Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“CHE SI METTANO SUL TAVOLO LE ESIGENZE DI OGNUNO”
Eccolo, Yanis Varoufakis, l’uomo che terrorizza la Germania, l’Europa, addirittura il mondo a sentire il
cancelliere dello Scacchiere George Osborne.
Sorridente, meno scarmigliato del solito, il ministro delle Finanze di Tsipras si siede in una saletta dell’ambasciata greca ed espone con calma il piano per liberare Atene dal giogo del debito.
Non senza una premessa: «Ragazzi, non vi dimenticate che siamo al governo da dieci giorni, non abbiamo neanche ancora giurato. Volete darci un po’ di tempo per prendere le misure? Io, poi, sono in politica da tre settimane, finora ho fatto il professore».
Ministro, cosa chiedete all’Europa?
«Prima di tutto, non abbiamo intrapreso questo tour di capitali per chiedere favori a nessuno, ma per stabilire un programma di lavoro comune sereno e razionale, in cui le esigenze di tutti i protagonisti sono correttamente sul tavolo. Dobbiamo tutti sedere dallo stesso lato del tavolo, non schierati uno contro un altro. Lo dirò anche a Schauble, che non conosco personalmente ma di cui ho apprezzato molte pubblicazioni, pervase di spirito costruttivo e genuinamente europeista ».
Chiederete la cancellazione del debito, anche parziale?
«No. Dividiamo il debito, 300 miliardi, in tre parti. Quella verso la Bce sarà saldata per intero e nei termini, ma la prima scadenza di 3,5 miliardi è il 20 luglio. Per le altre tranche, Fmi e Paesi, proponiamo la sostituzione con nuovi bond a interessi di mercato, oggi molto bassi, con una clausola: cominceremo la restituzione per intero quando si sarà riavviata in Grecia una solida crescita. Possiamo farlo senza mancare il pareggio di bilancio e finanziando al contempo iniziative di sviluppo purchè ci si liberi dall’onere degli interessi. Anche con l’Fmi abbiamo avviato il negoziato: non vedo perchè non debba accettare una dilazione come fa sempre in casi del genere, almeno a fine anno (i primi prestiti scadono il 15 marzo per 1,9 miliardi e il 15 giugno per altrettanti, ndr). Guardate che il link restituzione- crescita era previsto già negli accordi del 2010, solo che si basava su presupposti sballati. È vero che la congiuntura è andata in modo imprevisto: come diceva Galbraith “le previsioni economiche servono per rivalutare gli astrologi”».
Qual è la vostra roadmap?
«Quattro capitoli: 1. Profonde riforme interne per rendere la nostra economia sostenibile; 2. Ristrutturazione del debito come dicevo nel presupposto che oggi l’indebitamento è insostenibile malgrado ci sia chi mette in giro voci contrarie; 3. Fissazione di una serie di obiettivi realistici da non mancare assolutamente; 4. Riforma del metodo di governo dell’Europa perchè il problema non è la Grecia ma la gestione complessiva dell’eurozona, che è concepita male e non potrà mai funzionare. Si è visto come tutto è franato di fronte alla crisi finanziaria importata dall’America nel 2008. Il governo Tsipras è stato eletto con un mandato semplice: sollevate in Europa il problema della sostenibilità delle attuali politiche dell’euro. Cosa fa una banca quando un cliente va in difficoltà ? Si siede al tavolo, discute e il più delle volte gli assegna qualche ulteriore fondo, con raziocinio, perchè questo completi i suoi progetti e torni in bonis. Si chiama incentive compatibility . Un fallimento totale non è nell’interesse di nessuno».
Da questo viaggio per capitali, al momento ha riportato sensazioni che autorizzano all’ottimismo?
«Sì, io sono ottimista che il problema sarà risolto. Anche l’altro giorno nella comunità finanziaria britannica ho trovato riscontri favorevoli, a parte che hanno capito benissimo quali erano i nostri problemi pur essendo così distanti. Erano stupiti che un radicale di sinistra avesse stilato un piano degno di un bankrupt lawyer. Ma la Grecia, diciamolo chiaro, è fallita dal 2010. Non c’è nessuna ripresa, chi vuole farlo intendere dice il falso. Proprio per questo c’è bisogno di misure eccezionali».
Fra pochi giorni sarebbe in calendario l’ultima tranche di finanziamenti della vituperata Troika. Li accetterete?
«No, sui 7 miliardi previsti ne prenderemo solo 1,9 perchè sono soldi nostri, i profitti che la Bce ha incassato da certi bond acquistati nel soccorso del 2010. Per favore, le diciamo, restituiteli. Per il resto la nostra richiesta è: sospendiamo qualsiasi operazione fino a giugno. Chiamiamolo periodo ponte. Intanto riflettiamo sulle misure da prendere per una soluzione stabile. È interesse non solo nostro ma di Italia, Francia, l’Olanda che ha un problema di debito privato, e così via».
Per elaborare le strategie con un nuovo spirito è sempre valida la vostra proposta per una conferenza sul debiti?
«Certo, ma mi sembra che abbia poco seguito. Eppure ci vorrebbe una nuova Bretton Woods: del resto i disastri che quella conferenza affrontò non sono diversi dalla crisi attuale».
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“ROTTO IL PATTO DEL NAZARENO”…SERRACCHIANI: “MEGLIO COSI'”
Tutto in una mattinata: la “voce contro” che chiede l’azzeramento dei vertici del partito, i quali si riuniscono, mettono sul tavolo le loro dimissioni e si vedono confermare la fiducia da parte di Silvio Berlusconi.
È, in estrema sintesi, il canovaccio della convulsa giornata in casa Forza Italia, dove l’onda d’urto del dossier Quirinale continua a mettere sul banco degli imputati l’ormai famoso patto del Nazareno ma anche gli assetti interni.
Come annunciato, Raffaele Fitto incontra i giornalisti alla Camera proprio mentre a palazzo Grazioli si riunisce l’Ufficio di presidenza di Forza Italia: l’europarlamentare azzurro ne fa parte ma da tempo ne ha disconosciuto la legittimità formale e quindi lo diserta, al netto delle battaglie in punto di diritto su titolarità e convocazione che in circostanze del genere si scatenano.
Fitto ribadisce che non pensa proprio di andarsene da Forza Italia.
Al contrario “resto e porterò avanti questa battaglia dall’interno”, al grido “vanno azzerati tutti i vertici: basta con i nominati dall’alto”.
Basta riavvolgere il nastro a ieri per avere un’idea della fibrillazione dentro FI: Berlusconi ha tentato di comporre le fratture incontrando prima Denis Verdini e poi lo stesso Raffaele Fitto e, in serata, ha poi riunito a palazzo Grazioli i fedelissimi.
Ed è proprio a quella riunione, viene riferito, che a tarda sera è stata decisa la convocazione prima dell’ufficio di presidenza ‘ristretto’, con la partecipazione dei soli aventi diritto di voto, ovvero una trentina di componenti, poi la convocazione dei gruppi di Camera e Senato nel pomeriggio.
Convocazione questa saltata in mattinata e slittata a mercoledì.
Fitto chiede tabula rasa ed ecco che capigruppo, vicecapigruppo e i vertici FI in blocco presenti al Comitato di presidenza affidano le loro dimissioni dai rispettivi incarichi a Berlusconi. Il quale le respinge, confermando a tutti piena fiducia.
Intanto, “il patto del Nazareno è rotto, congelato, finito”, annuncia Giovanni Toti.
E proprio il patto siglato tra Berlusconi e Renzi è finito sul ‘banco degli imputati’ durante la riunione del comitato ristretto di Forza Italia.
I vertici del partito, viene riferito, hanno duramente criticato le posizioni assunte dal premier in occasione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato e la questione è proprio ragionare sul proseguire con il patto del Nazareno o meno, visto che per primo, dicono gli ‘azzurri’, è stato Renzi a disattendere la parola data.
“Resta profonda la nostra convinzione, espressa fin dalla fondazione del nostro movimento politico, della necessità di modificare il funzionamento dello Stato per renderlo efficiente e governabile. Da opposizione responsabile, quale siamo sempre stati, voteremo solo ciò che riterremo condivisibile per il bene del paese, senza pregiudizi, come peraltro abbiamo fatto sino ad oggi”.
Così il comitato di presidenza di Forza Italia, riunito oggi a Roma, in una nota.
“Riteniamo Forza Italia – prosegue la nota – libera di valutare quanto proposto di volta in volta, senza alcun vincolo politico derivante dagli accordi che hanno fin qui guidato, nello spirito e negli obiettivi, un percorso comune e condiviso che oggi è stato fatto venir meno dalla nostra controparte”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DIPENDE DAL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO E DALLA DIMINUZIONE DELLA SPESA SUGLI INTERESSI
C’è un po’ di ”esuberanza irrazionale” in giro che sarà rafforzata domani, quando la Commissione
europea pubblicherà le sue previsioni di crescita. Che saranno discrete. Prometeia, una società di ricerca, stima per esempio che la crescita dell’Italia nel 2015 sarà +0,7 per cento.
Un po’ più cauta la Banca d’Italia che parla di un Pil in marcia al passo dello 0,4 per cento ma dell’1,2 nel 2016.
Ma il vicedirettore generale Fabio Panetta assicura che verranno presto riviste e risulteranno “significativamente superiori”.
È un po’ bizzarro fare previsioni su come saranno le previsioni, ma ormai ci siamo abituati a tutto quando la statistica ha un peso politico.
Tutti i centri studi celebrano l’impatto positivo del calo del prezzo del petrolio — e dunque, un po’, della benzina — e degli interessi sul mercato obbligazionario.
Cosa c’è dietro questo rumore statistico?
Gli 80 euro dati da Renzi non hanno prodotto alcun impatto sui consumi ma semplicemente hanno permesso di ricostruire quel cuscinetto minimo di risparmio eroso dalla crisi, come certificato dall’Istat.
Il Jobs Act e l’introduzione dei contratti a tutele crescenti con maggiore facilità di licenziamento non sono ancora testati: quando saranno disponibili i numeri delle assunzioni di gennaio, si capirà se le imprese hanno aspettato ad assumere dopo l’estate in attesa della riforma.
Per il resto sono tutti miglioramenti attribuibili a variabili esogene.
Cioè fuori dal nostro controllo.
Da luglio il prezzo del petrolio si è dimezzato (da circa 100 a 50 dollari al barile) e ora qualche beneficio si avverte anche in Italia e nei conti.
Il cambio euro-dollaro si è indebolito: da 1,4 euro per dollaro a maggio agli attuali 1,1. Merito della Bce di Mario Draghi che prima ha evocato e poi deliberato il Quantitative easing, cioè l’acquisto massiccio di titoli di Stato dell’eurozona.
Se il Tesoro due giorni fa ha presentato dati positivi, con un avanzo del settore statale di 3,4 miliardi (in cassa ci sono quindi quasi 4 miliardi in più che un anno fa), gran parte del merito è dovuto alla riduzione della spesa per interessi.
Anche questa da attribuire all’impatto della Bce sui mercati.
Senza scadere nella categoria dei “gufi” a tutti i costi, è bene ricordarsi sempre che questa ripresina non è merito nostro.
E che questi fattori positivi, fuori dal nostro controllo, possono svanire in un attimo. Basta qualche pasticcio del governo Tsipras, una mossa troppo bellicosa di Vladimir Putin o una decisione del cartello dei produttori petroliferi dell’Opec.
Per quanto suoni strano, dopo sette anni di crisi e quattro di austerità , non è il momento di essere cicale ma formiche.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPUNITO GAFFEUR HA COLPITO ANCORA
Mi ero ripromesso di non occuparmi più delle gaffe di Berlusconi, a meno che l’anziano entertainer si fosse esibito in un numero inaudito persino per lui.
Che so, raccontare una barzelletta sulla mafia al ricevimento di un Presidente della Repubblica che ha avuto un fratello ammazzato da Cosa Nostra.
Ebbene, l’ha fatto. L’ha raccontata.
Lì, nel salone delle feste del Quirinale, dove la sua presenza all’incoronazione di Mattarella aveva già suscitato tante polemiche.
Un mafioso viene fermato dalle forze dell’ordine che gli chiedono cosa nasconda nel bagagliaio. Una calcolatrice, risponde lui. E quando gli trovano una lupara, si giustifica: «Noi i conti in Sicilia li facciamo così».
Il talento di Berlusconi per l’inopportuno è proverbiale.
Riuscirebbe a elogiare il brasato al barolo durante una cena di vegani.
Come sempre, ma forse meno di un tempo, l’opinione pubblica si dividerà .
Qualcuno ne loderà la freschezza sbadata, la volontà deliberata di calpestare le regole della convenienza e della buona educazione.
Qualcun altro, per le stesse ragioni, si indignerà , rimarcando che certe spiritosaggini sulla mafia arrivano da chi ospitava in casa un mafioso come stalliere.
Lo sfibrante bipolarismo etico ed estetico della Seconda Repubblica.
Ma ora che si entra nella Terza rinculando fino alla Prima, la barzelletta dell’impunito gaffeur consente di comprendere meglio il senso di sollievo con cui è stato accolto l’incedere democristiano di Mattarella.
Il garbo e il tatto, persino quando sconfinano nell’ipocrisia, restano una difesa straordinaria contro lo sdoganamento del cattivo gusto e la volgarità degli uomini.
Di certi, in particolare.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
TRA MAFIA CAPITALE E SCANDALI, UNA CITTA’ IN OSTAGGIO. “LA MAZZETTA ORMAI E’ DIVENTATA UN SALARIO ACCESSORIO”
Capitale corrotta, nazione infetta. 
Sessant’anni dopo, siamo ancora lì: all’inchiesta dell’ Espresso sul sacco di Roma, le complicità della politica e la compiacenza di «funzionari comunali, tecnici, membri delle commissioni che ricevono stipendi assai bassi».
Oggi come allora: un esercito di piccoli traffichini pronti a vendersi per un piatto di lenticchie.
«Le indagini hanno svelato una realtà illecita diffusa», ha detto una ventina di giorni fa il procuratore aggiunto Francesco Caporale a proposito della prima tranche dell’inchiesta “Vitruvio” che ieri ha portato ad altri 11 arresti, ammettendo di essere rimasto «molto colpito dalla normalità attraverso cui imprenditori e funzionari infedeli operano nell’illegalità , senza avere troppa cura del bene pubblico».
Geometri dei municipi, dirigenti, vigili urbani: l’identikit del travet capitolino disonesto ha ormai molte facce e un unico denominatore, i soldi.
Mazzette e regali per sveltire una pratica che altrimenti resterebbe incagliata, per chiudere un occhio sui controlli nei cantieri o aggiudicare una gara d’appalto.
Ognuno con il suo tariffario, la lista dei desideri o un catalogo dei doni.
Gli affiliati a Mafia Capitale, per esempio, preferivano i contanti: c’era chi – come l’ex ad di Ama Franco Panzironi e Luca Odevaine, ma anche semplici impiegati comunali – erano a libro paga, stipendiati con un tot al mese, e chi invece veniva premiato soltanto alla bisogna.
In casa dell’exdirettore del Servizio giardini, i finanzieri hanno trovato 570mila euro nascosti in un’intercapedine: «Sono frutto di un’eredità », provò a discolparsi Claudio Turella prima di finire in ceppi.
E se poi hai il potere di pilotare direttamente gli appalti, puoi anche chiedere qualcosa in più: orologi di lusso e smartphone, oltre a ricariche telefoniche e buoni benzina.
Tutte “attenzioni” pretese e ottenute, nel 2010, dal capo dell’ufficio tecnico di Tor Bella Monaca, Stefano De Santis, che per aggiustare le gare sulle manutenzione stradale ha anche incassato 20mila euro.
Eccolo «il vero salario accessorio dei dipendenti comunali, altro che contratto decentrato », sospira amaro l’ex assessore al Personale Lucio D’Ubaldo, uno che ai tempi di Veltroni tentò invano di stabilire qualche regola.
«Negli uffici, specie in quelli periferici, è un codice non scritto che tutti conoscono: io, impiegato, ti do la possibilità di sbrogliare le carte, e tu imprenditore mi dai qualcosa in cambio. Oggi è la politica a essere accusata di ogni nequizia, ma il vero potere è in mano alla burocrazia»
E così se nel V municipio (periferia est di Roma), per “snellire” le pratiche edilizie un impiegato dell’ufficio tecnico si faceva pagare dai mille ai 2.500 euro, ben più esosi erano nella zona nordovest della città , dove per certificare la conformità delle opere in esecuzione da parte delle imprese una decina di dipendenti infedeli – arrestati a inizio anno – chiedevano dai 5mila ai 30mila euro.
Che il taglieggiato, bontà loro, poteva sborsare in comode rate da mille euro.
Una specialità , pare, di Maurizio Paiella, responsabile dell’ufficio reti fognarie del XIV municipio, solito costringere chi aveva bisogno di un allaccio alla rete a rivolgersi a una certa ditta da cui poi prendeva la mazzetta.
Come pure facevano il direttore dell’Ufficio tecnico di Ostia, Aldo Papalini, e il geometra Stefano Graziano, suo braccio destro: entrambi nei guai per aver aggiustato appalti stradali e concessioni balneari.
Un’epidemia. A Roma sembra che i corrotti siano ovunque, non solo negli uffici.
E spesso vestono la divisa.
Come l’ex comandante della polizia municipale Angelo Giuliani, accusato di aver fatto assegnare l’appalto della pulizia delle strade dopo gli incidenti a una società amica, “Sicurezza e ambiente”, in cambio di 30mila euro versati come sponsorizzazioni per il circolo dei vigili.
Due pizzardoni sono stati invece beccati a cancellare migliaia di multe e altri tre sono finiti in manetteper aver cercato di estorcere 60mila euro ai commercianti del centro, tempestandoli di multe.
«Con la legge Bassanini sulla P. A. varata alla fine degli anni Novanta con l’intento di separare l’indirizzo politico dalla gestione amministrativa, la corruzione si è naturalmente spostata sul potere decisionale: la burocrazia» spiega il neo-assessore alla Legalità Alfonso Sabella.
«Questo ha moltiplicato i casi di malaffare, creando sacche di impunità sulle piccole cose: micro-appalti, concessioni edilizie da poche migliaia di euro».
La cura? «Un nuovo regolamento sugli appalti che manca da vent’anni. È come svuotare il mare col secchiello», conclude il giudice, «ma da qualche parte bisogna pur cominciare”.
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
AL PRETESTO DI UNA FEDE MANIPOLATA A FINI DI PURA SOPRAFFAZIONE DELLE MINORANZE RELIGIOSE, SESSUALI ED ETNICHE OCCORRE DARE UNA RISPOSTA MILITARE ADEGUATA
Nessuna “fede”, nessuna credenza e nessuna ideologia potranno mai giustificare una loro pratica che li veda diventare violenza, sopraffazione e barbarie.
Dovrebbe essere un principio “elementare”, evidente, scontato, eppure non lo è.
L’ISIS sta sfidando ogni regola possibile e sta colpendo a morte, non soltanto i valori profondi dell’occidente, ma l’essenza stessa dell’umanità perchè, al di là del colore della pelle, delle tendenze sessuali, del proprio credo religioso e della lingua con la quale ci si esprime, la cultura, la lucidità della ragione e la repulsione di tutto ciò che è sopraffazione e violenza dovrebbero spingere comunque verso “la giusta via”.
E invece… Invece accade che le decapitazioni “del nemico culturale” siano diventate sempre più drammaticamente sistematiche. Gli attentati anche.
La folle violenza pure, e stare a guardare è davvero inaccettabile perchè, “far finta di nulla” o, comunque, “girarsi dall’altra parte”, è viltà ancora più pregnante e devastante di quella consumata da chi copre il proprio volto con la maschera dell’ignominia per portare morte e distruzione.
L’ultima esecuzione pubblica dell’ISIS è a dir poco sconvolgente.
Muath al — Kasaesbek era un pilota giordano. Il suo Paese gli aveva ordinato di alzarsi in volo e di servire la Patria. Lui l’ha fatto, ma ha pagato la sua obbedienza con una morte assurda, indegna e vergognosamente inaccettabile.
La sua vita si è spenta tra le fiamme che lo hanno arso vivo, come se fosse paglia, come fosse carta, come se fosse niente. Una morte lenta e dolorosa.
E non ci può essere nessuna giustificazione per le gesta di “esseri” che sono “umani” soltanto sulla carta, come non ci può essere resa della civiltà al cospetto della barbarie e della crudeltà .
Se Europa davvero deve essere e se lo stesso termine di “comunità internazionale” non rappresenta una mera, stucchevole e superfetante dichiarazione d’intenti per involgere, invece, l’autentico ed appassionato impegno per la costruzione della “culla delle libertà ”, che allora si vada finalmente al “dunque”, che si agisca e che si ponga fine una volta per tutte ad un attentato che sta diventando sempre più mortale, non soltanto per la nostra stessa civiltà , ma per la nostra stessa dignità di uomini.
Basta con la solidarietà sbandierata soltanto come una mera “ghirlanda d’occasione”. Basta con le fredde e strumentali declinazioni di principi sempre più astrusi e privi di sostanza.
Basta con le parate e con la solita demagogia.
Quelli dell’ISIS sono degli sciacalli, dei criminali tra i più indegni, e vanno assolutamente annientati.
Il limite della follia è stato superato “da un pezzo”: bisogna agire e senza nessun’altra indecisione.
Salvatore Castello
Right Blu – La Destra Liberale
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
ALL’ALBA LA RISPOSTA GIORDANA ALL’ASSASSINIO DEL PILOTA ARSO VIVO DALL’ISIS
La vendetta si è consumata prima del sorgere del sole. 
La Giordania ha reagito alle raccapriccianti immagini del rogo in cui è stato ucciso un suo pilota dallo Stato islamico nella maniera “terribile” che aveva annunciato: due jihadisti condannati a morte sono stati immediatamente giustiziati.
Tra questi, Sajida al Rishawi, l’attentatrice kamikaze irachena che era stata chiesta dall’Isis per uno scambio di prigionieri con il pilota, Muath Kasasbeh.
Al Rishawi era stata condannata alla pena capitale per la sua partecipazione agli attentati del 2005 ad Amman, contro gli alberghi, in cui erano morte oltre 50 persone. La donna era parte del commando suicida, ma non riuscì a innescare la sua cintura esplosiva.
L’altro jihadista ucciso è Ziad Karbuli, un responsabile di al Qaida.
Le sentenze di morte sono state eseguite alle 4 locali (3 del mattino in italia), secondo il portavoce del governo Mohammad Momani.
Dopo la diffusione da parte dell’Isis del video dell’orrore nel quale si vede il pilota 26enne bruciato vivo in una gabbia, un responsabile della sicurezza giordana aveva avvertito che militanti jihadisti sarebbero stati impiccati all’alba.
“Un gruppo di jihadisti condannati a morte saranno giustiziati, a cominciare da Sajida al Rishawi”.
L’Isis aveva detto nei giorni scorsi che avrebbe salvato Muath Kasasbeh se Amman avesse liberato al Rishawi, ma le autorità giordane avevano chiesto prove dell’esistenza in vita del militare, che non sono mai state consegnate.
La vicenda del pilota era, inoltre, andata a intrecciarsi a quella dell’ostaggio giapponese kenji goto, che la sua liberazione avrebbe dovuto essere della partita, ma che è stato a sua volta decapitato nei giorni scorsi e le immagini dell’assassinio sono state diffuse online.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DI MATTARELLA, SILVIO RITORNA SUI SUOI PASSI
Nel nuovo Quirinale delle parole misurate e dei silenzi morotei, irrompe Silvio Berlusconi come un carnevale durante la Quaresima.
L’insediamento di Sergio Mattarella è soprattutto per il Cavaliere l’occasione per reinsediare Verdini al vertice di Forza Italia.
E per pronunciare il suo solenne giuramento di fedeltà al Nazareno, attraverso il pluri-inquisito: “Sono sicuro della lealtà di Verdini”.
È il segnale, politico. Uno dei pochi, che interrompe una serie infinita di gaffe.
Incrocia Rosy Bindi: “Mai — dice — avrei pensato che un uomo, pardon una donna, si commuovesse per l’elezione del presidente”.
Lei, di ghiaccio: “Pensavo che col tempo fosse diventato più galante”. A quel punto, l’ex premier tenta di scusarsi con un baciamano: “Io sono sempre galante”.
Ma la frittata è fatta. E l’imbarazzo del Cavaliere nullo.
Perchè nel carnevale berlusconiano l’importante è la battuta, è il compiacimento narcisistico di essere circondati dai cronisti — e poco importa se al Quirinale o all’osteria — è il one man show, che giornate come quella di oggi esaltano.
Perchè vuoi mettere, dopo mesi a Cesano Boscone, tornare nel salone del Quirinale, gaserebbe un depresso, figuriamoci uno che si ama.
Milan, barzellette, battute, pure sessiste, insomma il solito tentativo di rubare la scena, di avere un titolo sui giornali.
Nella giornata dell’insediamento solenne del nuovo capo dello Stato, Berlusconi neanche gli va a stringere la mano, dopo aver dichiarato che lo stima: “C’è troppa gente — dice – ci vedremo un’altra volta in udienza”.
Perchè la verità è che il palcoscenico serve non a complimentarsi col protagonista, ma a perseguire l’obiettivo personale.
Dare segnali sul Nazareno. Non sono parole di fuoco quelle che Berlusconi pronuncia quando incrocia Matteo Renzi: “Birichino” dice l’uno. “Meno birichino di te” l’altro. Nella classifica dei birichini si ritrova anche Padoan, il terzo del capannello.
Il patto dei birichini pare reggere.
Per questo, sulle riforme, l’ex premier non solo non annuncia vendetta, ma — a modo suo — rassicura: “A volte per amore di riforme abbiamo detto sì a cose che non ci convincevano, da qui in avanti diremo sì soltanto a ciò che ci convincerà veramente”.
Il minimo sindacale. Tradotto: se Renzi non cambia le carte in tavola, Forza Italia continuerà a tenere la parola data.
È quando incrocia Nunzia De Girolamo che si compone l’ultimo tassello. Berlusconi, con voce non troppo bassa, le dice: “Mica lo so se questo patto con Alfano tiene”.
Poco più in là c’è Angelino. Pare che i due si siano salutati freddamente.
Perchè Berlusconi si sente tradito davvero sulla vicenda del Quirinale, nè ha apprezzato come si è comportato il suo ex delfino in Aula durante il discorso di Mattarella.
Mentre Lupi non era seduto tra i banchi del governo, gli è sembrato che Alfano avesse un atteggiamento compiacente nei confronti di Renzi.
Insomma, si è re-insediato il Nazareno: fiducia a Verdini, battute con Renzi, gelo con Alfano.
La chiave sta proprio nel rapporto con “Denis”.
Negli ultimi giorni il cerchio magico ne ha chiesto la testa, stroncando la gestione del Nazareno da parte del “duo tragico” di Gianni Letta e Verdini. Berlusconi, per ora lo conferma nel suo ruolo.
Prima al Quirinale, con una dichiarazione. Poi nel corso di un colloquio.
Il Fatto ha raccolto un interessante analisi di un azzurro di peso: “Denis lo tiene per le p…e, Berlusconi non può permettersi di mollarlo”.
I motivi sono due. Il primo sono i numeri. Pare che i franchi soccorritori a Mattarella organizzati dal nume tutelare del Nazareno siano molti di più di quelli che Berlusconi aveva stimato in un primo momento: 71. Proprio così: settantuno.
Il che significa che, sulla carta, Verdini avrebbe i numeri per creare dei gruppi di “responsabili” che facciano da polizza di assicurazione a Renzi.
Il secondo è la ghirba. Nel senso che il 20 febbraio sarà il giorno della salva-Silvio e l’ex premier considera inopportuno correre rischi ora.
Negli ultimi giorni sono arrivate rassicurazioni, a partire da quella pubblica della Boschi sul famoso tre per cento. Ecco.
Magari con Renzi è calato il sospetto. E la ferita sull’elezione di Mattarella brucia ancora. Però, se questo è il quadro, per Berlusconi l’unica strada percorribile resta quella di rimanere aggrappato al Patto.
Un parlamentare che ha parlato con Verdini tira le conclusioni: “Renzi il tre per cento lo farà . E il 20 sera vedremo chi è più forte, se noi o chi ci vuole fare fuori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
A CLARO, IN TICINO, UN BOLLINO PER AZIENDE E NEGOZI
C’è chi considera etico certificare che i suoi prodotti hanno una provenienza «doc»; chi invece si fa vanto
di lavorare rispettando l’ambiente.
Nel comune di Claro da qualche giorno è titolo di merito per aziende e negozi dimostrare con tanto di «logo» da esporre a consumatori e clienti che tra i propri dipendenti ci sono residenti svizzeri e non manodopera importata dall’Italia.
«Lo so, l’iniziativa inevitabilmente apparirà antipatica specie se vista da parte italiana. Ma noi l’abbiamo adottata in un’ottica di trasparenza. Il razzismo non c’entra niente»: Roberto Keller, sindaco di Claro, indossa la toga dell’avvocato del diavolo e prova a mettere ordine.
Il luogo, innanzitutto: Claro è un comune di 2.700 abitanti a nord di Bellinzona, sotto i primi contrafforti delle Alpi.
Il confine italiano non è vicinissimo, una sessantina di chilometri, ma l’onda lunga del fenomeno che da un decennio sta trasformando il mercato del lavoro in Canton Ticino arriva fin qui.
Anche nel 2014 il numero dei pendolari italiani che varcano ogni giorno la frontiera per lavorare accettando paghe più basse rispetto agli elvetici è cresciuto del 5,3%, sfondando il tetto delle 60 mila unità (nel 2001 erano la metà ).
E benchè il tasso di disoccupazione ufficiale sia poco più del 4%, benchè le imprese locali ripetano a ogni occasione che i lavoratori provenienti da oltreconfine sono indispensabili, la vulgata degli «italiani che rubano il lavoro» monta sempre più.
A Claro si sono inventati il marchio delle imprese «patriottiche», se così le possiamo chiamare.
Il Comune ha lanciato una settimana fa una campagna in cui non solo invita le aziende di ogni settore a privilegiare residenti svizzeri nelle assunzioni ma anche a rivendicare la scelta esponendo un logo con la scritta «noi impieghiamo personale residente». Corollario: sul logo compare anche una sorta di pagella in cui l’imprenditore indica qual è la percentuale (da 20 a 100) di elvetici al lavoro nella sua azienda; sconti fiscali o altri premi non sono ammessi dalla legge, il titolo è puramente onorifico.
Una sorta di «white list» commerciale, la definiscono in municipio, in contrapposizione alla «black list» dei Paesi considerati complici degli evasori fiscali in cui il governo italiano continua a includere la Svizzera.
«Il problema lavoro per noi era gravissimo ed è peggiorato dopo che franco svizzero ed euro hanno raggiunto la parità – racconta il sindaco Keller – ma si sa che di fronte a vantaggi di costo le imprese scelgono sempre di risparmiare. Però molte persone da tempo mi ripetono: sarei disposto a pagare merci o servizi qualche franco in più se almeno sapessi che vanno ad arricchire l’economia ticinese e non quella italiana. E così è nata l’idea della campagna a favore delle assunzioni locali. Claro è un comune piccolo, non sposteremo certo gli equilibri ma lanciamo un segnale: l’invito è destinato anche alle aziende dei centri più vicini al confine perchè facciano altrettanto».
Obiezione scontata: un segnale del genere presta il fianco all’accusa di xenofobia… «Obiezione respinta – ribatte Keller – perchè l’appello è ad assumere residenti, che non significa necessariamente svizzeri ma anche stranieri che vivono stabilmente in Ticino. È una questione innanzitutto di equilibrio: da quando il numero dei frontalieri è esploso sono nate storture nel mercato del lavoro. Ma anche di trasparenza: il negozio o l’azienda espone il logo e si assume il rischio, il cliente può fare la sua scelta. Non sta avvenendo la stessa cosa in Italia con i prodotti doc o la concorrenza sleale dei cinesi?».
I cinesi stavolta siamo noi, sono i lavoratori italiani che accettano impieghi in Svizzera per un salario più basso del 15-20% rispetto agli elvetici e che ormai sono arrivati a occupare un quarto dei posti di lavoro disponibili in Ticino.
Il problema insomma tiene banco ben al di fuori dei piccoli confini di Claro: dopo la tempesta valutaria di due settimane fa i sindacati hanno cominciato a denunciare casi in cui gli imprenditori hanno decurtato la busta paga degli italiani (ultimo caso in un’azienda di autotrasporti); in più ieri si sono incontrati per la prima volta la presidente della Confederazione elvetica Simonetta Sommaruga e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.
Oggetto del vertice: la decisione svizzera di porre un tetto all’arrivo di immigrati e lavoratori stranieri così come stabilito dal referendum del 9 febbraio 2014.
La volontà popolare fa però a pugni con i trattati internazionali sottoscritti da Berna con Bruxelles e la soluzione è in alto mare.
E allora non resta che affidarsi alle soluzioni «fai da te», come a Claro.
Claudio Del Frate
argomento: denuncia | Commenta »