Destra di Popolo.net

INTERVISTA A ROBERTA LOMBARDI: “DI BATTISTA E DI MAIO COMUNICATORI, NON LEADER”

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

“IO E QUELLI DELLA PRIMA ORA BADIAMO ALLA SOSTANZA”

Non si può dire che Roberta Lombardi non abbia il coraggio di parlare con franchezza.
Di recente, hanno fatto scalpore la definizione di Raffaele Marra come del «virus che ha infettato il Movimento» e l’invito alla sindaca Virginia Raggi a «pubblicare i pareri dell’Anac».
Ora, a Palermo, è stata tra gli organizzatori della manifestazione «Italia a 5 Stelle», ma non rinuncia a parlare chiaro. Anche con durezza (anche se sul palco, vicino a Grillo, si commuove).
E lo fa a partire proprio dalla Raggi.
Lei ha preso le distanze da alcuni atti della sindaca Raggi. Che rivendica autonomia. Fino a dove può arrivare questa autonomia ?
«A Roma c’è il Movimento 5 Stelle e c’è il sindaco di Roma, sono su due strade diverse. Per ora procedono su binari paralleli: speriamo che prima o poi le due strade si incontrino e finiscano per coincidere».
Lei è stata molto dura con Raggi. Ne ha pagate le conseguenze nel Movimento?
«Ma no, non ho pagato alcuna conseguenza».
Grillo è tornato capo politico e ha sciolto il Direttorio.
«No, non mi risulta che abbia sciolto il Direttorio. E Grillo ha sempre avuto un ruolo politico, sin dall’inizio».
Anche il Direttorio però ha assunto un ruolo politico
«All’inizio no. Il direttorio è stato creato il giorno dopo l’assedio dei fuoriusciti a casa di Grillo. Lui disse: d’ora in poi questi problemi ve li vedete voi. E quindi è servito soprattutto da filtro tra Beppe e questi problemi. E ha avuto soprattutto un ruolo di comunicazione. Poi è vero che con il tempo si è creato un po’ un equivoco e certe uscite comunicative sono diventate politiche. E dunque sbagliate».
Come quella del governo di scopo, di Di Battista?
«Sì, è stata un’uscita sbagliata. Mentre è stato giustissimo difendere e imporre la questione del reddito di cittadinanza. Ma in quel caso era diverso, su quel tema ci abbiamo lavorato».
La comunicazione è diventata predominante. Da Roberto Fico, che è nel direttorio, sono arrivate critiche molto forti. Ha parlato di «vippaggine inutile», di troppi selfie e post celebrativi.
«Diciamo che c’è un prima e un dopo. Ci sono quelli che sono arrivati prima del 2012, cioè la vittoria di Parma: io, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberto Fico. E ci sono quelli arrivati dopo».
La vecchia e la nuova guardia.
«Quell’anno è stato un po’ spartiacque. Noi badavamo soprattutto alla sostanza, al lavoro di squadra. Chi è arrivato dopo spesso ha fatto prevalere la comunicazione alla sostanza. Il problema è che talvolta, per la fretta di comunicare, un po’ alla Renzi, butti il cuore oltre l’ostacolo e dici cose che non rappresentano il Movimento».
Di Maio e Di Battista sono i nuovi leader politici del Movimento, insieme a Grillo?
«Ognuno di noi sa fare bene delle cose. È il metodo di Beppe, quello di assegnare a ciascuno un compito, magari senza neanche un incarico ufficiale. Di Maio e Di Battista, sono bravi a comunicare ed è giusto che vadano in tv. Ma non hanno un ruolo politico».
L’unico leader politico è Grillo?
«Tra noi deve valere il lavoro collettivo. Per essere leader occorre l’autorevolezza. E per ora quella c’è l’ha solo Beppe».
E Davide Casaleggio?
«La sua figura è molto importante ed è legata soprattutto alla gestione del blog. E poi è figlio di Gianroberto ed è grazie a lui se ci vediamo tutti gli anni in una grande manifestazione. Io adoro tutti i Casaleggio».

Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)

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QUANDO I VARESOTTI DIVENTANO TERRONI

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

IL MONDO ALLA ROVESCIA: ORA   E’ MARONI A CHIEDERE A RENZI RITORSIONI CONTRO GLI SVIZZERI

Sono nato a Somma Lombardo, ho fatto le elementari a Casenuove e il liceo a Gallarate, la mia ragazza nell’anno della maturità  era di Cassano Magnago, dov’è nato e cresciuto Umberto Bossi.
Ho esattamente la stessa età  – anno, mese, giorno – di Roberto Maroni, che è di Varese, dunque varesino, mentre io sono varesotto, in quanto del contado.
Ho conosciuto Bossi nel 1984 in via Turati a Milano, dove veniva a portare i suoi volantini farneticanti e dunque toccava a me, ultimo arrivato nella redazione di Repubblica, andarci a parlare e liquidarlo in fretta ma “senza che s’offenda, chè poi urla”, raccomandava il capocronista.
Da quando avevo tutti i capelli conosco le ragioni, irrazionali, della tardiva xenofobia del presunto popolo prealpino, per fortuna positivamente innervato e rinvigorito fin dagli anni Cinquanta dagli immigrati veneti, pugliesi, siciliani, sardi (il mio caso), campani, calabresi.
Dunque, popolo altrettanto spurio di quello padano, ancora da inventare ai tempi dell’Umberto milanese attivista di base.
Dalle mie parti i primi ad arrivare erano stati i veneti e i pugliesi, perchè l’Aermacchi, l’Agusta, l’Ignis, il Lanificio di Somma preferivano gli operai senza grilli per la testa. Oppure capitavano come avieri a Malpensa e poi mettevano su famiglia lì, a Vergiate, a Induno Olona, a Jerago con Orago.
A Casenuove, a metà  anni Sessanta gli immigrati dalla bassa Padovana e dal Mezzogiorno erano più della metà  dei 960 abitanti.
Ricordo i loro cognomi tutt’altro che autoctoni, come peraltro il mio: Milan, Zanatto, Zavagnin, Maraschiello, Esposito, Capuano, Augias.
Poi venne l’era dei leghisti. Che facevano proseliti chiedendo che gli insegnanti “siano solo settentrionali”, che “il lavoro venga dato anzitutto ai lombardi”, che “le nostre tasse non finiscano più a Roma ladrona”, che “i terroni bisogna mandarli a casa loro, tanto qui rubano i posti a noi”.
In Canton Ticino qualcuno prese subito a guardare con interesse all’ex comunista di Cassano Magnago, peraltro con famiglia a due passi dal confine, a Gemonio, dopo il matrimonio con Manuela Marrone, di evidenti origini siciliane.
La lega dei ticinesi, prontamente fondata dall’imprenditore luganese Giuliano Bignasca, ottenne in breve successi elettorali percentualmente perfino più rilevanti di quelli del partito di raccolta etnica padano.
La sua influenza sull’unione democratica di centro, antico partito di destra, fu nel tempo notevole.
Sommati, sono ora maggioranza nella Svizzera Italiana. Con conseguenze prevedibili: crescente xenofobia, maggiore attenzione alle iniziative delle frange populiste, l’isolazionismo come punto di riferimento condiviso.
Infine, il referendum cantonale chiamato “Prima i nostri”, vinto largamente ieri a larga maggioranza, che propone all’assemblea federale di Berna di limitare l’accesso e i diritti dei lavoratori – sessantamila! – che ogni giorno attraversano da sud la frontiera sciamando verso Chiasso, Lugano, Mendrisio, Locarno, su su fino a Bellinzona.
Gente che arriva quasi tutta dalle province di Varese e Como, terra di coltura del “leghismo duro” e puro.
Così, mentre l’erede di Bossi, Matteo Salvini trasferisce dai “terroni” ai “negri” le stesse parole d’ordine di trent’anni fa, i suoi confratelli svizzeri fanno lo stesso nei confronti dei varesini e varesotti.
Perchè più a Sud c’è sempre qualcuno da fermare o cacciare. O qualcuno da epurare in quanto meno onesto o più corrotto.
I “rottamatori” vengono rottamati, prima o poi.
Scagliare la prima pietra provoca spesso una “gragnuola” di pietre in risposta, magari dopo anni.
Lo sta scoprendo Maroni, che adesso chiede a Renzi (!) eventuali dure ritorsioni nei confronti degli amatissimi svizzeri.
Il mondo alla rovescia.

(da “Huffingtonpost“)

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PRIMA GLI ITALIANI O PRIMA GLI SVIZZERI? IL BOOMERANG CHE HA COLPITO SALVINI IN PIENA FRONTE

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

OGNUNO SI TROVA A SUD DI QUALCUN ALTRO… A FORZA DI INVOCARE MURI, ORA I PADAGNI SE LO TROVANO ALLE PORTE DI CASA

Il Ticino alza un muro contro i nostri connazionali che vi lavorano. Il “sì” alla consultazione “prima i nostri”, chiesta dalla destra nazionalista dell’Udc e dalla Lega dei Ticinesi, ha vinto con il 58%.
Il testo sottoposto agli elettori del cantone al confine con l’Italia, dove lavorano circa 62mila frontalieri, chiede che il mercato del lavoro privilegi, a parità  di qualifiche professionali, chi vive sul territorio. “prima gli svizzeri!”, dunque.
Il senso politico del risultato appare abbastanza chiaro: rappresenta l’insofferenza per il crescente numero di lavoratori nel cantone provenienti dall’Italia.
Un’insofferenza che non avrà  effetti pratici immediati, a quanto pare, considerato che la regolamentazione del mercato del lavoro rappresenta materia esclusiva del governo centrale di Berna.
I pendolari che, quotidianamente, si muovono soprattutto dal Piemonte e dalla Lombardia per attraversare il confine e raggiungere il loro posto di lavoro sono accusati di provocare un fenomeno di generale ribasso dei salari.
Ognuno, pare, si trovi al sud di qualcun altro, venendone discriminato in virtù di un nazionalismo esagitato e di concezioni che vanno contro la logica della stessa evoluzione collettiva delle nazioni e dell’intera umanità .
Resta il fatto che in un periodo caratterizzato da una forte crisi economica e sociale, da cui non se ne esce, si nota sempre più la frequenza con cui i partiti nazionalisti e populisti vanno affermandosi, a maggior ragione in un paese di frontiera come la Svizzera.
Ma, vuoi vedere che la vicenda non possa far riflettere quelli della Lega Nord di Salvini, che da tempo cavalcano la retorica del “prima gli italiani!”, slogan tanto caro alle destre xenofobe e razziste?
Già , in questo caso, però, gli stranieri sono i transfrontalieri italiani.
E allora come la mettiamo? Diamo ragione agli svizzeri?
Oppure ci ricordiamo del lapsus rivoltoso in cui incappò il grande De Andrè, in un concerto registrato con la Pfm, allorquando cantò “Mia madre mi disse: non devi giocare con gli svizzeri nel bosco”, sostituendo “zingari” con “svizzeri”?
La storia, anche quella più recente, fino ad arrivare alle cronache internazionali del presente, è spesso segnata da puntualissimi e beffardi fenomeni di nemesi.
Chissà  cosa pensano, a esempio, i leghisti lombardi di fronte allo “stop agli stranieri” dei leghisti ticinesi?
Vale lo stesso imperativo categorico da loro usato per gli emigranti in genere (anche per gli italiani del meridione) che cercano e trovano un lavoro in quella regione?
Non saranno mica così sprovveduti da credere che i muri vadano eretti ovunque tranne che alla frontiera tra Italia e Svizzera?
Certo che non è facile spiegare perchè il concetto di “prima gli Italiani!” possa risultare giusto, mentre quello di “prima gli svizzeri!” un po’ meno.
Insomma, l’espressione popolare “Fà¶ra da i ball”, come filosofia politica contro l’immigrazione, è stata presa a modello di esportazione, ritorcendosi contro il luogo di provenienza.
Un boomerang che colpisce in piena fronte quelli del carroccio.
Ma avranno dura, anche quella.

(da “Huffingtonpost“)

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NON SI GOVERNA CON IL MAL DI MEDIA: LE VENATURE PUTINIANE DEI CINQUESTELLE

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

HAI VOLUTO LA BICICLETTA? ORA PEDALA… INUTILE PRENDERSELA COI “PIANI ALTI” QUANDO ORA CI SONO LORO

L’idea di una “rivoluzione normale e gentile” propugnata a Palermo da Virginia Raggi andrebbe spiegata meglio al drappello di ultras nevrastenici che a quel meeting ha aggredito a manate e parolacce alcuni giornalisti in quanto giornalisti, dunque servi dei poteri forti.
La difesa della categoria in quanto tale è molto poco interessante. Detto che ci sono giornalisti bravi, altri meno bravi, altri così così, si è già  detto tutto il necessario, ed è abbastanza superfluo aggiungere che è bene non picchiarli, specialmente i meno bravi che sono quelli che dovrebbero stare più a cuore ai veri rivoluzionari
Interessante, invece, sarebbe capire come si sostanzia e dove va a parare, politicamente e culturalmente parlando, quella particolare e delicata branca dell’ostilità  alle “caste” (quelle vere e quelle presunte) che è l’odio per i giornalisti: uno dei caposaldi del grillismo.
Partito, nella migliore delle ipotesi, come critica radicale di un sistema mediatico giudicato speculare al potere, autoreferenziale, distante “dai veri problemi dei cittadini”, minaccia di assumere, strada facendo, venature putiniane mano a mano che il Movimento si avvicina alla stanza dei bottoni
Come è inevitabile che sia, l’aumento delle responsabilità  amplifica la pressione mediatica: se Raggi fosse solamente una giovane avvocata, vivrebbe serena.
Ma è diventata sindaco della capitale d’Italia, e dunque eccola investita da uno tsunami di parole e immagini che è certamente molto faticoso da reggere dal punto di vista umano, ma ha come unico “mandante” la voglia (e il diritto) dell’opinione pubblica di sapere come vanno le cose in Campidoglio.
Questa pressione non è sempre corretta e non sempre fedele al suo mandato: ho scritto pochi giorni fa che trovavo inutile e orribile l’assedio di cronisti sotto l’abitazione privata di Virginia Raggi, e l’ho scritto su questo giornale, non su un blog corsaro, perchè la stampa – stavo per dire: la democrazia – è abbastanza forte da sapersi contraddire.
Ci si domanda: è il Movimento abbastanza forte da sopportare di essere contraddetto? O insegue un modello (metà  ridicolo, metà  inquietante) di autarchia mediatica che pretende di autorappresentare (come fanno i regimi, e solamente i regimi) le proprie azioni?
Se la pietra di paragone deve essere il blog di Grillo, anche tralasciando ogni polemica sull’autorevolezza degli interventi (che pure conta), il livello di aggressività , disprezzo degli altri, superficialità  dei giudizi, è perfino al di sotto di quello di molte gazzette politiche che usano l’insolenza e l’approssimazione come il pane.
La violenza verbale di piazza e di blog, dunque pubblica, contro gli avversari politici, contro chiunque governi e i suoi presunti “servi” è fin dal primo momento, dalle parti di Grillo, un piatto forte.
Non è mobbing mediatico anche quello, con i suoi rosari di vaffanculo?
Che cosa ha di migliore, di più virtuoso, soprattutto di più “vero”, quel modo di riferirsi al mondo e alle persone, rispetto al sistema dell’informazione così come è, con tutte le sue nefandezze e le sue omissioni
Sarebbe interessante capire quale genere di “informazione” il Movimento avrebbe gradito oppure autoprodotto, sulle vicende romane, nel caso gli odiati “poteri forti”, e i loro servi con taccuino e telecamera, fossero messi finalmente a tacere.
Che le liti interne siano state amplificate e teatralizzate è possibile, ed è un difetto tipico dei media, che tendono all’enfasi, d’altra parte, anche quando si occupano di quisquilie, figuriamoci della Giunta di Roma.
Ma sono venuti fuori – grazie ai media – anche errori marchiani, interferenze politiche (vincenti) della eterna destra romana, goffaggini, gelosie, immaturità : non si dovevano/potevano scrivere
Grillo, dal palco, non ha saputo pronunciare, in proposito, che qualche spiritosaggine, non in tono, diciamo, con il suo ritrovato status di leader, per giunta di un partito che ha ambizioni di governo.
Leggermente meglio hanno fatto altri pezzi dello stato maggiore (la cui composizione rimane comunque imperscrutabile) sostenendo che l’accaduto era sì sgradevole, ma provocato da “scelte editoriali decise nei piani alti”.
Bisogna che qualcuno gli spieghi che ai “piani alti”, ormai, ci abitano loro.
In Campidoglio, anzi, solo loro.
Governano, e da che mondo è mondo chi governa, quando vede un giornalista, deve annodarsi la cravatta, sorridere, cercare di non farsi fregare dalle domande cattive, sorvolare sulle domande sceme, rispondere a tono alle domande intelligenti.
E sapere che quello, anche quello, è il suo mestiere.
Come si dice al bar: hai voluto la bicicletta? Pedala.

Michele Serra
(da “La Repubblica”)

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RENZI PIAZZA LA VIGILESSA AL CONSIGLIO DI STATO CON UNA DEROGA PER L’ETA’

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

LA MANZIONE, GIA’ CAPO DEI VIGILI URBANI DI FIRENZE, ATTUALMENTE E’ RESPONSABILE DEGLI AFFARI GIURIDICI DI PALAZZO CHIGI

Il segno di rottura col passato doveva essere netto e inequivocabile. Mentre Matteo Renzi si insediava a Palazzo Chigi qualcuno fra chi gli stava più vicino aveva perfino meditato un atto quasi ufficiale per scoraggiare la solita processione di consiglieri di Stato intenti a occupare i gabinetti dei ministeri. §
Ma forse era troppo per un governo dove il vecchio sistema aveva ancora solidi punti di riferimento
I segnali comunque arrivarono. Ecco allora Antonella Manzione, già  capo dei vigili urbani di Firenze, al posto del consigliere di Stato Carlo Deodato come responsabile del dipartimento affari giuridici della presidenza del Consiglio.
L’ufficio, per intenderci, che scrive le leggi
La decisione destò scalpore nelle alte sfere delle magistrature, dove fu giudicata una specie di affronto.
Ora la circostanza si ripete: perchè lei stessa, simbolo di quella rottura con il vecchio apparato, sta entrando a farne parte
Renzi ha proposto infatti di nominarla consigliere di Stato.
La ragione? Mormorano i maligni che a Palazzo Chigi sia considerato necessario un ricambio, dopo solo un anno e mezzo.
Certo è che il nome di Antonella Manzione è nella nuova infornata di sette consiglieri di Stato di nomina governativa a cui il Consiglio di presidenza, ovvero il Csm dei magistrati amministrativi che su quelle nomine ha potere condizionante, ha dato il benestare venerdì 16 settembre.
Va ricordato che il Consiglio di Stato è una magistratura particolare, perchè giudica gli atti del governo ma al tempo stesso lo affianca nelle decisioni, e ha due componenti: quella del giudici entrati per concorso e quella dei nominati dall’esecutivo.
Fra questi ultimi c’è di tutto. Alti burocrati parlamentari a fine carriera, maxifunzionari con qualche credito (o risarcimento) da riscuotere e anche ex politici
Nell’infornata in oggetto, insieme al segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti e al comandante della Finanza Saverio Capolupo, c’è per esempio l’ex parlamentare democratico Lanfranco Tenaglia, proveniente dalla magistratura.
E ci sarebbe stata anche la senatrice pd Doris Lo Moro, già  sindaco di Lamezia Terme e consigliere regionale della Calabria, magistrato in tempi lontani, se non fosse stato considerato inopportuno un suo trasferimento diretto da Palazzo Madama a Palazzo Spada
Non hanno fatto breccia, invece, le considerazioni opposte alla nomina di Antonella Manzione. A cominciare dall’età .
Il limite minimo per accedere senza concorso al consiglio di Stato è fissato in 55 anni. Lei, sorella minore del sottosegretario all’Interno Domenico Manzione, ne ha invece 53. Dettaglio che rafforza le tesi secondo cui un avvicendamento al vertice del dipartimento giuridico di Palazzo Chigi è scontato, considerando che con le nuove norme i consiglieri di prima nomina non potrebbero ricoprire incarichi governativi per almeno quattro anni.
Vero è che non c’è ancora il regolamento attuativo, ma la regola esiste.
Quale forma abbia assunto la forzatura anagrafica non è dato sapere. La nomina di Antonella Manzione è però passata, sia pure fra molti mal di pancia come testimonia l’esito finale della votazione: nove a sei.
E qui le dietrologie si sprecano. C’è perfino chi mette in relazione questo episodio con le pressioni crescenti che arrivano dalla magistratura amministrativa.
Pressioni che dopo l’abbassamento drastico del limite, dai 75 anni fissati da Berlusconi ai 70 decisi da Renzi, puntano a ottenere un nuovo innalzamento dell’asticella.
In molti ora guardano fiduciosi al limite del 72 anni. Sicuri di non trovare nel governo cuori insensibili.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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ULTIMATUM DI GRILLO ALLA RAGGI: “BASTA CON GLI IMPRESENTABILI O SEI FUORI DAL MOVIMENTO”

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

IL FACCIA A FACCIA IN MATTINATA, POI IL PALCO DOVE PENSA DI ESSERE LA REGINETTA DELLA FESTA… MA INTORNO TROVA MOLTA DIFFIDENZA

«Bello, bello, bellissimo». Virginia Raggi sembra incantata quando sale sul palco sfidando la superstizione con una maglietta viola.
È intimorita, forse ha paura di non essere la reginetta della festa. Poi ascolta il popolo grillino che scandisce il suo nome: «Virginia, Virginia, Virginia» e si tranquillizza. Certo, l’empatia è un’altra cosa, ma ci prova a trascinare la folla assicurando: «Io non mollo».
Eppure dietro a quel palco qualcuno ci spera che lei molli, l’aggettivo cordiale non descrive i rapporti tra la sindaca romana e le sue colleghe cinque stelle, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberta Lombardi.
Un’accoglienza se non fredda almeno umida come il tempo in questa Palermo che accoglie il popolo grillino.
Per la sindaca non è stata certo una giornata facile: iniziata alle 10,40 di mattina con un faccia a faccia con Beppe Grillo, presente anche Davide Casaleggio. Rocco Casalino, il potentissimo Richelieu (prestato dal Grande Fratello) della comunicazione grillina, assicura che è «stato veramente un bel momento».
Non per Virginia che ha dovuto spiegare quello che va facendo e, soprattutto, non facendo a Roma, a iniziare dall’assessore prossimo venturo al bilancio, il contestato Salvatore Tutino, magistrato della Corte dei Conti, in odore di «casta», almeno secondo big stellati come Di Battista e Ruocco.
Grillo ha parlato chiaro, le ha detto che ha avuto tutto l’appoggio possibile, ma che adesso deve prendersi le responsabilità  delle sue scelte, a iniziare dalla conferma della fiducia alla Muraro.
«Se pensi che sia giusto, fai quello che credi, sei tu il sindaco…». Le conseguenze sono note e passano dal togliere il simbolo dalla bandiera del Campidoglio.
Il nodo cruciale sono le nomine. «Basta impresentabili – ha detto Grillo – E cerca di farti conoscere. Noi non siamo come gli altri, comunichiamo, condividiamo».
E per questo Raggi da domani inizierà  a lavorare a una specie di taccuino sul sito del Comune dove appuntare i «lavori in corso».
Insomma, il movimento non le farà  più da «balia». E anche Alessandro Di Battista conferma a Lucia Annunziata in tv che a Raggi vanno «oneri e onori».
Così, dopo la lezioncina di Grillo e Casaleggio, la prima cittadina della capitale conferma che sulle nomine romane lei si confronta «con consiglieri e assessori».
Poi di corsa al Foro Italico, ad affrontare la platea della festa a cinque stelle. Il repertorio è quello che accende facile l’entusiasmo
«Ci dipingono come una squadra divisa, invece non siamo mai stati così uniti», dice alla folla. I colpevoli? I giornalisti, of course, che dagli attivisti ricevono una buona dose di insulti e spintoni.
Anche se nel backstage tutto questo «peace and love» non si avverte. Rimane una grande distanza tra Virginia Raggi e una parte del movimento.
Soprattutto è aperta la «questione femminile», Virginia contro Roberta Lombardi, Carla Ruocco, Paola Taverna che le imputano di essersi allontanata dall’ortodossia grillina.
Perchè, dicono, delle nomine ne puoi toppare una, ma non è possibile fare strike, riesumando nomi dell’odiato passato.
E chi vuole svilire questa controversia a una rissa «Eva contro Eva», sbaglia .
Perchè in questa frattura «rosa» si annida il tallone di Achille del movimento.

Maria Corbi
(da “La Stampa”)

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ROMA BRUCIA E VIRGINIA BALLA

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

HA PERSO CONTATTO CON LA REALTA’, PENSA DI ESSERE UNA STAR

E la Raggi balla. Non metaforicamente. Balla nel senso che, a un certo punto, si muove a ritmo di musica, tra una domanda dribblata su Roma e una passerella da star sul pratone del Foro Italico di Palermo.
Una foto, quella del sindaco di Roma con le braccia in alto, che denota qualcosa di più di una esuberanza giovanile o di una passione che stenta a trattenere.
Detta senza moralismo, l’immagine immortala già , dopo la falsa partenza al Campidoglio, una perdita di contatto con la realtà , da novella “marziana” di un pianeta che non incrocia il dramma Capitale.
Si potrebbe aggiungere, evocando provocatoriamente l’imperatore che suonava la cetra mentre Roma bruciava, che questo ballo avviene su un gran falò di Roma, con la sua spazzatura, la sua inefficienza diventata sistema, il suo default morale e materiale, creato dalle giunte di Mafia Capitale, dalle convulsioni dell’era Marino, che certamente – ripetiamo: certamente – l’attuale sindaco non ha creato, ma che è rimasto tale – il default – sin da quando si è insediato.
E da allora nulla è cambiato, neanche l’atteggiamento di inconsapevole e anche un po’ sprezzante estraneità  al mondo attorno.
L’altro giorno rimbalzava su tutti i giornali online quel filmato girato nella metropolitana di Roma dove si vedono cittadini che subiscono gesti di violenza e, poco distanti, cittadini fermi.
Racconta di una città  indifferente e violenta, che ha smarrito l’anima.
Oggi rimbalza il video della Raggi che dribbla, a ritmo di musica, le domande su Roma, parla da capo dell’opposizione al governo più che da sindaco e in ultimo si muove a ritmo di musica.
Un contrasto che con l’estetica o con valutazioni piccolo-borghesi sul bon ton non c’entra nulla, ma che invece c’entra – eccome – con la sostanza politica.
Per la città  di Roma prima ancora delle delibere – poche in questi primi mesi – il nuovo sindaco non ha ancora offerto un disegno che andasse oltre la protesta per quelli che c’erano prima, non ha mai parlato il linguaggio di una passione collettiva capace di temperare gli egoismi di parte e di ricostruire una comunità .
Anzi, ha inventato nemici con la retorica dell’assedio e del complotto, anche dove non c’erano, a meno che non si voglia attribuire vitalità  al quel partito da sala di rianimazione che è il Pd in Campidoglio, per non parlare degli altri.
Quante volte, in questa due giorni di Palermo, è stato ripetuto come un mantra, anche da attivisti e simpatizzanti, “lasciatela lavorare”, “vi state accanendo”, “ce l’avete tutti con lei”, come se la causa della paralisi non fossero le liti interne, la faida di potere tra il cerchio ristretto del sindaco, avvolto dall’ombra dello Studio Sammarco e degli ambienti della destra Romana e i vertici del Movimento.
Tutto detto, ridetto, raccontato, come la nomina di un assessore che doveva essere annunciata a Palermo ma poi slittata, perchè tre anni fa l’assessore in pectore era stato attaccato da Di Battista come uno dei simboli della Casta
Palermo non è stata l’occasione per capire come il sindaco ha intenzione di lavorare, con quali uomini, idee, programmi e passioni positive.
È stata l’occasione solo per puntare sull’immagine.
A ritmo di musica, la Raggi diventa simbolo, nella kermesse dei 5Stelle, di una politica intesa – forse diventata – star system.
La sua musica è come la motocicletta su cui arriva Di Battista: spettacolo puro per i fans, che saranno anche cittadini, ma sono soprattutto fans, o almeno trattati come tali. Che cosa poi produca alla lunga questa incomunicabilità  tra palco e realtà , a Roma e non solo, è un altro capitolo della storia.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PM ANTIMAFIA SVIZZERO: “SENZA ITALIANI QUI CHIUDIAMO, I FRONTALIERI SONO INDISPENSABILI”

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

BERNASCONI: “REFERENDUM RIDICOLO, SENZA 62.000 LAVORATORI ITALIANI LE IMPRESE TICINESI CHIUDEREBBERO DALLA SERA ALLA MATTINA”… “LA LEGA SI E’ INVENTATA LA PAURA DA SCARICARE SU UN NEMICO IMMAGINARIO”

“Dietro il risultato di questo referendum c’è sicuramente la mancanza di conoscenza delle regole basilari dell’ economia: senza italiani, qui chiudiamo. I frontalieri sono indispensabili”.
Lo dice al Corriere della Sera l’ ex pm antimafia svizzero Paolo Bernasconi commentando l’ esito del referendum in nel Cantone Ticino.
“È in atto uno scollamento tra ciò che fanno i partiti e quello che accade nel mondo dell’ economia”, sottolinea Bernasconi.
“Le imprese ticinesi chiamano ogni giorno dall’ Italia 62 mila lavoratori, senza i quali il sistema manifatturiero, la sanità , il commercio chiuderebbero dalla sera alla mattina. E questi cosa fanno? Votano per rimandarli indietro. La realtà  è che i frontalieri sono indispensabili alla nostra economia”.
“Il Parlamento ha scelto la via della trattativa, degli accordi con l’ Unione Europea, ed è quella corretta. Qui invece prevalgono gli slogan, la faciloneria, l’ illusione che possano esistere soluzioni immediate a problemi complessi”.
“Si tratta di una questione strettamente politica, di un gioco di potere. L’ Udc, la Lega dei Ticinesi stanno tentando di scalzare le èlite economiche rappresentate dai partiti storici e allora devono inventarsi qualcosa. Che cosa? La paura, la paura da scaricare su un nemico a portata di mano. E a questo scopo sono venuti buoni i lavoratori italiani”.
Per Bernasconi comunque la consultazione di ieri non avrà  conseguenze concrete. “Non si riuscirà  ad attuare la norma prima di tutto perchè è incostituzionale”, sottolinea, “introduce delle disparità  tra cittadini e fa prevalere un criterio come la residenza sul merito e le capacità , condizionando la libertà  di scelta delle imprese. Ma soprattutto sarà  la realtà  a imporsi. Sono in contatto con numerosi ceo di società  grandi e piccole, che vivono di export. E sapete cosa mi dicono tutti? Che in Svizzera non c’è abbastanza manodopera, che abbiamo bisogno di lavoratori provenienti dall’ estero”

(da “Huffingtonpost”)

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QUANDO A CRESCERE E’ IL LAVORO DEGLI IMMIGRATI

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

PERCHE’ LA CRISI NON E’ UGUALE PER TUTTI

Che negli anni della crisi l’industria abbia perso il 20-25% della sua capacità  produttiva è noto. Che il Pil si sia contratto di circa il 10% è noto. Che gli occupati totali siano diminuiti di oltre 1 milione di unità  è noto.
Meno noto è il fatto che esista un segmento della società  italiana che, negli anni della crisi, si è rafforzato sistematicamente, senza mai perdere un colpo.
Anzi, per essere precisi, questo segmento della società  italiana è in costante espansione dal momento in cui esistono statistiche che lo rilevano con precisione, ossia dal 2004.
Di chi si tratta? Si tratta degli occupati immigrati.
Nel secondo semestre 2008, ossia esattamente 8 anni fa, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila
A otto anni esatti di distanza, nel secondo semestre del 2016 (ultimo dato disponibile) sono diventati 2 milioni e 400 mila, ossia il 50% in più
Mentre gli stranieri conquistavano inesorabilmente posti di lavoro, a un ritmo di 100 mila l’anno, gli italiani ne perdevano più di un milione.
Nella fase acuta della crisi, ossia dal 2008 al 2013, i posti di lavoro occupati da italiani si sono ridotti di circa 1 milione e 800 mila unità , salvo risalire in parte la china nel corso degli ultimi due anni.
A oggi il bilancio complessivo 2008-2016 si riassume in due cifre: stranieri, 800 mila posti in più; italiani 1 milione e 200 mila posti in meno.
Queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perchè l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale.
La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare: se guardiamo alle cifre totali, mancano “solo” 400 mila posti di lavoro per tornare al 2008, ma se guardiamo alle cifre dei soli italiani di posti di lavoro ne mancano più di 1 milione e 200 mila.
Ecco perchè il morale del paese è basso, e le consuete parole di conforto e incitamento sortiscono ben pochi effetti
Ma se il crollo occupazionale degli italiani spiega alcune cose, non è così chiaro come mai gli stranieri abbiano addirittura rafforzato le loro posizioni sul mercato del lavoro.
A me pare che di tali ragioni ve ne siano almeno tre.
La prima è banale: negli ultimi anni il peso degli stranieri nella popolazione si è accresciuto notevolmente, e questo mero fatto non può che aumentare le probabilità  che un posto vacante sia occupato da uno straniero piuttosto che da un italiano.
La seconda ragione è che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri).
La terza ragione è più generale, e probabilmente più difficile da riconoscere.
Anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà  è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto “choosy” (copyright Elsa Fornero) nella ricerca di un lavoro.
In tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sè stessi, opinione che scuola e università  si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate.
Si può deplorare quanto si vuole questa situazione, e immaginare che quelli degli italiani siano diritti negati, e la condizione degli stranieri sia di puro e bieco sfruttamento (come in effetti talora è: vedi le tante Rosarno, vedi la piaga del lavoro nero).
E tuttavia c’è anche un altro modo di raccontare le cose.
Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finchè trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni.
Quanto a noi italiani, è certamente vero che i posti sono pochi, troppo pochi (ce ne mancano circa 6 milioni per diventare un paese appena normale, con un tasso di occupazione in media Ocse), ma purtroppo è anche vero che paghiamo lo scotto di aver liceizzato tutto — scuola e università  — senza valutarne le conseguenze.
In un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie, aver svuotato di ogni vero saper fare la maggior parte dei diplomi di scuola secondaria superiore non è stata una grande trovata.
Forse, l’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà  e determinazione, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto.

Luca Ricolfi
(da “il Sole24ore”)

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