Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
TROMBATO IN PIEMONTE ALLE REGIONALI, ROBERTO RAVELLO OTTIENE UN CONTRATTO AL FORMONT DOVE IL VICEPRESIDENTE E’ ROBERTO VAGLIO, EX AN E SUO EX BRACCIO DESTRO
Un ex assessore assunto dal suo ex collaboratore che siede ai vertici di un consorzio finanziato proprio dalla Regione.
Succede in Piemonte e più precisamente al Formont, un ente per la formazione dei mestieri della montagna.
L’ex assessore in questione è Roberto Ravello, politico di Fratelli d’Italia e componente della giunta di Roberto Cota con deleghe all’ambiente, alla montagna e alla protezione civile.
Rimasto fuori dal Consiglio regionale alle elezioni del 2014, è stato assunto come docente al Formont, dove il vicepresidente è Roberto Vaglio, ex politico di Alleanza Nazionale, assessore alla montagna dal 1995 al 2005 e capo della segreteria di Ravello.
Il compito del politico di FdI è quello di formare i volontari della Protezione civile, ma anche di insegnare italiano e storia nei corsi per i futuri professionisti della montagna nella sede dalla Formont a Oulx, in Val di Susa: “Ho un contratto da dipendente, lavoro otto ore al giorno, a volte anche il sabato, la domenica o la sera. Timbro il mio bel cartellino”, racconta l’ex assessore spiegando che non si tratta di un incarico fittizio.
“Non è stata l’amicizia a portarmi qui — aggiunge — può essere utile avere come formatore una persona che ha fatto per quattro anni un’esperienza d’alto livello in regione”.
Secondo lui non c’è stato nulla di irregolare: “L’inquadramento è assolutamente lecito. Immagino che la scelta sia stata portata all’attenzione del consiglio d’amministrazione e valutata. Inoltre non ho incarichi dirigenziali e non siedo in nessun Cda”.
Insomma, secondo lui non sarebbe stata violata la norma che vieta agli ex amministratori di avere cariche nelle società che hanno attività pubbliche per almeno tre anni dopo la fine del loro mandato.
Anche perchè, afferma, il Formont non è partecipato dalla Regione. Lo sostiene pure il vicepresidente Vaglio: “È una società privata, una scarl, e ci muoviamo come meglio crediamo”.
Sì, però il consorzio è nato nel 1984 per volontà della Regione Piemonte, che ancora oggi eroga molti soldi del Fondo strutturale europeo o del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale.
Inoltre la Regione finanzia l’Unione delle comunità , dei comuni e degli enti di montagna (Uncem Piemonte), che a sua volta finanzia il consorzio. (D’altronde il presidente di Formont, Lido Riba, politico Pd, è anche presidente dell’Uncem Piemonte).
Nessun conflitto d’interessi per Vaglio: “Le comunità montane non esistono più, i comuni sono usciti e tra i soci abbiamo una scarl della Provincia di Cuneo, l’Uncem e alcuni associazioni professionali”; prosegue il vicepresidente.
Che anzi vuole precisare un aspetto : “Ci muoviamo con grande difficoltà perchè la Regione e le province non ci pagano. Vantiamo un milione di euro di crediti”.
Per il capogruppo del M5S in Regione, Giorgio Bertola, la questione non è chiara e per questo chiederà informazioni alla giunta di Sergio Chiamparino con un’interrogazione che verrà consegnata nei prossimi giorni.
L’obiettivo è quello di capire se i ruoli di Vaglio e Ravello siano incompatibili e, soprattutto, quanti soldi l’ex assessore abbia concesso al Formont nella passata legislatura.
Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
SALVINI A GENOVA: COME 400 PERSONE DIVENTANO 1500 PER GLI ORGANIZZATORI… MA LA BALLA VIENE SMENTITA DAI FATTI
Che tra i regali natalizi messi in conto ai contribuenti ci fossero anche vini pregiati, oltre a ricevute di
pranzi a base di ostriche al Cafè de Turin di Nizza, soggiorni nei fine settimana in rinomate località turistiche e persino la ricevuta di un motel del Pavese, non è un mistero, si inquadra nel clima delle festività .
Si tratta dell’insieme dei fatti accertati dalla GdF nell’inchiesta sui rimborsi per cui sono indagati i tre consiglieri regionali della Lega in Regione Liguria (tre su tre).
Non vorremmo che proprio una bottiglia di vino di troppo fosse all’origine dell’infortunio degli organizzatori leghisti in occasione del comizio tenuto ieri da Salvini a Genova al Teatro della Gioventù.
A fronte di una scarsa affluenza (inferiore a quella del Bossi dei tempi migliori, per capirci), pari in realtà a circa 400 persone, “a detta degli organizzatori”, come ci tiene a precisare “il Secolo XIX”, gli amici dell’alpinista Rixi preferiscono arrampicarsi sugli specchi e parlano di “1500 presenti divisi su tre sale”.
In realtà Salvini ha parlato in una sala che contiene 368 persone + 3 portatori di handicap (evitate battute, grazie…).
Considerando qualche persona in piedi si arriva a 400-430 persone a stare larghi.
Va beh, direte, ma hanno detto che vi erano altre due sale per contenere gli altri 1.000-1100.
Peccato che non vi siano “altre due sale”, intanto, ma una sola.
E che questa contenga appena 100 persone + tre disabili (come da link seguente:
http://www.tkcteatrodellagioventu.it/tkcteatrodellagioventu/affittaTkc.html
Totale massimo 500 persone, ammesso che la seconda sala (che non è attigua) fosse stata attrezzata alla bisogna, in che non ci risulta.
Anche perchè sarebbe incomprensibile il motivo per cui qualcuno avrebbe dovuto sedersi in un saletta deserta quando Salvini era altrove.
Ci sorge un sospetto: non è che la terza misteriosa sala collegata fosse quella della gelateria del vecchio sodale Belsito, a 15 metri dal teatro della Gioventù, ma che pare tutti i leghisti abbiano evitato anche per solo un caffè (che ingrati, dopo l’aiuto economico che Belsito aveva elargito a suo tempo per aprire nuove sedi del Carroccio).
Va beh, anche considerando i 100 antagonisti che in fondo sempre per dimostrare il loro affetto a Salvini sono venuti, resta sempre un buco di 900 persone.
Non resta che chiedere una rogatoria internazionale alla Francia.
Magari erano in veste di clandestini a Nizza al cafè de Turin a gustare crostacei dopo che alla frontiera li avevano respinti come indesiderati.
Come hanno fatto i genovesi, in fondo.
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI A VERONA: “FLAVIO QUI VINSE CON IL 37%, LA LEGA PRESE SOLO L’11%, IL LEADER E’ LUI”
«Tre anni fa alle comunali la Lista Tosi ha preso il 37%, la Lega l’11%. E’ chiaro che il catalizzatore dei consensi è lui».
Per capire cosa spinga Flavio Tosi ad andare fino in fondo in quella che ormai sembra diventata una battaglia personale, bisogna partire da Palazzo Barbieri.
Qui, nella sede del Comune di Verona che si affaccia su piazza Bra, il capogruppo della Lista Tosi, Massimo Piubello, sostiene più o meno quello che tutti pensano in città : può esistere un Tosi anche senza Lega.
Lo dice anche il diretto interessato: «Non cerco scissioni. Ma so che un piccolo, modesto consenso personale in Veneto Flavio Tosi ce l’ha».
E quindi: «Potrei candidarmi governatore».
Non è ancora la dichiarazione finale di guerra, ma poco ci manca. Perchè Tosi si dice pronto a correre contro Zaia «se loro continuano a non rispettare lo statuto, che sulle liste prevede l’autonomia della Liga».
E visto che “loro”, cioè la Lega di Salvini, non intendono mollare, quasi sicuramente andrà a finire così, con un doloroso addio.
La giunta multicolore
Ma al di là dello scontro con la Lega, le motivazioni che spingono Tosi sono essenzialmente due: una pratica e una politica.
Quella pratica è che tra due anni scadrà il suo secondo mandato da sindaco.
Quella politica è che l’esperienza in Comune lo ha convinto che può farcela anche senza la Lega. O almeno così crede.
Perchè qui a Verona il suo sostegno va dagli ex Fiamma Tricolore (come il capogruppo Piubello) fino ai centristi (come il suo vice Stefano Casali), i leghisti sono una minoranza.
Nella sua lista c’è persino un radicale.
«Una coalizione perfetta» dicono i tosiani. «Un minestrone ormai scaduto» ribatte Michele Bertucco, battagliero capogruppo del Pd. Che punta il dito contro «una giunta debole costruita attorno a un uomo forte».
Bertucco la spiega così: «Il criterio di selezione degli assessori è stato molto semplice: i più votati. E così il recordman delle preferenze, Vito Giacino, è diventato vicesindaco e assessore all’edilizia privata. Il secondo più votato, Marco Giorlo, assessore allo Sport. Poi però un anno fa Giacino è stato arrestato per tangenti (ora è ai domiciliari, ndr), mentre Giorlo si è autosospeso dopo le accuse (non dimostrate, ndr) di essere il tramite con le cosche calabresi».
La famiglia leghista
L’altra sera, al consiglio della Liga Veneta, il segretario veronese del Carroccio, Paolo Paternoster, si è schierato contro la linea Tosi.
Un gesto significativo, ulteriore sintomo di rottura.
Ma va detto che i consiglieri comunali eletti con la Lega sono quasi tutti col sindaco.
Sono solo 4 (contro i 15 della lista Tosi) e l’unico salviniano è Luca Zanotto.
Capogruppo è Barbara Tosi, che è anche sorella di Flavio e dunque sta con lui senza se e senza ma: «Stiamo solo cercando di far rispettare le regole» ripete.
Della stessa linea anche papà Diego, 76 anni, consigliere di circoscrizione, ovviamente leghista. Almeno fino a quando lo sarà il figlio Flavio. E a conferma del fatto che per Tosi la Lega è davvero la sua famiglia, va ricordato che la sua compagna è Patrizia Bisinella, senatrice del Carroccio.
«Sto vivendo questa fase con molta apprensione – si sfoga -. Flavio sta solo rivendicando un suo diritto, ma mi viene da pensare che vogliano farlo fuori perchè lui non si allinea al pensiero unico».
Il Nero, il marxista e il doroteo
In queste ore è lei la persona più vicina al sindaco, ma non solo. Un grande peso ce l’hanno pure Fabio Venturi (ex An), che segue in prima persona la fondazione Ricostruiamo il Paese (ieri era con Tosi in Sicilia, terra elettoralmente corteggiata anche da Salvini), e Andrea Miglioranzi, un passato da skinhead, un presente da presidente della municipalizzata dei rifiuti. Non è un mistero che le idee politiche del Tosi di dieci anni fa erano certamente più a destra di quelle attuali.
E allora perchè oggi è l’unico leghista che guarda al campo moderato, e governa come tale, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “doroteo”?
Gli osservatori della politica veronese fanno notare che dietro questa conversione potrebbe esserci lo zampino di Roberto Bolis, “il marxista”.
Il portavoce, già dirigente del Pci e giornalista dell’Unità , è uno dei più fidati consiglieri di Tosi. Si sono conosciuti a Venezia quando Tosi era assessore in Regione.
Chissà se ci torneranno.
Marco Bresolin
(da “la Stampa“)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
SARA’ META’ POLITICA E META’ LIFE-STYLE
Il nome del direttore ormai ristretto a una rosa di pochi eletti, l’ok dei giornalisti al piano di assunzione
di una parte della vecchia redazione (25 su 56), il progetto di massima sul restyling del giornale, l’idea del ritorno in edicola il 25 aprile, giorno non scelto a caso.
Nove mesi dopo (era il 30 luglio del 2014 quando fu stampato l’ultimo numero) potrebbe, il condizionale è comunque d’obbligo, (ri)nascere una nuova Unità .
L’Unità dell’era Renzi.
“Un’Unità renzian-popolare” racconta chi ha avuto la possibilità di interloquire con l’editore sul giornale che sarà .
Quarantotto pagine, una prima parte, il cosiddetto primo sfoglio, dedicato alle notizie di attualità : politica, economia, cronaca, sport.
Una seconda parte invece, presumibilmente 24 pagine, interamente concentrata sul life style: una sorta di grande contenitore sulle tendenze della società .
Suddivisione, tra hard e soft news, fortemente voluta dall’editore, Guido Veneziani, che ha costruito i suoi successi proprio sulla forza del nazional-popolare.
La società editrice che fa capo all’imprenditore calabrese, la Gve, ha infatti nel suo portafoglio oltre una quindicina di settimanali che spaziano da temi religiosi (Miracoli) al self-made per casalinghe (Uncinetto), passando per il puro gossip (sono suoi Stop, Top, Vero, Rakam).
Società editrice di successo la Gve nel 2013 per numero di copie vendute (830mila) era seconda solo a Mondadori (2,4 milioni) e alla Cairo Comunication (1,7 milioni).
L’anima gossippara del Veneziani editore ha fatto storcere il naso non solo ai giornalisti della “vecchia” Unità ma anche a quei lettori affezionati all’idea di un giornale politico e di partito fedele alle idee del fondatore Antonio Gramsci.
Passioni e volontà a parte, l’Unità che fu è stata però costretta a chiudere i battenti, spazzata via dai costi altissimi e dai debiti accumulati: nel 2013 la perdita è stata di 20 milioni di euro con un passivo di oltre 32 milioni.
Senza contare la richiesta di circa 30 milioni di euro per i 120 ricorsi giudiziari, cause perse dall’Unità .
Alcuni giornalisti si ritrovano anche a dover pagare di tasca loro i risarcimenti per le condanne di cause di diffamazione che il giornale aveva perso.
Quattro di questi rischiano il pignoramento della casa.
Un disastro finanziario a fronte di una tiratura alta, le copie giornaliere vendute negli ultimi mesi di vita sono state poco più di 18mila a giugno scese 16mila a luglio.
Alla Nie, la società editrice messa in liquidazione, ogni numero costava dai 700 agli 800 mila euro.
Terminate a luglio le pubblicazioni era dunque cominciata la fase due: la ricerca da parte del Pd, di qualcuno che fosse interessato a rilanciare il giornale.
Dopo mesi di voci e identikit di possibili acquirenti l’unica vera e concreta offerta arrivata sul tavolo del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è stata quella di Veneziani. Una cordata composta dallo stesso editore, socio di maggioranza al 60%, insieme a due soci di minoranza: il costruttore lombardo Massimo Pessina, al 35% e il restante 5% alla Fondazione Eyu, un acronimo che sta per Europa-Youdem-Unità e che fa capo direttamente al Pd e che garantirebbe la continuità politica del prodotto.
La prima offerta prevedeva l’affitto per tre anni della testata per 90 mila euro mensili e il suo ritorno in edicola.
Offerta però che, non includendo l’acquisto del ramo d’azienda, non obbligava l’editore a reimbarcare i vecchi dipendenti.
La reazione prima del Cdr dell’Unità e l’intervento poi del Tribunale fallimentare di Roma avevano di fatto obbligato Veneziani a riformulare una nuova proposta che indicasse anche il numero di giornalisti della vecchia Unità che il nuovo editore aveva intenzione di riprendere.
Metà , 25 su 56, assunti con contratti in deroga al contratto nazionale dei giornalisti (2000 euro il minimo, 2300 il massimo a prescindere dalla qualifica) è stata la contro offerta a cui i giornalisti in un referendum convocato giovedì 6 marzo hanno risposto positivamente: 44 i si, 6 i no, 7 gli astenuti.
Incassato il parere positivo della redazione ora Veneziani dovrà attendere la decisione del Tribunale fallimentare di Roma, il cui giudice per uno strano caso del destino di cognome fa De Renzis
Superato questo ultimo scoglio, avverrà così l’ingresso dell’Unità nella Gve, la Guido Veneziani editore, o in una nuova società .
I passi successivi saranno poi la nomina un direttore che colloquierà i giornalisti della vecchia testata e si preparerà a guidare il lancio del primo numero.
Obiettivo, come detto: 25 aprile. Ora la domanda che molti si fanno è: per l’Unità è davvero arrivata la #voltabuona?
Una risposta sicura ancora non c’è, di certo il nuovo giornale sarà il prodotto dell’era Renzi.
Con buona pace di chi rimpiange Antonio Gramsci.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
COLLETTA DEI CLUB, POI TAVECCHIO CONVINCE I GIOCATORI GIALLOBLÙ A TORNARE IN CAMPO
Le urla dentro, un gran silenzio imbarazzato fuori.
Sono le due facce del piano predisposto dalla Lega Serie A per soccorrere il moribondo Parma.
In via Rosellini c’è un convitato di pietra: la Guardia di Finanza arrivata dal capoluogo emiliano per acquisire documenti utili ai giudici del fallimento e all’inchiesta.
Tra i militari in borghese, i presidenti sfilano in silenzio all’ingresso e all’uscita dall’assemblea.
Dentro la stanza in cui si vota però si discute animatamente. “Scene pittoresche”, le definisce il direttore generale dell’Atalanta Pierpaolo Marino, l’unico loquace della truppa.
La sostanza è che c’è la disponibilità per aiutare la società ducale dopo l’udienza del 19 marzo, quando con ogni probabilità il Parma verrà dichiarato fallito e si individuerà un curatore.
Al momento del voto si astengono Roma, Napoli e Sassuolo, dice no il Cesena mentre gli altri danno parere favorevole, compreso il club emiliano rappresentato dal direttore sportivo Antonello Preiti che entrando in assemblea quasi si giustifica per la sua presenza. “Mi hanno obbligato a venire”, dice.
Poi si passa al quanto la Lega sia disposta a fornire: sul piatto ci sono quasi 5 milioni di euro lordi, soldi provenienti dal fondo nel quale vengono accantonate le multe ricevute dalle società .
Non hanno una destinazione precisa, in passato ad esempio sono stati usati per costruire un campo a Scampia e uno a Cagliari.
La domanda è semplice: “Se si dovesse decidere la continuità dell’esercizio, li prestiamo al curatore fallimentare per pagare una parte degli stipendi?”.
E qui le posizioni si irrigidiscono.
Perchè la Juventus non è d’accordo e sulle stesse posizioni si allinea il Napoli, con un Aurelio De Laurentiis che — raccontano — discute piuttosto animatamente e ribadisce poi le sue posizioni su Twitter.
Ma stanziare virtualmente la somma è una necessità . È la carta che il presidente della Figc Carlo Tavecchio, giocatore protagonista di questa partita, spende nella trattativa con i calciatori del Parma nel centro sportivo di Collecchio.
Arriva il sì con quindici voti favorevoli. Bisogna salvare l’immagine del campionato— “un po’ già falsato” scappa perfino a Marino — e a sedare l’irritazione di Sky, che della A detiene i diritti con Mediaset e ha pagato per trasmettere un campionato che in una lettera inviata al presidente di Lega Maurizio Beretta non ha esitato a definire “irregolare”.
Nelle stanze in cui si decide se il Parma verrà aiutato o no, i 650 milioni che l’emittente di Rupert Murdoch sta pagando ai club pesano. Eccome.
E anche se si crea un pericoloso precedente destinato a fare giurisprudenza, il Parma deve tornare a giocare dopo due partite rinviate.
Di mezzo restano solamente i calciatori.
La situazione che Tavecchio si trova di fronte a Parma non è tranquilla, nonostante abbia in mano un “assegno” da 5 milioni che andrebbe a coprire una parte delle restanti mensilità e l’ok arrivato dal Gruppo operativo sicurezza sulla disponibilità dello stadio Tardini irrobustisca l’ipotesi che si giochi.
I giocatori sono diffidenti. La situazione si scioglie in serata, arriva l’ultimo sì anche se resta la delusione dello spogliatoio gialloblù. Parma-Atalanta si gioca.
Hanno messo la toppa, ma per il futuro saranno necessarie nuove regole per evitare nuovi clamorosi casi.
“Il modello di controllo per quanto riguarda la competenza della Lega ha funzionato e continua a funzionare. Le posizioni del Parma in Lega, infatti, sono coperte”, dice il presidente Beretta. Che non ci sia una veduta comune è chiaro.
Secondo il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, “i meccanismi attuali non sono sufficienti. Se è successo questo, dovremo porre rimedio alla parte non funzionante del meccanismo”.
Per Maurizio Zamparini, presidente del Palermo la “situazione del Parma non è incredibile”.
Si potrebbe quasi non parlarne: “È incredibile il megafono mediatico. Se una società è gestita male, fallisce, tutto qui”. Muti tutti gli altri.
Le urla arriveranno se e quando decideranno di inasprire i controlli.
Andrea Tundo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
BERLATO PORTA 2.000 CACCIATORI E SALVA LA MELONI DAL FLOP, I LEGHISTI NON CI SONO, CI SI CONSOLA CON L’EX GRILLINO RIZZETTO… LA MELONI SI LAMENTA PER LE ASSENZE: “UN ERRORE ROMPERE IL FRONTE, COSI’ REGALIAMO IL VENETO ALLA MORETTI”…LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE METTE ASSIEME APPENA 5.000 PERSONE
Sono arrivati da ogni parte d’Italia. Il ritrovo era davanti alla Stazione di Venezia Santa Lucia per la
manifestazioni di Fratelli D’Italia.
A sfilare, tra gli altri, oltre a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, anche l’ingegnere veneziano rapito in Libia Gianluca Salviato, Adriano Sabbadin figlio di Lino, colpito a morte da Cesare Battisti, e Walter Rizzetto, ex Cinquestelle.
Quasi 300 invece i poliziotti del servizio d’ordine per impedire che il corteo venisse a contatto con la manifestazione della sinistra antagonista in campo Santa Margherita.
Alla fine a San Geremia saranno circa cinquemila i partecipanti all’iniziativa della Meloni, ma il grosso, un gruppo compatto di circa 2.000 persone, è rappresentato dai cacciatori portati dall’ex europarlamentare forzista Sergio Berlato, passato con FdI dopo la “conversione animalista” di Silvio Berlusconi.
Sono ben visibili durante il corteo grazie alle centinaia di bandiere della loro associazione.
Ma il grande assente è Matteo Salvini che, dopo l’intervento della Meloni in piazza del Popolo a Roma, avrebbe dovuto contraccambiare la visita a Venezia.
Invece non solo le ha tirato il pacco, ma non ha neanche mobilitato le sue truppe per rimpiere la piazza veneta.
Uno sgarbo ribadito dal segretario provinciale del Carroccio, Alberto Semenzato, che si giustifica: «non mi trovo molto a mio agio tra le bandiere tricolori».
A dimostrazione che Salvini si serve strumentalmente della Meloni per tentare di farsi strada nel centrosud, ma la considera meno che niente: contenta lei….
Assente Casapound non si sa perchè non invitati (come sostiene la Meloni) o perchè ormai sono solo al servizio di Salvini a tempo pieno.
Un evidente malessere traspare dalla frase della Meloni contro non meglio precisate altre forze della destra veneta: “Un errore rompere il fronte”, ha detto, “così regaliamo la Regione alla Moretti”.
Al corteo veneziano si è invece visto Walter Rizzetto, esponente di Alternativa Libera, il gruppo di deputati fuoriusciti dal Movimento 5 stelle.
L’ex grillino non passava lì per caso. Rizzetto ha deciso di partecipare alla manifestazione, con tanto di selfie-ricordo con i due nuovi e improbabili alleati.
Se numericamente la manifestazione è stata salvata dai cacciatori, in molti si stanno interrogando, all’interno di FdI, se non si stia perseguendo una linea politica suicida che con la destra non ha nulla a che vedere.
Gli stessi concetti espressi dalla Meloni, nel corso del suo intervento, sembrano scimmiottare i temi cari ai leghisti e alla destra più becera, piuttosto che a delineare un vero rinnovamento.
Puro spirito conservativo di tesi e poltrone.
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
24 ORE DAVANTI ALLE TELECAMERE, GRILLO E BERLUSCONI SCOMPAIONO
Non ci voleva molto a intuirlo, ma è Matteo Salvini il recordman delle presenze televisive tra tutti i
politici italiani.
Se si escludono gli spazi riservati all’azione del governo, il leader leghista supera tutti i rivali, compreso Matteo Renzi.
È la Stampa a mettere in fila un po’ di numeri. E sono davvero roboanti: settantatrè presenze televisive.
Oltre 18 ore di parola per un totale di 24 ore e 5 minuti davanti alle telecamere: tutti i giorni, a tutte le ore.
Sono i dati record di Matteo Salvini in Tv in meno di due mesi.
Dal 1 gennaio al 25 febbraio di quest’anno, infatti, non c’è stato talk show, rete televisiva o Tg di qualsiasi testata che non abbia ospitato il leader della Lega.
È il premier a svettare, con oltre 5 ore più numerose apparizioni ai tg. Un monte al quale va sottratta la comunicazione “istituzionale” dell’attività dell’esecutivo (interventi in aula, conferenze stampa ecc…).
Tempi di parola enormi rispetto a Beppe Grillo e a Silvio Berlusconi. Il leader del M5s ha avuto 3 ore e 12 minuti di tempo di parola, l’ex Cavaliere 7 ore e 45 minuti.
Ma l’aspetto fondamentale, secondo la Stampa, è lo spread tra il tempo di parola e il tempo di notizia riservato ai rispettivi leader: mentre, infatti, per gli altri esponenti politici i due dati sono pressochè coincidenti per l’esponente leghista il parlato è quasi quattro volte superiore rispetto ai tempi della notizia.
Un dato «clamoroso», che posizionano l’europarlamentare addirittura al quinto posto assoluto nei Tg.
Per capirci, Salvini è ai piedi del podio, superato solo da Papa Francesco, Paolo Gentiloni (per via della crisi ucraina) e Sergio Mattarella.
Una situazione che ha sollevato perplessità da più parti nel mondo della politica.
Primo fra tutti è stato Michele Anzaldi “esperto Rai” del Pd, a denunciare la sovraesposizione salviniana sui canali del servizio pubblico: “In Rai esistono molteplici figure – direttori, vicedirettori, capistruttura, capiredattori, capiservizio – preposte al controllo, il tutto finanziato da quasi 2 miliardi di euro del canone dei cittadini. Presenterò una interrogazione alla Rai per chiedere chiarimenti e risposte. In questa maniera viene tutelato il pluralismo dal servizio pubblico?”.
Resta da porsi l’interrogativo fondamnetale: chi permette tutto questo e chi ha interesse a far rappresentare il centrodestra da Salvini?
Qualcuno che sa benissimo che quel tipo di avversario non gli procura alcuna preoccupazione.
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA DEI MINISTRI E DEGLI ESPONENTI PD CONTRO IL PREMIER
Dopo la visita del presidente del Consiglio a Mosca, dove ha omaggiato Vladimir Putin, ha vietato le domande dei giornalisti in conferenza stampa, non ha detto una parola sui diritti civili e umani, anzi ha fatto il piazzista degli interessi privati di un gruppo di imprenditori italiani e ha criticato le sanzioni economiche alla Russia, beandosi infine della definizione putiniana sull’Italia “partner privilegiato”, esplode finalmente la rivolta dei ministri e degli altri leader del Pd e della maggioranza.
Durissima col capo del governo la vicesegretaria Debora Serracchiani: “Il legame privato tra lui e Putin ha caratteri tali da imbarazzare qualsiasi cancelleria europea. È lecito ritenere che gli interessi nazionali possano essere messi a rischio… Il nostro Paese non ha davvero bisogno di ingrossare i dossier dei Servizi russi con le stravaganze di questo presidente del Consiglio… E comunque, nonostante tutti gli sforzi che sta facendo per assomigliare al suo amico Putin, si tolga dalla testa di tappare la bocca alla stampa, italiana o estera”.
“Il governo italiano non può pensare che il suo ruolo si risolva nel coltivare un rapporto tra il premier e Putin”, rincara Piero Fassino.
Pier Ferdinando Casini invita il premier a lavorare con l’Europa “con maggiore intransigenza verso la Russia e maggiore sintonia nei confronti degli Stati Uniti” e conclude severo: “Mi piacerebbe un presidente del Consiglio che avesse la dignità di porre il problema delle minacce russe agli Stati vicini, come ha fatto il governo francese”.
“La frequenza dei suoi viaggi in Russia — insiste il capogruppo al Senato Luigi Zanda — e il confronto con le sue rarefatte visite negli Usa (mai nello stesso periodo) è inquietante… Solo una condizione di estrema ricattabilità personale e politica può spiegare gli ‘speciali’ rapporti con Putin”.
“Purtroppo — denuncia Pier Luigi Bersani — l’Italia è stata sorpresa con il governo nel punto più basso dal dopoguerra ad oggi del suo prestigio, privilegiando relazioni speciali solo con Putin… solo per far vedere il nostro premier nei principali tg”. L’intero gruppo del Pd al Senato lancia un accorato appello al capo del governo: “Renda trasparenti tutte le sue relazioni internazionali. C’è un impasto di ridicolo e di superficialità che peserà per molti anni sulla immagine internazionale del nostro Paese. Le relazioni tra l’Italia e la Russia sono molto importanti. Ma essere considerato il ‘portavoce di Putin’ è cosa diversa da ‘amico’ di Putin. Presuppone un rapporto di dipendenza. È una definizione grave che evoca il tradimento degli interessi dell’Italia e dell’Europa”.
“C’è — spiega Zanda — un continuo autoattribuirsi da parte sua il ruolo inesistente e sgradito di mediatore tra Stati Uniti e Russia, con posizioni personali volte a compiacere gli interessi russi. E poi, mai una protesta per i giornalisti russi e i loro avvocati uccisi o arrestati e per aver cercato la verità . Nessuna protesta per Anna Politkovskaja o per la deportazione politica in un carcere siberiano di Mikhail Khodorkovsky. Perchè non ha mai discusso in Parlamento queste sue posizioni? Per amicizia disinteressata con Putin? Gli Stati Uniti ritengono che sia in gioco l’interesse strategico della sicurezza europea e che il rapporto del nostro premier con Putin… sia funzionale a una politica energetica a favore di Gazprom. Il Pd gli chiede chiarezza sulle sue relazioni internazionali. È necessario escludere, senza che resti alcun dubbio, che la politica estera italiana sia stata forzata a favore di interessi personali del presidente del Consiglio”.
Tagliente il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli: “L’agenda dei rapporti si riempie di inquietanti sospetti… Emerge la necessità di conoscere la ragnatela di interessi del premier, anche per tranquillizzare i nostri partner europei impegnati sulle questioni energetiche in un confronto anche aspro con il governo russo”.
Ma riecco Fassino, alzo zero: “Soltanto l’ossessiva e smisurata megalomania che lo accompagna può far credere al presidente del Consiglio di essere un attore della scena internazionale. Non ce n’è uno che lo pensi in Europa e nel mondo. La verità è che con lui l’Italia è purtroppo ai margini in Europa e nel mondo, con grave danno per l’immagine e gli interessi del Paese”.
“Non ci interessa sapere — argomenta lo scatenato Zanda — come il nostro capo del governo ha intenzione di festeggiare il suo amico Vladimir Putin. Ma se il presidente del Consiglio italiano va in visita dal primo ministro russo per trattare ‘temi seri’ ha il dovere, al suo ritorno, di riferire immediatamente al Parlamento il contenuto della sua visita e delle questioni affrontate. Perchè lo Stato italiano non è una sua proprietà privata. La nostra affidabilità è compromessa dalle modalità con cui gestisce i rapporti con Putin… Per questo gli abbiamo più volte chiesto di venire personalmente in Parlamento a spiegare quale sia oggi la sua politica estera del Paese e chi siano i suoi migliori amici. Solo così sarà possibile discuterla e valutarla”.
Tranchant il commento della ministra della Difesa, Roberta Pinotti: “La politica estera del premier è un mistero di fronte al quale non possiamo arrenderci per il bene dell’Italia”.
Le fa eco il ministro della Giustizia, Andrea Orlando: “Probabilmente il modello ispiratore del presidente del Consiglio è quello della Russia di Putin”.
Walter Veltroni, anche lui simpatizzante renziano, paventa il rischio di un “modello Putin” in Italia e ironizza sui trascorsi del presidente russo: “Putin sì che è comunista, era il capo del Kgb!”.
Ps. Matteo Renzi e i suoi cari stiano sereni. Queste dichiarazioni risalgono agli anni 2008-2011, quando in ginocchio da Putin c’era Berlusconi
Oggi non si usano più.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL PENTITO GALATOLO RACCONTA IN 117 PAGINE DOVE AVREBBERO PIAZZATO IL TRITOLO: “FACEMMO I SOPRALLUOGHI ANCHE NEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. ERA TUTTO PRONTO”
Per uccidere il pubblico ministero Nino Di Matteo, i killer di Cosa Nostra fecero un sopralluogo dentro il
Palazzo di Giustizia, a pochi metri dalla stanza del magistrato, alla ricerca di un posto dove piazzare il tritolo.
Ormai erano a un passo da quella che sarebbe stata una strage probabilmente senza precedenti.
“Ci siamo visti dentro il Tribunale di Palermo e se le telecamere funzionano ci hanno ripreso: siamo io e Vincenzo Graziano. Lui mi disse: io lo vorrei mettere là . Parlava della strada, dove appoggiare un furgone. Io risposi: ma come facciamo a metterlo là chè succede una catastrofe? Passano macchine, scendono bambini. È impensabile”.
È il racconto di Vito Galatolo: qualcosa come 117 pagine che ricostruiscono, sequenza dopo sequenza, il piano di morte per eliminare il magistrato della trattativa.
È il primo verbale del neo-pentito, riempito il 14 novembre scorso davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta e depositato durante l’ultima udienza del processo in corso nell’aula bunker dell’Ucciardone.
Agli atti del dibattimento anche l’interrogatorio del 10 febbraio scorso di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, che ha riferito agli inquirenti le confidenze ricevute nel carcere di Opera dal boss Nino Rotolo sul ruolo di “ambasciatore di Riina, Provenzano e Ciancimino” attribuito ad Antonino Cinà nel dialogo tra i capimafia e le istituzioni.
Con alcuni particolari del tutto inediti sull’elenco delle richieste di Cosa nostra, il cosiddetto “papello”, che D’Amico invece definisce “bigliettino”: “Rotolo mi disse che Riina non si fidava di Ciancimino, perchè era sbirro, però il bigliettino scritto da Bernardo Provenzano, sotto dettatura di Riina, alla fine è stato portato a don Vito”.
Il racconto di Galatolo, che dice di essersi pentito per “dare un futuro” ai suoi figli, parte dalle lettere di Matteo Messina Denaro a Girolamo Biondino: nella prima, spedita nel settembre 2012, il latitante suggerisce che Vito “assuma il ruolo di capo-mandamento di Resuttana”, in sostituzione del padre Vincenzo.
Nella seconda, recapitata a dicembre, il boss scrive al gruppo dei fedelissimi composto da Galatolo, Graziano, Biondino e Alessandro D’Ambrogio: “Carissimi fratelli, mi auguro di vero cuore che stiate bene, spero che un giorno vi possa incontrare di persona… Oggi stiamo arrivando al dunque di una decisione, se ve la sentite di fare un attentato, perchè si sta andando oltre e non è giusto”.
Dopo il preambolo, il riferimento al bersaglio della strage: “C’e’ questo signore, Di Matteo, sta andando oltre e si deve fermare. Se volete qualche uomo, ve lo posso dare. Ma non posso venire personalmente perchè non mi trovo in Sicilia”.
Da quel momento, racconta il pentito, parte la raccolta dei fondi necessari all’acquisto del tritolo: “Ci volevano — dice Galatolo — qualcosa come cinquecento mila euro, io ne misi 360 mila e gli altri 70 mila ciascuno”.
L’esplosivo, 200 chili, arrivò dalla Calabria: ma 100 chili vennero rispediti indietro perchè contenuti in un cilindro di acciaio che era “umido di salsedine”; il resto fu messo al sicuro da Graziano e ancora oggi non è stato localizzato. Poi si passò allo studio delle modalità dell’attentato.
“Ho pensato che poteva succedere in una traversa del Tribunale — dice ai pm — dove voi entrate con la macchina”.
Ma Galatolo non vuole fare una strage che coinvolga passanti e bambini. Cosi’ i killer ipotizzano un secondo scenario, la borgata di Santa Flavia, dove il pm trascorre le vacanze.
Poi la conclusione: ”La vita di Di Matteo è ancora in pericolo, perchè c’e’ il tritolo a Palermo”.
Nei verbali di D’Amico, invece, il racconto della prima fase della trattativa conosciuto per bocca di Rotolo.
Si scopre così che Riina non si fida di Ciancimino ed è restio ad avviare il canale di dialogo con lo Stato e che Provenzano si adopera per convincerlo. Binnu alla fine “lo convince e gli dice: dato che vogliono trattare con noi, sistemiamo queste cose: revocare il 41 bis, e alleggerire la legge sul sequestro dei beni”.
Rotolo, infine, racconta a D’Amico i suoi sospetti sul ruolo di Provenzano “nella cattura di Salvatore Riina” e sulla latitanza di Binnu, coperta “da forze armate dello Stato”.
Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)
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