Destra di Popolo.net

QUANDO PARAGONE LITIGAVA CON ROCCO CASALINO E LO CHIAMAVA “BOTULINO”

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA SI ERA PRESO PURE UNA QUERELA DAL CAPO DELLA COMUNICAZIONE M5S… ORA SONO LINGUA IN BOCCA

Gianluigi Paragone, candidato a 5 Stelle, ha spiegato oggi ai microfoni di Radio Cusano Campus quale potrebbe essere il suo ruolo all’interno del partito di Grillo.
Quello, ad esempio, di essere l’uomo del dialogo post voto tra Movimento Cinque Stelle e la Lega (non più Nord) di Matteo Salvini.
In fondo Paragone conosce bene il linguaggio leghista, avendo diretto per diversi anni il quotidiano La Padania che sotto la sua direzione ad aprile 2005 commentò con il titolo a tutta pagina «La favola di Finocchio» l’apertura di Zapatero sulle nozze gay.
L’ex conduttore de La Gabbia è anche tornato su una questione che lo aveva visto contrapposto al leader della comunicazione a 5 Stelle Rocco Casalino rivelando di aver fatto pace con l’ex concorrente del Grande Fratello.
Nel 2015 Paragone raccontò su Facebook — a riprova della sua caratura morale — che i rapporti personali con il 5 Stelle erano “pessimi” e rivelando di essere stato querelato da Casalino perchè “l’ho canzonato con il nomignolo Botulino”.
In quel periodo i rapporti tra il M5S e Paragone erano piuttosto tesi.
Ma non per la querela sul nomignolo affibbiato dall’ex direttore della Padania.
Il motivo era la partecipazione degli esponenti pentastellati al programma di Paragone. Qualcuno forse se l’è dimenticato ma c’è stato un tempo in cui i grillini avevano la consegna di non andare troppo in televisione.
Paragone avrebbe voluto che anche i parlamentari del 5 Stelle si misurassero in confronti diretti con gli avversai politici invece che con le classiche interviste apparecchiate senza contraddittorio.
In un tweet del 2014 Paragone si rivolse a Casalino invitandolo ad uscire dalla casa del Grande Fratello.
In pratica i grillini non accettavano le regole del talk show e Paragone se ne ebbe a male continuando a perseguitare per un po’ Casalino. Ad esempio mandando un’inviata de La Gabbia ad Italia a 5 Stelle al Circo Massimo (ottobre 2014) a chiedere ossessivamente a Casalino se “era vera la storia del botox”.
Ora a quanto pare i due hanno fatto finalmente pace. Anche perchè adesso sarà  Casalino a dire a Paragone dove potrà  andare a parlare e in che modo partecipare ai talk show.
Nel frattempo segnaliamo che Paragone qualche minuto fa ha twittato “mediazioni con la Lega? Forse è bene aprire bene le orecchie..” e linkando l’intervista a Dalla vostra parte dove annuncia di voler andare a caccia dei voti della Lega e di fare quello che la Lega storica faceva e non fa più.
Che abbia già  cambiato idea o che si sia espresso male?

(da “NextQuotidiano“)

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QUANDO NICOLA CECCHI (M5S) SFOTTEVA DI MAIO CON IL TWEET DI VITTORIO FELTRI

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

ERA APPENA DICEMBRE 2017, QUANDO IN UN TWEET RICORDAVA CHE DI MAIO NON HA MAI LAVORATO IN VITA SUA…ORA E’ CANDIDATO ALLA CAMERA PER IL M5S

Oggi Nicola Cecchi ha blindato il suo profilo Facebook.
Quello su Twitter lo ha proprio cancellato, ma per i più curiosi è ancora disponibile una copia cache.
Come è emerso ieri Nicola Cecchi, candidato del MoVimento 5 Stelle all’uninominale in Senato a Firenze 1, dove sfiderà  Matteo Renzi, è stato iscritto al Partito Democratico fino al 2016 e ha fatto anche campagna elettorale per il referendum sulle riforme voluto dall’allora premier.
Anche se Cecchi non ha mai ricoperto alcun incarico di partito o abbia avuto cariche elettive è stato — come ha ammesso lui stesso — iscritto al PD.
Se ne è andato però, come ha scritto ieri su Facebook “dopo aver visto ciò che è diventato con Matteo Renzi”.
Cecchi dice di esserne uscito “deluso e amareggiato, come molti altri iscritti ed elettori di centrosinistra”.
Non si spiega in ogni caso come mai abbia sostenuto le ragioni dei Sì al referendum costituzionale del 2016. Disciplina di partito (il partito di Renzi..) oppure convinzione personale?
In entrambi i casi non sembra esserci molto margine per poter stare all’interno del MoVimento 5 Stelle. Un partito che Renzi lo ha sempre criticato e che sulla riforma della Costituzione voluta fortemente da Renzi e dall’allora ministra Boschi ha sempre detto di essere contrario.
A leggere quello che rimane del profilo Twitter di Cecchi rimaniamo col dubbio. Quando è che ha lasciato il PD e ha scoperto che Renzi aveva profondamente trasformato il partito? Perchè il 16 dicembre 2017 Cecchi retwittava un post del Segretario PD contro i tagli alle pensioni d’oro proposti da Di Maio.
C’è da dire che il “deluso da Renzi” non lo è sempre stato. Nel 2013 Cecchi scriveva “Renzi finalmente sta facendo quello che aveva promesso”. Incoraggiando il Segretario PD ad andare avanti così.
Due giorni dopo Cecchi retwittava il direttore di Libero, Vittorio Feltri, che sfotteva di Maio ricordando che “prima di entrare in politica nei 5 stelle non aveva mai lavorato”. Un’inesattezza, perchè tutti sanno che Di Maio ha fatto lo steward allo stadio San Paolo. Un’attività    della quale il Capo Politico del M5S non si vergogna.
Come ha ricordato il 16 gennaio a CorriereLive “facevo lo steward in tribuna autorità , facevo accoglienza per i VIP, per le autorità  quindi lo facevo anche a livello buono“.
Qualche giorno prima Cecchi scherzava sulle sfide incrociate tra Renzi e Salvini e Salvini e Di Maio parlando di “prendere tre piccioni con una fava”.
Un paio di settimane fa Cecchi continuava a retwittare il leader dei Dem, questa volta per smentire la fake news di Berlusconi sul trattato di Dublino.
Per trovare qualche cinguettio critico su Renzi bisogna tornare al 2014 quando un evidentemente deluso Nicola Cecchi, se la prendeva con il Renzino e cogitava su possibili prospettive future di Forza Italia, per l’occasione rinominata in Forza Renzi. Naturalmente a tutti è concesso di cambiare idea nella vita, anche più di una volta come ha fatto Cecchi che ora ha deciso di mettersi al servizio del Paese “con una forza coerente e trasparente come il MoVimento 5 Stelle”.
Rimane qualche dubbio sulla scelta di candidare proprio Cecchi. A quanto pare la selezione delle candidature fatta personalmente da Luigi Di Maio non è stata così ferrea. Per non dire che non c’è stata perchè il fatto che siano stati proposti personaggi come l’ammiraglio Veri o Cecchi fa capire bene che non c’è stato alcun controllo.
Verrebbe quasi da dire che il M5S avrebbe fatto prima ad appaltare ai giornali la scrematura dei candidati, sicuramente i tanto vituperati giornalisti avrebbero fatto un lavoro migliore in meno tempo.

(da “NextQuotidiano“)

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TANTE CHIACCHIERE ZERO DUELLI, I BIG SE LA FANNO SOTTO E NON SI SFIDANO NEI COLLEGI UNINOMINALI

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

NEI COLLEGI POCHE SFIDE GUSTOSE: BOSSI-PARAGONE, SGARBI-DI MAIO, CASINI-ERRANI, D’ALEMA-BELLANOVA

Alla fine niente scontro finale, niente Armageddon.
Doveva essere una lotta all’ultimo sangue fra i vari leader di partito, che in modi e tempi diversi si erano tutti ripromessi a vicenda di sfidarsi nei rispettivi collegi uninominali di appartenenza.
Promesse e minacce rivelatesi pistole scariche alla prova dei fatti. Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Pietro Grasso e Giorgia Meloni si tengono a distanza siderale l’uno dall’altro in vista delle prossime elezioni.
Ancor più Matteo Salvini, che non raccoglie nessuna sfida in quota maggioritaria del Rosatellum, optando per la guida di cinque circoscrizioni plurinominali.
E così, volendo tirare una linea sotto la giornata di presentazione delle liste e provare ad abbozzare un bilancio, i motivi d’interesse vanno cercati altrove.
Doveva essere una zavorra da nascondere, occultare in qualche collegio sperduto fuori dai riflettori. Invece la vera protagonista è lei. Maria Elena Boschi è sì candidata nel collegio uninominale di Bolzano (dove l’elezione sembra assicurata, con l’unica incognita della sfidante forzista Micaela Biancofiore a insidiarla), ma figura anche in cinque listini plurinominali (Cremona, Lazio 3 e in tre circoscrizioni siciliane).
Superata in questa speciale classifica solo dalla collega di governo Marianna Madia (1+6).
E se Matteo Renzi ha utilizzato le fedelissime per ovviare alla regola dell’alternanza di genere fra uomo e donna, candidandole laddove sicuramente rinunceranno per far posto agli uomini secondi o terzi in lista, è innegabile che la sovraesposizione della zarina del renzismo è un segnale non trascurabile della trasformazione del Pd in una creatura a immagine e somiglianza del suo segretario.
Dall’altra parte, Silvio Berlusconi non sembra avere nessuna intenzione di inimicarsi il leader del partito che potrebbe rappresentare un piano B da dopo il 5 marzo in caso di implosione del centrodestra.
Il segnale forte viene lanciato a Roma. Il candidato prescelto per sfidare Paolo Gentiloni è Luciano Ciocchetti, politico di lungo corso passato per tutte le declinazioni possibili dello scudocrociato, schierato da Noi con l’Italia, il quarto partner della coalizione, con poche speranze di elezione.
Un competitor morbido, che non dovrebbe dare grandi grattacapi al premier uscente. Prova a spezzare la cavalcata dell’inquilino di Palazzo Chigi il Movimento 5 stelle, candidato Angiolino Cirulli, un imprenditore presentato da Di Maio come “uno degli azzerati del decreto salva-banche”.
Azione di disturbo che il frontrunner stellato dovrà  invece subire nel suo collegio di Acerra, dove si troverà  lanciato contro un cliente scomodo come Vittorio Sgarbi, candidato dal centrodestra.
Dovrebbe avere vita facile a Latina Giorgia Meloni, contrapposta a Tommaso Conti di Leu, Federico Fautilli del Pd, e Leone Martellucci del M5s.
Poche possibilità  invece a Palermo per Pietro Grasso, anche se, per ovvie ragioni di percentuali, la partita di Liberi e Uguali si gioca interamente sulla quota proporzionale, dove il presidente del Senato verrà  ripescato.
Renzi dovrebbe avere vita facile a metter piede in quel Senato che voleva abolire passando per il suo collegio fiorentino. Suggestiva qui l’interdizione della Lega, che con la più radicale fra le scelte possibili gli candida contro l’economista-polemista antieuro Alberto Bagnai.
Parlando di leader, due tra i duelli appassionanti coinvolgono da un lato Umberto Bossi e dall’altro Massimo D’Alema. Entrambi avranno come obiettivo finale l’accesso a Palazzo Madama. Il senatùr – sempre che all’ultimo non gli venga preferito Adriano Galliani – se la giocherà  a Varese con un avversario di peso.
Il Movimento 5 stelle mette in campo Gianluigi Paragone, per anni direttore dell’organo di partito della Lega, il quotidiano La Padania. D’Alema nel suo Salento incrocerà  le spade con l’agguerrita senatrice uscente dei 5 stelle Barbara Lezzi e con l’altrettanto battagliera viceministro dello Sviluppo economico Teresa Bellanova, candidata dal Pd
Come nel caso Renzi-Bagnai, altra sfida che si prospetta aspra è quella che avverrà  a Siena, terra squassata dalle recenti vicende del Monte dei Paschi.
Sarà  infatti Claudio Borghi, consigliere economico di Salvini e già  candidato presidente della Toscana, a tentare di sfilare la sedia su cui Pier Carlo Padoan sembrerebbe potersi accomodare con una certa facilità .
Tutti i ministri uscenti non dovrebbero avere grandi difficoltà  nell’affacciarsi nel nuovo Parlamento (Minniti a Pesaro, De Vincenti a Sassuolo, Franceschini a Ferrara, Pinotti a Genova, Fedeli a Pisa, Lorenzin a Modena).
Da segnalare i casi di Graziano Delrio (Reggio Emilia) e Luca Lotti (Empoli), unici a non avere il paracadute proporzionale, sia pur candidati in zone che appaiono più che blindate per i Dem.
Tra i big non si può non citare Bologna, dove a contendersi un posto saranno Pier Ferdinando Casini per il centrosinistra, Vasco Errani sotto le insegne di Liberi e Uguali, e la presidente di Confedilizia Bologna Elisabetta Bruni in qualità  di indipendente di centrodestra.
In casa Leu due nomi di peso come quelli di Pier Luigi Bersani e Laura Boldrini dovranno vedersela rispettivamente con la Pd Alessia Rotta a Verona e con l’influente deputato M5s Manlio Di Stefano nel terzo collegio di Milano.
Guardando ai 5 stelle e scendendo verso Sud, da segnalare due sfide interessanti a Roma. Carla Ruocco, che sembrava dovesse contendere il collegio a Gentiloni, sfiderà  invece il segretario radicale Riccardo Magi. Mentre il professor Lorenzo Fioramonti, economista e astro nascente della new wave grillina, proverà  a superare il presidente Pd Matteo Orfini nelle borgate della zona este della capitale. Rimanendo a Roma, Emilio Carelli, tra i pochi volti nuovi presentati da Di Maio e dotati di un peso specifico autonomo, se la vedrà  con il giovane Pd Tobia Zevi, Senato, mentre Emma Bonino, Leader di + Europa, dovrà  competere con due avversari poco noti, come Laura Lauri (Leu) e Claudio Consolo (M5s).
Girando per il Belaese non si possono non segnalare altri casi interessanti.
La giornalista Francesca Barra, candidata da Matteo Renzi, sfiderà  a Matera il bersaniano Filippo Bubbico, ex viceministro dell’Interno.
La collega di partito Chiara Geloni se la vedrà  a Massa con l’ex sottosegretario Cosimo Ferri. Infine curiosa la sfida di Agropoli. Franco Alfieri, balzato all’onore delle cronache tempo fa per le parole di Vincenzo De Luca che lo invitava a offrire “fritture di pesce” in cambio di voti, se la vedrà  con la grillina Alessia D’Alessandro. Professione? Consigliera economica della Merkel.

(da “Huffingtonpost”)

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SAVIANO INCHIODA IL BALLISTA DEI “TAXI DEL MARE”: DI MAIO PEDINA DI UNA STRATEGIA CRIMINALE PER SCREDITARE LE ONG

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

POI TOCCA A ZUCCARO: “CHE FINE HA FATTO IL “MERO SOSPETTO” SULLE SETTE ONG CHE HA TANTO PUBBLICIZZATO NOVE MESI FA, CAUSANDO ALTRE VITTIME NEL MEDITERRANEO?”

Egregio Dottor Carmelo Zuccaro, Procuratore della Repubblica di Catania, sono il cittadino Roberto Saviano che a distanza di nove mesi le chiede: che fine ha fatto il Suo “mero sospetto” su alcune ONG che operavano nel Mediterraneo?
Da nove mesi aspettiamo di sapere cosa ne sia stato del fascicolo conoscitivo sulle 7 ONG attive nel Mediterraneo con le loro 13 imbarcazioni che ha tanto pubblicizzato lo sorso aprile.
Lo scorso aprile, ad ascoltare le dichiarazioni di Zuccaro c’era il politico sciacallo che ha aperto la strada al governo sciacallo perchè, in questa continua guerra elettorale, ogni occasione è utile a raschiare consenso.
Raschiare, non ottenere, non vincere, non convincere l’elettore. Raschiare, come gli animali che penzolano in fondo alla catena alimentare.
Ora vi racconto la storia di come, dalle dichiarazioni ardite di un magistrato che non ha disdegnato un po’ di ribalta, la nostra politica sia riuscita a racimolare un consenso effimero sulla pelle di chi muore di stenti e di torture.
E vi racconto anche la storia di chi, dopo aver cavalcato l’onda, credendo di averla fatta franca, si rimangia tutto: “Chi io? Mai detta una cosa del genere!”.
(Nell’immagine trovate le foto dei protagonisti di questa triste vicenda, i post di Luigi Di Maio sulle ONG definite più volte “taxi del mare” e poi la dichiarazione di ieri alla DPA in cui Di Maio sostiene: “Non ho mai affermato che le ONG siano taxi del mare. Seguendo le argomentazioni e le indagini di alcuni magistrati italiani, ho detto una cosa diversa e cioè che alcune ONG mancano di trasparenza e che dobbiamo verificare se salvano o se trasportano migranti.)
Ma andiamo con ordine.
Luigi Di Maio, lo scorso 21 aprile, sulla scorta delle dichiarazioni di Carmelo Zuccaro, pubblica questo post su Facebook https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/posts/1328205963882613 in cui definisce le imbarcazioni delle ONG attive nel Mediterraneo e impegnate a salvare vite umane “taxi del mare”.
Una dichiarazione – quella di Di Maio – che dà  il via a una strategia politica criminale. Dopo il consenso mediatico di quella sua orrenda dichiarazione (perchè fortunatamente le persone, prese singolarmente, la pensano diversamente sui migranti; è quando ci si rivolge indistintamente alle masse del web che il ragionamento si azzera e vince la rabbia) Minniti ha avuto mano libera sugli accordi libici che, vale la pena ricordarlo, l’Italia ha stretto con trafficanti inumani di esseri umani e non con un governo organizzato per fermare i flussi e in grado di offrire una alternativa al mare se non valida quanto meno accettabile sul piano dei diritti umani.
L’alternativa ai viaggi in mare, oggi, grazie a quegli accordi, sono detenzione forzata e tortura, ma tutto lontano dagli occhi, per potersi ancora definire “di sinistra”.
Non contento Di Maio continua e due giorni dopo definisce di nuovo le ONG “taxi del mare” e chiama in causa anche me in un nuovo post (https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/posts/1330001530369723). Minniti credo non aspettasse altro tanto che, nei giorni del protocollo imposto alle ONG e in quelli che sono seguiti all’accordo criminale con la Libia, personalmente ho iniziato a considerare Di Maio una pedina nelle mani di politici ben più navigati di lui.
E poi ancora, sempre il 23 aprile, a Di Maio preparano un altro lungo post (https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/photos/a.522465337790017.1073741826.522391027797448/1330161660353710/?type=3) in cui però scorgo qualcosa inserito di suo pungo, e precisamente nel punto in cui mi definisce “ignorante”. Solo lui può arrivare a tanto…
Poi altrove credo che mi abbia anche intimato di chiedere scusa agli italiani per aver difeso le ONG dai suoi proditori e immotivati attacchi, dai sospetti senza seguito di Zuccaro e dalle azioni di Minniti.
Oggi leggo un’intervista che Luigi Di Maio avrebbe rilasciato ieri all’agenzia tedesca DPA (Deutsche Presse Agentur) in cui, contro ogni evidenza, nega di aver mai definito le ONG “taxi del mare” (http://www.dpa-international.com/…/threat-europe-says-leade…).
Mi perdonerà  quindi Di Maio se, contravvenendo a quanto genericamente faccio, oggi sarò io a dirgli di chiedere scusa.
Chieda scusa, Di Maio, per aver gettato discredito su organizzazioni che al più sono sotto processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e in un Paese in cui la legge per l’Immigrazione porta i nomi di Umberto Bossi e di Gianfranco Fini credo sia un merito essere sotto processo per voler salvare vite.
Chieda scusa per aver fatto campagna elettorale (e questo governo, con Minniti, dopo di lui) sulla pelle di chi sta male, di chi merita una mano tesa e non le tante menzogne prodotte.
E poi magari Di Maio potrà  intercedere con Zuccaro e unirsi alla mia richiesta per sapere che fine ha fatto il famoso fascicolo informativo.
Se non altro per ammettere di essere stato manipolato nella creazione di una campagna di odio che ha reso l’Italia responsabile di un’infamia che sarà  difficile cancellare.

Roberto Saviano

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DE GIROLAMO ESCLUSA DA CAPOLISTA A BENEVENTO: “CARFAGNA COMPLICE”:

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

SPOSTATA NOTTETEMPO A BOLOGNA-IMOLA, PER LEI SOLO IL SECONDO POSTO NEL COLLEGIO DI BENEVENTO: “BERLUSCONI INTERVENGA”

“E’ una storia molto strana e che non rispetta le indicazioni dell’unico grande capo e detentore dei voti nel mio partito, che si chiama Silvio Berlusconi”.
Lo ha detto Nunzia De Girolamo nel corso della trasmissione L’Aria che Tira dopo aver scoperto il 29 gennaio, nella mattinata di presentazione delle liste, dopo che tutti i vertici del suo partito le avevano confermato di essere capolista alla Camera nel Sannio, di essere diventata solo seconda, e non si sa per mano di chi.
“Oggi credo che ci sia solo una cosa da fare: commissariare De Siano, non degno di rappresentare il territorio campano. De Siano deve essere rimosso perchè la politica deve dare il buon esempio – ha insisitito Nunzia De Girolamo – quella notte a raccogliere le liste c’erano De Siano, Cesaro, Paolo Russo e mi spiace molto dirlo, ma c’era anche Mara Carfagna. Io non riesco ad accettare che esista un metodo di donne che odiano le donne. Mi aspetto che lei prenda le distanze da questa classe dirigente, perchè lei è una donna diversa che ha fatto tante battaglie per le donne”.
“Berlusconi insieme a Niccolò Ghedini, che ringrazio per lo straordinario lavoro svolto, mi aveva chiamato e garantito che io fossi prima. Ma purtroppo, conoscendo certi metodi di alcune persone in Campania, sono sempre stata preoccupata per queste liste, anche visto quanto accaduto cinque anni fa con la fuga di Cosentino – ha aggiunto in una dura presa di posizione che si chiude con la richiesta di rimozione del coordinatore del partito in Campania Domenico De Siano.
Nunzia De Girolamo è stata dura: “Chiedo a Silvio Berlusconi, che è molto lontano da tutti questi personaggi, di ristabilire in Campania la buona Campania, ci sono tante persone valide nelle varie province. Lui che è un genio, e vittima di tante ingiustizie deve far sì che avvenga questo cambio di mentalità , che ci sia una cultura diversa, non quella di chi sbianchetta le liste e che imbroglia. Al Sud e in Campania c’è altra classe dirigente sana che non può stare all’angolo”.

(da “La Repubblica”)

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POTERE AL POPOLO E ALLA SUOLA DELLE SCARPE

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

NELLA DEMOCRAZIA DEI CLIC, QUALCUNO E’ ANDATO A RACCOGLIERE PER STRADA 52.000 SOTTOSCRITTORI DELLA LISTA, ONORE AL MERITO

Trova le differenze.
Quali sono, per esempio, quelle tra Potere al popolo ed Emma Bonino? Facile: i primi sono rivoluzionari e di sinistra, la seconda è leader di un movimento radicale e liberale.
I primi non si sono coalizzati, la seconda invece ha scelto di allearsi col Pd.
I primi sono quasi sconosciuti, senza radicamento sociale se non in alcuni settori, modesti, della società ; la seconda è tra i volti più popolari d’Italia, apprezzata per le sue battaglie civili e politiche.
Non parliamo poi delle differenze dei nostri concittadini militanti comunisti con Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e condottiera del Fiore petaloso, il simbolo di Civica Popolare, il nuovo raggruppamento, moderato ed equilibrato che tiene legato ai valori centristi il carro del Pd. Inutile poi illustrare quelle tra i compagni rivoluzionari e Denis Verdini, leader di Ala, o Roberto Formigoni e Maurizio Lupi, di Alternativa Popolare, eccetera eccetera.
L’ultima delle differenze che separa Potere al popolo con tutti gli altri candidati è però la più rilevante: i primi hanno raccolto le firme per presentare la propria lista e gli altri no. “Un numero mostruoso” disse la Bonino denunciando l’inghippo antidemocratico che avrebbe costretto lei a non essere presente sulla scheda elettorale.
“Addirittura ora servono il doppio delle firme rispetto alle scorse elezioni, fissate a 25mila”. Fu scandalo nazionale e grazie alla generosità  di Bruno Tabacci, democristiano altruista e detentore di un simbolo in Parlamento che lo autorizzava all’esenzione della raccolta, la nostra eccellente, popolarissima Emma, e con lei esponenti di ogni altra risma politica, sono oggi presenti sulle schede elettorali al pari di Potere al popolo che ha dovuto trovare 52mila sottoscrittori, e autenticare con un notaio, collegio per collegio, l’identità  di ciascuno di essi.
Potere al popolo è riuscito dunque dove altri non hanno nemmeno immaginato di tentare.
In questa orrida democrazia del clic rendiamo onore al potere della passione, della militanza, della suola della scarpa.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NEW YORK TIMES: “IN ITALIA BERLUSCONI E’ TORNATO COME IL NONNO DELLA PATRIA”

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

“NONOSTANTE LA SUA APPARENZA DI CERA, NON E’ PIU’ LO ZIMBELLO DELLA UE, ORA VEDONO IN LUI UN MODERATO STATISTA”

Silvio Berlusconi “non è più lo zimbello della politica europea”. È tornando “reinventandosi con successo come il nonno della patria”.
L’establishment europeo è talmente preoccupato “dall’imprevedibile e arrabbiato Movimento 5 Stelle” che al confronto Berlusconi sembra un vecchio “saggio e moderato statista”.
È questa, in sintesi, la lettura che il New York Times dà  del ritorno del Cavaliere sul podio della politica italiana, un fatto allo stesso “sorprendente e per nulla sorprendente”, se si considera che “Berlusconi ha “condizionato e desensibilizzato l’elettorato” italiano per decenni.
“Berlusconi, 81 anni, è tornato. Ancora. Il suo sorriso è più luminoso, le sue guance sono colorate e tese come la pasta Silly Putty (un gioco basato su polimeri di silicone, ndr) e i suoi capelli sono rigenerati in un casco in stile Ken (il fidanzato di Barbie, ndr). Ma nonostante la sua apparenza di cera, l’inclinazione pre-weinsteiniana ad allusioni falliche e i processi criminali persistenti, Berlusconi, un ex primo ministro italiano, non è più lo zimbello della politica europea”.
Al contrario — scrive il Times — “gli analisti politici concordano sul fatto che l’unica scommessa sicura, nelle prossime e critiche elezioni del 4 marzo in Italia, è che Berlusconi tornerà  a essere una forza importante nella politica italiana, ed eventualmente europea. Anche se non sarà  direttamente il primo ministro (è escluso fino al prossimo anno dopo una condanna per frode), è probabile che sia il kingmaker”.
La sua risurrezione — prosegue il quotidiano – “è al tempo stesso sorprendente e del tutto non sorprendente, se si considera che Berlusconi, nel corso dei decenni, ha condizionato e desensibilizzato un elettorato che lo ha scelto come primo ministro per tre volte nonostante tutto”.
Berlusconi — ricorda il NyTimes — “è stato indagato per sospetti collegamenti con associazioni criminali. È entrato in politica in parte per proteggere i suoi vasti interessi commerciali e poi, come proprietario della maggior parte delle televisioni commerciali italiane, ha usato il suo vasto impero mediatico per rimanere al potere. Ospitava ragazze minorenni in quelle che chiamava “cene eleganti”, ma che il mondo ha conosciuto come i baccanali del Bunga Bunga alimentati dal sesso. Ha abitualmente messo in imbarazzo l’Italia sul palcoscenico globale”.
Eppure, in una dimostrazione di quanto siano diventate imprevedibili le politiche globali, il nastro sembra essersi riavvolto per l’uomo che il Times definisce “la prima personificazione dell’era pre-Trump di conflitti di interesse, appetiti eccessivi e politica della vittimizzazione e della demonizzazione della stampa”.
Oggi, con gli eccessi di The Donald alla Casa Bianca, il “moderato” Berlusconi, al quale l’accostamento con l’ex tycoon non piace, “si è reinventato con successo come nonno della patria”.
“Dopo che la Francia e la Germania hanno dato all’establishment europeo un respiro di sollievo ricacciando indietro i movimenti di estrema destra, ora a preoccupare è l’imprevedibile e arrabbiato Movimento 5 Stelle”.
In questo contesto, scrive il Nyt, “improvvisamente Berlusconi non sembra più così male” e può giocare il ruolo del “saggio e moderato statista”.

(da agenzie)

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LA RIVOLTA DEI POLIZIOTTI CONTRO SALVINI: “ORA SI CAPISCE PERCHE’ TONELLI GLI REGALO’ LA NOSTRA MAGLIETTA”

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

LA CANDIDATURA DEL SEGRETARIO DEL SAP NELLE LISTE DELLA LEGA SCATENA LA POLEMICHE: “PURA DEMAGOGIA”

Il segretario del Sap Gianni Tonelli (il sindacato di polizia che nel suo congresso applaudì gli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, tanto per capire il personaggio ) si candida con la Lega di Matteo Salvini. E scoppia la guerra in polizia. Da Genova, Roberto Traverso, il segretario regionale di un altro sindacato di categoria il Siap, attacca Tonelli: “Ora è tutto chiaro: la maglietta della polizia di stato regalata a Salvini aveva un obiettivo politico adesso ben chiaro”, e il riferimento è alla maglietta   della divisa indossata da Salvini durante un comizio. “Ci prepariamo ad una campagna elettorale che vedrà  sicurezza e lavoro tra le priorità  dell’agenda sociale e politica — continua Traverso -. Un rappresentante dei poliziotti tra le file di un partito che parla di sicurezza in termini di paura mirando alla pancia della gente, senza pensare minimamente ai problemi reali della nostra categoria”
Traverso ricorda poi che “partì proprio da Genova la denuncia del SIAP contro la maglietta della Polizia di Stato regalata dal neo candidato a Salvini. Il momento storico è difficile e delicato. La demagogia ed il populismo hanno preso il sopravvento e per noi, che crediamo nei valori democratici della nostra categoria, sarà  un dovere lavorare ogni giorno, continuando a tutelare con coerenza la professionalità  di un istituzione fondamentale per gli equilibri della nostra società  e delle istituzioni”.
E conclude: “Resta un profondo rammarico di fronte ad uno scenario politico che, attraverso liste elettorali miopi ed elitarie, sta lasciando un incolmabile e pericoloso vuoto democratico all’interno del Comparto Sicurezza Difesa e Soccorso pubblico a vantaggio di un crescente, pericoloso e devastante messaggio”.

(da agenzie)

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UN RAGAZZINO DA’ LEZIONE DI ONESTA’ A TUTTI: SEGNA CON LA MANO, L’ARBITRO NON SE NE ACCORGE MA LUI SI AUTODENUNCIA E FA ANNULLARE IL GOL

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

E’ ACCADUTO DURANTE UNA PARTITA DEL CAMPIONATO ALLIEVI IN LIGURIA… IL PUBBLICO SI ALZA IN PIEDI E LO SOMMERGE DI APPLAUSI

Da giorni non si fa che parlare della rete di Cutrone che in Milan-Lazio ha utilizzato il braccio per buttarla dentro. E’ scoppiato il polverone che sappiamo. Contemporaneamente sui campi delle categorie giovanili arriva una bella lezione di onestà  a tutto il mondo dei professionisti ossessionati dalla “mano de Dios” e dal gol a tutti i costi.
E’ successo infatti che in una partita del campionato allievi della Liguria un ragazzino di 16 anni autore di un gol irregolare si autodenunci aiutando l’arbitro e facendo annullare la segnatura.
Il ragazzo si chiama   Guglielmo Ferraris, ha appunto 16 anni ed è tesserato per la Ca de Rissi San Gottardo. L’episodio è avvenuto domenica mattina, nella partita del campionato Allievi provinciali tra Ca de Rissi-Nuova Oregina.
Le squadre erano ancora sullo 0-0 quando Ferraris stacca di testa e colpisce la palla con la mano. Nessuno se ne accorge e l’arbitro assegna la rete.
Ma anzichè gioire smodatamente e intascarsi un punto non dovuto, Guglielmo va dall’arbitro e ammette l’accaduto e il gol viene annullato. Un gesto tanto semplice e naturale, ma tanto raro da fare notizia.
Tutti gli spettatori si sono alzati in piedi ad applaudire. La partita è poi finita in parità .
Il presidente dei padroni di casa, Piero Graffione, 42 anni, racconta cosa è successo: « Voleva inzuccare un cross, ma invece ha colpito con la mano, che teneva vicino alla testa. È stato un gesto naturale e ha ingannato tutti. L’arbitro aveva assegnato il gol, la palla era già  a centrocampo, ma Guglielmo ha confessato, dicendo che non gli piaceva segnare così »
Insomma la sportività  vale molto più del VAR

(da agenzie)

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