Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE PER IL RE DELLE SLOT CORALLO E LABOCCETTA
La Procura di Roma vuole il processo, per il reato di riciclaggio, a carico dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, della sua compagna Elisabetta Tulliani, degli altri familiari di quest’ultima (dal fratello Giancarlo al padre Sergio) coinvolti in una serie di operazioni finanziarie a cominciare da quella legata all’appartamento di Montecarlo (che una contessa aveva lasciato in eredità ad An) che Giancarlo Tulliani avrebbe acquistato con i soldi di Francesco Corallo, il ‘re delle slot’, attraverso la creazione di due società off-shore, la Printemps e la Timara: una spesa di poco superiore ai 300mila euro nel 2008 quando la cessione dell’immobile nel 2015 fruttò un milione e 360mila dollari.
Un’operazione di compravendita che Fini avrebbe autorizzato senza sapere (così si è giustificato davanti agli inquirenti) che dietro c’era suo cognato.
I magistrati di piazzale Clodio hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio che coinvolge complessivamente dieci persone, tra cui lo stesso Corallo e l’ex parlamentare di An Amedeo Laboccetta, deputato napoletano di Forza Italia nonchè vice coordinatore campano azzurro, che rispondono, con altri quattro, di associazione per delinquere.
Secondo l’ipotesi dei pm, al fine di commettere “una serie di reati di peculato, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e appropriandosi di ingenti somme di denaro (oltre 85 milioni di euro) corrispondenti al mancato pagamento dei tributi erariali, dovuti dalla società concessionaria Atlantis World Group of Companies per l’attivazione e la conduzione operativa della rete, per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da divertimento o intrattenimento”, il sodalizio avrebbe “trasferito tra il 2004 e il 2007 la liquidità così illecitamente accumulata (oltre 50 milioni di euro) dai conti correnti della concessionaria (stabile organizzazione in Italia di Atlantis/BPlus) verso conti correnti esteri olandesi, ed inglesi di altre società del Gruppo Corallo, e successivamente, verso un conto corrente di società offshore acceso a Saint Maarten (Antille Olandesi), sempre riconducibile al promotore e capo dell’associazione, Francesco Corallo, in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza delittuosa e di poterla definitivamente impiegare in acquisizioni immobiliari ed attività economiche e finanziarie”.
Quanto a Fini e ai suoi familiari, la Procura resta convinta, al di là del recente interrogatorio reso a piazzale Clodio dall’ex leader di An, che Giancarlo ed Elisabetta Tulliani, titolari delle società offshore Printemps Ltd, Timara Ltd e Jayden Holding Ltd, abbiano “messo a disposizione i conti correnti di tali società per ricevere ingenti somme di denaro dal conto corrente acceso presso la First Carribean International Bank e intestato alla Dawn Properties, riconducibile a Corallo con cui Fini aveva stretto intesa, e su cui era delegato ad operare in qualità di director Rudolf Baetsen, con la consapevolezza della provenienza delittuosa, consentendo la realizzazione del segmento finale del flusso di denaro tra Italia, Olanda, Antille Olandesi, Principato di Monaco e Santa Lucia”.
Oltre a questo, i magistrati romani hanno attribuito a Fini altri tre episodi di riciclaggio più uno di impiego di denaro di provenienza illecita assieme alla compagna Elisabetta e a Giancarlo Tulliani: le somme di denaro ricevute dal conto acceso presso la FCIB e poi bonificate da Baetsen, sarebbero state destinate “all’acquisto dell’appartamento di Montecarlo, già di proprietà di An, di cui erano divenuti i proprietari occulti. E dopo che, l’immobile era stato rivenduto, il 15 ottobre del 2015 dalla Timara Ltd, compivano ulteriori transazioni bancarie con le quali impiegavano, sostituivano e trasferivano la somma di denaro pari a 1,2 milioni di euro, derivata dalla compravendita, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa, utilizzando diversi conti correnti anche esteri”.
I pm ritengono poi che Giancarlo Tulliani abbia ricevuto sul proprio conto corrente presso la Caisse d’Epargne-Costa Azzurra, filiale francese di Beausoleil, il 5 novembre 2015, un bonifico di 1,2 milioni di euro, disposto da uno studio notarile, in merito a una vendita immobiliare.
E che, successivamente, da tale rapporto avrebbe trasferito sul proprio conto corrente italiano Mps la somma di 140mila euro (l’11 novembre 2015), di 145mila (il 20 novembre) e 560mila (il 9 settembre 2016).
Elisabetta Tulliani, dal canto suo, tra il 24 novembre e il 10 dicembre 2015, avrebbe ricevuto sul conto corrente acceso presso Mps 290mila euro e poi 449mila euro, bonificate dal fratello, con la causale ‘prestito infruttifero’, dal conto Mps di Giancarlo che era alimentato esclusivamente, fin dalla sua apertura, dal conto Caisse d’Epargne”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
DIBBA HA CONSEGNATO UNA LISTA CON LE PROFESSIONI DEI PENTASTELLATI, DIMENTICANDOSI DI SEGNALARE QUALI FOSSERO I REDDITI PERCEPITI DA MOLTI ELETTI PRIMA DI ENTRARE IN PARLAMENTO
La settimana scorsa il Giornale e Silvio Berlusconi sono andati all’attacco del
MoVimento 5 Stelle dicendo che 8 candidati su 10 del partito di Grillo non lavorano.
Si tratta chiaramente di una balla, perchè non è possibile che Berlusconi o il Giornale fossero a conoscenza delle attività professionali dei diecimila “candidabili” tra i quali il MoVimento ha scelto i candidati per le politiche 2018.
Però se andiamo a guardare i redditi e le professioni degli attuali deputati scopriamo che sono in molti che grazie al MoVimento 5 Stelle hanno trovato un lavoro e un reddito di cittadinanza
Ieri Alessandro Di Battista, ospite a Domenica Live da Barbara D’Urso, è tornato sull’argomento.
Una delle “tre verità ” che Di Battista ha regalato alla conduttrice di Canale 5 è stata la lista delle professioni e dei mestieri dei deputati e senatori del MoVimento 5 Stelle.
Un tema che sta senza dubbio molto a cuore ai pentastellati visto che venerdì avevano fatto recapitare a Palazzo Grazioli la stessa lista per dimostrare a Berlusconi che tra le fila del MoVimento ci sono fior fiore di professionisti, avvocati, ingegneri e così via.
E senza dubbio ce ne sono.
Peccato però che in quella stessa lista Luigi Di Maio figuri come “studente”, che non è una professione dal momento che non dà reddito.
Come Di Maio altri 11 parlamentari a 5 Stelle esercitano la professione di studente. Curiosamente sul sito della Camera Di Maio si definisce “giornalista pubblicista”.
E senza dubbio di disoccupati nel M5S ce ne sono (ad esempio la senatrice Vilma Moronese), ma per Di Battista “se ci sono cittadini disoccupati è colpa dei partiti”.
Perchè è sempre colpa dei partiti. Ed è per questo che forse la Moronese fece assumere il compagno come assistente parlamentare.
I nodi vengono al pettine però se andiamo a leggere le dichiarazioni dei redditi pubblicate per legge sul sito della Camera.
Partiamo proprio da Di Battista, che si è definito giornalista anche se non è iscritto all’albo e non ha il tesserino.
Il Dibba prima di entrare in Parlamento dichiarava un reddito annuo pari a 3.176 euro. Di sicuro non era disoccupato ma non aveva certo uno stipendio con il quale potersi mantenere.
Nel 2014 Di Battista ha dichiarato un reddito pari a 78mila euro, ovvero ventisei volte superiore a quello precedente.
Anche Roberto Fico, che nella lista viene definito “comunicatore” nel 2013 ha presentato una dichiarazione dei redditi da 0 euro mentre nel 2014, dopo l’ingresso in Parlamento ha dichiarato 78mila euro.
Come Fico e Di Maio anche la deputata Giulia Sarti, l’onorevole Donatella Agostinelli e l’ex pentastellata Giulia Di Vita hanno dichiarato un reddito pari a zero.
Stando al sito della Camera anche l’esperto di microchip e ambientalismo militante Paolo Bernini nel 2013 non ha dichiarato redditi.
Oggi oltre a guadagnare una bella cifra si trova nella spiacevole posizione di doversi difendere in una causa intentata da un suo ex assistente che lo accusa di non aver versato stipendio e contributi.
Ci sono poi quelli che un lavoro ce l’avevano ma non percepivano certo un reddito dignitoso.
La deputata Federica Daga, che sul sito della Camera scrive di essere un’impiegata — quindi non figura tra i disoccupati — nel 2013 aveva invece dichiarato un reddito pari a 6.512 euro.
Il doppio di Di Battista ma senza dubbio non un reddito sufficiente per campare.
Anche il senatore Alberto Airola, che di lavoro fa l’operatore di ripresa telecinematografica, nel 2013 aveva dichiarato un reddito da fame: appena 6.525 euro di imponibile.
Di Battista ha ribadito che nel M5S ci sono molti liberi professionisti: uno di questi è Alessio Mattia Villarosa, imprenditore nel commercio che nel 2013 aveva dichiarato un reddito imponibile pari a 3.463 euro.
Un’altra invece è l’architetto Paola Nugnes, che da architetto libero professionista nel 2013 dichiarava un reddito lordo di poco più di 9mila euro e che nel 2016 ne ha dichiarati poco meno di 100mila (99.854).
Tra coloro che facevano un lavoro dipendente invece se la cava meglio Arianna Spessotto, che quando è arrivata in Parlamento guadagnava poco più di diecimila euro e che stando all’ultima dichiarazione ne ha guadagnati 98mila.
Il senatore Carlo Martelli, docente universitario (a contratto) di matematica, è passato invece da un reddito pari a 2.842 euro del 2013 a poco più di 100mila.
Tutto questo però Alessandro Di Battista, così ansioso di raccontare la verità in modo trasparente non l’ha detto.
Strano no?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
DI BATTISTA ELOGIA LA CONDUTTRICE CHE GLI HA PERMESSO UN MONOLOGO SENZA DOMANDE INCISIVE… QUANDO MASTRANGELI FU CACCIATO PER AVER PARTECIPATO
Il pensiero è andato subito al “povero” Marino Mastrangeli: lui per una comparsata da Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque venne cacciato con un voto dell’assemblea dei parlamentari poi confermato sul blog di Beppe Grillo (erano altri tempi, ancora si votava qualcosa).
Alessandro Di Battista invece ieri da Barbara D’Urso è andato in totale tranquillità , a dimostrazione che i tempi cambiano e le idee del MoVimento 5 Stelle pure.
Dopo l’intervista Di Battista ha regalato parole di elogio alla conduttrice: «Ve lo dico onestamente, sono riuscito ad esprimere le nostre idee senza essere interrotto ogni 5 secondi cosa che mi capita in altre trasmissione. La conduzione è stata molto corretta. Mi auguro che in tanti abbiano capito che non siamo nessuna “setta pericolosa” ma una comunità di cittadini che si stanno impegnando ogni giorno per rendere il nostro Paese un paese normale».
Ma qualcuno a cui la comparsata non è andata giù è spuntato lo stesso.
Ovviamente ha protesta chi, per un motivo o per un altro, non ha nulla da perdere. Come Giulia Di Vita, sospesa e poi reintegrata nel M5S Sicilia per la vicenda delle firme false, ma che ha deciso, a differenza di Chiara Di Benedetto — soltanto sfiorata dall’inchiesta — di non ricandidarsi. E guarda caso oggi si lamenta di Di Battista dalla D’Urso.
Protesta anche Vega Colonnese, non a caso anche lei non ricandidata:
Entrambe nei commenti però si beccano i rimbrotti dei followers che fanno notare come la domenica pomeriggio sia strategica per arrivare a fette di elettorato che non conosce o non segue i 5 Stelle su Internet o nei programmi dove vanno ospiti.
Insomma, se Parigi val bene una messa figurati se Palazzo Chigi non vale una D’Urso.
Il problema è: se poi perdono lo stesso?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
SE RECUPERA I 48 MILIONI CHE LA LEGA SI E’ FREGATA, MAGARI RIESCE A PAGARE QUALCHE AEREO PER I PAESI DI ORIGINE.. SEMPRE CHE LO STATO NON APPLICHI PRIMA LA LEGGE E LO PORTI A SAN VITTORE
Nonostante Berlusconi avesse intimato a Salvini di farlo tacere perchè “questo ci fa
perdere le elezioni”, anche stamane Attilio Fontana, candidato governatore sovranista in Lombardia, si è svegliato male.
“Il mio problema è che sono partito poco conosciuto” ha dichiarato in una intervista a Libero.
Affermazione che già fa sganasciare dalle risate visto come ha posto subito rimedio a questo problema.
Invece di rappresentare l’intera coalizione “moderata”, ha pensato bene di dare sfogo al più vergognoso sentimento razzista tratteggiando una difesa della razza bianca degna del Ku Klux Klan.
Poi aveva fatto una mezza marcia indietro, anche alla luce del crollo dei sondaggi che avevano visto dimezzare il vantaggio del centrodestra di Maroni rispetto a Gori.
Ma oggi ricomincia il delirio, falsificando pure i sondaggi e sostenendo che i consensi per lui sono aumentati dopo le sue frasi con cui “ho risolto in un secondo il problema di farmi conoscere”.
Poi sbulacca ancora: “Se sarò eletto, la prima cosa che farò è espellere i 100 mila clandestini che ci sono in Lombardia e che destano l’allarme dei cittadini”
Peccato che un governatore non abbia alcuna competenza nell’espellere le persone, essendo questa materia del Viminale e regolata da un iter giudiziario ben preciso.
Quindi la sua promessa è una sonora cazzata.
Non solo: per le pratiche di rimpatrio occorre non solo una sentenza della magistratura e la presa in carico della Questura, ma l’accettazione del Paese di origine e la disponibilità finanziaria per organizzare il reimpatrio, nonchè uomini e mezzi per porlo in atto.
In ultimo una barcata di milioni per organizzare i voli.
Se Fontana si facesse parte diligente e facesse restituire alla Lega i 48 milioni che si sono fottuti per spese personali i suoi dirigenti (come da sentenza esecutiva) magari dieci aerei riuscirebbe anche a organizzarli per rimandare a casa 500 “clandestini” come li chiama lui.
Dimenticavamo la chiosa finale di Fontana nell’intervista, dove definisce Gori “un fighetto che vive in una villona”.
Detto da un uno che ha sicuramente l’aspetto del mitico guerriero ariano e che gira in Porsche è la ciliegina finale.
Forza Fontana, avanti così !
Dopo aver fatto perdere alla Lega il comune di Varese, chissà che non riesci a fare altrettanto con la Regione Lombardia.
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
RIENTRA NELL’ELENCO DEL VIMINALE DEI 74 STABILI OCCUPATI ABUSIVAMENTE… ORA LA DESTRA CHE VUOLE CACCIARE TUTTI GLI ABUSIVI PUO’ FESTEGGIARE… TUTTO RIMANDATO A DOPO LE ELEZIONI
Anche l’immobile occupato da Casapound in via Napoleone III a Roma è nella lista degli sgomberi del Viminale.
Nel foglio di convocazione del comitato metropolitano che si svolgerà questa mattina nella sede della Prefettura di Roma, racconta oggi Simone Canettieri sul Messaggero, ci sono tre palazzi occupati da sgomberare. Tre priorità .
Nei primi due casi si tratta «dell’esecuzione del sequestro preventivo degli immobili in via del Policlinico e in via Vittorio Amedeo II».
Ovvero: l’applicazione di sentenze che danno ragione ai legittimi proprietari che vogliono liberare i locali dove da tempo vivono migranti e attivisti dei movimenti per la casa.
Nel terzo caso, si legge nella lettera firmata dal prefetto della Capitale, Paola Basilone, e dal sindaco Virginia Raggi, c’è scritto: «Sgombero immobile di proprietà dello Stato in via Napoleone III».
E cioè la sede di Casapound, nel cuore del quartiere Esquilino.
Fonti di Palazzo Valentini spiegano però che «non sono all’ordine del giorno azioni di forza». Soprattutto in campagna elettorale.
Fino a dopo il 4 marzo quindi sono tutti salvi perchè gli sgomberi portano contestazioni e nessuno vuole rischiarle in un momento in cui ogni voto conta e pesa. E dopo? Dopo chissà :
Al momento fa fede la lista lasciata dall’ex commissario del Campidoglio, Francesco Paolo Tronca, nella quale si fa l’elenco degli stabili occupati: 74 in tutto.
Tra questi c’è anche quello di Casapound, che finora non era mai rientrato nelle priorità (la cosiddetta «lista ristretta», della quale fanno parte soltanto 16 indirizzi). Ora su input della magistratura sono mutate le esigenze.
E la sede del movimento neofascista è entrata nel mirino, così come gli altri due immobili citati nella lettera di convocazione inviata dal prefetto alla sindaca Raggi e al governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.
Oggi il tavolo dovrà dare una risposta sul metodo ma soprattutto anche nel merito dei tre singoli casi. La rappresentante del Governo si aspetta che Comune e Regione propongano un percorso condiviso e rapido per liberare i tre immobili.
Una vicenda che, a 40 giorni dalle elezioni politiche del 4 marzo, rischia di essere esplosiva.
E soprattutto, di finire per essere utilizzata in campagna elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
UNO SU CINQUE DEGLI USCENTI POTREBBE SALTARE… A RISCHIO BERLINI, SORIAL E SCIBONA, GIA’ FUORI DEL GROSSO, SCAGLIUSI, COTTI E CARIELLO
In un tripudio di riconferme, il MoVimento 5 Stelle ieri ha ufficializzato i candidati nel
listino proporzionale: tutti riconfermati i big ma qualche sorpresa è riservata nella composizione dei collegi plurinominali.
Perchè la lista comunicata mette a rischio la rielezione di alcuni deputati e senatori.
E così un parlamentare su cinque tra quelli che si sono riproposti per il bis potrebbe essere costretto a restare a casa, a meno di una affermazione poderosa il 4 marzo per il MoVimento 5 Stelle.
In caso contrario presto molti potrebbero andare a fare compagnia a Francesco Cariello e Roberto Cotti, esclusi dalla corsa a causa del “filtro qualità ” in capo a Beppe Grillo e Luigi Di Maio.
Cariello è stato escluso per una condanna per rivelazione di segreto: ha rivelato nel 2015 al giornalista del Fatto Quotidiano Francesco De Palo informazioni secretate, ovvero i contenuti dell’audizione in Commissione del dottor Rocco Antonio Burdo, funzionario dell’Ufficio Intelligence della Direzione Centrale Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, sul tema del contrasto della contraffazione relativamente agli oli d’oliva.
Cariello, che ha chiesto il rito abbreviato, si è beccato dal giudice Chiara Gallo del Tribunale di Roma una condanna a 2 mesi e 20 giorni, comminata nell’ottobre 2017 con i doppi benefici della legge, ovvero la sospensione condizionale della pena e la non menzione nel casellario giudiziale.
Mistero invece intorno all’esclusione di Cotti, che non ha mai voluto rivelare le motivazioni e a Pescara è fuggito di corsa da chi gli chiedeva lumi.
Poi ci sono quelli a rischio.
Spiega oggi Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera che la maggior parte di loro è collocata in posizioni marginali nelle liste e tra loro ci sono molti che appartengono o appartenevano all’ala ortodossa o alla base storica del MoVimento, dalla quale ormai il partito di Di Maio e Grillo si sta smarcando:
Si va dall’animalista Paolo Bernini, diventato celebre per le teorie sui microchip sottopelle negli Usa e sul «complotto dell’11 settembre» (riserva in Emilia Romagna) a Giorgio Sorial, che nel 2014 diede del boia a Giorgio Napolitano, all’epoca capo dello Stato, terzo in Lombardia.
C’è il senatore No Tav Marco Scibona o la sua collega Elisa Bulgarelli, che si lamentò per i «cerchi magici» nel Movimento.
L’elenco degli onorevoli a rischio comprende anche la nutiana Chiara Di Benedetto ( il suo compagno Mauro Giulivi ha fatto causa ai Cinque Stelle per l’esclusione alle Regionali in Sicilia) o l’ex capogruppo a Palazzo Madama Andrea Cioffi.
E poi ancora: fuori l’abruzzese Daniele Del Grosso e il pugliese Emanuele Scagliusi, in bilico il lombardo Cosimo Petraroli, il siciliano Francesco D’Uva o il campano Salvatore Micillo. Il deputato critico Andrea Colletti, terzo in Abruzzo dietro Gianluca Vacca e Daniela Torto non ammaina le speranze: «Grazie a tutti coloro che mi hanno voluto ridare fiducia durante queste Parlamentarie. Per il 4 marzo sarà una battaglia».
Insieme all’esclusione di alcuni parlamentari uscenti i militanti hanno deciso di dare la loro preferenza ai candidati «vip» (Elio Lannutti, Gregorio De Falco e Gianluigi Paragone: tutti capilista).
Certo, molti di loro non hanno fatto una grande militanza nei 5 Stelle — De Falco sfotteva anche Di Maio e Di Battista — ma ormai questo è un dettaglio.
Diversi i parlamentari uscenti che sono a serio rischio, complice la regola dell’alternanza di genere, di restare fuori alla prossima legislatura essendo finiti terzi o quarti nelle liste per i plurinominali.
Al Senato, ad esempio Daniela Donno, terza nel collegio Puglia 2, Sara Paglini, terza nel collegio Toscana 3, e Ornella Bertolotta, quarta nel collegio Sicilia 2.
Alla Camera rischia anche Federica Dieni, terza nel collegio Calabria 1 e non molte chance ha Daniele Pesco, secondo nel collegio Lombardia 2.
Tutti, comunque, potrebbero essere “ripescati” agli uninominali per avere anche una chance nello scontro diretto.
Hanno scommesso bene invece — non ricandidandosi rispettivamente come sindaco di Mira e come consigliere a Trieste — Alvise Maniero e Stefano Patuanelli: adesso sono candidati alle politiche.
Meno fortunato Stefano Buffagni, consigliere regionale uscente in Lombardia, finito nel suo collegio dopo la deputata Paola Carinelli (ora compagna del senatore riconfermato Vito Crimi).
Non sono ancora stati pubblicati i risultati delle preferenze e nemmeno il numero di voti totali su Rousseau: dopo gli appena trentasettemila votanti nelle Gigginarie che hanno incoronato Di Maio il dato rimane un mistero.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI, DOPO LA MANFRINA SU PIROZZI, RESTA CON CERINO IN MANO
A spuntarla, almeno secondo l’anticipazione de La Stampa, sarà Giorgia Meloni: con assoluta probabilità il candidato governatore del Lazio sarà il deputato romano Fabio Rampelli, big di Fratelli d’Italia.
Chiesto dalla Meloni, Forza Italia non ha posto veti.
Tramonta così l’ipotesi Gasparri, mentre Pirozzi, fedele al suo ruolo, continua ad affermare di non voler mollare, minando così le possibilità del centrodestra.
La scelta di Rampelli in Lazio, però, ha già spinto Forza Italia a chiedere una contropartita: quando si voterà in Friuli, “toccherà a noi”, hanno affermato. Ovvero, lì, il candidato sarà azzurro e si aprirà un nuovo conflitto perchè sul Friuli c’era in origine la candidatura del leghista Fedriga.
I sondaggi comunque davano Gasparri staccato di 15-20 punti dal governatore uscente Zingaretti, quindi la candidatura di Rampelli è giusto di bandiera e motivata dal fatto di non darla vinta a Pirozzi accusato di essere al servizio del Pd.
Resta con il cerino in mano Salvini che ora deve decidere se appoggiaare Rampelli o Pirozzi.
La farsa non è ancora finita.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
“LA LEGA PRIMA INCASSA I SUOI CANDIDATI AL NORD E POI CERCA DI FAR SALTARE IL TAVOLO AL CENTROSUD E SI PERMETTE DI PORRE VETI A CASA NOSTRA”… “NO A RAMPELLI, E’ UN ANTILEGHISTA”… E LA FARSA CONTINUA CON PIROZZI CHE PRESENTA LA SUA LISTA PURE AL SENATO (IMBECCATO DA CHI?)
Giorgia Meloni ha puntato i piedi. A costo di mandare all’aria i rapporti con Matteo
Salvini. Ha deciso che il candidato governatore della Regione Lazio sarà Fabio Rampelli. Punto e fine di ogni discussione.
A scatenare la leader dei Fratelli d’Italia è stata la lite che si è innescata qualche sera fa a Palazzo Grazioli durante l’incontro per firmare il programma elettorale insieme a Forza Italia e Lega e confermata da Gasparri.
Il punto di accordo era stato individuato, il nome era quello di Rampelli. Ma la Lega non vuole Fabio Rampelli come possibile candidato alla Regione Lazio.
E durante la riunione con gli alleati è arrivata al punto di mettere un veto sul suo nome, scatenando la durissima reazione di Fratelli d’Italia.
Secondo le indiscrezioni raccolte dall’agenzia Dire, Rampelli è stato definito “un anti-leghista storico“.
L’atteggiamento del Carroccio ha causato una fortissima irritazione negli ambienti di Fdi.
L’accusa contro Salvini è di calare nelle Regioni centro-meridionali per cercare di far saltare il tavolo, dopo aver sistemato i suoi candidati al Nord in accordo con la coalizione.
In effetti dopo aver incassato l’appoggio di Fdi e Fi sul nome di Attilio Fontana in Lombardia (a Roma molti esponenti della destra non lo ritengono proprio un grande nome), la Lega è tornata prepotentemente sul sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi e ora, spiegano fonti della destra romana alla Dire, «si permettono di mettere veti a casa nostra».
Ma questa volta, dopo che una dinamica piu’ o meno simile si era verificata alle scorse elezioni comunali, la misura sarebbe colma.
Il giochino del Carroccio non sembra più piacere a Giorgia Meloni.
Berlusconi ha preso tempo, ordinando nuovi sondaggi.
Avanti così, verso il dirupo.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
A PESCARA DI MAIO MOSTRA LUCI E OMBRE
“Presidente, presidente, presidente”. L’arrivo di Luigi Di Maio a Pescara, dove i suoi sono riuniti da tre giorni in lunghe sessioni di seminari e approfondimenti, è trionfale. Lo staff e la comunicazione hanno studiato tutto nel dettaglio.
La sua totale assenza nelle 72 ore che precedono il gran momento crea un’attesa spasmodica. Era stata presentata come una conferenza stampa, ma quella che va in scena al centro congressi dell’Aurum è una cavalcata trionfale dove le domande lasciano il posto a una lunga e fragorosa teoria di applausi (se ne sono contati più di cinquanta in un’ora e mezza).
La sala ad anfiteatro che porta il nome del vate D’Annunzio è stracolma. Gli aspiranti candidati si mescolano ai semplici attivisti, i deputati ai giornalisti.
Manlio Di Stefano e la moglie, insieme alla deputata Maria Edera Spadoni, finiscono addirittura dietro la batteria di telecamere che punta al nuovo capo politico del Movimento.
In prima fila e ai lati del palco lo stato maggiore al gran completo. C’è Davide Casaleggio, un muro con la stampa per tutti e tre i giorni dell’evento fatto salvo una scarna dichiarazione precompilata. Ci sono Rocco Casalino, vera e propria ombra di Di Maio, e Ilaria Loquenzi, a capo dello staff della Camera che ha curato nel minimo dettaglio la kermesse. In piedi Pietro Dettori, anima di Rousseau, poi il fedelissimo Max Bugani, la cui intelligenza politica è riconosciuta nell’inner circle che circonda Di Maio. E dietro ancora un lungo cordone di deputati a cornice della consigliera comunale Enrica Sabatini, vera padrona di casa.
Non c’è Beppe Grillo. Fatta salva una foto nel foyer che funge da sala stampa, il co-fondatore del Movimento è una sorta di convitato di pietra.
Non si è visto, non si è sentito, anche fosse per un collegamento video nel momento dell’incoronazione del capo politico. Di Maio lo cita. Ma lo fa in modo obliquo. Dice che è “fondamentale”.
Parla di lui al passato: “C’è stato un tempo in cui un solo uomo poteva riunire un numero così grande di persone. Adesso siamo in tanti”. Un solo sostantivo ad accompagnare l’omaggio un po’ sghembo. Non è fondatore, non è capo politico, non è garante, non è guida. “Megafono”. Solo e soltanto megafono.
L’età della maturazione del Movimento avanza galoppando. Un’epoca nuova, che vive sul crinale del rischio di scivolare in una personalizzazione potabile fino alle urne, ma che l’istante dopo potrebbe avere esiti imprevedibili.
Di Maio illustra i 20 punti del programma stellato.
Rapidità , sintesi, sull’eloquio – fin troppo metodico – si potrebbe lavorare.
C’è studio, la mimica del corpo calibrata, sempre in piedi davanti le slide che scorrono. In basso, sulla destra dello schermo, il dettaglio che rivela un mondo nuovo: il logo “Di Maio Presidente” a siglare tutte le slide. Simbolo di una personalizzazione come mai si era vista nella sia pur breve storia 5 stelle.
Sui 20 punti Di Maio ribalta il tavolo e lancia la sfida agli altri partiti: “Perchè non siete d’accordo con le nostre proposte? Dovrete spiegarcelo”. Lo sguardo è fisso al 5 marzo, nella speranza spasmodica che il centrodestra imploda su se stesso e gli si presenti la grande occasione del governo.
Gli accenti che il frontman pone nel suo discorso sono tutti piegati a questo obiettivo. La bussola del 2013 (ambiente, energia, acqua pubblica ecc…) è relegata in secondo piano.
Sono l’economia e il fisco a fare la parte del leone. Reddito e pensioni di cittadinanza, abbattere le aliquote Irpef e dell’Irap, niente tasse ai redditi più bassi, investimenti nell’occupazione, 17 miliardi in aiuti alle famiglie, la creazione di una banca pubblica per gli investimenti.
Un immaginifico piano che poco si preoccupa delle coperture, ma che tocca i tasti giusti per bucare in campagna elettorale.
È di fatto il primo vero giorno da candidato premier del vicepresidente della Camera. Quello della sua incoronazione. Una cavalcata trionfale che pur non può mascherare del tutto qualche stonatura.
A partire dalla difficoltà di arruolare nomi di peso per i collegi uninominali. Gli unici che presenta sono quelli di cui si è saputo negli scorsi giorni. Salgono accanto a lui Emilio Carelli, Gregorio De Falco, Elio Lannutti e Vincenzo Zoccano, si collega telefonicamente Gianluigi Paragone. Un po’ poco per non essere solo un contorno quando invece doveva essere la novità per sparigliare il campo.
Ciò nasconde l’altra inaspettata novità negativa: un problema di genere. Della difficoltà a compilare le liste su questo versante si è detto. Ma anche i volti nuovi sono tutti declinati al maschile, tanto che Di Maio è costretto a chiamare accanto a sè anche tre parlamentari uscenti, Laura Castelli, Paola Taverna e Giulia Grillo (in rappresentanza di nord, centro e sud del paese) per cercare di tamponare l’idea di un Movimento “troppo maschile” e suscitando non poche invidie e qualche veleno tra le colleghe.
Il candidato premier spiega che presenterà “persone che faranno tremare le vene ai polsi dei partiti”. Ma che su questo versante le aspettative siano state disattese, almeno in parte, è una convinzione che serpeggia anche in buona parte del gruppo parlamentare uscente.
Dettagli. Perchè l’amore fideistico che il loro popolo riversa nei confronti dei suoi frontrunner è la vera forza e la vera differenza qualitativa dei 5 stelle, il vero punto di cesura con gli altri partiti. Un popolo definito fino a oggi, con un po’ di ironia, come “grillino”.
Chissà se dovremo abituarci a chiamarlo “dimaiano”.
(da “Huffingtonpost”)
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