Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
LA SINDACA PROCEDE ORMAI PER CONTO PROPRIO CON LEGAMI EVIDENTI CON CERTA DESTRA AFFARISTICA ROMANA
Un giudice senza requisiti giuridici: l’ultima calamità sul Campidoglio prende le dimensioni della stravaganza e porta al nome di Raffaele De Dominicis, ex procuratore della Corte dei Conti che nei proponimenti della sindaca Virginia Raggi doveva occupare il posto di Marcello Minenna, l’assessore al Bilancio fra i protagonisti del filotto di dimissioni della scorsa settimana.
«Una persona di primo rilievo, un servitore dello Stato che siamo onorati di avere al nostro fianco», aveva scritto Raggi lunedì.
Ieri era giovedì e il giudizio aveva subito la drastica revisione: non ha i requisiti. Precisamente quelli giuridici, e la traduzione è arrivata poco dopo: De Dominicis è indagato per abuso d’ufficio.
Un altro, come l’assessore all’Ambiente, Carla Muraro, inguaiato con la giustizia prima ancora di cominciare. Un record.
Che De Domincis spiega secondo schemi prestampati: «Mi dichiaro vittima di un complotto!».
In serata, nel suo andirivieni dall’ingresso sul retro, Raggi è rientrata in Campidoglio per dettagliare alla giunta e ai consiglieri le ragioni del ripensamento.
E lì per lì era sembrata una concessione alla leadership grillina molto turbata, diciamo così, dalla scoperta che De Dominicis aveva concesso la disponibilità non a Raggi ma all’avvocato Pieremilio Sammarco, titolare dello studio in cui Raggi ha fatto pratica e fratello del difensore di Cesare Previti.
Per i cinque stelle, una macchia terribile. De Dominicis si era però presentato con le migliori intenzioni: «La festa è finita!». Non è nemmeno cominciata.
E’ invece la cronaca che prosegue secondo una linea evoluta in arabesco: mentre Raggi comunicava attraverso Facebook – ormai una specie di organo ufficiale dell’amministrazione romana – che «siamo già al lavoro per individuare una nuova figura» (si sottolinei l’uso dell’avverbio «già »), prendeva a girare voce che il no ufficiale alle Olimpiadi del 2024 verrà dato a ore.
Roba che passa quasi inosservata in pomeriggi in cui si fatica a tenere dietro a una cronaca dall’andamento psichedelico.
Fin lì, infatti, la notizia era lo scioglimento del direttorio locale costituito per affiancare Raggi, o tenerla d’occhio, e costituito da Fabio Massimo Castaldo, Gianluca Perilli e dalla coppia di fidanzati Stefano Vignaroli e Paola Taverna.
Con massima soddisfazione di tutti, del direttorio molto contento di lasciare Raggi al suo destino, e di Raggi molto contenta di non avere più scocciatori fra i piedi.
Da quello che si è capito, Raggi ormai procede per conto proprio, immersa nei suoi giri, quelli della più attiva destra romana, e nell’ostilità di Beppe Grillo e della non-struttura.
Non sembra nemmeno più una del Movimento, tanto che ancora ieri è andata avanti la sfibrante discussione a proposito dell’opportunità di levarle il simbolo. Per ora non si fa. Sarebbe un disastro d’immagine mai visto nella pur fantasiosa politica italiana.
E il gesto della tregua è stato di spostare Raffaele Marra dal ruolo di vice capo di gabinetto a quello di capo del dipartimento del personale, in attesa che poi gli si trovi un’occupazione adeguata.
Un gesto di tregua perchè Marra, ex ufficiale della Guardia di finanza, è stato direttore dell’ufficio per le politiche abitative del Campidoglio con Gianni Alemanno sindaco. Insomma, un altro impuro.
Come impuro sarebbe Salvatore Romeo, che in Comune ci lavora dal ’99: messo in aspettativa, è stato riassunto da Raggi con stipendio triplo nella posizione di capo della segreteria; ora lo stipendio sarà nuovamente tagliato e gli verrà levata qualche delega, di modo che faccia meno danni (nella visione ortodosso-grillina, naturalmente).
Non è finita qui: in questo scambio di prigionieri, Raggi è riuscita a confermare Muraro, poichè dell’inchiesta a suo carico non si conoscono i contorni, e nonostante ieri i carabinieri siano andati a prelevare altri documenti all’Ama, l’azienda della nettezza urbana in cui Muraro avrebbe commesso i suoi peccatucci, sempre che li abbia commessi.
Tutto in una giornata che doveva essere di passaggio, e trascorsa dalla sindaca dietro quattro mura, fra voci incontrollate di fughe a prendere il figlio alla scuola calcio, e una apparizione in pubblico alla mattina, quando aveva preso parte alle celebrazioni dell’8 settembre, giorno dell’armistizio.
Il problema è che il 9 cominciò la guerra civile.
(da “La Stampa”)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
E DI MAIO DOVREBBE DIMETTERSI DAL DIRETTIVO NAZIONALE
Luigi Di Maio negli ultimi mesi è stato coccolato, complimentato, conteso dai vari talk shaw politici,
invitato a seminari ed eventi, inseguito dai giornali, apprezzato da tutti i luoghi di potere – ambasciate o istituzioni che fossero – e ha parlato dove e come voleva e alle condizioni che dettava.
Il suo volto e lo spazio che ha raccolto nei media è secondo solo a quello di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi.
Abbiamo invece appreso ieri, davanti a una piazza del suo partito, e di fronte al suo leader Beppe Grillo, che tutta l’ingarbugliata vicenda Roma, i suoi errori, di cui per altro ha chiesto scusa, altro non sono che casi montati dai media.
È possibile che abbia ragione. Tuttavia, vista la sua prominenza su questi media, varrebbe forse la pena che facesse una più precisa denuncia e ci dicesse esattamente quali media stanno complottando contro di lui e il suo movimento.
Così, tanto per sapere, no?, visto che la regola che i cittadini debbano essere informati rimane uno dei pilastri ideologici del movimento.
Una identica extra-richiesta di spiegazioni andrebbe fatta alla Sindaca di Roma Virginia Raggi.
Ha scaricato tutti eccetto l’assessore Muraro che ha tenuto in nome del principio garantista “saranno i magistrati a decidere cosa succede”.
Il garantismo entra così nel Pantheon delle convinzioni politiche dei pentastellati o si tratta solo di un paio di parole a vuoto per fornire una via d’uscita alla Raggi? Facciamo nel frattempo notare che Virginia Raggi non ha il problema di sapere cosa diranno i giudici sul caso Muraro; ha il problema di spiegare ai suoi e a chi l’ha votata perchè non ha detto dell’inchiesta, perchè ha mentito per coprire le menzogne dell’assessore.
E non ha il problema solo di mandare via, come ha fatto, i suoi collaboratori “sbagliati” ma di farci capire i criteri per cui li ha scelti al primo giro e perchè li manda via ora.
Così Di Maio. Sono fra i suoi estimatori ma la sua uscita sul palco di Nettuno l’ho trovata triste. Se fosse, come dice di essere, co-responsabile del pasticciaccio, chiedere scusa ai propri militanti è un atto giusto, ma non è un atto politico.
Per un politico come lui non aver capito il senso di una mail è una confessione di incapacità , incompatibile con il suo ruolo di leader al vertice di una organizzazione. Accettato il perdono, Di Maio dovrebbe dimettersi dal Direttorio nazionale.
Potrei continuare, ma bastano queste poche osservazioni per rendere ovvio quello che è successo: alla fine di questo giro, il risultato paradossale è che tutti pagano pegno, proprio tutti, eccetto il Sindaco e Di Maio.
Un atteggiamento molto diverso dal rigore, dalle condanne che hanno portato negli anni a espulsioni di militanti e sindaci (Pizzarotti, per tutti) per violazioni molto meno gravi dell’etica del movimento.
Al contrario Grillo e il gruppo dirigente nazionale hanno questa volta scelto il gioco delle parole e delle immagini per creare una messa in scena -un po’ di autocritica maoista, un po’ di lacrime, un pizzico di garantismo, e una buona dose di “vaff….” tanto per rinverdire le memorie dei tempi ruggenti- un mix che soddisfacesse emotivamente i propri militanti ma senza davvero fornire nessun chiarimento.
Mirata in realtà solo a salvare il Sindaco e il Direttorio nazionale, per non destabilizzare Roma, e il movimento.
Forse qualcosa di più Grillo dovrebbe dirci in merito.
Visti anche i segnali di scontento che continuano a emergere dentro i pentastellati, a partire dalla dissoluzione del Direttorio romano.
“Quer pasticciaccio brutto” del Campidoglio, direbbe Gadda, non è stato affatto dipanato.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL NOBILE DISCORSO DI RE HARALD DI NORVEGIA HA COMMOSSO NON SOLO IL SUO PAESE… “CASA NOSTRA E’ LA’ DOVE BATTE IL NOSTRO CUORE”, CONTRO OGNI RAZZISMO
“Siamo tutti norvegesi: etero e gay, cristiani, musulmani e atei, chi è nato “qui e chi è venuto qui fuggendo da persecuzioni o miseria”.
Non lo ha detto un attivista pro-migranti, bensì Sua Maestà Harald V, amatissimo, anziano ma ancora ‘very fit’ re di Norvegia.
E’ forse la prima volta che un sovrano pronuncia un discorso di tale apertura, e ciò è tanto più rilevante in un momento in cui populismi, xenofobia, intolleranza si diffondono nel mondo libero.
E allora “Il discorso del re”, come ormai lo chiamano tutti alludendo al celebre film su Giorgio VI d’Inghilterra, diventa virale su internet e commuove il paese e la community online globale.
Harald ha parlato la settimana scorsa, nel suo tradizionale discorso ai sudditi-cittadini nel bel parco del palazzo reale nel cuore di Oslo.
Parco sempre aperto al pubblico, dove egli spesso passeggia per tenersi in forma e mischiarsi alla gente, e pur di giocare coi bimbi di passaggio allontana la scorta.
Ma aveva parlato a braccio, e senza che il protocollo diffondesse alla grande notizia delle sue frasi.
Poi però col tam-tam in rete la story si è diffusa.
Ecco i passi salienti del ‘discorso del re’:
“I norvegesi siete voi. I norvegesi siamo noi…la Norvegia è unita, è una, al paese appartengono tutti gli esseri umani che vi vivono per quanto diversi tra loro possano essere”.
E poi ancora: “Sono norvegesi ragazze che amano altre ragazze, ragazzi che amano altri ragazzi, e ragazze e ragazzi che si amano tra loro…i norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla”.
Poi il sovrano è passato ad affrontare il tema dei migranti: “Sono norvegesi anche coloro i quali sono venuti dall’Afghanistan o dal Pakistan, dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria, immigrati da noi. Anche i miei nonni centodieci anni fa vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra. Non è sempre così facile dire da dove veniamo e quale è la nostra nazionalita. Ciò che chiamiamo casa nostra è il luogo dove è e batte il nostro cuore, e non sempre questo luogo è reperibile all’interno delle frontiere di un paese”.
“La mia grande speranza per la Norvegia cara patria, ha continuato Sua Maestà , è che la gente si adatti accettandosi a vicenda, “che noi continuiamo a costruire questo paese basandolo sui valori della fiducia, della comunità e della generosità ; che noi siamo consapevoli di essere un solo popolo, nonostante ogni differenza tra noi, che sappiamo sempre che la Norvegia è una e unita”.
Le parole di Harald V sono state interpretate come un implicito ma chiarissimo attacco a tutti i populisti e xenofobi, tendenze che l’ondata migratoria ha diffuso e rafforzato anche in Scandinavia, Norvegia compresa.
L’attuale governo di centrodestra norvegese – i conservatori della premier Erna Solberg e i populisti come junior partner – segue una politica dura verso profughi e migranti.
D’altra parte la Norvegia è da anni, come la vicina Svezia, uno dei paesi che hanno accolto e salvato il maggior numero di persone in fuga da guerre e dittature o miseria, in rapporto alla popolazione autoctona.
Il settantanovenne sovrano e la sua consorte, la regina Sonia, sono da tempo tra i regnanti più popolari del mondo. Poliglotti ma vicini al popolo, e sempre pronti ad accettare a cuore aperto lo spirito del tempo.
Come quando dissero sì senza esitazione alle nozze tra il principe ereditario, loro figlio Haakon, e Mette-Marit, una giovane Cenerentola ‘commoner’ (borghese) povera, divorziata e con un figlio di primo letto e un passato discusso.
O come quando reagirono con sorriso alla piccola gaffe di Renzi il quale, nel corso della visita dei reali in Italia (sotto il regno di Harald i rapporti economici e politici bilaterali Oslo-Roma hanno vissuto e vivono un grande sviluppo) strinse la mano a Sua Maestà , gesto non previsto dal protocollo.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“GLI ITALIANI ORA LI GIUDICANO PER I RISULTATI, NON PER LE PROMESSE: PER ORA SONO FRAGILI”
La sindaca di Roma Virginia Raggi ha assunto l’incarico con la promessa di aprire una nuova era per
la politica della città , ma il suo Movimento 5 Stelle sta imparando una «lezione dolorosa: è più facile essere un movimento anti-establishment che essere l’establishment», sottolinea la BBC in una cronaca da Roma.
Con la sua elezione e quella di Chiara Appendino a Torino, gli italiani sono per la prima volta in grado di giudicare il movimento dai suoi risultati, non dalle sue promesse, si ricorda, per stabilire che «fino a ora, il risultato è piuttosto fragile».
Il movimento ha creato consensi con promesse contro la corruzione, «e ora si trova bloccato sullo stesso terreno in cui altri partiti politici italiani vengono regolarmente accusati di malagestione e corruzione».
(da agenzie)
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