Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA DISSIDENTE PD DORIS LO MORO, MAGISTRATO IN ASPETTATIVA: “HO UN’ALTRA IDEA DI DEMOCRAZIA”
Doris Lo Moro ex magistrato, giusto?
«Magistrato in aspettativa. Se la legislatura finisce in anticipo torno a fare il mio lavoro».
Renzi vuole votare?
«Al mio segretario ho dato atto di avere una grande intelligenza. Mi piace una democrazia decisionista, capace di mantenere il ritmo».
Perchè allora ha votato contro la legge elettorale?
«Ho sostenuto la battaglia di Gotor ritenendo che avesse un senso. Ho i piedi per terra e sapevo che il rischio di uscirne sconfitti era concreto».
Che batosta…
«Un po’ di stress c’è. Ho vissuto la marginalità a viso aperto, questa sconfitta merita rispetto. Renzi sa usare gli strumenti del potere meglio di tutti i suoi avversari politici».
È vero che il premier in assemblea l’ha blandita?
«No, è stato sincero. E lo dice una che non è mai stata renziana perchè ha un’altra idea della democrazia. Io sono determinata nella battaglia, ma non spregiudicata nelle soluzioni».
Ha subito pressioni?
«È una cosa veramente brutta. Mi ha stressato la sensazione che si volesse ridurre oltre il lecito il livello di dissenso. Mettere la museruola ai parlamentari è sgradevole».
L’emendamento Esposito?
«Trovo sgradevole che molti miei colleghi abbiano ceduto a un presunto emendamento contro le regole e scritto malissimo, come un bignami degli articoli successivi».
Giudizio politico?
«Un peccato originale. Cercare i voti fuori dalla maggioranza è un elemento di spregiudicatezza che non giova alla autorevolezza di Renzi. Diceva di essere per le preferenze e che i nominati erano il prezzo da pagare a Forza Italia…».
Non è una nominata, lei?
«Sì e mi sarebbe piaciuto venire eletta dai cittadini. Ma non mi ricandido».
Pentita di aver lasciato l’incarico di capogruppo?
«No, ne sono orgogliosa. Molti del Pd hanno votato contro le loro opinioni».
Sul voto finale cosa farà ?
«Io voterei contro».
Monica Guerzoni
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
RIXI COME SERGIO ENDRIGO: LA FESTA APPENA COMINCIATA E’ GIA’ FINITA… LA GUARDIA DI FINANZA DENUNCIA ANCHE I LEGHISTI BRUZZONE E TORTEROLO
La relazione è stata consegnata in Procura tre giorni fa, accompagnata da alcuni contenitori di carte e
scontrini.
Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza denuncia vari esponenti del gruppo regionale Lega Nord per le spese sostenute in particolare fra il 2010 e il 2012, ipotizzando il reato di peculato.
Nello specifico, le Fiamme Gialle indicano al sostituto procuratore Francesco Pinto i nomi di tre politici: Edoardo Rixi, capogruppo nel periodo incriminato, Francesco Bruzzone, storico esponente del Carroccio nell’assemblea regionale, e Maurizio Torterolo.
Nel mirino dei militari, in base alle poche informazioni che trapelano in queste ore dagli inquirenti, sono finiti di sicuro viaggi avvenuti talvolta nel week-end e parcheggi, oltre a immancabili pranzi e cene.
Il magistrato nelle prossime ore deciderà se iscrivere il nome dei leghisti sul registro degli indagati e convocarli eventualmente per un interrogatorio.
Rixi, oltre ad essere il vicesegretario federale scelto da Matteo Salvini, è il candidato della Lega Nord alla presidenza della Regione ed è stato il primo a scendere ufficialmente in campo, prima che il centrosinistra proclamasse Raffaella Paita attraverso primarie piuttosto turbolente, con tutto quel che ne è seguito.
Sebbene la scelta d’indagare Rixi e i due compagni di partito spetti esclusivamente al pubblico ministero, l’accelerazione della Guardia di finanza rappresenta comunque uno snodo cruciale.
Le Fiamme Gialle erano state incaricate di passare al setaccio in primis gli scontrini che i partiti si sono fatti rimborsare nell’ultima legislatura, iniziata nella primavera 2010, concentrandosi in particolare sul biennio 2010-2012.
E hanno via via segnalato quelli che ai loro occhi erano stati comportamenti di rilievo penale: ogni consigliere che in precedenza era stato denunciato, è stato in seguito destinatario di un avviso di garanzia per l’uso disinvolto dei fondi a disposizione dei gruppi regionali.
Fino a questo momento sono 17 (di cui 14 fra consiglieri, o ex, regionali) le persone indagate nell’affaire spese pazze: Roberta Gasco (ex Udeur e Forza Italia) e Lorenzo Castè (ex Rifondazione) per la legislatura 2005-2010, gli altri per quella successiva. Si tratta di Nicolò Scialfa, Maruska Piredda, Marylin Fusco e Stefano Quaini, tutti ex Idv che si sono dimessi dall’assemblea, ancorchè in momenti diversi; Nino Miceli (Pd), Rosario Monteleone (Udc), dimissionario dalla presidenza del consiglio regionale ma ancora consigliere, e il suo “delfino” Marco Limoncini, sempre dell’Unione di Centro; Franco Rocca (ex Pdl, oggi Ncd), Alessio Saso (ex Pdl, oggi Ncd), Luigi Morgillo (ex Pdl, oggi Forza Italia), Raffaella Della Bianca (ex Pdl, passata al Gruppo misto) e Aldo Siri (Lista Biasotti).
A questi si aggiungono Giovanni Paladini (ex plenipotenziario Idv, indagato per fatti che avrebbe commesso mentre non ricopriva la carica di consigliere), Mario Amelotti (tesoriere Pd) e Giorgio De Lucchi (ex tesoriere Idv).
Ora tocca al gruppo leghista che in Liguria non ha buoni precedenti, a cominciare dalla vicenda Belsito.
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
CHIESTO AL VIMINALE INVIO COMMISSIONE PER VALUTARE SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE… IL SINDACO CHIAPPORI: “NON MI DIMETTO”
E’ approdato sul tavolo del Ministro dell’interno, Angelino Alfano, il dossier inviato dall’ex prefetto di Imperia, Fiamma Spena (oggi prefetto di Genova) con il quale si chiede di attivare la Commissione di Accesso, propedeutica ad un eventuale scioglimento del Comune di Diano Marina per infiltrazioni mafiose.
Massimo riserbo da parte della Prefettura di Imperia, secondo la quale si tratta di atti “classificati” e, quindi, riservati.
Il sindaco di Diano Marina, Giacomo Chiappori (Lega Nord), ex parlamentare del Carroccio, non intende commentare la notizia della richiesta di inviare una Commissione di Accesso.
Tuttavia, alla domanda se alla luce di questi accadimenti sia plausibile un passo indietro, il sindaco dice di “no”. “Dimettermi? Mai neanche morto”, afferma.
A fine dicembre la procura di Imperia ha indagato per voto di scambio in concorso il sindaco di Diano Marina.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
NASCE LA FRONDA DELLA MINORANZA PD: “ORA BATTAGLIA SUL COLLE”
Il segnale per Matteo Renzi è chiaro: sul voto per il prossimo presidente della Repubblica, il premier
deve stare attento a 140 tra deputati e senatori di minoranza Pd. Tanti sono, più o meno, quelli che, nel pomeriggio, dopo l’ennesimo scontro interno in aula sulla riforma costituzionale, si incontrano nella sala Berlinguer del gruppo Pd della Camera.
E’ una pattuglia variegata, che non si trasforma per incanto in un blocco compatto. Nemmeno di fronte ai fatti successi oggi e nemmeno se tutti i 140 più o meno concordano sul fatto che oggi è nata una nuova maggioranza di governo per il soccorso azzurro di Forza Italia sull’Italicum in sostituzione dei 27 Dem che hanno seguito la protesta del bersaniano Miguel Gotor al Senato.
Però da oggi in poi, i 140, pur frazionati al loro interno sulla strategia da tenere per rovesciare o limitare (le ricette sono diverse) il Patto del Nazareno, costituiscono il buco nero che Renzi dovrà trattare con cautela quando la prossima settimana dovrà calare un nome da porre in votazione per il dopo Napolitano.
Il clima in sala Berlinguer è di mortificazione generale.
In tanti lo dicono, parlando con la stampa: chi con il sapore amaro della sconfitta, chi con il gusto altrettanto sgradevole del sentirsi esclusi dall’orizzonte di gioco del premier-segretario.
Perchè in sala Berlinguer ci sono anche parlamentari di minoranza che però non hanno mai votato contro le indicazioni del governo in aula.
Eppure sono lì, sconcertati anche loro per il nuovo clima di tensione nel partito.
E naturalmente vengono visti come “controllori: quasi quasi ti leggono pure gli sms che mandi…”, dice in anonimato un deputato tra i più oltranzisti.
Nella sala Berlinguer ci sono tutte le declinazioni del non essere renziani.
Ci sono i dalemiani, senza Massimo D’Alema. Ci sono i bersaniani con Pierluigi Bersani che si affaccia solo per un quarto d’ora e se ne va, scoccando la sua freccia contro il premier sulle agenzie di stampa: “Dica se vuole l’unità del Pd”.
Ci sono lettiani senza Enrico Letta, veltroniani senza Walter Veltroni.
C’è Gianni Cuperlo, che parlando ai 140 avrebbe gridato alla “mutazione genetica del Pd”, raccogliendo applausi.
C’è Stefano Fassina, tra i più anti-renziani. C’è lo stesso Gotor provato dalla battaglia in Senato e il suo ‘Sancho Panza’, il senatore Paolo Corsini che sull’Italicum lo ha seguito in tutto e per tutto.
C’è Pippo Civati, che non sta nella pelle: “Oggi hanno rifondato il Patto del Nazareno e uno dei due contraenti, Berlusconi, dice che è nata una maggioranza nuova. Dobbiamo alzare il livello!”.
Civati entra ed esce dalla riunione, parla con i cronisti: “Qui solo scaramucce, non c’è nessuna vera botta in vista. Poi se nasce un’iniziativa seria, allora valuto. Sennò mi chiamo fuori”.
Per lui la “vera botta” sarebbe candidare Romano Prodi per il Quirinale, unico autorevole, unico anti-Patto del Nazareno.
Ma il clima in sala Berlinguer non è questo. Giusto Rosi Bindi potrebbe apprezzare. Lei lascia l’assemblea ben presto allargando le braccia: “Riunione troppo eterogenea, spuria… L’analisi c’è, ma non mi pare che sia matura la conclusione”.
Cioè non è maturo l’ossessivo ‘che fare’ della sinistra.
Che fare, una volta che si è tutti d’accordo sul fatto che pare nata “una grande coalizione Pd-Forza Italia senza nemmeno averne discusso prima”, come dice persino il mite Cesare Damiano?
Che fare? Non è semplice deciderlo alla Sala Berlinguer. Dentro ci sono persino personalità del sottogoverno del premier, come il viceministro Filippo Bubbico, i sottosegretari Luciano Pizzetti e Sesa Amici.
E poi parlamentari di minoranza che però non condividono la forzatura di Gotor, figurarsi se possono condividere il gesto di Civati che oggi ha osato votare no all’emendamento che istituisce i senatori a vita nella riforma costituzionale, mentre una 40ina di deputati di minoranza non ha partecipato al voto.
Per dire che le strategie restano diverse. “C’è chi è convinto che basti la testimonianza e chi invece non si ferma… – sintetizza il senatore lettiano Francesco Russo — Io credo che la fronda sull’Italicum abbia spinto ancor di più Renzi a rafforzare il Patto del Nazareno. E il rischio è che, così facendo, lo si metta nella condizione di giocare con Berlusconi anche sul Colle. E’ controproducente”.
Ad ogni modo, anche Russo condivide l’invito lanciato ai 140 dal bersaniano D’Attorre, uno dei più accalorati in assemblea: “Non disperdiamoci sulla corsa per il Quirinale!”.
Che significa: non facciamo la solita gara tra correnti, tra chi lavora per Fassino, chi per Veltroni, chi per Finocchiaro, chi per Amato, chi per Franceschini.
Sono i nomi che girano da sempre, i nomi per cui da tempo sono mobilitate le varie anime del Pd, tra riunioni, cene e conciliaboli in Parlamento.
In realtà , pare che oggi il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini abbia sondato l’opposizione di Sel sul nome di Piercarlo Padoan, ma anche Graziano Delrio, in primis. E poi anche Giuliano Amato, Sergio Mattarella, un po’ meno sulla Finocchiaro.
La divisione interna è il rischio concreto che la mortificazione generale della sala Berlinguer per ora non riesce a eliminare dal campo.
Ed è questo che fa gongolare Renzi, ancora. Sull’Italicum, forza il premier parlando a margine del Forum economico di Davos, la minoranza ha una “posizione che nemmeno i militanti delle feste dell’Unità condividono, ma questo è ininfluente sul risultato finale. E non ci saranno conseguenze sul Quirinale”.
Però nonostante la varietà interna, i 140 promettono di farsi sentire. Proprio sulla corsa per il Colle, che si annuncia già come una battaglia.
In sala Berlinguer c’è anche il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, cui spetta il compito di sintetizzare la posizione per tutti e di metterla giù morbidissima col premier: “Dobbiamo lavorare per unire il Pd sul presidente della Repubblica: è la richiesta forte che arriva da un pezzo del Pd. Ma ho fiducia nel nostro segretario. Sono sicuro che lavorerà per unire il Pd”.
Ma intorno a lui prevale la convinzione opposta.
E cioè che, ora che è nata la fronda dei 140, Renzi farà di tutto per dividerla.
Come è riuscito a fare sul Jobs Act, separando i dialoganti Bersani, Epifani, Damiano dai Cuperlo, Fassina e un’altra trentina.
“Lo rifarà sul Colle”, si ammette tra i 140.
Risponderanno uniti?
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
ACCORDO CON ALFANO E COME CANDIDATO DI BANDIERA VIENE RICHIAMATO ALLE ARMI MARTINO
C’è un motivo se, all’uscita dall’incontro con Silvio Berlusconi a palazzo Madama, Angelino Alfano dice che “ha certamente un significato la posizione comune sul capo dello Stato” e ha un “significato quanto fatto da Forza Italia sulle riforme”.
E c’è un motivo se Paolo Romani, col volto radioso, definisce “prematuro” l’ingresso di Forza Italia nella maggioranza di governo.
Prematuro, ma non fantasioso.
È il “partito della Nazione” la suggestione che nasce nel terremoto del Senato: Forza Italia stabilmente in maggioranza, una collaborazione sempre più stretta con Renzi in sostituzione della sinistra, e su queste basi, chissà , la fantasia non ha freni.
Il primo ad averli tolti è stato proprio il Cavaliere che va ripetendo che con “Matteo” si farà “qualcosa di buono assieme”.
È questa suggestione di “partito della Nazione” che carica l’elezione di un nuovo capo dello Stato di un nuovo significato in più: la consacrazione di quello che, nel Palazzo, viene chiamato lo “schema 22 febbraio” con Forza Italia che sostituisce, in maggioranza, un pezzo di sinistra. Berlusconi, a questo punto, si aspetta un capo dello Stato espressione della maggioranza del 22 febbraio, senza sinistra.
Il Nazareno è anche numero. E l’obiettivo è in due numeri che Silvio Berlusconi ha ben presenti. 50, come i voti di determinanti di Forza Italia sull’Italicum.
Sedici, come la somma di Forza Italia e Ncd in caso di voto, che significa arrivare terzi o quarti.
Un azzurro di rango, appena uscito da una riunione con Verdini, dice all’HuffPost: “Renzi non vuole essere ostaggio dei suoi e ha capito che la collaborazione organica con Berlusconi funziona. E a Berlusconi non importa del consenso elettorale, per questo ha accettato questa legge, ma di un’alleanza sempre più stretta con Renzi. Forza Italia è la corrente di destra del Nazareno che sostituisce i comunisti. Ingresso al governo? No, non subito. Ma è chiaro che ciò che funziona non va rotto”.
In cambio, come ormai assicura Verdini parlando con i parlamentari, ci sono garanzie sull’agibilità politica.
Ecco il Quirinale è tutto questo. È il punto finale del primo anno di Nazareno (appoggio sulle riforme in cambio di garanzie su interessi Berlusconi) e la garanzia sul secondo anno (appoggio a tutto campo in cambio di garanzie e ingresso in maggioranza).
Impossibile, dopo quello che è successo oggi, suonare lo spartito dell’opposizione. All’uscita dal vertice di palazzo Madama, una vecchia volpe come Lorenzo Cesa per la prima volta nomina la parola governo: “Tutto è in rapida trasformazione con possibili scomposizione a sinistra e ricomposizione al centro. C’è una fortissima pressione a livello europeo affinchè i vari partiti di centrodestra si rimettono insieme e governino questo passaggio anche economico”.
Ed è in quest’ottica che il Cavaliere ha bisogno di un partito compatto, di fedelissimi, che eseguano senza tanti dibattiti.
Una nuova scissione è nel conto. Per questo nel corso della riunione dei gruppi alla Camera recapita un avviso si sfratto a a Fitto e alle sue truppe: “Vi chiedo di cambiare linea o di cercare un’altra via”.
Anzi, racconta chi ha parlato con lui che “il presidente è particolarmente infastidito dal fatto che Raffaele non se ne va”. Tanto da aver rivalutato il comportamento di Alfano di un anno fa: “Almeno Angelino ebbe le palle, questo invece…”.
E c’è tutto il senso della condivisione del nome con Renzi nell’indicazione, fatta nel corso della riunione dei gruppi, del nome di Antonio Martino come candidato di bandiera alle prime tre votazioni.
La verità è che Martino potrebbe esserlo ma anche no.
Prosegue la stessa fonte di rango: “Silvio si è gasato dopo ieri, e indicando Martino ha fatto il primo errore. Ma lui è così, non si tiene. Con Alfano si era convenuto niente nomi, e invece… Invece l’ha detto. Ma sono chiacchiere.
Lo schema concordato con Alfano, e su cui c’è un pacchetto di 250 grandi elettori è che per ora si dice che al Colle serve un moderato in attesa di un nome condiviso con Renzi, da scegliere in una rosa”.
Però l’ebbrezza del successo ha già prodotto i primi effetti.
Parlando con i suoi in libertà Berlusconi ha fatto capire che non si aspetta la grazia perchè è difficile che un nuovo presidente come primo atto possa dare, però sulla salva-Silvio si aspetta qualcosa.
E si aspetta che il nuovo capo dello Stato, a differenza del precedente, si spenda all’estero negli ambienti che contano per ottenere la riabilitazione, che passa anche per la corte di Strasburgo. Attorno si sono già scatenate le ambizioni dei suoi.
Perchè, dice sempre la fonte che ha parlato con Verdini, “se per Silvio entrate in maggioranza significano gli affari suoi, gli altri già si vedono ministri”
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL GRANDE CANTIERE E’ SALVO, MANCANO LE INFRASTRUTTURE COME IL NUOVO METRO’
La paura, quella vera, di non farcela è passata. 
L’attenzione, dicono gli uomini di Expo, continuerà a rimanere alta sino alla fine della corsa. Ma ormai entrando in cantiere guardano al sito come se fosse arrivato il 1° maggio: dove mettere cartelli e segnali, fare in modo che i tornelli da cui dovranno passare fino a 250mila persone al giorno siano adeguati ai flussi, fin dove tracciare i confini di quella sorta di zona a traffico limitato che in un raggio di 3-4 chilometri impedirà alle auto di imbottigliarsi attorno all’area dell’Esposizione.
Perchè con molti padiglioni che hanno preso forma, ormai, varcando le soglie della cittadella di Expo si ha la percezione sempre più precisa di che cosa sarà .
Ma quando mancano 100 giorni esatti al via, ci sono altre istantanee da scattare. Per capire a che punto sia arrivata Expo.
Che cosa ha già portato alla città , quello che ancora manca e ciò che già oggi non arriverà mai.
Giuseppe Sala lo sa. E lo sa il governo. Adesso che si avvicina il momento del via è necessario allontanare le ombre da Expo, cancellare l’immagine legata agli scandali.
Si dovrà raccontare davvero che cosa saranno quei sei mesi, passare ai contenuti.
Sarà questa la sfida degli ultimi 100 giorni: conquistare gli scettici, risvegliare l’entusiasmo della gente. E farlo qui, in casa.
Perchè l’impresa paradossalmente è sempre stata più semplice lontano dall’Italia, così come l’obiettivo è stato centrato sul fronte degli sponsor privati: 350 milioni di euro raccolti e grandi marchi scesi in campo.
Fin dall’inizio dell’avventura, il mondo ha risposto all’appello: lo racconta il numero dei Paesi che hanno aderito (140), gli investimenti (un miliardo) degli Stati che costruiranno 53 padiglioni autonomi.
Lo raccontano i 7,5 milioni di ticket venduti in gran parte a tour operator stranieri.
Qualcosa negli ultimi mesi si è mosso.
I segnali ci sono: i biglietti richiesti all’Expo Gate a Natale e nelle filiali di Banca Intesa, i ragazzi (14mila domande, più dei 10mila posti) che si sono candidati per diventare volontari, l’attività nelle università , le start up che stanno nascendo.
Ma da fare ancora ce n’è.
Che cosa ne è stato della città che il 31 marzo del 2008 festeggiava la vittoria di Parigi? Che cosa ne è stato delle aspettative costruite attorno a Expo?
Perchè è anche questa la domanda da farsi quando il conto alla rovescia è diventato implacabile. In passato, Expo è stata utilizzata come il chiodo a cui appendere qualsiasi tipo di promessa, dalle migliaia di posti di lavoro alla ripresa dell’economia fino alla possibilità di disegnare radicalmente Milano attraverso opere, infrastrutture, cantieri.
Un evento salvifico, capace di curare ogni male: non sarà così, non sarebbe potuto esserlo.
Un risultato, però, Expo lo ha già portato: all’estero, dalla guida Lonely Planet al New York Times, si è tornati a parlare di Milano come una meta del 2015, a riscoprirla.
In piena crisi economica, la strategia della giunta è stata chiara: abbandonare la visione faraonica di un tempo e puntare all’essenziale.
Fare in modo che la città possa presentarsi in ordine, trasformata in una sorta di palcoscenico lucidato per gli appuntamenti che dovranno farla vivere.
Le novità ci saranno, come l’eredità più evidente che lascerà : la nuova Darsena. Ma a 100 giorni, non si sa ancora che cosa sarà del milione di metri quadrati di Rho-Pero quando i padiglioni saranno smontati. È ancora la domanda fondamentale a cui le istituzioni dovranno rispondere.
Per acquistare le aree sono stati spesi soldi pubblici, e soldi pubblici sono stati spesi per allestirla. Il successo di Expo (e il giudizio dei milanesi), alla fine, dipenderà anche da cosa rimarrà .
Il grande evento avrebbe dovuto curare anche un altro male storico: colmare il gap di infrastrutture della Lombardia, far correre opere come la Pedemontana di cui si vaneggiava da decenni.
Ma è stato un errore pensare di agganciare alla locomotiva qualsiasi strada e desiderio. Negli anni l’elenco si è sempre più assottigliato ed è cresciuta la lista dei collegamenti (oggi ne conta 23) rimandati «oltre l’orizzonte del 2015».
Il capitolo delle infrastrutture connesse si presenterà all’appello con diverse mancanze: si tenta di consegnare almeno entro l’estate l’ultimo spezzone della Zara-Expo che dovrebbe portare ai padiglioni le auto che arriveranno da fuori città , per la Rho-Monza si punta a una miniversione, la metropolitana 4 inaugurerà nel 2022, non prima del 2016 il treno tra i terminal 1 e 2 di Malpensa.
Anche le Vie d’acqua non saranno terminate (ci sarà solo il collegamento con l’Olona) e adesso bisognerà dire se un altro impegno – destinare parte dei fondi per curare le alluvioni di Seveso e Lambro – si potrà mantenere.
Dopo le bufere giudiziarie, quello di Expo è un cantiere che è stato necessario rimettere sui binari.
Per i tecnici, molti ritardi sono stati recuperati e le strutture sotto la diretta responsabilità della spa ormai viaggiano oltre l’80 per cento. I primi tre cluster (cacao, riso e caffè) sono praticamente pronti per essere consegnati ai Paesi.
Entro la prima metà di febbraio arriveranno anche gli altri, così come termineranno le architetture di servizio che accoglieranno bar, ristoranti. Il grosso degli allestimenti interni partirà a marzo.
Ed è a quel punto che i 3.500 operai che oggi lavorano 20 ore al giorno supereranno quota 4mila. Il mondo viaggia ancora a velocità differenti: 20 dei 53 Paesi che stanno costruendo un padiglione autonomo, chiuderanno i cantieri alla fine del mese, altri sono ancora indietro.
Tra i fronti su cui è ancora concentrata l’attenzione c’è il padiglione italiano. Il Palazzo principale, dopo le semplificazioni fatte al disegno interno, ha recuperato il tempo perduto.
Per le strutture lungo il cosiddetto cardo si arriverà con il fiatone.
E poi c’è l’Albero della vita: la struttura inizierà a essere montata nei prossimi giorni. Resta la luce accesa sulla gara (3,9 milioni) per le tecnologie, passata sotto la lente dell’Autorità nazionale anticorruzione: è andata deserta.
Almeno un operatore interessato, però, ci sarebbe stato. Perchè non si è presentato?
Ci sarebbero stati problemi tecnici per caricare sulla piattaforma informatica i documenti necessari. Per questo la spa ha prolungato i termini di una settimana.
Expo ce la farà , dicono i tecnici. Dopo i ritardi nella consegna delle aree (alla fine i terreni sono entrati tutti nella disponibilità della spa solo nell’estate del 2012), dopo le battute d’arresto, il maltempo, dopo le inchieste e gli scandali, gli appalti commissariati e i tanti ostacoli che qualsiasi cantiere deve superare.
Ma è anche questo un altro punto da mettere in conto fin d’ora: per farli correre, quei lavori, per accelerare il percorso e risolvere i problemi, Expo pagherà un prezzo. Per avere il bilancio esatto bisognerà ancora aspettare.
È una delle partite più complesse che si devono chiudere, quella degli extracosti, su cui sono all’opera anche l’Autorità nazionale anticorruzione e l’Avvocatura dello Stato.
Sono state dettate linee guida e c’è una strategia precisa: a partire dagli appalti più delicati – rimozione delle interferenze, piastra, Palazzo Italia – si cercherà di gestire complessivamente varianti e riserve presentate dalle aziende, di chiudere le grane del passato e i “premi” di accelerazione.
E se alla fine la rete protettiva per difendere i cantieri dalla mafia o (con l’arrivo di Raffaele Cantone in emergenza) dalla corruzione funzionerà , questa potrebbe essere davvero una lezione da replicare in futuro.
Alessia Gallione
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
ESPOSTO DELL’ADUSBEF, IPOTESI REATO DI FALSO IN ATTO PUBBLICO: ELENCATI I BIG CHE USUFRUIREBBERO DELLA DEPENALIZZAZIONE
Una denuncia penale alla Procura di Roma. Con trasmissione degli atti al Tribunale dei ministri.
Il tutto per accertare se la delega fiscale abbia travalicato le normali competenze «costituendo in tal modo un reato commesso nell’esercizio delle funzioni del ministro o del presidente del Consiglio».
Guai in vista per Matteo Renzi, preso con le mani nel sacco per le impronte digitali lasciate sul luogo del “delitto”.
E’ stato il premier in persona, del resto, ad ammettere che la famosa “manina” di Palazzo Chigi che aveva scritto le norme più contestate era proprio la sua.
Un’ammissione che ora rischia di costargli un’indagine per falso in atto pubblico.
Per l’esposto-denuncia presentato dall’ex senatore Elio Lannutti, presidente dall’Adusbef (Associazione di utenti bancari finanziari assicurativi e postali) alla Procura della Repubblica di Roma in seguito alla vicenda della norma salva-Silvio, spuntata la vigilia di Natale nella delega fiscale dopo che il Consiglio dei ministri aveva già deliberato sul provvedimento.
L’associazione di Lannutti vuole vederci chiaro e per questo chiede alla magistratura di accertare se con la normativa, «probabilmente scritta da studi legali che difendono imputati eccellenti di frodi fiscali a danno della fiscalità generale e dei contribuenti onesti tartassati», anche per colpa «di evasori che sottraggono circa 120 miliardi l’anno» all’Erario, il premier non sia andato oltre i limiti delle norme che regolano le sue competenze e la correttezza dei procedimenti legislativi.
La vicenda è nota.
Con il pretesto della certezza del diritto nei rapporti tra contribuenti e fisco, la norma voluta dal premier avrebbe finito per depenalizzare, con effetto retroattivo, i reati di frode ed evasione fiscale qualora l’Iva o le imposte sui redditi evase non superassero il limite del 3 per cento rispettivamente sull’ammontare dell’imposta o dell’imponibile dichiarato. Risultato: chi più evade più guadagna, senza rischiare la galera, ma solo sanzioni amministrative.
«Chi fattura un milione di euro, poteva evadere fino a 30 mila euro, chi fattura un miliardo poteva evadere, per effetto del 3 per cento, 30 milioni di euro — si legge nell’esposto dell’Adusbef — Uno schiaffo ai contribuenti onesti spina dorsale della fiscalità generale» e un vero e proprio regalo per una serie di famosi personaggi e aziende di primo piano finite nel mirino dell’amministrazione finanziaria e delle procure.
Il caso di Silvio Berlusconi, già condannato in via definitiva per frode fiscale e che ovviamente avrebbe beneficiato pure lui del “condono”, non è neppure il più eclatante. Perchè, come ricorda Lannutti, quella norma rischiava di far saltare una lunga serie di processi in corso.
«Dai presunti fondi neri e tangenti in relazione agli appalti per il Sistri dell’inchiesta Finmeccanica a quella per presunta frode fiscale nella cosiddetta “operazione Brontos”, che vede indagato anche l’ex amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo (si parla di 245 milioni di euro sottratti al fisco dal 2007 al 2009), di cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio nel giugno scorso».
Tra i potenziali beneficiari c’è anche la famiglia Riva, già proprietaria dell’Ilva di Taranto, finita nei guai proprio per frode fiscale.
Ma c’è anche la famiglia Aleotti, proprietaria della Menarini Farmaceutici, nella bufera per i «178 milioni spesi per acquistare il 4% di Banca Mps», che gli inquirenti sospettano siano arrivati «da 1,2 miliardi di euro accumulati con la contestata truffa sui principi attivi dei farmaci, con la corruzione di pubblici ufficiali e con numerosi reati di frode fiscale». Senza contare i vantaggi che ne avrebbero tratto big dell’imprenditoria «come Prada (ha sborsato 470 milioni, ma la procura di Milano come “atto dovuto” ha ancora aperto un fascicolo per “omessa o infedele dichiarazione dei redditi”, che vede indagati proprio Miuccia Prada, Patrizio Bertelli, e il loro commercialista) e Armani (270 milioni)».
All’esposto, Lannutti ha allegato il parere di due illustri costituzionalisti, tratti dalle interviste rilasciate dai due giuristi al “Fatto Quotidiano”.
Quello di Alessandro Pace, che definisce una «gravissima violazione delle nostre istituzioni democratiche» la vicenda della “manina” del premier.
«Perchè il presidente Renzi, pur ricoprendo la massima carica politica del nostro ordinamento costituzionale — argomenta — ha usato un sotterfugio per far sì che una sua volizione “individuale” assumesse Ie sembianze di una disposizione legislativa approvata con tutti i crismi dal Consiglio dei ministri, contro la verità dei fatti».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il collega Federico Sorrentino: «E’ che siamo al di là di una leggerezza. Siamo di fronte a un falso in atto pubblico. Che per un premier, un ministro o comunque un funzionario pubblico è particolarmente grave» , sostiene Sorrentino.
Questa la denuncia di Lannutti. Adesso toccherà ai magistrati stabilire se tutto l’affaire e l’ammissione di responsabilità del premier Renzi sulla scrittura del famigerato decreto fiscale costituiscano un falso in atto pubblico così da meritare la trasmissione degli atti al Tribunale dei ministri.
L’obiettivo del presidente dell’Adusbef è anche quello di «prevenire la reiterazione di un danno valutato almeno 16 miliardi di euro» ed evitare che un’altra “manina” possa spuntare di nuovo quando il 20 febbraio il governo tornerà ad occuparsi della materia.
Primo Di Nicola
(da “il Fatto Quiotidiano”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
“NON SAREMO LA STAMPELLA DI RENZI”
“Non saremo mai stampella di Renzi”, assicura il senatore FI Vittorio Zizza, che condisce il suo sostegno
alla linea con lo slogan ‘Je suis Fitto’ a caratteri cubitali su una foto del leader della fronda ‘azzurra’, pubblicata su Fb, e ritwittata dallo stesso Raffaele Fitto.
E in breve diventa condiviso da molti sostenitori del principale avversario interno di Berlusconi
Intanto Raffaele Fitto, contrario a seguire il Patto del Nazareno sull’Italicum, aveva espresso tutta la sua amarezza sulle decisioni dei vertici di Forza Italia: “In politica si possono fare molte cose ma non tradire gli elettori. I cittadini ci hanno votato nel 2013 per una chiara alternativa alla sinistra, e invece, ancora una volta, si profila il grave errore di un supporto a Renzi sconcertante per i nostri elettori, e ancor più per i delusi e astenuti”.
L’eurodeputato azzurro aveva sottolineato: “Il mix di legge elettorale e cosiddetta riforma costituzionale avrà un unico effetto: rendere più difficile l’alternativa alla sinistra. Insieme a tanti amici, faremo tutto il possibile per evitare che Forza Italia, nata per dare voce al centrodestra liberale, muoia come piccola lista civica renziana. E la prospettiva di un governo di fatto Renzi-Berlusconi è un colpo alle speranze e alle attese dei nostri elettori”.
Oggi Berlusconi ha difeso la scelta di andare avanti con l’Italicum e ha attaccato i frondisti nell’incontro con i deputati azzurri e gli ha posto un aut aut: “La vostra posizione ci indebolisce, vi chiedo di cambiare linea o di cercare un’altra strada”.
Ma per ora pare non abbiano alcuna intenzione di andarsene
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
HANNO MINACCIATO I GIOCATORI: E LEI PRESENTA DENUNCIA PENALE CONTRO I TEPPISTI: “NON HO PAURA DI LORO”
Il miglior modo di combattere la violenza degli ultras? Non avere paura di loro.
E’ la lezione che arriva dalla Sicilia e dalla presidentessa di una squadra del campionato di Eccellenza. Stefania Amato, avvocato, gestisce il Paternò, storica società della provincia di Catania con un passato in Lega Pro.
Proprio i recenti scarsi risultati della squadra hanno spinto i tifosi a minacciare i giocatori, costretti a togliere la maglia dopo l’ultima sconfitta in campionato.
Inaccettabile per la presidentessa che ha reagito senza fare sconti: curva chiusa agli ultras fino al termine della stagione.
“Questi non sono tifosi ma soltanto facinorosi che danneggiano la società e non fanno sicuramente bene alla squadra. L’avere obbligato e minacciato i giocatori a consegnare loro le magliette è stato un comportamento assurdo”, ha dichiarato la Amato al sito de La Sicilia.
Nel comunicato emesso dalla società si legge che il provvedimento è stato pensato “anche perchè avvenuti nei confronti di una donna, come la presidente Stefania Amato”. Il massimo dirigente della squadra siciliana non ha paura degli ultras e ha deciso di perseguirli a livello penale.
Il Paternò non ha aspettato le decisioni del Giudice Sportivo e ha applicato in modo preventivo una sorta di Daspo ai propri tifosi: “Non tocca a me disporre questo tipo di divieti – chiarisce la presidentessa – ma alle forze dell’ordine alle quali ha esposto denunzia per le minacce nei confronti dei miei giocatori”.
Non è la prima volta che degli ultras costringono i calciatori a togliere le maglie.
Era successo in un Genoa-Siena del 22 aprile 2012, quando i tifosi liguri riuscirono a fermare l’incontro e a farsi consegnare il bottino.
Stefania Amato invece è stata intransigente, anche a costo di scontrarsi con una realtà difficile da gestire: ” Intendo portare avanti il progetto Paternò sul quale c’è un importante investimento. Resterò al timone del Paternò a prescindere, dicendo ai contestatori ‘dura lex sed lex'”.
(da “Huffingtonpost”)
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