandi.
E allora perchè si fa?
Perchè per Draghi e Trichet la protezione costituzionale del lavoro è un lusso che l’Italia non può più permettersi.
I padroni d’Europa e della finanza vogliono un lavoro low cost in una società low cost, e tutto ciò che si oppone a questo loro disegno va trattato come un nemico.
CGIL CISL UIL in questi anni han lasciato passare tutto, sono state di una passività che il presidente del consiglio Monti arrivò persino a vantare all’estero.
Eppure a Renzi non basta ancora, per lui i sindacati devono generosamente suicidarsi per fare spazio al nuovo.
E questa è la seconda vera ragione del jobs act e del fanatismo con cui viene sostenuto: il valore simbolico dell’attacco all’articolo 18, che Renzi fa proprio per mettersi a capo di un regime, un sistema autoritario che nega la sostanza sociale della nostra Costituzione e riduce la democrazia ad una parvenza formale, fondata sul plebiscitarismo mediatico e sull’assenza di diritti veri.
Il jobs act è parte di una restaurazione sociale e politica con la quale si pensa di affrontare la crisi economica per rendere permanenti le politiche di austerità , che, secondo la signora Lagarde direttrice del Fondo Monetario Internazionale, in Europa non son neppure cominciate. Una restaurazione che nel paese del gattopardo richiede un ceto politico avventuriero disposto interpretarla come il nuovo che avanza.
Per questo il governo Renzi è il governo della menzogna e l’affermazione della verità è il primo atto di resistenza contro il regime che vuole costruire.
Giorgio Cremaschi
ex segretario nazionale Fiom
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
OGNI PARLAMENTARE PUO’ DISPORRE DI 3.690 EURO AL MESE PER I COLLABORATORI, MA L’ASSENZA DI CONTROLLI FAVORISCE GLI ABUSI… E LA LEGGE DI RIFORMA ATTENDE DA ANNI
Per la prima volta la Camera dei deputati ha chiesto meno soldi al Tesoro. 
Per la prima volta è stata tagliata la spesa per gli immobili.
Per la prima volta si sta affrontando il capitolo degli stipendi abnormi del personale: non senza qualche dribbling ardito, va detto, per aggirare il più possibile quel tetto dei 240 mila euro. L’impegno c’è.
E sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, anche se la strada è ancora lunga, e molti buchi neri restano ancora da esplorare. Soprattutto uno.
Forse il più odioso, considerando che questo è il posto dove si fanno le leggi.
Parliamo della questione dei collaboratori di deputati e senatori, quelli che con un termine poco elegante sono stati sempre definiti «portaborse».
Da anni rivendicano non soltanto un trattamento economico decente, ma anche contratti regolari che molti non hanno.
Spesso retribuiti in nero con paghe da fame, non riescono a far valere questo diritto elementare. Eppure un mezzo davvero semplice ci sarebbe: basterebbe adottare le regole in vigore negli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo.
I deputati indicano all’amministrazione i nomi dei collaboratori e gli uffici delle Camere provvedono a stipulare con loro un regolare contratto a termine e a pagargli lo stipendio.
Per le mani del parlamentare non passa un solo euro di quelli destinati ai suoi assistenti.
Non come in Italia. Qui ogni onorevole ha ancora a disposizione 3.690 euro mensili sopravvissuti ai tagli del 2010.
Si chiama «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato». Fino a un paio d’anni fa non era tenuto nemmeno a rendere conto di come li spendeva.
Con il risultato che non era possibile sapere se quei soldi andavano effettivamente ai collaboratori, oppure se finivano al partito, o se il parlamentare se li metteva semplicemente in tasca.
Dopo le polemiche scoppiate sul caso, si è stabilito che almeno metà di quella cifra va «rendicontata».
Ma l’altra metà continua a restare assolutamente discrezionale.
Senza contare che la rendicontazione del 50 per cento è un pannicello caldo: non risolve il problema principale.
La somma «rendicontata», pari a 1.845 euro al mese, può essere impiegata per i collaboratori, ma anche per «consulenze, ricerche, gestione dell’ufficio, utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati, convegni e sostegno delle attività politiche».
I numeri del resto parlano chiaro.
I contratti per collaboratori parlamentari depositati alla Camera sono 508. Per 630 deputati. E i permessi di ingresso permanenti a Montecitorio, considerando che i collaboratori possono essere impiegati anche soltanto sul territorio, non sono che 385. Evidentemente qualcosa non torna.
Ed è certo lo stesso motivo per cui la stragrande maggioranza dei gruppi politici continuano a opporsi all’introduzione di quella semplicissima regola adottata a Strasburgo, ma anche a Berlino e in tanti altri parlamenti nazionali.
Il bello è che non più tardi del 6 novembre 2013, in occasione del varo del bilancio interno, l’assemblea della Camera ha approvato fra l’altro un ordine del giorno con il quale si invitava l’ufficio di presidenza e il collegio dei questori, testualmente, a «disciplinare tempestivamente, in maniera completa o organica, il rapporto fra deputato e collaboratore avvalendosi delle soluzioni individuate dai principali paesi europei e dal parlamento europeo».
Ma in undici mesi non si è mossa una virgola.
C’è anche un disegno di legge presentato a maggio del 2013: rimasto per 14 mesi nel congelatore, è stato tirato fuori a luglio 2014 e discusso pochi minuti in commissione. Giusto il tempo per rinviare il tutto. Impossibile non mettere in relazione la strenua difesa dell’uso discrezionale di quella cifra con i tagli al finanziamento pubblico dei partiti. Le risorse cominciano a scarseggiare e quelle somme sono preziose.
La cifra non è affatto trascurabile.
Perchè 3.690 euro al mese per dodici mesi e per 630 fa 27 milioni 896.400 euro l’anno.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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