Destra di Popolo.net

I TRENTA LAVORATORI “RAGGI-RATI” E LICENZIATI DA ROMA MULTISERVIZI

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

E LE 5 STELLE STANNO A GUARDARE… IL PRESIDIO DEI LAVORATORI CHE ACCUSANO LA RAGGI DI AVER TRADITO LE PROMESSE

Le trattative tra Roma Multiservizi, azienda partecipata di secondo livello del Comune di Roma, e organizzazioni sindacali sono andate avanti fino a tarda notte ma non è stato raggiunto un accordo.
Il tavolo convocato ieri presso l’assessorato al Lavoro della Regione Lazio per affrontare la questione dei trenta dipendenti del settore amministrativo di Multiservizi a cui è stata recapitata lettera di licenziamento il 26 settembre scorso si è concluso con il licenziamento dei lavoratori messi in mobilità .
Nel verbale della riunione si legge che l’azienda sostiene “l’impossibilità  di percorrere soluzioni alternative che possano ridurre del tutto e/o in parte l’esubero denunciato” poichè gli strumenti proposti non risultano idonei a “una imprescindibile riorganizzazione e razionalizzazione della struttura di sede e dei servizi di coordinamento del territorio non più procrastinabile” ma “l’azienda — prosegue il verbale — ribadisce la disponibilità  a ricollocare il personale in esubero su mansioni operative presenti sul territorio, con salvaguardia della medesima retribuzione” in presenza “del consenso dei lavoratori ad oggi mai rappresentato”, conclude l’azienda. Per i sindacati confederati invece è solo l’inizio perchè il fallimento di questa vertenza accende “lo spettro dei licenziamenti su tutta la Multiservizi, perchè questi sono i primi trenta che ad oggi sono licenziati”.
Secondo Serenetta Monti dell’Usi questa vicenda è “soltanto l’inizio di una lunga catena di licenziamenti. Questi lavoratori di fatto sono licenziati, mentre i consiglieri M5s Roberto Di Palma e Daniele Diaco ci dissero che non ci sarebbe stato nessun licenziamento”.
Come ricorda in una nota il consigliere comunale Stefano Fassina Roma Multiservizi è al 51% di Ama, a sua volta al 100% del Campidoglio.
Per Fassina la responsabilità  politica dei licenziamenti è della Giunta Raggi “che fa finta di essere attiva, ma impotente sui vertici aziendali”.
Poco più di un mese fa l’Assessore allo sviluppo strategico delle Partecipate di Roma Capitale Alessandro Gennaro ribadiva l’impegno del Comune per salvare i trenta posti di lavoro e ricordava che la giunta stava “andando avanti” sulla gara a doppio oggetto per Roma Multiservizi. Bando di gara che la Raggi e i suoi colleghi di giunta non riescono a pubblicare da ben otto mesi.
I dipendenti se la prendono direttamente con la sindaca Virginia Raggi che è stata a loro dire incapace di risolvere un problema del quale l’Amministrazione era perfettamente a conoscenza.
Nonostante le rassicurazioni di Gennaro che nei giorni scorsi aveva dichiarato che l’amministrazione capitolina si era spesa “in un’opera di mediazione con i vertici di Ama e di Roma Multiservizi, garantisce la revoca delle procedure di mobilità  aperte dall’azienda nei confronti di 30 dipendenti, assicurando la tutela del loro posto di lavoro a parità  di stipendio”
Procedure di messa in mobilità  che nonostante le promesse non sono state revocate. I dipendenti, che già  nei giorni scorsi erano saliti sul tetto dell’Azienda, protestano e dicono di essere stati Raggi-rati dalle promesse fatte dall’Amministrazione comunale e dal presidio organizzato questa mattina all’ingresso di Roma Multiservizi danno la colpa direttamente ai pentastellati. Tra le soluzioni proposte da Roma Multiservizi, e da Gennaro, c’è anche quella del demansionamento e ricollocamento dei dipendenti in mobilità  già  declinata da lavoratori e sindacati.
E non c’è dubbio che la responsabilità  della situazione attuale sia del partito di Di Maio. Il MoVimento 5 Stelle aveva infatti promesso ai lavoratori di Roma Multiservizi, di risolvere l’annosa questione della stabilità  del loro rapporto di lavoro. Ignazio Marino voleva dismettere dismettere Roma Multiservizi.
La Raggi (con Frongia, De Vito e Stefà no) quando era all’opposizione invece si oppose ad una eventuale dismissione dell’azienda auspicando una internalizzazione dei dipendenti. Una promessa importante che sicuramente le garantì parecchi voti. Dopo le elezioni l’allora assessora Paola Muraro annunciò che il Comune avrebbe assunto i lavoratori dell’azienda.
Ovviamente era una balla e qualche tempo dopo il M5S fece marcia indietro   dicendo che per i servizi che finora erano stati erogati dall’azienda si sarebbe invece fatta una gara a cui Roma Multiservizi poteva partecipare.
I lavoratori vennero a protestare in Aula e per tutta risposta ricevettero un Daspo.   La giunta Raggi ha fatto il bando a cui Roma Multiservizi poteva partecipare e poi lo ha ritirato perchè era stato sonoramente bocciato dall’Antitrust e rischiava di perdere i ricorsi al TAR già  pronti.
Risultato: quel bando al quale l’amministrazione capitolina aveva lavorato “per bene” per oltre otto mesi è stato sospeso “a data da destinarsi”.
A inizio gennaio le organizzazioni sindacali hanno annunciato l’intenzione di portare in procura una denuncia per falso a carico del MoVimento 5 Stelle Roma per un verbale della commissione Ambiente, presieduta dal consigliere 5S Daniele Diaco, dal quale sarebbero sparite alcune frasi dell’ex assessore che manifestava l’intenzione di trasformare Roma Multiservizi in un’azienda di primo livello.

(da “NextQuotidiano”)

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PERCHE’ DI MAIO VORREBBE L’ESPULSIONE DI CECCONI E MARTELLI, I TAROCCATORI DI BONIFICI

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

IL RISCHIO PER IL M5S E’ DI INFILARSI IN UN MARE DI GUAI

Secondo l’ADN Kronos Luigi Di Maio avrebbe un diavolo per capello a causa di Carlo Martelli e Andrea Cecconi, i due parlamentari del MoVimento 5 Stelle a rielezione sicura che avrebbero “barato” sui rendiconti.
A quanto apprende l’Adnkronos il capo politico è per la linea durissima: espellere i due dal Movimento, senza se e senza ma.
Di Maio, riferiscono fonti qualificate, avrebbe pertanto chiesto ai probiviri chiamati ad esprimersi sul caso di calare il cartellino rosso.
In queste ore il collegio dei probiviri — composto da Riccardo Fraccaro, Paola Carinelli, Nunzia Catalfo — sta infatti valutando il da farsi, indeciso se procedere con l’espulsione o la sospensione.
Da un lato   c’è la volontà  di optare per l’espulsione perchè il senatore con i sandali da francescano e il deputato ex presidente del gruppo di Montecitorio hanno dichiarato il falso e integrato l’incongruenza solo una volta scoperti.
Dall’altra, però, tra i probiviri c’è chi si interroga sulla sospensione, ragionando sul fatto che i due hanno restituito l’ammanco, rinunciando all’elezione.
Ma Di Maio, come capo politico, avrebbe chiesto di procedere con l’espulsione: Martelli e il superfedelissimo Cecconi, per lui, devono esser fatti fuori dal M5S.
C’è però un problema grande come una casa che potrebbe mettere in difficoltà  Di Maio e il suo repulisti.
L’avvocato Lorenzo Borrè, che ha guidato e vinto molti ricorsi in tribunale contro il M5S, fa notare che i fatti di cui sono accusati Baroni e Cecconi riguardano avvenimenti accaduti quando c’era la prima associazione, quella del 2009, e non quella del 2017: «Non si capisce quindi quale dei due collegi dei probiviri e di quale associazione dovrebbe irrogare le sanzioni. Quello della nuova associazione non può irrogare sanzioni per fatti commessi prima della sua costituzioni e prima che Cecconi e Martelli fossero associati».
Il rischio quindi è che ogni eventuale sanzione comminata dai probiviri venga successivamente annullata dal tribunale, con tutte le spese di giudizio a carico di chi l’ha irrogata.
Questo, sommato al fatto che il documento con le dimissioni che i due dicono di aver firmato non vale nulla, dovrebbe far capire a tutti che la situazione è disperata, ma non seria.

(da “NextQuotidiano”)

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BANCHE, UTILI PER 14 MILIARDI NEL 2017

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

I MAGGIORI ISTITUTI DI CREDITO TORNANO IN POSITIVO DOPO LA CRISI

Le grandi banche italiane tornano in salute.
Una decina di istituti ha già  diffuso i preliminari — oggi tocca a Mps, Ubi, Carige, Mediobanca — dove si notano forti incrementi dell’utile netto, con un saldo parziale di 13,7 miliardi di euro.
Soprattutto, tornano a fiorire i dividendi agli azionisti: un altro segnale di salute, che in caso contrario l’occhiuta vigilanza Bce esorterebbe a dirottare gli utili sulle debolezze dei bilanci.
Ne parla oggi Andrea Greco su Repubblica:
Non è un ritorno al passato, comunque: i fattori della redditività  2017 sono diversi, e le pulizie contabili per alcuni (Creval, Carige ma anche Ubi, Banco Bpm, Bper, Bari, e diverse Bcc) proseguono. Tuttavia i segnali positivi inducono tanti investitori stranieri — noncuranti del voto con una legge elettorale bislacca che produce un quadro partitico più che bislacco — da gennaio sostengono le quotazioni di Piazza Affari, specie bancarie
Nell’Europa a tasso zero sono ferme anche le crescite del margine di interesse sui prestiti (arretra per quasi tutti, a partire da Intesa Sanpaolo e Unicredit), mentre salgono con forza le commissioni, trainate dal buon andamento di Piazza Affari (+22% l’anno scorso) che spinge i clienti a investire nei fondi.
La doppia recessione italiana aveva centrato in pieno le banche, quintuplicando i crediti problematici fino a 350 miliardi lordi, e rendendole vulnerabili in Borsa e agli occhi del regolatore.
Con le garanzie statali (i GACS) e la liberazione dai bilanci dei crediti inesigibili o di difficile esigibilità  la situazione è migliorata.
Il rafforzamento dell’economia, poi, ha migliorato i tassi di recupero dei vecchi crediti come il flusso dei nuovi deteriorati, che sulle stime Bankitalia a settembre 2017 è sceso ai livelli pre crisi (1,7% sugli attivi), con tasso di sofferenze calato al 7,8% sugli attivi.

(
da “Huffingtonpost”)

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DELLA VALLE: “NON HO VOTATO PER LA VENDITA DI ITALO, VOLEVO LA GUIDA ITALIANA E L’IPO”

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

“ANDARE IN BORSA SAREBBE STATA UNA STORIA PERFETTA”

“Ribadisco la mia convinzione che fare l’Ipo e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società  sarebbe stata la cosa migliore da fare”. Diego Della Valle, socio fondatore di Italo-Ntv con il 17,14% del capitale, esprime il suo dissenso per la decisione di cedere l’azienda ferroviaria al fondo americano Gip.
Il fondatore di Tod’s osserva, in particolare, che “chi ha guidato la decisione di vendere Ntv ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti, ma ha perso una grande occasione per dare al paese un bellissimo segnale”.
“Per quanto mi riguarda – chiarisce Della Valle – la società  Ntv era giusto quotarla e sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società  per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita. Questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità , con lo scopo di voler far nascere una società  che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti”.
Della Valle spiega che lui e le persone che rappresentavano la sua quota azionaria non avevano aderito alla formazione del nuovo Cda perchè “non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società  da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal Consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv. Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere – conclude – abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti”.

(da “Huffingtonpost”)

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QUANDO MATTEO SALVINI ANDAVA IN MOSCHEA A MILANO A CHIEDERE VOTI

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

IERI HA DICHIARATO CHE VANNO CHIUSE PERCHE’ “INCOMPATIBILI COI NOSTRI VALORI”, MA NON CON I NOSTRI VOTI EVIDENTEMENTE

Sembra ieri, e invece era soltanto il 2001.
All’epoca un giovanissimo Matteo Salvini si presentava in via Padova 144 in quella che chiamerebbe una moschea abusiva da abbattere con una ruspa, “in compagnia di Gueddouda Boubakeur (esponente di primissimo piano di molte delle associazioni nel mirino oggi e parlamentare in Algeria di un partito di ispirazione islamica) di Abdelwahab Ciccarello, dirigente di Islamic Relief e Abdullah Tchina imam di via Padova, della Moschea Mariam e fondatore del CAIM — Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza.
Salvini — spiegava chiudendo il post con l’hashtag #coerenza — era in campagna elettorale e chiedeva voti”.
Erano bei tempi. E chissà  se questo è lo stesso Matteo Salvini che ieri ha definito la religione musulmana “incompatibile coi nostri valori, i nostri diritti, le nostre libertà ”. Ma non con i nostri voti, evidentemente.

(da “NextQuotidiano”)

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LE OSSESSIONI DEL TRAMVIERE PADANO CHE HA UCCISO JESSICA, SU CUI I SOVRANISTI DELLA DOMENICA TACCIONO PERCHE’ NON E’ DI COLORE

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

FRUSTINI, PERIZOMI DI PELLE, MANETTE, FOTO OSE’ E CARTONI ANIMATI TRA APPROCCI A RAGAZZINE E NAVIGAZIONI IN RETE DELL’UOMO CHE HA UCCISO A COLTELLATE E TENTATO DI BRUCIARE IL CORPO DI JESSICA

Quattro piccoli pupazzi colorati. L’immagine di un cartone animato. È la foto che compare sul profilo WhatsApp della moglie del tranviere assassino.
In realtà  quel telefono lo usava lui, Alessandro Garlaschi, per i suoi avatar più torbidi: quelli con cui, su due siti di mercatini online ( depop.com e shpock.com ), vendeva maschere fetish in lattice, manette col peluche, perizomi di pelle, frustini, «intimo sexy». Oggetti da pochi euro, raccattati chissà  dove.
Sui siti compare il nome di una donna (Veronica E.), che è il nome vero di sua moglie, ma in realtà  dietro c’era lui (un utente si lamenta perchè, al momento di chiudere un acquisto, si è trovato di fronte un uomo e non la donna che s’aspettava).
Il tranviere dell’Atm è diventato un assassino quando è esplosa la tensione tra i due poli della sua personalità  sconnessa: un immaginario infantile, immaturo, bambinesco; e una sessualità  ossessiva, tanto più assillante perchè inespressa, tormentata e sublimata nelle navigazioni in Rete, nelle fotografie, negli approcci maldestri con le ragazzine.
Ecco, è questo l’abisso di pulsioni deviate che Garlaschi coltivava nella casa di via Brioschi, e che qualche settimana fa si sono concentrate sull’annuncio che Jessica Valentina Faoro ha lasciato sulla bacheca Facebook «Cerco-offro lavoro Milano»: «Ciao a tutti, mi chiamo Jessica sono una ragazza di 19 anni… Mi offro come: badante, baby-sitter, dog-sitter, pulizie…».
Poche righe, postate il 31 dicembre 2017 (il Corriere le ha rintracciate tra altri annunci analoghi, anche con richiesta di ospitalità , comparsi poco prima di quella data).
Gli atti giudiziari raccolti finora dagli investigatori della polizia permettono di scavare nei rapporti psicologici che sono sfociati nell’omicidio: Garlaschi ospita ogni tanto in casa ragazze in difficoltà ; prova a barattare l’ospitalità  con proposte sessuali; a volte si accontenta di qualche scatto col telefonino, ragazze che stirano in topless, immagini che poi mostra ai colleghi, come forma di esibizionismo e compensazione; e infine Jessica, bella, bionda, una vita difficile alle spalle, che pensa di riuscire a tenere a bada e a distanza quello «sfigato» (ai suoi occhi) che pretende di ricevere le sue attenzioni in cambio del posto letto e di qualche regalo.
Mercoledì notte la ragazza l’ha rifiutato ancora, ed è stato il primo passo della sequenza finita con l’omicidio.
Jessica continuava a sentirsi libera e ha frequentato amici e ragazzi nella decina di giorni in cui è stata ospite in via Brioschi.
Anche lei s’era però resa conto che in quell’appartamento le dinamiche erano deviate: Garlaschi le aveva detto che la sua convivente era una sorella (e non la compagna); questo è quel che la ragazza ha riferito ai carabinieri la notte del primo febbraio, quando chiamò dicendo che il tranviere le aveva messo le mani addosso nel sonno. «Quei due dicono di essere fratello e sorella, ma hanno un rapporto ambiguo».
Più che ambiguo, dietro questa vicenda c’è un altro legame che s’avvicina alla sottomissione: perchè quando riusciva a ospitare ragazze in casa, Garlaschi chiedeva alla moglie di allontanarsi, e lei andava a dormire dalla madre, come è accaduto spesso nei giorni prima dell’omicidio.
«Ci volevamo bene – ha raccontato la donna -, ma diciamo che non riuscivo a seguirlo, sotto certi punti di vista».
Con il cadavere di Jessica in casa, all’alba, il tranviere però ha richiamato la moglie: «Ho fatto un guaio».

(da “il Corriere della Sera”)

argomento: Giustizia | Commenta »

“MI HA MOLESTATA MENTRE DORMIVO”: L’ALLARME DI JESSICA SETTE GIORNI PRIMA

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

A INIZIO MESE LA VITTIMA DEL TRAMVIERE PADANO AVEVA CHIAMATO I CARABINIERI: “PORTATEMI VIA”.. MA NEI CONFRONTI DELL’UOMO NESSUN PROVVEDIMENTO

La richiesta d’aiuto di Jessica Valentina Faoro, una settimana prima di venir uccisa, non era rimasta inascoltata. Come emerge dalle indagini della squadra Mobile, all’una di notte del primo febbraio la 19enne aveva chiamato i carabinieri, aveva raccontato che, mentre dormiva, l’uomo dal quale viveva aveva tentato un approccio e aveva fornito l’indirizzo per l’intervento: via Brioschi 93.
Nello stesso bilocale dove tra martedì e mercoledì il tranviere 39enne Alessandro Garlaschi l’ha colpita almeno cinque-sei volte con un coltello da cucina, riposto nel suo contenitore senza che venissero completamente cancellate le macchie di sangue.
Una pattuglia aveva trovato la ragazza in strada. «Devo tornare di sopra a prendere i mie due zaini, non voglio rimanere più in quella casa».
I carabinieri erano saliti, nell’appartamento c’era soltanto Garlaschi e non la moglie (Jessica Valentina credeva che anzichè coniugi fossero fratello e sorella).
La situazione, esaminata con scrupolo e attenzione, non aveva presentato anomalie.
I carabinieri avevano chiesto a Jessica Valentina se avesse bisogno di una soluzione abitativa, lei aveva risposto che andava da un’amica; l’avevano invitata a telefonare di nuovo in caso di necessità  e, se lo riteneva opportuno, a presentare formale denuncia; alla domanda finale sull’eventualità  di chiamare un’ambulanza per i controlli al pronto soccorso, poichè aveva una febbre di 37,5 gradi, la 19enne aveva spiegato che avrebbe raggiunto da sola l’ospedale San Paolo. In bicicletta.
L’avrebbe fatto subito, giusto il tempo di ottenere da Garlaschi il «permesso» di lasciare in custodia i due zaini più il pitbull di proprietà  della ragazza e venduto nei giorni seguenti.
Quella notte, Jessica Valentina non era tornata in via Brioschi. Ma era tornata i giorni seguenti. E aveva ripreso il suo posto nel bilocale di 50 metri scarsi, composto da ingresso, cucinino, soggiorno, bagno e camera da letto.
Nel cucinino c’era un divano-letto, la «stanza» della 19enne.
Garlaschi, dopo averla uccisa, ha nascosto il cadavere proprio sotto quel letto: il corpo era per metà  in un borsone e per metà  avvolto nel cellophane. Ha cercato di disfarsi della vittima, cospargendola di alcol. Ha atteso.
Alle 6 ha avvisato l’Atm che non sarebbe andato al lavoro per motivi di salute. Ha atteso ancora. Alle 11 ha informato il 118 della presenza di una ragazza ferita. Alle 16.50, fra le urla dei vicini («Mostro», «Maniaco», «Devi crepare in galera»), è uscito scortato da due poliziotti per il trasferimento in Questura.

(da “Il Corriere della Sera”)

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KOFI, IL GHANESE FERITO NEL RAID RAZZISTA DI MACERATA CERCA LA RAGAZZA CHE L’HA SOCCORSO

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

“VOGLIO RINGRAZIARE GLI ITALIANI CHE MI HANNO PROTETTO E PORTATO IN OSPEDALE, MI PARLAVAMO MA NON SENTIVO NULLA”

Ci sono gesti e facce che non si dimenticano.
E Wilson Kofi, il ragazzo ghanese che è stato ferito nel raid razzista di Luca Traini a Macerata, non dimentica quello che una ragazza italiana ha fatto per lui mentre era a terra, stordito.
Gli è stata vicino fino all’arrivo dei soccorsi, parlandogli e proteggendolo. Ora Kofi sta cercando quella donna per ringraziarla.
Di lei c’è solo una foto, pubblicata su Facebook da Gus, Gruppo umano solidarietà , che lancia un appello per ritrovarla.
“In questi giorni si parla molto di Macerata e dei suoi immigrati, spesso con toni esasperati che non corrispondono perfettamente al respiro di una città  da sempre accogliente” si legge sul post.
Questa foto cruenta ritrae il momento successivo al colpo di pistola che ha colpito Wilson Kofi, il ragazzo ghanese in accoglienza in uno dei progetti del GUS. La ragazza che l’ha soccorso immediatamente l’ha protetto e gli ripeteva in continuazione “stai tranquillo, ci sono qua io”.
Kofi ricorda solo quella voce, quelle parole e poco altro di quei frangenti.
Ora vorrebbe incontrarla, per ringraziarla e per stringerla in un abbraccio. Aiutateci a metterci in contatto con lei, che rappresenta lo spirito accogliente di questa città . #IoStoConWilson senza #però http://www.gus-italia.org”.
Kofi aveva raccontato a Repubblica quegli attimi: stava camminando per la strada con un suo amico quando questo ha avvertito degli spari e glielo ha detto.
Kofi, scherzando, gli ha detto: “Ma che dici? Mica siamo in Libia!”.
Proprio in quel momento un proiettile lo ha colpito alla spalla. “Quando sono caduto a terra non ho capito più nulla”, ha spiegato a Repubblica. “Le persone mi parlavano ma io non sentivo niente. Sono stati gli italiani a proteggeremi e a portarmi in ospedale, perciò li voglio ringraziare”.

(da agenzie)

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FOIBE, IL MONITO DI MATTARELLA: “VIOLENZE DEL PASSATO CI AMMONISCONO SUI RISCHI DELL’ODIO ETNICO”

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

IL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE IN OCCASIONE DEL GIORNO DEL RICORDO

Basta alimentare il vento dell’odio. Il nostro Paese corre “gravissimi rischi” a causa “del nazionalismo estremo, l’odio etnico, la violenza ideologica eretta a sistema”.
Usa parole durissime Sergio Mattarella per rinnovare la condanna della strage delle foibe, che nel pomeriggio commemora in Senato con la celebrazione del Giorno del Ricordo, accanto al presidente del Senato Pietro Grasso, al ministro Anna Finocchiaro e i testimoni di quella buia stagione.
Una persecuzione, “scatenata dalla violenza del comunismo titino” che provocò anche l’esodo di migliaia di profughi, e che “non può essere dimenticata”.
Un marchio di infamia che vale non soltanto per quelle tragiche pagine di storia ma anche e soprattutto come “ammonimento” per l’oggi del capo dello Stato.
E qui il ricordo si incrocia appunto con la cronaca di questi giorni, segnati dallo scontro e le polemiche per il raid razzista di Macerata, con Matteo Salvini e la destra estrema che soffiano sul fuoco della cacciata degli immigrati al grido “prima gli italiani”.
Mattarella, nel rievocare quella “pagina angosciosa che ha vissuto il nostro Paese nel Novecento, una tragedia provocata da una pianificata volontà  di epurazione su base etnica e nazionalistica”, lancia l’allarme per i pericoli assai gravi che un risorgente estremismo nazionalista può innescare.
Da qualunque parte provenga.
Il massacro delle foibe portava la firma “rossa” dei comunisti di Tito. Oggi, sul nostro Paese, l’attacco viene dal fronte politico opposto.
Un clima che preoccupa molto il Quirinale, con l’escalation delle polemiche in piena campagna elettorale, le ultime sulla manifestazione convocata per domani a Macerata, e con lo spettro di una catena di folle emulazione nella caccia al nero sempre in agguato.
Così, il capo dello Stato ha deciso di far sentire la sua voce, con un suo messaggio scritto, mentre alle cinque del pomeriggio sarà  presente a Palazzo Madama alla celebrazione della Giornata del Ricordo.
Le foibe, “con il loro carico di morte, di crudeltà  inaudite, di violenza ingiustificata e ingiustificabile”, per Mattarella sono “il simbolo tragico di un capitolo di storia, ancora poco conosciuto e talvolta addirittura incompreso, che racconta la grande sofferenza delle popolazioni istriane, fiumane, dalmate e giuliane”.
Prima la durissima occupazione nazi-fascista di quelle terre, “nelle quali un tempo convivevano popoli, culture, religioni diverse”. Poi, la violenza del comunismo titino che “scatenò su italiani inermi la rappresaglia, per un tempo molto lungo: dal 1943 al 1945”. Anche le foibe e l’esodo forzato che ne seguiì “furono il frutto avvelenato del nazionalismo esasperato e della ideologia totalitaria che   hanno caratterizzato molti decenni nel secolo scorso”.
Una tragica spirale che non si è arrestata anche in seguito,   in altre zone, “i danni del nazionalismo estremista, dell’odio etnico, razziale e religioso si sono perpetuati, anche in anni a noi molto più vicini, nei Balcani, generando guerre fratricide, stragi e violenze disumane”.
Come fermare questa spinta all’odio razziale? Il capo dello Stato indica un baluardo e un deterrente: l’Unione Europea.
“E’ nata per contrapporre ai totalitarismi e ai nazionalismi del Novecento una prospettiva di pace, di crescita comune, nella democrazia e nella libertà “.
Oggi, grazie anche all’Unione Europea, in quelle zone martoriate, si sviluppano dialogo, collaborazione, amicizia tra popoli e stati. Anche questo suona da monito del capo dello Stato a quanti ogni giorno attaccano l’unità  europea, invocando l’uscita dalla euro o perfino un’uscita dall’Italia dalla Ue.
Il capo dello Stato però, sul passato, pronuncia parole forti e chiare nella condanna delle foibe, perchè non vi possa essere alcun equivoco sulla sua posizione.
“Le stragi, le violenze, le sofferenze patite dagli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati non possono essere dimenticate, sminuite o rimosse. Esse fanno parte, a pieno titolo, della storia nazionale e ne rappresentano un capitolo incancellabile, che ci ammonisce sui gravissimi rischi del nazionalismo estremo, dell’odio etnico, della violenza ideologica eretta a sistema”.
Nei giorni scorsi il Capo dello Stato ha nominato commendatore uno degli ultimi testimoni di quella tragedia: il novantasettenne Giuseppe Comand che nel 1943 a Pola partecipò alle operazioni di recupero delle vittime.

(da agenzie)

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