Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
M5S 28,6%, PD 25,3%, FORZA ITALIA 15,7%, LEGA 12,5%, LIBERI E UGUALI 5,4%, FDI 5,2% PSI-VERDI 1,8%, AP 1,4%, UDC 0,9%
Il sondaggio settimanale di EMG per la La7 vede un segno positivo per M5S, Forza Italia e Liberi e Uguali, con un centrodestra complessivamente al 35,2%, un centrosinistra al 29,5% e il M5S al 28,6%.
Vediamo il dettaglio.
Il M5S aumenta dello 0,3% e raggiunge quota 28,6%.
Il Pd resta stabile al 25,3%, mentre tra i suoi alleati Psi-Verdi ottengono un 1,8%, i radicali lo 0,4% e AP l’1,4%.
Nel centrodestra cresce ancora dello 0,4% Forza Italia che arriva al 15,7%, mentra continua la caduta libera della Lega che perde un altro 0,3% e scende al 12,5%.
Perde lo 0,1% anche Fdi che cala al 5,2%, mentre l’Udc conferma il suo 0,9%.
Liberi e Uguali aumenta dello 0,2% e arriva al 5,4%. Va sottolineato che altri istituti di sondaggi danno la formazione di Grasso a un paio di punti in più, intorno al 7,5%.
Molto alta la percentuale di chi non intenzione di andare a votare, il 31,7%, e di chi voterà scheda bianca, il 2,1%.
Il peso degli indecisi è invece al 16,3%, sono questi elettori che potrebbero cambiare i giochi finali.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
I SONDAGGI E GLI ALLEATI CERTIFICANO CHE NON FA I CONTI CON LA REALTA’: CON IL 12,5% E CON NESSUNO CHE LO VUOLE LEADER DELLA COALIZIONE PUO’ VINCERE SOLO LA COPPA DEL NONNO
“Sarò io il premier” così domenica 11 dicembre 2017 Matteo Salvini ha lanciato la
sfida elettorale a Matteo Renzi, promettendo che alle elezioni politiche 2018 sarà candidato in ogni collegio dove sarà presente il segretario del Pd.
Nel suo comizio romano, Salvini ha usato toni pacati perchè “così fanno i presidenti del consiglio” si è premurato di spiegare a chi ha sfidato il freddo per essere in piazza.
Il leader della Lega esposto il suo programma e chiederà agli alleati degli accordi preventivi per poter governare serenamente.
Un patto sull’abolizione della legge Fornero, sull’atteggiamento da tenere in Europa, “non più con il cappello in mano”, e l’istituzione di un salario minimo orario.
Salvini parla come se la coalizione avesse già scelto lui come futuro premier, mentre la realtà è ben diversa.
Basterebbe rendersi conto guardando gli ultimi sondaggi che danno la Lega al 13 per cento in caduta libera, mentre Forza Italia guida la coalizione di centrodestra con il 15,4 per cento.
Inoltre, in questi mesi di contatti nessuno degli interessati si è mai espresso nella direzione di affidare la premiership alla Lega, tanto che Giorgia Meloni si è sbrigata a dire che anche lei vorrebbe fare il leader e il premier del centrodestra.
Le ambizioni sono legittime, ma se tutti chiedono un’alleanza sul programma prima o poi bisognerà capire chi guiderà la coalizione il giorno dopo le urne.
Anche se a guardare i sondaggi, e la capacità di leadership, le cose appaiono abbastanza chiare. Domenica a Piazza Santi Apostoli erano radunate appena 500 persone, truppe cammellate da altre regioni. Alcuni pullman sono arrivati da Latina, Reggio Calabria, Catania e anche dall’Emilia Romagna.
Tra i sostenitori della Lega, fuori dalla Padania, ci sono solo gli ex di Alleanza Nazionale che dopo un breve passaggio nelle fila di Berlusconi, vogliono riconquistare una poltrona.
Salvini disperato spera di trovare un margine di crescita del consenso in loro, compreso il sindacato Ugl, tanto che il segretario generale Francesco Paolo Capone, domenica, è stato tra i pochi ad intervenire dal palco prima di Salvini, mentre non c’è stato nessun intervento per Barbara Saltamartini, Roberto Calderoli, Massimiliano Fedriga, Claudio Borghi che sono rimasti tra il pubblico.
La scena doveva essere tutta per Matteo Salvini che sogna di fare il premier e governare almeno dieci anni, ma, sondaggi alla mano, il centrodestra unito oggi raccoglie appena il 34,2 per cento dei consensi che è ancora molto lontano da quel 40 per cento che gli garantirebbe – forse – la governabilità del paese.
I sogni son desideri, certo.
Ma spesso i desideri non diventano realtà .
(da “Panorama“)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI CAGLIARI DOMANI A ROMA… PRODI INCORAGGIA L’INIZIATIVA
Non c’è più Giuliano Pisapia, ma c’è Massimo Zedda. Anni 41, sindaco di centrosinistra a Cagliari, uno dei pochi del ‘vecchio corso’ riconfermati da Matteo Renzi alle amministrative 2016.
Sarà Zedda il volto della lista di sinistra abbinata al Pd alle politiche 2018: non sarà candidato al Parlamento, ma sarà un punto di riferimento politico per l’operazione incoraggiata da Romano Prodi in nome della battaglia politica contro le destre.
Domani Zedda dovrebbe venire a Roma per alcuni incontri, forse anche con il segretario del Pd: la ‘sua’ lista sarà presentata con una conferenza stampa alla Camera entro la fine della settimana. Il simbolo è ancora in discussione, ma non conterrà la parola ‘sinistra’.
La scorsa settimana, quando Renzi è arrivato all’aeroporto di Cagliari per una delle tappe del suo tour ‘Destinazione Italia’, ad accoglierlo c’era anche lui: il sindaco Zedda.
Normale benvenuto da primo cittadino, certo, ma c’è più di questo. Il rapporto tra i due è sempre stato buono.
“Zedda è uno bravo anche se non è del Pd”, disse di lui Renzi quando si trattò di scegliere candidati per le comunali dell’anno scorso.
E ora che si tratta di sostituire Pisapia alla guida di una operazione a sinistra alleata del Pd, Zedda è perfetto. Generazione diversa, ma con Pisapia ha molto in comune: l’attuale militanza in Campo Progressista e una storia affine da primo cittadino. Anche lui, come l’ex sindaco di Milano, fu eletto per la prima volta nel 2011, in quella tornata che portò al governo di molte città candidati a sinistra del Pd, vincitori delle primarie di coalizione.
Lo chiamarono ‘movimento arancione’, soprattutto nel capoluogo lombardo.
Ecco oggi certo non è rosso-fuoco. Nel senso che il simbolo potrebbe richiamarsi più all’Ulivo di Prodi che alla sinistra di Bertinotti.
A pochi giorni dalla presentazione alla Camera, se c’è una cosa certa è che il nome ‘sinistra’ non sarà nel simbolo, apprende Huffpost.
Il simbolo invece conterrà richiami all’unità del centrosinistra (“Uniti per l’Italia” è una delle opzioni in campo). Tanto più che su tutta l’operazione, portata avanti insieme a Zedda dal prodiano Giulio Santagata, c’è l’incoraggiamento del professore bolognese: intenzionato a fare di tutto pur di ostacolare la destra alle prossime elezioni.
Ed ecco qui il tentativo di dar vita ad una costola a sinistra del Pd per le urne di marzo. Della lista dovrebbero far parte anche il socialista Riccardo Nencini e il Verde Angelo Bonelli (ragion per cui il simbolo potrebbe contenere un richiamo a queste due aree politiche).
Ad affiancare il Pd nella corsa elettorale ci sarebbero poi i centristi radunati da Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini (la direzione di Ap di oggi dovrebbe chiarire molte posizioni in campo dopo l’addio di Angelino Alfano al Parlamento) e i Radicali di Emma Bonino con la lista ‘+Europa’ (che aspettano l’ok all’emendamento alla manovra economica che li obbligherebbe a raccogliere solo un terzo delle firme previste dal Rosatellum per i gruppi non rappresentati in Parlamento).
Il punto è che molti della cerchia stretta di Pisapia stanno virando invece verso ‘Liberi e uguali’, l’area degli ex Pd più Sinistra Italiana capitanata dal presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso.
Lì dovrebbe approdare anche la presidente della Camera Laura Boldrini e tutto il gruppo ristretto di Campo Progressista che ha accompagnato il tentativo di Pisapia di fare un’alleanza con il Pd.
Insomma, all’operazione Zedda parteciperebbero pochi pisapiani.
Però la manovra si intreccia con quelle in corso a livello locale. Il voto di marzo dovrebbe coincidere anche con la tornata delle regionali del Lazio e in Lombardia (forse anche con un election day).
Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, ricandidato al prossimo giro, è al lavoro da tempo per non mandare al macero l’alleanza di centrosinistra con cui governa tuttora o per riconfermare almeno il grosso di questa alleanza (che va da Campo Progressista con il vicepresidente Massimiliano Smeriglio, agli ex Sel ora in Sinistra Italiana che stanno dibattendo sull’opportunità di un’alleanza con il Pd).
In Lombardia c’è addirittura il candidato governatore Giorgio Gori, fede renziana testata anche all’ultima Leopolda qualche settimana fa, che chiama all’alleanza di centrosinistra persino con Liberi e uguali, ormai avversari del Pd a livello nazionale.
“Io non soltanto tengo la porta aperta, cerco di essere proattivo. La mia intenzione è di parlare con Grasso”, dice Gori. E dalle parti di Grasso è già scattato un certo allarme.
Anche perchè un election-day tra politiche e regionali renderebbe più complicato giustificare eventuali alleanze a livello locale, visto che a livello nazionale Pd e Liberi e uguali saranno avversari.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE: AP RESTA CON IL PD, A LUPI IL SIMBOLO DI NCD
Il paradosso, dopo tante battaglie per la sacralità del matrimonio, è che si sono
trovati a prendere atto che a sfasciarsi è stata proprio la loro di famiglia.
Perchè è vero che Tonino Gentile sceglie di nobilitare il tutto citando le “convergenze parallele” di Aldo Moro, e che alla parola scissione si preferisce più l’espressione “separazione consensuale”.
Parafrasi, questioni di forma, per dire quello che nella sostanza è innegabile: Alternativa popolare finisce qui.
Manca l’ufficialità , perchè si è deciso di aggiornarsi a domani per cercare di venirne fuori con un “documento unitario”.
Ma la Direzione convocata per questo pomeriggio all’hotel Flora di Roma ha già segnato un punto di non ritorno.
Nessuno alla fine, prova a mascherare le divergenze tra due anime che già da troppo tempo convivevano forzatamente: quella guidata da Beatrice Lorenzin, dallo stesso Angelino Alfano e da Fabrizio Cicchitto, che vuole proseguire l’esperienza con il Pd anche per le prossime Politiche.
E l’altra parte, quella guidata da Maurizio Lupi e dal fronte lombardo, che chiede di interrompere quella strada e strizza l’occhio al centrodestra.
“Abbiamo verificato il dissenso”, ammette Cicchitto. Ci stiamo dividendo sulla prospettiva delle nuove rotte”, dice Lupi.
E a poco serve stare lì ad addolcire la pillola ricordando che “siamo accomunati dall’orgoglio in questi anni di aver portato l’Italia in porto” e di aver fatto “un gesto di grande responsabilità “. Così come il tentativo di evitare un voto per non andare alla conta.
Perchè, nella sostanza, la questione è che le strade si separano.
“Personalmente — spiega Lupi – penso che oggi serva una proposta seria, moderata, liberale, alternativa al Pd” e “credo che a noi spetti questo, anche unendo altre forze. Si governa solo con il centro. L’Italia può essere salvata e governata solo con una forza di centro seria”.
Il dialogo è da tempo cominciato con la quarta gamba del centrodestra e l’annuncio potrebbe essere già dato nei prossimi giorni. Alfano si chiama fuori.
“Io la mia scelta di campo l’ho fatta, nel cosiddetto centrodestra non ci torno, non ci posso tornare”, ha detto spiegando di non condividere la strada scelta dal coordinatore del partito ma di rispettarla.
Lupi alla Direzione racconta anche di aver tentato in extremis di riunificare una forza di centro mettendo insieme tutti i vari petali per provare la corsa solitaria.
Ma, ammette, si è sentito dire no sia da Raffaele Fitto che da Flavio Tosi. “Gli unici a dire sì — racconta – sono stati Stefano Parisi e Giuseppe De Mita”.
Davvero un po’ poco.
Adesso, come in ogni separazione che si rispetti, bisogna decidere chi si prende cosa. L’ipotesi sul tavolo è che Ap, di proprietà di Alfano in quanto presidente, resti all’ala che andrà a costruire l’area di centro da alleare al Pd insieme a Casini, D’Alia e Galletti.
A Lupi & Co. dovrebbe restare invece il simbolo di Ncd. Una spartizione che consentirebbe a entrambe di presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere le firme. Ma che il divorzio sarà così pacifico è tutto da vedere e, in questo senso, le prossime ore saranno decisive.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
DAI MEDICI PRO VAX AI GIUDICI ANTIMAFIA, DAI CARABINIERI AI SIMBOLI DI BATTAGLIE CIVILI, IL CASTING E’ APERTO… IL PD CORTEGGIA BEBE VIO E GIUSI NICOLINI, BERLUSCONI SELEZIONA A VILLA GERNETTO E I GRILLINI SOGNANO DI MATTEO
Rullino i tamburi , squillino le trombe, si trattenga la costernazione.
Piaccia o no, la caccia alla società civile – noto sport dei partiti in carenza di immaginazione e presa sulla realtà – è ufficialmente incominciata.
Magistrati, scienziati, medici, notorietà e notabilati: l’inseguimento è servito.
Si dirà : anche stavolta? Molto più di prima, diamine. Il preavviso è arrivato dall’alto, con i presidenti di entrambi i rami del Parlamento, Pietro Grasso e Laura Boldrini, già entrati entrambi a Palazzo in quota società civile, ormai pronti entrambi a uscirne con un gran salto nella politica politicante; e adesso, a dare il segnale definitivo, col senso dei tempi che gli s’addice, è Silvio Berlusconi.
Che la settimana scorsa da Fabio Fazio ha indicato il generale Leonardo Gallitelli come esempio di candidato premier in sua (eventuale, dolentissima) vece. Sapeva perfettamente l’ex Cav di provocare così uno scompiglio nel partito suo e in quelli vicini: pazienza, e anzi meglio ancora.
Scienziati, avvocati, medici, notabilati, eroi civili e sindaci antimafia. Tutto è utile, tutto serve per riportare l’Italia a esprimersi nelle urne (astenuti nel voto in Sicilia: 53,2 per cento) ma anche domare il nuovo Rosatellum.
L’obiettivo finale dei partiti è infatti un doppio livello: nomi da sventolare come possibili componenti del governo in caso di vittoria, ma anche nomi che portino voti nei nuovi collegi appena disegnati.
C’è da fronteggiare il micidiale meccanismo maggioritario – dimenticato nel decennio del comodo Porcellum – nel quale anche un solo voto fa la differenza tra la polvere e l’altare. Eccola dunque la ricerca a setaccio.
Matteo Renzi s’è messo a far casting itinerante dal treno di Direzione Italia, potenziando la lista di coloro che coccola già dalla primavera (prima fra tutte, Lucia Annibali, che fu sfigurata con l’acido dall’ex fidanzato e ora è consigliera giuridica della Boschi per le Pari opportunità ), e scrive tutti i nomi su un taccuino che talvolta ha mostrato orgoglioso ai cronisti; mentre uno dei suoi ministri-simbolo, Graziano Delrio, per spiegare che razza di operazione sia in corso esalta il “dilettantismo” e addirittura il proprio ruolo di (ex) outsider («ero un ricercatore all’università , sono venuti a propormi una candidatura alle regionali», racconta leggiadro alla Stampa omettendo di precisare che sta parlando di un episodio risalente a diciassette anni fa).
Di là dal muro, l’aria è la stessa.
Silvio Berlusconi fa selezioni a Villa Gernetto, con cadenza ormai settimanale, adiacenze reality show di livello (manca giusto la telecamera). Con piglio scientifico, il padrone di Arcore i papabili li suddivide per categorie professionali: gli ultimi che ha incontrato sono avvocati, 21 figure selezionate informalmente da alcune associazioni, una per regione, nessuno oltre i 49 anni; poi verranno in fila per tre gli edili, gli ingegneri, i medici eccetera.
Sarà setacciata la galassia Mediaset, come del resto è tradizione della casa: anche nel 2013, ricordano, Berlusconi fece un giro di orizzonte per pescare volti tra i giovani iscritti al Master in marketing, digital communication e sales management organizzato da Publitalia.
Per il resto, oltre al senatore e presidente dell’Ordine Farmacisti Andrea Mandelli che fa da trait d’union soprattutto con le professioni, il nuovo principale addetto al talent scouting è Francesco Ferri, 42 anni, imprenditore e startupper parmense, cresciuto tra Azione cattolica e Bocconi, presidente dei giovani industriali fino a maggio, che adesso guida il think tank Centro studi liberale grazie al quale va costruendo l’ossatura di una possibile nuova classe dirigente. Candidabile lui, naturalmente, per continuare con il vicepresidente Vincenzo Caputo, imprenditore napoletano, socio dell’Hotel Palazzo Caracciolo, e altri possibili civici come Giovanna Lucherini di Convention Bureau.
Da un ramo diverso viene il reclutatore (e a sua volta candidabile) Andrea Ruggeri, avvocato, romano, nipote di Bruno Vespa, impegnato a testare nuovi talenti da sperimentare mediaticamente: all’attivo ha ad esempio l’ex sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni o, come notava il Foglio, il duo lombardo Marco Bestetti e Pietro Tatarella.
Il cosiddetto “abbraccio alla società civile” è stata d’altra parte la preoccupazione principale di Idee Italia, la aspirante contro-Leopolda organizzata da Mariastella Gelmini a Milano.
Una antica fissazione del Cavaliere, non si sa quanto volatile, e comunque di solito stroncata dagli appetiti politici dei cosiddetti “uscenti” che a uscire davvero dal Palazzo faticano assai.
Di qui ha origine la frequenza con la quale l’ex premier ricorda a mo’ di monito che ricandiderà solo un terzo dei parlamentari, o annuncia la composizione di un governo di centrodestra in caso di vittoria: «Venti ministri: 12 che vengono dalla società civile e solo 8 dalla politica». Non gli è riuscito mai, chissà se stavolta.
Sul punto si trovano un pezzo avanti i Cinque stelle, che da sempre propongono candidati outsider. Anzi, ormai bordeggiano il paradosso.
Come Movimento anti-politico, sarebbero infatti naturalmente portatori di personalità che si trovano al di fuori dei circhi di Palazzo. Ma per un verso l’assenza di classe dirigente ha sin qui giocato a loro svantaggio (vedasi il caso Raggi e gli innumeri assessori sin qui totalizzati) e, per l’altro, la virata del Movimento a partito di aspirante establishment – la nuova era Luigi Di Maio, diciamo – li obbliga a proporre nuovi volti invece dei propri, ormai addomesticati ai velluti.
Di qui il circolare di nomi che per il momento riguardano soprattutto il governo: la toga antimafia Nino Di Matteo, corteggiatissima, è indicata come possibile ministro dell’Interno, al Mef potrebbe andare Giovanni Dosi, che è direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Sant’Anna di Pisa, Francesco Sylos Labini per l’Università e ricerca, circola assai pure il nome di Paolo Magri dell’Ispi, che fu tra gli ospiti onorati della convention di Ivrea Sum#01, mentre Mariana Mazzuccato, già prediletta di D’Alema, ha smentito di potere o voler essere della partita.
Tra gli ultimi segnati vi è il presidente della Coldiretti Lazio Davide Granieri, ma già in marzo, al Lingotto, si notò il palmo di mano sul quale era (ed è) portato don Luigi Ciotti, mentre poco più avanti – in concomitanza della battaglia sui vaccini – è entrato nei desiderata anche il virologo Roberto Burioni.
Adesso Renzi ha promesso che nel collegio dove si presenterà Di Maio ha intenzione di indicare uno scienziato, un giovane ricercatore, perchè «noi siamo dalla parte della scienza, non delle bufale». Si vedrà chi.
Assai papabile è, tra sindaci ed ex sindaci, oltre alla ex di Lampedusa Giusi Nicolini, il calabrese Nino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi che fu cacciato dai boss e nel 2014 ha fatto arrestare diversi esponenti della ‘ndrangheta della famiglia Crea. Ospite alla Leopolda, è un simbolo che si inserisce nel modello Lanzetta, per di più senza guai giudiziari.
Ancora corteggiato, per quanto abbia detto più volte di no è Paolo Siani, pediatra, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla camorra.
Dei tanti Millennials che hanno affollato l’ultima Leopolda, non sono molti ad avere l’età per una candidatura, di certo non il “pischello in cammino” Federico Delbuono, che non è neanche diciottenne; un altro nome assai desiderato da Matteo Renzi è la ventenne campionessa di scherma nei Paralimpici Bebe Vio.
Assai curioso, per una sinistra in (ricambiata) antitesi con quella bersaniana che ha fatto eleggere Pietro Grasso, è il corteggiamento all’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: successore del presidente del Senato, da poco in pensione, è cercato sia dal Pd sia naturalmente da Mdp.
Ancora mezzo sotto coperta – nei confini tra società civile e politica — è invece il capitolo radicale: non tanto quello di Emma Bonino e del percorso +Europa, quanto piuttosto quello di Marco Cappato.
Dicono che Renzi voglia dargli un collegio sicuro, riconoscendo in lui un ruolo nelle battaglie civili (sul fine vita, in particolare) che ormai ha superato di un pezzo quello strettamente politico da cui pure proviene.
L’idea non è del tutto consolidata: ma non è detto che Berlusconi non la copi, in versione destrorsa.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
IL GRANDE SPRECO: COSI’ SI PAGA IL PREZZO DEGLI SCANDALI E DEGLI ERRORI
Giovani, integrazione, inquinamento, povertà . Ogni problema irrisolto diventa
occasione per invocare un “Piano Marshall”, una regia di aiuti come quella con cui gli Stati Uniti finanziarono la ricostruzione nel Dopoguerra.
A essere chiamata in causa oggi è Bruxelles. Ma l’Europa di fondi sull’Italia ne ha puntati. E tanti.
Per il periodo 2014-2020 la commissione ha assegnato a Roma quasi 43 miliardi di euro: un volume di aiuti secondo solo a quello della Polonia.
Aggiungendo il co-finanziamento statale, si arriva a 73 miliardi di fondi per lo sviluppo in sette anni.
Sono cifre da Piano Marshall, appunto. Ma senza nessuna ricostruzione in vista. Anche perchè l’Italia è riuscita a liquidare solo il 2,4 per cento della cifra e a impegnarne il 32 per cento.
La programmazione precedente, avviata nel 2007, si è definitivamente chiusa quest’anno.
Grazie a uno sforzo titanico, avvenuto rimodulando molti dei desiderata iniziali, l’Italia è riuscita negli ultimi tre anni a far quadrare, più o meno, i conti. Metropolitane, restauri, centri d’accoglienza: la Ue ha pagato. Più o meno, però.
Nelle conclusioni definitive si parla infatti dell’evaporazione definitiva di circa duecento milioni di euro. Persi.
E restano ancora in bilico i contributi per la Ricerca, dove è in discussione un ulteriore rosso da quasi un miliardo.
Ma se il passato pesa, è sul futuro che il Paese è in forse: con gli Stati forti dell’Unione sempre più insofferenti agli sprechi, i commissari stanno mettendo in discussione l’attuale modello di aiuti.
Sul tavolo ci sono i tagli che saranno necessari dopo la Brexit e l’impatto non sempre cristallino delle sovvenzioni su alcune delle regioni più sussidiate, come quelle del Sud.
Il banchetto potrebbe insomma concludersi mentre noi siamo ancora all’antipasto. Ora i funzionari italiani, terminati i bilanci, spazzati i cocci, stanno riprendendo in mano le calcolatrici per verificare l’andamento del new deal. E a correre, per adesso, c’è soprattutto un carico di contratti e consulenze.
PANTANO ALPINO
Il 31 marzo il cielo è nuvoloso sopra Bolzano. Nel palazzo comunale intitolato a una famiglia nobiliare della Carinzia si tiene un convegno, con traduzione simultanea in tedesco.Titolo: “Integrazione o disintegrazione? Nuove sfide per le regioni in Europa”. Il Tirolo vuole difendere la propria identità .
Lo stesso giorno, Roma certifica a Bruxelles la fine dei contributi per il periodo 2007-2013. Ciò che è dato è dato; il resto è perso. E Bolzano ha risultati sorprendenti. In negativo.
Le cifre riguardano il “Fondo sociale europeo”, i contributi destinati a sostenere l’occupazione. La provincia autonoma aveva previsto corsi e tirocini per 51 milioni di euro. Il prospetto finale segnala che ne sono stati utilizzati 36. Quindici in meno. Ma non basta.
«Dentro ce ne sono altri 12 che rischiano di andare in fumo», spiega un dirigente sudtirolese. Il buco arriverebbe così a 27 milioni di euro. Possibile nella terra delle eccellenze ordinarie quanto i gerani ai balconi?
La risposta sta negli atti di una commissione d’inchiesta istituita dopo la visita di alcuni tecnici europei, terminata allora con osservazioni durissime sulla gestione delle risorse, tali da bloccarle.
L’ultimo manager chiamato a gestire il fardello, Claudio Spadon, riassumeva così: non si era capito che i fondi non andavano distribuiti a pioggia.
La relazione finale dei consiglieri affronta la questione per perifrasi, definendo «pragmatico» e «fluido» lo stile con cui erano stati amministrati i contributi dalla responsabile Barbara Repetto (Pd), sostituita dopo il 2008 da un’alternarsi di manager che avrebbero dimostrato una guida «spesso più rigorosa, più complicata, a volte rigida e timorosa rispetto alle regole, che ha rallentato le procedure e probabilmente allentato gli importanti contatti con le autorità europee». Insomma, secondo la relazione la questione sarebbe riassumibile in un bivio obbligato: essere «fluidi» e spendere, o rispettare le regole e finire nel pantano.
BUON GOVERNO
Il bivio porta a un termine adorato dalle burocrazie pubbliche e private europee: “governance”. «Consolidare la governance» è l’obiettivo pass-partout, la priorità centrale. Tanto che Roma ci ha investito in questa stagione un intero “Piano operativo nazionale” (Pon). Con un budget da ben 827 milioni di euro.
Gli eurocommissari hanno richiamato l’Italia più volte: gli aiuti non possono rimanere incagliati negli uffici, insistono. Devono portare sviluppo reale.
Ecco allora il “Pon governance”. In teoria, il piano dovrebbe servire ad aumentare la capacità degli amministratori pubblici nell’affrontare appalti e progetti. In pratica, a 17 anni dall’introduzione dei rubinetti europei, sembra tradursi ancora in affidamenti esterni, consulenze, contratti di collaborazione. In spendere per capire come spendere.
È il paradosso che si legge almeno in un esposto presentato al Nucleo speciale anticorruzione della Guardia di finanza e alla procura della Corte dei conti dai Cobas dell’Agenzia per la coesione, l’ente creato nel 2013 dal governo Letta proprio per rendere più produttivo l’uso delle risorse europee.
Non bastandole evidentemente i 200 dipendenti che ha in dote, l’Agenzia ha già firmato oltre 100 contratti di collaborazione: 140, nella denuncia; 114, secondo quanto ha dichiarato a settembre lo stesso ministro della Coesione, Claudio De Vincenti, rispondendo a un’interrogazione parlamentare sulla vicenda.
Si tratta di «esperti altamente specializzati», ha spiegato il politico. Che prenderanno dai 30 agli 85 mila euro all’anno – provenienti proprio da quel Pon Governance – per sette anni: un’unicum, viene segnalato, per un’istituzione pubblica, giustificato dai vertici con la durata della programmazione europea (settennale, appunto). L’impressione che la semplificazione diventi burocrazia sotto forma di nuovi contratti aumenta.
L’ente guidato da Maria Ludovica Agrò nel frattempo ha avviato attività per 48 milioni di euro su quel Piano di supporto al buon governo. E in questi mesi ha appaltato altri «servizi professionali», a Kpmg (per 879 mila euro) e di «informazione e comunicazione», a Fpa srl (per 141 mila euro .
RICERCA AL MACERO
All’esterno cerca aiuto anche il ministero dell’Istruzione. Per governare i nuovi flussi di denaro Ue ha ingaggiato infatti 34 esperti, che insieme a un protocollo d’intesa con la Guardia di finanza dovrebbero impedire il ripetersi dei guai.
La distribuzione dei finanziamenti europei per la Ricerca è stato infatti uno dei capitoli più pulp della scorsa programmazione, con dossier anonimi, ispezioni della Ragioneria di Stato, indagini ancora in corso in diverse procure.
A oggi, fra archiviazioni e procedimenti in itinere, l’unica responsabilità accertata dalla Corte dei conti è stata a carico di Fabrizio Cobis, dirigente tutt’ora al ministero (in altro ufficio), condannato a risarcire 500 mila euro per le fasi di un appalto lievitato da 26 a 47 milioni di euro. A preoccupare i vertici è soprattutto il confronto con la commissione Ue per la sorte dei 729 milioni di euro di contributi (972 se si comprende il co-finanziamento nazionale) sospesi per via delle irregolarità trasversali riscontrate nella distribuzione dei premi.
Sui fondi per l’innovazione si era scatenata infatti una corsa all’oro, lasciata senza argine per la fretta di spendere il budget prima della scadenza.
Le antologie d’inchiesta raccontano di aziende di Modena, Padova e Milano che aprivano uffici fantasma attivi per un pomeriggio o dagli indirizzi inesistenti, necessari unicamente a dimostrare la presenza nelle regioni del Sud (dove erano destinati gli aiuti); di comitati di valutazione in cui sedevano gli stessi professori che beneficiavano degli aiuti; di banche che certificavano la solidità di società in fallimento la mattina dopo.
Il pool di investigatori del “Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie” della Guardia di finanza ha sommato sprechi e irregolarità per 578 milioni di euro. Che ora toccherà al ministero recuperare, per evitare che sia lo Stato a dover rimborsare il bottino alla Ue.
POTERI TERREN
Molti di quei progetti erano perfetti, formalmente. Approvati per questo senza indugi di burocrazia in burocrazia.
Una delle missioni dei finanzieri guidati dal generale Rosario Massino è allora capire cosa accade dopo. Cosa resta sul territorio di quegli aiuti.
Quando hanno controllato ad esempio le sovvenzioni date ai pescatori in crisi ne hanno individuati quattro in regola su 200. Avevano ricevuto tutti 40 mila euro per trovare entro due anni un nuovo impiego.
Continuavano invece a pescare, ma in nero. Anzichè risolvere il problema, l’aiuto comunitario l’aveva insomma aggravato.
E che il danno complessivo sia una goccia (due milioni e 900 mila euro) nella marea dei fondi Ue, rispetto allo sforzo necessario a intercettarlo, è un problema costante per i cacciatori di frodi.
Solo setacciare gli aiuti per l’agricoltura, ad esempio (un capitolo che varrà 10 miliardi di euro da qui al 2020), significa scrutinare centinaia di migliaia di pagamenti.
Nell’ultima operazione, su 500 mila posizioni analizzate, 35 mila sono risultate irregolari. Il mercato dei titoli per le sovvenzioni agricole ha d’altronde zone d’ombra molto estese.
Sotto cui le mafie riposano benissimo. Non solo in Sicilia. L’attenzione degli inquirenti si sta concentrando su altre regioni: Puglia, Calabria. E il Nord. Un’indagine dei Carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha seguito l’aratro delle ‘ndrine dalle terre calabresi al Lazio, alla Toscana, alla Liguria.
Dal momento che basta dimostrare la proprietà per ricevere gli aiuti, la faccenda è piuttosto semplice. E anche nella Bassa la voglia di approfittarne cresce: da inizio anno i Carabinieri di Parma hanno denunciato 12 persone. Ma se gli appetiti aumentano, con loro anche gli strumenti di controllo.
Il 12 ottobre è stato approvato il regolamento che istituisce “l’Eppo”, la procura europea. Sarà un organismo centrale che potrà indagare e perseguire penalmente chi viola gli interessi finanziari dell’Unione.
Quindi anche i truffatori, in tutti i Paesi al di fuori di Danimarca, Irlanda, Malta, Olanda, Polonia, Svezia, Ungheria (e ovviamente Regno Unito). Ci sono voluti 20 anni di proposte e quattro di negoziati. E sarà operativa soltanto nel 2021. Ma intanto, esiste .
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
OFFERTA IN AUMENTO SOLO PER I 170.000 VIAGGIATORI DELL’ALTA VELOCITA’ … TRATTE DA INCUBO: ROMA-LIDO, REGGIO-TARANTO, BARI-BARLETTA
Aumenta l’offerta di treni ad alta velocità , mentre il servizio per i pendolari continua a peggiorare.
Basti pensare che 7 anni fa, prima dei tagli, circolava il 6,5% di treni regionali in più e il 20% degli Intercity. Eppure i viaggiatori che beneficiano dei servizi ad alta velocità sono 170mila contro i tre milioni circa di pendolari che si spostano ogni giorno.
Questi i dati emersi dal dossier Pendolaria 2017 pubblicato da Legambiente che anche quest’anno ha stilato una classifica delle dieci linee ferroviarie peggiori d’Italia.
Rispetto allo scorso anno, restano tra le peggiori la Roma-Lido, la Circumvesuviana e la Reggio Calabria-Taranto.
Tra le new entry le linee Verona-Rovigo, Brescia-Casalmaggiore-Parma, Agrigento-Palermo, Settimo Torinese-Pont Canavese, Campobasso-Roma, Genova-Savona-Ventimiglia, Bari-Corato-Barletta.
“Il problema del trasporto ferroviario in Italia è che manca una strategia di potenziamento complessivo, al di fuori dell’Alta Velocità — commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente — che permetta di migliorare l’offerta a partire dalle grandi città e dalle situazioni più difficili sulle linee secondarie, in particolare del Sud”.
Tra le linee peggiori anche la linea Bari-Corato-Barletta, diventata purtroppo famosa il 12 luglio 2016 quando uno scontro frontale tra due treni, avvenuto nel tratto a binario unico tra Andria e Corato, ha causato la morte di 23 persone e oltre 50 feriti. Un incidente per il quale la Procura di Trani ha appeno chiuso l’inchiesta che coinvolge anche due dirigenti dei ministero dei Trasporti.
SI INVESTE SOLO SULL’ALTA VELOCITà€
L’entrata in vigore dell’orario ferroviario invernale non apporta miglioramenti sul fronte delle linee ordinarie. Al contrario si registra un boom di collegamenti veloci, come per esempio le 50 corse al giorno di Frecciarossa e le 25 di Italo da Roma a Milano.
Questo significa che in sette anni c’è stato un aumento dell’offerta del 78,5% dei treni in circolazione, con un convoglio ogni 10 minuti negli orari di punta.
“L’Italia invece — sottolinea Legambiente — ha bisogno di aumentare sensibilmente il numero di passeggeri che viaggiano in treno e, nelle principali città , di chi si sposta in metro e in tram, se vuole migliorare la qualità dell’aria e ridurre le emissioni di CO2 come previsto dall’Accordo di Parigi”.
Ecco perchè Legambiente sollecita il governo Gentiloni a individuare risorse nella legge di Bilancio in corso di approvazione “per rilanciare la cura del ferro che serve al Paese nelle città ”. Una richiesta di intervento che riguarda soprattutto situazioni più gravi e insopportabili, come quella che vivono ogni giorno centinaia di migliaia di pendolari, “in particolare a Roma e a Napoli, dove il numero dei passeggeri su treno è diminuito del 30% in questi anni”.
LE DIECI PEGGIORI
La classifica delle dieci tratte peggiori accomuna linee all’interno delle grandi città e linee ferroviarie ‘secondarie’ che nel tempo hanno visto un progressivo e costante peggioramento. È stata realizzata mettendo insieme le proteste degli utenti per i ritardi e i tagli e situazioni oggettive come la tipologia dei treni sia per capienza sia per età , la carenza di orari adatti per l’utenza pendolare, la frequenza dei convogli, la condizione delle stazioni. Al primo posto ancora una volta la Roma-Lido.
Ormai la linea registra un afflusso giornaliero di 55mila tra studenti e lavoratori contro i circa 100mila stimati fino a pochi anni fa, con un calo del 45%.
L’età media dei 23 convogli (erano 24 nel 2015) che la frequentano sfiora i 20 anni mentre le corse effettuate nell’anno 2016 sono state il 7,2% in meno rispetto a quelle programmate.
Poi c’è la Circumvesuviana che collega un’area metropolitana di circa due milioni di abitanti e si estende per circa 142 chilometri.
Oltre alle denunce di pendolari, il disastro del servizio nel 2016 è stato confermato pubblicamente dall’Ente Autonomo Volturno (la holding, con la Regione Campania come socio unico, dove nel 2013 sono confluite Circumvesuviana, Cumana, Circumflegrea e Metrocampania NordEst): aumento delle soppressioni (4.252 treni), aumento dei ritardi oltre i 15 minuti (26.533 nel 2016), quasi assenza di treni a composizione tripla, nonostante le maggiori risorse finanziarie disponibili rispetto al 2015. E non è andata meglio nel 2017.
Sulla Reggio Calabria-Taranto, invece, il treno più veloce impiega 6 ore e 15 minuti, con tre cambi a Paola, Castiglione Cosentino e Sibari da dove però il treno finisce la sua corsa e si prosegue in pullman. I tagli al servizio sono stati pari al 20% rispetto al 2010, con la cancellazione di 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta, 2 treni interregionali.
Tra le linee peggiori anche la Verona-Rovigo: poche corse, mezzi obsoleti, ritardi e abbandono delle piccole stazioni spesso sprovviste delle tabelle che indicano gli orari.
I treni circolanti risalgono agli anni Settanta e hanno dei tempi di percorrenza medi di 55 chilometri orari.
Per fare un confronto con il passato, 15 anni fa il treno più veloce ci mettevo un’ora e 25 minuti, oggi impiega 16 minuti in più. Sulla Brescia-Casalmaggiore-Parma, invece, il materiale rotabile ha un’età media superiore ai 30 anni e rispetto al 2009 il treno più veloce impiega 20 minuti in più.
Tra le 25 linee lombarde, è quella con gli indici di affidabilità più bassi.
Non va meglio sulla Agrigento-Palermo dove, malgrado la domanda di spostamento tra le due città sia molto rilevante, solo una percentuale bassa si sposta in treno “perchè i treni sono pochi e risultano molto spesso in ritardo, malgrado la linea sia ampiamente sotto utilizzata, specialmente nelle giornate di pioggia quando in molte stazioni si allagano i binari e si verificano frane”.
Nella classifica delle peggiori anche la linea Settimo Torinese-Pont Canavese, la Campobasso-Roma e la Bari-Corato-Barletta.
A seguito dell’incidente avvenuto nel luglio del 2016 la linea è stata chiusa tra Andria e Corato e sono partiti i lavori per il raddoppio di una tratta di 10 chilometri. Ad oggi, la riapertura della tratta ferroviaria Corato-Ruvo è stata posticipata e continuano ad operare gli autobus sostitutivi (servizio che dipende direttamente dalla Regione) con i relativi disagi per studenti e lavoratori, specialmente nelle ore di punta in cui il servizio sostitutivo è carente.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
COME FESTEGGIARE L’APERTURA DI UN SOTTOPASSO DECISA DALLA GIUNTA MARINO: LA RAGGI ANCHE QUESTA VOLTA SI PRENDE I MERITI ALTRUI
Ieri Virginia Raggi ha dato su Facebook l’annuncio di un’altra grande vittoria (la
numero 8732 da quando è sindaca) contro la burocrazia.
Una piccola grande vittoria con un grande significato: “la riapertura di questo sottoposatto (testuale)” spiega la Sindaca, consentirà di “snellire il traffico e accorciare i tempi di attesa lungo una strada percorsa ogni giorno da migliaia di aumobili e mezzi pubblici che a volte sono costretti a tragitti alternativi“.
Insomma non sarà un’opera faraonica ma è in ogni caso il segno tangibile del buon lavoro dell’Amministrazione comunale.
Come ci fa sapere la sindaca infatti erano ormai 30 anni che gli abitanti del Municipio attendevano il completamento dei lavori.
Il problema è che l’apertura del sottopasso non è una vittoria del Presidente del Municipio Mario Torelli e nemmeno del M5S.
Si tratta invece, come è naturale nella pubblica amministrazione (o meglio come dovrebbe) di un lavoro di cooperazione. La giunta a 5 Stelle ha portato a termine un lavoro che era stato iniziato durante la precedente consiliatura.
Al contrario di quanto annunciato da Luca Mellina (vicepresidente del Municipio) che su Facebook ha scritto “noi facciamo i fatti” le cose stanno diversamente.
Scrive infatti Maurizio Veloccia (Presidente del Municipio dal 2013 al 2015) che i lavori del sottopasso sono stati ripresi nel 2014 dopo che dal 2010 al 2013 la giunta Alemanno aveva bloccato i fondi.
Durante il mandato di Ignazio Marino (poi finito come tutti sappiamo) venne sbloccato il finanziamento ed i lavori ripresero ad inizio 2014 con gli scavi archeologici. «Sotto la nostra consiliatura — scrive Veloccia — si chiusero gli scavi dopo “ampie discussioni” con la soprintendenza grazie all’intervento diretto del Soprintendente Prosperetti che superò tutte le capziosità che avevano rallentato i lavori». Gli impedimenti burocratici erano quindi già stati superati prima dell’avvento dei 5 Stelle.
Cosa restava da fare? Stendere l’asfalto.
Un’operazione per la quale al nuovo Municipio è servito un anno e mezzo.
Ed anche la nuova linea degli autobus era stata già definita: mancherebbe solo la realizzazione di tre piattaforme per le fermate e l’indicazione della giunta.
Cose che però l’Amministrazione comunale non ha ancora provveduto a fare. Perchè se è vero che chi ha perso le elezioni ha poco da recriminare (anche in virtù delle modalità con cui si è deciso di porre fine all’esperienza di Marino) è anche vero che la Raggi — così come tutti i politici — è sempre pronta a scaricare le responsabilità sulle precedenti amministrazioni e a non riconoscerne i meriti.
Per Marco Miccoli (PD) «la Sindaca Raggi si conferma una bugiarda seriale: continua a rivendere ai romani come propri i risultati delle precedenti Giunte».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
STRAORDINARI OBBLIGATORI, PERDITA DEI BENEFICI DELL’ANZIANITA’ DI SERVIZIO, NESSUN RIPOSO NEI FESTIVI E STIPENDI RIDOTTI
Parecchie aziende italiane della grande distribuzione organizzata di mobili e arredamento sono state spazzate via, o pesantemente ridimensionate, dal ciclone Ikea
Resiste invece, con una quota importante di mercato e magazzini sparsi in quasi tutt’Italia, Mondo Convenienza.
Era il 1985 “quando Giovan Battista Carosi, il futuro fondatore, si trasferì da Viterbo a Civitavecchia per lavorare come commesso in un negozio di arredamento.
Poco dopo è iniziata l’avventura di Mondo Convenienza” si legge sul sito Internet, dove non mancano richiami ai sacri principi aziendali.
Dalla lealtà , “un valore che ispira l’agire quotidiano di ogni nostro dipendente, sia nei confronti dei colleghi che verso il cliente” al rispetto, “verso i fornitori, il loro lavoro e la loro competenza. Rispetto per i dipendenti, il loro impegno e la loro professionalità . E soprattutto il rispetto verso il cliente”.
Ma il punto di vista di una parte non trascurabile dei lavoratori è diverso.
Ultimamente se n’è parlato anche a Report, che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’ultimo fenomeno in casa Mondo Convenienza: quest’anno i suoi addetti al trasporto e al montaggio si sono visti trasformare il contratto dalla categoria “trasporti-logistica” a quella “multiservizi-pulizie”.
Con conseguente cambio in corsa della cooperativa subappaltante di riferimento. Questo significa, protestano i sindacati, 300 euro in meno di stipendio.
Un meno venti per cento in busta paga. “Ecco spiegato lo sconto fisso del 22 per cento sui mobili” c’è chi insinua, coincidenze numeriche alla mano.
«Mondo Convenienza conferma che per tali servizi, così come prassi per gli operatori del settore del mobile, si avvale di fornitori esterni» — dichiara all’Espresso il loro ufficio stampa – «I servizi di trasporto e montaggio vengono affidati in appalto. Dal negozio a casa tua, il servizio è fornito da terzi per conto di Mondo Convenienza, ma è normale che sia così».
Ed è nata una pagina Facebook che funge da tazebao delle rivendicazioni e delle doglianze dei dipendenti. Il nome, dolente e ironico, è “Mondo sofferenza”.
Il sottotitolo fa il verso allo slogan ufficiale: “qual è il prezzo della convenienza?”.
Un florilegio di immagini emblematiche (come quella in cui si vede un gruppo di trasportatori caricare e scaricare a mano mobili pesanti decine di chili, “altro che l’uso di carrelli elevatori elettrici, altrimenti come si potrebbero fare sconti ai clienti?”), accuse trasversali e meme “di classe” (“sfruttamento trasversale e taglio dei diritti”).
Francesca Ferone è di Roma, ha 39 anni e ha lavorato per Mondo Convenienza dal primo settembre del 2004 al 22 settembre del 2015, prima di essere licenziata “per avere risposto male al direttore. Ma non è vero”.
La decisione finale sul suo reintegro spetterà alla Cassazione.
Aveva, dal 2010, un contratto part time a 24 ore, “ma con gli straordinari obbligatori”. Prima lavorava 30, 35 ore a settimana. Nel reparto ordini o alla cassa, “è tutto intercambiabile. E per mesi ho vinto il premio aziendale come miglior cassiera”
Francesca ha girato diversi punti vendita: Roma-Pontina, Roma-Casilina, Pescara, Voghera. “Ogni volta firmavo le dimissioni e venivo riassunta nella nuova filiale, con la perdita dei benefici di anzianità di servizio” afferma Francesca all’Espresso.
A Mondo Convenienza il lavoro fisso nei giorni festivi è sempre esistito, a prescindere dalla riforma Monti.
“La prima cosa che abbiamo accettato è stato un lavoro su turnazione, ovvero cinque giorni alla settimana inizialmente, poi diventati sei, e due giorni di riposo, però mai di sabato o di domenica. A differenza di altre realtà come Ikea, dove ho lavorato nel 2003 e poteva capitarti un giorno libero nel fine settimana, da Mondo Convenienza il weekend si lavora sempre, tassativamente”.
Nel corso del tempo sono state aggiunte le cosiddette “clausole di flessibilità ed elasticità ”.
“La flessibilità permette al datore di lavoro di modificarti la turnazione in qualunque momento o giorno della settimana, a dispetto di quanto stabilisce il contratto collettivo nazionale. L’elasticità permette invece al direttore di cambiarti persino la pausa pranzo, just in time, mentre sei di turno. E così, se stai facendo un 9-13 e 15-20, ma quel giorno c’è un aumento della lista dei clienti, ti viene imposto di staccare più tardi o di riattaccare prima”.
Una deregulation “creativa” degli orari. “Magari era venerdì, e c’era poca affluenza. Ci domandavano: “volete andarvene prima?”. Un modo per “scalare” le ore lavorate in più senza che ci fosse stato pagato lo straordinario.
Certo, eravamo liberi di rifiutarci. Ma il direttore, in contatto perpetuo con la sede centrale di Civitacchia, non perdeva mai l’occasione di ricordarci che “se mai vi servirà qualcosa, i piani alti si ricorderanno…”.
Disponibilità perenne e accondiscendente. “Gli addetti di Mondo Convenienza sono più reperibili di un chirurgo in corsia d’emergenza. Qualcuno può spiegarci, lavorando con questi ritmi, come faremmo a fare la spesa, andare dal dentista, prendere nostro figlio che sta uscendo dall’asilo, se la pausa pranzo non è mai certa e il giorno di riposo non è mai lo stesso?”.
C’è inoltre il capitolo “liste d’attesa”.
“I clienti che attendono di essere serviti per il preventivo di una cucina o di un soggiorno hanno la precedenza su tutto. Sono le statistiche sull’affluenza dei clienti che decideranno se potrai partecipare a un matrimonio, a un compleanno, a un battesimo o a qualunque altro importante impegno familiare. Persino se puoi raggiungere un parente in ospedale. Nell’estate del 2010, a un collega di via Salaria è stato negato il diritto di correre in nosocomio da un parente che era stato operato d’urgenza. Era agosto, c’era gente, la lista d’attesa cresceva. Il suo parente è deceduto”.
I congedi parentali, insomma, esistono “solo sulla carta. Nella realtà ti trovi invece di fronte a turni punitivi, che inizi alle 9 e concludi alle 20. Però, se ti comporti bene, ci assicurava il direttore, “a metà pomeriggio ti faccio fumare una sigaretta”.
Risponde Mondo Convenienza: “I nostri non sono negozi, ma veri e propri showroom. I nostri venditori sono al 100% focalizzati sul servizio al cliente: non devono occuparsi di altre mansioni (come la pulizia e il mantenimento), che vengono gestite da personale addetto. Questo ci permette di mantenere il focus sul cliente, e sulla qualità e la personalizzazione del servizio che siamo in grado di riservargli”.
Francesca prosegue il suo racconto. “I soprusi sono tanti, e forme di tutela alternative a un avvocato personale non ne esistono. Oggi l’azienda sta trasformando i contratti full in part-time. Tanto a colpi di elasticità e flessibilità si arriverà anche a 53 ore settimanali, le tutele svaniranno e vie di fuga da questa forma di schiavitù moderna non si intravvedono all’orizzonte”.
“Aspetto rilevante è certamente la creazione di nuovi posti di lavoro: nel corso del 2016 le risorse umane del gruppo sono cresciute di 340 unità (+ 16%), passando da 2.135 a 2.475 — replica l’azienda -. L’utilizzo di contratti di lavoro interinale e l’indotto fanno moltiplicare questo già importante numero. La stima totale di nuove posizioni lavorative generate da Mondo Convenienza supera le 1.200 unità nell’anno”.
E del passaggio dal full al part-time? “Quando si apre una nuova posizione part-time in azienda, si chiede prima alle persone interne se siano interessate a passare dal proprio full-time al part-time. Questo ci aiuta a restare vicini alle necessità dei nostri dipendenti, in particolare a quelli che, entrati giovani in azienda, possono avere maturato la necessità di ridurre il proprio orario di lavoro per coniugarlo con le nuove sopraggiunte esigenze familiari (come nel caso delle neo-mamme e papà ) — aggiungono da Mondo Convenienza -. Tutti i nuovi venditori sono assunti con contratto part-time, e solo nel primo periodo (non lavorativo, ma di formazione retribuita) viene richiesta loro una disponibilità più estesa, equiparabile a un full-time in termini di tempo giornaliero”.
In primo grado Francesca Ferone aveva vinto il ricorso, “e allora sono andata all’Inps con la copia autenticata dell’ordinanza esecutiva e ho compilato i moduli per riavere i contributi dei mesi precedenti. L’istituto di previdenza mi ha risposto dopo 15 giorni. “A noi non risulta che tu abbia lavorato a Mondo Convenienza, non ci sono documenti che lo attestino. Risulti licenziata da una società chiamata “Idea srl”. Lo sanno anche i sampietrini che Mondo Convenienza è un marchio, e ogni punto vendita è una Srl a sè”.
Quest’estate ha fatto rumore un episodio di cronaca che ha visto protagonista un addetto alle vendite del Mondo Convenienza di Bologna, Luca Carioli, in azienda dal 2011.
A Luca, che lavora tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, l’azienda ha rifiutato un congedo parentale per il battesimo del figlio, chiesto nei modi e nei tempi giusti.
La Cgil ha perciò indetto uno sciopero proprio per quella domenica. E Luca è potuto andare al battesimo
“Il dipendente ha presentato richiesta di congedo senza confrontarsi con la direzione del punto vendita e senza specificare le motivazioni. Quindi nessuno poteva sapere l’origine della necessità , tantomeno che si trattasse di un battesimo — ha replicato nei mesi scorsi Gianfranco Stefanoni, ad di Mondo Convenienza — Se l’azienda, e io in prima persona, avesse conosciuto la motivazione, senza alcun dubbio avrebbe fatto di tutto per concedere il permesso. Sono molto dispiaciuto dell’accaduto. I lavoratori di Mondo Convenienza operano in un clima sereno, collaborativo e amichevole, e l’azienda è molto sensibile alle loro esigenze… Spero che si possa quanto prima riprendere a collaborare in un clima sereno”.
Stefania Pisani della Cgil ha allargato il discorso parlando di “rappresaglie aziendali e soprusi costanti e continui non solo nei confronti dei lavoratori del magazzino, ma anche degli addetti alle vendite”. “Prepotenza padronale”, ha aggiunto, in un’azienda tutt’altro che in crisi.
A luglio di quest’anno, Mondo Convenienza ha pubblicizzato il bilancio del 2016.
Per la prima volta ha oltrepassato il miliardo di ricavi, con un incremento di oltre il 18% rispetto all’anno precedente, superando il 10% della quota di mercato nazionale del mobile.
(da “L’Espresso”)
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