Dicembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
NON HANNO LA BENCHE’ MINIMA IDEA DI COME FUNZIONI LA RETE, NON SI COMBATTONO COSI’ HATE SPEECH E FAKE NEWS
Tutti parlano di fake news e di odio online ma pochi provano a porvi rimedio. 
Tra questi c’è sicuramente uno sparuto manipolo di deputati che qualche tempo fa ha depositato una proposta di legge contro l’anonimato online.
La legge, dal titolo “Introduzione del divieto dell’uso anonimo della rete internet e disposizioni in materia di tutela del diritto all’oblio“, è stata presentata (tra gli altri) da Nunzia De Girolamo, Mara Carfagna, Maristella Gelmini e Daniela Santanchè.
L’idea dei deputati è semplice. La rete Internet è sì “l’ultimo baluardo delle libertà di pensiero, espressione e opinione” ma è anche un mezzo assai pericoloso perchè consente a tutti — ma proprio a tutti — di dire quello che vogliono.
Direttamente dagli Anni Ottanta nella proposta di legge leggiamo frasi che riconducono il gran numero di notizie false che offendono la dignità delle persone «alla diffusione dei sistemi di elaborazione e dei servizi di comunicazione personali a basso costo (il personal computer, la rete internet e l’e-mail), dalla disponibilità di una rete di comunicazioni capillarmente diffusa, facilmente accessibile e fruibile come internet». Sentire parlare di innovazioni come i PC, Internet e l’email nel 2017 è un po’ come guardare una puntata di Stranger Things. Fa nostalgia. Eppure è tutto vero, scritto nero su bianco.
Purtroppo, spiegano i deputati e le deputate, «non è possibile valutare come rischio o minaccia un qualcosa che non è stato precedentemente identificato».
Questo perchè «rischio e minaccia esistono solo se sono conosciuti o conoscibili, dato che non possiamo prendere alcun tipo di contromisura verso l’ignoto».
Una volta superate le Colonne d’Ercole della vita online ci si avventura in una terra incognita. Sarebbe quasi da mettere un cartello con su scritto “hic sunt leones”, se non fosse che le persone che si trovano su Internet sono le stesse che popolano la nostra vita reale.
Perchè la proposta di legge contro l’anonimato è una bufala
Ecco che entra pertanto in gioco “il problema dell’anonimato”. Secondo i proponenti «si rende necessaria l’introduzione di una procedura di registrazione che permetta alle autorità preposte, in caso di necessità , di ottenere il riconoscimento di un individuo sconosciuto del quale è stato evidenziato un potenziale comportamento sospetto sulla rete internet».
Non alla ricerca di colpevoli ma di persone che tengono comportamenti “potenzialmente sospetti”. Il che significa chiunque.
Una volta identificato il problema il legislatore può passare rapidamente alla sua soluzione. Ed è qui che i nostri onorevoli parlamentari hanno il colpo di genio.
Come fare a fermare l’uso anonimo della Internet? La soluzione è semplicissima: intanto bisogna porre il divieto di inserire contenuti on line di qualsiasi genere in forma anonima. Già questo di per sè rappresenta un problema per chi vuole dare informazioni senza mettere a repentaglio la propria vita o la propria carriera.
Poi è necessario che le piattaforme informatiche online si facciano carico di registrare gli utenti «tramite nome utente, password, indirizzo di posta elettronica e codice fiscale». Facciamo finta per un momento che nel 2017 in genere la registrazione non avvenga già tramite nome utente password e indirizzo di posta elettronica.
Concentriamoci sulla richiesta del codice fiscale. Cosa che secondo proponenti dovrebbe fornire un maggior grado di attendibilità alle informazioni fornite.
Se non fosse per due particolari.
Il primo è che è facilissimo calcolare e generare arbitrariamente un codice fiscale.
Il secondo è che — per ragioni complesse (ad esempio il fatto che le “piattaforme” non sempre sono società italiane e la tutela dei dati personali da parte della Pubblica Amministrazione) — i gestori non possono in alcun modo verificare la reale corrispondenza tra i dati forniti e una persona fisica.
Lo stesso accadrebbe se si chiedesse ad esempio di fornire la Carta d’Identità .
Paradossalmente se i proponenti avessero deciso di imporre il ricorso in ogni ambito della vita online del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) forse la proposta sarebbe stata più sensata (anche se non immune da falle).
Ma quello che preoccupa maggiormente è la volontà di imporre all’Internet delle norme che non si applicano nemmeno alla vita reale.
Nel mondo reale, al bar ad esempio, siamo tutti “anonimi”. Nel senso che non giriamo con addosso un codice identificativo.
Possiamo sì essere identificati, ma solo dalle autorità competenti. Per tutti gli altri “utenti” della vita reale (ovvero le persone) che non ci conoscono siamo degli sconosciuti senza nome (anche se con un volto). La stessa cosa accade online.
Per gli utenti normali tutti siamo anonimi, a prescindere da quante foto dei nostri gatti mettiamo e dal nome che utilizziamo.
Per i gestori dell’infrastruttura (ISP, gestori dei siti) invece lo siamo molto meno.
Le autorità poi possono, in base ai dati (ad esempio l’indirizzo IP) risalire all’identità utente.
Lo possono fare già ora, con gli strumenti a loro disposizione, senza una legge inutile. Anche Facebook può essere contattato dalle autorità di polizia per accertamenti su alcuni account.
Essendo la sede della società all’estero serve in genere una rogatoria internazionale. Certo, chi è davvero “malintenzionato” ha modo di offuscare la sua identità , anonimizzandola e rendendola meno rintracciabile.
Ma eludere questa legge contro l’anonimato è ancora più semplice.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
LA SCONFITTA DI ROY MOORE IN ALABAMA E’ IL SEGNALE D’ALLARME PER IL PRESIDENTE E IL SUO FANATICO IDEOLOGO BANNON
L’incredibile sconfitta del “Candidato a Cavallo”, del Repubblicano Roy Moore che correva per un seggio al Senato contro il Democratico Doug Jones è il segnale di allarme più squillante per Trump e per il suo fanatico ideologo, Steve Bannon.
Per i Repubblicani perdere l’Alabama, da oltre vent’anni lo Stato più “rosso”, il colore del Gop, dove Trump aveva incassato il 70 per cento dei voti disintegrando Hillary Clinton è il segnale che quell’aura di invincibilità , del mantello di inevitabilità del quale il Presidente si ammanta dopo la sua vittoria, si è lacerato.
L’Imperatore Donald I da ieri sera è nudo.
Questo Moore, uno sgangherato personaggio che per due volte era stato deposto dalla sua cattedra di giudice per violazioni della Costituzione, che è seguito da accuse di molestie sessuali anche da parte di ragazzine di 14 anni, che ha osato sostenere che le famiglie erano più solide fra gli schiavi nelle piantagoni, era il peggior candidato possibile per qualsiasi elezione e, in un altro Stato meno reazinario dell’Alabama, non sarebbe stato neppure presentabile.
Ma proprio qui sta l’errore colossale di valutazione compiuto da Trump e dal suo “consigliore” ideologico, Bannon.
Avere appoggiato questo impresentabile, essersi gettato senza più esitazioni dalla sua parte per dimostrare il proprio carisma, scegliendo un terreno di gioco facile come l’Alabama, è stato il prezzo che il Presidente ha pagato al proprio narcisismo, alla vanità di chi si crede capace di trasformare qualsiasi somaro in un purosangue.
L’irruzione di Trump in questa contesta strettamente locale, in una duello politico che in altri anni avrebbe mobilitato non più del 25% degli elettori ha reso nazionale il risultato e creato una risonanza che ora mette in dubbio il futuro delle maggioranza repubblicana al Senato, ridotta a un solo voto su cento e getta la propria ombra sulle elezioni legislative del novembre 2017.
La sconfitta dell’impresentbile Moore è dunque la sconfitta di Trump. E se è molto presto per dire frasi fatidiche come “il vento è cambiato”, lo schiaffone che l’Alabama ha inflitto al Presidente è il segno che l’America razionale, giovane, meglio istruita, femminile, urbanizzata, etnicamente diversa non è morta nel novembre del 2016. Trump e il suo grottesco candidato hanno svegliato “l’altra America” dal sonno.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
BOCCIATO L’ESTREMISTA RAZZISTA MOORE COINVOLTO IN UNA SERIE DI SCANDALI SESSUALI
Clamoroso, il profondo Sud volta le spalle alla destra ed elegge un senatore
democratico. Accade in Alabama, uno Stato che da decenni è una roccaforte repubblicana.
In un’elezione suppletiva per il Senato, il candidato dell’opposizione Doug Jones vince, sia pure di strettissima misura, col 49,6%.
Batte un repubblicano contestato anche da una parte dei suoi, screditato da scandali sessuali, ma sostenuto da Donald Trump.
La sconfitta di Roy Moore col 48,8% è dunque una sconfessione dello stesso presidente. Inoltre questo colpo di scena assottiglia pericolosamente il margine di maggioranza dei repubblicani al Senato ridotto ormai ad un solo voto, il che significa che l’agenda politica di Trump è alla mercè di repubblicani spesso in dissenso con la Casa Bianca come John McCain o Bob Corker.
Trump si è prontamente congratulato con il democratico, ma Roy Moore no. I repubblicani dell’Alabama rivendicano che il risultato non è effettivo finchè non viene “certificato” dalle autorità locali.
Inoltre se il margine di vittoria è inferiore all’1% hanno diritto a chiedere il ricalcolo dei voti. Tenuto conto che hanno in mano tutte le leve del potere a livello locale, c’è da temere un lungo processo di contestazioni.
La sfida in Alabama è stata seguita con una spasmodica attenzione a livello nazionale.
Oltre alla posta in gioco per la risicata maggioranza di cui gode Trump al Senato, ha contribuito la figura di Moore.
Il candidato repubblicano è un estremista, in passato dichiarò che l’America starebbe molto meglio se si fosse fermata ai primi dieci emendamenti della Costituzione. Guarda caso, è dopo il decimo che compaiono emendamenti come quello che dà la cittadinanza agli ex schiavi neri dopo la guerra di secessione, o il diritto di voto alle donne.
Ancora più evidenza hanno avuto le accuse di molestie sessuali: molte donne hanno accusato Moore di averle aggredite quando erano ancora minorenni.
Le accuse si riferiscono a fatti accaduti 40 anni fa, però hanno pesato sull’elettorato evangelico, i protestanti fondamentalisti. Nonostante questo Trump ha deciso di gettare il suo peso in favore di Moore: “L’Alabama non ha bisogno di un senatore progressista che la rappresenti a Washington”. In campo a favore di Moore è sceso anche Steve Bannon, l’estremista di destra che è stato a lungo uno dei consiglieri più fidati del presidente.
Anche sul fronte democratico la mobilitazione di risorse è stata eccezionale.
Ora questa vittoria galvanizza l’opposizione in vista dell’appuntamento nazionale che si avvicina: tra 11 mesi si vota per le mid-term, l’elezione legislativa che cade a metà mandato presidenziale, in cui si rinnova un terzo del Senato e tutta la Camera.
Una vittoria democratica, anche in un solo ramo del Congresso, consentirebbe di bloccare gran parte dell’azione di governo di Trump trasformandolo in “anatra zoppa” al termine del suo primo biennio.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
PRONTA “L’ITALIA PER LE LIBERTA'” CON LUPI, QUAGLIARIELLO, ZANETTI, FITTO …. MA I DEMOCRISTIANI POTREBBERO SMARCARSI
C’è un punto fermo nel composito universo di sigle, simboli, partitini – per l’esattezza sono 22 – che sospinti dal vento in poppa nei sondaggi spiegano le proprie vele verso il centrodestra.
La “quarta gamba” nascerà , aspettando la Dc, o meglio il simbolo dello scudo crociato di Lorenzo Cesa.
Paolo Cirino Pomicino, indimenticato ‘o ministro ai tempi della Prima Repubblica, lo dice con una battuta: “Amico mio, qua siamo tutti zoppi… Spero che dopo le varie fratture nelle gambe di qualcuno, ci sia la riabilitazione e se ne faccia una e vera. Ripeto: una e vera”.
Al momento ce ne sono due. Al momento.
Circolano già una serie di bozzetti e di statuti per il contenitore che metterà assieme i movimenti di Enrico Costa, Raffaele Fitto, Enrico Zanetti, Saverio Romano, Gaetano Quagliariello, Flavio Tosi, i pensionati di Fatuzzo, i liberali di De Luca, e quella parte di Alternativa Popolare che ha deciso di seguire Maurizio Lupi.
Il nome su cui si sta ragionando, al termine di un infinito brain storming, è Italia per le Libertà , scritto su sfondo azzurro e con una pennellata tricolore: “Lo annunciamo martedì se tutto va come deve andare – racconta uno dei protagonisti – anche se eravamo pronti prima. Ma si doveva aspettare che si consumasse la separazione di Ap e questi giorni serviranno a Lupi per un ultimo giro di incontri. A partire da quello con Cesa che non vuole rinunciare al simbolo dello scudo crociato”.
Dunque, la quarta gamba nascerà , accanto alle altre tre.
Il che è già una notizia, considerate la quotidiane intemerate di Salvini su riciclati, trasformisti, e “traditori” che tornano e su cui la Lega non sarà mai d’accordo.
I maliziosi che ben sanno distinguere la politica dalla propaganda fanno notare come bersagli dei suoi strali non siano mai, tanto per fare due nomi, i lombardi Maurizio Lupi e Roberto Formigoni, con cui il Carroccio condivise responsabilità di giunta, ma resti sempre su un piano generico.
Chiacchiere, insomma: “Salvini – dicono dentro Forza Italia vuole scaricare su Berlusconi il prezzo d’immagine, ma quelli che arrivano sono voti anche per lui, non metterà alcun veto sostanziale. Lui non regge Alfano o Verdini, ma gli altri…”
Tra gli altri c’è una fitta trama di manovre, incontri, in un universo di sigle che pare un rompicapo.
E a questo punto occorre fare un passo indietro per comprendere dove nasce l’operazione e perchè.
L’idea è nata nella testa dell’avvocato Niccolò Ghedini. Ed è stata “sondata” dall’infallibile Alessandra Ghisleri.
Prevede due liste, una tutta “laica” e l’altra tutta cattolica (con lo scudo crociato nel simbolo), per portare il centrodestra dal 36-38 che può raggiungere con gli attuali partiti al 38-40, senza imbarcare nelle liste di Forza Italia il ceto politico protagonista delle peregrinazioni di questi anni.
Poi si è mescolato tutto, tra chi vuole una lista unica, chi ne vuole due, chi, come il grosso dei protagonisti di questa storia, prima cerca un collegio e poi ci costruisce una teoria sopra.
Il perchè è semplice: una lista che non prende il tre per cento porta voti alla coalizione ma non elegge parlamentari, dunque “per entrare” è necessario essere garantiti nei collegi sicuri.
Il che è una scommessa, più che una certezza. E non è un caso che tra gli azzurri circoli più di qualche malumore sulle nuove bocche da sfamare.
Assieme ai bozzetti di Italia per la Libertà , gira anche una stima di voti, divisa regione per regione. Per fare il tre per cento, occorrono, a occhio, tra un 800mila e un milione di voti.
Non è un obiettivo impossibile: Fitto ne porta più di 100mila in Puglia, in Lombardia Lupi e gli altri ne portano 90 mila, in Sicilia se arrivasse l’altro corteggiato, il neo governatore Musumeci, 200mila sono alla portata. E così via.
Clemente Mastella, che ha partecipato a parecchie riunioni, dice: “Una formazione cattolica, aperta anche ai laici, al sud può essere la seconda forza. Bisogna costruire un arcipelago con tutte le isole”.
Un’isola si è già staccata. Ecco Gianfranco Rotondi, fedele a Berlusconi con la sua Rivoluzione cristiana sin dai tempi della scissione di Buttiglione: “È giusto rafforzare il centro ma dico no a operazione trasformistiche che disorientano i nostri elettori e puniscono chi è rimasto con Berlusconi in questi anni di traversata del deserto”.
A proposito, come presidente dell’arcipelago laico si dà per scontato che sarà uno tra Fitto e Lupi, ma molto prosaicamente spiegano da quelle parti: “Il punto non sono le cariche, sono i collegi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
SI SPERA NELLA “RIABILITAZIONE” DI BERLUSCONI E NELL’EFFETTO TRAINO DELL’ELECTION DAY CON LE REGIONALI IN LOMBARDIA, LAZIO E FRIULI
Una data unica, un vantaggio duplice. Il centrodestra si appresta ad ufficializzare la
richiesta dell’election day per accorpare le elezioni politiche del 2018 con le Regionali e le amministrative.
Il prossimo anno è zeppo di appuntamenti elettorali: le elezioni per il rinnovo del Parlamento, quelle per i sindaci di circa 700 Comuni e, circostanza non da poco, quattro elezioni Regionali, in Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Lazio e Molise.
La tornata elettorale, insomma, fa particolarmente gola alla rinata coalizione che tutti gli istituti demoscopici danno in netto vantaggio sugli altri competitor. Sul Pd in particolare.
In una riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti di punta dei tre partiti (c’erano Brunetta, Romani, Matteoli per Forza Italia, Giorgetti, Calderoli e Fedriga per la Lega, La Russa, Rampelli e Lollobrigida per Fratelli d’Italia) “il centrodestra unitariamente ha deciso di chiedere l’election day politiche-regionali”.
La ragione ufficiale è che “si tratterà di un test elettorale molto impegnativo, a cui il centrodestra unito guarda con grande impegno con l’intento non solo di confermare i nostri presidenti regionali e sindaci uscenti ma di conquistare anche altre importanti amministrazioni locali”.
Ma il vantaggio, come detto, è duplice.
Non è un mistero, infatti, che il centrodestra punti a posticipare il più possibile la data delle elezioni politiche, che tutti i rumors di Palazzo fanno cadere tra il 4 e il 18 marzo 2018.
E non solo per guadagnare tempo in attesa che la Corte di Strasburgo si esprima sul ricorso presentato dall’ex Cav contro la sua decadenza per effetto della Legge Severino e della sua condanna definitiva per frode fiscale.
L’ex premier spera di potersi giocare, invece, l’altra carta che gli consentirebbe di poter correre in campagna elettorale con maggiore smalto: la richiesta di “riabilitazione”. Secondo l’articolo 179 del codice penale, trascorsi tre anni dall’estinzione della pena il condannato può chiedere la riabilitazione. E può ottenerla qualora “abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta”.
Buona condotta legata non tanto allo stile di vita del condannato (a carico di Berlusconi nel frattempo si è aperta un’indagine per corruzione in atti giudiziari nel Ruby Ter e si è riaperto il fascicolo sulle stragi per mafia del 1993) quanto al suo comportamento nello sconto della pena per frode fiscale.
L’obiettivo è quindi “scavallare” il mese di marzo per le elezioni, perchè è l’8 marzo che saranno trascorsi i tre anni dall’estinzione della pena.
Da quel momento i legali di Berlusconi potranno presentare istanza al tribunale di sorveglianza. Certo, i tempi per avere una decisione del giudice non saranno immediati, nè è scontato che la risposta sia positiva.
Ma battersi in campagna elettorale dopo aver aperto il capitolo della “riabilitazione”, presentandosi come un “candidato con riserva” consentirebbe all’ex Cav di avere un ruolo e un peso politico maggiori. Andare alle urne ad aprile sarebbe già un notevole passo avanti, a maggio un desiderio impronunciabile.
L’altro vantaggio di un election day è facilmente intuibile.
La risalita nei sondaggi della coalizione fa sperare nell’effetto traino sulle elezioni regionali e può affrettare gli accordi nelle candidature.
Se la partita in Lombardia, da sempre bacino di voti per la destra, sembra a portata di mano, in Lazio e in Friuli manca ancora un’intesa tra i maggiorenti delle “tre gambe” del centrodestra.
E poi, una data unica per le elezioni consentirebbe comunque un risparmio per le casse dello Stato, argomento questo che ha sempre presa sull’elettorato, figuriamoci in una campagna elettorale infuocata come quella che si sta aprendo.
Per il Pd, ovviamente, non se ne parla.
Interpellati sul punto, sia il sindaco di Milano Beppe Sala che quello di Bergamo Giorgio Gori hanno bocciato l’idea di un’unica tornata elettorale.
E dal Nazareno è già trapelata la netta contrarietà all’election day. A ben vedere, il Pd ha ben poco da guadagnarci.
La destra si prepara a lanciare la sua offensiva che al momento difficilmente lascia presagire una buona riuscita.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI: “MAI PARLATO DI 3 MINISTRI ALLA LEGA”… BERLUSCONI OGGI CONFERMA: “A ME HA DETTO CHE E’ D’ACCORDO”
A parole grande stima, massima fiducia e aperture di credito incondizionate. Dietro le quinte, dubbi e sospetti.
E’ lo stato del Centrodestra mentre inizia la difficile trattativa sul programma e sulle candidature comuni nei collegi uninominali.
In settimana si riunisce il tavolo B, ovvero quello di secondo livello composto da Giorgetti, Romani, Brunetta, La Russa e Rampelli e altri.
Silvio Berlusconi non vuol nemmeno sentire parlare di firmare patti anti-inciucio tenendosi così le mani libere per eventuali accordi post-voto con il Pd (ufficialmente sempre negati).
Allo stesso modo Matteo Salvini non chiude completamente la strada all’ipotesi di un’intesa con i 5 Stelle.
Ma per il momento bisogna trovare un accordo elettorale e politico per cercare di non sperperare il mood positivo evidenziato da tutti i sondaggi.
Il problema è che su molti temi le divisioni sono profonde.
Ad esempio la flat tax, che per Forza Italia deve essere al 25% mentre la Lega la vorrebbe al 15. Per non parlare delle pensioni. L’ex Cavaliere vorrebbe innalzare le minime per tutti ad a 1.000 euro mentre il Carroccio punta sullo stop all’innalzamento dell’età . Insomma, l’unità è un percorso lungo e difficile.
Tanto che alla fine il patto di coalizione si baserà su 4 o massimo 5 punti sintetici evitando accuratamente di entrare nel dettaglio.
Poi ogni partito avrà il proprio programma elettorale.
Intesa di massima solo su alcuni principi come la revisione della Legge Fornero, l’abbassamento delle tasse, il controllo dell’immigrazione clandestina e maggiore peso in Europa.
Per quanto riguarda le candidature nei collegi il timore nel Centrodestra è quello di aprire un nuovo fronte di scontro.
La Lega aveva accettato di basarsi sui sondaggi ma due mesi fa Salvini era due punti sopra Berlusconi. Ora invece Forza Italia ha superato il Carroccio e anche Fratelli d’Italia, oltre il 5%, sta alzando la testa (e quindi la voce).
Che fare? Basarsi sulle ultime Regionali? O sui sondaggi? Tutto in alto mare.
E infine c’è il delicato capitolo ‘quarta gamba’ del Centrodestra. Salvini non vuole assolutamente imbarcare gli scissionisti di Alternativa Popolare che rifiutano l’alleanza con il Pd di Renzi, ma Berlusconi avrebbe già un’intesa per ospitare nelle sue liste alcune figure di spicco come Roberto Formigoni e Maurizio Lupi.
Insomma, a parole grande stima e massima fiducia, dietro le quinte dubbi e sospetti.
(da “Affari Italiani”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
POTREBBE CANDIDARSI CON UNA LISTA CIVICA E MANDARE ALL’ARIA IL PASSAGGIO DI TESTIMONE CON UN ALTRO CINQUESTELLE
Fabio Fucci, sindaco M5S di Pomezia, ha attaccato spesso la regola dei due mandati
che non gli permetterà di correre di nuovo con il MoVimento 5 Stelle per essere confermato come primo cittadino.
Complice forse anche la sua forsennata sponsorizzazione di Valentina Corrado, uscita perdente nelle Regionarie del Lazio contro Roberta Lombardi e Davide Barillari, alla fine però non è stato molto ascoltato anche perchè i grillini hanno scelto come prossimo candidato sindaco il presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà .
Ma a quanto pare Fucci non ha tanta voglia di rassegnarsi.
E così, su Facebook, a chi si rammarica per il fatto che non potrà più correre con il M5S, ha deciso di ricordare che in teoria lui potrebbe tranquillamente ricandidarsi per un secondo mandato. Ovviamente senza l’appoggio del MoVimento 5 Stelle
E a chi gli fa notare che sarebbe necessario rivedere lo Statuto, Fucci conferma che sarebbe in effetti “opportuno, ragionevole e strategicamente vincente”.
Insomma, Fabio Fucci sta puntualizzando quanto già si sa, ma è curioso che non ci sia cenno sulla sua pagina nè nei commenti alla prossima candidatura di Zuccalà .
Anzi: quello che scrive sembra far pensare che possa addirittura ricandidarsi come ha fatto Federico Pizzarotti a Parma a capo di una lista civica con il suo nome, per sfidare a quel punto anche il MoVimento 5 Stelle.
Se questo succedesse i cittadini di Pomezia potrebbero trovarsi nella non facile posizione tra dover scegliere tra un’appartenenza politica e l’esperienza già vissuta al governo della città .
Con buone probabilità , vista la notorietà superiore riservata a qualunque primo cittadino rispetto al presidente del Consiglio comunale, che alla fine vinca quest’ultima.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
SI STUDIA UNA DEROGA PER LE AREE METROPOLITANE: CHI PRENDE PIU’ VOTI, SCEGLI DOVE CORRERE
La campagna elettorale – o meglio «il rally» come l’ha ribattezzata Luigi Di Maio – è partita, i collegi elettorali sono stati definiti e le Parlamentarie (la selezione Cinque Stelle per i candidati da presentare in lista) si avvicinano: un cocktail di eventi che nel Movimento sta già creando qualche grattacapo.
Tra i parlamentari uscenti, infatti, si registra qualche preoccupazione e qualche malumore.
Ci sono aree dove la sfida elettorale interna si presenta come serrata tra riconferme, volti nuovi e (in alcuni casi) attriti con i militanti a livello locale.
I nodi
I nodi riguardano soprattutto circoscrizioni e aree metropolitane: Milano, Roma, Napoli anzitutto. Zone in cui le sfide «fratricide» tra deputati e senatori pentastellati rischiano di concretizzarsi (anche per via del Rosatellum e dei nuovi collegi).
Nel Lazio l’ingorgo coinvolge diversi big: da Paola Taverna a Carla Ruocco, da Stefano Vignaroli a Massimo Baroni oltre a qualche possibile new entry come l’ex consigliere regionale Gianluca Perilli.
Stesso copione in Lombardia, dove tra gli uscenti – in una folta pattuglia di esponenti dell’ala ortodossa (che però non vedrà più la presenza di Dino Alberti e Vincenzo Caso)– ci sono anche Paola Carinelli, che fa parte del collegio dei probiviri M5S e Manlio Di Stefano, spesso in prima linea per le questioni di politica estera del Movimento.
In Campania non ci dovrebbero essere problemi per la rielezione di due big come Roberto Fico e Di Maio, ma a rischiare il seggio per via delle nuove norme (o a contendersi un posto in lista) – sarebbero soprattutto le seconde linee.
C’è chi come Vega Colonnese ha già annunciato che non si candiderà e farà la mamma.
Le altre regioni
Ma il tema ricandidature sta creando frizioni anche in altre regioni. In Puglia e in Piemonte è la base storica a contestare qualche eletto e il voto locale potrebbe riservare delle sorprese.
In Trentino Alto Adige le due anime Cinque Stelle che fanno a capo al consigliere regionale Filippo Degasperi e al fedelissimo di Di Maio, Riccardo Fraccaro, si stanno scontrando e a farne le spese potrebbe essere proprio quest’ultimo.
Nel 2013 solo Fraccaro venne eletto per i Cinque Stelle in tutta la Regione. Di segno opposto i problemi in Friuli Venezia Giulia: i tre eletti di cinque anni fa hanno tutti lasciato il Movimento.
L’ipotesi
Proprio per ovviare a dispute interne – oltre a far saltare il tetto dei 40 anni per la Camera – nel Movimento, in primo luogo tra i parlamentari uscenti, si sta caldeggiando un compromesso, una soluzione che permetterebbe in parte di evitare sfide fratricide ma che suona anche come una deroga ad uno dei principi cardine dei pentastellati: ancorare l’elezione al luogo di residenza.
L’idea allo studio è quella per le aree metropolitane principali (che presentano sia confini elettorali più ravvicinati sia un maggior numero di conflitti potenziali nel Movimento) di far scegliere dove correre in base al numero di preferenze raccolte alle Parlamentarie.
In pratica, chi prende più voti decide. Poi, a seguire, scelgono quelli meglio piazzati. L’ipotesi trova sopratutto a sorpresa il consenso dei falchi, ma non è ancora stato stabilito se verrà inserita nelle nuove norme.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
TASSO OCCUPAZIONE FINO A 35 ANNI CALATO DEL 10%
Sempre più occupati a termine, tanto che nel secondo trimestre si è toccato il
massimo storico di 2,7 milioni. E oltre 500mila lavoratori “somministrati“, che lavorano nel 95% dei casi con contratti brevi. O brevissimi.
Il dato medio è di 12 giorni, ma il 58% viene chiamato in servizio per meno di sei giorni e il 33,4% (era il 30,5% nel 2012) addirittura per una sola giornata.
E’ il quadro di un mercato del lavoro sempre più precario, a dispetto del Jobs Act, quello che emerge dal primo rapporto annuale sull’occupazione in Italia: a prepararlo sono stati, insieme, il ministero guidato da Giuliano Poletti, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal. Con l’obiettivo di “rispondere alla crescente domanda di una lettura integrata” dei dati sull’occupazione, visto che le diffusioni mensili e trimestrali da parte di fonti diverse tendono ad aumentare la confusione invece che far chiarezza.
La premessa spiega che le diverse analisi “convergono nel descrivere un quadro di miglioramento”, in cui “fattori di fondo — demografici e sociali dal lato dell’offerta di lavoro, di selezione interna e risposte ai mutamenti tecnologici e della globalizzazione dal lato delle imprese — e fattori di più breve periodo (espansione ciclica mondiale e politiche economiche) concorrono a una ripresa economica caratterizzata da una elevata intensità occupazionale”.
I numeri però dipingono un quadro in chiaroscuro: il numero degli occupati “si avvicina ai livelli del 2008“, poco meno di 23 milioni, ma “in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante”: quasi il 6% in meno.
Conseguenza diretta del calo dell’attività produttiva e dell’incremento dei posti a tempo parziale.
E il tanto rivendicato “effetto Jobs Act“?
Nel 2015 e 2016 gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili — che peraltro non sono parte della riforma del lavoro, l’hanno solo accompagnata — hanno fatto “crescere significativamente” l’occupazione a tempo indeterminato, ma non tanto da riportarla al massimo storico fatto segnare prima della crisi.
Come emerso da tempo, poi, la ripresa occupazionale ha beneficiato soprattutto i lavoratori senior: il tasso di occupazione dei 15-34enni risulta tuttora del 10,4% più basso rispetto al livello del 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni e di 1,5 punti per i 65-69enni.
“Negli ultimi due anni, tuttavia”, si legge nel documento, “la condizione dei giovani mostra segnali di miglioramento: dopo otto anni di calo, il tasso di occupazione dei 15-34enni torna a crescere nel 2015 e soprattutto nel 2016 (+0,1 e +0,7 punti), in particolare per 25-29enni”.
Nel frattempo però sono progressivamente aumentati i rapporti di lavoro in somministrazione, gli ex interinali.
Assunti dalle Agenzie per il lavoro, che li inviano “in missione” nelle aziende che richiedono i loro servizi. I loro contratti, mettono nero su bianco ministero, Inps e Istat, sono sempre più brevi. “L’incidenza dei contratti di breve durata sul complesso risulta in crescita”, si legge, “dal 56% del 2012 al 58% del 2016. La loro durata media prevista è progressivamente diminuita passando da 13,8 giorni nel 2012 a 11,7 giorni nel 2016. Più dettagliatamente, se nel 2012 le attivazioni con durata prevista inferiore ai 6 giorni erano pari al 55,2% del totale delle attivazioni brevi, nel 2016 passano al 58,5%“.
Una crescita “quasi totalmente imputabile alle attivazioni che prevedono una sola giornata, la cui incidenza cresce di quasi 3 punti percentuali dal 30,5% al 33,4%”. Al contempo, “si comprime sensibilmente la quota di attivazioni di breve durata che superano le 31 giornate previste: dal 16,2% al 12,7%”. Si noti che non si tratta (più) solo di giovani alle prime armi: se gli under 25 e i 35-44enni sono i più numerosi, “nel corso del quinquennio è cresciuta l’incidenza relativa degli individui con più di 45 anni” ed è “più che raddoppiato il numero di lavoratori over 55 interessati da contratti di somministrazione di breve durata”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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