Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA POLISPORTIVA TADASUNI SI ISCRIVE AL CAMPIONATO GRAZIE A SEI RAGAZZI SCAPPATI DALLA GUERRA
L’allenatore è duro con tutti, ma da Saja pretende di più: «Tu sei il più forte, sei il nostro bomber, devi
imparare a tirare bene in porta. Finchè non fai rete, tutti noi continuiamo ad allenarci. E se oggi non segni almeno una volta ti toccherà pagare una multa di cinque euro».
Saja tira cinque o sei volte e alla fine batte il portiere. Esultano tutti: sì, perchè oggi l’allenamento è finito in anticipo, ma soprattutto perchè qui il gol più importante l’ha fatto l’intera squadra.
La prima partita di seconda categoria si disputa la settimana prossima, ma il campionato dell’integrazione l’ha già vinto Tadasuni, un piccolo paese della Sardegna centrale dove i migranti tengono in vita la storica squadra di calcio.
In rosa ci sono soltanto quattro giovani del posto, gli altri arrivano dai paesi vicini e in sei da molto più lontano. Quattro dal Gambia, uno dalla Guinea e uno dal Ghana. Hanno più o meno tutti la stessa storia: la fuga dalla povertà e dalla guerra, il sogno di una nuova vita in Europa, la traversata nel deserto e l’avventura in mezzo al mare a bordo di un barchino.
Modou Camara dice di avere 18 anni, è il più promettente tra i nuovi calciatori di Tadasuni ed è sbarcato in Italia solo tre mesi fa: direttamente in Sardegna, da una nave approdata a Cagliari.
Alieu Sanneh è un attaccante, ha 24 anni e pure lui ha lasciato tutta la famiglia in Gambia: «Giocare in questa squadra mi sembra un sogno, quello che sta succedendo qui è tutto bellissimo. Io non voglio più andar via dalla Sardegna, non mi interessa andare in Germania o Francia, vorrei costruire con voi il mio futuro».
I sei calciatori che ancora non parlano bene l’italiano vivono in un campeggio trasformato in centro di accoglienza, una struttura ben organizzata che si trova nelle campagne di Norbello, a una decina di chilometri da Tadasuni.
«Io li ho conosciuti proprio nel campeggio, dove ogni tanto vado a dare una mano ai volontari — racconta l’allenatore Lello Medde — Nella struttura non c’è un campo e i ragazzi giocano a calcio accontentandosi di una porta fatta di pietre. Io ne ho scelti sei e sono sicuro che tra loro ci sia almeno un talento. Ancora non conoscono la tecnica, ma sono i più forti, quelli più carichi. La lingua, per ora, è l’unico problema, ma i ragazzi hanno già studiato un linguaggio convenzionale, tutto fatto di gesti, così anche gli avversari non ci capiscono».
Da trentacinque anni a questa parte la Polisportiva Tadasuni non ha saltato un campionato. Ma adesso bisogna fare i conti con lo spopolamento. I giovani vanno lontano per studiare e cercare lavoro e nei piccoli centri del Barigadu molte case si stanno svuotando.
Alla periferia di Tadasuni, dietro una collina tutta verde, c’è un bel campo sportivo, spogliatoi puliti e ordinati e persino una tribuna coperta dalla quale si vede il lago Omodeo.
Il calcio è una passione condivisa, ma il presidente della polisportiva Savino Miscali si è trovato ad affrontare un problema inedito: mettere insieme i giovani necessari per formare la squadra.
E così anche il sindaco Mauro Porcu, l’assessore ai lavori pubblici Pierpaolo Oppo e un consigliere comunale scenderanno in campo ogni domenica.
«I sei ragazzi africani ci aiutano a portare avanti la nostra passione per lo sport — dice il presidente Miscali —. Noi siamo ben felici di accoglierli, sia perchè la squadra potrà avere un futuro anche grazie a loro e sia perchè l’integrazione è uno dei valori più importanti dello sport. Certo, non possiamo dar loro neanche un centesimo, ma assicuriamo scarpe, abbigliamento e tantissimi sorrisi».
Nicola Pinna
(da “la Stampa”)
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Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
SUPERA I 300 MILIARDI DI EURO L’ANNO: PER ALCUNI E’ UNA VIRTU’, PER ALTRI UNA PROVA DI COLPEVOLEZZA
La tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale.
Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza
Ha più senso vedere di che si tratta in concreto.
Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo.
Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno.
Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità , dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi
Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perchè anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero.
Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia.
Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio
La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anzichè al resto d’Europa.
È qui che la discussione diventa politica.
Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perchè la prima economia dell’area approfitta della disponibilità a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo.
La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perchè vi vedono un simbolo della loro efficienza.
Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perchè quello che oggi sembra a tutti un clichè nazionale è invece un vero e proprio inedito.
Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi
Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato.
È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti.
L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole.
Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi
Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni.
Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica.
Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico – il tasso di cambio – perchè i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze.
È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica.
Nel tessuto delle comunità nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia
Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia.
Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi
C’è da capire questi politici, perchè le loro responsabilità sono europee ma il loro mercato del consenso resta nazionale. Vincono o perdono in casa propria.
Ora Merkel sta cercando di stimare a che tipo di vittoria andrebbe incontro, prima di decidere se ripresentarsi alle elezioni tra un anno: dopo tre mandati, non vuole diventare un’anatra zoppa.
Ma passata la stagione delle urne in Italia, Francia e Germania, fra un anno potrebbe aprirsi lo spazio per una fase di governo collettivo più illuminato per l’area euro. Potrebbe essere l’ultima.
Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
CONTINUA LA FARSA DELLE NOMINE… ANCHE QUELLA DI BERRUTI E’ A RISCHIO E SAPETE PERCHE’? PARE CHE IL FRATELLO FREQUENTI LA FIGLIA DI MALAGO’… MANICOMIO A CINQUESTELLE
Se parli con i dirigenti dei 5 Stelle, le reazioni al nome delle Raggi sono molto diverse. In molti si
sottraggono. Altri lasciano filtrare, anonimamente, perplessità
Ma critiche arrivano anche apertis verbis .
Basti sentire quel che dice Roberto Fico, quando parla di Salvatore Tutino, che sarebbe stato scelto dalla Raggi come prossimo assessore al Bilancio: «Dico solo che spero che la Raggi si sia letta le interrogazioni parlamentari che abbiamo presentato». Interrogazioni per nulla tenere con lui.
Un altro membro dell’ormai defunto direttorio, Carlo Sibilia, si augura che «la sindaca ci pensi bene, quando prenderà questa decisione».
Il mantra è che la Raggi è e deve essere autonoma: «Le decisioni le prende la signora», chiarisce Grillo seccamente, usando un termine non troppo affettuoso.
Fatto sta che non piacciono molte delle decisioni prese dalla Raggi. E la conferma arriva da Alessandro Di Battista: «Sì, con Tutino sono stato molto duro in passato».
È vero, conferma Vignaroli, «abbiamo criticato Tutino, anche se ora dobbiamo vederlo all’opera».
Piccole aperture di credito che nascondono uno scollamento sempre più evidente tra la Raggi e il Movimento.
Non sono un mistero le critiche di Paola Taverna e di Carla Ruocco. Critiche non solo su Tutino, ma anche su diverse scelte precedenti, come quella di Raffaele Marra, già vicino ad Alemanno, capo del dipartimento comunale personale.
In realtà le tre scelte appena prese – Salvatore Tutino al Bilancio, Alessandro Gennaro alle Partecipate e Gianluca Berruti all’anticorruzione – sono già in bilico.
Tutino resta papabile. Ma ci sono dei problemi sui tempi: la nomina potrebbe slittare di settimane visto che per il magistrato c’è il passaggio formale al Consiglio di presidenza della Corte dei conti per la richiesta di aspettativa senza assegni.
Raggi avrebbe voluto bypassare questo step, per questo cercava un magistrato «ex». Invece i calcoli si sono rivelati approssimativi: «Non sono un pensionato, lunedì vado regolarmente a lavoro», dice Tutino che non conferma nè smentisce la proposta della Raggi («Su questo preferisco non rispondere, capirà …»)
E poi ci sono le vecchie polemiche con i vertici del Movimento per la pensione d’oro che, nonostante ieri il tentativo di smorzare di Di Battista hanno finito con l’entrare in circolo.
È un problema che mette a rischio lo schema di Raggi.
Se Tutino non è sicuro del Bilancio, vacilla anche la scelta per le Partecipate, il 39enne Alessandro Gennaro.
Berruti invece, potrebbe pagare la presunta frequentazione del fratello con una figlia del presidente del Coni, Giovanni Malagò.
E c’è fermento tra i consiglieri M5S: alcuni hanno risposto alla mail del Coni che sollecitava di opporsi alla mozione del no alle Olimpiadi anche se l’indicazione del capogruppo Paolo Ferrara, era contraria.
La giunta, per blindare il no in Consiglio pensa a emanare una delibera.
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
GRILLO CEDE ALLA RAGGI SUI NOMI DI MURARO, ROMEO E MARRA: AVANTI, FINO A CHE MAGISTRATURA NON LI SEPARI
Da ieri le immagini che ben rappresentano chi comanda e chi – per ora – ubbidisce nel M5S sono state scattate a Palermo alle 10.39 quando Virginia Raggi arriva all’Hotel Posta, quartiere generale del partito nella due giorni del raduno Italia a 5 Stelle, e alle 14.30 al Foro Italico quando davanti alle telecamere di RaiTre siede la coppia dei frontrunner alla Camera, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, uno dei quali succederà a Grillo dopo le politiche del 2018: è il messaggio per nulla subliminale contenuto nella decisione della Comunicazione di Rocco Casalino di far parlare solo loro due in diretta tv mentre il meeting è ancora in corso.
Quanto detto e accaduto tra Grillo e la sindaca al Posta non è noto, ma è immaginabile le sia stato chiarito che d’ora in poi ogni passo della giunta romana dovrà essere preventivamente concordato con il fondatore del Movimento.
In cambio Raggi ha ottenuto di tenere con sè l’assessore Muraro e i dirigenti Marra e Romeo, che hanno esperienze e rapporti in aperto contrasto con il codice etico dei grillini.
Il patto (che è anche un ricatto politico reciproco) ha i giorni contati, e a deciderne la durata sarà la Procura della Repubblica di Roma.
Letteralmente open air l’intervista di “Dibba” e Di Maio a Lucia Annunziata.
I trequartisti che, nel nuovo schema di gioco dovrebbero lanciare la palle migliori al rientrato centravanti Grillo, hanno collaborato fraternamente nel tentativo di confermare la loro narrazione prevalente: la diversità genetica (onestà ! onestà !) di M5S rispetto agli altri partiti.
Lo stesso leit motiv che per vent’anni ha accompagnato la comunicazione del Pci e per un paio di lustri quella della Lega.
Sappiamo com’è finita in entrambi i casi.
I destini dei tre giovani politici sono strettamente intrecciati. Nel breve-medio periodo sopravviveranno o cadranno insieme.
Virginia Raggi, che a Palermo ha ottenuto l’agognato abbraccio del popolo M5S, non può sbagliare più nulla perchè Grillo non glielo perdonerebbe.
Nel caso accadesse, per restare alla guida del Campidoglio dovrebbe essersi preventivamente assicurata l’appoggio di tutto o quasi il gruppo consiliare.
Mica facile. La sconfessione della giunta romana e l’ammissione del fallimento da parte di Grillo indebolirebbero Di Battista, che non è mai stato vicino a Virginia ma ha la responsabilità – conoscendo molto bene il mondo della destra affarista romana, dalla quale proviene la sindaca – di non averla fermata per tempo.
Peggio andrebbe al vicepresidente della Camera, che già ha pagato e sta tuttora pagando i silenzi e le incomprensioni sul caso Muraro.
Chi se ne va da Palermo con un’investitura popolare che corrobora il suo ruolo primario in termini proprietari e tecnologici è Davide Casaleggio.
Sabato sera, per la prima volta su un palco dei Cinquestelle, è andato in scaletta immediamente prima di Grillo, che conosce da quand’era un ragazzino.
È stata la plastica conferma che il suo peso è quasi pari a quello del padre, Gianroberto, scomparso pochi mesi fa.
È roba sua, in termini anche legali, la piattaforma digitale Rousseau che darà alla militanza la possibilità di partecipare (o almeno la sensazione di partecipare) ai processi decisionali del partito e alla formazione delle proposte di legge.
In queste giornate palermitane Rousseau è stato decine di volte definito “lo strumento più avanzato di democrazia diretta al mondo”. Difficile, per ora, dire se la definizione corrisponda o meno alla realtà .
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
ALL’ARRIVO DELLA RAGGI PARAPIGLIA TRA CINQUESTELLE E RAPPRESENTANTI DELLA STAMPA… “SOGGETTI CHE NULLA HANNO A CHE VEDERE COI PRINCIPI DEL MOVIMENTO”: MA ORMAI LA FRITTATA E’ FATTA
La sindaca di Roma prima di raggiungere il Foro Italico ha incontrato Grillo e Casaleggio. I tre si sono visti
all’Hotel Posta per un colloquio durato più di un’ora.
Al suo arrivo al Foro Italico è stata acclamata dalla folla e non sono mancati momenti di tensione con i giornalisti.
Alcuni militanti hanno gridato “buffoni” ai cronisti presenti, ne è nato un parapiglia e sono volati spintoni.
Il gruppo parlametare dei cinquestelle all’Assemblea regionale ha preso le distanze con un comunicato: “Apprendiamo dagli organi di stampa che alcuni giornalisti, cui va la nostra solidarietà , sarebbero stati insultati e strattonati da taluni isolati individui, nel tentativo di avvicinare alcuni portavoce del nostro movimento”.
Il gruppo parlamentare “prende le distanze dai colpevoli di tali gesti, soggetti che nulla hanno a che vedere coi principi e gli ideali del Movimento e con lo spirito pacifico delle nostre manifestazioni, come Italia 5 Stelle, prova ne sia la presenza di migliaia di famiglie che stanno partecipando alla festa del Foro Italico”.
“Finalmente ci riuniamo dopo un anno, tutti insieme. Per noi è importante ritrovarci, raccontare delle belle esperienze” ha detto la sindaca di Roma lasciando l’albergo dopo il colloquio con Grillo.
A chi le ha chiesto se avesse affrontato con il leader il nodo della giunta romana, Raggi ha risposto: “Sui nomi mi confronto con assessori e consiglieri”.
E ha poi aggiunto: “C’è una giunta che è al lavoro e a breve uscirà una sezione anche informativa del tipo ‘lavori in corso”.
Il nome del nuovo assessore al Bilancio? Lo dirò presto”.
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA CON IL MAGGIORITARIO OGGI NON ARRIVEREBBE NEPPURE AL BALLOTTAGGIO, MENTRE CON IL PROPORZIONALE FORZA ITALIA POTREBBE ESSERE DETERMINANTE
La voglia di proporzionale si st a diffondendo a macchia d’olio. Ma non è una sorpresa.
Il nostro in fondo è sempre stato un paese più proporzionale che maggioritario. L’idea che una minoranza possa diventare maggioranza attraverso il sistema elettorale fa fatica ad essere accettata a livello di massa.
E certamente non piace alla maggioranza della nostra classe politica che preferisce sistemi in cui la formazione dei governi avviene dopo il voto e non con il voto.
Il maggioritario è arrivato nel 1994 per caso. Grazie a un referendum che gli elettori non potevano capire ma che hanno utilizzato per esprimere rabbia e voglia di cambiamento.
Dietro quel voto non si è sviluppata una cultura diffusa a sostegno dell’idea che la stabilità dei governi sia tanto importante quanto la rappresentatività dei parlamenti.
Nonostante ciò, il maggioritario è sopravvissuto. Grazie soprattutto a Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo ha sfruttato per riunire intorno a sè e al suo partito i vari pezzi di una destra frammentata e eterogenea.
Lo ha fatto prima con i collegi uninominali della legge Mattarella e la creazione di Poli e di Case.
Poi ha sostituito nel 2005 quei collegi con il premio di maggioranza del famigerato porcellum. Lo strumento era diverso ma l’obiettivo era lo stesso: l’unificazione del centrodestra.
Con il porcellum ha sfiorato la vittoria nel 2006. Ha vinto nel 2008. E ha sfiorato di nuovo la vittoria alla Camera nel 2013.
Poi è arrivata la sentenza della Consulta del gennaio 2014 che ha resuscitato il proporzionale. Ma è arrivato anche Matteo Renzi cui il proporzionale non piaceva affatto.
Il segretario del Pd ha trovato in Berlusconi un alleato per tornare al maggioritario. L’Italicum è nato così. Ed è stato approvato con i voti di Fi fino alla conclusione del suo iter parlamentare.
Oggi le convenienze sono cambiate. Berlusconi non ha più interesse ad un sistema maggioritario. Soprattutto un sistema come l’Italicum che assicura sempre e comunque una maggioranza di seggi a chi vince.
Non gli conviene più. L’Italicum è stato negoziato e approvato in un periodo in cui Berlusconi nutriva ancora la convinzione che sarebbe riuscito a fare di Fi il collante del centrodestra, come dal 1994 in avanti.
All’epoca era certo che con la sua leadership questo schieramento sarebbe tornato competitivo, tanto da potersi giocare la vittoria con il Pd di Renzi. Per questo ha accettato il ballottaggio. Ne era talmente convinto che non si è opposto alla richiesta di Renzi di assegnare il premio non alla coalizione ma alla lista.
Questa convinzione oggi è svanita. E nemmeno Stefano Parisi sembra in grado di rivitalizzarla. Nelle condizioni in cui è, e in cui presumibilmente rimarrà nel medio termine, il centrodestra non solo non ha chance di vincere ma nemmeno di arrivare al ballottaggio.
Il secondo posto al secondo turno dell’Italicum è molto probabile che vada al M5s. Berlusconi è arrivato a questa – per lui triste – conclusione.
E allora un sistema elettorale che lo relegherebbe ai margini della politica non va bene. Molto meglio un sistema proporzionale. Magari corretto. Ma non troppo.
Basta fare due conti.
Anche se il Pd di Renzi arrivasse al 35% dei seggi, con chi farebbe il governo?
C’è qualcuno ancora disposto a credere che sia possibile un governo Pd-M5s?
Beh, se c’è non è certamente l’attuale premier. Ma l’idea di un governo Renzi-Di Maio è divertente.
Più realistica è la soluzione di un governo Pd-Fi. Semprechè ci siano i numeri.
Perchè a pensar male, si corre il rischio che i due partiti non bastino. E potrebbe essere un bel problema.
Che sia Renzi a presiederlo è cosa dubbia. Ma non è questo il punto. Chiunque sia il futuro premier, Fi – anche con il 12 % dei seggi – sarebbe indispensabile per fare qualunque governo.
Ed è questo che conta per Berlusconi. Visto che non può vincere, gli va bene anche partecipare. Evviva dunque il proporzionale!
Roberto D’Alimonte
(da “il Sole24ore”)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL ROMANZO DI FLAVIA PERINA RACCONTA LA STORIA DI UNA MADRE ALLA QUALE VIENE UCCISO UN FIGLIO DALLA POLIZIA: EVENTO CHE RIACCENDE PASSIONE POLITICA E RABBIA GIOVANILE
Quando le ammazzano il figlio, Flaminia, la protagonista del romanzo Le lupe (Baldini&Castoldi) di Flavia
Perina, inaugura la sua quarta vita, quella più tragica, atroce, cruenta, dolorosa.
La prima vita era quella di lei giovanissima negli anni Settanta, spesa in una destra spesso tentata dall’avventura sconsiderata dell’illegalità violenta (anche armata nelle sue propaggini più estreme) e che si è conclusa con la rottura di affetti e legami all’arrivo del destino.
La seconda era una vita che cancellava le tempeste di quella precedente attraverso i riti e il cloroformio di un matrimonio, la routine coniugale, il benessere benpensante, le comodità , il tepore del focolare, la fine delle ambizioni annegate nello stagno brodoso della casalinghitudine.
La terza, seguita alla morte del non amatissimo coniuge in un incidente automobilistico, era l’autonomia riscoperta, l’amicizia paritaria con i figli fuori dai vincoli propri di una retorica matrimoniale, la solitudine non subita come una maledizione, la quotidianità non esaltante ma libera.
La quarta è quella che ti piomba addosso, ti squassa, ti annienta quando tuo figlio diciottenne, amante del rugby, viene fermato da una pattuglia di poliziotti reduci dagli scontri attorno allo stadio Olimpico, reagisce malamente, ma viene ricambiato con una violenza sproporzionata, smisurata, vendicativa da parte di un uomo in divisa che schiaccia un ragazzo sicuro della propria impunità , certo della protezione che le istituzioni gli riserveranno, nell’omertà di corpo, con l’insabbiamento della verità .
Il romanzo di Flavia Perina ci dice che queste quattro vite non finiranno di intrecciarsi, che il passato non cesserà di riaffiorare o addirittura di irrompere prepotentemente nel presente e che il destino non si presenta mai una sola volta: la vita è un labirinto dove non sai mai una volta per tutte qual è la direzione giusta da imboccare.
I movimenti della protagonista delle Lupe traggono forza da una motivazione profonda che risale ai primordi della psiche, del mito.
Dello «ctonio» come avrebbe detto Camille Paglia: chi si vendica con rabbia implacabile su chi ha ucciso il figlio è una donna, una madre ferita a morte, una grande madre che non può contenere il suo dolore nei binari freddi della giustizia ordinaria, ma deve annichilire chi ti ha strappato la carne della tua carne.
È difficile per un uomo cogliere la materialità terrestre di questo sentimento ancestrale, dove ogni razionalizzazione viene soppiantata da una dimensione di ferinità .
E dove l’esercizio della giustizia non può placare la sete di una Giustizia primaria impossibile da realizzare nelle procedure fredde di un procedimento giudiziario, tanto più quando sai, come è accaduto tante volte in Italia, che i colpevoli in divisa di pestaggi, rappresaglie, maltrattamenti non saranno perseguiti mai.
C’è poi, nella trama del racconto della Perina, il rapporto sempre aperto e mai risolto che l’autrice intrattiene con gli anni Settanta, l’epoca della militanza, della passione politica.
Un passato che la protagonista, alter ego dell’autrice in questo caso, ha narcotizzato, ricondotto a una dimensione di accettabile moderazione istituzionale, o forse abbandonato in favore di una vita definitivamente normalizzata, rientrata stabilmente nei ranghi.
Eppure è un passato che ritorna con il suo volto invecchiato ma pur sempre sovraccarico di un valore emozionale che non avrà eguali in nessuna tappa della vita della post-militanza.
E che anzi riesploderà quando Flaminia sarà brutalmente ricacciata all’indietro da un trauma insanabile: quando un dolore inimmaginabile, la morte di un figlio massacrato di botte da un uomo in divisa che sta già architettando il percorso della propria impunità , manipolando prove e testimonianze, la scaraventa nella dimensione rimossa dei vent’anni in cui si passava il tempo a fare politica.
A destra, nel suo caso.
Ecco, per Flavia Perina, lo si percepisce da ogni riga di questo romanzo che non ammicca al lettore con il miele dei buoni sentimenti ma che parla di vendetta e morte, quel passato non è solo vissuto come il momento in cui la vita si fa ardente e colma di passione, ma è un passato che ha una dimestichezza con le emozioni della violenza, delle armi, persino delle rapine con cui l’estremismo armato si finanziava, che la Perina, beninteso, non condivide affatto nella sua deriva oltranzista e apertamente militare, ma che pure esercita su di lei il fascino dell’autentico contro la menzogna della vita adulta, dell’appassionato contro lo scialbo, dei colori vivi contro il pallore esistenziale della vita imprigionata nei ranghi stabiliti dalla convenzione.
Per Flavia Perina gli anni Settanta sono la sua vera Patria morale, il momento della verità .
E quando la tragedia, inaspettata ma feroce, deflagra, allora le risorse per sopravvivere vanno ricercate lì, nel mondo delle pistole, dell’esistenza semiclandestina, al confine tra legalità e spirito eversivo.
È una scelta coraggiosa, questa della Perina.
Perchè, anche se non la si condivide, questa fedeltà allo spirito autentico che lei immagina sia rimasto attaccato ai ricordi degli anni Settanta, ha qualcosa di temerario. E poi perchè l’esperienza politica di Flavia Perina, che qui riaffiora senza più nessuna complicazione ideologica ma in un atto di pura sfiducia nei confronti della giustizia gestita dallo Stato, è stata vissuta in un enclave minoritaria e addirittura dannata («i fascisti») che rende ancora più aspro il legame emotivo con un mondo scomparso eppure ancora vivo nelle sue oramai del tutto impolitiche, o depoliticizzate, implicazioni esistenziali.
I lupi, le lupe, il bosco ai margini della metropoli scintillante: ecco il sottosuolo che riemerge e che lascia affiorare in modo ancor più doloroso la percezione di un’ingiustizia rimasta impunita, di un sentirsi, ancora oggi, sul confine di una marginalità psicologica, anche dentro l’agio di una vita borghese.
Un romanzo che non riconcilia, ma che rivendica la durezza di una scelta, esempio riuscito di come la letteratura perderebbe molto di sè se volesse investirsi di una missione consolatoria o, peggio, pedagogica.
Pierluigi Battista
(da “il Corriere della Sera”)
«Le Lupe» (Baldini&Castoldi, pagine 194, euro 15)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE ROUSSEAU IN MANO SUA, LA PIATTAFORMA DELLE VOTAZIONI E’ SEGRETATA, OBIETTIVO SOCIALIZZARE LE PERDITE E TENERE PER SE’ CIO’ CHE GENERA PROFITTI… IL LIBRO DENUNCIA “SUPERNOVA” SVELA I RETROSCENA DELLA LOTTA CON GRILLO PER GLI UTILI DEL BLOG
Nel giorno conclusivo della kermesse cinquestelle a Palermo, fa la sua comparsa online il secondo capitolo di “Supernova-Come è stato ucciso il M5s”, il libro-pamphlet che svela i segreti e i veleni del Movimento, scritto a quattro mani dai due fuoriusciti Nicola Biondo e Marco Canestrari.
La nuova puntata – scaricabile solo da chi ha fatto una sottoscrizione al crowdfunding degli autori – si intitola “Il golpe di Davide”, e descrive la rapida ascesa del figlio di Gianroberto Casaleggio che ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia, la Casaleggio Associati.
Il primo capitolo pubblicato sul sito “Produzioni dal basso” il 19 settembre, raccontava l’ultima infuocata telefonata fra i due leader del M5s Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, poco prima della morte di quest’ultimo.
Il piccolo golpe di Davide che dà il titolo al secondo capitolo – che esce proprio nel momento in cui Grillo ha riaffermato nel capoluogo siciliano la sua leadership politica – è appunto la nascita dell’Associazione Rousseau, di cui Casaleggio jr. si nomina presidente e che accoglierà come soci due fedelissimi: Max Bugani e David Borrelli. All’associazione faranno capo il portale Rousseau, rilasciato subito dopo la morte di Gianroberto, e le attività politiche.
Ma soprattutto Grillo non ne fa parte.
La nuova associazione, secondo gli autori, confligge con quella del comico che ha sede a Genova, e che ha per soci Grillo, suo nipote Enrico e il commercialista Enrico Nadasi.
“Perchè Beppe non entra nell’Associazione Rousseau? – si chiedono gli autori di Supernova – Perchè cambiare così repentinamente il nome del blog di Beppe Grillo in Blog delle Stelle?”.
Davide, descritto come un tipo “metodico e pratico”, a differenza del padre “sognatore e pieno di idee”, eredita non solo un’azienda ma anche l’enorme conflitto di interessi tra le attività commerciali e quelle politiche che amministra.
E deve risolverlo, “prima che i movimenti ad alti livelli nel gruppo parlamentare – scrivono gli autori citando come fonte un alto dirigente dei cinquestelle che però rimane anonimo – gli impongano quella chiarezza di impostazione di tutta la struttura che non si può permettere di subire, ma deve governare”
Davide e soci non sono amati dal gruppo parlamentare grillino.
L’obiettivo dei parlamentari pentastellati impegnati nella loro scalata nel Movimento è mettere le mani sui dati del portale Rousseau, amministrati dalla Casaleggio Associati. L’azienda di comunicazione, da parte sua, ha un forte interesse al controllo di questi dati: “Conoscere il profilo delle persone che hanno a che fare con il Movimento – si legge in Supernova – chi sono, dove abitano, come votano, quanto donano, ha un valore commerciale potenziale incalcolabile”.
E non è vero – sottolineano Biondo e Canestrari – che tra i cinquestelle tutto sia trasparente: “La piattaforma attraverso la quale ci si registra al Movimento e si effettuano le votazioni indette dal Blog non è open source: non si conosce il codice che la fa funzionare, chi abbia accesso ai dati, quali siano i livelli di accesso e di sicurezza. È una piattaforma proprietaria, sviluppata dai tecnici della Casaleggio Associati e da loro, e solo da loro, amministrata”.
L’azienda e il Movimento, conclude il secondo capitolo del libro-denuncia, “non hanno confini chiari ed emerge una chiara direzione in Casaleggio: socializzare le perdite dell’azienda conservando invece ciò che genera profitti. In questo modo il Movimento potrebbe diventare presto una sorta di bad company della Casaleggio Associati. I grillini lo sanno?”.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
350 VOLONTARI HANNO PARTECIPATO ALL’INIZIATIVA DI LEGAMBIENTE “PULIAMO IL MONDO”
Alla fine gli attrezzi da lavoro non sono bastati e qualcuno si è dovuto arrangiare a mani nude. 
A Milano la voglia di fare dei 350 richiedenti asilo che si sono offerti volontari per ripulire le vie della città ha colto di sorpresa tutti.
Dagli organizzatori dell’iniziativa ai milanesi, increduli di fronte alla vista di squadre di eritrei, somali, afghani, iracheni e centrafricani, impegnati a ramazzare e portare via foglie secche, mozziconi di sigaretta e cartacce.
A Milano le giornate “Puliamo il mondo” di Legambiente si sono trasformate nella prova generale per l’impiego dei richiedenti asilo in attività socialmente utili.
Ora il Comune è pronto a rilanciare. L’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, schierato con la pettorina gialla al fianco dei “suoi” profughi, rende esplicito il patto: «Che in cambio dell’accoglienza, con il nostro sostegno, si partecipi ad azioni utili per sè e per la collettività ».
Il calendario autunnale per i volontari è già fitto di impegni: «Da domenica 16 ottobre i migranti aiuteranno gli operatori nella raccolta delle foglie nei parchi, dal mese di novembre saranno impiegati stabilmente nella consegna dei pasti a domicilio agli anziani. Poi ci saranno altre iniziative».
L’idea è quella di sfruttare in positivo la pressione migratoria su Milano, che nelle ultime settimane è tornata a livelli di guardia: in città sono ospitate stabilmente 3600 persone e i centri sono di nuovo saturi.
Per non rifiutare un tetto a nessuno, sono state attivate nuove strutture d’emergenza, in attesa che sia operativa la caserma da 300 posti letto annunciata in estate.
Loro, i richiedenti asilo, sono pronti: «Abbiamo ricevuto molto, ora diamo una mano. Ma non è uno scambio», chiarisce Adokor, togolese, mentre porta via le erbacce raccolte lungo il naviglio della Martesana.
Qui, in estate, hanno dormito spesso le persone che l’hub della stazione Centrale non riusciva a contenere. «Aiutiamo a tenere la città pulita perchè vogliamo diventi casa nostra».
Poco più in là lavorano Hard e Dashsti, due fratelli curdo-iracheni. «Eravamo arrivati in Germania, dove vive la nostra famiglia, ma ci hanno rimandato indietro».
Nei centri di accoglienza tedeschi avevano una stanza e una somma mensile da spendere. «Qui la situazione è più difficile, ci sono tante persone e soldi non ne abbiamo».
Ma lavorare gratis non è un problema: «Oggi ci hanno chiesto se volevamo venire a pulire Milano, abbiamo detto subito di sì. E ci saremo ancora la prossima volta».
Un entusiasmo che non dovrebbe sorprendere. Dopo mesi passati nei centri e nelle stazioni in attesa di un’opportunità , di un documento, di una svolta, a questi ragazzi non sembra vero di poter fare una mattinata di lavoro.
I milanesi, affacciati alle finestre, tra curiosità e stupore approvano.
La voglia di lavorare, qui, rimane sempre una qualità molto apprezzata. Un anziano scende in strada per congratularsi: «Però, sono bravi! Li ho sempre visti in televisione ma si rendono anche utili».
A Quarto Oggiaro ne attendevano una trentina, si sono presentati in settanta.
«Alla fine invece della piccola area prevista sul volantino abbiamo ripulito tutto il quartiere», racconta il presidente del consiglio di municipio Fabio Galesi.
Questa periferia considerata “difficile” ospita due grandi centri di accoglienza: i migranti rischiano di essere un corpo estraneo, una miccia in un contesto già teso. «Il problema è che sono sempre chiusi nelle loro strutture, non c’è contatto con il quartiere. Fanno paura perchè non li conosciamo».
A fine mattinata i volontari della zona snocciolano i risultati: 300 sacchi di immondizia portati via, oltre a mobili abbandonati e frigoriferi. «Domani facciamo un’altra giornata. Non era prevista, ma loro si sono offerti di continuare. Speriamo non tornino tutti, perchè non avremmo abbastanza spazi da pulire».
(da “il Corriere della Sera”)
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