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ECCO IL PARLAMENTO DEI PARENTI: CONSIGLIERI, COMMESSI E SEGRETARI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

LA BUROCRAZIA PIU’ RICCA DI INTRECCI FAMILIARI D’ITALIA E’ QUELLA DELLE CAMERE

Chi guarda con apprensione alla fusione fra le amministrazioni di Camera e Senato, per possibili traumi o crisi di rigetto, si può tranquillizzare.
Il ruolo unico è già  stato realizzato, con reciproca soddisfazione, per via familiare.
La recente nomina all’impegnativo incarico di segretario generale di Montecitorio di Lucia Pagano, figlia dell’ex consigliere della Camera Rodolfo Pagano e moglie del nuovo capo dell’informatica di Palazzo Madama, Mauro Fioroni, ne è la certificazione più limpida.
In Italia non esiste burocrazia con intrecci parentali e dinastici così diffusi e profondi come in quella del Parlamento.
A tutti i livelli: da quelli più bassi ai più elevati. E altri casi, oltre a quello di Lucia Pagano, rendono bene l’idea.
L’ascensore sociale
Il suo vice Aurelio Speziale, per esempio, è sposato con Gloria Abagnale, consigliere del Senato. Giovanni Gifuni, consigliere della Camera, è figlio dell’ex potentissimo segretario generale di Palazzo Madama Gaetano Gifuni.
Mentre l’ex vicesegretario generale della Camera Carlo Goracci è il papà  di Alessandro Goracci, alto funzionario del Senato.
E se il padre di Ugo Zampetti, fino a qualche giorno fa capo indiscusso della burocrazia di Montecitorio, era il responsabile della biblioteca di Palazzo Madama, quello dell’attuale segretario generale del Senato Elisabetta Serafin era solo un commesso.
Commesso come anche il papà  di Daniela D’Ottavio, consigliera d’Aula.
A dimostrazione del fatto che l’ascensore sociale, fermo ormai ovunque, qui non è mai andato in manutenzione.
Nel passato matrimonio «vietato»
Anche se qualche volta s’inceppa. Figlio di un ex consigliere della Camera, Fabrizio Castaldi ne sarebbe diventato a 43 anni uno dei segretari generali più giovani di sempre se la sua candidatura non fosse naufragata in extremis.
Come quella di Giacomo Lasorella, incidentalmente fratello della giornalista Rai Carmen Lasorella.
E quella del possibile terzo incomodo Costantino Rizzuto Csaky, consorte di Maria Teresa Stella, consigliera della Camera al servizio biblioteca.
Parentela, quest’ultima, che ci riporta a un illustre caso del passato. Fece scalpore, cinquant’anni orsono, il matrimonio fra Antonio Michela-Zucco, nipote dell’omonimo inventore della rivoluzionaria macchina di stenotipia, e Magda Sammartino.
Erano entrambi stenografi del Senato e la cosa venne considerata causa di incompatibilità . Per rimuoverla fu deciso il trasferimento della moglie alla Camera. Dove Magda Sammartino fu protagonista di una splendida carriera arrivando, prima donna nella storia, all’incarico di vicesegretario generale.
Oggi coniugi ammessi
Ma erano altri tempi. Oggi la presenza di coniugi nelle stanze dei bottoni della stessa amministrazione non scandalizza più davvero nessuno.
Marito e moglie sono il capo servizio controllo parlamentare Carlo Lomaglio e la direttrice dell’ufficio pubblicazioni della Camera Consuelo Amato: figlia del magistrato ed ex capo dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato.
Marito e moglie sono Stefano Cicconetti, dirigente di Montecitorio ora in pensione, e la sua collega ancora in servizio Maria Teresa Calabrò: figlia del potentissimo ex presidente del Tar Lazio e dell’Agcom Corrado Calabrò.
Marito e moglie sono Alessandro Palanza, ex vicesegretario generale della Camera e la funzionaria Martina Mazzariol.
Attualmente vicepresidente della Fondazione Italiadecide di Luciano Violante, Palanza ha guidato a lungo un’amministrazione nella quale aveva un ruolo di rilievo anche sua sorella Maria Rita. Marito e moglie sono Pietro Calandra, alto dirigente del Senato poi finito all’autorità  di vigilanza dei lavori pubblici su indicazione del Pd e la funzionaria di Palazzo Madama Stefania Boscaini.
Gli intrecci con la politica
Ma si potrebbe andare avanti chissà  quanto, notando come il gioco degli intrecci e delle parentele non sia limitato ai soli burocrati.
Dice tutto quello intorno alla funzionaria della Camera Giuliana Coppi. Figlia del principe del Foro Franco Coppi, legale di Silvio Berlusconi, è sposata a sua volta con un altro avvocato. Non uno dei tanti. Il suo nome è Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia eletto al consiglio superiore della magistratura in quota al partito di Berlusconi.
Si potrebbe anche ricordare come il vicesegretario della Camera Guido Letta sia il nipote di Gianni Letta e cugino di Enrico Letta.
Oppure che il funzionario del Senato Luigi Ciaurro sia figlio dell’ex ministro liberale Gianfranco Ciaurro, scomparso ormai quindici anni fa.
O che Valentina Loiero, figlia dell’ex governatore della Calabria Agazio Loiero, e Giulia Laganà , figlia dell’ex parlamentare del Pd Tana De Zulueta, facciano parte dello staff della presidente Laura Boldrini.
La cui segreteria, peraltro, era stata per otto mesi guidata da Marco Cerase, genero di Alberto Asor Rosa, prima che venisse trasferito ad altro incarico per far posto all’astro emergente Castaldi.
Come dimenticare poi che l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, ex senatore, aveva il fratello direttore del servizio del Senato, mentre suo cognato Francesco Petricone è funzionario della Camera?
E che Cristiano Ceresani, un altro funzionario della Camera già  vicecapo legislativo di Gaetano Quagliariello e oggi addirittura capo con il ministro Maria Elena Boschi, è il marito di Simona De Mita, quindi genero dell’ex presidente del Consiglio e attuale sindaco di Nusco Ciriaco De Mita?

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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LA CRISI RADDOPPIA IL PATRIMONIO ALLE DIECI FAMIGLIE PIU’ RICCHE

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

DA SOLE SONO PIU’ RICCHE DI 20 MILIONI DI ITALIANI….DAL 2008 SI ALLARGANO A DISMISURA LE DISTANZE SOCIALI

Mentre crollava Lehman Brothers, falliva la Grecia, l’America eleggeva il primo presidente nero, l’ultimo governo di Silvio Berlusconi scivolava via, mentre la Cina cresceva del 60% e Apple diventava la società  di maggior valore al mondo, in Italia si consumava un evento storico. In sordina, però.
Magari tutti erano troppo presi a seguire gli altri eventi, quelli che hanno segnato le prime pagine dal 2008 in poi, per accorgersene.
Eppure non era invisibile, perchè è stato uno spettacolare doppiaggio a grande velocità .
E’ andata così. Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese.
I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti.
Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro.
In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà  di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno
Cinque anni dopo, e siamo nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già  consumati: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri.
Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l’economia italiana balzava all’indietro di circa il 12%.
I 18 milioni di italiani al fondo delle classifiche della ricchezza sono scesi invece a 96 miliardi: una scivolata in termini reali (cioè tenuto conto dell’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione) di poco superiore al 20%.
Quanto poi a quelli che in base ai patrimoni sono gli ultimi dodici milioni di abitanti, il 20% più povero della popolazione del Paese, lo squilibrio è ancora più marcato: nel 2013 le 10 famiglie più ricche d’Italia hanno risorse patrimoniali sei volte superiori alle loro.
Sono questi i risultati più sorprendenti di un approfondimento che Repubblica ha svolto sui patrimoni degli italiani durante gli anni della crisi.
L’analisi si basa sui dati pubblicati dalla Banca d’Italia relativi alla ricchezza netta nel Paese e la sua suddivisione fra strati sociali.
Per le famiglie con i dieci maggiori patrimoni, una lista che negli anni è cambiata, le informazioni sono tratte dalla classifica annuale dei più ricchi stilata dalla rivista Forbes .
Inevitabilmente nè l’una nè l’altra serie di dati è perfetta, molte informazioni sui patrimoni non sono pubbliche e restano soggette a stime più o meno accurate.
Ma le tendenze emergono con prepotenza e raccontano due storie di segno diverso. La prima non è a lieto fine: dal 2008 l’Italia ha subito un colossale abbattimento di ricchezza che si è scaricato con forza verso la parte bassa della scala sociale, mentre al vertice tutto si svolgeva in modo opposto.
Lassù il ritmo dell’accumulazione di patrimoni personali accelerava come forse mai negli ultimi decenni.
La seconda storia invece fa intravedere un po’ di luce in fondo al tunnel, perchè la lista dei super-ricchi è cambiata in modo tale da alimentare qualche speranza sulle capacità  del Paese di produrre in futuro più innovazione, lavoro e reddito e meno rendite più o meno parassitarie.
Sicuramente il punto di partenza di questi anni non è incoraggiante.
Calcolata in euro del 2013, la ricchezza netta totale degli italiani crolla di 814 miliardi negli ultimi cinque anni (quelli per i quali sono disponibili i dati, fino appunto al 2013).
Sparisce nella voragine della recessione quasi un decimo di patrimonio netto delle persone che vivono in questo Paese. Circa due terzi di questa erosione si spiega con il calo del valore delle case, mentre il resto è dovuto a perdite finanziarie o al ricorso di certe famiglie ai risparmi per sostenere le spese quotidiane.
Per la parte della ricchezza in mano ai ceti meno ricchi, “Repubblica” assume che la loro quota nel 2013 sul totale del patrimonio degli italiani sia rimasta invariata rispetto al 2010: è ad allora che risalgono gli ultimi dati disponibili.
In realtà  questa è una stima ottimistica, perchè la tendenza alla diminuzione della quota di patrimonio dei più poveri è evidente dagli anni precedenti.
Nel 2000 per esempio il 40% più povero della popolazione residente in Italia, 24 milioni di persone, aveva patrimoni pari al 4,8% della ricchezza netta totale del Paese. Dieci anni dopo quella quota era già  scesa al 4,2%.
Anche così, il calo dei patrimoni della “seconda” metà  d’Italia, l’Italia meno ricca, è superiore alla media del Paese.
Chi è già  povero si impoverisce più in fretta.
Nel 2013 quei 30 milioni di italiani avevano nel complesso 829 miliardi (mentre gli altri 30 controllavano gli altri 8500).
Nel 2008 però quegli stessi 30 milioni di persone avevano (in euro 2013) per l’esattezza 935 miliardi.
Dunque la “seconda” metà  del Paese durante la Grande Recessione è andata giù dell’11,3% in termini patrimoniali.
La prima metà  invece, i 30 milioni di italiani più ricchi, è scesa dell’8,2%. Gli uni non solo erano molto più poveri degli altri prima della crisi: si sono impoveriti di più durante.
Tutt’altro Paese invece per le prime dieci famiglie.
La loro ricchezza netta sale di oltre il 60% in termini reali fra il 2008 e il 2013 e la loro quota sul patrimonio totale degli italiani aumenta.
Cambia però anche un altro dettaglio: la loro composizione.
I più ricchi del 2013 non sono gli stessi del 2008 o del 2004 e per certi aspetti formano una lista più interessante.
Ora nel gruppo si trovano famiglie meno dedite alle rendite di posizione, alla speculazione pura o al rapporto con la politica per fare affari.
Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo.
Negli anni, escono dalla graduatoria di Forbes o scivolano in basso i capitalisti italiani che basano i loro affari su concessioni pubbliche o investimenti immobiliari e finanziari.
Emblematica – non isolata – la vicenda dei Berlusconi, che negli ultimi cinque anni perdono 3,2 miliardi di patrimonio e scivolano dal primo posto del 2004, al terzo del 2008, al sesto del 2013.
Sale in fretta invece il patrimonio di produttori industriali dediti all’export. Succede nell’alimentare (i Ferrero o i Perfetti), nella moda e lusso (Del Vecchio di Luxottica, Giorgio Armani, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Renzo Rosso), nella farmaceutica e nell’industria ad alto contenuto tecnologico (Stefano Pessina o i Rocca di Techint). Escono dalla top ten invece investitori finanziari-immobiliari come Caltagirone o chi in passato ha puntato troppo sulle banche.
Questa diversa qualità  del capitale vincente è un passo avanti di un’Italia sempre più piena di squilibri.
È un Paese che forse però si sta liberando, nel dolore, di alcuni dei peggiori vizi del suo capitalismo.
Meglio, quanto a questo, della Gran Bretagna, dove Oxfam ha condotto un’inchiesta di cui questa di Repubblica è la replica per l’Italia.
Lì i più ricchi, sempre più ricchi, restano gli eredi della vecchia nobiltà  proprietaria di decine di ettari di palazzi a Londra come il duca di Westminster o i Cardogan, o imprenditori indiani come gli Hinduja o i Reuben.
Se risolverà  il problema della povertà , e uscirà  dalla crisi, forse è l’Italia fra le due a potersi ritrovare con una marcia in più.

Federico Fubini
(da “La Repubblica“)

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L’ARTISTA CLOCHARD, LEZIONE DI UMILTA’ PER TANTI POLITICI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

MONSIEUR MORIMOTO, DALLA VITA PER STRADA AL GRAND PALAIS

Che cosa c’entra un clochard parigino con la corsa al Quirinale?
È mezzanotte a pochi passi dal Louvre. I volontari dell’associazione Restos du coeur come ogni martedì stanno girando le strade di Parigi per distribuire il cibo ai senza tetto.
Fa un freddo cane, i ragazzi tengono stretta tra le mani la pentola con la minestra calda per avere un minimo di tepore.
Aspettano lui, sanno che da un momento all’altro arriverà .
Alla fine eccolo, spuntato da chissà  dove, uscito dal buio.
Arriva monsieur Morimoto, con la sua barba bianca, il vecchio smoking, il cravattino e il cappello orientale.
Li guarda con occhi gentili, allunga la mano per ricevere la minestra. Non manca un appuntamento. È curato, pulito, pur se vive chissà  come.
Conoscere la sua vita è impossibile. Alla fine dei brevi incontri ti ripaga con un sorriso, poi tira fuori il suo taccuino zeppo di appunti in giapponese, prende un pezzo di carta e te lo porge.
Sono disegni stupendi, opere d’arte, lampi di colore nati nel buio della solitudine in mezzo alla città  delle luci.
Impossibile sapere qualcosa di lui, nemmeno il nome.
Risponde con frasi in giapponese, con gesti incomprensibili. Dopo tanti anni vissuti a pochi chilometri dalla Torre Eiffel non conosce una parola di francese.
No, non sembra un gesto di rifiuto, piuttosto una forma di discrezione assoluta. Ma soprattutto di umiltà  estrema.
Poi un giorno capita che quegli stessi volontari si ritrovino a una mostra al Grand Palais, dove vengono celebrati i maggiori artisti del mondo.
Che davanti ai loro occhi trovino un quadro e accanto l’etichetta con il nome dell’autore: Morimoto.
Sì, proprio come il piccolo senza tetto che arriva da loro la sera. Ci scappa un sorriso, ma poi un ragazzo tira fuori dalla tasca il disegno che ha avuto in dono per strada. Roba da non crederci, gli stessi colori, lo stesso tratto. La stessa mano.
Alla fine glielo chiedono, in qualche modo, tentando un dialogo impossibile fatto di francese, giapponese e gesti spezzati dal freddo.
“Ma sei tu?”. Monsieur Morimoto fa cenno di sì: è lui, il senza tetto, l’autore del quadro esposto al Grand Palais.
Poi abbassa la testa per allontanare ogni complimento, ogni vanità . E scompare nel buio.
“Io non voglio riconoscimenti, non ne sono degno”, forse vuole dire Morimoto con il suo silenzio.
Bastano i disegni. Basta lasciare dei colori, non serve altra ricompensa.
Comincia la corsa al Quirinale, in Liguria e in altre regioni ci si scanna per le poltrone.
È tutto un susseguirsi di candidature, ma soprattutto di auto-candidature. Tutti si propongono.
Ma nessuno pare porsi quella domanda: “Sono degno di ricoprire quella carica? Sarò in grado di governare milioni di persone? Chi sono io per proporre me stesso?”
Quanti dovrebbero prendere lezioni di umiltà  da Monsieur Morimoto.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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UN PRETE PEDOFILO AL CONVEGNO ANTI GAY DI MARONI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

ALL’EVENTO IN DIFESA DELLA FAMIGLIA SPUNTA MAURO INZOLI, DETTO DON MERCEDES

È seduto in seconda fila, sorridente. Dietro al presidente Roberto Maroni e al suo predecessore Roberto Formigoni, di cui per lungo tempo è stato confessore.
Al discusso convegno di sabato in difesa della famiglia “tradizionale” c’era anche don Mauro Inzoli, il prete pedofilo costretto dallo stesso Vaticano a ritirarsi a vita privata. Con parole peraltro durissime, firmate nel giugno scorso dalla Congregazione per la dottrina della fede: «Inzoli non potrà  assumere ruoli di responsabilità  e operare in enti a scopo educativo. Non potrà  dimorare nella Diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà  inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia».
Sembra quasi la legge del contrappasso: una delle associazioni che aveva organizzato il forum (Obiettivo Chaire) è nata proprio per curare i gay («Diamo aiuto a quello che ce lo chiedono, non è un obbligo», è il loro refrain), quando invece una persona da curare con “adeguata psicoterapia” era proprio lì davanti.
La sua presenza al forum sembrava essere passata inosservata.
Inzoli, già  fondatore del Banco Alimentare e soprannominato “don Mercedes” per il suo tenore di vita, era l’animatore della onlus “Fraternità ”.
Nel 2010 si comincia a parlare della sua pedofilia, il caso diventa oggetto di indagine all’interno della Chiesa e alla fine arriva la lettera del vescovo di Crema Oscar Cantoni: «In considerazione della gravità  dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà  la dimissione dallo stato clericale »
Un anno fa il senatore lombardo di Sel Franco Bordo presenta un esposto in Procura contro don Inzoli e viene aperta un’inchiesta, con il magistrato Roberto Di Martino che chiede una rogatoria al Vaticano.
È stato Bordo ad accorgersi di lui, dalla foto di un giornale che ritraeva la platea dell’auditorium Testori: «Un bel quadretto, non c’è che dire – dice – la Regione a braccetto con il prete pedofilo è la ciliegina sulla torta di un convegno che, nonostante le rassicurazioni, nei fatti si è dimostrato essere omofobo ».
Il direttore di Tempi Luigi Amicone, moderatore del convegno, spiega di non essersi accorto di don Inzoli.
«È un libero cittadino e non mi risulta che abbia restrizioni alla circolazione da parte della giustizia italiana. Ma – aggiunge – se come lui sa benissimo ha un problema molto serio aperto con la Chiesa, mi pare che non ci volesse un genio per capire che se si voleva ferire la giornata di sabato, quello era il modo: presentarsi nelle prime file». Mentre un altro dei relatori, l’ex deputato del Pd Mario Adinolfi, contrattacca: «La pedofilia mi fa schifo. Detto questo, chiederei un minimo di equanimità  al prossimo congresso dei radicali con Mambro e Fioravanti. Tranquilli, nel loro caso non dovete fare neanche la fatica di fare lo screening di ogni singola faccia del pubblico. Loro parlano dal palco».
Negli ambienti della Regione il passaparola sull’apparizione in platea di don Inzoli è stato velocissimo, e improvvisamente la sua presenza è stata ridotta a una sfilza di «non saprei » e «non lo conosco bene».
L’incontro “Difendere la famiglia per difendere la comunità ” aveva scatenato un putiferio prima e durante.
“Prima” perchè c’era il logo di Expo sulla locandina, con il ministro Maurizio Martina e l’ad della società  dell’esposizione Giuseppe Sala che ne avevano richiesto (inutilmente) la rimozione al Pirellone; “durante” perchè a un ragazzo di 22 anni era stata tolta parola, con lui ricoperto di insulti («merda», «finocchio») e portato via di peso, solo perchè aveva chiesto ai presenti se erano sicuri che i loro figli fossero eterosessuali.
Mancava il “dopo”: eccolo servito.

(da “La Repubblica“)

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LANDINI CANDIDA COFFERATI: “PUO’ DIVENTARE LO TSIPRAS ITALIANO”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

 “LE PRIMARIE DOVEVANO AIUTARE LA PARTECIPAZIONE, NON LE LOBBY”

«Guardi, glielo dico con simpatia, ma il suo modo di ragionare è vecchio, polveroso, legato a schemi politici ormai superati. Lei continua a chiedermi se lo strappo di Cofferati può essere la scintilla per far nascere un nuovo partito a sinistra del Pd: ma io non penso a un nuovo partito, io penso invece a nuove forme di aggregazione, penso a tante persone che possono finalmente tornare a partecipare, organizzandosi nella forme che più ritengono opportune».
Mi viene in mente una parola: Tsipras
«Non so se è un modello esportabile. Però so che è estremamente interessante come certi meccanismi di elaborazione del cambiamento possano mettersi in moto proprio come si sono messi in moto in Grecia: in questo senso, naturalmente, un personaggio del carisma di Cofferati, con le sue grandi qualità  etiche e morali, può certamente contribuire ad accelerare un percorso simile anche qui. Dove pure è necessario andare oltre l’idea di sinistra classica».
(L’intervista andava avanti da una ventina di minuti: e Maurizio Landini, il là­der mà¡ximo della Fiom, lui che è un formidabile comunicatore, battuta sempre pronta, velocità , ritmo, lucidità , allergia con bolle al politichese, stavolta tendeva stranamente a prenderla un po’ alla larga. Incalzarlo è stato opportuno: ad un certo punto, sia pure sorridendo, ha come perso la pazienza ed è andato così giù diritto alle conseguenze che possono derivare dall’uscita di un personaggio come Cofferati dal Pd ).
«Mi spiego meglio: qui il punto non è se adesso nascerà  o meno una forza a sinistra del Partito democratico. Qui la scena è più grave. Qui dev’essere chiaro a tutti che il processo in atto, come testimonia in modo emblematico anche la vicenda Cofferati, è più profondo. La sinistra non c’è più in Italia. Il dato, purtroppo, è ufficiale e definitivo. Siamo innanzi a un passaggio di drammatica rottura nella storia politica e sindacale del Paese».
Lei dice che la vicenda Cofferati è emblematica: può essere più preciso?
«Le rispondo ricordando a tutti che in tasca, il sottoscritto, ha due sole tessere: quella della Cgil e quella dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani. Questo per dire che ragiono seguendo solo la logica, il buon senso, e ricordando che il Pd s’era dotato delle primarie, immaginando, sperando che potessero essere uno strumento capace di determinare novità  e partecipazione. Bene: dobbiamo prendere invece atto che è uno strumento che allontana i giovani e porta alle dimissioni persone come Sergio, che quel partito ha addirittura contribuito a fondarlo. E perchè accade tutto ciò? Accade perchè anche nelle primarie del Pd prevalgono lobby e logiche di potere, perchè pur di vincere è lecito portare a votare i fascisti, perchè diventa secondario che siano state riscontrate irregolarità  e alla fine ci tocca anche sentire la Serracchiani che dice: “Non si rimane solo se si vince”. Ma si vince cosa? Si vince come? E il rispetto delle regole? E l’onestà ? Io sono mesi che parlò di onestà , che invoco onestà …».
In effetti, lo scorso autunno, lei provò a introdurre il tema e lo fece con toni piuttosto ruvidi: disse che «gli onesti sono contro Renzi».
«Il primo a rispondermi, suppongo su ordine del capo, fu il presidente del Pd, Matteo Orfini. Peccato che adesso sia proprio lui, Orfini, con i gradi di commissario straordinario, a dover indagare sulla palude del malaffare in cui galleggia il Pd a Roma. La verità  è che dovrebbero avere la forza di interrogarsi sul gorgo nel quale hanno fatto sparire ogni traccia di etica e morale… e mi scusi se continuo a usare queste due paroline».
Lei non ha il minimo dubbio che Cofferati abbia almeno sbagliato, come pensano alcuni osservatori, i tempi di reazione?
«Conobbi Sergio quando diventò segretario della Cgil: io, all’epoca, ero il segretario della Fiom di Reggio Emilia. Da allora, con Sergio, abbiamo condiviso percorsi e avuto anche qualche momento di democratico conflitto: sempre, però, ho pensato d’avere di fronte una persona perbene, rigorosa, capace di far prevalere valori e principi, un socialdemocratico autentico».
A suo parere, cosa gli impedì, nel 2002, quando dopo la straordinaria manifestazione del Circo Massimo era al culmine della popolarità , di diventare il leader della sinistra italiana?
«A impedirgli di diventare ciò che avrebbe meritato furono certe logiche di partito. Che lui, un uomo incapace di porre questioni personali, rispettò. Per questo trovo assolutamente offensivo che qualcuno stia provando, nelle ultime ore, a dargli lezioni di comportamento. Piuttosto…».
Piuttosto cosa, Landini?
«Leggessero bene il sondaggio pubblicato dal Corriere : con il Pd che è in caduta libera e con il governo che non gode più di tanti consensi. Del resto, cancellano lo statuto dei lavoratori, varano provvedimenti in cui si depenalizza la frode e, di fatto, l’evasione fiscale… e poi tengono il Paese legato a quel misterioso patto del Nazareno, in cui sembra sia stato deciso addirittura il nome del prossimo Presidente della Repubblica. Gente così pensa davvero di poter dare lezioni di etica e morale a Cofferati?».

Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A COFFERATI: “E’ UN PARTITO ALLA FRUTTA, IL MODELLO RENZI COMPRA VOTI”

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

“GUERINI E SERRACCHIANI SAPEVANO BENISSIMO COSA STAVA ACCADENDO IN LIGURIA, ORA FINGONO DI CADERE DALLE NUVOLE”

Onorevole Cofferati, si è così polemicamente dimesso dal Pd in realtà  perchè ha perso le primarie in Liguria, come l’accusano i vertici del suo ormai ex partito?
«Vedo che Renzi va in televisione a darmi dell’ipocrita, che i vicesegretari bollano come inspiegabile e ingiustificato il mio addio al Pd. Solo insulti e offese. Se un partito, invece di chiedersi le ragioni delle dimissioni di uno dei suoi fondatori, reagisce così, siamo allA frutta. Anzi, ormai al digestivo»
Ha denunciato irregolarità  e brogli nelle primarie a favore della sua concorrente Raffaella Paita. Perchè solo a fine gara, non prima?
«Ma io per un mese e mezzo ho informato la Serracchiani e Guerini, i due vice di Renzi, dello scempio che si stava consumando in Liguria, dei rischi di inquinamento del voto, della partecipazione organizzata del centrodestra con l’Ncd e anche Forza Italia alle nostre consultazioni per votare e far votare la Paita, con la partecipazione attiva di certi fascistoni mai pentiti, e la presenza perfino di personaggi in odor di mafia ai gazebo e ai seggi».
E dal vertice del Pd, di fronte ad uno scenario simile, davvero non hanno fatto una piega
«Mai. Nessuna risposta. Così i pericoli che temevo, si sono puntualmente avverati. Il risultato in tredici seggi, dove per una manciata di euro sono stati convogliate file di poveri stranieri, è stato annullato dalla commissione di garanzia. Sta indagando la procura di Savona e forse anche quella di Genova si muoverà . Ed è scesa in campo anche la Dda, la direzione distrettuale antimafia»
Tutto organizzato contro di lei? Da chi e perchè?
«Era stata pianificata una vittoria a tavolino, con l’appoggio del centrodestra. Alcuni suoi esponenti, come il segretario regionale Ncd Saso, l’ex senatore forzista Orsi, il fascista Minasso, lo avevano pubblicamente dichiarato. Quando io ho dato la mia disponibilità  e sono entrato in campo, ho scompaginato i loro disegni. E l’organigramma di potere era già  pronto».
Vuol dire che avrebbe vinto, senza le irregolarità  che ora denuncia?
«Non lo so. Io ho preso circa 24 mila voti. Chi ha vinto, circa 28 mila. Però nel 2011 a Napoli per irregolarità  denunciate in tre seggi, dico tre, Bersani annullò le primarie. Perchè a Genova deveessere diverso che a Napoli?».
Cos’è, una conventio ad excludendum contro Cofferati pilotata dalla segreteria nazionale?

«Da quella ligure, di sicuro. La segreteria nazionale è stata, diciamo, assente, distratta, lontana. Salvo negli ultimi giorni, quando è piombata il ministro Pinotti a sostenere la Paita e una formula politica per la regione che mai si era discussa qui, e che io mai avrei appoggiato: le larghe intese con il centrodestra, l’esportazione anche in Liguria del modello nazionale renziano».
Però questa è appunto una linea politica, che si può o meno condividere, che c’entra con i brogli?
«Certo, ma per imporre, realizzare questo modello politico si è fatto ricorso in modo spregiudicato al sostegno del centrodestra nelle primarie del nostro partito. E anche all’inquinamento con voti comprati. Sta tutta qui la ragione delle mie dimissioni, la ferita politica che si è aperta nel Pd, e non solo in Liguria. Sono stati cancellati i valori stessi su cui è nato il Partito democratico. E io che ne sono stato uno dei 45 fondatori, e non c’era certo Renzi, me ne vado con dolore. Sono stati ormai distrutti i principii e gli strumenti per la loro affermazione, e cioè proprio le primarie. E non parliamo del rispetto personale: ogni giorno della campagna sono stato insultato, in particolare dal sindaco di La Spezia».
Lei lascia il Pd ma non il seggio a Strasburgo dove è stato eletto proprio con i voti del partito. Non dovrebbe farlo?
«Alle elezioni europee, dove molti fanno finta di dimenticare che si vota con le preferenze, sono stato rieletto con 120 mila voti. Alcuni hanno segnato il mio nome perchè era nella lista nella Pd. Molti altri perchè hanno scelto Cofferati e di conseguenza la lista del partito».
I voti per l’europarlamento sono soprattutto “suoi” e non del Pd?
«Credo proprio di sì. Ma si chiede solo a Cofferati di lasciare il seggio, mentre in altri casi non c’è problema. Non si chiedono dimissioni da deputato, che ne so, per Gennaro Migliore eletto con Sel ma passato al Pd».
Eppure quando era sindaco di Bologna giurava che mai avrebbe lasciato la città  per un seggio a Strasburgo.
«Ma quella fu una scelta personale. Volevo stare con la mia famiglia a Genova. L’allora segretario del Pd Franceschini mi offrì con insistenza l’eurocandidatura. Mi resi conto che, da Strasburgo, nei week end sarebbe stato più facile stare a Genova con i miei. E dissi di sì».

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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IL PD E’ PRONTO A EPURARE CHI STA CON COFFERATI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

SEMPRE FANGO IN LIGURIA

Oggi no. Domani sicuramente. Sergio Cofferati attende le motivazioni con le quali la Commissione di garanzia del Pd ha cancellato il risultato di 13 seggi alle Primarie liguri del centrosinistra.
Dopodichè è pronto a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica, per fare luce sugli eventuali aspetti penali degli inquinamenti del voto avvenuti domenica 11 gennaio in tutta la Liguria.
A due giorni dalle clamorose dimissioni pubbliche dal Pd, l’ex segretario Cgil è combattivo. E
risponde indirettamente a Debora Serracchiani, vicesegretario del Partito democratico, secondo la quale “non si resta in un partito solo se si vince”.
“Mi aspettavo reazioni come queste — commenta Cofferati, che rincara la dose rispetto a sabato — La realtà  è che esco fuori perchè non posso accettare la cancellazione dei valori di questo partito e il massacro che è stato fatto nei confronti delle Primarie, snaturate da poveri stranieri in massa e dalla destra fascista”.
Ma quella di Cofferati potrebbe essere solo la miccia che darà  il via a un esodo di massa dal partito.
L’addio dell’europarlamentare ha provocato una reazione a catena nella corrente ligure a sinistra di Renzi.
I primi a fare le valigie potrebbero essere i civatiani di “Liguria Possibile”, che attendono solo l’espulsione da Roma, dopo il ritiro del sostegno a Raffaella Paita e l’annuncio della creazione di una nuova lista di centrosinistra in vista delle Regionali di maggio.
Lo ha confermato anche il leader di Liguria Possibile, il deputato Luca Pastorino: “La nostra regione è la fotografia di un Pd ormai spaccato a metà . Non ci riconosciamo più in un partito che si prepara a cambiare 40 articoli della Costituzione e che continua a sottovalutare quello che è accaduto alle ultime Primarie. Intanto andiamo avanti sulla nostra linea e aspettiamo una risposta da Roma”.
Intanto, nella giornata di ieri, il vicesegretario nazionale Pd Lorenzo Guerini ha provato a fare il pompiere, telefonando personalmente a Pastorino per far tornare sui loro passi i dissidenti.
“Con il solito tono superficiale, mi ha invitato a riconsiderare le mie posizioni — rivela Pastorino — Ma io sono anche il sindaco di un piccolo paese, e da qui le cose le vedo molto bene”.
Le parole di Pastorino sintetizzano un mal di pancia sempre più diffuso tra i civatiani liguri, tra cui compaiono anche Andrea Ranieri (membro del direttivo nazionale Pd) e l’europarlamentare Renata Briano, ex assessore all’Ambiente della Regione Liguria, dirottata a Bruxelles nel maggio scorso anche per presunte frizioni con il governatore Burlando.
La stessa Briano che Raffaella Paita (candidata uscita vincitrice dalle primarie) ha preso di mira indirettamente con ripetute esternazioni.
Per loro e per un’altra decina di civatiani è pronta ad arrivare una raffica di espulsioni. E Civati? “Sa benissimo quello che è accaduto in Liguria e segue attentamente l’evolversi della situazione, — fanno sapere da Liguria Possibile — Prima di fare una mossa, attenderà  almeno l’elezione del Presidente della Repubblica”.
E proprio sul tema Quirinale ieri è intervenuto Stefano Fassina, altro esponente della minoranza dem: “Il modo sbrigativo, offensivo per la dignità  di Cofferati con cui la sua scelta è stata trattata — dichiara a Rainews24 — peserà  notevolmente sul voto per il Quirinale. Bisogna individuare innanzitutto i criteri della scelta, prima del nome. Dobbiamo costruire le condizioni per andare oltre il patto del Nazareno, per il massimo coinvolgimento possibile delle forze di opposizione” .
In attesa dei verdetti della Procura e della Dda sull’esito delle Primarie, sono cominciate le prove per una grande coalizione di sinistra che andrebbe dai civatiani a Sel (“siamo pronti a discuterne” ha fatto sapere Angelo Chiaramonte, coordinatore regionale di Sel).
Con l’incognita Movimento 5 Stelle, dove è in atto una faida interna sulla scelta del candidato da proporre.
Paolo Putti, capogruppo M5S in Comune, ha aperto a un “volto fuori dal nostro recinto”, ma i duri e puri del movimento chiudono le porte a qualsiasi tipo di compromesso sulle alleanze e sui nomi.
Un post sul sito di Beppe Grillo ha liquidato la questione: il candidato si sceglie con le solite regole, niente “salvatori della patria”. E sarà  uno del Movimento.
Neanche a parlarne di una coalizione.
L’altro rebus è legato alle prossime mosse di Sergio Cofferati, che qualcuno vede come possibile “padre nobile” di una coalizione in chiave elettorale.
Per ora il “Cinese” conferma la volontà  di dedicarsi solo alla sua fondazione.
Ma lascia aperto qualche spiraglio: “È una fondazione culturale, ma si occuperà  anche di politica”.

Lorenzo Tosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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