Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
A FORZA DI GASARLO, IL POVERETTO HA FINITO PER CREDERE DI ESSERE UN LEADER… FORZA ITALIA REPLICA: “SENZA DI NOI NON ESISTI”…ALTOLA’ DI BOSSI: “IL LEADER RESTA BERLUSCONI”…ALFANO: “E’ IL REGGIMOCCOLO DELLA LE PEN”
Più che un’Opa ostile sul trono del centrodestra, è l’annuncio del “parricidio”. La prima dichiarazione di indipendenza da Silvio Berlusconi da parte del leader leghista Matteo Salvini.
E come tale è stata letta ad Arcore, scuotendo non poco il padrone di casa. «Questo è un colpo basso, da Matteo non me l’aspettavo, dove pensa di arrivare contro di me? Lui non potrà mai essere il baricentro dei moderati» si è sfogato l’ex Cavaliere.
Dando il “la” a una sfilza di attacchi a Salvini da tutto il fronte forzista.
Ma cosa ha scatenato la tempesta a destra?
Il leader leghista si è molto galvanizzato alla lettura dei sondaggi delle ultime settimane.
Il 31 ottobre “Ixè” per Agorà attestava Salvini al secondo posto (20 per cento) per gradimento, dopo Renzi, e ben prima di Grillo e dello stesso Berlusconi.
Da qui la decisione di sferrare l’attacco mai osato fino a ieri e di lanciare ufficialmente la campagna “sudista” di conquista delle regioni sotto Roma con la pur nebulosa “Lega dei popoli”.
Un’intervista a “Libero” («Mi prendo il centrodestra»), poi una conferenza stampa a Montecitorio al fianco di Maroni e Zaia col pretesto della legge di stabilità in cui definisce la road map.
Il capo del Carroccio si prepara al «lancio a fine mese di un nuovo soggetto politico: un progetto culturale, non un cartello elettorale, perchè non mi interessa un centrodestra che sia una sommatoria di Lega, Forza Italia e Ncd».
Che farne di Berlusconi? «Lui pensa a una nuova edizione di Forza Italia ma il mondo è cambiato».
È il punto di svolta, che funziona da detonatore nella trincea forzista. I dirigenti che hanno sentito l’ex premier non hanno potuto fare a meno di ricordargli le «troppe concessioni» a Salvini in questi mesi.
Le frequenti comparsate sulle reti Mediaset, la copertina di Panorama di un paio di settimane fa (“L’altro Matteo”), perfino l’intervista a “Mattino5” in cui Berlusconi non escludeva una leadership di Salvini: «Vedremo, prematuro…».
Ora il capo forzista sembra si sia reso conto, «sì, gli ho concesso tanto e questo è stato il risultato, ma adesso la storia cambia» si è lasciato andare ieri.
Raccontano si stia perfino ricredendo sulla necessità di riaprire il dialogo troppo rapidamente chiuso con l’Ncd di Alfano per le Regionali.
Ora, l’alleanza con la Lega proprio per le regionali (soprattutto in Veneto in primavera) non è in discussione, ma tutto il resto sì.
Dell’operazione lanciata dall’arrembante leader leghista non appare del tutto convinto Umberto Bossi.
«Berlusconi è e sarà il leader del centrodestra che verrà – taglia corto il Senatur a Montecitorio – mentre Salvini può fare il leader della Lega dei popoli, piace alla gente… ».
Il «nuovo soggetto politico» al quale Salvini pensa è un’aggregazione “nero-verde” nella quale conta di coinvolgere, soprattutto nel Mezzogiorno, tanto Fratelli d’Italia quanto Casa Pound.
In nome del No Euro e della campagna anti immigrati che già li aveva visti sfilare nelle stesse piazze il 18 ottobre.
Ma proprio gli ex An di Fdi in queste ore osservano con parecchio scetticismo l’accelerazione di “Matteo”. «Il centrodestra dovrebbe evitare di rendere la sua scalata alla leadership del centrodestra così semplice » si inalbera Ignazio La Russa prendendosela, senza citarlo, proprio con Berlusconi.
Intorno al loro capo i forzisti hanno eretto in poche ore un cordone sanitario.
Già a mezzogiorno l’ex Cavaliere detta alla portavoce Bergamini la replica stizzita («Non esiste un centrodestra senza Berlusconi»), poi è “il Mattinale” di Brunetta a scrivere che «Salvini non può fare l’asso pigliatutto», a seguire un coro, da Romani («Non si prescinde da Berlusconi ») alla Gelmini («La leadership si conquista») a tanti altri.
L’appello finale ai suoi ex compagni di partito è di Angelino Alfano, ormai acerrimo avversario di Salvini: «Mollatelo al suo destino, quello di reggimoccolo di Marine Le Pen».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
LEGGE DI STABILITA’ DA PICCOLO CABOTAGGIO: CRITICHE DA BANKITALIA, CORTE DEI CONTE E ISTAT
Continuano le audizioni sulla manovra alla Camera e ogni giorno si delinea meglio il piccolo cabotaggio
scelto dal governo Renzi per comporre il bilancio dello Stato. Dopo Bankitalia, Corte dei Conti e Istat, ieri è toccato — tra gli altri — all’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) smontare alcune verità sulle magnifiche sorti e progressive disegnate dalla Legge di Stabilità 2015.
L’Autorità sui conti pubblici, infatti, svela il trucco: questa è “una manovra netta espansiva” peraltro limitato, soli 5,9 miliardi all’anno prossimo, ma dal 2016-2017 questo svanisce e arrivano le mazzate.
Ha spiegato il presidente Giuseppe Pisauro: “Il punto debole sono le clausole di salvaguardia, vecchie e nuove, che nel solo 2016 rischiano di aumentare le imposte di 16 miliardi. Per impedirlo occorrerebbe tagliare la spesa” (secondo Confcommercio, se si procederà ad aumentare l’Iva come previsto “si avranno complessivamente 65 miliardi in meno di consumi”).
Per l’Upb, poi, sono “incerte” e “problematiche” le entrate previste dalle nuove tasse sui giochi, mentre potrebbero essere “sottostimate” le coperture necessarie alla decontribuzione dei contratti a tempo indeterminato, visto che la durata annuale del benificio potrebbe spingere molte imprese a caricare sul 2015 tutti i nuovi ingressi. Pure le “perdite di gettito fiscale” derivanti dal nuovo “regime dei minimi” per le partita Iva sono conteggiate in modo “ottimistico”.
Già così comunque, come ha ribadito ieri sera Pier Carlo Padoan alla Camera, le tasse aumenteranno: “Con la legge di Stabilità la pressione fiscale mostra una riduzione contenuta nel 2015, passando dal 43,3% del 2014 al 43,2%, e si stabilizza al 43,6% in ciascuno degli anni 2016 e 2017”, ha spiegato il ministro dell’Economia.
Davanti alla commissione Bilancio della Camera, poi, sono arrivati Regioni, Comuni e anche le nuove Province e Città metropolitane, vittime di un taglio da un miliardo sulla spesa corrente l’anno prossimo.
Il rappresentante di queste ultime, Daniele Bosone, ha avvertito che se questi restano i saldi loro non potranno garantire “alcun tipo di servizio, neanche il minimo”: a rischio ci sono dunque “strade, scuole e trasporto pubblico locale”, ma pure “gli stipendi del personale”.
Tutte difficoltà che, probabilmente, si scaricheranno su sindaci e governatori, che hanno già i loro problemi (la trattativa col governo è iniziata ieri).
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
ECCO PERCHE’ LA VERSIONE UFFICIALE VIENE SMENTITA DAL VIDEO
In un perfetto dèjà vu, per la seconda volta in appena sedici mesi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano torna a sottoporsi al voto del Parlamento su una mozione di sfiducia individuale.
Di cui cambia solo il proscenio: un anno e mezzo fa fu il Senato, oggi la Camera.
Ma non la sostanza politica. Come nel luglio del 2013 (caso Shalabayeva), gli ingredienti della vicenda che lo investe – gli scontri di piazza del 29 ottobre scorso durante il corteo degli operai della Ast – ripropongono infatti un identico canovaccio.
Come in quell’estate, Alfano mente al Parlamento, cui annuncia una «rigorosa e oggettiva ricostruzione dei fatti» che, al contrario, è costruita su circostanze ora fuorvianti, ora sapientemente manipolate.
Non è dato sapere se figlie del dolo o della superficialità con cui le ha recepite da chi gliele ha confezionate (questura e Prefettura di Roma).
In ogni caso, necessarie innanzitutto a sottrarlo alla sua responsabilità politica di ministro e, insieme, a dissimulare l’errore degli apparati.
Ancora: come in quell’estate, la mossa gli è resa agevole dal silenzio di un Presidente del Consiglio (allora Enrico Letta, oggi Matteo Renzi), alla cui maggioranza sa di essere indispensabile.
E in nome della quale ritiene per altro di poter chiudere la faccenda con una “democristiana” e dunque ecumenica «solidarietà ai lavoratori della Ast e della Polizia di Stato».
Per riuscire nell’operazione, è appunto necessario stravolgere i fatti e la loro sequenza. Ma questa volta, grazie alle immagini degli scontri del 29 mattina registrate dalle telecamere di “ Gazebo” e diffuse da Repubblica.it, l’azzardo mostra rapidamente la sua natura abusiva.
LA “VOCE COLTA IN PIAZZA”
Dice Alfano in Senato il 30 ottobre: «È subentrata la preoccupazione che alcuni manifestanti volessero dirigersi verso la vicina stazione Termini, atteso che tale voce era stata colta dai funzionari di polizia in servizio a piazza Indipendenza. Un folto numero di manifestanti, dando vita a un improvviso corteo, si è diretto verso via Solferino e, visto lo sbarramento opposto dalla polizia, ha poi deviato verso altre vie limitrofe che conducono comunque a piazza dei Cinquecento e quindi alla stazione Termini. Rafforzando così la preoccupazione che era già stata avvertita e cioè che volessero dirigersi alla stazione».
Non è fortunato l’ incipit della ricostruzione «oggettiva e rigorosa » del ministro. Nelle sue parole, si contano infatti un’informazione tanto anodina quanto inverificabile («una voce raccolta in piazza» vuole che i manifestanti intendano dirigersi verso Termini per “occuparla”), e, soprattutto, una prima decisiva manipolazione che le immagini televisive svelano come tale.
Per poter infatti sostenere che le intenzioni dell’«improvvisato» corteo siano, come vorrebbe la misteriosa “voce”, quelle di marciare su Termini, Alfano è costretto a collocarne la testa in via Solferino, nel tratto che unisce piazza Indipendenza a piazza dei Cinquecento. Ma è falso.
Il corteo infatti non solo non si dirige o entra in via Solferino, ma, al contrario, piega sulla destra di piazza Indipendenza, per entrare in via Curtatone.
Una «via limitrofa » che non conduce affatto «a piazza dei Cinquecento» (corre infatti in direzione esattamente opposta), ma al ministero, dove gli operai intendono e dichiarano di andare.
E dove – mostrano ancora le immagini televisive – dirigono per scelta e non perchè «uno sbarramento della polizia» gli abbia ostacolato il passo in via Solferino.
IL “CONCITATO CONTATTO FISICO”
Ancora Alfano: «Al corteo è stato inutilmente intimato l’alt. Per cui si è in breve arrivati a un concitato contatto fisico tra manifestanti e polizia da cui è conseguito il ferimento di 4 manifestanti e di 4 operatori della Polizia di stato: un funzionario e tre agenti del reparto mobile, i quali hanno riportato tutti lesioni guaribili da un minimo di tre a un massimo di quindici giorni» .
Le immagini e il sonoro delle riprese televisive non lasciano percepire alcuna intimazione al corteo di fermarsi.
Al contrario, mostrano una improvvisa frenesia che coglie i funzionari in borghese sulla piazza.
Uno di loro indossa un giacca di pelle e lo si ascolta nitidamente impartire immediatamente l’ordine di “carica” agli agenti del reparto mobile che chiude l’accesso di via Curtatone.
La “concitazione” comincia in quell’esatto momento.
Con quell’ordine, con le visiere che si abbassano, gli scudi che si alzano, i manganelli che mulinellano sulle teste degli operai che sorreggono lo striscione in testa al corteo. Non c’è dunque un «concitato contatto fisico». C’è una carica.
C’è un funzionario che perde la testa e ordina un uso sproporzionato della forza.
Un funzionario così disorientato da vederlo gridare a favore di telecamera « Dovete dircelo dove andate!!! », quando ormai il guaio e fatto e qualche testa è già stata scassata.
Ma anche di questo, nella «rigorosa e oggettiva relazione » del ministro non c’è, nè può esserci traccia.
Anche perchè questo significherebbe non solo ammettere un errore e doversene scusare, assumendone il peso politico.
Significherebbe anche dover rispondere ad alcune domande.
L’ordine di caricare è stata l’iniziativa di un singolo? Quali indicazioni avevano ricevuto i funzionari in piazza circa l’uso della forza? E da chi? Dal questore? Dal prefetto? E quali erano state le direttive di ordine pubblico che questore e prefetto avevano ricevuto dal ministro?
Il 29 mattina si doveva cercare la cogestione pacifica della piazza o, al contrario, la prova di forza muscolare con Landini e gli operai?
La verità è che nel vuoto della relazione di Alfano non c’è traccia di responsabilità . Non è colpa di nessuno.
Nè «è stato il governo a dare l’ordine di caricare » , dirà il presidente del Consiglio intervistato da Massimo Giannini a Ballarò.
“SOPRAGGIUNGE LANDINI”
Manca un ultimo tassello: « È poi sopraggiunto il segretario generale della Fiom Landini, il cui intervento ha contribuito a riportare la calma fra i manifestanti. In seguito, ha avuto avvio un breve negoziato per l’autorizzazione a effettuare un corteo verso la sede dello sviluppo economico, che si è concluso positivamente con la definizione di un percorso concordato » .
Anche nel dare conto di quest’ultimo anello della catena degli eventi, è necessario al ministro un sapiente ritocco, utile a sostenere, tra le righe, che l’animosità del corteo è stata raffreddata grazie alla “sopraggiunta” diplomazia del segretario della Fiom. Peccato che Landini non sopraggiunga.
Lo si distingue nitidamente a pochi passi dalla testa del corteo nel tentativo insieme disperato e furioso di fermare i manganelli.
« Che cazzo state facendo?! », urla alzando le mani al cielo davanti agli agenti del reparto Mobile. « Siamo lavoratori come voi! ».
E peccato che Landini non negozi, ma gridi sul volto dello spiritato funzionario di polizia con la giacca di pelle che è al ministero che gli operai vogliono andare. Non alla stazione Termini. Al ministero.
Perchè è lì che porta la “limitrofa” via Curtatone.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
JUNCKER: “PRENDO APPUNTI DURANTE LE RIUNIONI, POI FUORI SENTO DICHIARAZIONI CHE NON COINCIDONO”
Un virus si aggira per l’Italia, ben più minaccioso — al momento — di Ebola.
È il virus del Monito, che consiste in una frase solitamente priva di senso compiuto che esorta non si sa bene chi a fare non si sa bene cosa.
La forma è sempre impersonale: “si eviti”, “si faccia”, “ci si astenga”, “si provveda”, “si affretti”. Così capisce solo il destinatario, il quale però può dire che il bersaglio è un altro, lui non c’entra, anzi è d’accordo col monitatore e ci far un figurone.
A sua volta il monitatore, alla mala parata, può sempre precisare che non ce l’aveva con tizio, ma con caio, o con tutti, o con nessuno. E morta lì.
Così parla, anzi monita Re Giorgio da una vita: come gli oracoli sibillini della Pizia di Delfi. L’ultimo era sull’alluvione a Genova: “Fatti sbalorditivi e sconvolgenti, ma si eviti il rischio di riferimenti troppo generici: bisogna essere molto circostanziati”.
Talmente circostanziati che non si capiva con chi ce l’avesse: accusava genericamente qualcuno di essere troppo generico.
Chi pensasse che il Monito non sia contagioso deve ora ricredersi, dinanzi al propagarsi dell’infezione alle altre cariche dello Stato.
Piero Grasso dà il suo contributo al caso Cucchi con un monitino mica da ridere: “Chi sa parli”. Perbacco: gliele ha cantate chiare, anche se non si sa bene a chi. Non succede nulla, non cambia niente, ma anche il presidente del Senato ha strappato un titolo nei tg e sui giornali e ha fatto la sua porca figura a costo zero.
Anche il suo vecchio dioscuro palermitano, Giuseppe Pignatone, ora capo della Procura di Roma, ne esce da dio: si dice pronto a riaprire l’inchiesta su Cucchi, lasciando così intendere che non fosse proprio perfetta; ma poi si affretta a elogiare chi la condusse, lasciando così intendere che fosse perfetta. Risultato: nulla mischiato con niente, però fra gli applausi di tutti.
Poi c’è Renzi, che di suo sarebbe portato per la Supercazzola, ma l’ha prontamente contaminata col Monito, aggiungendovi un tocco di ma-anchismo veltroniano.
I poliziotti manganellano gli operai e i sindacalisti di Terni? Massima solidarietà agli operai, ma anche ai poliziotti. Poi, l’altroieri, la denuncia del complotto: “C’è un disegno per spaccare in due l’Italia”. E chi l’ha disegnato, quel disegno? Mistero.
In Italia, politici e giornalisti sono di bocca buona e si bevono tutto.
Capita però che il nostro sia pure presidente di turno del Consiglio europeo, dunque le sue parole varcano la cinta daziaria fino a Bruxelles e a Strasburgo.
Ieri il capogruppo del Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, ha chiesto un parere al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker sull’ultimo attacco renziano alla “tecnocrazia e burocrazia di Bruxelles” .
Risposta: “Devo dire al mio caro amico Renzi che io non sono il capo di una banda di burocrati, forse lui lo è. Io sono il presidente della Commissione Ue, che merita rispetto, non meno dei governi”.
Poteva aggiungere che il Pd di Renzi l’ha votato a quella carica, dunque non si capisce di che si lamenti. Ma ha preferito rivelare: “Prendo sempre appunti durante le riunioni, poi sento le dichiarazioni che vengono fatte fuori e spesso i due testi non coincidono”. Traduzione: Renzi fa il figo davanti ai giornalisti, ma poi a tu per tu diventa un agnellino di marzapane.
La tecnica funziona con la stampa italiana, sempre prodiga di titoli epici su Renzi in guerra con Juncker, in rotta con la Merkel, Renzi che strapazza la Bce, rompe con Barroso, gliela fa vedere ai burocrati e ai tecnocrati cattivi, contesta i trattati come lo “stupido fiscal compact”, vuole “cambiare l’Europa”, “respinge al mittente le lettere dell’Ue sulla finanziaria”, “piega l’Europa” e strappa “più flessibilità per i conti italiani”.
Poi uno va a vedere le carte e scopre che di tutti quegli annunci non c’è traccia alcuna: solo un premier che si affretta a cambiare la manovra di 6 miliardi, scodinzolando agli ordini dell’Ue. Come Giandomenico Fracchia che, degradato a incartare i cioccolatini, si fa bello davanti ai colleghi minacciando fuoco e fiamme con il capufficio: “Ora mi sente, io lo mando a pulire i cessi!”.
Poi, davanti alla sua porta, non osa neppure bussare e se la fa sotto.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI COME FRACCHIA: VOCE GROSSA IN ITALIA, SCODINZOLA IN EUROPA
Doveva succedere ed è successo: le parole spot con cui Matteo Renzi struttura la sua comunicazione “politica” interna sono sbarcate a Bruxelles, dove — come qui — trovano evidentemente più conveniente discutere sulle parole che sulle cose.
La scena si svolge all’incontro tra Jean-Claude Juncker, nuovo capo della Commissione europea, e i capigruppo dell’Europarlamento: “Vorrei sapere, presidente Juncker, cosa pensa del premier italiano che non vuole farsi dettare la linea dai tecnocrati di Bruxelles”, parte il numero 1 del Ppe, Manfred Weber, parlando di posizione “inaccettabile” (segue scontro col capogruppo dei socialisti, l’italiano Pittella).
“Devo dire al mio caro amico Renzi che io non sono il presidente di una banda di burocrati, forse lui lo è”, è la replica un po’ infantile di Juncker: “Io sono il presidente della Commissione europea che è un’istituzione non meno legittimata rispetto ad altre” (seguono lamentele anche su David Cameron, che si rifiuta di aumentare di 2,1 miliardi il suo contributo all’Unione).
Segue velata minaccia: “Se la Commissione avesse dato ascolto ai burocrati il giudizio sulla manovra italiana sarebbe stato molto diverso…”.
Infine il presidente dell’esecutivo Ue lascia anche intendere perfidamente che Renzi sia pure un po’ vigliacco: battagliero in pubblico e assai meno nelle riunioni formali (“i Consigli europei servono per risolvere i problemi, non per crearli: io prendo sempre appunti durante le riunioni, poi sento le dichiarazioni fuori e spesso i testi non coincidono”).
Toni mai sentiti nemmeno mentre a Bruxelles tentavano di far fuori Silvio Berlusconi e che non saranno senza esiti — dicono fonti qualificate — nel momento in cui il confronto sulla manovra entrerà nel vivo: tra le altre cose, per dire, alla Commissione non è piaciuto affatto che un premier che fa propaganda sulla necessità degli investimenti, poi usi 4 miliardi di fondi europei per coprire le sue misure.
Matteo Renzi, per parte sua ha continuato a fare il bullo.
Su Twitter: “Per l’Italia pretendo rispetto”. Poi a Ballarò, su Raitre: “È cambiato il clima. In Europa non vado col cappello in mano, non vado a Bruxelles a farmi spiegare cosa fare: l’ho detto anche a Barroso e Juncker”.
Magari i due non hanno capito, visto la fretta con cui il governo la scorsa settimana s’è affrettato ad obbedirgli sull’ulteriore taglio dello 0,3% del deficit, ma tant’è.
Più diplomatico Sandro Gozi, il sottosegretario (prodiano) che ha la delega ai rapporti con l’Unione: “Nessuno dice che Juncker sia un tecnocrate, ma è bene che non dia troppo ascolto ai tanti tecnocrati che lo circondano”. Frase che, volendo malignare, testimonia di una certa preoccupazione di palazzo Chigi su quanto “i tecnocrati” potrebbero ancora combinare.
La commissione peraltro, e l’ex presidente dell’Eurogruppo Juncker in testa, deve fare i conti con l’esito delle politiche che ha sponsorizzato (e sponsorizza).
Le previsioni autunnali dello stesso esecutivo confermano lo stato comatoso dell’economia del continente e rivedono al ribasso le stime di crescita rispetto a quelle di primavera: l’aumento previsto del Pil dell’Eurozona nel 2015 — ai paesi con la propria moneta va un po’ meglio — viene assai ridimensionato (da +1,8 a +1,1%), mentre le due economie maggiori vedono addirittura dimezzata la loro performance (la Francia dall’1,5 allo 0,7%, la Germania dal 2 all’1,1%). Pure l’inflazione è destinata a rimanere troppo bassa.
Per questo il falco Jyrki Katainen si appella a Berlino: “Per il bene della stessa Germania ha senso investire in ricerca e sviluppo e in infrastrutture”. Come al solito, in queste previsioni della Commissione, tra due anni inizia la pacchia e si torna a crescere. Forse: “Rischi al ribasso sono legati all’ulteriore slittamento della domanda esterna”.
Quanto all’Italia, invece, le previsioni non sono piacevoli comunque: crescita anemica, debito verso il record del 133,8% del Pil nel 2015, disoccupazione che resta attorno al 12,5%, deficit in discesa (dal 3 di quest’anno al 2,2% del 2016) ma troppo piano secondo Bruxelles, che però è felice perchè la bilancia dei pagamenti con l’estero continua a essere in attivo (è così che si pagano i debiti).
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
L’ESEMPIO DEL MINISTRO GUIDI: LA SUA DUCATI ENERGIA, DOPO UN CONTRIBUTO PUBBLICO DI 750.000 EURO, HA APERTO UNO STABILIMENTO IN CROAZIA
Non dev’essere un caso se il governo Renzi ha in squadra una delle più lucide teoriche della
delocalizzazione, il ministro dello Sviluppo economico (dovunque si sviluppi, par di capire) Federica Guidi.
Già anni fa l’imprenditrice emiliana spiegava: “Per restare competitivi dobbiamo avere un basso costo del prodotto. Quindi un basso costo della manodopera. In Italia il costo varia dai 18 ai 21 euro, in Croazia è di poco superiore ai tre, in Romania è inferiore a un euro”.
Infatti la sua Ducati Energia aprì uno stabilimento in Croazia, con un contributo finanziario di circa 740 mila euro della finanziaria pubblica Simest.
Bersagliata da rabbiose interrogazioni, la scorsa primavera, la ministra non si scompose: “Non è una delocalizzazione ma un’operazione finalizzata a mantenere la presenza di Ducati Energia in un settore pesantemente aggredito da produttori del Far East asiatico”
I lavoratori stanno perdendo il posto perchè il loro lavoro viene riallocato a colleghi di Paesi più competitivi sono le vittime della delocalizzazione, e hanno poco da stare allegri.
Perchè delle variegate accezioni negative del termine (da “carognata” a “male inevitabile”) al governo Renzi non ne piace nessuna.
La delocalizzazione gli piace proprio. Non c’è caso che li commuova.
Per dire, il comune di Roma mette in gara l’appalto per il call center 060606, la società romana Almaviva che lo gestiva perde la gara e 280 addetti dipendenti il lavoro.
A risultato acquisito, un mese fa, si è scoperto che il bando non prevedeva l’obbligo di assorbire il personale, ma soprattutto di svolgere il servizio a Roma.
Sono notizie quotidiane, grandi e piccole.
A Ferragosto ha chiuso la Bronte Jeans di Catania, gruppo tessile che produceva per grandi marchi come Benetton e Diesel, 175 posti di lavoro in fumo, altrettante assunzioni pronte a scattare in Vietnam, in Bangladesh o in Cina.
I sindacalisti dei tessili siciliani hanno subito chiesto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico, dove c’è un interlocutore credibile e informato, la Guidi appunto, che sa a memoria i minimi salariali dei cinque continenti e almeno non alimenterà vane illusioni
Se ne vanno a frotte. Non solo la Moncler, ma anche altri storici marchi del made in Italy vanno altrove per risparmiare.
Hanno delocalizzato le calze Omsa, le tute da moto Dainese, la caffettiere Bialetti, le scarpe Geox, le attrezzature da sci della Rossignol.
Producono da sempre all’estero la Tod’s di Diego Della Valle e la Benetton.
Quest’ultima un anno e mezzo fa ha perso molti collaboratori nel crollo del Rana Plaza, la fabbricona tessile alla periferia di Dacca, in Bangladesh, dove sono morte 1134 persone e però 2400 circa si sono salvate.
Le varie multinazionali coinvolte hanno litigato sui risarcimenti e, nessuno volendo fare la prima mossa, nessuno ha versato il pattuito.
Il Bangladesh, a dispetto dei crolli delle fabbriche sulla testa di chi lavora, rimane
stra-competitivo.
Nonostante un recente aumento del 77 per cento, il salario dei 3,6 milioni di lavoratori tessili (quasi tutte donne) non supera i 50 euro al mese.
Di fronte a tanto orrore, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha trovato il modo di argomentare che la delocalizzazione è una mano santa se ci aiuta a evitare che il suddetto orrore entri nelle nostre fabbriche. Meglio chiuderle.
Lo ha detto per celebrare il Primo maggio. Dopo aver premesso che “non bisogna pensare all’imprenditore solo come uno sfruttatore”, ha teorizzato: “Non sono disposto a far restare in Italia le imprese a ogni costo. Se hanno intenzione di danneggiare i lavoratori, territorio e ambiente possono andare altrove”.
L’idea di Poletti è la cosa più di sinistra che c’è nel governo Renzi.
L’imprenditore non è uno sfruttatore ma se lo fosse, per deprecabile ed estremo caso, delocalizzi al più presto.
Meglio disoccupati che sfruttati, e via di mezzo evidentemente non c’è.
Il premier è proprio entusiasta della delocalizzazione. In Cina, a giugno scorso, ci ha regalato impagabili perorazioni, come quella declamata a Shangai: “Chi viene ad investire all’estero non è un fuggitivo. Si è dato della delocalizzazione un significato solo negativo. Ma così si è scoraggiata l’apertura al mondo del Paese”.
Le migliaia di persone che perdono il lavoro non hanno capito ciò che Renzi in Cina ha compreso con chiarezza, tanto da bollare come “polemiche stucchevoli” il lamento dei nuovi disoccupati: “Con i ricavi all’estero le aziende italiane portano business e posti di lavoro alle filiali in Italia”
Naturalmente nessun esempio concreto è stato portato a supporto dell’ardita suggestione.
Anche perchè passando dal generale al particolare cambia tutto, come sa il deputato renzianissimo Michele Anzaldi, alle prese con la delocalizzazione della pasta Garofalo.
Non sapendo come conciliare l’umore dei pastai presto disoccupati con quello del capo, ne è uscito con una contorsione che illumina la difficoltà dei politici di fronte ai prezzi della crisi: “Se, come ha detto il premier Matteo Renzi, non sarebbero accettabili interventi governativi di carattere nazionalistico, è invece quanto mai opportuno tutelare l’identità delle nostre produzioni”.
Adesso è tutto più chiaro.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
IL FINANZIERE, L’AMICO D’INFANZIA IN AFFARI, L’AMERIKANO E MISTER PRADA
Davide Serra. Il finanziere che guarda a Mps e non ama gli scioperi
Pier Luigi Bersani aveva definito Davide Serra, fondatore del fondo di investimento Algebris, un “bandito delle Cayman”.
In effetti nella costellazione societaria di Algebris c’è anche una società basta nel paradiso fiscale che fa da appoggio a molte società britanniche.
Serra ha querelato Bersani ma, come rivelato dall’Espresso, il pm di Milano Luigi Orsi ha chiesto e ottenuto l’archiviazione.
Dalla Leopolda Serra ha criticato l’eccesso di scioperi in Italia
Marco Carrai. L’amico d’infanzia sempre più in affari tra Firenze e Israele
Lui dice di essere soltanto un piccolo imprenditore fiorentino, ma essere amico del premier da sempre ha reso Marco Carrai un personaggio sempre più ambito.
Al suo matrimonio c’erano top manager e ambasciatori (chissà , forse nella speranza di incontrare Renzi). Negli ultimi mesi interviene spesso sui giornali con editoriali su Israele, paese al quale è legato da amicizie (inclusa quella con il falco americano Michael Ledeen) e affari
Sergio Marchionne. Lo spot a Detroit, il piano ”Fabbrica Italia” è un ricordo
In passato tra Renzi e Sergio Marchionne, ad di Fiat Chrysler, ci sono state tensioni.
Oggi sono l’uno il testimonial dell’altro, a Roma, a Torino come a Detroit. Il manager ha da tempo stracciato il piano di investimenti “Fabbrica Italia” e si concentra all’estero.
Il governo lo supporta e sta anche avallando una improbabile cordata che deve rilevare lo stabilimento di Termini Imerese di cui finalmente la Fiat potrà liberarsi.
Patrizio Bertelli. Mister Prada alla Leopolda e l’accusa di evasione fiscale
Sul palco della Leopolda, a Firenze, l’amministratore delegato di Prada Patrizio Bertelli è stato molto applaudito.
Chissà se il pubblico sapeva che il manager e azionista con moglie Miuccia della casa di moda ha da poco pagato 400 milioni al fisco per regolarizzare la posizione del suo gruppo.
E comunque è ancora indagato per evasione fiscale dalla Procura di Milano: l’accusa è di aver “esterovestito” le società del gruppo per pagare meno tasse in Italia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
OCCORRE IL RISPETTO DEL DIRITTO, MA ORA IL “SINDACO DI STRADA” FACCIA I FATTI”, QUELLI CHE NON SI SONO VISTI IN QUATTRO ANNI DI AMMINISTRAZIONE DI NAPOLI
Pochi giorni fa il TAR Campania, dopo ampia “meditazione”, ha reintegrato de Magistris nella
funzione di Sindaco di Napoli così caducando il provvedimento di sospensione dalla funzione antecedentemente emesso dal Prefetto in ottemperanza di una specifica previsione della “Legge Severino”.
Il provvedimento ha altresì definito il contestuale invio degli atti di specie all’autorità di competenza per non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata con riferimento alla norma di specie.
Personalmente ho sempre ritenuto che la “Severino” fosse incostituzionale sul punto specifico e continuo ancora a pensarlo, anche se sono comunque curioso di leggere le motivazioni della decisione del Giudice Amministrativo.
Al netto di quest’ultima, legittima “curiosità ”, è di oggettiva evidenza come sia assolutamente assurdo collegare l’effetto della sospensione da una specifica funzione ad una “mera” sentenza di condanna di primo grado che, in quanto tale, è chiaramente transuente e non definitiva: un effetto oltremodo devastante, sia per i postulati basilari del nostro sistema giuridico che per gli stessi scenari politico-amministrativi e/o politico-governativi di riferimento.
Per quanto sia innegabile, e “sacrosanto”, che chi ricopre una Pubblica Funzione dovrebbe sempre dimostrare di essere trasparente e corretto, così godendo di quella “stima Istituzionale” che dovrebbe essere sempre l’unica fonte sostanziale del relativo potere, è altresì vero come la rincorsa alla “moralizzazione dell’agire pubblico” non possa in nessun modo giustificare la violazione delle regole basilari del nostro sistema giuridico-istituzionale.
E’ assurdo che, in nome della “sistematica caccia alle streghe” tipica del gossip all’italiana, si possa immaginare di “colpire a morte” uno dei postulati basilari del nostro sistema costituzionale che “presume” il cittadino innocente fino a sentenza di condanna passata “in giudicato”.
Argomentare diversamente revoca in dubio l’essenza stessa della nostra civiltà giuridica e della nostra cultura, offende la nostra storia di Paese quale “culla del diritto”, e continua ad allontanare da quella legittima spinta alla normalizzazione della vita pubblico-istituzionale che s’appalesa bene sempre più preminente e non più defettibile.
Sono vent’anni che si fa un uso strumentale della giustizia per determinare le sorti del nostro Paese e di questo o di quel personaggio pubblico. Ora basta.
Il diritto è un valore assoluto. Le regole pure e vanno rispettate sempre e comunque, non avendo nessuna rilevanza giuridica e nessuna dignità , culturale o pseudo-tale, la simpatia o l’antipatia personale prodotta da Tizio, da Caio o da Sempronio o le ragioni sostanzialmente di parte di questa o di quell’altra “fazione” del potere politico.
La legge è legge e vale per tutti ed in tutte le direzioni.
Ma è soprattutto il senso della cultura giuridica e del corretto ragionare che vanno ripresi e propugnati fino in fondo.
Basta con i Governi che cadono per effetto del “mero inciucio” o del mero sospetto. Basta con la vita democratica inficiata da “momenti transuenti”.
Basta col giustizialismo di maniera e col sostanziale straripamento dei poteri
Resto dell’idea che “della moglie di Cesare non si dovrebbe nemmeno pensare che possa essere in grado di rubare”: allor quando si annidi “il sospetto”, ragioni di opportunità e di serietà dovrebbero spingere chi di dovere a dimettersi.
Ma è scelta personale e di coscienza: non può essere determinata o prodotta dalla dinamiche dell’ “inciucio di sistema”.
A maggior ragione non può essere prodotta da una “sospensione” dalla funzione collegata ad una mera sentenza di condanna di primo grado.
La sintesi personale è doverosa.
Quando ci fu il provvedimento che diede vita alla iattura del “sindaco sospeso”, in tanti fecero la rincorsa per giubilare. Io preferii restare in “silenzio”, limitandomi a dire che volevo riflettere, sia per la questione strettamente giuridica, che per altri ragionamenti che pure facevano parte “del proscenio”.
De Magistris, come Sindaco, non mi piace a mai mi piacerà .
Ciò non di meno certe cose fanno riflettere, ed a prescindere dal “colore” o dalla qualità dell’azione politica – del tutto insoddisfacente in questo caso – chi ama l’Italia, la Legge ed il senso di Giustizia, ha il dovere di porsele…
Comunque il “viatico del diritto” è un percorso complesso. Un “gioco a scacchi” parecchio sofisticato: vedremo il proseguo…
Un ultimo “pensiero”, quello più importante.
Nelle scorse settimane de Magistris si è prodotto nella pantomima del “Sindaco di Strada”.
Che ora ci resti per strada, che resti tra la gente e che faccia il suo dovere fino in fondo, finalmente affrontando le questioni, le ferite ed i bisogni di una città che ha sì “la civiltà ” e la dimensione culturale per comprendere l’importanza “istituzionale” della “posta in gioco”, ma che pretende comunque risposte.
La Città è in ginocchio. La popolazione pure.
Si possono comprendere le ragioni giuridiche, si può conservare il senso della storia e della civiltà , ma mai e poi mai si sarà disposti e/o disponibili a giustificare o a comprendere l’approssimazione e l’incapacità dell’agire, e da questo punto di vita il Sindaco ha quasi 4 anni di inefficienze ed incapacità da farsi perdonare. E qui nessuno intende fare sconti.
Napoli ed i Napoletani vogliono risposte, vogliono fatti.
Basta con le chiacchiere…
Salvatore Castello
Right BLU – la Destra Liberale
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