Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
E ALLA FINE LA COCCA DELLA CASTA E DEGLI ANTICASTA TROVA SEMPRE LA QUADRA PER SFUGGIRE AL GIUDIZIO
Il Senato dice no alla proposta della Giunta per le immunità e concede l’insindacabilità a
Paola Taverna (M5S) e Stefano Esposito (PD) per due diverse vicende che integravano una querela per diffamazione ciascuna.
La Giunta aveva deciso che Taverna avrebbe dovuto rispondere in tribunale a una querela per diffamazione intentatale da Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, per questo post pubblicato su Facebook in cui si mostrava un video con dichiarazioni di Buzzi poi indagate e giudicate false e inventate dalla procura di Roma, che aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione dalle accuse per gli indagati.
Trattamento diverso aveva riservato invece al senatore Pd Stefano Esposito le cui offese a una manifestante “No Tav” erano state considerate da Giunta e Aula “insindacabili, cioè espresse nell’esercizio della sua funzione di parlamentare.
Esposito aveva scritto, a proposito della manifestante No Tav Marta Camposano, che aveva accusato i poliziotti di molestie, questo tweet:
L’Aula a sorpresa ha uniformato i “verdetti” salvando entrambi.
Il primo era stato giudicato subito “insindacabile” dalla Giunta in quanto tutte le dichiarazioni da lui postate anche sui social contro la manifestante “No Tav” Marta Camposano erano state considerate “espresse nell’esercizio del suo mandato di parlamentare” e come tali non giudicabili in Tribunale.
Mentre Paola Taverna era stata dichiarata “sindacabile” per quanto da lei scritto su Fb a proposito di mafia capitale.
E i 5 Stelle, sia in Giunta, sia in Aula hanno votato in questo senso in quanto, come spiegato anche dal pentastellato Maurizio Buccarella “lei non ha proprio nulla da temere” e il M5S è “coerente” anche quando si tratta di suoi esponenti.
Ma l’Assemblea di palazzo Madama ha scelto invece di ribaltare la proposta della Giunta uniformando i “verdetti”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LA RESTAURAZIONE DI MICCICHE’: DA GENNAIO ASSEGNI DA 400.000 EURO L’ANNO, AUMENTO DEL 30% DELLE SPESE PER IL PERSONALE, NUOVE ASSUNZIONI: SARA’ BELLISSIMA
Dieci milioni di euro, forse qualcosa di più. Praticamente il trenta percento della spesa del personale: un regalo di Natale non indifferente. Anzi, di capodanno.
C’è una data segnata in rosso sulle agende dei dipendenti dell’Assemblea regionale siciliana: 1 gennaio 2018.
Quel giorno scadrà uno dei pochi accordi di buon senso siglati dentro Palazzo dei Normanni: potevano i dipendenti del Parlamento più antico d’Europa avere stipendi da calciatori di serie A?
Potevano i lavoratori del consiglio regionale più a statuto speciale d’Italia incassare paghe che neanche i colleghi del Senato?
Potevano i gran commis di stanza nel palazzo di Federico II vivere di agi che neanche ai tempi dello stesso Stupor Mundi?
No, non potevano. O almeno: non potevano farlo più.
L’allora presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, fedele appassionato di spending review, aveva dunque varato lo storico accordo per inserire un tetto agli stipendi dei dirigenti. Non certo livelli da fame, ma un sobrio salary cup da 240mila euro l’anno, pari a ventimila euro lordi al mese: cifra abbastanza lontana dall’indigenza.
Quanto poteva durare, però, un’idea di buon senso dentro le dorate mura del Palazzo reale? Il minimo sindacale: tre anni.
E infatti ecco che Gianfranco Miccichè, da una settimana eletto sulla poltrona più alta di Palazzo dei Normanni, ha dato l’annuncio: quel tetto agli stipendi va stracciato. “L’accordo sui tetti da 240mila euro ai dirigenti scade a fine mese, per cui dal primo gennaio si applicano le vecchie tabelle. Anche perchè si trattava di una solidarietà una tantum e in base a un pronunciamento della Consulta non si poteva neppure fare. Comunque, se il Senato dovesse intervenire poi si vedrà …”, ha rilanciato nel giorno in cui Palazzo dei Normanni ha eletto tutti i deputati del consiglio di presidenza.
Il riferimento al Senato è d’obbligo visto che il trattamento economico di consiglieri regionali — pardon onorevoli — e dipendenti della specialissima Sicilia è uniformato a quello di Palazzo Madama.
Ecco, il concetto della specialità è molto caro a Miccichè. Che per giustificare la sua posizione lancia l’immancabile paragone calcistico: “Secondo voi un giocatore come Dybala, potrebbe mai giocare come gioca se avesse un tetto al suo stipendio e guadagnasse quanto un giocatore di serie B? Non credo affatto. Pensare di essere tornati al sistema marxista dove tutti sono uguali, credo che la storia abbia già bocciato questo sistema”.
Traduzione: dall’uno gennaio l’Ars tornerà ad essere l’Eldorado degli stipendi d’oro. Assegni da 400mila euro all’anno per segretari generali, dirigenti e grand commis che torneranno a gonfiare il bilancio annuale di Palazzo dei Normanni.
Il ritorno alle vecchie tabelle, infatti, porterebbe un incremento di oltre il 30 percento della spesa per il personale: sono circa 10 milioni di euro, pari appunto ai soldi risparmiati del 2014.
Tutto questo mentre nel frattempo sono esplose le spese per le pensioni.
Il motivo? Una leggina piccola piccola, che l’Ars varò nel 2005, quando il governatore era Salvatore Cuffaro.
All’epoca, nessuno sospettava che l’allora presidente, poi condannato per favoreggiamento alla mafia, avesse una naturale pulsione per accudire i poveri del Burundi, come poi farà dopo la scarcerazione.
Sarà per questo che quella norma minuscola approvata dal Parlamento siciliano individuava nell’ultimo stipendio percepito la base pensionabile dei dipendenti di Palazzo dei Normanni.
Cosa hanno fatto i dirigenti con stipendio superiore a 240mila euro alla vigilia dell’accordo sul salary cup del 2014? Ma ovviamente sono fuggiti in pensione strappando il più alto assegno di quiescenza possibile. Gli effetti sui bilanci dell’Ars? Otto milioni all’anno, pari al 119,16% di aumento della spesa per le pensioni.
Il bello è che anche su questo passaggio il nuovo presidente dell’Ars — che ha già ricoperto il medesimo incarico tra il 2006 e il 2008 — intende intervenire.
Secondo lui, infatti, il pensionamento di una serie di dirigenti per sfuggire al salary cup ha “impoverito” l’Ars.
“Pur avendo professionalità importanti, l’attuale gruppo dirigente dell’Assemblea siciliana non ha l’esperienza giusta: con l’introduzione dei tetti agli stipendi il Palazzo ha perso molto. C’è bisogno di nuovi innesti“, dice l’esponente di Forza Italia.
E dunque quale è la soluzione: fare nuove assunzioni? Forse. Per il momento, infatti, il vicerè vuole provare a puntare su chi c’è già .
“Sono andati via 15 dirigenti , ne sono rimasti due o tre: ripartiremo da loro che sono rimasti sopportando i tagli. Hanno dato una dimostrazione di amore“.
Un amore che dal primo gennaio sarà lautamente ricompensato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
PER IL VERTICE DELL’ARMA SI PROFILA UNA SCELTA ISTITUZIONALE
I ministri sono stati convocati per le 17 venerdì. Sul tavolo, a Palazzo Chigi ci sono le nomine del nuovo presidente della Consob e dei Comandanti di Esercito e Carabinieri.
Per il vertice dell’Arma si profila una scelta “istituzionale”, che è la più gettonata della vigilia (anche se la prudenza è d’obbligo): quella dell’attuale vice comandante generale Vincenzo Coppola diventato numero due dell’Arma da pochi mesi (marzo 2017), quasi in affiancamento al Comandante del Sette , quando sostituì su decreto del Consiglio dei ministri presieduto da Gentiloni, a cento giorni dalla nomina, Antonio Ricciardi, ora comandante generale del Nucleo tutela forestale, ambientale e agroalimentare dei carabinieri.
Proprio per il suo recente inserimento al vertice di Amato, è considerato uomo di garanzia, anche nel prossimo periodo di transizione politica, con lo scioglimento delle Camere e le elezioni alle porte.
Coppola proveniva dal comando interregionale carabinieri “Pastrengo” di Milano, dove è attualmente il generale di corpo d’armata Riccardo Amato, un altro papabile, molto ben visto al Nord e si vocifera anche dalla Lega.
Un altro nome che era corso nei giorni scorsi era quello del comandante del Comandante interregionale Podgora (Roma), vicino all’ex Comandante generale Gallitelli e “portato” da Berlusconi.
Ma la vera partita si è giocata tra Coppola e Amato (sostenuto, si dice, dal Capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano e dal ministro Pinotti, Pd).
Ma su Coppola si sarebbe saldato un asse di ferro tra il premier Gentiloni e il ministro dell’Interno, Marco Minniti, da cui il Comandante generale dei Carabinieri, dipende funzionalmente anche se non gerarchicamente, a motivo dei compiti di polizia e sicurezza.
Sull’attuale vicecomandante ci sarebbe anche un gradimento del Quirinale, che tuttavia non entra in campo nel caso di una nomina del genere, che spetta al governo e al presidente del Consiglio.
Coppola può inoltre vantare un eccellente standing internazionale, visto che è forse il carabiniere più conosciuto all’estero (è stato comandante di missioni ad esempio in Kossovo).
Amato in ogni caso era il più giovane della rosa. Non ci sarò invece nessun cambiamento ai vertici dei servizi segreti, il cui eventuale rinnovo sarà appannaggio del futuro governo, essendo i capi di AISE, AISI e DIS, fiduciari del capo dell’esecutivo, e in qualche modo soggetti al sistema dello spoil system.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI RAGAZZI IN STRADA: E’ LA NAPOLI CHE NON SI ARRENDE
«Alla violenza si risponde con sapienza, all’attacco vile l’impegno civile». 
In testa al corteo uno striscione per Arturo, il ragazzo di 17 anni ferito a coltellate in via Foria a Napoli lo scorso lunedì.
Un corteo per le vie del rione Sanità , circa duemila persone, con centinaia di ragazzi che alzano al cielo decine di cartelloni che inneggiano ad Arturo.
«Non mollare, solidarietà e legalità , alla paura combatti con l’intelligenza». Tante le associazioni presenti tra le quali «Un popolo in cammino».
Ci sono i genitori di Genny Cesarano e Luigi Galletta, due delle vittime innocenti della camorra. «Arturo ce la deve fare, lo deve al cuore immenso di questa città », ha detto Maria Luisa Ivarone, mamma del 17enne ferito.
Durante una sosta la signora Ivarone è stata avvicinata da una donna, che stringendo la mano della sua bambina, le ha detto: «Siamo tutti vicino a lei e a suo figlio perchè non vogliamo mai più avere paura di camminare per le strade del nostro quartiere».
Il corteo sta sfilando con i ragazzi che cantano: «Con minacce e coltellate la giustizia non fermate».
«Chiederò oggi al Prefetto non solo l’apertura di un tavolo sulla legalità a Napoli ma anche un presidio sotto casa e un’auto che almeno nei prossimi mesi vigili su mio figlio e sulla mia famiglia», ha detto Maria Luisa Iavarone poco prima della partenza da piazza dei Miracoli del corteo di studenti e istituzioni.
(da agenzie)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
PER MODIFICARE GLI ART 1 E 3 DELLO STATUTO NON BASTA L’INTESA DI QUATTRO NOTABILI CHE PENSANO ALLE POLTRONE
La scelta di Matteo Salvini e del Consiglio Federale della Lega Nord priva la politica italiana di quello che ormai era il più longevo marchio elettorale: la Lega Nord, apparsa per la prima volta su una scheda elettorale nel 1990 e che da oggi diventa solo Lega.
Alle prossime elezioni, il nome e il simbolo più antichi potrebbero essere quelli di Forza Italia, partito comparso alle elezioni del 1994.
Trent’anni fa, alle elezioni politiche del 1987, Umberto Bossi entrò in Senato per la prima volta diventando subito il senatùr, ma era stato eletto come rappresentante della Lega Lombarda.
La Lega Nord, che punta a raccogliere tutti i movimenti localistici, nasce invece due anni dopo, nel 1989.
Lo statuto, che ancora si può leggere sul sito non lascia dubbi su quali siano le intenzioni del movimento.
L’articolo 1 dice che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
D’altra parte il nome per intero è appunto “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”. Insomma la Padania è, o dovrebbe diventare, una vera e propria repubblica federale indipendente, e dunque staccata dal resto dell’Italia, composta da quelle che vengono enfaticamente chiamate Nazioni, con la enne maiuscola. Il partito, da parte sua, si definisce una confederazione.
Il primo grande successo elettorale è alle elezioni amministrative del 1990, quando la Lega Nord supera il 20 per cento in molte province e a Milano sfiora il 13 per cento.
Alle elezioni politiche del 1992 supera l’8 per cento ed elegge 80 parlamentari. Due anni dopo, nel 1994, grazie all’alleanza con Silvio Berlusconi e al sistema maggioritario con collegi uninominali i deputati e senatori diventano addirittura 180, la Lega Nord va al governo e Irene Pivetti diventa Presidente della Camera dei deputati.
Ventotto anni dopo la prima apparizione sulle schede elettorali il simbolo della Lega Nord non ci sarà più.
Nel nuovo logo scompare il verde del fiore delle Alpi, scompare il Leone di Venezia, restano il nome Lega, scritto con lo stesso carattere, il colore blu e il guerriero di Legnano con lo spadone sguainato, quello che molti identificano, sbagliando, con Alberto da Giussano.
L’errore, tra l’altro, è contenuto anche nello statuto della Lega Nord, che al simbolo dedica l’articolo 3.
E siccome la modifica dello statuto non spetta al Consiglio Federale ma al Congresso, per modificare ufficialmente sia l’articolo 1 che il simbolo la Lega Nord dovrà adesso affidarsi a un vero congresso.
Fino ad allora, i voti alla Lega saranno voti alla Lega Nord, dati per l’indipendenza della Padania “quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL FATTO CRITICA IL CANDIDATO PREMIER M5S PER IL REFERENDUM SULL’EURO E LO INVITA A CERCARE UN’INTESA CON GRASSO
Marco Travaglio sul Fatto stamattina se la prende con Luigi Di Maio per come il
candidato premier del MoVimento 5 Stelle sta conducendo la sua campagna elettorale: secondo il direttore del FQ Di Maio sta sbagliando gli argomenti su cui puntare per guadagnare voti e si sta infilando in un cul de sac, specialmente a causa del referendum sull’euro:
Cos’ha da dire Luigi Di Maio a questi milioni di italiani di centrosinistra che fino all’altro ieri mai avrebbero immaginato di sperare nei 5Stelle e ora vi si vedono costretti da un’evoluzione politica così rapida e inaspettata? Il suo tour nel Lombardo-Veneto ha dato segnali contraddittori e talvolta preoccupanti. Almeno nella proiezione mediatica, che poi è l’unica che conta, perchè è quella che si vede a occhio nudo.
Prima la promessa di non cancellare gli 80 euro del governo Renzi — misura demagogica e ben poco produttiva in rapporto ai suoi altissimi costi — in totale contraddizione con anni di campagne contrarie. Poi il gran casino sui tagli alle “pensioni d’oro”, cioè superiori ai 2.500 euro netti al mese. Infine l’apoteosi della confusione sul referendum pro o contro l’euro: un giorno si fa, un altro non si fa più, oggi si usa per minacciare l’Europa e riportarla a più miti consigli (sai che paura), domani magari si fa e Di Maio vota per l’Italexit.
Secondo Travaglio, uno scenario plausibile per il dopo voto è l’alleanza del M5S con Liberi e Uguali. Ma per perseguirla, Di Maio deve lavorare di più su alcune proposte e lasciarne perdere altre
Noi continuiamo a pensare che l’interlocutore naturale del M5S sia la sinistra di Grasso & C. (a patto che abbia voti e seggi a sufficienza): sia per la disponibilità espressa da Bersani, sia per le sintonie già emerse su diversi punti, a partire dalle politiche sociali e del lavoro. Se poi Di Maio uscisse finalmente dalla lunga ambiguità pentastellata su temi cruciali come l’evasione fiscale e l’economia in nero, roba da 200 miliardi al l’anno, e dicesse qualcosa di chiaro su nodi irrisolti dei conflitti d’interessi e dei rapporti politica-affari (che stanno dannando pure i Renzi boys), potrebbe parlare credibilmente non solo con Grasso e Bersani, ma anche con i tanti elettori pronti a tutto pur di non farsi governare da B., anche a votare 5Stelle.
Se quella che ora pare una mission impossible diventerà possibile dipenderà in gran parte da Di Maio: se metterà giù una lista di dieci cose concrete e fattibili, affidando al libro dei sogni (o degli incubi) quelle impraticabili (il referendum sul l’euro, se è consultivo, non serve a nulla e attira solo speculazione sull’Italia; se è effettivo, è vietato dalla Costituzione). Per conquistare astenuti e pidini in fuga, non c’è bisogno di indossare il doppiopetto e andare in giro a rassicurare l’establishment rinunciando al proprio bagaglio di idee e proposte “anti- sistema”.
(da “NextQuotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
PER IL TOTALE DEL CAMPIONE SAREBBE MEGLIO UN PASSO INDIETRO
Nicola Piepoli pubblica oggi sulla Stampa i risultati di un sondaggio su Maria Elena Boschi, della quale si chiede se dovrebbe ritirarsi dalla politica oppure continuare, con una candidatura che il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi vuole offrirle, come ha detto lui stesso ieri in un’intervista a TGCOM24.
La base del Partito Democratico è ancora nettamente con la sottosegretaria nonostante le polemiche scatenate dall’audizione di Federico Ghizzoni in Commissione Banche: il 60% dice che dovrebbe continuare a fare politica e quindi dà l’ok per la sua ricandidatura.
Il totale degli elettori invece esprime un’opinione differente: dovrebbe ritirarsi dalla politica secondo il 47% mentre dovrebbe continuare a fare politica per il 25%, ovvero più o meno il numero di voti di cui è accreditato il PD secondo gli ultimi sondaggi.
Spiega Piepoli che la dichiarazione di Ghizzoni è stata considerata attendibile da 6 elettori del Pd su 10 (il 59%) mentre l’opinione pubblica nel suo complesso ha considerato la stessa dichiarazione poco o per nulla attendibile (52%).
Perchè coloro che tendono a votare Pd hanno interpretato come attendibile questa dichiarazione di Ghizzoni? E perchè tutti gli altri si sono schierati dalla parte della dichiarazione «non attendibile»?
Forse la soluzione si trova nella domanda successiva, in cui abbiamo chiesto cosa dovrebbe fare Boschi in funzione della testimonianza di Ghizzoni
La maggioranza degli elettori Pd (sei su dieci, vedi grafico a lato), deducono che Boschi dovrebbe continuare a fare politica mentre la totalità degli italiani pensa in maggioranza che dovrebbe ritirarsi.
Ovviamente ciascuno ha proiettato sè stesso, le proprie opinioni in un discorso che ha interessato tutti. Per coloro che sono simpatizzanti Pd a Boschi le porte del futuro rimangono aperte, per coloro che appartengono ad altre aree politiche o a nessun’area il suo avvenire in politica è decisamente incerto.
In un certo senso le parole di Ghizzoni hanno agito come una cartina di tornasole: ciascuno ha voluto vedere nella dichiarazione dell’ad di Unicredit quello che pensa in prima persona sull’avvenire della sottosegretaria alla presidenza.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LA LETTERA A RENZI DEI RESPONSABILI LOCALI DI LONDRA, PARIGI, BRUXELLES
“Questo Pd non è più casa nostra”. Addio. Anzi: adieu, bye bye. Perchè firmatari di
questa ‘letterina di Natale’ per il segretario del Pd Matteo Renzi sono dirigenti locali dei circoli Dem in Europa, a Bruxelles come a Londra o Parigi.
Nella lettera, in esclusiva su HuffPost, dicono ‘basta’.
Stop alla militanza in un partito guidato da una dirigenza che ha dimostrato “ottusità nella mancanza di una vera e seria volontà politica di ascolto della pluralità delle posizioni nel partito”.
Basta perchè la loro “assemblea estero” è stata delegittimata e ignorata. Basta anche perchè il Rosatellum permette a chi è residente in Italia di candidarsi nella circoscrizione estero (norma che fu ribattezzata ‘salva impresentabili’ o ‘salva-Verdini).
La legge elettorale è l’ultima mina che ha fatto saltare tutto: “Abbiamo deciso di interrompere la nostra presenza nel partito”, scrivono. Convinti della “profonda mancanza di credibilità politica della attuale dirigenza del nostro partito”.
Un colpo secco alla vigilia delle elezioni di marzo. Soprattutto se si pensa a quanto hanno contato i voti degli italiani all’estero nelle vittorie del centrosinistra in passato (e anche del centrodestra).
Ecco la lettera in versione integrale con le firme:
Siamo dirigenti locali del Partito Democratico in Europa, segretari di Circoli e Federazioni, delegati in Assemblea estero, membri attivi di Comites e CGIE, donne e uomini che hanno dato un contributo decisivo alla nascita e alla crescita del partito in Europa e alla sua presenza nelle istituzioni locali con un lavoro quotidiano di militanza attiva.
Abbiamo deciso, dopo una lunga e difficile riflessione, di interrompere la nostra presenza nel partito che abbiamo contribuito a fondare ed animare in tutti questi anni.
La nostra decisione è frutto di una lunga serie di considerazioni su un partito che abbiamo sentito sempre come la nostra casa, e che oggi – nei metodi, nelle scelte di linea politica, negli atteggiamenti dei suoi dirigenti – non riusciamo più a riconoscere, a livello nazionale così come nell’attenzione per le comunità degli Italiani all’estero.
Non siamo abituati a gettare la spugna: ci siamo anzi battuti, negli ultimi anni, affinchè questo partito continuasse ad essere il perno di un riformismo serio e in linea con i valori progressisti del socialismo europeo, un vivaio di intelligenze e un serbatoio di impegno politico da gratificare e valorizzare, e non da calpestare.
Troppi sono invece gli esempi che, in questi mesi, ci hanno dimostrato come il nostro impegno è vano, se non addirittura decisamente sgradito da un gruppo dirigente che ha dimostrato la sua ottusità nella mancanza di una vera e seria volontà politica di ascolto della pluralità delle posizioni nel partito.
Al nostro interno, siamo rimasti colpiti dal mancato rispetto, reiterato in più occasioni, degli organi democraticamente eletti per la definizione delle scelte politiche nonchè del ruolo dei nostri iscritti, nonostante ci sia, nelle prossime settimane, un appuntamento elettorale cruciale per il nostro Paese – eppure già compromesso da una rottura, di certo non evitata ma addirittura provocata dalle politiche di questi anni, nell’area del centrosinistra.
Così come siamo rimasti sconcertati dalla assoluta delegittimazione dell’Assemblea estero, privata delle sue prerogative e ignorata per mesi, senza la minima volontà di procedere a scelte di garanzia che coinvolgessero e responsabilizzassero tutte le aree politiche e culturali del partito.
Nell’attenzione alle nostre comunità e ai valori che hanno animato da sempre il nostro impegno politico, l’esempio più eclatante di questo atteggiamento sbagliato resta per noi quello dell’ultima modifica della legge elettorale – approvata, ancora una volta, ricorrendo al deplorevole uso della fiducia: mentre le sostanziali modifiche di messa in sicurezza del voto all’estero, richieste portate avanti da tutti noi per anni, sono rimaste colpevolmente inevase e inascoltate, la legge elettorale è stata modificata da un lato stravolgendo il principio fondamentale delle prerogative di rappresentanza delle comunità all’estero, permettendo a candidati residenti in Italia di presentarsi all’estero, e dall’altro andando a colpire il principio dell’impegno politico di cittadinanza europea e transnazionale che ci contraddistingue, impedendo a coloro impegnati politicamente nel paese di residenza di potersi candidare a rappresentare le nostre comunità .
Molti altre questioni potrebbero essere evocate, come la mancata riforma dell’AIRE, l’incapacità di dare risposte in Italia a coloro che riprendono la strada dell’emigrazione, o una riforma della scuola all’estero che in alcune realtà si è tradotta in ulteriore precariato esportato oltre confine. Tutto questo dimostra per noi una profonda mancanza di credibilità politica della attuale dirigenza del nostro partito, motivo per cui – pur continuando a batterci per i nostri valori, nell’interesse delle comunità italiane in Europa – abbiamo deciso di non volerci più impegnare per questo PD.
Michele Schiavone – segretario Federazione PD Svizzera
Maria Bernasconi – presidente PD Svizzera, delegata in Assemblea Nazionale
Raffaele Napolitano – delegato in Assemblea nazionale, presidente Comites Bruxelles- Belgio
Daniela Di Benedetto – presidente Comites Monaco
Massimiliano Picciani – delegato in Assemblea nazionale, co-coordinatore PD Europa, ex segretario PD Parigi
Giulia Pellegrini – delegata in Assemblea nazionale
Roberto Stasi – già segretario Circolo PD Londra&UK
Paolo Da Costa – consigliere CGIE, vice-presidente Comites Zurigo
Cristiano Cavuto – segretario PD Lussemburgo
Bruno Palamara – segretario Circolo PD Berna
Domenico Miceli – segretario Circolo PD Dà¼bendorf
Antonio De Bitonti – segretario Circolo PD “Angelo Vassallo” Bellinzona
Roberto Serra – ex segretario Circolo PD Lussemburgo
Pino Maggio – PD Germania
Santo Vena – segretario Circolo PD Winterthur
Salvino Testa – resp. tesseramento PD Svizzera
Roberto Di Pietro- segretario Circolo PD Thun
Cesare Spoletini – segretario Circolo PD Neuchà¢tel
Mariachiara Vannetti – segreteria PD Svizzera, già delegata Assemblea nazionale
Cosimo Titolo – comm. garanzia PD Svizzera
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER DI CIUDADANOS PARLA NELLA NOTTE DEL TRIONFO: IL SUO PARTITO UNIONISTA VINCE LE ELEZIONI
E’ duro “sopportare un separatismo illegale, che pretendeva di strappare la Catalogna dalla Spagna, privando di libertà e diritti chi non la pensava come loro. Non siamo stati duri noi, ma molle il Pp che per 35 anni ha costruito il proprio potere a Madrid scendendo a patti con i nazionalisti e concedendo loro quel che volevano. Quando si passano tre decenni a cedere spazio a chi cerca di occuparlo tutto, finisci per trovarti fuori. Ed è quello che è successo. In Catalogna non c’è più Spagna”. Questo il commento nella giornata post elettorale catalana di Alberto Rivera, leader di Ciudadanos, formazione unionista che è risultato il primo partito nel voto in Catalogna. Anche se la vittoria è stata del fronte indipendentista.
“Quel che si è costruito in 35 anni non si cambia in 15 minuti – prosegue -. Dovremo lavorare su infrastrutture, sicurezza, migliorare l’educazione e le liste d’attesa negli ospedali. Non voglio convincere nessuno, solo creare un ambiente di rispetto per tutti”.
È disponibile a un indulto per l’ex presidente Puigdemont e gli altri? “No – risponde -Un cittadino che passa col rosso non viene perdonato, perchè un politico che sbaglia sì?”.
Intanto il Tribunale Supremo spagnolo ha dichiarato indagati per presunta ribellione altri dirigenti catalani fra cui l’ex-presidente Artur Mas e le dirigenti di Erc Marta Rovira, PdeCat Marta Pascal e Cup Anna Gabriel. Per lo stesso presunto reato sono già incriminati il president Carles Puigdemont, i membri del suo Govern e la presidente del Parlament Carme Forcadell. Rischiano 30 ani di carcere per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza.
Con quasi tutte le schede ormai contate, il fronte indipendentista composta da JuntsxCat, da Esquerra republicana de Catalunya (Erc) e da popular Unity (Cup) sono in corsa per avere 70 seggi su 135 totali, dunque una maggioranza assoluta per quanto limitata. Tuttavia il partito unionista dei ciudadanos ha avuto un successo storico ottenendo il 25,3% dei suffragi, pari a 37 voti, il che ne fa il primo partito della regione.
Non è dunque chiaro chi avrà per primo il compito di formare il nuovo governo, se Ciudadanos o Jxcat.
(da agenzie)
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