Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
CENTRO DI AIUTO ALLE NEOMAMME, LABORATORI DI CULTURE E UNA SPERANZA: “VORREI CHE MIO FIGLIO AVESSE LA CITTADINANZA ITALIANA”
In via Prè non tutto è come appare: entri nella “Focacceria Damiano” dove Fatima, una giovane senegalese, alla richiesta di una striscia risponde che no, nel suo forno si può trovare solo pane, il simbolo della genovesità non c’è.
E, camminando sotto le luci del Natale – per le quali si sono impegnati commercianti e Municipio – gli italiani sono ben pochi e i tanti stranieri non sono turisti, anche se a pochi metri di distanza, al Porto antico, c’è il “mondo”.
Eppure, i segni di speranza e di vita ci sono. «Quest’anno ho battezzato almeno una trentina di bambini, per la maggior parte ecuadoriani ma anche africani e italiani», racconta padre Rinaldo Resecco, il parroco di San Sisto in prima linea nella città storica- e ho celebrato anche due o tre matrimoni».
Il futuro ha gli occhi di Dario
Nella Genova sempre più vecchia, il cardinale Angelo Bagnasco ha voluto che il centro di aiuto alle neomamme – inviate dai 34 Centri di ascolto vicariali – nascesse nel cuore dei vicoli: si chiama Punto Emergenza Prè, entri e – in questi giorni – è come se si spalancasse la porta della casetta di Babbo Natale, tra addobbi e pupazzi ovunque.
«Servono a creare un clima familiare, nel solo 2017 abbiamo seguito più di 150 bambini dalla gravidanza della madre al compimento del primo anno di età », racconta Bruna Doglio, 70 anni.
Vent’anni fa, Doglio aiutava le suore filippine della scuola San Giuseppe «dove si sperimentava già , ed era una novità per Genova, la convivenza tra bambini di tante nazioni nelle stesse classi».
Oggi il Punto Emergenza Prè (con il vicino ambulatorio “A Casa del re” nei locali di Palazzo Reale) vive grazie all’impegno di dieci volontari a rotazione e agli aiuti dei genovesi che quest’anno hanno anche consentito di distribuire – dietro prescrizione medica – 3.000 confezioni di latte in polvere.
«Sono qui per ritirare il mio ultimo pacco mensile», racconta con un sorriso Mariuccia Ortiz, 42 anni, mamma del piccolo Dario che il 29 dicembre del 2016 – esattamente un anno fa – ha emesso il suo primo vagito all’ospedale Galliera.
Nella sua borsa, le volontarie mettono pannolini e vestiti. Il sogno di Mariuccia per questo compleanno? «Vorrei tutto il bene possibile per Dario, spero che possa avere la cittadinanza italiana», risponde.
Prè laboratorio di culture
Serena Bertolucci – direttrice di Palazzo Reale e responsabile del Polo museale della Liguria – ha lanciato un anno fa la scommessa che sta per prendere corpo: portare attività commerciali e collegare il “suo” palazzo a via Prè con un semplice ascensore. I lavori stanno per iniziare. E poi – se i suoi progetti avranno ascolto – spalancare alla vista lo scalone monumentale oggi coperto dal mercato di piazza Statuto e ricollegare via Balbi, Prè e il porto Antico.
Il suo teorema: il museo non può vivere se anche via Prè non ritornerà ad essere frequentata e vissuta.
«La mia famiglia è di Camogli e mio padre navigava, da bambina venivo al porto ogni volta che papà attraccava a Genova. Ricordo in via Prè i tavolini con le “bionde” e tanta gente, probabilmente c’erano molti più italiani di oggi, ma certe cose una bambina non le nota: vedo oggi mio figlio, lui non dice “il bambino nero” ma dice magari “il bambino con la maglietta rossa”, non è il colore della pelle che fa la differenza».
Il pericolo di ghettizzazione del quartiere, per Bertolucci, si supera con le azioni concrete «Molti dipendenti di Palazzo reale oggi vivono qui, altri hanno fatto richiesta di avere in affitto un appartamento e l’avranno: la via Prè che vedo è un grande laboratorio di integrazione, non un ghetto».
L’imam Mustapha Gharib, 57 anni, egiziano di Alessandria, è sulla stessa linea.
Lui, quando ha visto il presepe allestito nella vetrina del “Punto Emergenza” è andato a visitarlo. «Era novembre – raccontano le volontarie – e ha chiesto: ma è già nato il Bambin Gesù?». «Il presepe è un segno di pace, come lo sarebbe una vera moschea in città . Ma so che tanti genovesi hanno paura», dice l’imam.
Il mito e la realtà della Mala
«In questo dibattito sulla Prè del passato vedo una visione vernacolare che è quella tramandata dai cantautori e da De Andrè, ma è un po’ falsa – interviene l’urbanista Francesco Gastaldi – l’idea che la mala degli anni Sessanta fosse folkloristica e bonaria è fuorviante: i napoletani di Marechiaro e i clan calabresi gestivano traffici illeciti e sparavano, questa è la verità ».
Lo “storico” maresciallo Francesco Lo Vecchio, che quella malavita l’ha fronteggiata negli anni Ottanta e Novanta con la divisa da carabiniere – oggi in pensione – racconta un episodio: «I figli di Marechiaro andavano sempre da uno stesso barbiere. E non pagavano: tu sai chi siamo, dicevano andando via. Ecco, era forse una malavita diversa ma non aveva nulla di poetico, usava già metodi mafiosi».
(da “il Secolo XIX”)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
PARLAMENTO SOSPESO, GRANDE COALIZIONE, GOVERNO POPULISTA
Le prossime elezioni politiche in Italia rappresentano per l’Ue “il maggiore ostacolo
politico sulla strada della coesione e della ripresa economica”.
Lo scrive oggi il Financial Times all’indomani dello scioglimento delle Camere e dell’indicazione del 4 marzo come data del ritorno alle urne per l’Italia.
“Mentre la Ue cerca di riguadagnare coesione dopo lo shock della Brexit e accelera la sua ripresa, le imminenti elezioni italiane probabilmente rappresentano il più grande ostacolo politico”, scrive il quotidiano.
Tre sono gli scenari probabili dopo il voto: “un Parlamento sospeso, una grande coalizione o un governo populista con un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti di Bruxelles, compresi piani che mettono in discussione l’appartenenza dell’Italia alla moneta unica. Nessuno dei risultati possibili – si legge ancora – fa presagire una maggiore stabilità per un paese che, da un punto di vista economico e finanziario, resta l’anello più debole dei 28”.
Il Financial Times elenca poi le vulnerabilità del Belpaese: crescita economica sotto la media dell’eurozona, sistema bancario appesantito dai crediti deteriorati, molti italiani esclusi dai benefici di una ripresa economica che per ora lascia il tasso di disoccupazione all’11,1% e penalizza soprattutto i più giovani.
“E resta più vulnerabile agli shock finanziari a causa dell’ elevato debito pubblico e la debolezza del sistema bancario”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
AL SUO FIANCO LA MARGHERITA 2.0 DELLA LORENZIN… “NON LASCEREMO IL PAESE A CHI VIVE DI RANCORE E DI RABBIA”
Il consiglio di Paolo Gentiloni era quello di presentare il Pd come “forza tranquilla di Governo”, capace nell’ultima legislatura di tenere dritto il timone anche in acque molto agitate. Consiglio raccolto da Matteo Renzi, nel suo messaggio su Facebook dopo lo scioglimento delle Camere. Il segretario dem presenta la sua formazione come “una squadra credibile e affidabile”, caratteristica distintiva rispetto a centrodestra e M5S.
Lo schieramento si arricchisce nelle ultime ore della componente centrista che guarda ai moderati liberali e al proseguimento delle riforme iniziate con i governi Letta, Renzi, Gentiloni.
Secondo quanto si apprende, è stata chiusa l’intesa tra Beatrice Lorenzin, Lorenzo Dellai, Pierferdinando Casini, Andrea Olivero, Giuseppe De Mita e Ignazio Messina.
Rinasce la Margherita 2.0 con Beatrice Lorenzin nel simbolo e le varie sigle ben presenti sotto il richiamo civico popolare.
Scrive Matteo Renzi su Fb:
“Voteremo il 4 marzo. Da un lato ci sono le promesse mirabolanti di Berlusconi e Salvini, il tandem dello spread e del populismo. Dall’altro Di Maio e Grillo, che vogliono referendum su euro e vaccini, promettendo assistenzialismo e sussidi. E poi ci siamo noi. Che in questi anni abbiamo lavorato tanto e sbagliato qualcosa ma che siamo una squadra credibile e affidabile”.
Renzi parla dei risultati di questi anni al Governo e afferma di non voler lasciare l’Italia “a chi vive di rancore e di rabbia”.
“In questi anni tutti gli indicatori economici hanno cambiato verso, nessuno escluso. Presentiamo dei risultati, allora: il Paese sta meglio di prima. Ma presentiamo soprattutto idee per andare ancora avanti, perchè siamo i primi a non accontentarci. Vogliamo più futuro, vogliamo più vita, vogliamo più qualità . E pensiamo all’Italia che vuole creare lavoro, non assistenzialismo. L’Italia dei diritti, del sociale, della cultura. L’Italia che non esce dall’Euro, ma porta umanità in Europa. Questi siamo noi. Siamo oggettivamente tutta un’altra storia rispetto al populismo a 5 Stelle e all’estremismo di questa destra leghista. Mancano 65 giorni. Non lasceremo questo Paese a chi vive di rancore e di rabbia. Mettiamoci al lavoro, amici, senza paura. Perchè il 4 marzo sia una bellissima giornata, avanti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
NEL SIMBOLO UNA MARGHERITA E IL NOME DELLA MINISTRA
Nasce “Civica popolare”, la lista centrista della coalizione del Pd. Nella notte le diverse
componenti, Alternativa popolare, Centristi per l’Europa, Democrazia solidale, L’Italia è popolare e Italia dei valori, hanno trovato un accordo, sottoscritto da Dellai, Casini, D’Alia, Olivero, De Mita e Messina di Idv, per andare alle elezioni con una lista guidata da Beatrice Lorenzin che avrà nel simbolo il nome della ministra nel simbolo e una margherita.
“E’ Il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione popolare europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del paese”, spiegano i promotori della lista. La collocazione politrica è il centrosinistra e la continuità con il governo Gentiloni: ” La lista si pone perciò a sostegno dell’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura”. si spiega.
Nei giorni scorsi il gruppo dei centristi aveva spiegato indfatti che non stavano lavorando ad una “lista civetta del Partito Democratico ma ad una iniziativa per valorizzare il lavoro del governo Gentiloni e che si proponga come punto di riferimento di tanti elettori delusi o incerti rispetto alle attuali offerte politiche”. I promotori della lista dicevano anche che il loro obiettivo è “di costruire in Italia una proposta popolare, fondata sul rispetto delle istituzioni e capace di contenere le spinte populiste e disgregatrici che stanno avvelenando la politica”.
“Va organizzata, perciò, una posizione di Popolari che si opponga alle due destre oggi presenti in Italia: il residuo berlusconiano e quella grillina”. aveva aggiunto il deputato Giuseppe De Mita, nipote dell’ex leader Dc Ciriaco De Mita.
La candidatura della Lorenzin alla testa del raggruppamento centrista era stata caldeggiata da Fabrizio Cicchitto: “Può essere . aveva detto il deputato di Ap – un positivo punto di riferimento per tutti coloro che contrastano una deriva populista e razzista, ma che nel contempo sono distinti dal Pd”.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
UN’ALTRA NOMINA INCREDIBILE DI MINNITI… TROIANI FECE INTRODURRE LE FALSE PROVE
Dopo la nomina al vertice della Dia di Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e 8 mesi per i falsi verbali della scuola Diaz, a un altro dei condannati eccellenti per la “macelleria messicana” del G8, è stato affidato uno degli incarichi più prestigiosi della polizia italiana.
Pietro Troiani, il vicequestore passato alla storia come l’uomo delle false molotov, il 21 dicembre è stato nominato dirigente del Coa, il Centro operativo autostrade di Roma e del Lazio: il più grande d’Italia.
Come per Caldarozzi tecnicamente non si è trattata di una promozione. Troiani resta vicequestore proprio come Caldarozzi resta primo dirigente.
Questa è stata la precisazione del Dipartimento di pubblica sicurezza dopo che Repubblica aveva pubblicato le critiche delle vittime e dei famigliari dei manifestanti massacrati di botte e arrestati con false prove nella scuola Diaz nel luglio 2001.
Ma è innegabile che i due incarichi, vice direttore dell’antimafia e dirigente del Coa di Roma della Polstrada, siano considerati “ruoli apicali” in seno alla stessa polizia.
Diverso sarebbe stato assegnare i due funzionari a uffici amministrativi, non di prima linea
Invece, ancora una volta sembra essere totalmente inevasa la precisa indicazione dei giudici della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) che nelle condanne all’Italia per l’assenza, all’epoca, di una legge sulla tortura, chiedevano al nostro paese di provvedere anche al blocco delle carriere e sanzioanre i funzionari che coprirono i torturatori materiali di Diaz e Bolzaneto.
Pietro Troiani, all’epoca in servizio al reparto celere di Roma, ebbe un ruolo decisivo nella vergognosa operazione Diaz.
Sapeva che a bordo della sua jeep c’erano due molotov recuperate ore prima in corso Italia e ordinò al suo autista di portarle nella scuola mentre era in corso la perquisizione. Il sacchetto con le bottiglie incendiarie passò fra le mani dei massimi dirigenti della polizia italiana dell’epoca e venne alla fine sbandierato come la prova regina per l’arresto dei presunti black bloc
Le logiche interne della Ps sorprendono.
Poliziotti che “hanno gettato discredito sull’intera nazione” non risulta abbiano subito sanzioni disciplinari e, scontata l’interdizione, rientrano ai piani nobili del corpo. Mentre funzionari che si sono macchiati di colpe assai meno infamanti subiscono durissime sanzioni.
Vale la pensa ricordare il caso di Filippo Bertolami vicequestore romano che nella sua veste di sindacalista ha fatto denunce scomode sulla gestione della polizia, specie all’epoca di Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa: sprechi, utilizzo di beni, promozioni di agenti condannati come quelli del G8.
Poche settimane fa è stato sospeso per undici mesi complessivi perchè non avrebbe stampato un documento e perchè non si sarebbe recato nell’ufficio del superiore.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO CHE I BUOI SONO SCAPPATI IL PATETICO TENTATIVO DI CHIUDERE LA STALLA… PER IL GOVERNATORE L’IMPORTANTE E’ CHE L’UDC RESTI IN GIUNTA E CHE NON SI APRA UNA CRISI POLITICA
“In questa fase dobbiamo avere grande responsabilità . Quelli dell’Ars sono stipendi già
dignitosi: non devono essere aumentati. Questo è il pensiero di tutta la giunta. Poi ognuno si assumerà le sue responsabilità “.
Il giorno dopo le dimissioni di Vincenzo Figuccia dalla sua giunta Nello Musumeci frena sugli stipendi d’oro: l’uscita di scena dell’assessore ai Rifiuti, arrivata dopo la polemica con Gianfranco Miccichè sul tetto ai compensi del Parlamento regionale, viene derubricata a “elemento di non grande novità “, visto che “non c’è nessuna crisi politica”, ma sul merito della presa di posizione di Figuccia il governatore non sconfessa quello che ormai è un ex assessore.
Certo è che le dimissioni non saranno respinte. “Bisogna avere rispetto – dice Musumeci – Figuccia ha deciso, con una lettera densa di umanità , di lasciare il ruolo di assessore. Questo dispiace a tutti noi, ma dobbiamo rispettare questa scelta”.
L’Udc, però, “ha confermato fiducia alla maggioranza” e la stessa coalizione “ha tenuto sulle commissioni”, dunque si va avanti: “Ho avocato a me la delega dell’assessore Figuccia – taglia corto Musumeci – vi farò sapere quando sarà sostituito. Punto e basta”.
Gli stipendi d’oro, però, sono solo una coda alla cerimonia per gli auguri di buon anno. Musumeci, in realtà , dedica la gran parte del suo intervento ai primi giorni di operato e ai progetti per il 2018.
Parla così di “reciproca collaborazione” col governo Gentiloni e poi si sofferma sull’analisi dei conti portata avanti dall’assessore all’Economia Gaetano Armao: “Siamo alla fase conclusiva della ricognizione del Comitato dei saggi. I dati saranno forniti in conferenza stampa all’inizio di gennaio”. Intanto, però, c’è qualche anticipazione: “I risultati – annuncia il governatore – sono allarmanti. i vorranno due anni per rimuovere le macerie”.
Come sempre, chi subentra si lamenta di trovare i conti in rosso ricevuti dal predecessore.
Non cambia mai nulla.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
TRAFFICANTI, JIHADISTI, MILITARI COLLUSI, SEGUACI DI BOKO ARAM: INVECE CHE ARMI SERVIREBBERO AIUTI UMANITARI
Non è “solo” il più grande Paese di transito di migranti. Il Niger è anche altro: una immensa terra di nessuno dove a farla da padroni, in una parte significativa dell’immenso territorio, sono miliziani jihadisti, tribù in armi e organizzazioni criminali che fanno del traffico di esseri umani il loro core business.
Su questa area cruciale del “corridoio libico” sono passati, solo per restare all’anno che sta per chiudersi, oltre 300mila migranti destinati a riempire le tasche di criminali e signori della guerra che spopolano sulla rotta del Mediterraneo.
L’Italia, ha ribadito oggi il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è impegnata nel contrasto degli schiavisti del Terzo Millennio e a questo scopo nei prossimi mesi invierà in Niger una parte del contingente militare attualmente impiegato, con funzioni di addestramento, in Iraq: 470 militari.
In Italia il dibattito è aperto. Ma prima di prendere posizione, pro o contro, forse sarebbe bene sapere in che realtà i nostri militari andranno a operare (altra cosa è con quali regole d’ingaggio).
“Le organizzazioni europee per la difesa dei diritti umani si occupano in genere dei diritti di libertà (di stampa, di espressione, di manifestazione ecc.). Qui in Niger abbiamo compreso che la varietà dei diritti negati è molto più ampia e ricomprende prima di tutto quelli elementari alla sopravvivenza, alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’energia e, perfino, allo stato civile (dal momento che solo il 30% dei bambini sono registrati alla nascita). L’insicurezza alimentare è il primo problema del Niger. Il Paese si colloca all’ultimo posto (182° su 182) nell’indice PNUD 2009 dello sviluppo umano. E tutte le cifre sono spaventose: il reddito medio per abitante è di 627 dollari all’anno, la speranza di vita è di 50,1 anni, il tasso di mortalità infantile è altissimo, quello di scolarizzazione bassissimo…”, documenta Nicola Quatrano su Osservatorio internazionali dei diritti.
E ancora: “Precarietà e disoccupazione sono generalizzate e ognuno è costretto a darsi vorticosamente da fare, nei modi più vari, per mettere insieme il pasto della sera. Niamey, la capitale, è un immenso mercato, dove ogni marciapiede, ogni spazio, è occupato da venditori, che sembrano essere di gran lunga più numerosi degli acquirenti. Moltissimi bambini, anche piccolissimi, chiedono l’elemosina, la maggior parte sono figli di famiglie povere che sono stati affidati a un marabutto (una sorta di sacerdote, titolare di una scuola coranica) e sono costretti dal loro “maestro” a mendicare. Chi non porta la somma pattuita resta senza mangiare, o addirittura viene percosso. Ma è possibile assistere ad altre scene tremende: i redattori del giornale Alternative hanno raccontato di avere incontrato delle donne (tra cui Aissa, 70 anni) che fanno ogni giorno diversi chilometri a piedi per recarsi nella discarica della fabbrica di riso di Tillaberi, dove passano la giornata a cercare qualche grano di riso che potrà servire a preparare il pasto della sera….”.
L’economia si basa per l’80% sull’agricoltura di sussistenza e l’allevamento del bestiame. Ma l’agricoltura in Niger è costretta a lottare contro molte insidie: siccità e inondazioni, scarsa qualità del terreno, mercati sottosviluppati in tema di sementi e fertilizzanti, povertà dei pascoli.
Con circa il 60% della popolazione che vive sotto della soglia di povertà , i consumi alimentari delle famiglie sono un grave problema legato alle stagioni.
Per molti abitanti del paese l’insicurezza alimentare e la fame sono croniche. I tassi di malnutrizione sono altissimi: la piaga colpisce circa il 40% dei bambini, e la malnutrizione acuta grave raggiunge un allarmante 10%.
Il Niger è il Paese dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia, documenta Save the Children, nel nuovo rapporto “Infanzia rubata”, primo Indice globale sull’infanzia negata nel mondo, presentato il primo giugno 2017.
Che in questo abisso senza fondo di miseria e degrado possano attecchire jihadisti e trafficanti non dovrebbe destare sorpresa.
Nel 2017, ricorda Amnesty International nel suo rapporto annuale sullo stato dei diritti umani e civili nel mondo, è proseguito il conflitto armato, in particolare nella regione sudorientale di Diffa, dove la maggior parte degli attacchi è stata compiuta dal gruppo armato Boko Haram.
Almeno 300.000 persone necessitavano di aiuti umanitari, a seguito dei combattimenti e del prolungato stato d’emergenza. Oltre 1.400 sospetti membri di Boko Haram erano in carcere, per lo più trattenuti per lunghi periodi in detenzione preprocessuale, in condizioni deplorevoli e a rischio di tortura. I diritti di rifugiati e migranti in transito nel Niger sono stati violati.
A fine 2016, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for Coordination of Humanitarian Affairs — Ocha), nella regione di Diffa, almeno 300.000 sfollati necessitavano di assistenza umanitaria.
Questi comprendevano oltre 184.000 sfollati interni del Niger, 29.000 cittadini nigerini rientrati nel paese e 88.000 rifugiati nigeriani. Molti vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di accampamenti improvvisati. La situazione d’insicurezza ha bloccato l’accesso a beni di prima necessità e a servizi essenziali come cibo, acqua e istruzione, mentre il perdurare dello stato d’emergenza ha ostacolato le attività economiche.
Il Niger accoglieva nelle regioni di Tillabèri e Tahoua almeno 60.000 rifugiati del Mali, anch’essi bisognosi di assistenza.
Il numero delle persone che transitavano attraverso il Niger, nel tentativo di raggiungere l’Europa – rimarca AI – è continuato a crescere nel 2017 e Agadez è divenuta il principale nodo di transito per i migranti provenienti dai Paesi dell’Africa Occidentale. Ad Agadez, denunciano i 15 sindaci della regione, non è stato fatto nulla per offrire alternative al business dei migranti.
“Questi ragazzi si sono fidati di noi e hanno smesso di trasportare persone in Libia. Si aspettavano alternative, come promesso dall’Europa, ma ancora non abbiamo visto niente”, si legge in un comunicato diffuso lo scorso aprile.
I sindaci inseriscono poi una critica radicale al metodo della cooperazione allo sviluppo europea. “Le agenzie europee gestiscono i loro progetti senza coinvolgerci. Si comportano come se non esistessimo. I Paesi che fanno partnership con le nostre autorità devono capire che non si può fermare il traffico di migranti se non si coinvolge la gioventù locale, se non coinvolgono noi”.
A ottobre, uno studio condotto dall’Iom ha rilevato che il 70% delle persone arrivate in Italia via mare, molte delle quali erano transitate in Niger, era stato vittima della tratta di esseri umani o di sfruttamento, comprese migliaia di donne e ragazze costrette a prostituirsi in Libia o Europa. Nonostante l’approvazione nel 2015 di una legge contro la tratta, poco è stato fatto per prevenire questa pratica in Niger.
Dopo l’annuncio del premier italiano in molti si sono cimentati nell'”arte”, si fa per dire, degli strateghi o dei geopolitici.
Nella stragrande maggioranza in Niger non hanno messo mai piede. A differenza di Luca Raineri, ricercatore presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che ha svolto diverse ricerche sul campo per lo più nel Sahel, in Mali, in Niger e nel Senegal. Questa la sua riflessione: “L’industria del traffico di esseri umani contribuisce all’aumento del reddito del Niger e alla stabilità del suo attuale governo. Ad esempio, si dice che le società di autobus — che sono strettamente legate al contrabbando di esseri umani — appoggino l’attuale governo. Così, qualora quest’ultimo volesse interrompere tale traffico, queste persone — che sono molto potenti e rappresentano, forse, la fonte di economia più importante del Paese – indirizzerebbero altrove il loro sostegno, il che comprometterebbe la stabilità del regime. Inoltre, coloro che guidano le auto, i pullman e i furgoni con a bordo i migranti attraverso la città di Agadez, alle porte del Sahara, sono spesso anche le stesse persone che alcuni anni prima prendevano parte a insurrezioni e rivolte. Pertanto, si capisce come il governo non abbia intenzione di lasciare questi individui senza lavoro, nonostante non svolgano la loro attività in modo legale.
Il terzo elemento — prosegue Raineri – che vale la pena sottolineare è che anche l’esercito, approfittando dell’industria del traffico umano, sta facendo tanti soldi. Un esempio di questo fiorente mercato è dato dall’applicazione di una tassa che viene fatta pagare a tutti coloro che passano sulle principali rotte di contrabbando nel Paese. Il Niger, in realtà , è una nazione in cui hanno avuto luogo diversi colpi di Stato, cinque o forse di più, e tutti hanno provocato il rovesciamento dei precedenti regimi. Da questo si può capire quanto sia fondamentale la stabilità dei poteri al fine di assicurare la tranquillità del sistema di sicurezza. Ed è dunque, forse, questo il motivo per cui coloro che sono al potere vedano il perpetrarsi di tale istigazione sistematica alla corruzione o ad attività di traffico, a scapito dei migranti, come una sorta di male minore rispetto a un’eventuale destabilizzazione del Paese…”.
Considerazioni che portano ad una prima conclusione: in Niger, come in Mali, e negli altri Paesi dell’Africa subsahariana o subsaheliana di origine e di transito di migranti, pensare di contrastare i trafficanti e i loro alleati jihadisti senza attivare nel contempo progetti volti a migliore le condizioni di vita della popolazione locale, più che una illusione appare un pericoloso azzardo.
Tanto più alla luce del fatto che i nostri 470 militari dovranno non solo assistere le forze nigerine nel training ma compiere anche missioni più dirette, come “attività di sorveglianza e controllo del territorio”. E controllo e sorveglianza implicano azioni molto impegnative.
Frase generica che implica molto lavoro, piuttosto impegnativo.
Inizialmente gli italiani – potrebbero essere i parà della Folgore i primi a partire – lavoreranno a Niamey insieme ai francesi, presenti nell’area del Sahel con gli oltre 3mila militari dell’operazione “Barkhane”.
A Barkhane partecipano anche le forze armate di 5 ex colonie francesi (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger). Si tratta di una regione dove è forte e radicata la presenza di milizie jihadiste, che vanno ben oltre l’Isis, che nelle aree di frontiera tra Niger, Libia e Algeria (a Ovest) e Niger, Libia e Ciad (a Est) hanno assorbito i reduci delle lunghe battaglie algerine e ha sfruttato la frammentazione della Libia per rafforzarsi e diventare sempre più insidioso.
Il contingente italiano dovrebbe sostituire la guarnigione francese che presidia l’avamposto Madama, un vecchio fortino della Legione Straniera a poca distanza dalla frontiera libica.
I nostri militari andranno dunque in uno dei punti più esposti dell'”Africanistan”, un’area dove sono in corso circa trentacinque guerre dalle quali fuggono milioni di disperati. Definirla una missione a rischio è un eufemismo.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
PRONTE LE REGOLE PER LE PARLAMENTARIE… SULLE LISTE DECIDONO CASALEGGIO E DI MAIO
Le regole per le candidature sono pronte con il via libera dei legali del Movimento 5
Stelle, che avrebbero scongiurato così possibili cause future. Saranno pubblicate a breve, quasi sicuramente i primi giorni di gennaio.
Anche perchè “intorno al 15 del prossimo mese le liste dovranno essere pronte”, garantiscono fonti grilline che stanno seguendo questo inizio di campagna elettorale. L’idea è quella di presentare i candidati durante la scuola di formazione prevista a Pescara dal 19 al 21 gennaio dal titolo “Villaggio Rousseau. Programma di governo 2018”.
Come ogni anno è confermato il “contro discorso” di Beppe Grillo il 31 dicembre quando parlerà il presidente della Repubblica. Non sarà però un discorso con annunci eclatanti, fanno sapere in ambienti M5S, non sarà il momento per annunciare le nuove regole per le candidature, piuttosto sarà un intervento “di visione e per guardare al futuro”, durante il quale saranno ricordati anche “i principi che hanno portato alla nascita del Movimento 5 Stelle”.
La parte programmatica viene lasciata a Luigi Di Maio, in giro in questi giorni nel Nord d’Italia, in Lombardia in particolare dove si voterà per le elezioni regionali e dove i pentastellati sono ancora piuttosto deboli rispetto al resto dell’Italia e cercano quindi di conquistare terreno.
I parlamentari e gli attivisti intanto sono in attesa di conoscere le nuove regole delle candidature che porteranno parecchie novità .
Dallo scioglimento delle Camere ormai avvenuto ogni momento è buono per l’annuncio delle parlamentarie. Ciò che è certo è che l’ultima parola sulle liste spetterà a Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio che passeranno a setaccio tutti i nomi.
“Non sarà imbarcato chiunque”, continuano a ripetere dal Movimento 5 Stelle, ragione per cui i legali si sono a lungo soffermati sulla clausola da inserire nel codice di comportamento per evitare i cambi di casacca ma nello stesso tempo rispettare la Costituzione che non prevede il vincolo di mandato.
Dunque, se applicare o meno una multa ai parlamentari grillini che nel corso della legislatura dovessero decidere di cambiare partito. “È stato trovato un modo per evitare che ciò che è successo nella diciassettesima legislatura e cioè che anche tanti dei nostri eletti hanno lasciato il gruppo”, viene garantito dal Movimento.
Le deroghe e i cambiamenti rispetto alle prime regole, quelle del 2013, saranno tanti. Non sarà necessario avere quarant’anni per presentarsi al Senato e soprattutto saranno permesse le doppie candidature.
Chi si presenterà nel collegio uninominale potrà anche far parte del listo proporzionale.
A questo proposito il candidato del collegio sarà scelto, nei fatti, direttamente da Grillo, Casaleggio e Di Maio con un escamotage che consentirà di scegliere il più forte capace di confrontarsi con il Pd e con Forza Italia.
I voti delle parlamentarie saranno su base regionale e con ogni probabilità sarà concessa la candidatura anche in un collegio che non sia esattamente quello di appartenenza, purchè sia nella stessa regione.
Ciò è stato deciso per accontentare chi ha lamentato il fatto che molti parlamentari usciti fanno parte di uno stesso collegio e con l’alternanza uomo donna in tanti sarebbero rimasti fuori.
Ciò che attende nei prossimi giorni il Movimento 5 Stelle sarà di certo la carica dei candidati: si parla di diecimila attivisti che ambiscono a un posto in lista.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
UN SITO MAROCCHINO HA RILANCIATO UN MEME SU SILVIO CONDANNATO A PULIRE LE STRADE DI ROMA SPACCIANDOLA PER UNA NOTIZIA VERA
L’Italia è diventata un esempio di giustizia grazie alla punizione esemplare inflitta a Silvio Berlusconi.
Almeno così sostiene la pagina Facebook Morocco News che a quanto pare è molto popolare in Marocco con i suoi 5 milioni di like ed è collegata al sito di informazione almaghribtoday.net.
Cosa succederebbe se anche in Marocco la legge fosse severa quanto in Italia nel punire i corrotti?
Ad un italiano verrebbe da ridere, ma a chi scambia per vero un meme su Berlusconi condannato ai servizi sociali il nostro Paese sembra il Paradiso.
Succede che gli autori della pagina abbiano preso un vecchio meme relativo alla condanna di Berlusconi ai servizi sociali e lo abbiano usato come esempio su come trattare i politici corrotti.
Quante volte i gentisti nostrani con rammarico ci hanno ricordato come viene amministrata la giustizia altrove?
Che siano gli spacciatori uccisi per strada dagli squadroni della morte di Duerte nelle Filippine o qualche notizia inventata di sana pianta (ad esempio qualche giorno fa Ghisberto ci deliziava con una vignetta sulla severità e durezza del sistema carcerario spagnolo) c’è sempre nell’Internet un esempio di come “si dovrebbero fare le cose”.
La conclusione è sempre la stessa: se lo fanno in quel lontano paese perchè non possiamo farlo anche qui da noi?
Ecco quindi che in Marocco viene raccontata la storiella dell’ex Primo Ministro Berlusconi condannato a pulire per un anno le strade di Roma dopo essere stato giudicato colpevole di corruzione e frode fiscale.
“Ve lo immaginate cosa succederebbe nei Paesi Arabi se tutti i corrotti venissero processati” e costretti ad armarsi di ramazza per essere messi finalmente al servizio dei cittadini? In molti hanno notato che si tratta di un fotomontaggio ma c’è anche chi vuole crederci e coltivare il sogno che un mondo migliore sia possibile.
In fondo se lo fanno in Italia perchè non dovrebbero riuscirci in Marocco. I corruttori che hanno infangato il nome delle istituzione condannati a pulire, una legge del contrappasso che Dante Alighieri scansate.
Del resto è vero che Berlusconi ha anche fatto lo spazzino.
È successo a Napoli nel 2008 durante la famosa crisi dei rifiuti che ha vide molte città della Campania sommerse dall’immondizia. In quell’occasione Berlusconoi ne approfittò per spiegare come raccogliere la spazzatura: «Non bisogna gettare i rifiuti per strada e soprattutto bisogna metterli in contenitori per la differenziata».
Diverso è il caso del fotomontaggio in questione. Tutti gli italiani sanno che Berlusconi fu condannato a lavorare alla casa di riposo Sacra famiglia di Cesano Boscone.
Ma come spesso accade da noi a volte un meme che viene dall’estero viene scambiato per vero perchè in fondo l’erba del vicino è sempre la più verde.
(da “NextQuotidiano”)
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