Destra di Popolo.net

RENZI VEDE SILVIO PRIMA DI BERSANI, ALLE 9 FACCIA A FACCIA

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

BERLUSCONI HA INCONTRATO ALFANO PER STANARE RENZI: L’IDEA DI UNA ROSA DI NOMI TRA CUI AMATO E CASINI

È con un “patto” di unità  d’azione con Angelino Alfano che Silvio Berlusconi entrerà  a palazzo Chigi alle nove per aprire la trattativa sul Quirinale con Matteo Renzi.
E offrire il grande scambio tra il sostegno totale a tutto il pacchetto di riforme, compresa la legge elettorale e un candidato “moderato” che offra garanzie al centrodestra.
Da scegliere all’interno di una “rosa”.
È questo il “prezzo” che il premier deve pagare per il sostegno (da parte del centrodestra) a quelle riforme sgradite a un pezzo del suo partito.
E per non avere problemi sul Quirinale: un candidato concordato prima con Berlusconi. Già , prima.
E c’è nel timing della girandola di incontri tutto il programma della trattativa sul Colle. Prima Berlusconi vede Alfano.
Poi, a nome di tutto il centrodestra vede Renzi. Il quale, solo per ultimo incontra Bersani: “Un’agenda che la dice lunga — sussurra un big della minoranza Pd — perchè di fatto prima c’è il Nazareno, poi il Nazareno incontra Bersani”.
E all’incontro con Renzi, l’ex premier si presenta con la forza dei numeri.
Per questo, dopo mesi di lontananza e freddezza, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano si incontrano nella Prefettura di Milano con le rispettive delegazioni.
Assieme, i due partiti contano ben 250 grandi elettori. Da un lato ci sono Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello per Area Popolare.
Dall’altro Niccolò Ghedini e Giovanni Toti per Forza Italia.
Scelta che in parecchi hanno letto come un modo per non coinvolgere Renato Brunetta, i cui rapporti con Berlusconi negli ultimi giorni vengono catalogati alla voce: “pessimi”.
Alla fine dell’incontro è affidato alle dichiarazioni di Alfano il senso del patto e di una strategia comune: “Con Berlusconi abbiamo deciso di unire le forze del Ppe per condividere la scelta di un candidato presidente della Repubblica di area moderata e non del Pd”.
Parole pesanti, che non solo sanciscono la riconciliazione tra Berlusconi e Alfano, ma che danno a Berlusconi più potere contrattuale nel rapporto con Renzi.
Chi ha sentito l’ex premier in giornata spiega: “A questo punto col patto tra Forza Italia e Area popolare, Renzi non ha più i numeri per eleggere un capo dello Stato a maggioranza ed è costretto a trattare. È finita la fase dei due forni in cui usava ora noi, ora Alfano. Ora o scopre le carte e concorda un nome o noi ricompattiamo l’area moderata e andiamo con un nostro come”
Ed è successo qualcosa, nella testa di Silvio Berlusconi, passato dal Nazareno acritico al Nazareno muscolare.
Ecco, al netto delle rassicurazioni di Verdini sulla buona fede di Renzi, ad Arcore è l’ora del sospetto verso l’inquilino di palazzo Chigi.
L’ex premier sente tutto il peso di una partita in cui “Matteo” pare il Milan dei bei tempi, d’attacco e in ogni gioco del campo, con gli altri che tentato qualche contropiede.
Nasce da qui l’idea di cambiare schema, dal momento che Forza Italia e Area Popolare, unite, contano quasi 250 grandi elettori.
E di mettere da parte mesi di attacchi, lotte, incomprensioni, urla al tradimento.
L’ex Cavaliere e il suo ex delfino sanno che la partita del Quirinale non si gioca nè con i sentimenti nè con i risentimenti, ma soprattutto con i numeri.
L’obiettivo di Renzi, come gli ha detto più volte Alfano, anche in un incontro a dicembre riservatissimo, è tenerli divisi, in modo da trattare, sempre, da una posizione di forza.
Per questo l’ex premier si è convinto a mettersi a giocare pure lui con due forni, lasciando a Verdini il pane del Nazareno e al tempo stesso facendo vedere che può fare fronte comune con Alfano.
E allora, eccola la strategia dei due forni dell’ex Cavaliere e dell’ex delfino. Formalmente, come ha spiegato Alfano al temine dell’incontro, il centrodestra sosterrà  un candidato moderato.
Ma è un modo per “stanare” Renzi.
Se il premier si mostrerà  aperto alla trattativa la proposta vera di Berlusconi è una “rosa di nomi” tra cui scegliere.
Sennò il centrodestra si voterà  il suo: “Se non ce la presenta lui – dice un azzurro vicino al dossier – la presentiamo noi, ma un confronto sui nomi prima del 28 ci deve essere”.
Già  dal lavoro preliminare filtra che nella “rosa” ci saranno i nomi di Giuliano Amato e di Pier Ferdinando Casini, prima scelta di Alfano che attorno a Pier sogna la ricomposizione dell’area moderata all’ombra del Quirinale, quel famoso Ppe in Italia che non riuscì, di fatto, a costruire nella sostanza da segretario dell’allora Pdl.
Chissà . Questo riguarda il futuro. Il presente, per dirla con un Ncd di peso, “è che finalmente non si muove solo Renzi, ma anche gli altri”.

(da “Huffingtonpost”)

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LOTTA DURA NEL PD, LA MINORANZA ATTACCA: “NO AI NOMINATI”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI INFURIATO: “SIETE UN PARTITO DENTRO AL PARTITO”

“Siamo una trentina e se il governo non fa marcia indietro sui capilista bloccati non votiamo l’Italicum”. “Non sono sotto il ricatto di nessuno”.
Matteo Renzi contro la minoranza Pd, nuovo capitolo.
L’ultimo scontro tra il premier e la frangia dei cosiddetti “dissidenti” si consuma in Senato, durante l’assemblea di gruppo in vista dell’approdo in Aula della legge elettorale.
Da una parte Miguel Gotor, firmatario di un emendamento in cui si riduce la quota dei “nominati” previsti dal testo del governo.
Dall’altra il presidente del Consiglio, già  alle prese con l’ennesimo movimento tellurico registrato all’interno del Partito Democratico, scosso nei giorni scorsi dal polemico addio di Sergio Cofferati, che ha lasciato il partito sbattendo la porta dopo il caso dei brogli nelle primarie in Liguria.
Il modo in cui si sono salutati pochi minuti prima dell’inizio dell’assemblea faceva presagire l’arrivo della tempesta: “Saluto il mio nemico preferito“, sorrideva teso Renzi stringendo la mano al bersaniano.
Ma la bufera era nell’aria da giorni.
Il 13 gennaio 37 senatori dem, tra cui alcuni della maggioranza interna, presentavano una proposta di modifica che prevede le preferenze per tutti i candidati nei collegi, e dei listini bloccati su base regionale in cui verrebbero eletti il 30% dei deputati. L’emendamento ha come primo firmatario il bersaniano Gotor, che il giorno successivo lanciava il primo avvertimento: “La permanenza nella legge elettorale dei capilista bloccati impedirebbe di votare” la riforma.
Il motivo: con i capilista bloccati, le preferenze varrebbero solo per il partito che vince l’elezione e ottiene il premio di maggioranza, mentre gli altri partiti eleggerebbero solo i capilista bloccati.
La conseguenza sarebbe, ha aggiunto Gotor, che il 60% dei deputati sarebbero “nominati da tre-quattro grandi nominatori”.
“Per quanto mi riguarda, posso affermare che non voterò l’Italicum” se questo aspetto dell’Italicum resterà  invariato”, rincarava la dose il 17 gennaio.
L’ultimo avvertimento arriva pochi minuti prima dell’assemblea in Senato: “Vedremo quello che dirà  Renzi, ma se mai non avremmo nessuna difficoltà  a votare l’emendamento”.
Quanti sono i dissidenti questa volta? “Siamo una trentina del Pd, ma poi in aula si vedrà . Renzi ha concesso tutto a tutti — prosegue Gotor con i cronisti — il diritto veto a Forza Italia, al Nuovo Centrodestra il 3%, al Movimento 5 Stelle tra la vendita di un tappeto e un altro ha prospettato qualcosa, ignora solo un terzo dei senatori del Pd. Renzi ha fatto il giro delle sette Chiese e non si è fermato alla parrocchia del Pd di cui dovrebbe essere il curato”.
La risposta di Matteo Renzi non si fa attendere. Ed è durissima: “Siamo di fronte a una battaglia delicatissima: non ci sono alternative all’Italicum. Sia chiaro: io cerco accordi con tutti fino all’ultimo, ma non sono sotto ricatto di nessuno”, ha detto il premier   ai senatori Pd durante l’assemblea.
Quindi si è rivolto al firmatario dell’emendamento: “Caro Gotor, le tue parole di oggi contro di me sono ingiuste e ingenerose. Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito”.
“Vi do disponibilità  a discutere fino all’ultimo, rimandiamo l’inizio del voto a domani pomeriggio. Ma domani si chiude”, ha detto ancora il premier proponendo di tornare a vedersi martedì alle 12 con un conseguente slittamento dell’avvio del voto in aula al Senato “per evitare rotture” ma ha sottolineato con decisione che “adesso dobbiamo decidere e chiudere, se no c’è il Consultellum“.
Proprio in chiusura di assemblea arriva il contro-avvertimento: “Domani alle 12″ si decide “la linea del partito e basta. Diversamente non si va contro il Pd, ma certamente contro la sua segreteria. Atto stupefacente a una settimana dall’elezione del presidente della Repubblica“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MONTEZEMOLO, RENZI LO VUOLE CONSIGLIERE PER INVESTIMENTI, MA I SUOI VANNO A ROTOLI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL SUO CURRICULUM E’ COSTELLATO DA FLOP: DA ITALO ALLA POLTRONA FRAU, PASSANDO PER GLI APPALTI DI ITALIA ’90

Matteo Renzi vuole Luca Cordero di Montezemolo come consigliere strategico per l’attrazione degli investimenti in Italia e la promozione del made in Italy.
A scriverlo è il Corriere della Sera, secondo cui il presidente del Consiglio, che martedì presenterà  un decreto con norme per favorire gli investimenti nella Penisola di grandi gruppi e fondi sovrani stranieri, intende chiedere all’ex presidente di Fiat e Ferrari nonchè di Confindustria, di fare da “punto di riferimento e raccordo con il mondo imprenditoriale e finanziario italiano ed estero”.
Una decisione che, se confermata, promette di suscitare non poche polemiche.
Perchè, al contrario dell’ex numero uno di Luxottica Andrea Guerra, nominato a dicembre consulente economico personale di Renzi, Montezemolo siede ancora oggi su molte poltrone di peso.
E’ presidente della nuova Alitalia Sai post fusione con Etihad, di cui proprio oggi è in corso il primo consiglio di amministrazione, fondatore e azionista di maggioranza di Ntv, la società  dei treni ad alta velocità  Italo, vicepresidente di Unicredit e azionista del fondo lussemburghese di private equity Charme Investments.
Ed è pure il lizza per il comitato promotore delle Olimpiadi 2024, a cui Renzi ha deciso di candidare Roma.
Di conseguenza il conflitto di interessi, se diventasse consigliere del premier, sarebbe una certezza più che un rischio.
Ma a far sorgere più di un interrogativo sull’opportunità  della nomina è soprattutto il bilancio dei vari affari e interessi del manager defenestrato in settembre da Sergio Marchionne (con una liquidazione da quasi 27 milioni di euro).
Infatti, anche lasciando da parte gli insuccessi della casa di Maranello in Formula 1 e la fallimentare parentesi politica con Italia Futura, i suoi business non godono affatto di buona salute.
La Ntv, fondata con il patron di Tod’s Diego Della Valle, Gianni Punzo e Giuseppe Sciarrone per fare concorrenza ai Frecciarossa, è affossata dai debiti e ha annunciato 248 esuberi, pari al 25% dei dipendenti, confermati nonostante l’Autorità  dei trasporti le abbia accordato uno “sconto” del 37% sulla tariffa per l’uso della rete ad alta velocità .
Veniamo a Charme, fondo specializzato in investimenti nel lusso, controllato da Montezemolo e dal figlio Matteo attraverso Charme management e partecipato anche da Della Valle e dal presidente e amministratore delegato di Technogym Nerio Alessandri.
Gli esiti di quest’avventura imprenditoriale rappresentano un pessimo biglietto da visita per colui che Renzi vorrebbe come consigliere in virtù del suo curriculum da “alfiere del made in Italy”: poco meno di un anno fa, infatti, il fondo ha ceduto il glorioso marchio Poltrona Frau, a cui fanno capo anche Cassina e Cappellini, agli americani di Haworth, incassando una plusvalenza di oltre 160 milioni.
E ha venduto pure il produttore di scatole nere Octo Telematics, passato ai russi di Renova.
A fine 2013 era invece stata messa in liquidazione un’altra partecipata, la società  del cachemire Ballantyne
Guardando al passato, poi, nel cv di Montezemolo spiccano il flop dell’acquisizione di Carolco Pictures da parte di Rcs Video, di cui a inizio anni 90 era amministratore delegato, la disastrosa quotazione in Borsa del gruppo Sole 24 Ore e la debacle degli appalti per Italia 90.
Dallo stadio Delle Alpi a Torino — nel frattempo demolito per far posto al Juventus Stadium — alla ristrutturazione dell’Olimpico di Roma e del Dall’Ara di Bologna, i costi delle opere lievitarono in media, stando alla relazione presentata dall’allora ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, dell’84 per cento rispetto al budget previsto.
Per non parlare di sprechi come quello dell’Air terminal di Ostiense, che dopo la fine del campionato mondiale è rimasto abbandonato per oltre 20 anni prima di essere recuperato come sede di Eataly e, per coincidenza, stazione di partenza dei treni Italo.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I DIPENDENTI LICENZIATI: “SALVINI CI HA TRADITO, CI AVEVA GARANTITO TRE MESI FA CHE NESSUNO SAREBBE STATO CACCIATO”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

E SU VIA BELLERIO SCENTOLA LA BANDIERA DELLA CGIL: LA PROTESTA DEI 71 LAVORATORI

“Siamo diventati invisibili, dei fantasmi che lavoravano in via Bellerio”: i dipendenti della sede milanese della Lega Nord scrivono a parlamentari e consiglieri regionali leghisti del Carroccio per informarli — come se non ne fossero a conoscenza — della loro situazione lavorativa.
Nella mail inviata a 60 contatti, che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, i lavoratori definiscono “la procedura di licenziamento collettivo è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Fino a qualche mese prima Salvini ci aveva più volte personalmente rassicurato sul fatto che nessun dipendente sarebbe stato licenziato”.
Il riferimento è alla manifestazione contro “Mare Nostrum” che ha riempito piazza Duomo il 18 ottobre.
Bandiere e striscioni come ai tempi d’oro di Pontida e una macchina organizzativa per cui i 71 dipendenti del partito erano essenziali e non andavano ‘allarmati’.
Solo dopo, il segretario federale della Lega, incassati gli applausi sul palco, ha iniziato a lamentare i primi problemi legati allo stop al finanziamento pubblico ai partiti e alla liquidità  del movimento.
“Ogni porta ci è stata improvvisamente sbarrata, dopo aver — nel caso di molti di noi — vissuto con i dirigenti del partito oltre 20 anni, fianco a fianco — scrivono i dipendenti — Nessuno rispondeva alle nostre domande, nessuno ci riceveva, nessuno ci parlava”. Insomma, la solitudine del militante-dipendente leghista sta tutta in queste ultime parole.
Alcuni di loro si sono tesserati anche a Cgil, Cisl e Uil, ed è il sindacato di Susanna Camusso a riscuotere più successo in via Bellerio.
E così da qualche giorno, le bandiere della Triplice (come li chiamano anche in via Bellerio) sventolano a fianco di quella della Lega Nord.
I dipendenti della principale sede del partito danno così il benvenuto ai simpatizzanti che entrano a chiedere informazioni sulla Lega o ai lavoratori che bussano alla porta di Salvini.
Come gli esodati delle principali aziende milanesi che lunedì scorso si sono trovati inaspettatamente il presidio dei dipendenti del Carroccio, che accusano il partito di “avere gestito l’intera vicenda con scarsa umanità  e sensibilità ”.
L’appuntamento decisivo è tra due giorni, quando sindacati e vertici della Lega si confronteranno al ministero.
L’appello ai parlamentari leghisti è comunque alla pacificazione: “Abbiamo pochissimo tempo per provare a ricomporre la frattura e tornare a far regnare l’armonia in quella che tutti noi abbiamo sempre considerato qualcosa di molto simile a una Famiglia”.
Lo scrivono con la “f” maiuscola, perchè in fin dei conti —e Bossi insegna — nella Lega la ‘famiglia’ ha sempre contato tanto.

Francesca Martelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“UN CODICE PER SCHEDARE I PASSEGGERI”: SVOLTA UE NELLA LOTTA AL TERRORE

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

SARANNO MEMORIZZATI PER TRE ANNI DATI E SPOSTAMENTI DI CHI VIAGGIA IN AEREO

L’Europa si americanizza, e la privacy cede il passo alla sicurezza.
Così entro il 2015, questo è l’obbiettivo più realistico, entrerà  in vigore la nuova normativa europea sul pnr, il personal number record, la “scheda” individuale di ogni passeggero che le compagnie aeree dal momento in cui entrerà  in vigore dovranno mettere a disposizione delle forze dell’ordine.
Il pnr, per capire la portata della novità , raccoglie tutti i dati relativi al passeggero e può dunque dire moltissimo della sua storia e della sua personalità .
Oltre all’anagrafica (nome, cognome, indirizzo ecc) e alle informazioni di viaggio (data, luogo di partenza e destinazione) raccoglie elementi personali potenzialmente “sensibili”, come le preferenze sul pasto consumato a bordo (da cui si potrebbero desumere informazioni di tipo religioso), eventuali esigenze sanitarie o semplicemente il metodo di pagamento del biglietto.
Dati che correttamente analizzati e incrociati tra di loro potrebbero essere molto utili sia per la prevenzione sia per le eventuali indagini.
Se li avessero avuti a disposizione, i servizi segreti francesi avrebbero potuto comprendere il pericolo che la Francia stava per correre, leggendolo attraverso gli spostamenti in Yemen e in Siria dei fratelli Said e Cherif Kouachi, gli autori del blitz al Charlie Hebdo ( 12 morti).
Negli Stati Uniti, una normativa molto simile era entrata in vigore dopo gli attacchi alle torri gemelle.
Ma anche in Canada e Australia ci sono leggi del genere.
Nel 2013 la commissione Libertà  civili del Parlamento europeo aveva bocciato, per una manciata di voti, una proposta di direttiva del 2011.
Da allora il dibattito sul punto è molto acceso e a fine agosto è intervenuto il consiglio europeo invitando il parlamento a concludere i lavori. La procedura sembrava comunque destinata rimanere a lungo nella palude burocratica
Il nuovo picco della lotta al terrorismo ha di colpo sbloccato tutto.
Dopo l’incontro dei ministri dell’Interno europei a Place Beauvau la scorsa settimana, i contatti tra i vari Stati e il parlamento si sono intensificati e le parti sono arrivate a un accordo di massima.
Accordo che si regge sul compromesso intorno al tempo di conservazione dei dati. La direttiva, nella sua stesura originaria, parla di cinque anni.
Nella forma in cui dovrebbe essere approvata, saranno solo tre. La rivoluzione è comunque storica.
L’Europa rinuncia a un valore che, almeno fino ai fatti di Parigi, aveva ritenuto inviolabile: la privacy dei cittadini.
«La disputa tra sicurezza e privacy – è la posizione del ministro del’Interno Angelino Alfano, da sempre un grande sostenitore dell’utilità  di questa legge – è un conflitto tipico di questo tempo. In passato c’è stata una tutela molto accentuata della privacy. In questo momento occorre valutare molto bene il tema della sicurezza».
Il prossimo passaggio è l’incontro tra i ministri dell’Interno e della Giustizia, il 29 gennaio a Riga. L’ordine del giorno è già  stato modificato per inserire anche il tema del pnr. Poi si dovrebbe passare a una fase più operativa
La Francia, ovviamente la maggiore interessata, ha già  dichiarato di avere pronta la piattaforma tecnologica per la raccolta, l’analisi, la condivisione e la conservazione delle informazioni.
Del resto, dicono da Parigi, non c’è tempo da perdere.
Come dimostrano anche i numeri elencati ieri dal ministro Alfano. I foreign fighters sono un problema continentale.
Il dato parla di un numero compreso tra i tre e i 5mila combattenti partiti dall’Europa per gli scenari di guerra mediorientali.Partiti ed, eventualmente, pronti a tornare, e a rappresentare un pericolo reale e imprevedibile.
In Italia, dove l’allerta è stata elevata al massimo grado, il numero è teoricamente più gestibile: si parla di 59 persone (nell’ultima rilevazione il dato era 53) che sono transitate passando per l’Italia.
Cinque di questi sono italiani di nascita.

Marco Mensurati
(da “La Repubblica”)

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MASTELLA FONDA IL QUINTO PARTITO IN VENTI ANNI: “GUARDO REALTA’ LOCALI”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

PRESENTATO A BENEVENTO “POPOLARI DEL SUD”

Clemente Mastella ci riprova con un nuovo partito: i Popolari del sud.
Dopo le indiscrezioni circolate per settimane l’ex ministro della Giustizia ha presentato il suo movimento politico con il quale è pronto a partecipare alle elezioni regionali di maggio in Campania, a sostegno del candidato governatore di Fi, Stefano Caldoro, quindi all’interno del centrodestra.
Nell’arco di un ventennio l’ex Guardasigilli ha messo la firma alla fondazione di cinque partiti. Infatti, attraversare la Seconda Repubblica seguendo le tracce di Mastella significa passare dal Ccd (Centro cristiano democratico) al Cdr (Cristiani democratici per la Repubblica), dall’Udr (Unione democratica per la Repubblica) all’Udeur (Unione dei democratici europei).
Un continuo pellegrinaggio tra centro, destra e sinistra.
E per finire l’ultima creatura, i Popolari del Sud. Perchè oggi “si avverte l’esigenza di un partito territoriale che dialoghi con la gente e che rappresenti un punto di riferimento certo nella crisi dei partiti”.
Sabato a Benevento, nella sede del nuovo partito c’erano la moglie Sandra Lonardo, l’assessore regionale al Commercio e all’artigianato Vittorio Fucci, l’ex eurodeputato di Forza Italia Giuseppe Gargani, più una quindicina di sindaci del Sannio che lo seguono in ogni suo spostamento.
Ci teneva un sacco, Mastella, a presentare il nuovo progetto politico.
Per lui fare politica è tessere rapporti, costruire alleanze, allacciare nuove amicizie. E “mai stare fermi”. Non perdendo di vista la realtà  locale: “Prima che ai mercati internazionali — ha giurato in più occasioni — io guardo alle realtà  locali”.
Da Ceppoloni fino a Roma la carriera politica di Clemente Mastella accompagna le sorti della Prima e della Seconda Repubblica.
Il battesimo della prima creatura, il Ccd, risale al collasso della Prima Repubblica, ed è un contenitore che traghetta gli ex democristiani verso la galassia di Silvio Berlusconi.
Dura pochissimo, però, la liason con Pierferdinando Casini, anche lui fondatore del Ccd. Perchè nell’aprile del 1998 Mastella si propone come socio-fondatore della nuova creatura di Francesco Cossiga, l’Udr, lo stesso che trascinerà , per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, un ex comunista come Massimo D’Alema a Palazzo Chigi.
Nasce così l’Udr, “un soggetto politico autonomo, di centro, alternativo alla sinistra di governo e distinto e distante dalla destra”.
Memorabile fu il suo racconto all’indomani della scissione dall’amico Casini: “Ho fatto una cosa incredibile: ho isolato Casini, ci uniremo al Cdu e ora quello che rimane è solo un piccolo striminzito Ccd”.
Dopo circa un anno il progetto iniziale si trasforma in Udeur (Unione democratici per l’Europa) che diventa una sorta di vagone per scontenti, sempre di matrice democristiana, nel lungo convoglio dell’Ulivo prima, e dell’Unione dopo.
I voti raggranellati nelle regioni del sud consentiranno all’Udeur di essere l’ago della bilancio dell’ultimo governo di Romano Prodi.
Il quale, anche in virtù dei numeri risicati in Parlamento, gli affiderà  il ministero della Giustizia.
Ma nel bel mezzo dell’esperienza da Guardasigilli Mastella viene travolto da un’inchiesta giudiziaria che porta alla sua uscita di scena e alla fine del governo Prodi. A questo punto quale strada gli rimane?
Ritornare fra le braccia di Silvio Berlusconi, il quale lo premierà  con un seggio a Strasburgo in quota Pdl.
Ma con il centrodestra i rapporti non sono idilliaci. Dunque, matura l’idea di fondare un nuovo partito: i Popolari del sud.
E chissà  se l’ultima creatura di Clemente Mastella non serva a compiere l’ennesima piroetta della carriera.

Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUIRICO: “VANESSA E GRETA SONO VITTIME INNOCENTI, IL RISCATTO NON HA ARRICCHITO L’ISIS”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

L’INVIATO DE “LA STAMPA” PRIGIONIERO PER 5 MESI IN SIRIA: “L’ENORME ARSENALE MILITARE PROVIENE DA ARABIA SAUDITA E QATAR, ALTRO CHE RISCATTI”

“L’unica cosa che mi interessa sono le vittime. Le vittime sono innocenti per definizione e hanno il diritto di ricevere e accettare la mano che viene loro tesa”.
Lo ha detto, a proposito delle polemiche sorte intorno alla liberazione di Greta e Vanessa, l’inviato de La Stampa Domenico Quirico, liberato nel settembre 2013 dopo 5 mesi di prigionia in Siria.
“Trovo del tutto osceno, anzi immorale – ha aggiunto a margine di un incontro con esponenti Kurdi – assimilare la vita umana, anche solo come concetto se si vuole proprio fare i filosofi, al denaro, al soldo”.
E circa il fatto che gli ipotetici pagamenti di riscatti, vadano ad arricchire i terroristi, Quirico ha aggiunto: “l’enorme arsenale militare che l’Isis ha ormai a disposizione, non l’hanno certo pagato con i soldi dei riscatti, ci sono Paesi dai nomi ben riconosciuti come Arabia Saudita e Qatar che li armano e per svariate ragioni. E’ da lì che l’Occidente deve partire”.

(da “Huffingtonpost“)

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CURZIO MALTESE: “NEL PD UNA QUESTIONE MORALE GRANDE COME UNA CASA”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

“DI PIU’, COME UNA COLATA DI CEMENTO”

È ora di chiamare le cose con il giusto nome.
Esiste nel Pd una questione morale grande come una casa. Di più, come una colata di cemento.
Tempo fa l’aveva scritto Lucia Annunziata, riflettendo sull’ondata di scioperi. L’autunno caldo di Renzi e la rivolta dei lavoratori e del sindacato, per la prima volta contro un governo a guida sinistra hanno avuto un fondo prima etico che politico. Come si può dialogare, disse Maurizio Landini, contro un governo che manganella gli operai di Terni e non fa nulla contro la corruzione e l’evasione fiscale?
Gli scandali delle ultime settimane si sono incaricati di confermare i sospetti.
Prima la vergogna di Roma, con destra e sinistra abbracciate in un sistema criminale, ora i brogli in Liguria, che seguono la stessa logica di larghe intese affariste disposte a tutto pur di non far entrare un esterno, per giunta onesto, nella stanza dei bottoni. In mezzo l’approvazione del decreto Sblocca Italia, che autorizza altre colate di cemento in un paese già  soffocato dalla speculazione, e l’imbarazzante ma non imbarazzata manina di Renzi che ha disegnato il condono per Berlusconi, guarda caso subito dopo che l’ex Cavaliere gli aveva ricordato pubblicamente come nel patto del Nazareno fosse previsto anche l’accordo per il Quirinale.
Fra galantuomini ci s’intende alla svelta.
Si parla molto delle differenze di programma nazionali ed europee fra Syriza, Podemos e i vecchi partiti socialisti, ormai pervasi di cultura liberista.
Ma si dimentica che la prima scintilla di questi nuovi movimenti è stata la rivolta morale di gran parte dell’elettorato tradizionalmente di centrosinistra contro la corruzione dei gruppi dirigenti socialisti greci e spagnoli.
La stessa che in Italia ha portato milioni di voti di sinistra verso il Movimento 5 Stelle.
Seguo la vicenda Cofferati con i sentimenti di un amico di vecchia data, ma anche con lo sguardo del cronista attento ai fatti.
È un fatto che per giorni e settimane, non solo Cofferati, ma molti militanti del Pd ligure, non tutti “dissidenti”, abbiano segnalato il pericolo di primarie inquinate ai dirigenti di Roma, senza ricevere alcuna risposta e tanto meno la promessa l’impegno per maggiori controlli.
Sarebbe bastato davvero poco per fugare ogni dubbio e prevenire le irregolarità .
Erano quantomeno sospetti anche i continui endorsement alla candidata Paita da parte di noti esponenti della destra, a volte estrema, ligure.
Per non parlare dei sospetti adombrati sulla presenza ai seggi di note famiglie mafiose. Ma i dirigenti del Pd nazionale hanno preferito voltare la testa dall’altra parte.
Doveva andare così, con la vittoria di Paita, e così è andata, con i finti elettori in fila per ricevere il premio.
Per molto meno una persona seria, Bersani per esempio, avrebbe annullato il voto.
Ed è vero che il problema delle primarie andava affrontato anche prima del caso Cofferati, creando regole condivise da tutti.
Non può esistere una votazione democratica dove non si conoscono alla vigilia gli aventi diritto, il corpo elettorale.
Il Pd farebbe bene a imitare fino in fondo il modello americano, dove chi vuole votare s’iscrive con anticipo, prima di conoscere i nomi dei candidati.
Ma è questo che vuole il nuovo Pd, una maggior trasparenza?
Oppure preferisce muoversi senza troppi vincoli nella terra di mezzo, cambiando regole interne, sistemi elettorali e perfino struttura delle istituzioni, secondo la convenienza del momento?
Uno come Sergio Cofferati non poteva rimanere in un partito tanto distante ormai dalle proprie radici da finire ormai al centro di quella questione morale evocata tanti anni da Enrico Berlinguer.
La reazione dei dirigenti all’annuncio dell’abbandono di Sergio è stata di inaudita volgarità , a base di insulti, lanciati per giunta a un proprio padre fondatore.
Una vera macchina del fango, segno che oltre ai contenuti è stato adottato a sinistra anche uno stile berlusconiano.
Sarebbe poi quasi comica, se non fosse piuttosto ignobile, la richiesta a Cofferati di lasciare il seggio in Europa da parte di un partito che ha appena festeggiato alla Leopolda il brillante salto sul carro dei vincitori di deputati di tre o quattro partiti diversi, con tanto di chiamata all’applauso rivolta da Matteo Renzi in persona per celebrare le conversioni di Gennaro Migliore di Sel e di Andrea Romano, già  comunista, poi ferocemente anti, dalemiano, antidalemiano, montezemoliano, montiano e ora renzista convinto.
Del resto il nuovo corso politico ha già  fatto battuto ogni record di trasformismo, e non era facile in Italia.
In meno di due anni, sono già  156 i parlamentari che hanno voltato casacca passando da un partito all’altro. Senza contare i quattrocento che l’hanno rivoltata restando nel Pd.
In attesa di applaudire il notaio del Nazareno che Renzi e l’amico Silvio piazzeranno al Quirinale, i rampanti del Pd liquidano con sprezzante indifferenza l’addio di Cofferati e magari di altri.
I rampanti del Pasok greco anni fa non diedero molto peso all’abbandono dell’ormai anziano Manolis Glezos, simbolo della resistenza greca al nazifascismo, passato nelle file di Syriza per reazione agli scandali del partito.
Syriza aveva il 4 per cento e il Pasok il 42. Ora il Pasok è quasi estinto.
Ma chissà , forse ha ragione Serracchiani e i vecchi che se ne vanno non creano imbarazzo in vista delle prossime elezioni.
L’imbarazzo vero, per gli elettori del Pd, cominciano a essere quelli che rimangono.

Curzio Maltese

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INTERVISTA A DONNA ASSUNTA: “90 ANNI TRA FASCISTI, WOJTYLA E BERLINGUER”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

LA VEDOVA DI ALMIRANTE COMPIE 90 ANNI… E RIPERCORRE LA SUA VITA ACCANTO A GIORGIO

La data è segreta, ma nel 2015 la vedova Almirante fa 90 anni
Con lei percorriamo gli Anni di Piombo (“mi telefonavano per dirmi ‘Giorgio è morto’”) e i rapporti con i potenti di allora, con un giudizio su quelli di oggi
La sintesi è dietro una mozzarella, una mozzarella come gentile omaggio.
A volte “non so neanche chi le porta”. In altri casi il presente diventa della frutta, o “del pesce fresco”, un libro da autografare, una stretta di mano.
L’indirizzo di Assunta Almirante non è difficile da trovare, è sempre lo stesso da quasi sessant’anni, al centro dei Parioli, quartiere storico della destra, alta borghesia, dove un cameriere in casa fisso, un’entrata di servizio, non è un’anomalia.
Vedova dello storico leader missino, è la prosecuzione immaginaria del suo verbo, idolatrata e ricercata, temuta da molti big della destra, a partire da Fini (“è un pigro”), e anche del Pd (“mi hanno chiamato alcuni uomini di Renzi per capire il motivo dei miei attacchi al loro leader”).
Qualche audace rivela: quest’anno compie 90 anni. Impossibile ottenere una conferma ufficiale, guai a domandarlo all’interessata se non si vuole solleticare il suo carattere deciso, molto franco, con successiva risposta piccata; i parenti stretti alzano le spalle, sorridono e a bassa voce si lasciano sfuggire: “La data di nascita è un mistero”.
Anche Wikipedia è in difficoltà , segna un generico 1925, del giorno preciso non v’è traccia.
Ci accoglie in salotto, passo svelto nonostante una frattura al piede, capelli perfetti, ovunque ritratti del suo Giorgio, lo studio dove un tempo la politica era attiva, è ancora intatto.
Questo salotto quante ne ha vissute?
Uhhhh, l’ira di Dio! Le mura potrebbero raccontare molto…
A partire dalle riunioni politiche.
Eccome, però mica solo missini e post missini, i democristiani erano di casa, in particolare quando gli serviva qualcosa da sistemare, o per ottenere i voti.
Quindi bussavano…
Sempre, li ho visti tutti, democristiani e non.
Chi le è rimasto maggiormente impresso?
Craxi…
Per forza, vi ha ufficialmente sdoganato.
Ma no! Tutta una messa in scena, il processo era partito da molto prima, con i Dc, appunto. La parte ufficiale è stata gestita da attori di primissimo livello.
Torniamo a Craxi, lo ha conosciuto bene?
È venuto anche a pranzo. Bella testa, aveva grandi capacità  politiche. Mica come quelli di ora.
Lei non è renziana…
Per carità ! E l’ho detto in televisione, quando ho dichiarato che Renzi lo vedo meglio a Cinecittà . Sa cosa ha fatto il premier?
Non l’avrà  presa benissimo…
Mi ha fatto chiamare da uno dei suoi per rendere conto delle mie dichiarazioni.
E lei?
Ho ribadito la mia idea: che sono tutte persone senza preparazione e cultura, uno così giovane non può avere l’esperienza per prendere certe decisioni.
Le piaceva Berlinguer?
Che persona splendida. Si vedevano con Giorgio, specialmente nei momenti più bui e pericolosi.
Solo loro due?
Sì, in segreto andavano fuori Roma con due macchine diverse, accompagnati dagli autisti. Scendevano dall’auto e restavano soli per cercare di capire come muoversi.
Quante volte è accaduto?
Abbastanza, non so dirle quante.
Ha visto il film di Veltroni dedicato a Berlinguer?
Non mi è piaciuto, si è soffermato troppo sulla parte finale, quella drammatica prima della morte, e ha tralasciato la chiave politica. Ci sono rimasta male, non meritava questo trattamento. Però Veltroni non lo vedrei male al Quirinale.
Nel film c’è la scena di suo marito ai funerali del leader Pci.
Una giornata drammatica, per la paura ho chiamato anche il ministero dell’Interno.
Le va di ricostruire quella mattina?
Giorgio non mi disse nulla, come niente fosse si veste, aspetta Magliaro (suo capo ufficio stampa) ed esce. Il bello è che neanche Magliaro era informato, così si fa lasciare vicino a Botteghe Oscure: ‘Ho un impegno, tu vattene al partito, ti raggiungo dopo’. Non si fida, lo segue, e quando lo vede dirigersi alla camera ardente, mi chiama; disperata telefono agli Interni.
Al ritorno cosa le disse Almirante?

Che era certo della reazione positiva dei comunisti. Berlinguer era una persona perbene, anche sua figlia Bianca lo è.
Lei ha avuto una bella vita?
Bella e tormentata. Non sa quante telefonate anonime ho ricevuto, tipo: ‘Corra, hanno ammazzato di botte suo marito’, o ‘suo marito è morto’. Tutte false, ovvio, ma quanta paura.
E lei come si comportava?
(Ride e mima il gesto della cornetta) Subito una telefonata al ministero.
È mai realmente accaduto qualcosa?
No, sempre grande rispetto.
Ma vista la situazione degli anni Settanta, la mattina prima di uscire, ha mai detto a suo marito “stai attento”?
Per carità ! Se mi azzardavo si infastidiva.
L’anno scorso sono stati cento anni dalla nascita di Almirante.
Non sa quante manifestazioni, ho girato tutta l’Italia, sempre il pienone, anche dentro i teatri, dalla Sicilia a Trieste, per non parlare di Napoli…
Le hanno mai chiesto di scendere in politica?
Molte volte, ma non è il mio ruolo.
Nessuno tiene unita la destra.
Lo so, questo è il punto.
Giorgia Meloni.
La situazione è troppo pesante per affidarsi a una ragazza con poca esperienza. Allora sarebbe stato meglio Ignazio La Russa, ma non ha avuto coraggio, si è ritirato da una potenziale leadership per evitare una brutta figura. E gliel’ho detto.
Non l’avrà  presa bene.
Ha tirato fuori la sua risatina (e qui donna Assunta imita benissimo La Russa).
Con Fini non è mai stata molto tenera.
Mi ha chiamato dopo il furto al cimitero del busto di mio marito, mi ha offerto un aiuto economico per ripristinarlo.
Ha ringraziato e rifiutato.
Certo, ho ancora tutte le forze fisiche ed economiche per gestire le situazioni. Però questa volta l’ho realizzato di marmo, non in bronzo, altrimenti lo rubano di nuovo.
Altre volte lo ha insultato.
Fini è stata una delusione troppo forte, anche quando Giorgio era vivo. Non ha il temperamento, per essere leader bisogna essere innanzitutto coraggiosi, e poi costanti nel lavoro. Lui è un signorino, è uno pigro. Non è un lavoratore.
Alemanno?
Non si è mai impegnato, pure da Sindaco non ha convinto. Ora poi c’è la questione Mafia-Capitale, vedremo.
Lei ha dichiarato di non essere “mai stata fascista nè missina”.
Vero, non ho mai abbracciato in toto la loro cultura. Ho solo amato fino in fondo il concetto di “patria”, mi sento italiana e calabrese. Questa idea l’ho portata in giro per il mondo.
Ha viaggiato molto?
Ovunque e con Giorgio, da New York al medioriente.
Chi l’ha colpita?
Beh, lo Scià  di Persia. Una volta ci ha invitato a pranzo, io ero seduta alla sua destra, un uomo colto e molto emancipato. Ma a un certo punto è arrivata una ragazza per leggere le nostre mani e a Giorgio ha predetto: ‘Tra qualche anno subirà  un’operazione grave, durante la quale rischierà  di morire’.
Un pranzo allegro…
Quando ci è stata tradotta la frase, in automatico ho fatto le corna e ripetutamente. Mi ero dimenticata del contesto, poi ho dovuto spiegare il gesto.
Le vostre vacanze?
Spesso a Sabaudia, lì avevo un’azienda agricola, Giorgio mi chiamava ‘l’agraria’.
Colpo di fulmine?
Da parte sua, sì. Per me no.
Il vostro primo incontro?
Giorgio era stato invitato in Calabria da un mio parente, ancora non lo conoscevo, ma accompagno dei miei amici per ascoltare questa giovane promessa politica. Tutti ad ascoltarlo, affascinati, io mi rompevo un po’, così tolgo dal cappellino uno spillo e inizio a infastidire quelli davanti. E lui, dal balcone dove parlava, se ne accorge, e alla fine mi fa: ‘Mi ha preso in giro, disturbava’
E lei?
Gli ho risposto che erano miei amici, ma lui non contento ha insistito ‘mi ha distratto’, ah sì? Peggio per lei.
Caratterino, il suo.
Poi con l’autista l’ho portato in aeroporto, e in seguito ci siamo rivisti a Roma per un favore a nome di un’amica.
La prima impressione su Almirante?
Vestiva malissimo, da vergognarsi, con la camicia alla Robespierre, i sandali e le unghie di fuori.
Lei lo ha portato sulla rotta del “doppiopetto”.
Un lavorone, ci ho pensato sempre io, ma era necessario stargli dietro. E poi era distratto, a volte tornava a casa con scarpe non sue perchè in treno se le toglieva e poi si rinfilava quelle del vicino.
Si divertiva di queste distrazioni?
Insomma, più che altro mi schifavo.
Lei era la ricca dei due…
Non mi sono mai lasciata mantenere, ho sempre lavorato, a ognuno il suo conto. Quando l’ho conosciuto lui non aveva la macchina io già  possedevo la 130.
Lo seguiva spesso nei suoi viaggi di lavoro?

Specialmente quando ho capito che non stava più bene.
Per curarlo o per goderselo?
Tutti e due, Giorgio era molto trasandato e molto impegnato, lo obbligavo a farsi il bagno la sera, poi lavorava in pigiama, altrimenti la mattina lo avrebbe saltato per la fretta.
Ha mai legato con le mogli degli altri leader?
Le altre donne non erano interessate alla politica, erano più simili alla signora Andreotti, persone casalinghe.
Lei e Almirante siete stati rivoluzionari nei costumi, coppia non sposata e con figli negli anni Cinquanta: a casa come la presero?
Non mi hanno mai detto nulla, mi hanno sempre rispettato.
Tutti d’accordo?
No, non lo era nessuno, però non mi hanno mai contrastato, la mia era una famiglia moderna, avevo già  casa mia a Roma, frequentavo stilisti, il teatro dell’Opera, viaggiavo.
Si ricorda la sera del successo elettorale del 1972, l’8,7% alla Camera, il 9,2% al Senato?
Memorabile, ma ancora meglio fu la vittoria in Sicilia. Però in quella occasione ho provato un po’ di paura.
Come mai?
Per andare da un comizio a un altro, certe volte lo bendavano, per non farlo vedere agli altri. Lui lasciava fare, io turbata e incredula.
Qual è stato uno degli incontri più importanti della sua vita?
Credo quello con Papa Wojtyla, uomo magnetico, un angelo. Il consigliere di mio marito era padre Spiazza, molto amico di Karol, con lui aveva condiviso le tragedie del comunismo, e del comunismo non voleva parlare.
Wojtila, al contrario, ne parlava, eccome.
La prima volta che gli hanno presentato tutti i parlamentari, al momento di salutare mio marito ha allargato le mani e poi ha detto ‘lo conosciamo, lo conosciamo’. Poi gli ha parlato vicino all’orecchio.
E cosa gli disse?
È un segreto che mi porto da anni.
Ci dica almeno il senso.
Di continuare a contrastare il comunismo.
E vero che ancora le arrivano i regali?
Tantissimi! E quando esco per Roma non sa le persone che mi fermano per una foto, una stretta di mano, la mia ex collaboratrice si innervosiva e io le dicevo ‘ma che sei scema? ‘
Dei politici di oggi chi le piace?
Ma li ha visti? Sono imbarazzanti, se penso a quei tempi…

Alessandro Ferrucci
(da “il Fatto Quotidiano”)

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