Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
PIER SILVIO: “UN TETTO PER LA PUBBLICITA’ A VIALE MAZZINI”… IL RILANCIO DELLA TV GENERALISTA
Un tetto “molto stringente” alla pubblicità sulla Rai.
A proporlo è Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset, che in un’intervista al Corriere della Sera spiega: ” La Rai è rimasta un unicum in Europa. Se percepisci un canone devi avere perlomeno un tetto molto stringente alla pubblicità “.
L’amministratore delegato di Mediaset motiva così le ragioni della sua proposta:
“Io penso che un’offerta televisiva di servizio pubblico sia indispensabile e debba essere lo standard di riferimento su ogni prodotto, dall’informazione all’intrattenimento. Ma la Rai è rimasta un ibrido che vive di canone e pubblicità . E per la pubblicità insegue la tv commerciale. Oltretutto falsa il mercato e sottrae risorse a un settore già in difficoltà come l’editoria”.
Nell’intervista al Corsera, Pier Silvio Berlusconi parla anche della pay tv, che definisce un sistema “destinato a essere in difficoltà “.
Parole di grande rilancio, invece, per la tv generalista che per l’a.d. di Mediaset “è ben viva in ogni Paese”.
Pier Silvio Berlusconi spiega quali sono i progetti di Mediaset in Europa:
“Noi, con l’Italia e la Spagna, siamo già il più grande editore europeo di tv commerciale. Il sogno sarebbe creare un grande polo europeo della tv free. E sarebbe bello – e anche importante per il nostro Paese – se per una volta fosse un’azienda italiana a guidare un’espansione internazionale. Ma, come dicevo, è solo un sogno per ora”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
SCICLI E’ IL COMUNE PIU’ LENTO DELLA PENISOLA CON 658 GIORNI
A pagare e morire c’è sempre tempo. 
Il detto viene preso alla lettera dallo Stato italiano. I tempi di pagamento della nostra Pubblica amministrazione sono i più lunghi d’Europa, insieme a quelli del Portogallo. Peggio di noi fa solo la Grecia, che però in questi anni ha avuto bisogno di due salvataggi finanziari e ha subito una crisi economica pesantissima.
Se in Francia una fattura mediamente viene pagata in 57 giorni e in Spagna in 78, in Italia bisogna attenderne 95. Impietoso il confronto con i paesi più virtuosi: Germania 23 giorni, Regno unito 22, Finlandia 22.
Italia e la Corte Ue
La questione è sotto la lente di Bruxelles già da tempo. La prima lettera della Commissione Ue all’Italia sull’argomento risale al giugno 2014. All’epoca, secondo i dati in possesso di Bruxelles, la Pa italiana pagava a 170 giorni beni e servizi e addirittura a 210 i lavori pubblici.
Da allora la situazione è significativamente migliorata, i tempi sono praticamente dimezzati grazie alla riforma della pubblica amministrazione.
Ma ancora non basta: secondo le norme Ue le amministrazioni pubbliche dovrebbero pagare a 30 giorni. E solo «in circostanze molto eccezionali» a 60. Il che avviene se la media Ue è di 43 giorni.
Così nei giorni scorsi la Commissione ha rotto gli indugi e ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia europea. Pur «riconoscendo gli sforzi fatti dal governo italiano», ha scritto, «più di tre anni dopo il lancio della procedura di infrazione, le autorità pubbliche italiane ancora impiegano mediamente circa 100 giorni per liquidare le proprie fatture, con picchi anche considerevolmente più alti».
Le lumache
Il premio lumaca per l’ente più lento d’Italia (tra quelli che almeno li hanno dichiarati) va al Comune di Scicli, nel ragusano, che a pagare una fattura ci mette mediamente poco meno di due anni, 658 giorni. E questo non vale solo coi fornitori, ma persino con le famiglie.
Sul sito del Comune, in un avviso del 10 agosto scorso, si legge che sono in pagamento i contributi per i libri di testo scolastici dell’anno 2014/15. Ma Scicli è in buona compagnia.
Seguono in classifica il Comune di Poggio Nativo (Rieti), con 508 giorni, quello di Torrebruna (Chieti) con 445, quello di Cerreto Sannita (Benevento) con 432. Sono 75 gli enti che dichiarano di pagare le fatture a oltre 200 giorni.
La polemica
Ma il Tesoro non ci sta. Un deferimento, quello alla Corte Ue, «ingiustificato e penalizzante – scrive – in un contesto in cui le pubbliche amministrazioni stanno procedendo sistematicamente verso i tempi di pagamento previsti dalla normativa europea».
E contesta i numeri, mettendo avanti quelli rilevati dalla Piattaforma per i crediti commerciali (Pcc). Si tratta di un sistema digitale al quale si è registrato la maggior parte degli enti, mettendo così in condizione via Venti Settembre di tenere la situazione sotto controllo.
I numeri del Mef
Nell’anno 2016 sono state registrate oltre 27 milioni di fatture – scrive il Mef – per un importo totale pari a circa 138 miliardi di euro. In base alle informazioni fornite dagli enti, la piattaforma ha rilevato pagamenti relativi a circa 18,6 milioni di fatture, per un importo pari a 118,1 miliardi di euro, che corrisponde all’85% del totale ricevuto. I tempi medi di pagamento sono pari a 60 giorni, a 13 quelli di ritardo. Ritardo, segnala il Mef, in diminuzione del 50% rispetto al 2015.
Numeri da prendere con cautela, segnala però lo stesso ministero sul proprio sito, in un aggiornamento del 25 settembre, spiegando che «il tempo medio di pagamento effettivo del totale delle fatture è con ogni probabilità più lungo di quello registrato tra gli enti che comunicano i dati». Il ministero ha elaborato così «una stima dei pagamenti mancanti ottenuta con metodologia statistica». Risultato: 64 giorni.
«Solo i più virtuosi»
È guerra di numeri. Che nasce, riassume il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, dal fatto che sulla piattaforma del Mef «si registrano solo le Pa più virtuose». C’è da dire che per venirne a capo il Tesoro sta mettendo a punto un nuovo sistema, Siope+, che dovrebbe dare risultati più certi.
Le cause del problema
Ma perchè la Pa paga così in ritardo? Spesso per mancanza di liquidità – denuncia la Cgia – ma molte volte anche per semplice inefficienza delle amministrazioni. E a volte persino per «ritardi intenzionali».
Ci si mettono poi anche i ricorsi, che inevitabilmente scaricano i dilatati tempi della giustizia civile sulla Pubblica amministrazione.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
CLAMOROSA ROTTURA CON LA CASA BIANCA DI NIKKI HALEY, UNA DEI PILASTRI DELL’AMMINISTRAZIONE AMERICANA
Le donne che hanno accusato Donald Trump di molestie sessuali dovrebbero essere ascoltate: la sorprendente affermazione arriva da uno dei pilastri della stessa amministrazione Trump, Nikki Haley, ambasciatrice americana all’Onu.
Haley rompe così con la posizione della Casa Bianca, secondo cui le accuse al tycoon sono false e vanno archiviate.
Per l’ex governatrice del South Carolina, invece, quelle donne meritano la stessa attenzione delle tante altre donne che in queste settimane sono venute allo scoperto per denunciare molestie e abusi sessuali.
Parlando alla Cbs Haley ha detto: “Abbiamo ascoltato alcune donne che accusavano il presidente prima delle elezioni. E penso che ogni donna che si è sentita violata o maltrattata abbia tutto il diritto di parlare”.
Parole forti, dunque, che arrivano da una personalità di primissimo piano dell’amministrazione e che lasciano presagire come sarà difficile per Trump non tornare a difendersi dalle accuse di decine di donne.
Donne venute allo scoperto durante la campagna elettorale del 2016 e che hanno raccontato di essere state toccate, baciate o palpeggiate contro la loro volontà dal tycoon.
L’ultima, in ordine di tempo ad accusare il presidente è una ex presentatrice di Fox News, Juliet Huddy, che ha rivelato che Donald Trump tentò di baciarla nel 2005.
La donna, intervistata durante il programma ‘Mornin!!! with Bill Schulz’, ha svelato l’episodio, raccontando di essere stata invitata a pranzare alla Trump Tower dall’allora magnate che, salutandola in ascensore, “invece di baciarmi sulla guancia tentò di baciarmi sulle labbra”.
“Non mi sono sentita offesa, era più tipo ‘Oh mio Dio'”, ha poi confessato la Huddy, precisando che è stato “un momento strano” ma non si è sentita “minacciata” e dopo Trump “non ha più tentato altro”.
Sull’episodio era stato lo stesso Trump poi a ironizzare, una volta che era stato ospite del programma dell’allora presentatrice tv. “Ci ho provato ma lei mi ha snobbato”, avrebbe detto.
Lo scorso gennaio la Huddy ha raggiunto un accordo a sei cifre con l’emittente per mantenere il silenzio e non presentare denuncia contro Bill O’Reilly, storico volto di Fox News, accusato di averla molestata nel 2011.
Secondo quanto aveva riferito la donna, il giornalista l’aveva chiamata ripetutamente, l’aveva invitata a casa sua a Long Island, tentato di baciarla e in un’occasione le aveva chiesto di portargli la chiave della stanza d’albergo e, aprendo la porta, si era presentato in mutande.
Proprio il sostegno dimostrato di recente da Trump a O’Reilly, travolto dalle accuse di molestie sessuali, per anni insabbiate a suon di milioni di dollari, è stato criticato dalla Huddy.
“Quando è venuto tutto alla luce su Bill O’Reilly, Donald Trump è stato uno di quelli che hanno detto ‘non ci credo che sia accaduto, che l’abbia fattò”. Frasi che l’hanno molto amareggiata perchè Trump “mi ha incontrato un sacco di volte e sa che non sono una bugiarda”.
La bufera causata dallo scandalo provocato da accuse di molestie sessuali continua a sconvolgere il mondo della politica Usa: qualche giorno fa, Trent Franks, deputato repubblicano dell’Arizona, ha annunciato le dimissioni in seguito ad una indagine su possibili molestie sessuali lanciata dalla commissione etica della Camera. Prima di lui la stessa cosa aveva fatto Al Franken, senatore democratico statunitense accusato da otto donne di molestie sessuali.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
CAUSATI DA IMMIGRATI? NO, DA RAID DELLA DESTRA RAZZISTA… MONZA: BARISTA FERITO DA 20 PERSONE
Sono strade strette, appena fuori dal centro storico di Monza, molti bar e locali; a
guardare tra un palazzo e l’altro, si scopre però qualche scritta «politica»: «fascio brucia», «con le mani, quando volete».
Su quelle poche strade, tra via Bergamo, via Durini e via Enrico da Monza, adesso si concentrano le attenzioni della polizia perchè in poco più di 24 ore ci sono state prima una rissa violentissima, con cinture e cocci di bottiglia (venerdì sera), e poi una spedizione punitiva in un bar (poco dopo la mezzanotte di sabato).
Per il momento non c’è un legame certo tra i due fatti, ma gli elementi raccolti nelle prime ore li collegano entrambi a gruppi di estrema destra.
Delle due esplosioni di violenza a Monza si occuperà anche la Digos, perchè sono molto più preoccupanti rispetto al breve contatto avvenuto ieri a Milano nel primo pomeriggio, all’angolo tra via Meda e via Spaventa, tra un gruppo di Forza nuova e alcuni antagonisti del quartiere. L’associazione di estrema destra aveva annunciato un gazebo con raccolta firme per chiedere l’assegnazione delle case popolari agli italiani: per un paio d’ore i tram in via Meda sono stati bloccati per il «presidio antifascista» che contrastava Forza nuova, con gli schieramenti tenuti separati dalla polizia
Il contatto è stato invece molto duro venerdì sera a Monza.
Poco dopo le 23, alcuni addetti alla sicurezza che lavorano per i locali di via Bergamo allontanano da un bar una decina di ragazzi, alcuni dei quali hanno addosso simboli di Forza nuova.
Il gruppo non discute con i buttafuori, ma si trattiene per un po’ all’angolo con via Enrico da Monza.
Poco distante da lì si trova un piazzale, nei dintorni di un centro sportivo (su una parete del quale c’è un grande murales con la scritta «Monza antifa»), spesso frequentato da ragazzi dell’area antagonista.
Probabilmente, venerdì sera, i due gruppi si vedono a distanza: tanto che i giovani di estrema destra formano una sorta di schieramento, poi un paio di loro si sfilano la cintura dei pantaloni e si lanciano contro gli «avversari», gli altri a quel punto spaccano le bottiglie di vetro che hanno in mano e iniziano a correre.
Stando alle testimonianze delle persone che chiamano il 112, la rissa è feroce, dura un paio di minuti, poi tutti scappano prima che arrivino le Volanti della polizia. Nelle ore successive però nessun ferito si presenta negli ospedali di Monza e dintorni.
Ha invece tre punti sulla fronte e il naso rotto (come ha spiegato ieri la figlia su Facebook ) il padre della titolare di un bar che si trova proprio in via Enrico da Monza, a pochi metri da dove è avvenuta la rissa di venerdì sera.
Poco dopo la mezzanotte di sabato, un gruppo di una ventina di persone entra nel locale (alcuni, secondo le testimonianze, hanno delle mazze) e inizia a fracassare bottiglie e bicchieri.
Anche in questo caso gli elementi in mano agli investigatori portano a militanti di estrema destra. Aggrediscono a pugni il padre della proprietaria. Ed è lui che poi spiega alla polizia la probabile motivazione della spedizione punitiva: una settimana prima alcuni uomini erano entrati nel locale cercando di aggredire un cliente; anche in quel caso si stava per arrivare a uno scontro e dunque l’uomo avrebbe chiesto alle persone di uscire.
Il raid di sabato, che aveva l’obiettivo di danneggiare e devastare il locale, sarebbe una ritorsione per l’episodio di una settimana fa.
A terra, vicino all’ingresso, all’arrivo dei poliziotti c’era una larga chiazza di sangue.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
IL FILMATO VIRALE SPOPOLA SUL WEB… SONO IL PRODOTTO DI CHI BADA SOLO ALL’IMMAGINE E NON ALLA SOSTANZA
Nel filmato pubblicato su Facebook li si vede dormire tranquillamente sull’auto di servizio, in divisa e durante l’orario di lavoro.
Non era quello il loro incarico: avrebbero dovuto occuparsi di controllare la viabilità in via Canevari nella zona di Borgo Incrociati e la chiusura al traffico del tunnel di Brignole per lavori di manutenzione straordinaria.
A riprenderli, con ogni probabilità nel cuore della notte qualche giorno fa, è stato un passante che ha poi deciso di pubblicare il video.
Un filmato che, ora dopo ora, è diventato virale sulla Rete fino a raggiungere centinaia di condivisioni e migliaia di messaggi di protesta.
In molti hanno attaccato la professionalità dei due agenti, un uomo e una donna, sorpresi a dormire durante il servizio.
La notizia del video è arrivata anche al comandante della polizia municipale Giacomo Tinella che ha subito deciso di intervenire: «Si è trattato – spiega – di un fatto molto grave. Ho già chiesto al responsabile del distretto in cui lavorano i due agenti di inviare al più presto una relazione su quanto accaduto».
Dopo aver scortato l’assessore leghista all’insicurezza e il sindaco Bucci nelle loro passeggiate nel Centro storico a favore di telecamere, i vigili ritornano a onor della cronaca nel modo peggiore, dormendo in servizio.
In fondo nulla di diverso dai politici che dormono sui problemi reali della città , come l’occupazione e la cultura, il degrado urbano e le case popolari, e vivono solo di selfie programmati.
C’è chi si sveglia solo per una foto, chi si addormenta per un video.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
ORE DRAMMATICHE SULLA LINEA MILANO-GENOVA ALL’ALTEZZA DEI GIOVI PER 400 PASSEGGERI
Mancano pochi chilometri alla prossima fermata e l’annuncio del capotreno sembra
incoraggiante: «Tra pochi minuti il treno arriverà a Genova-Principe».
Invece è solo l’inizio di un incubo.
Poco più avanti il convoglio si ferma alla stazione di Piano Orizzontale, sul passo dei Giovi. Sembra una sosta momentanea, è in realtà il segnale di un guasto, legato al congelamento dei cavi di alta tensione.
Oltre 400 passeggeri, che viaggiavano sul “Thello” partito da Milano e diretto a Marsiglia, rimangono segregati al gelo, talvolta al buio, per quattro interminabili ore. Con pochissime informazioni, senza cibo, senza poter andare in bagno.
Un paio di anziani accusano malori.
A bordo scoppia la rivolta e sul posto intervengono i carabinieri.
A quel punto una parte di passeggeri riesce a scendere dal treno e si allontana come può, in taxi o facendosi venire prendere.
Alle 21.30 il treno raggiunge Genova. La protezione civile e le Ferrovie salgono a bordo e distribuiscono cibo e coperte.
Ma per chi deve continuare il viaggio, al buio e al freddo, il calvario non è affatto finito: altre ore di attesa al buio e al freddo.
(da “il Secolo XIX”)
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