Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LE POLEMICHE DOPO LA PUBBLICAZIONE DELLA “LETTERA BULGARA” SULLE APPARIZIONI IN TV
Avremmo commentato volentieri le reazioni del presidente della Rai Anna Maria Tarantola, del
direttore generale Luigi Gubitosi e degli altri sei consiglieri di amministrazione sulla lettera inviata il 25 agosto 2010 dal settimo, il forzista Antonio Verro, all’allora premier B., per adottare l’“unico rimedio ipotizzabile” contro otto “trasmissioni che mi preoccupano” per i loro “teoremi pregiudizialmente antigovernativi”: “paletti relativi a composizione del pubblico, strettoie organizzative e scelta di ospiti politici (e non) tramite i Direttori rete”, nonchè l’immediata “nomina di Susanna Petruni a direttore di Raidue”.
Ma purtroppo i suddetti (“suindicati”, direbbe Verro affezionatissimo per motivi anagrafici al prefisso “suin”) non hanno avuto reazione alcuna, a riprova dell’assoluta unicità della Rai: la sola azienda al mondo dove un amministratore può trescare sottobanco col capo del governo e della concorrenza per sabotare i propri prodotti di punta, senza che i vertici trovino nulla da ridire.
Hanno parlato invece vari esponenti Pd, Sel e 5Stelle.
Ma soprattutto Il Mattinale, organo dello “staff del gruppo Forza Italia alla Camera” capitanato nientepopodimenochè da Renato Brunetta.
“La prima pagina de Il Fatto quotidiano — si legge — è l’ennesimo esempio di macchina del fango ad orologeria e basata sul nulla”.
Tre balle in due righe. 1) Abbiamo pubblicato un documento autentico, a firma Antonio Verro, anzi “un grosso abbraccio, Antonio”, rimasto impresso nel “rapporto conferma messaggi” del fax del Cda Rai, prima di “tre pagine totali” scritte al computer e inviate “all’on. Pres. Silvio Berlusconi” al fax di villa San Martino, Arcore. Invio durato 32 secondi. L’unica macchina dunque è il fax della Rai, e l’unico fango è quello eventualmente contenuto nella sapida prosa verrina.
2) Quanto all’“orologeria”, non si vede a quale coincidenza temporale si alluda(non ci sono elezioni, compleanni, onomastici, matrimonio funerali alle viste): anzi, il fax è di cinque anni fa e l’abbiamo pubblicato appena ne siamo entrati in possesso, dopo averne verificata l’autenticità anche con l’autore, piuttosto imbarazzato.
3) “Basata sul nulla” appare in lievissima contraddizione con “macchina del fango”, essendo improbabile che il nulla produca quel materiale bagnaticcio e sporchiccio.
Il Verro è poi dipinto come “unica voce fuori dal coro all’interno del Cda Rai”: strano, a noi risulta che il centrodestra nel Cda abbia tuttora la maggioranza, grazie al contributo degli altri due berlusconiani, Rositani e Pilati, e del casiniano convertito De Laurentiis.
Un po’ di gratitudine verso i tre non guasterebbe.
Ma, colpo di scena, il messaggio di Verro — che in Viale Mazzini è un segreto di Pulcinella — diventa “la fantomatica lettera tutta da verificare nella sua autenticità ”.
Il che, vista la firma autografa e la conferma d’invio del fax, lascia supporre che la missiva si sia scritta e trasmessa da sola.
Anzi, no, perchè qui, con triplo salto logico carpiato con avvitamento, il Mattinale brunettesco passa a difenderne il contenuto, come se la ritenesse autentica: “Non fa altro che ipotizzare la presenza in studio di un pubblico semplicemente bipartisan e cioè equilibrato, invece che composto dalla solita claque di amici ‘de sinistra’”.
Veramente Verro suggerisce anche d’imporre “ospiti politici (e non)” e di inventare “strettoie organizzative” per boicottare i conduttori, alcuni dei quali poi prematuramente scomparsi dalla Rai.
Ma questa dev’essere la parte apocrifa.
Strepitosa la denuncia contro la “pubblicazione di corrispondenza privata che non ha alcun tipo di rilevanza”: ma come, non fu proprio B. a Sofia nel 2002, a definire la Rai “servizio pubblico pagato con i soldi di tutti” quando ordinò di espellerne Biagi, Luttazzi e Santoro?
E ora le sue brunette invocano la privacy?
Il finale è da standing ovation: “Beh, allora chapeau a Verro!”.
Quindi la lettera è “fantomatica”, ma Verro ha fatto benissimo a spedirla.
Applausi.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
INCAPACI DI FILTRARE UNA FECCIA DI UBRIACONI… IL PATRIMONIO ARTISTICO DELL’ITALIA ALLA MERCE’ DI RIFIUTI UMANI
La fontana della Barcaccia, presa a bottigliate dai tifosi del Feyenoord, ha subìto “un danno rilevante, grave e permanente”.
La celebre opera di Gian Lorenzo Bernini “non tornerà mai più come prima”.
A certificarlo, non senza indignazione, è Annamaria Cerioni, la responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
Cerioni sottolinea: “Si tratta anche di un oltraggio a un’opera d’arte straordinaria”.
I rilevamenti sono in corso, ma per gli esperti della Soprintendenza appare chiaro che il danneggiamento è gravissimo e che il bacino di marmo ai piedi di Trinità dei Monti, restaurato e inaugurato soltanto lo scorso settembre, non potrà mai essere riparato davvero: “Si tratta per lo più di scheggiature provocate da vetri, e poi c’è quel pezzo rotto – ha continuato Cerioni – Un danno grave anche perchè permanente, dal momento che quando un’opera come questo viene danneggiata non tornerà più come prima”.
A scheggiare in più punti la fontana sono state proprio le bottigliate: “Abbiamo potuto constatare che in realtà gli urti di queste bottigliette hanno causato molti più danni di quanti fossero visibili ad occhio nudo ieri sera” ha ammesso sconsolato il sovrintendente capitolino Claudio Parisi.
In una intervista al quotidiano Il Messaggero il sindaco Ignazio Marino rivela: “Agli olandesi ho detto: pagherete i danni”. Dopo il sopralluogo a Piazza di Spagna, ha nuovamente attaccato il prefetto e il questore della Capitale: “Roma merita una gestione della sicurezza all’altezza di un Paese del G8”. In giornata il primo cittadino della Capitale incontrerà il ministro dell’Interno Angelino Alfano, che questa mattina ha visto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
I tecnici che stanno quantificando i danni alla Barcaccia hanno trovato molti frammenti. Uno di questi è un frammento di travertino di 10 centimetri appartenente all’orlo del candelabro centrale della vasca.
L’assessora alla cultura e turismo di Roma, Giovanna Marinelli, avverte: soltanto in serata si potrà fare una stima complessiva delle “scheggiature diffuse”. Parole che mettono i brividi.
Nel frattempo sono sei gli hooligans del Feyenoord detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Sono stati arrestati durante gli scontri di Piazza di Spagna e ora sono accusati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Per i disordini a Campo de’ Fiori hanno già affrontato un processo per direttissima 19 tifosi olandesi. Per il momento, però, nessuno appare indagato per aver provocato danni alla fontana del Bernini.
La notizia della devastazione di Piazza di Spagna da parte degli hooligans del Feyenoord occupa grande spazio nella stampa olandese. Sia il sito del De Telegraaf, sia quello del de Volkskrant pubblicano con grande evidenza le foto della Barcaccia piena di rifiuti e danneggiata.
Oltre ad altre scene di scontri e cariche. In particolare, De Telegraaf pubblica le prime pagine del Tempo, che titola a nove colonne in olandese “Olandesi animali” e della Gazzetta dello Sport, “Barbari”.
“L’ambasciatore olandese mi ha detto che non si sentono responsabili dell’esborso economico per riparare la fontana del Bernini. Ne prendo atto”. Lo ha detto il sindaco di Roma Ignazio Marino parlando dei danni arrecati dagli ultrà del Feyenoord nel centro della Capitale.
(da “Hufingtonpost”)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO ORFINI MANDA IL TORINESE ESPOSITO A CONTROLLARE OSTIA… IN PARLAMENTO NASCE IL CORRENTONE DI DELRIO, GUERINI, RICHETTI E RUGHETTI
A Roma una tessera su cinque è falsa, il 20% dei circoli (circa 130) apriva solo in occasione dei
congressi, tra le sezioni e le federazioni i debiti Dem ammontano a circa 2 milioni di euro.
Matteo Orfini è commissario ormai da due mesi e mezzo (da quando il Pd romano è stato affondato da Mafia Capitale) e l’indagine su circa il 35% dei circoli evidenzia una realtà sconsolante.
Tanto che Orfini ha deciso di nominare due sub commissari.
Il primo l’ha chiamato lui direttamente ieri, per informarlo. È Stefano Esposito, senatore torinese, membro della Commissione Antimafia, da poco arruolatosi attivamente nel renzismo.
Dovrà occuparsi di Ostia, territorio di forti infiltrazioni mafiose. Ci sarà presto un altro sub commissario per Tor Bella Monaca.
Per adesso, Orfini e i suoi stanno controllando il tesseramento e stanno lavorando sui circoli.
Ufficialmente, non si punta il dito su nessuno. Nei mesi scorsi, però, alcuni sono balzati ai disonori della cronaca: per accuse di tesseramenti gonfiati furono segnalati alla Commissione di Garanzia nel 2013, oltre a Tor Bella Monaca, Cassia/Tomba di Nerone, Casal Bertone.
Anche a Testaccio ci fu un caso di tesseramento insolitamente alto, come a Corso Lanciani.
Che il Pd a Roma sia letteralmente a pezzi ormai non è un mistero per nessuno. Ma non gode di ottima salute neanche in giro per l’Italia: le primarie in Emilia Romagna sono passate alla storia per la bassissima partecipazione.
Quelle liguri si sono concluse con l’addio al partito di Sergio Cofferati, dopo la vittoria della Paita.
Per quelle campane i vertici del partito fanno una riunione al giorno. E spostano continuamente la data.
Tanto per citare alcuni dei casi più eclatanti.
Matteo Renzi, da segretario-premier, quella che lascia più indietro è proprio la gestione del partito. Una prova su tutte, le ormai famose cene di autofinanziamento del Pd: entrarono ospiti controllati e incontrollati (vedi Salvatore Buzzi) e un elenco dei partecipanti ancora non c’è.
Se sul territorio la questione è delicata, in Parlamento non è molto più facile. L’elezione di Mattarella è stato un “capolavoro” politico, riconosciuto da oppositori e sostenitori. Ma l’effetto benefico è durato poco: le riforme costituzionali alla Camera il Pd se l’è votate da solo, con la minoranza fortemente critica nei confronti della maggioranza. E che annuncia battaglia sull’Italicum in arrivo.
Non solo: il lavoro parlamentare si svolge tra fiducie, sedute fiume, nottate in Commissione. Con il gruppo dem che sbanda: le decisioni sono tutte a Palazzo Chigi e la gestione parlamentare è spesso e volentieri improvvisata.
Situazione difficile, che molti soffrono. E allora, intorno al Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio sta nascendo quella che a Montecitorio già definiscono la più grande corrente del Pd.
Una corrente di maggioranza, certo, ma che vede tra i promotori i renziani, non solo fedeli, ma pure autonomi.
Ruolo di punta, quello di Matteo Richetti, deputato emiliano tra i primi a passare con il premier, poi più lontano, adesso di nuovo vicino.
Nelle ultime settimane ha avuto spesso il compito di tenere insieme il gruppo alla Camera. Poi, c’è Angelo Rughetti, Sottosegretario alla Pa, un passato nell’Anci con Delrio.
Ma c’è anche uno come Lorenzo Guerini, che da vice segretario sa come sia difficile gestire il Pd.
“Prima del partito della nazione, facciamo la corrente della nazione”, era la battuta che circolava ieri in Transatlantico: e in effetti ad essere coinvolti sono molti vicini a Renzi, ma meno vicini al cosiddetto “Giglio magico”.
Come Andrea Romano e Gennaro Migliore. Come i veltroniani (da Verini in giù) e i lettiani. Come Alfredo Bazoli, Alessia Morani, Simona Malpezzi, Roger De Menech. Il premier non sembra contrario.
È stato lui a lasciar libero ciascuno di organizzarsi: evidentemente anche lui sa di aver bisogno di una mano.
Più in difficoltà sono i “fiorentini”: Luca Lotti e Maria Elena Boschi, che in questo nuovo assetto rischiano di dover contare le rispettive truppe (tra loro vicine, ma non unite).
Nel frattempo, Area Dem è sostanzialmente deflagrata, con alcuni pezzi grossi (come Ettore Rosato) ormai più vicini alla Boschi che a Franceschini e la minoranza è un insieme di correntine non omologabili.
E poi ci sono i Giovani Turchi di Orfini. Azionisti di maggioranza, che più che altro cercano di conquistare posti di rilievo nelle realtà locali che contano.
Come impatterà sul Pd la nuova corrente? Resta da vedere.
Per ora il progetto è ambizioso e comprende anche la scelta di fare politica sul territorio: Richetti ha già in testa un tour per l’Italia.
Oltre a giornate di lavoro per i parlamentari.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
DE LUCA NON SI RITIRA E IL PD VOLA VERSO LE PRIMARIE-SUICIDIO
“Ci trasciniamo da prima di Natale, e siamo quasi in vista della Pasqua. Per fortuna che oggi è carnevale e possiamo buttarla in burla.”
La battuta sulle primarie in Campania – che ieri sono state rinviate per la quarta volta (si terranno, o meglio, si dovrebbero tenere, non più domenica prossima, ma il 1 marzo) – circolava ieri ampiamente nel pd napoletano, non importa neanche più chi l’abbia detta per prima (probabilmente la deputata Luisa Bossa), ma descrive a metà ciò che rischia il partito democratico dopo la figuraccia in Liguria (brogli e silenzio tombale del leader), una burla che però è anche un suicidio collettivo.
Nel momento in cui scriviamo (domani chissà ) i contendenti principali rimangono tre, in mezzo a faide inestirpabili e esiti imprevedibili: Andrea Cozzolino, potente democratico napoletano, molto insediato in città (e nelle disperate periferie), da sempre capace di mobilitare truppe consistenti, anche al centro di enormi polemiche (non solo per i cinesi e le primarie annullate nel 2011); Vincenzo De Luca, il potentissimo sindaco di Salerno, al momento decaduto per via di una condanna a un anno per abuso d’ufficio (ma pende il suo terzo ricorso); e Gennaro Migliore, che è stata l’unica carta trovata da Renzi per provare a scardinare un minimo gli insediamenti di correnti e sottocorrenti (nel napoletano si arriva anche a sei-otto sottocorrenti dentro il partito).
Il problema è che Migliore – che è comunque il primo tentativo che Renzi fa sui territori per rompere un po’ con gli assetti di potere locali – è debole, almeno se De Luca non si ritirerà e deciderà di aiutarlo. La qual cosa, nonostante il pressing di Luca Lotti (che gli ha fatto balenare un posto da sottosegretario, o un cda di una partecipata), non è finora avvenuta.
Lotti stavolta sta fallendo, col vecchissimo osso duro De Luca, che insiste nel dire «chiedere a me di ritirarmi è come chiedere a Maradona che sta facendo la finale della Coppa Campioni: te ne vai in panchina?».
E anzi, attacca: «Con questo ulteriore rinvio di copriamo di ridicolo».
Dice che solo se Renzi convincesse Raffaele Cantone a candidarsi lui si farebbe da parte. Ma Cantone resiste e dunque, per ora, il suicidio collettivo può andare in scena.
Renzi non le vuole, queste primarie. Ma il tempo e le idee per evitarle latitano.
(da “Huffington Post”)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
“SE LA DESTRA SI RIDUCE A SALVINI E MELONI, RENZI GOVERNERA’ PER DIECI ANNI”… “TANTI ELETTORI DI DESTRA NON VOTERANNO MAI LEGA”
“La destra in vent’anni è cambiata perchè è cambiato il Paese», parola di Gianfranco Fini. E “se il
leader della destra del futuro sarà Salvini, Renzi, l’asso pigliatutto, resterà al governo per dieci anni”.
Presidente Gianfranco Fini, dell’idea che, vent’anni fa, portò la destra al governo, cosa resta oggi?
“Alleanza Nazionale è stata la dimostrazione che può esistere una destra che ha cultura di governo. Rispetto alla storia precedente, quella del Movimento Sociale, la grande trasformazione non fu soltanto quella relativa ad alcuni principi programmatici, che sono quelli del congresso di Fiuggi, ma fu nella volontà di dimostrare che chi votava a destra non aveva solo un ruolo di rappresentanza e di opposizione”.
Come avvenne?
“Grazie all’alleanza che si creò con Forza Italia e la Lega. Ci fu una congiuntura favorevole: la nascita di FI, l’alleanza con Berlusconi, con la Lega e con Casini”.
La differenza tra il Msi e An?
“Il Msi era una formazione figlia di un’epoca in cui la politica era basata sulle ideologie. An segnò uno dei primi momenti postideologici. Leo Valiani, che certamente non era sospettabile di simpatie per la destra, scrisse testualmente: a Fiuggi può nascere il partito della Nazione. Ironia della sorte la stessa definizione che oggi Renzi applica al Pd. La differenza tra il Msi e An è collegata all’evoluzione storica del Paese. Un po’ la stessa differenza che intercorreva tra il Pci e il Pds”.
E la destra che c’è oggi?
“Purtroppo è mille miglia lontana da questa fisionomia che aveva An. Perchè oggi la destra è rappresentata da tre soggetti: Forza Italia che è un asset aziendale, poi i Fratelli d’Italia che si sono ridotti ad essere una costola della Lega, con posizioni sempre più antieuropeiste e sempre più improntate ad una polemica sull’immigrazione clandestina. E poi c’è la Lega, una destra minoritaria, protestataria, di stampo lepenista, una destra che può raccogliere dei voti, ma che rappresenta un’assicurazione sulla vita di Renzi, il quale governerà per altri dieci anni, se la destra avrà come baricentro la Lega”.
Perchè Salvini ha successo?
“Il consenso leghista al nord c’è sempre stato e c’è. Io ho molti dubbi che ci sia un consenso altrettanto rilevante al centrosud, dove c’è la corsa sul carro del vincitore, da parte di segmenti del ceto politico”.
E i sondaggi?
“I sondaggi confermano che c’è una crescita: Salvini è l’unico attore protagonista, FI è talmente confusa nella linea politica e talmente condizionata dagli interessi di Berlusconi, da perdere progressivamente credibilità . Altri soggetti non ce ne sono e Salvini riempie questo spazio. Ma attenzione: incontro elettori che mi dicono che non voteranno mai per la Lega, qualche esponente politico, qualche consigliere fa un pensierino a candidarsi. La distinzione tra ceto politico ed elettori è fondamentale”.
Lei è sempre un convinto bipolarista?
“Il bipolarismo non c’è più: da qualche anno è sulla scena un terzo polo, rappresentato da Grillo. Ma qui siamo in presenza di un asso pigliatutto: il Pd, che si allarga sempre di più verso il centrodestra e c’è l’incapacità di contrapporre, da parte del centrodestra, una fisionomia programmatica e una prospettiva”.
Ma che differenza c’è, oggi, tra destra e sinistra?
“Le differenze ci sono, però non sono più nette come un tempo: la sinistra era comunista e la destra era liberal-democratica. Una volta era bianco o nero, oggi ci sono mille sfumature di grigio. Oggi per la destra l’interesse nazionale è perfettamente compatibile nell’ambito di una identità europea, per la sinistra questa identità europea finisce per prevalere”.
Antonio Angeli
(da “il Tempo”)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
POCHI CREDONO CHE L’IMPIANTO ABBIA UN FUTURO E I SOLDI DEI CONTRIBUENTI FINIRANNO ALLA BANCHE
Basta andare a Taranto e farsi una passeggiata lungo la ventina di chilometri degli invalicabili recinti dell’Ilva, con i suoi 1500 ettari — le dimensioni di una media città italiana — l’acciaieria più grande d’Europa.
Chiunque capirebbe che i politici, burocrati e manager impegnati ogni giorno nelle concitate riunioni romane sul destino dell’azienda sono tessitori di un grande inganno. Basta guardare la gigantesca rete che Emilio Riva, il tycoon siderurgico morto l’anno scorso, fece issare attorno al parco minerali per proteggere il quartiere Tamburi dalle polveri cancerogene alzate dal vento.
Può una rete fermare la polvere?
“Sì, se il calibro della rete è inferiore a quello delle polveri”, spiega un autorevole ingegnere cercando di non ridere. Il calibro delle particelle pm10 è inferiore a dieci millesimi di millimetri: l’unico modo di proteggere il Tamburi sarebbe stato fare al parco minerali un cappottino di Goretex su misura. La taglia è 75 ettari.
A Taranto la rete per fermare la polvere è la misura di tutto.
Può una popolazione sentirsi dire che la rete fermerà la polvere senza perdere il controllo dei nervi? Sì.
La maggioranza dei tarantini da decenni tace e subisce la logica folle della storia.
L’Ilva sta morendo e il governo, fingendo di curarla, ne accompagna distrattamente l’agonia.
“Torno a Natale”, aveva detto Matteo Renzi a settembre, nel suo unico frettoloso passaggio, poi è andato a sciare a Courmayeur.
La messa in scena ha un solo risultato possibile, un ingente passaggio di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle dei creditori dell’Ilva in dissesto finanziario, in primo luogo naturalmente le banche.
L’agonia clandestina, come in un racconto di Buzzati
Viene in mente Sette piani, il racconto di Dino Buzzati da cui Ugo Tognazzi trasse un celebre film, Il fischio al naso.
Ricoverato per un banale controllo, l’industriale lombardo, accompagnato da sorrisi e frasi rassicuranti, parte dal piano terra e viene spostato gradualmente fino al settimo, dove morirà .
Così l’Ilva da tre anni attraversa un incubo di piani di risanamento, decreti legge, commissariamenti e subcommissariamenti, e ogni volta qualcuno annuncia che è la volta buona.
Intanto la fabbrica, formalmente sotto sequestro, cade letteralmente a pezzi.
Al suo capezzale un plotone di medici pietosi: tre commissari governativi, tre custodi giudiziari, un custode amministrativo, un commissario per le bonifiche, e con loro Andrea Guerra, consigliere per l’industria di Renzi.
Dovrebbero risolvere un’equazione impossibile: tenere in vita un’azienda che inquina, perde 30 milioni al mese, viene abbandonata dai clienti e ha 3 miliardi di debiti.
Il 26 luglio 2012 intervenne la magistratura arrestando lo stato maggiore dell’Ilva, a cominciare dai Riva. La fabbrica fu messa sotto sequestro come si toglie la pistola dalle mani del serial killer, per impedire la prosecuzione del reato.
Non fu uno sconsiderato blitz ecologista. Le indagini andavano avanti da anni. Da mesi il Noe di Lecce (Nucleo Operativo Ecologico), cioè i Carabinieri e non Greenpeace, rilevava quantità sconcertanti di veleni che l’acciaieria produceva con arrogante noncuranza.
Era il Noe a chiedere al procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, urgenti “misure cautelari”. Sebastio aveva già ottenuto due volte dai giudici la condanna di Riva per inquinamento, nel 2002 e nel 2007.
L’Ilva non è un paradiso. In vent’anni ha avuto 50 incidenti mortali in azienda. Tuttora premia con un buono acquisto da 100 euro all’Auchan gli operai dei reparti con un basso numero di “infortuni indennizzati”.
E siccome è difficile credere che un operaio abbia bisogno dell’incentivo per stare attento a non rompersi un braccio, è possibile che quel premio incoraggi le mancate denunce. Non lavorava in paradiso neppure Francesco Zaccaria, gruista volato in mare da 60 metri con la sua cabina nell’area Impianti Marittimi il 28 novembre 2012.
Le Tv dettero la colpa alla tromba d’aria “assassina” che quel giorno travolse Taranto, ma al processone “Ambiente svenduto” sono imputati anche alcuni dirigenti accusati di omicidio colposo per la morte di Zaccaria.
Nell’estate 2012, furono però messe in scena la commedia della sorpresa e quindi la farsa dell’emergenza, condizione necessaria per il passo logicamente successivo: non fare niente. L’emergenza era costituita dai magistrati che “all’improvviso” dicevano basta al reato di inquinamento, flagrante e sfrontato.
“Non si può uccidere così un’azienda decisiva per il Paese”, tuonavano gli industrialisti. “Bisogna salvare 17 mila posti di lavoro”, urlavano sindacalisti di ogni colore.
I magistrati che avevano deciso il sequestro degli impianti inutilmente provarono a difendersi dall’accusa di seminare miseria: come arrendersi a quel malinteso senso di responsabilità secondo il quale, a fronte di una soddisfacente dose di prosperità economica, si può fissare una quantità accettabile di malattia e morte?
Il partito industrialista allora guidato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini (in seguito arrestato per altro tipo di inquinamento, quello dei suoi conti in banca) sancì l’ovvio: lavoro e salute possono convivere.
La traduzione pratica del sacrosanto principio è stata che si possono fare gli interventi di risanamento degli impianti compatibili con il conto economico.
Cioè il poco o niente fatto da Riva dal 1995 al 2012. L’importante è sfornare a getto continuo piani, progetti, protocolli d’intesa, lettere d’intenti, appendici, atti aggiuntivi, note a margine. Se potessimo monetizzare ogni nuovo nome per pezzi di carta inutili, l’Italia non avrebbe debito pubblico.
Giovedì 12 febbraio, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, imputato assieme ai Riva e ai loro presunti complici nel processo “Ambiente svenduto”, ha offerto alla città un saggio mirabile dell’arte dell’inerzia.
Con il commissario alle bonifiche Vera Corbelli ha solennemente firmato un nuovo protocollo d’intesa che finalmente darà il via alle bonifiche. Non che mancasse un accordo tra commissario e Comune, ma Corbelli ha detto che quello firmato dal suo predecessore non funzionava.
“Mi sono insediata lo scorso agosto e ho cominciato a comprendere la situazione di Taranto”, ha detto Corbelli che è forestiera. Molto determinata: “Il governo vuole investire, il premier Renzi l’ha detto: partiamo da Taranto”.
Il sindaco, parimenti focalizzato sull’operatività , ha detto: “Basta con gli impegni, adesso passiamo ai fatti concreti”. Dopo tre anni, era ora. Partono le bonifiche, in dosi omeopatiche
Ed ecco i fatti concreti. Dei 110 milioni stanziati tre anni fa dal governo per le bonifiche fuori del perimetro aziendale finalmente si spenderanno i primi due: bonifica delle aiuole del quartiere Tamburi, quelle da anni vietate al gioco dei bimbi.
Su un totale di 3,6 ettari (lo 0,1 per cento della superficie da bonificare), verranno sostituiti con terra pulita i primi 30 centimetri di terreno.
Un milione di metri cubi di terra inquinata, a 2 euro al metro cubo. Si può stimare che a Taranto uguale trattamento lo meritino un paio di miliardi di metri cubi di terra inquinata: fanno 4 miliardi di euro.
A chi ha chiesto che senso abbia bonificare mentre l’Ilva continua a spargere i suoi veleni, i tecnici del Comune hanno risposto che tanto, per tornare all’inquinamento di oggi, ci vorrebbero 150 anni alle emissioni attuali: centocinquanta anni.
Taranto è dunque davvero avvelenata. Non dipende dai magistrati talebani il divieto di allevare le mitiche cozze del Mar Piccolo, che da secoli venivano squisite grazie a sorgenti sommerse di acque dolci.
Adesso arrivano diossina, benzo(a)pirene e tutti gli altri veleni che hanno inquinato la falda acquifera.
Neanche il divieto di pascolo per un raggio di 20 chilometri intorno all’Ilva è un’invenzione giustizialista.
Due settimane fa, la Asl di Taranto ha trovato pieni di diossina i 64 bovini dell’allevatore Giuseppe Chiarelli, di Massafra, dieci chilometri dall’Ilva. Subito è partito l’ordine di abbattimento dei capi di bestiame, mentre il Pd di Massafra, ostentando sorpresa, ha chiesto l’immediata, drammatica convocazione del consiglio comunale.
Comunque si giri, il discorso non sta in piedi.
Un mese fa il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi, in corsa per acquisire l’Ilva, in audizione al Senato, ha detto: “Taranto deve risolvere per primo il problema ambientale, bisogna coprire il parco minerali (un miliardo di euro, ndr) e installare l’aspirazione totale delle cokerie, che producono benzo(a)pirene e pm10.
Bisogna rendere l’Ilva pulita e farla andare al massimo”.
Il conto dei siderurgici esperti è presto fatto. Per rimettere in carreggiata l’Ilva occorrono da subito: 300 milioni per coprire le perdite dei prossimi 12 mesi, 500 per ricostituire le scorte, il cosiddetto capitale circolante, 300 per dare una sistemata a impianti abbandonati a se stessi che ormai producono acciaio scadente, e poi 200 milioni per rifare l’altoforno 5, un paio di miliardi per adeguare gli impianti alle prescrizioni dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale).
I contribuenti pagheranno, le banche incasseranno
Siamo a 3,3 miliardi che servono alla Newco, cioè la nuova società statale che prenderà in affitto l’azienda. In più dovrà pagare l’affitto al commissario Piero Gnudi, che non avrà altri proventi per pagare i creditori dell’insolvenza da 3 miliardi.
E quanto sarà il canone? Nessuno ne parla, perchè è il tema più imbarazzante.
Alcuni esperti sostengono che per un impianto che macina perdite al ritmo di 30 milioni al mese, l’affitto non può che essere simbolico.
Però si tratta di una fabbrica che, costruita nuova, costerebbe 20 miliardi: il governo può sempre trovare una perizia che stimi l’equo affitto anche in 4-500 milioni.
Denaro dei contribuenti che, senza ragione, verrebbe iniettato direttamente nelle casse dei creditori, in particolare le banche.
Dei 3 miliardi di debiti dell’Ilva, infatti, 1,45 miliardi sono riferibili alle banche, di cui 900 milioni fanno capo a Intesa Sanpaolo.
Se Guerra ripetesse il miracolo dell’acciaio di Stato riuscito nel Dopoguerra a Oscar Sinigaglia, tra tre o quattro anni potrebbe privatizzare l’Ilva risanata, ricavandone alcuni miliardi che andrebbero a Gnudi, cioè, di nuovo, ai creditori. I contribuenti non rivedrebbero più i soldi pubblici spesi per l’Ilva, ma l’azienda e i posti di lavoro sarebbero salvi. Purtroppo lo scenario più realistico è un altro.
L’Ilva non si risolleverà perchè non ha più manager capaci: per guidare la città dell’acciaio, con i suoi 11 mila dipendenti diretti e i 5 mila indiretti, ce ne vogliono tanti. Poi non c’è investimento pubblico in grado di ricomprare i clienti perduti.
Lo stesso Arvedi rivela di non comprare più dall’Ilva le abituali 500 mila tonnellate all’anno (sarebbero state il 10 per cento della produzione 2014) perchè la qualità non è più all’altezza.
Sarà difficile trovare acquirenti per una fabbrica sotto sequestro che continua a inquinare e per la quale non sono esclusi nuovi capitoli giudiziari, visto che i Carabinieri non smettono di rilevare superamenti dei limiti. I concorrenti non si strapperanno i capelli se chiuderà un produttore da 9 milioni di tonnellate, visto che l’Europa ha una sovracapacità produttiva di 30 milioni.
Gli ambientalisti non si dispiaceranno se con l’Ilva chiuderà anche la fabbrica del veleno. Il governo potrà dire di aver fatto di tutto per salvare ambiente e posti di lavoro, e darà la colpa, nell’ordine: ai magistrati, agli ambientalisti, ai politici locali e ai sindacalisti.
E tutti insieme, quelli che oggi fanno finta di non sentire, non capire e non vedere, ci spiegheranno, attorno al 2020, quali sono gli errori da non ripetere.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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