Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DIETRO L’EX ESPONENTE SOCIALISTA
Nella nebbia che avvolge la falange di candidati per l’irto Colle orfano del sovrano, sono due le ombre che s’individuano meglio delle altre nella folla degli aspiranti presidenti.
La prima è quella dell’eterno Topolino della Casta al secolo Giuliano Amato, già craxiano e tante altre cose, oggi giudice della Corte costituzionale.
Quando ieri a Montecitorio si è propagata alla velocità della luce la notizia che Giorgio Napolitano era già al lavoro nel suo studio di senatore a vita a Palazzo Giustiniani (contrariamente alle previsioni che riferivano di qualche giorno di riposo dopo le dimissioni di mercoledì), il riflesso malizioso di molti è stato questo: “A Palazzo Giustiniani è stato inaugurato il comitato elettorale di Giuliano Amato”.
La lobby di “Topolino” e lo schema anti-Renzi
Non è mistero per nessuno che l’ex Re Giorgio consideri “Giuliano” come il suo erede naturale, al punto che l’eventuale successo di questa operazione avrebbe come titolo questo: “Ecco il Napolitano ter”.
La lobby amatiana è forte e composita.
Comprende Silvio Berlusconi, comprende il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore, comprende Massimo D’Alema, che pur di non darla vinta all’odiato premier avrebbe detto ai suoi fedelissimi di far recapitare a Silvio anche il nome di Paola Severino. Insomma, comprende quasi tutti, tranne Renzi.
Nel Pd delle minoranze si confida con un alto grado di attendibilità che le ultime sorprendenti uscite di Napolitano in favore di Renzi possano aver avuto come prezzo proprio questo: l’impegno del premier a eleggere un candidato autorevole e dalla fama internazionale.
E disponibili su piazza sono solo in due con questo profilo.
Uno è Romano Prodi, l’altro è Amato.
La strada per arrivare all’ex craxiano è semplice: imprigionare Renzi nel suo triplice schema mortale, riforme più Italicum più Quirinale, e metterlo spalle al muro, impallinando tutti gli altri candidati. Il calcolo prevede che si arrivi almeno al decimo scrutinio.
La supplica di Pier Luigi a Grillo
Ed è qui che il gioco dell’establishment incrocia la tattica della maggiore opposizione antirenziana del Pd, quella dei bersaniani.
Ieri, in una riunione volante di alcuni colonnelli di “Pier Luigi”, la supplica rivolta nei giorni scorsi a Grillo si è trasfigurata in una disperata e rabbiosa imprecazione: “Ma perchè Grillo è così coglione da non capire che se propone Prodi qui esplode tutto, a cominciare dal Nazareno?”.
Ma Bersani sa che i manganelli per bastonare Renzi sono due.
Oltre Prodi, c’è Amato appunto. Persino Stefano Fassina si sarebbe lasciato andare promettendo che non avrebbe “problemi” a votare Amato. Sintesi estrema affidata a un antirenziano autorevole: “Il premier si sta sempre più infilando in un cul de sac. E i deputati che controlla nel Pd non sono più di duecento. Se non rinuncia alla sua arroganza sarà una battaglia feroce. Certo il problema non si risolverà domani (oggi per chi legge, ndr) in direzione”.
Il dossier Delrio sull’ex demitiano della Dc
La seconda ombra più visibile delle altre che emerge dalla nebbia quirinalizia è quella di Sergio Mattarella, ex demitiano della sinistra dc, giudice costituzionale e fratello di Piersanti , presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980 (e di cui da poco è uscita la biografia scritta da Giovanni Grasso).
Il nome di Mattarella rimbalza con insistenza da due giorni e sono in tanti ad assicurare che il primo vero dossier istruito da Renzi riguardi lui.
A curarlo il sottosegretario Graziano Delrio.
Per i democristiani del Pd, Mattarella è diventata una speranza concreta dall’altra sera, quando a cena si sono ritrovati i deputati di Beppe Fioroni e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini.
In quell’area non tutti però sarebbero d’accordo. In primis i cosiddetti franceschiniani. Loro vorrebbero Pierlugi Castagnetti ma qualcuno rivela che lo stesso “Pierluigi si sarebbe detto d’accordo su Mattarella”.
Il conto non torna e il sospetto è che i guastatori franceschiniani lavorino invece per il loro leader, oggi ministro della Cultura.
In ogni caso la pancia moderata del Pd è eccitata come non mai da mercoledì scorso, giorno delle dimissioni di Napolitano. E in Transatlantico si è pure rivisto Enzo Bianco, sindaco di Catania.
I veleni sul figlio e il derby della Consulta
A dimostrare che il nome di Mattarella sia una cosa seria è il fatto che cominciano a circolare le voci sul figlio Bernardo Sergio, professore di diritto amministrativo e soprattutto capo dell’ufficio legislativo del ministro alla Semplificazione Marianna Madia.
Sul sito del dipartimento della Madia, Bernardo Mattarella ha un curriculum di ben 73 pagine ma questo non ferma le illazioni su consulenze e stipendio d’oro da più di centomila euro annui.
Storie di Casta, di padre in figlio. In ogni caso su Mattarella ancora non c’è una risposta definitiva di Silvio Berlusconi.
E contro il siciliano c’è già il precedente del 2013. Sergio Mattarella fu infatti la prima scelta del Pd di Bersani. Solo dopo venne Franco Marini.
Quando l’allora segretario democratico chiamò B., questi chiese e ottenne di incontrarlo. L’impressione non fu negativa: “Mi avevano detto che lei era peggio della Bindi ma ora che la conosco mi rendo conto che non è così”.
Tuttavia non bastò e venne fuori Marini, poi fucilato dai franchi tiratori di Matteo Renzi, all’epoca minoranza.
Il primo vero derby tra candidati si gioca nel recinto della Corte Costituzionale. Amato contro Mattarella. Il primo è favorito. Anche perchè sarebbe una garanzia assoluta contro lo scioglimento anticipato delle Camere. Parola di Napolitano, senatore a vita.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
STRATEGIE DI MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE
«L’onere di fornirci un nome spetta a Renzi», ripete Berlusconi. 
«È Renzi che deve fare la prima mossa», concorda Alfano.
Una responsabilità di cui il premier sente il peso e che oggi, in Direzione, vuole cominciare a condividere con il suo partito.
La minoranza Pd gli chiederà non uno «schema», non un «metodo », ma subito qualcosa di più: l’identikit del futuro capo dello Stato.
Ed è su questo che si lavora a palazzo Chigi. Trovare un candidato che superi la prova dei veti reciproci, dei ricatti delle correnti, delle antiche rivalità ormai stratificate da anni.
La lista del premier è divisa in blocchi.
E il punto di partenza, necessariamente, sono gli ex leader del centrosinistra.
Personalità forti, con un seguito nella base, e una caratteristica in comune: «Si ritengono – ripete da giorni il segretario ai suoi collaboratori -, anche legittimamente per carità , candidati di diritto ».
In quel blocco ci sono Romano Prodi, Piero Fassino, Dario Franceschini, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani.
In corsa lo sono tutti, anche quelli che si schermiscono. Ma agli occhi di Renzi, che guarda alla storia delle elezioni per il Quirinale, se si esclude Giuseppe Saragat nel ’64, mai nessun segretario di partito si è insediato nel palazzo dei Papi. –
Troppo ingombranti le loro personalità , troppo difficile farli accettare sia dagli alleati che dai rivali interni.
Con il rischio di spaccare i gruppi Pd senza attrarre nuovi voti dalle opposizioni. «E adesso serve uno che facilita l’intesa».
Semmai lo schema renziano ripete quello che portò Napolitano al Colle nel 2006: un politico puro ma pescato tra i dirigenti — in primo luogo ex Ds — mai arrivati al vertice del loro partito o scelto tra le riserve della Repunblica.
È un profilo che oggi ricalca molto quello di Sergio Mattarella. Ai suoi il premier non dice che sarà lui il prescelto ma ammette che l’ex ministro, oggi giudice costituzionale, «ha tutte le qualità necessarie».
È stato alla Difesa durante le guerre balcaniche, quando l’Italia partecipò in maniera sofferta ai bombardamenti della Nato sulla Serbia.
È stato vicepresidente Consiglio nel governo D’Alema, con cui ha ottimi rapporti. Ma più di tutto conta il precedente di due anni fa: era il primo nome della rosa che Bersani presentò a Berlusconi (gli altri due erano Marini e Amato).
Ovvero era il candidato ufficiale della «Ditta». Il Cavaliere allora non pose veti, preferendolo persino ad Amato. Poi si andò su Marini, con gli esiti che tutti ricordano.
Oggi Mattarella ritorna anche nelle discussioni della minoranza Pd.
«Sarebbe un presidente che può tenere unito il partito», ammettono i bersaniani. Ma naturalmente i dissidenti aspettano che sia il segretario a fare la proposta.
Per questo, per evitare trappole e non solo quelle interne, Renzi ha cambiato tattica. «Votare scheda bianca nei primi tre scrutini è troppo pericoloso, ci esponiamo ai giochetti di Sel, dei grillini e di tutti i gufi sparsi in parlamento. Troveremo un candidato di bandiera».
Come si faceva nella prima Repubblica. Il premier non lo dice ma è Prodi il nome che teme gli sia gettato tra i piedi nelle prime votazioni.
Un candidato capace di catalizzare sia i voti dei cinquestelle, di Sel, della minoranza Pd e, probabil- dei ribelli forzisti. «I grillini – rivela Arturo Scotto, capogruppo vendoliano – stanno ragionando su questo, forse stavolta si svegliano».
Nella lista di Renzi c’è anche un altro gruppo, importante di papabili, specie se la crisi finanziaria dovesse riaccendersi.
Sono i candidati «graditi a Bruxelles », quelli che offrono più garanzie internazionali ma non interne.
Tra di loro c’è Giuliano Amato, ma soprattutto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Anche alcuni ministri come Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti andrebbero bene per le Cancellerie. Ma il premier ha già deciso: «Resteranno entrambi ai loro posti».
Se il Pd è il fuoco dell’attenzione di Renzi, Lotti e Guerini, da ieri anche la situazione interna a Forza Italia viene monitorata da vicino.
Quanto accaduto a Montecitorio, con il capogruppo forzista Brunetta che si è messo di traverso rispetto al cammino della riforma costituzionale, ha confermato a palazzo Chigi quanto sia ormai «friabile » il patto del Nazareno.
Perchè, al di là della volontà dell’ex Cavaliere, «Berlusconi non è in grado di reggere il suo partito. Brunetta è una scheggia impazzita ».
L’incidente della Camera è stato al centro di una serie di riunioni e telefonate che il premier ha avuto lungo tutto il pomeriggio. Contatti che sono ruotati intorno alle riforme, al cammino dell’Italicum e alla partita del Quirinale. Da Angelino Alfano al capogruppo dem Roberto Speranza, fino al capogruppo Zanda e al senatore Chiti.
Bei – De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
ORLANDO SI DIFENDE: “NORMA DECISA A FINE AGOSTO”… IL PD: “SERVE PIÙ SEVERITà€”
Questa volta la “manina” non è sbucata dal nulla.
Il terzo comma dell’emendamento 7.10000 non approfitta del clima di distrazione natalizia.
Arriva da lontano, dalla fine dell’estate, tiene a precisare il ministero della Giustizia.
È dal 29 agosto che in via Arenula, “salvo intese” con palazzo Chigi, avevano deciso che le soglie di non punibilità del falso in bilancio restassero le stesse identiche che tredici anni fa volle Silvio Berlusconi.
La denuncia era arrivata ieri: i Cinque Stelle in commissione Giustizia al Senato, alle prese con gli emendamenti al ddl anti-corruzione presentati il 7 gennaio dal governo Renzi, si erano accorti che quella norma — che delimita il reato delle false comunicazioni sociali — era spiccicata a quella che fu scritta nel 2002 e che finì ad ingrossare le fila delle famigerate leggi ad personam .
“Un’altra prova del patto del Nazareno”, tuonano i Cinque Stelle, considerandola una pedina ad hoc per la prossima partita del Quirinale.
Ma il ministro Orlando — che ha materialmente depositato gli emendamenti in commissione la settimana scorsa — ricostruisce i fatti e ricorda che quella norma sta nei cassetti del Senato dal 20 novembre scorso.
Poi, siccome in commissione il ddl anticorruzione ha finalmente ripreso a camminare dopo i mesi di stallo, hanno pensato di trasformare quel progetto di legge in un emendamento, in modo da accelerare la sua corsa.
“Non c’è nessun piano alle spalle”, “il patto del Nazareno non c’entra nulla”, ha spiegato ieri Orlando. E ha aggiunto: “Dire che la nostra proposta indebolisce il falso in bilancio è contro la realtà ”.
In effetti, nemmeno i Cinque Stelle sostengono questo. Apprezzano l’aumento delle pene, per esempio.
Ma aggiungono che se rimane la norma per cui “chi falsifica il bilancio in misura inferiore al 5% del risultato economico di esercizio, cioè dell’utile d’impresa, o nella misura dell’1% del patrimonio netto, non è penalmente perseguibile”, “si può pure avere l’ergastolo, tanto nessuno verrà punito: è il principio che da tredici anni a questa parte ha svuotato il reato di falso in bilancio, ormai non si celebra più nemmeno un processo in materia”, sostiene il Cinque Stelle Maurizio Buccarella.
Lo stesso vale per la difesa delle piccole imprese, quelle che possono sbagliare i conti perchè non hanno uffici dedicati e qualificati, altro punto con cui Orlando giustifica le soglie: “Siamo i primi a non voler punire l’errore — insiste Buccarella — ma solo i casi in cui c’è il dolo”.
Per la verità , anche nel Pd, si levano voci critiche.
Felice Casson ha annunciato che presenterà emendamenti contro la proposta del governo. Il collega Giuseppe Lumia ammette che “rimane una questione aperta, quella cioè delle cosiddette soglie, la cui modifica discuteremo con il governo. Come gruppo Pd — conclude — proporremo un emendamento che superi il problema delle soglie per definire così un testo severo e condiviso”.
Paolo Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
MA QUANTE MANI E MANINE HA MATTEO RENZI?
Solo nell’ultimo anno e mezzo, se n’è già perso il conto. 
Roba che la Dea Kalì gli fa una pippa.
C’è la mano che indica l’uscita a B. l’11 settembre 2013: “In qualunque paese, quando un leader politico è condannato con sentenza definitiva, la partita è finita: game over”. C’è la mano che quattro mesi dopo, 18 gennaio 2014, stringe quella di B. al Nazareno per siglare l’omonimo patto (“profonda sintonia”), poi riusata fino a consunzione per altre otto strette affettuose a Palazzo Chigi per il rodaggio, la messa a punto e il tagliando dell’inciucione.
The game must go on. C’è la mano che firma l’Italicum e la controriforma costituzionale del Senato su misura di B. che vuole continuare a nominarsi i parlamentari in barba alla democrazia e alla Consulta.
C’è la mano che a metà febbraio twitta #enricostaisereno e poi lo accoltella nella notte.
C’è la mano che scrive il nome di Nicola Gratteri nella lista dei ministri, alla casella Giustizia.
E c’è la mano che, la sera stessa, lo sbianchetta perchè non piace a Napolitano e a B. C’è la mano che a metà giugno dà l’altolà alla legge anticorruzione, pronta per il voto alla Camera, perchè B. non la vuole.
C’è la mano che blocca qualunque velleità di punire i conflitti d’interessi, cioè la ragione sociale di B..
C’è la mano che a settembre sfila dalla riforma della giustizia il blocco della prescrizione, che per B. è come l’aglio per i vampiri.
C’è la mano che firma prima la nomina di Franco Lo Voi, il candidato meno titolato ma il più gradito al Palazzo e al Colle per la Procura di Palermo, e poi l’anticipato possesso per prevenire i ricorsi dei rivali esclusi.
C’è la mano che alla vigilia di Natale infila il SalvaSilvio nel decreto delegato fiscale con l’impunità a chi froda o evade fino al 3% dell’imponibile dichiarato, cancellando la condanna e l’ineleggibilità di B. (Renzi dice che l’arto è il suo, ma non chi l’ha aiutato a stendere tecnicamente la porcata).
C’è la mano che ora si accinge a modificare il SalvaSilvio, ma non si sa come e comunque non subito: solo dopo il nuovo presidente, così tiene B. appeso per il Colle.
C’è la mano che compila la black list per il Quirinale, espungendo tutti i nomi sgraditi a B., cioè i più popolari fuori dal Palazzo: Rodotà , Zagrebelsky, forse Prodi (“Se B. ha eletto Ciampi e rieletto Napolitano, perchè non dovrei consultarlo anche per il nuovo presidente?”, ripete il furbastro, e mai nessuno che gli risponda: “Perchè le altre volte B. non era un pregiudicato, e stavolta sì”; ma ci vorrebbe un intervistatore, non una Bignardi).
E c’è la mano che, l’altroieri, emenda a nome del governo la riforma del falso in bilancio che doveva cancellare il colpo di spugna di B. e invece è copiata paro paro dal colpo di spugna di B. E anche stavolta non lascia impronte digitali nè tracce di Dna, o perchè il titolare ha usato i guanti, o perchè ha ripulito la scena del delitto.
Ci vorrebbe il guanto di paraffina, magari il Ris di Parma col luminol, o meglio ancora Bruno Vespa col plastico di Palazzo Chigi, la criminologa bionda, l’avvocato Taormina, il Paolo Crepet e la Simonetta Matone pràªt-à -porter.
Di solito, al culmine del thrilling, mentre i ministri giocano allo scaricabarile e all’“io non c’ero o se c’ero dormivo” e i giornaloni fanno gli gnorri, scende dall’empireo il Matteus Ex Machina a dire che la mano è una sola, sempre la stessa: la sua, che però agisce a sua insaputa.
Come il braccio del dottor Stranamore, che vive di vita propria e si alza e si tende nell’automatico saluto al Fà¼hrer.
C’è sempre un equivoco, un fraintendimento, un quiproquo, uno sbaglio, una svista, una buccia di banana, anzi di Banana, che giustifica tutto.
Sono quei maledetti gufi che tendono una trappola dietro l’altra e lui, l’ingenuo vispo tereso, ci casca. Ecco.
Guardacaso però, ogni errore va sempre a favorire B. e quelli come lui.
Mai una volta che la manina si sbagli contro B. e contro quelli come lui.
Tant’è che, negli ambienti più accreditati, si fa strada un’inquietante ipotesi alternativa.
Che il povero Matteo, giovane com’è, abbia subìto di nascosto un trapianto di mano. E che il donatore sia il CaiMano.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
MAI IN PRIMA FILA, MAI A RISCHIARE BENESSERE, REPUTAZIONE E VITA PER UN IDEALE: CHIUSI NEI CESSI IN ATTESA CHE LA RIVOLUZIONE PASSI
Il caso Vanessa e Greta, le due cooperanti in missione umanitaria in Siria, ha riaperto la conduttura di quella fogna mediatica rappresentata dal buon borghese perbenista (inteso come categoria mentale, non come ceto sociale).
Quelli per capirci che magari vedi a Messa la domenica in nome dei valori della famiglia del Mulino Bianco o che senti al bar indignarsi per l’indegno spettacolo delle prostitute sotto casa, salvo poi la sera andare con la lingua di fuori alla ricerca di travestiti nei viali periferici o alla caccia di lolite minorenni.
Quelli dell’ “occorre cacciare tutti gli immigrati”, salvo poi lucrare sulla badante in nero.
Quelli insomma del “perchè non se ne stanno a casa”.
Li conosciamo da quando avevamo 16 anni e abbiamo iniziato a fare politica.
Mentre diversi ragazzi, a destra e a sinistra, della mia generazione rischiavano ogni giorno la pelle per difendere, giusti o sbagliati che fossero, ideali e valori, loro erano quelli che al massimo venivano ad ascoltare il comizio di Almirante nascosti sotto i portici o all’interno dei grandi magazzini, in modo da poter sembrare “casualmente di passaggio”.
La maggioranza “più silenziosa che non si può” preferiva emettere giudizi dai loro ovattati salotti borghesi bisbigliando contro “i comunisti” come ora, salvo che allora almeno c’erano.
D’altronde nei tempi in cui se avevi qualche problema giudiziario risultavi “mai iscritto al partito”, che si vuole pretendere da questi eterni “fasci da operetta” che tenevano ben nascosti in terza fila i libri del duce nel timore che potessero essere intravisti?
E’ sempre stato così: c’è chi ci mette la faccia e chi nasconde il culo, anzi spesso i due concetti si compenetrano dando vita alle facce da culo.
Erano mesi che aspettavano di vedere Vanessa e Greta sgozzate in diretta per poter strillare “siamo (siete) in guerra” o in alternativa contro il pagamento del riscatto, in caso di loro liberazione.
Si sono dovuti accontentare dell’ipotesi meno cruenta, pazienza, ma ora possono mugolare “come si è permesso il governo di spendere 12 milioni che sono miei?”.
Ma di che si lamentano?
Se anche il governo (come tutti quelli che lo hanno preceduto) avesse optato per una scelta “vigliacca”, non avrebbe fatto altro che ben rappresentarli.
O forse speravano in un blitz armato per liberare gli ostaggi?
Ma, anche laddove fosse stato “militarmente” possibile, queste sono cose da “gente con le palle”, non per loro.
Ma, diciamola tutta, il buon borghese è pervaso soprattutto da un disprezzo per queste due ragazze che, pur con tutta la loro ingenuità , almeno hanno fatto qualcosa per un ideale che lui non può ammettere: che non si vive solo per se stessi e per accumulare denaro, tra ipocrisie e compromessi.
Per questo “dovevano starsene a casa” come noi militanti negli anni di piombo.
Per non sporcare di sangue i marciapiedi durante il loro shopping del sabato.
Saluti col dito medio per tutta la vita.
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
SONO ARRIVATE A CIAMPINO ALLE 4, OGGI SARANNO SENTITE DAI GIUDICI
È atterrato alle 4 in punto all’aeroporto di Ciampino l’aereo che ha riportato in Italia Greta Ramelli
e Vanessa Marzullo, le due volontarie italiane di 20 e 21 anni sequestrate nel nord della Siria alla fine di luglio.
Le ragazze sono scese dal Falcon dell’ Aeronautica militare alle 4.20, dopo un volo di tre ore dalla Turchia.
Ad accoglierle sulla pista, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.
Entrambe le ragazze indossavano giubbotti scuri con il cappuccio tirato sul capo, pantaloni neri e scarpe da ginnastica bianche e rosse.
Apparivano molto provate e non hanno salutato la folla di giornalisti e cameraman che le attendeva. Sono subito entrate con il ministro nell’edificio dell’aeroporto militare.
Visite mediche
Subito dopo Vanessa e Greta sono state condotte all’ospedale militare del Celio per un controllo medico.
In giornata saranno sentite dalla Procura di Roma che ha aperto un inchiesta sul loro rapimento.
I genitori delle due volontarie sono già arrivati a Roma per incontrarle ma non sono stati visti all’aeroporto. Vanessa Marzullo, 21 anni, di Brembate, in provincia di Bergamo, è una studentessa di Mediazione linguistica.
È stata lei ad organizzare il progetto Horryaty, che riuniva varie associazioni di volontariato per portare medicine in Siria e tenere corsi di formazione di primo soccorso.
Greta Ramelli, 20 anni, di Gavirate (Varese), è una studentessa di scienze infermieristiche e volontaria della Organizzazione internazionale di Soccorso.
Ha svolto esperienze di cooperazione in Zambia e a Calcutta. Le due giovani erano state rapite il 31 luglio del 2014 nel nord della Siria, fra Aleppo e Idlib. In seguito, erano state cedute dai rapitori al fronte Al Nusra, il ramo siriano di al Qaida.
Il 31 dicembre era stato diffuso un video in cui le due ragazze, vestite con un chador nero, chiedevano aiuto dal governo italiano e dicevano di rischiare di essere uccise.
Il governo italiano, come d’uso, nega di avere pagato un riscatto. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni riferirà oggi alle 13 alla Camera sulla vicenda.
Abbraccio coi genitori
Un lungo e commosso abbraccio quello di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo con i rispettivi genitori, parenti ed amici giunti dalla Lombardia, avvenuto in una saletta dell’aeroporto di Ciampino, lontano da giornalisti, fotografi e telecamere.
Le famiglie delle due ragazze sono giunte in auto, un po’ in ritardo a causa di una foratura: per Vanessa i genitori e il fratello; per Greta, oltre ai genitori, il fratello e la sua fidanzata, anche due amiche, compagne delle scuole medie, volontarie anche loro. Lacrime di gioia e abbracci per Greta e Vanessa che, nonostante la stanchezza hanno poi scambiato con parenti ed amici qualche frase, prima di concludere le procedure di rito e lasciare l’aeroporto.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
CHI DARA’ GARANZIE AVRA’ I VOTI, ANCHE SE SI CHIAMA GIUSEPPE STALIN
I nomi c’entrano poco, almeno per ora.
Per Silvio Berlusconi il “costo” dei suoi voti sul Quirinale è legato all’Interesse.
È questo il “metodo” che l’ex premier ha in mente e che ha confidato alla cerchia ristrettissima: appoggiare il candidato che dà garanzie suoi dossier che considera cruciali, agibilità politica e tutela dell’Impero, in particolare sull’affaire Mediolanum.
Chi dà garanzie, avrà i voti. Anche se si chiama Giuseppe Stalin.
Ecco, il Quirinale come supremo intreccio di quel conflitto che ha accompagnato l’intera storia berlusconiana, dal ’94 in poi.
Per la prima volta, col Nazareno, l’ex premier sente che l’obiettivo è possibile.
Che cioè è possibile ciò che è sembrato “proibito” con Scalfaro, Ciampi, e Napolitano.
L’idea, su cui sono a lavoro gli ambasciatori berlusconiani, è di iniziare la trattativa con un incontro “a tre” – Renzi, Alfano e Berlusconi – già la prossima settimana per arrivare a un patto di sistema di qui all’apertura delle urne presidenziali .
Il “nome” deve essere l’attuatore del patto. Per Berlusconi sono due garanzie che chiederà a Renzi (e ad Alfano).
Da mettere nero su bianco.
L’agibilità politica è la prima. Si chiami “salva-Silvio” o “grazia” è la richiesta di una norma che annulli gli effetti della Severino e gli consenta di ricandidarsi.
E non è solo un fatto di rivincita morale e di “riabilitazione” agli occhi del mondo.
Nel corso dell’incontro di ieri con i leghisti l’ex premier si è detto convinto che le elezioni in primavera sono inevitabili.
Prospettiva che non lo spaventa neanche più di tanto visto che, come Renzi, ha una gran voglia di mandare al massacro un gruppo parlamentare che considera una zavorra.
A patto di poter essere candidato però. Perchè il brand Berlusconi, secondo l’ultimo report della fedelissima Ghisleri, tira ancora.
E con l’ex premier in campo, è possibile, sempre secondo gli stessi report, che Forza Italia possa raggiungere il 20 per cento.
Ecco la prima garanzia: il nuovo capo dello Stato deve essere il garante della “agibilità politica”. In nome di questo, per dirla con una battuta ad effetto di una gola profonda di Grazioli, “il presidente è pronto pure a votare Stalin cantando bandiera rossa”.
Per la seconda “garanzia” che Berlusconi vuole follow the money.
La traccia dei soldi dice che l’Impero non gode più della salute di una volta. Fininvest è in rosso, Mediaset in passivo e alle prese con un difficile mercato pubblicitario, Forza Italia travolta dai debiti a garanzia dei quali, presso le banche, c’è solo il nome di Silvio Berlusconi.
Ed è ancora tutta da giocare la partita per conferire Mediaset Premium a Telecom in cambio di una quota nel gruppo delle telecomunicazioni.
Anzi, la partita pare essersi messa male, stando agli spifferi di ambienti informati. Mentre c’è da resistere all’offensiva di Murdoch.
Insomma, l’Impero è in sofferenza. E questo potrebbe essere tutelato dal Nazareno di governo, senza tirare in ballo il Quirinale.
Follow the money: nel quadro di sofferenza dell’Impero è caduta la tegola di Bankitalia che obbliga Fininvest a vendere in Mediolanum le quote che superano il 9,9 per cento.
Ancora ieri, nella riunione con i senatori, Berlusconi ha pronunciato parole di fuoco sulla vicenda. Perchè Mediolanum, nell’ambito dell’Impero in crisi, è una delle poche cose che rendono.
Ed è legata a questo la partita del Quirinale.
Ricapitolando. Come effetto della condanna per frode fiscale e della Severino, il condannato Berlusconi oltre alla “candidabilità ” ha perso l’onorabilità .
E Bankitalia aveva dato tre mesi di tempo o per vendere o per creare un trust nel quale dirottare la partecipazione nel gruppo eccedente il 9,9 per cento in vista della vendita.
Al termine della scadenza dei tre mesi di tempo, a inizio gennaio, sono state le profonde divergenze con gli uomini di Ignazio Visco su strutture e poteri del trust a spingere gli avvocati di Berlusconi a fare ricorso al Consiglio di Stato per prendere tempo.
E qui si registra una prima criticità sulla questione Quirinale.
Perchè è chiaro che il nome di Ignazio Visco, che pure circola in ambienti renziani, è semplicemente impotabile per l’ex premier.
Il governatore di Bankitalia è stato, nelle ultime settimane, oggetto di numerosi sfoghi perchè ha dimostrato ben poca gratitudine visto che fu nominato proprio dal governo Berlusconi per superare la contrapposizione tra Grilli e Saccomanni.
Una ingratitudine che, per dirla con un vecchio amico del Cavaliere, fa precedente: “Uno che non gli dà Mediolanum gli darebbe l’agibilità ?”.
Già , tutto si lega nella fase suprema del conflitto di Interesse. Ma la vicenda non porta solo a un veto su Visco come candidato al Colle.
Porta a una richiesta per il chicchessia che sarà individuato.
Perchè, nell’ottica di Berlusconi, la partita non è finita ora che c’è il ricorso. In queste settimane, raccontano fonti del Tesoro di alto livello, ha provato pure con qualche “ghedinata” attraverso la Consob, una forzatura sul tema del trust ma anche Giuseppe Vegas si è guadagnato una certo disappunto dalle parti di Arcore.
Dunque, la risoluzione della questione sarà materia per il prossimo inquilino del Colle.
Agibilità politica e onorabilità sono due facce dello stesso conflitto di Interesse.
In cambio i voti. Ed è per tenere aperta la trattativa che Berlusconi ha dato mandato a Brunetta di disturbare i lavori sulle riforme, rallentandoli di capigruppo in capigruppo all’insegna del “prima il capo dello Stato poi le riforme”.
Ed è invece per provare a tenere compatte le truppe in vista delle votazioni sul Quirinale che ha aperto la trattativa interna con Raffaele Fitto.
Nella testa di Berlusconi il nome per il Colle è del tutto secondario.
Tocca a Renzi proporlo. Sarà votato se darà garanzie sull’Interesse.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
IL MANCATO RINNOVO DEL BLOCCO DEGLI SFRATTI CREA UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA…DECINE DI MIGLIAIA DI APPARTAMENTI PUBBLICI NON ANCORA ASSEGNATI
Un paese di case in proprietà , ma anche di sfratti e occupazioni abusive. 
L’80 per cento degli italiani è padrone delle quattro mura in cui abita, ma per chi un tetto non ce l’ha trovarne uno può diventare un incubo.
La crisi economica ha visto esplodere l’emergenza abitativa, aggravata dalla mancanza decennale di una politica dell’abitare.
L’ultimo corposo intervento pubblico è stato quello avviato nel dopoguerra e arrivato fino agli anni Sessanta: le cosiddette “case Fanfani”, costruite per dare una abitazione alle famiglie a basso reddito.
Poi dagli anni del boom dell’edilizia privata e dei piani regolatori spregiudicati si è arrivati a quelli, attuali, dell’invenduto.
Da una parte sono crollate le compravendite, dall’altra la perdita di redditi ha fatto lievitare il tasso di morosità degli inquilini.
Niente blocco.
Oggi un pezzo del Paese è a rischio: per la prima volta dopo oltre trent’anni la legge di Stabilità varata a fine dicembre non ha rinnovato il blocco degli sfratti per finita locazione.
Un diritto riconosciuto ai nuclei familiari con determinati limiti di reddito (27mila euro lordi l’anno) e con a carico persone malate, minori o anziani.
L’ultima proroga è scaduta a fine anno, fra l’esultanza di Confedilizia – l’associazione dei proprietari che chiede al governo di non scaricare sui privati il problema abitativo – e la disperazione dei sindacati degli inquilini, secondo i quali ci sono fra le 30 e le 50mila famiglie a rischio.
Non esistono cifre ufficiali invece per l’altro tragico effetto dell’emergenza abitativa: quella degli immobili violati e occupati.
Fenomeno che riguarda soprattutto le case popolari (stime parziali parlano di 15mila illeciti solo fra Roma e Milano), dove si entra abusivamente approfittando di una momentanea assenza del legittino inquilino o per le quali si punta ad una sanatoria (o al comodato, come avvenuto a Parma tra mille polemiche), contando sulle lentezze dei bandi comunali che ne determineranno le assegnazioni e la vendita.
I dati sugli sfratti.
Sugli sfratti il Codacons tiene i conti aggiornati: “Nel 2013 sono stati 31.399, con un incremento del 7,7 per cento rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 5 anni il totale ha raggiunto quota 332.169, di cui 288.934 per morosità . E nel 2014 il ritmo è proseguito a circa 150 sfratti al giorno”.
La mancata proroga rischia devastanti effetti sociali, annunciano le associazioni degli inquilini e i comuni sono d’accordo.
Ma il governo assicura di non voler tornare indietro. Palazzo Chigi snocciola gli investimenti stanziati nell’ultimo anno sul settore e messi in fila in quel Piano Casa operativo, sulla carta, dal maggio scorso, ma di fatto lì rimasto in buona parte.
Si tratta di 200 milioni per un fondo di sostegno alla locazione e 266 per la morosità incolpevole destinati a chi, per via della crisi, si trova in difficoltà economiche temporanee.
Più 400 milioni volti alle ristrutturazione delle case popolari. Il viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini parla di “19 provvedimenti per un totale di 2,3 miliardi” e assicura che ciò permetterà ai Comuni di cavarsela senza ricorrere al blocco.
Pubblico e privato poca chiarezza.
Il fatto è che, sempre ammesso che i soldi entrino in tempo nelle loro casse, ed emergenza sfratti a parte, il problema abitativo resta tutto da risolvere: sia nel settore privato, dove le case restano vuote e gli affitti languono, che nel settore pubblico, dove i meccanismi di assegnazione sono poco chiari. Per Guido Piran, segretario generale del Sicet, sindacato degli inquilini, l’emergenza attuale si risolve solo rilanciando l’edilizia pubblica e ristrutturando in primis il patrimionio esistente.
“Ma l’edilizia pubblica, come la sanità , costa”.
La gravità attuale, assicura, “nasce dal fatto che gli affitti privati sono troppo alti e la locazione concordata non esiste più. Puntare sul taglio delle tasse a carico del locatore, la famosa cedolare secca, è stato un errore. Quella misura non ha funzionato, non ha prodotto una riduzione degli affitti”.
Quanto all’edilizia pubblica, per Piran è essenziale “ridefinire la norma di alloggio sociale: oggi è equivoca. Serve una legge quadro sull’edilizia pubblica che chiarisca chi ha diritto ad usufruirne e in base a quali criteri: ora ogni Regione va per proprio conto, decide da sola anche i limiti di reddito e le iniquità sono evidenti”.
E soprattutto servono più risorse: “Vanno coinvolti i privati, va studiata una politica fiscale d’appoggio, ma le cifre di cui parla il governo arrivano tardi e coprono più anni. In Europa si fa molto di più, il solo Regno Unito spende 2 miliardi di sterline l’anno”.
(da “La Repubblica”)
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