Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
TRA L’INSORGERE DI EGOISMI NAZIONALI E REGOLE SOFFOCANTI
Il diffondersi del timore «che l’euro non sia irreversibile».
È questo che dal precipitare della crisi greca teme il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, più che gli effetti sui nostri conti pubblici. «Non irreversibile».
È un termine che evoca scenari inquietanti, ben oltre le implicazioni dell’eventuale uscita della Grecia dalla moneta unica.
Perchè se l’euro fosse davvero «non irreversibile», potrebbe mai esserlo la stessa Unione Europea?
Per quanto si stenti ancora a prenderne coscienza, c’è questo in ballo nella partita fra Atene, Francoforte e gli altri Paesi dell’eurozona.
E la sensazione che si stia giocando con il fuoco sulla pelle dell’Europa è sempre più netta.
L’ escalation dei toni con cui Alexis Tsipras prefigura per domenica una scelta senza ritorno, dopo aver rivendicato nei giorni scorsi addirittura il pagamento dei danni della Seconda guerra mondiale, e di rimando il gelo di Berlino spargono un odore sinistro. Lo stesso odore che aveva ammorbato il Continente per secoli e secoli, ed è per non sentirlo più che i padri fondatori avevano fatto nascere la Comunità europea. Decretando che le ragioni per stare insieme in pace sono immensamente più numerose e importanti di quelle che avevano insanguinato fino ad allora l’Europa.
Ragioni ora smarrite nell’insorgere degli egoismi nazionali: come quelli di certi Paesi ex comunisti inondati di contributi europei che però sbattono la porta in faccia a un migliaio di rifugiati.
Oppure soffocate da regole che rendono l’Europa una camicia di forza insopportabile. O di più, schiacciate da un rigore dei conti pubblici sacrosanto, ma la cui applicazione pratica non prevede il buonsenso.
Con il risultato che basterebbe una scintilla per mandare in fumo tutto. Tsipras ci pensa?
L’abisso che sembra adesso dividere dall’Europa anche i più europeisti ha certo molti colpevoli. Il principale però è l’ignoranza.
Dalla nascita della Cee sono trascorsi 58 anni, e ben 23 da quando c’è l’Unione.
Esiste anche una bandiera: per legge campeggia sulla facciata degli edifici pubblici. Ma quanti cittadini europei sanno che cosa davvero rappresenta?
Prendiamo l’Italia.
Non c’è una legge che imponga nelle scuole l’insegnamento della storia e delle istituzioni dell’Unione.
Solo due mesi fa il dipartimento delle politiche europee ha firmato con il ministero dell’Istruzione, il Parlamento di Strasburgo e la commissione Ue un «accordo di programma» per istituire «un partenariato strategico allo scopo di garantire nelle scuole italiane l’Educazione civica europea». Bene.
Ma l’orizzonte per colmare finalmente la lacuna non è vicino: il governo «spera» nel 2020. D’altra parte, dice Palazzo Chigi, «molti docenti sono digiuni di nozioni basilari sull’Ue e quindi non riescono a inserire unità didattiche ad essa relative nelle loro programmazioni».
Dovremo dunque attendere cinque anni perchè i nostri figli (o forse i loro) imparino che cosa sono il Parlamento e la Commissione europea?
Ma soprattutto perchè è nata l’Unione (mai più guerre in casa nostra!) e qual è la nostra storia?
Cinque anni, e il mondo cambia in 5 giorni.
Ci fosse stata la volontà di farlo, si sarebbe introdotto da tempo l’insegnamento di Istituzioni e Storia d’Europa.
Magari con una delle tante riforme della scuola: utilizzate invece per demolire i programmi e risolvere i problemi dei professori anzichè quelli degli studenti.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
“FARE FALLIRE LA GRECIA NON E’ NEL NOSTRO INTERESSE”
Sostiene Massimo D’Alema: «Lasciamo da parte la “solidarietà ”, valore passato di moda
nell’Europa di oggi. Vogliamo parlare di interessi? Bene, non è nostro interesse far fallire la Grecia. L’Europa sta affondando in un bicchier d’acqua! Per mancanza di forza politica. Per mancanza di leader come Helmut Kohl, che fu capace di risolvere il problema della Germania Est in un notte, quella in cui seppe dire: “parità del marco!” In quei giorni l’establishment e gli economisti ripetevano: è folle! Se Kohl avesse ragionato con la logica attuale, avrebbe imposto lacrime e sangue ai tedeschi dell’Est. Disse: a costo di sacrifici, andiamo avanti tutti insieme. E i risultati li abbiamo visti. Questo è il coraggio della politica. Non fu un favore ai tedeschi dell’Est, perchè poi fu tutta la Germania a fare il salto. Iniziativa generosa, la stessa che cinque anni fa l’Europa avrebbe dovuto compiere con la Grecia: stiamo parlando di un debito di 330 miliardi e di un’Europa che, per il mancato accordo, ha bruciato nelle Borse 7-800 miliardi soltanto negli ultimi giorni».
Sono giornate di grazia per l’ex presidente del Consiglio: l’intervista tv nella quale ha reso comprensibile il meccanismo che ha consentito ai paesi più ricchi d’Europa di sostenere le proprie banche, attraverso gli aiuti alla Grecia, gli è valso oltre un milione e mezzo di contatti in rete, in parte da quel mondo che per anni lo ha messo all’indice come l’«uomo nero» della sinistra italiana.
Da parte di Germania e Francia fine scientemente conseguito o, piuttosto, eterogenesi dei fini?
«Qualcuno, in modo sciocco, ha presentato quella intervista come un attacco alla Germania. Mentre io ho solamente descritto un meccanismo paradossale, perchè moltiplica le diseguaglianze e gli squilibri a sfavore dei Paesi più deboli. Un meccanismo che dimostra le debolezze strutturali dell’area euro, all’interno della quale ci sono paesi con un diverso grado di competitività e di ricchezza; diversi sistemi sociali e fiscali. Ma questo sta producendo effetti perversi. I paesi ricchi raccolgono denaro dai risparmiatori ad un costo bassissimo, comprano i titoli dei Paesi indebitati, che hanno rendimenti spesso molto elevati e ne incassano gli interessi. Così si determina un flusso di risorse dai paesi poveri a quelli ricchi».
Si comincia a ragionare sul contagio politico nei Paesi del Mediterraneo: allarmismo eccessivo?
«In mancanza di meccanismi di aggiustamento si va verso la compressione dei salari, dei consumi e dei diritti dei lavoratori. L’effetto è la rivolta progressiva nelle aree più deboli dell’eurozona e l’estendersi di un sentimento di rivolta che può assumere due diversi caratteri; una rivolta sociale con forme di populismo di sinistra; o può invece prevalere la rivolta nazionalistica anti-europea, di destra. Serve una classe dirigente che si renda conto di questi pericoli».
Alla luce delle trattative in corso ancora attuale l’appello che lei ha firmato assieme ad alcuni autorevoli economisti?
«Una proposta concretissima. Occorre ristrutturare il debito, fare un prestito-ponte, allungare i termini della restituzione, tenere bassi i tassi di interesse. Occorre prendere atto della realtà : la Grecia non è in grado di pagare il suo debito. Conviene farla fallire? No! La solidarietà non è più un valore in questa Europa, ma non conviene all’Italia far fallire la Grecia, anzitutto perchè nessuno è in grado di valutarne appieno le conseguenze. Non dimentichiamoci mai della lezione della Lehman Brothers: gli americani ancora si pentono di non averla salvata».
Renzi, riferendo l’umore di alcuni Paesi ha detto che non possono decidere i greci per tutti gli europei….
«Come i greci non possono decidere per tutti i popoli europei, così le decisioni di Bruxelles non possono essere prese dalla sola Merkel, come in effetti è avvenuto con la sua dichiarazione qualche ora prima della riunione dell’eurogruppo. Insomma, ad una iniziativa politica si è opposto un veto, che ha influenzato il risultato del referendum. Tra l’altro il calcolo fatto si è rivelato sbagliato e le dichiarazioni della signora Merkel hanno radicalizzato il risultato».
La Spd ha dato la linea alla Bild, invocando «aiuti umanitari» per la Grecia. Un Pse allo sbando?
«In questa vicenda il socialismo europeo non si è mosso in modo unitario e questo ha influito negativamente sulla capacità di incidere sulle scelte europee. Quello della Grecia è un grande test per il riformismo europeo. Se in Europa dovesse prevalere l’idea meschina di dare una lezione alla Grecia con l’illusione di punire chi non “fa i compiti a casa” e fermare così la deriva populista, questo avrebbe un effetto boomerang sui paesi più esposti».
Come si concilia la continua rivendicazione del primato del Pd in Europa col sostanziale l’«agnosticismo» del governo italiano?
«Renzi? Ha fatto quel che poteva…».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
A PARTE CHE IL RUOLO NON ESISTE SE NON NELLA MEGALOMANIA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE, PERCHE’ SCEGLIERE UNO CHE INVITAVA MATACENA SOSTENENDO CHE NON SAPEVA CHE AVESSE GIA’ SULLE SPALLE UNA CONDANNA A 5 ANNI PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA?
Giovanni Toti pare abbia bisogno di un “consigliere politico”: come Berlusconi ha nominato tale l’ex direttore di Studio Aperto, ora Toti, a sua volta, vuol fare altrettanto.
Secondo quando riporta (non smentito) il Secolo XIX il nome che circola e quello di Antonio Morabito, ex ambasciatore d’Italia nel principato di Monaco, già coinvolto nella vicenda sui rapporti tra l’ex ministro Claudio Scajola e l’imprenditore Amedeo Matacena: «Voci ne girano tante- commenta – ma non posso dire niente. Vedremo…»
L’ex diplomatico era finito sotto i riflettori per una foto – pubblicata dal settimanale Oggi – in cui compariva, a un ricevimento all’ambasciata di Monaco, accanto a Scajola, Matacena e la moglie Chiara Rizzo, residente nel Principato.
La foto fu scattata il 2 giugno 2011: allora Matacena aveva già sulle spalle una condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Condanna poi confermata in Cassazione: 5 anni.
«Non sono mai stato indagato in quell’inchiesta – precisa – e ho già chiarito la mia posizione»., sostiene l’ex ambasciatore.
A suo tempo però l’on Albano, membro della Commissione Antimafia – aveva scoperto che il nostro rappresentante presso la corte dei Grimaldi alla Festa della Repubblica aveva invitato a una festa in Ambasciata Amedeo Matacena, ex deputato sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, accompagnato dall’ex ministro Claudio Scajola.
Nelle intercettazioni dell’indagine che ha coinvolto Scajola, Chiara Rizzo si rivolge all’ambasciatore per ottenere un aiuto che lo stesso Morabito ha definito assolutamente legittimo.
Ma Albano dice: “In seguito alle telefonate della signora Rizzo l’ambasciatore sollecitava altri uffici appartenenti alla struttura del Ministero degli Affari Esteri, affinchè si ponessero in azione per far incontrare lo stesso Matacena con la moglie, malgrado fosse ben noto che era ormai era considerato a tutti gli effetti, un latitante”.
Di che consigli politici possa aver bisogno Toti dall’ex ambasciatore non è chiaro: che voglia prepararsi già alla fuga dalla Liguria?
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
DEI 100.000 PROMESSI 52.000 NON VEDRANNO UN EURO… IN COMPENSO AVREMO UN PRESIDE MANAGER DEL NULLA… E IN AUTUNNO FARA’ MOLTO CALDO
Nel caldo torrido della Roma di luglio i deputati sciamano dall’ingresso principale di Montecitorio.
Hanno appena trasformato “la buona scuola” in legge.
Ad accoglierli, al di là delle balaustre, una musica che potrebbe essere dei Modena City Ramblers, e un gruppo di insegnanti che fischia, e urla, e inveisce: “Ma ve la siete letta la legge o avevate troppa fretta di partire per il weekend?”.
È solo un preludio di quello che succederà ad ottobre.
Perchè uno strano incrocio tra scelte ponderate e alchimie parlamentari ha permesso l’approvazione della riforma quando anche gli ultimi maturandi avevano sostenuto l’orale. Ma quando i cancelli si riapriranno, la musica sarà diversa.
Dalle slide di Palazzo Chigi ad oggi la strada è stata accidentata. E ha percorso parallelamente la strada di tutto l’anno scolastico appena trascorso.
I 12 punti presentati lo scorso settembre avevano scatenato proteste e dissenso. Una protesta che si è allargata a macchia d’olio negli ultimi mesi, e che aveva portato Matteo Renzi ad annunciare uno stop e un momento di riflessione con una grande assemblea pubblica.
I tempi e le ragioni della politica hanno prevalso su quelle dell’ascolto, come dicono i critici. O, a dar retta ai sostenitori, si rischiava di bucare l’inizio dell’anno e dover rimandare tutto al 2016-2017.
Fatto sta che il governo ha accelerato, e chiuso la partita ben prima della pausa estiva, anche grazie ad un contestatissimo voto di fiducia posto al Senato.
Da settembre a oggi di sostanziale è cambiato che dei 100mila precari che dovevano essere assunti solo 48mila avranno l’agognato posto di lavoro.
Una circostanza, tra l’altro, dovuta in gran parte al fisiologico turnover, il saldo tra chi esce e chi entra nel mondo del lavoro (in questo caso nei posti di ruolo).
Gli altri 52mila dovranno aspettare. Quanto, non si sa.
Arriverà certo la nomina “giuridica”, ma sul reale percepimento dello stipendio consequenziale all’entrata in classe la partita rimane aperta.
Molto sarà in mano ai presidi. Perchè, sia pure aggiustato e limato, il caposaldo della riforma rimane l’autonomia scolastica, consegnata in larga parte all’autorità dei dirigenti scolastici.
Un eccessivo accentramento di poteri che non ha convinto nemmeno una fetta del Pd.
Al dirigente scolastico saranno assegnati compiti di direzione, gestione, organizzazione e coordinamento, oltre che di responsabilità nella gestione delle risorse, finanziarie e strumentali, e dei risultati del servizio, nonchè della valorizzazione delle risorse umane.
Insomma, la gestione di tutta la comunità scolastica. Dall’anno prossimo, inoltre, avrà la responsabilità di proporre gli incarichi ai docenti di ruolo assegnati all’ambito territoriale di riferimento.
Una mattinata vissuta alla Camera in un clima surreale.
Solo 277 i sì, con i vertici del Partito democratico che non hanno fatto lavoro di “cammellaggio” dei peones, sicuri di incassare il via libera.
Eppure i quasi 40 voti sotto la maggioranza assoluta spingono i pompieri a gettare acqua sul fuoco prima che divampi l’incendio. Interviene perfino il ministro Stefania Giannini: “Numeri dovuti alle assenze più che al dissenso”.
Dissenso che però c’è stato. Pier Luigi Bersani e Gianni Cuperlo non hanno partecipato al voto. Pallottoliere alla mano, altri 37 colleghi hanno disertato il voto come scelta politica, tra cui l’ex capogruppo Roberto Speranza.
Il Movimento 5 stelle annuncia appelli al presidente della Repubblica, la Rete degli studenti iniziative a partire dal primo giorno di scuola.
Se per il Palazzo il caldo di luglio è quello dell’afa romana, a settembre a scottare sarà la protesta.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IN AMERICA CALA DI DUE PUNTI, IN EUROPA CRESCE SOLO AL NORD… E NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO NON CREA BENESSERE
La classe media globale è più piccola e più povera di quanto pensavano gli economisti.
Lo mostra un nuovo studio realizzato dall’istituto Pew Research Center e pubblicato sul Financial Times.
Dalla ricerca emerge il quadro di una prosperità trincerata nelle economie degli Stati Uniti e dell’Europa, e di un mondo molto più diviso rispetto a come era stato descritto in studi precedenti.
Definire il significato di “classe media” — fa notare il FT — è sempre stata un’impresa difficile e fonte di grandi dibattiti tra gli economisti. Le ultime stime avevano quantificato il volume della classe media mondiale a circa due miliardi di persone. Una stima troppo generosa, sentenzia lo studio del Pew Research Center, secondo cui — anche prendendo la definizione più ampia di “classe media” e considerando chi vive con da 10 a 100 dollari al giorno — soltanto 1,7 miliardi di persone possono essere considerate classe media alla fine del primo decennio di questo secolo.
“La classe media globale è più piccola di quel che pensiamo, è meno benestante di ciò che pensiamo, ed è più concentrata dal punto di vista regionale di quanto pensiamo”, ha spiegato al FT Rakesh Kochhar, autore principale dello studio.
A livello globale, nel 2011 (l’ultimo anno di cui sono disponibili tutti i dati) il 71% della popolazione mondiale è ancora classificato come “povero” o “basso reddito”.
Malgrado i grandi cambiamenti registrati in Cina e in altre parti dell’Asia, ci sono stati solo progressi incrementali in ampie parti del mondo in via di sviluppo.
Solo il 16% della popolazione mondiale vive con redditi superiori a ciò che negli Stati Uniti viene considerata soglia di povertà (nel 2011, 15,77 dollari al giorno).
La stragrande maggioranza dei nuclei familiari più benestanti (coloro che vivono con oltre 50 dollari al mese) è concentrata in Nord America e in Europa.
Nel 2011 circa l’87% della popolazione benestante mondiale (redditi alti) viveva in queste due regioni, una percentuale poco inferiore rispetto al 91% registrato nel 2001.
Malgrado la sproporzione rispetto al resto del mondo, anche negli Usa e in Europa (soprattutto nell’area mediterranea) la classe medio-alta ha arrancato nell’ultimo decennio.
In Nord America i redditi alti sono scesi dal 58 al 56% nel 2011, mentre gli avanzamenti registrati in Europa sono concentrati in Paesi come Germania, Danimarca, Norvegia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Islanda e Finlandia.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
AL CENTRO DELLA DISCUSSIONE 984 SOTTOSCRIZIONI RITENUTE NON VALIDE… CHIAMPARINO FURIBONDO CON IL PD
Il Piemonte è in bilico. I consiglieri regionali si sentono come all’ultimo giorno di scuola. 
Tra oggi, 9 luglio, e domani i giudici del Tar potrebbero annullare le elezioni del 2014 che portarono Sergio Chiamparino alla guida della Regione.
Lui ha affermato che si dimetterà se lo stallo dovesse continuare, ma intanto porta avanti le attività della giunta regionale e nelle retrovie prepara la sua ricandidatura.
Da più parti invece arrivano inviti a lasciare: glielo chiede il suo predecessore Roberto Cota, l’ex governatore leghista che ha dovuto abbandonare la legislatura con un anno di anticipo per le sentenze della giustizia amministrativa, e glielo chiedono anche gli eletti del Movimento 5 Stelle.
Nelle scorse settimane i magistrati del Tar hanno ricevuto dalla procura di Torino copie dei moduli con le firme a sostegno delle liste elettorali pro-Chiamparino: la lista regionale Chiamparino Presidente, la lista provinciale del Pd e quella Chiamparino per il Piemonte.
Quelle copie sono state messe a disposizione dei legali e così a fine giugno l’avvocato Alberto Caretta, che ha curato il ricorso dell’ex consigliere provinciale leghista Patrizia Borgarello, ha depositato una memoria in cui si dimostrerebbe la presenza di molte più firme false di quelle ipotizzate un anno fa, quando è cominciata questa vicenda giudiziaria.
Sarebbero circa 984 le sottoscrizioni non valide a sostegno del “listino del presidente” e, una volta eliminate, ne rimarrebbero circa 1.300 valide, un numero inferiore alle 1.750 necessarie.
Quindi — secondo i ricorrenti — non ci sarebbero abbastanza firme buone per presentare le candidature del listino principale e così cadrebbero i presupposti per la correttezza dell’elezione.
Per il professore Vittorio Barosio, che difende Chiamparino, non è così: se ci sono delle firme false sono troppo poche per consentire un annullamento dell’elezione.
Nell’udienza di oggi i giudici, presieduti da Lanfranco Balucani, possono entrare nel merito della questione.
Potrebbero farlo in modo relativamente rapido con la “prova di resistenza”: copie dei moduli alla mano, i magistrati potrebbero conteggiare le firme, eliminare quelle false, quantificare quelle valide e vedere se le liste pro Chiamparino restano valide o no. Potrebbero quindi annullare l’elezione spingendo verso nuove elezioni; annullare alcune liste non più valide e di conseguenza adeguare il numero dei consiglieri eletti oppure respingere il ricorso.
In alternativa potrebbero anche rinviare la decisione a un’altra udienza in attesa che un altro procedimento — civile o penale — stabilisca l’autenticità delle firme.
Proprio dal punto di vista penale prosegue l’inchiesta della procura di Torino (pm Patrizia Caputo e Stefano Demontis) che, dopo aver ricevuto al perizia grafologica, indaga su 13 persone, quasi tutti eletti locali o componenti della segreteria del Partito democratico.
I pm vogliono capire chi ha falsificato le firme e le autentiche e presto potrebbero partire nuovi avvisi di garanzia, mentre alcuni indagati potrebbero essere prosciolti.
Al momento la colpa sembra essere tutta interna al Pd, capace di mettersi in difficoltà con le proprie mani, motivo per cui Chiamparino — si apprende dal suo staff — è arrabbiato e deluso proprio dal suo partito.
Il governatore ha annunciato che se l’incertezza dovesse continuare lui si dimetterà per andare a nuove elezioni, mentre se il voto dovesse essere annullato dai giudici “ripensare alla ricandidatura sarebbe più difficile”, sostengono nello staff.
Secondo Cota “la vicenda delle firme per il Pd e per Chiamparino è politicamente insostenibile”, motivo per cui chiede al suo successore di dare subito le dimissioni.
Per il M5s il presidente non è “senza macchia”, nel pasticcio delle firme avrebbe le stesse responsabilità del segretario regionale Pd Davide Gariglio e di quello provinciale Fabrizio Morri e lui non poteva non sapere cosa stava accadendo, motivo per cui “si deve dimettere e non ripresentarsi più”
Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
RESTA SOLO LA CHIESA A MUOVERSI CONTRO CHI LUCRA, IL PD SI E’ DIMENTICATO
La borsa o la democrazia. Il debito o il voto popolare.
Lo sfondo politico del duello fra Grecia e Bruxelles si ripropone in piccolo fra rubinetti e acquedotti d’Italia.
Diversissime la scala e le conseguenze, certo, ma non dissimile il dilemma: conta più il bilancio o la partecipazione democratica?
È meglio un comune che rispetta la volontà di un referendum aggravandosi però di debiti o un comune che taglia le spese privatizzando i servizi?
È possibile che le amministrazioni locali siano capaci di gestire la cosa pubblica in modo efficiente, o bisogna arrendersi a pensare che tutte le municipalizzate siano solo carrozzoni di sprechi da chiudere al più presto?
Aut aut dalle conseguenze concrete.
Reggio Emilia, la Campania, e le posizioni del governo segnano il quarto anniversario del Referendum sull’acqua sancendo un’ennesima sconfitta per i ventisei milioni di elettori che espressero la loro opinione nel 2011.
Perchè se è vero che i municipi non sono stati costretti a privatizzare, è altrettanto vero che le ultime manovre del consiglio dei ministri premiano i sindaci che fanno cassa dismettendo le società partecipate a favore di agglomerati quotati in borsa.
Si apre così la nuova fase delle battaglie idriche. In cui più delle scelte politiche valgono le “ragioni di bilancio”. Scavalcando anche le convinzioni più assodate.
LA FONTE DI REGGI
L’anniversario del referendum è imploso davanti alle porte della rossa Reggio Emilia.
La città dell’attuale ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio era stata fra le prime ad abbracciare la causa referendaria, seguendo l’onda dei 250mila abitanti della provincia che avevano detto sì alla consultazione del 2011.
Scaduto il contratto con l’affidataria Iren due anni fa, il Comune si era preso una “pausa di riflessione”: fino ad oggi ha prorogato il servizio alla multiutility commissionando studi e ricerche per capire se fosse possibile ri-pubblicizzare il servizio idrico, come voleva il voto popolare.
La risposta degli esperti è stata unanime: sì.
Lo stesso attuale sindaco, Luca Vecchi, in campagna elettorale si era sbilanciato a favore dell’acqua “bene comune”.
Ma ora la giunta si appresta a voltare le spalle alla prospettiva.
«Per noi Reggio Emilia era un modello: negli ultimi anni abbiamo partecipato a consultazioni democratiche, dibattiti, piani economici seri e condivisi», racconta Paolo del Forum nazionale per l’acqua pubblica: «Avevamo la certezza che saremmo andati verso la fine della gestione privata: la fattibilità era stata confermata da più consulenti. Adesso, invece, buttano via tutto questo».
L’ipotesi “ri-pubblicizzazione” infatti sarebbe ormai tramontata nonostante le proteste dei referendari . La scelta definitiva arriverà solo a settembre, e il dibattito consiliare è in corso, ma la giunta vorrebbe piuttosto una gara fra soggetti di mercato o al massimo una società a capitale misto.
«La nostra è una semplice valutazione di concretezza e, credo, di buona amministrazione», risponde Francesco Notari, assessore al bilancio di Reggio Emilia: «Non penso che i cittadini preferiscano una nuova municipalizzata piena di debiti e dal futuro incerto, piuttosto che il servizio che c’è attualmente, e che funziona bene, a costi standard».
I debiti a cui si riferisce l’assessore sono quelli di cui il Comune dovrebbe farsi carico per “comprare” da Iren gli investimenti già effettuati e non ancora ammortizzati nelle bollette.
La stima è di 190 milioni di euro ancora da saldare, a cui andrebbero tolti però 88 milioni di crediti che la stessa città vanta nei confronti della s.p.a.
Insomma, Reggio Emilia dovrebbe sganciare subito 102 milioni di euro a Iren, chiedendo un prestito alle banche o alla Cassa Depositi e Prestiti.
«È vero, le banche si erano dette disponibili. Ed è vero, il servizio idrico è una certezza: a parte i casi di insolvenza o eventuali emergenze, produce un reddito assicurato e costante», ammette l’assessore: «Ma ciò non toglie che ci prenderemmo il peso di milioni di debiti. Senza per questo garantire un servizio migliore».
I PASSI INDIETRO
Per il Forum nazionale è un ritornello questo che si sente anche nel resto d’Italia, dal Lazio a Vicenza: considerazioni economiche scavalcano la “pur forse magari” volontà di cambiare lo status quo a favore della titolarità pubblica della gestione dell’acqua, com’era nello spirito del referendum. Il #cambioverso, dicono gli attivisti, arriva direttamente dal governo, che con una serie di interventi, dalla Legge di Stabilità allo Sblocca Italia, fino alla riforma Madia ancora in discussione, si sarebbe espresso esplicitamente a favore delle grandi multiutility.
Un esempio? I proventi che i sindaci riescono a incassare vendendo quote pubbliche di partecipate a favore dei privati, sono esenti dalla spending review. Sono soldi freschi, da spendere.
«Queste posizioni hanno bloccato le ri-pubblicizzazioni anche là dove erano state avviate, come a Vicenza», continua Paolo: «Siamo di fronte a una massima italiana: cambiare tutto, per non cambiare niente». I referendari non si fermano però, e proseguono la moral suasion verso gli amministratori, citando come caso simbolo sempre Napoli, che ha effettivamente rimesso in mano comunale la gestione dell’acqua.
Una posizione su cui è piovuto da poco anche il sostegno del cardinale Crescenzio Sepe, che in una lettera pastorale dedicata al tema della sete e ispirata dall’Enciclica di Papa Francesco sottolinea alcuni aspetti specifici della questione.
«La corsa ad accaparrarsi le fonti idriche potabili caratterizzerà probabilmente gli scenari delle battaglie del domani», scrive l’arcivescovo di Napoli: «Già oggi molti vorrebbero privatizzarla, scorgendovi un potente fattore di speculazione economica. In questo senso, la trasformazione dell’acqua — da dono per tutti a merce — è uno dei principali motivi di ingiustizia».
CHIAROSCURI CAMPANI
Se il capoluogo brilla però, al quarto anniversario del referendum, non è così per il resto della Campania.
In particolare, per l’area del Sarnese-Vesuviano, dove il servizio idrico è gestito da Gori, una controllata di Acea.
A tutti i residenti della zona, infatti, la Gori aveva inviato centinaia di bollette per recuperare 120 milioni di euro che le sarebbero dovuti essere riconosciuti – a posteriori – in base alle nuove tariffe standard nazionali.
A firmare il via libera alla riscossione era stato l’allora presidente dell’Ente d’ambito, Carlo Sarro, ancora adesso, dopo diverse proroghe, commissario della stessa istituzione (che non è stata sciolta come chiede la legge).
Contro le riscossioni di Gori si sono scatenati però i ricorsi dei residenti ai tribunali amministrativi ed è stata avviato pure un “procedimento sanzionatorio” dall’Autorità garante per l’energia (le indagini sono ancora in corso).
Nel frattempo anche Sarro rischia di scivolare dopo anni di indiscusso potere sugli acquedotti vesuviani: su segnalazione di un deputato del Movimento 5 Stelle, Luigi Gallo, si è mossa infatti l’Autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone, che ha stabilità l’incompatibilità fra il ruolo di senatore (Forza Italia) e quello di presidente dell’ente pubblico.
Da cui ora dovrà essere rimosso.
Francesca Sironi
(da “L’Espresso“)
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Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile
LE BANCHE VERSO LA RIORGANIZZAZIONE, AUMENTO DELLE ALIQUOTE IVA
Un piano da 12 miliardi di euro di riforme, da completare nei prossimi due anni: sono le proposte
di Alexis Tsipras che i creditori internazionali dovranno valutare e approvare, per permettere ad Atene di accedere al terzo piano di salvataggio dallo scoppio della crisi.
Secondo quanto riporta il quotidiano ellenico Kathimerini, nel documento che deve arrivare sul tavolo di Bruxelles entro la mezzanotte di oggi ci sono più riforme di quelle pronosticate alla viglia, ma anche un dipinto tragico dell’attuale congiuntura greca: a fronte di una crescita preventivata dello 0,5% – quest’anno – il Pil dovrebbe contrarsi del 3%, a causa delle incertezze e turbolenze degli ultimi tempi.
C’è quindi bisogno di intervenire e le bozze che circolano parlano di misure incisive, mentre si studia la riorganizzazione del sistema bancario, colpito in alcuni casi a morte dalla crisi degli ultimi giorni.
Il piano di riforma per i creditori.
Dopo le aperture lanciate ieri da Tsipras, con il coinvolgimento della riforma delle pensioni, il report citato dal quotidiano ellenico mette nero su bianco che “le misure da 8 miliardi di dollari che la Grecia ha presentato per il 2015 e 2016 devono essere elevate a 12 miliardi”.
Secondo un altro giornale, Naftemporiki, ci sarebbe anche il dettaglio di alcuni interventi previsti: la tassazione per le aziende salirebbe dal 26 al 28%, l’Iva sui beni di lusso dal 10 al 13% (insieme all’aliquota del 23% per gli alimenti, i ristoranti, i trasporti e alcuni servizi sanitari); quella sugli alberghi dal 6,5 al 13%.
Nel disegno, le isole continuerebbero a beneficiare degli sgravi fiscali che per i creditori sarebbero invece da rimuovere.
Gli stessi quotidiani ammettono che questi pacchetti probabilmente incontrerebbeo l’opposizione dell’ala radicale di Syriza, ma Tsipras ha incassato il sostegno della stragrande maggioranza dell’arco parlamentare perchè porti a casa un accordo.
Banche da rifare.
Mentre si studiano le proposte per i creditori, il mondo finanziario si prepara alla ristrutturazione del sistema del credito, che dovrà procedere di pari passo con il salvataggio del Paese.
Come già alcuni analisti facevano notare, e ora confermano fonti europee a Reuters, alcune grandi banche dovranno fondersi tra loro per sopravvivere alla crisi: delle quattro (National Bank of Greece, Eurobank, Piraeus e Alpha Bank) grandi istituzioni ne potrebbero rimanere due.
Sarebbe una misura alla quale si opporrebbe una fiera resistenza in quel di Atene, la per i funzionari Ue “il modello di Cipro potrebbe essere da seguire”: quindi forte intervento nel sistema finanziario in vista, se si considera che a Nicosia delle due banche presenti ne restò una.
Proprio il sistema finanziario è stato nel cuore della crisi greca, con gli istituti in costante cerca di liquidità (garantita solo dalla Bce, che ora ha congelato i rubinetti) e la fuga dei depositi che ha assottigliato il cuscinetto di contante disponibile, nonostante la chiusura forzata degli sportelli e il limite ai prelievi fissato in 60 euro al giorno.
Solo un anno fa, ricorda l’agenzia anglosassone, le banche sembavano esser entrate in una nuova era: avevano rafforzato il capitale e guadagnato di nuovo l’accesso al mercato per finanziarsi.
Ma la crisi di liquidità ha gettato tutto alle ortiche e ogni ristrutturazione ora deve passare per forza di cose da una ricapitalizzazione del sistema, visto che la nuova crescita del credito di cattiva qualità e l’esposizione a un debito pubblico di nuovo a rischio hanno peggiorato sensibilmente i bilanci.
Ora, un’ondata di fusioni sembra improcrastinabile, anche se potrebbe portare malcontento visto che con ogni probabilità significherebbe anche tagli del personale.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 8th, 2015 Riccardo Fucile
PRIMA APPARIZIONE DAVANTI AI GIUDICI
«La legittimità dei miei atti da presidente della Regione Lombardia è incontestabile».
Lo ha detto Roberto Formigoni nelle dichiarazioni spontanee al processo Maugeri, nel quale è imputato per associazione per delinquere e corruzione assieme, tra gli altri, all’ex assessore regionale Antonio Simone e al faccendiere Pierangelo Daccò.
Formigoni ha aggiunto di non aver «mai emanato atti in favore» di alcuno e che la Procura «si è concentrata sui rapporti personali con Daccò e Simone»: «Non si tratta di utilità ma di scambi tra persone che sono amiche».
Formigoni all’inizio delle dichiarazioni ha voluto rivendicare la legittimità delle delibere regionali in materia sanitaria, «tutti atti sottoposti a plurimi controlli» da parte del Tar, del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, «magistrature» che hanno sempre «dato sostanzialmente ragione a Regione Lombardia».
«Io ero il presidente della Regione e avevo un ruolo politico, dovevo occuparmi di politica e delle modalità tecniche si occupavano i dirigenti come Sanese».
«Se non avessi conosciuto Daccò e Simone questo processo non sarebbe mai iniziato – ha sottolineato Formigoni -, l’accusa si è concentrata sui miei rapporti personali».
L’ex governatore lombardo ha poi iniziato a raccontare l’origine del suo rapporto con Daccò che è «personale e amicale e che inizia nei primi anni del 2000».
Le accuse
È la prima volta, da quando è scattata l’inchiesta sul caso Maugeri, che Formigoni decide di presentarsi davanti ai giudici per rispondere alle accuse.
Secondo l’ipotesi accusatoria, dalle casse della fondazione Maugeri sarebbero usciti circa 61 milioni di euro in 10 anni, soldi da cui sarebbe stata creata la provvista per concedere benefit di lusso all’ex governatore per circa 8 milioni di euro, tra cui viaggi aerei, vacanze ai Caraibi e un maxi sconto sull’acquisto di una villa in Sardegna.
In cambio, attraverso l’opera dell’ex assessore Simone e del faccendiere Daccò, la fondazione avrebbe ottenuto con delibere di Giunta favorevoli, circa 200 milioni di euro di rimborsi indebiti. Secondo l’accusa, Formigoni, difeso dai legali Mario Brusa e Luigi Stortoni, avrebbe promosso un’associazione per delinquere per 14 anni tra il 1997 e il 2011.
L’amicizia con Daccò
«Ho conosciuto Pierangelo Daccò nel 2001 e con il tempo è diventato un amico: è una persona con cui è simpatico stare e con cui trascorrevo periodi di vacanza», ha detto Formigoni. L’incontro con Daccò, che all’epoca collaborava con l’ospedale Fatebenefratelli, avvenne durante il Meeting di Cl a Rimini.
«Mi presentò Daccò padre Schiavon – ha proseguito – e lo rividi l’anno successivo durante un incontro con l’allora presidente del Cile, quando si rafforzò la sua immagine come collaboratore del Fatebenefratelli».
«Negli anni successivi si sviluppò un rapporto – ha sottolineato – e spesso passava nel mio ufficio per un saluto e per uno scambio di chiacchiere tra amici».
Formigoni ha spiegato inoltre di aver conosciuto l’ex assessore regionale Antonio Simone, anche lui imputato, «negli anni ’70 quando entrambi eravamo responsabili del Movimento popolare».
«I periodi di vacanza con Daccò non sono mai, ripeto mai, serviti per parlare dei suoi interessi, non è mai stato architettato o pianificato alcunchè», ha detto Formigoni a proposito dei cinque giorni di «vacanza ai Caraibi».
«Anche Daccò sapeva che un conto sono i rapporti personali, un conto la mia funzione di amministratore, questa era la mia regola», ha aggiunto.
«Siamo amici e ci comportiamo da amici, l’amicizia è la tipica cosa in cui non ci sono calcoli. Io accettavo i suoi inviti per i viaggi e Daccò si faceva carico delle spese e non ha mai chiesto nulla, anzi io ho provato a pagare e forse una volta ci sono riuscito e poi cercavo di sdebitarmi con delle cene a casa mia o con visite in località turistiche».
Le barche e la villa
Formigoni ha voluto ribattere all’accusa di aver ottenuto benefit di lusso, tra cui l’uso esclusivo di yacht.
«Le barche erano di Daccò, che non le ha comprate per me ma per se stesso. Daccò mi invitava a bordo delle sue barche – ha sottolineato – e la mia unica colpa è quella di aver accettato l’invito di un amico. Ma tra amici ci si scambiano gli scontrini, le ricevute? Io allora avrei dovuto calcolare quanto spendevo per le cene in cui era ospite a casa mia e presentargli il conto?».
«Il mio uso esclusivo della barca di Daccò – con riferimento alle parole dei pm nell’imputazione – si riduce a 10-12 giorni di agosto e uno o due 2 weekend nei mesi di luglio e settembre, e quella barca Daccò la metteva a disposizione degli amici, delle sue figlie, sei loro fidanzati, delle figlie di Simone e di alte amiche e amici».
E ha raccontato di essere andato spesso dal 2006 in poi in vacanza in Sardegna «quando Daccò e Simone mi invitavano».
«I giornali di gossip dell’epoca ogni estate pubblicavano foto del presidente della Regione Lombardia ed ogni anno mi veniva attribuita una fiamma diversa, ma non erano che le figlie o le amiche dei miei amici».
Formigoni, inoltre, ha voluto respingere anche le accuse su un presunto maxi sconto per l’acquisto di una villa in Sardegna.
Ha chiarito che ad acquistare la villa fu il suo amico Alberto Perego da Pierangelo Daccò e che lui avrebbe fatto soltanto «un prestito» a Perego perchè «mi disse che non aveva 3 milioni a disposizione e che la banca gli faceva un mutuo soltanto di 1,5 milioni».
Per l’ex governatore, dunque, le «cosiddette utilità » contestate dai magistrati «non esistono e non mi riguardano o sono solo segni di amicizia».
«Sarei stato un fesso»
Formigoni ha spiegato di essere «finito in uno scenario kafkiano, di totale fantasia».
«Secondo l’accusa avrei cominciato a percepire le utilità dieci anni dopo l’inizio della mia attività delinquenziale a favore della Maugeri – ha aggiunto – e nonostante la mia capacità diabolica di corrompere sarei così fesso da non portare a casa nessun vantaggio nell’immediato».
Formigoni poi ha definito come «assolutamente legittime» le delibere di Giunta finite sotto la lente di ingrandimento della Procura di Milano.
«Alla Maugeri sono stati dati dei bei soldi – ha sottolineato – a mio avviso in modo del tutto legittimo. In 18 anni di presidenza non ho mai accettato che una delibera non venisse approvata all’unanimità – ha ribadito – ma gli atti secondo la Procura sono criminosi solo nel mio caso». Riferendosi all’accusa di associazione per delinquere, l’ex governatore lombardo si è difeso sostenendo di essere «accusato di aver creato un’associazione con un mucchio di gente che non conosco o che, nel 1997, ancora non conoscevo».
Il senno di poi
«Con il senno di poi posso imputarmi che mi sono esposto con leggerezza in un rapporto personale di confidenza, che all’esterno è stato visto malamente, ma questa amicizia non si è mai riverberata sulle mie scelte politiche»: questa la conclusione delle dichiarazioni spontanee di Formigoni, durate tre ore.
Il processo è stato aggiornato al 6 ottobre, quando verrà ascoltata Carla Vites, imputata e moglie di Antonio Simone.
(da “il Corriere della Sera”)
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