Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DELLA VICENDA SMENTISCE LA VERSIONE DI LUIGI DI MAIO
Sanatorie edilizie, il tallone d’Achille dei pentastellati.
Il leader del M5S e vicepremier Luigi Di Maio continua a non pronunciare la parola ‘abusi’ nè il termine ‘condono’ quando parla delle norme salva-abusi per Ischia dal governo infilate nel decreto Genova.
Eppure inciampa in un contrappasso quasi plastico. La casa dove risiede a Pomigliano d’Arco – hinterland ad altissima densità di costruzioni fuorilegge e ancora da abbattere – è stata oggetto di condono per opere abusive realizzate in anni diversi.
E “perdonate” su istanza di suo padre, il geometra Antonio Di Maio, imprenditore edile, grazie ai condoni dell’85 (legge numero 47) e del 1994 (legge numero 724).
LA CASA
Tre piani, oggi. Con studiolo panoramico in cima, e poi distinti appartamenti con nuove cubature (camere da letto, tinello, bagni) e balconi e terrazzi che non esistevano. Sono, in tutto, 150 metri quadri fuorilegge.
Pratica numero 1840, richiesta depositata nel 1986. Gli ampliamenti risalgono a due distinti decenni.
LA VERSIONE DI DI MAIO
Di Maio si è così giustificato con il Movimento, in una diretta Fb: “Ho detto a mio padre: cosa hai combinato. E lui mi ha detto che nel 2006 ci è arrivata la risposta a una domanda fatta nel 1985 su una casa costruita nel 1966. La casa era stata costruita da mio nonno in base al Regio Decreto del ’42”. Ma non è così.
I DATI
Oggi questa palazzina è un immobile ben diverso da quello in cui, a quanto pare, è vissuto il nonno del vicepremier. Non solo.
Se Di Maio legge le carte nel suo Comune scopre che non il nonno, ma il padre ha depositato e sollecitato il condono. Più volte.
E che gli abusi si riferiscono ad anni successivi. Anche nel decennio che arriva agli anni Ottanta.
ESPERTO DI CONDONI
Dunque il vicepremier spiega, ma non può smentire il dato: nella sua casa di famiglia, ci sono 150 metri quadri di abusi edilizi perdonati con condoni di Stato e regolarmente pagati (appena 2mila euro) solo dal padre di Di Maio.
Che, peraltro, a Pomigliano d’Arco, è considerato un esperto di condoni e di pratiche: tanto da essere stato retribuito dal Comune , in quota Msi, nei pieni anni Novanta del boom di domande, come stimato tecnico.
Era stato incaricato dall’allora sindaco come membro sia nella commissione edilizia, sia nella commissione condoni.
LA DEFINIZIONE
L’11 ottobre 2006, quando il giovane Di Maio ha vent’anni, al Comune di Pomigliano d’Arco la pratica si chiude, l’amministrazione rilascia la concessione in sanatoria: papà Antonio ha pagato anche quel ‘saldo’ che aveva dimenticato perchè alcuni metri quadri, per banale dimenticanza evidentemente, non erano stati conteggiati.
A firmare l’atto è l’architetto Lucia Casalvieri, un’ex collega di Di Maio senior nelle commissioni in cui si occupavano dei condoni degli altri. E, nel frattempo diventata responsabile del servizio Condono del Comune.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
FATTORI RILANCIA SOSPETTI SUI LEGHISTI INDAGATI: “A CHI DEVONO SCADERE I TERMINI? A RIXI E MOLINARI?”
È una bandiera a mezz’asta quella che Di Maio può finalmente alzare, per provare a
oscurare i vessilli conquistati da Salvini
.L’accordo sullo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio c’è, ma il compromesso ha un retrogusto antico e il cavallo di battaglia del M5S sarà ai blocchi di partenza solo nel gennaio del 2020.
Uno slittamento imposto dal Carroccio, che scatena delusione e rabbia tra i pentastellati.
Nel vertice di Palazzo Chigi si è deciso di legare politicamente la prescrizione a una riforma complessiva.
Ma che succede se la rivoluzione della giustizia slitta alle calende greche? Succede che salta anche lo stop alla prescrizione, come sperano in tanti nella Lega?
È questo l’interrogativo che per tutto il giorno rimbalza nei capannelli dei deputati. Mentre Di Maio esulta con l’hashtag #bastaimpuniti, il M5S ribolle sui social.
«C’è l’accordo ma andrà in vigore tra un anno», ritwitta polemica Elena Fattori.
La senatrice dissidente rilancia il sospetto («a chi devono scadere i termini?») che la Lega prenda tempo per salvare i suoi sotto inchiesta, come Edoardo Rixi e Riccardo Molinari. Insinuazione pentastellata che ha irritato non poco Salvini.
La stretta di mano sotto gli occhi dell’arbitro Giuseppe Conte ha portato una tregua, ma non ha spazzato via le ombre.
A Montecitorio le opposizioni scherzano sull’accordo come «un assegno postdatato», che forse nessuno pagherà mai.
Si fa la conta di vincitori e vinti. E quando Rai2 lo domanda a Di Maio, il leader del M5S distilla una goccia gelata: «Se Salvini è contento? Credo di sì… chiedetelo a lui».
Tra i dirigenti stellati c’è chi festeggia, chi lavora a un «pacchetto» di norme che comprenda la modifica della legge Severino e il conflitto di interessi nel cassetto del ministro Riccardo Fraccaro e chi fiuta un’altra «fregatura».
Prova ne sia la delusione gridata da un «faro» del Movimento come l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo, preoccupato perchè gli effetti della prescrizione si vedranno tra molti anni, «quando sarò morto».
A trovare la quadra per «disinnescare la bomba atomica» e scongiurare una rottura irreparabile tra Salvini e Di Maioè stata la ministra leghista Giulia Bongiorno: slittamento di 14 mesi della prescrizione e legge delega al governo per la riforma del processo penale, a cui dovrà dedicarsi il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Ma qui sta il «busillis», per dirla con il dem Stefano Ceccanti.
Per la Lega la prescrizione entra in vigore «dopo la riforma del processo penale», spiega il sottosegretario Jacopo Morrone.
Per il M5S invece entra in vigore comunque, il 31 gennaio 2020.
E lo scontro in atto rivela che non è questione di date, ma di opposte visioni.
«Quello che Di Maio e Bonafede volevano non c’è – osserva Luca Paolini, il deputato e avvocato leghista che gira “con la bibbia di Davigo” in borsa – È meno di un pannicello caldo».
I leghisti lo dicono sottovoce. Se dopo le Europee il governo dovesse saltare, sarà facile gioco per Salvini trovare i voti nel centrodestra per cancellare lo stop alla prescrizione.
Lo stellato Andrea Colletti, deputato e avvocato, non si premura di scandirlo nella lingua di Oxford: «È una cagata pazzesca farla entrare in vigore dopo, visto che gli effetti li vedremo nel 2024».
I ribelli sono furibondi e la Fattori lancia sul governo un’altra mina: «Congeliamo il decreto sicurezza, scritto malissimo, e lavoriamo insieme a una riforma complessiva». Ma anche il senatore Nicola Morra ironizza sui «raffinati cultori della materia» che dovranno riformare il processo penale. Salvini adesso fa paura.
I 5Stelle vedono i loro consensi erodersi e il malumore è un’onda destinata a gonfiarsi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
I CONTI SUL PESO DELL’AUMENTO DEL DIFFERENZIALE BTP/BUND NEGLI ULTIMI SEI MESI … E OGGI LO SPREAD E’ TORNATO SOPRA QUOTA 300
Negli ultimi sei mesi l’aumento dello spread, rispetto ad aprile, “è già costato 1,5 miliardi di interessi in più al contribuente rispetto. Costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e 9 miliardi nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati”.
Lo ha detto il vice direttore generale di Bankitalia Federico Signorini in audizione sul ddl bilancio.
“L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia, famiglie, imprese, istituzioni finanziarie” e la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico “ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria”, “rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio”. Il vice d.g. evidenzia come “occorra abbattere lo spread” perchè i “segnali che gli investitori percepiscono sono importanti”.
Oggi la Banca d’Italia segnala che i titoli di Stato nel portafoglio delle banche italiane sono tornati ad aumentare, totalizzando 369,3 miliardi di euro a settembre, +4,7 miliardi rispetto ad agosto, con un aumento di oltre 45 miliardi da inizio anno. Nel rapporto ‘Moneta e banche’ emerge anche che le sofferenze nei bilanci delle banche italiane, a settembre, segnano un calo a 122,5 miliardi dai 126,3 miliardi di agosto.
Per quanto concerne la manovra, per Bankitalia “una politica di bilancio espansiva, pur utile in fasi cicliche avverse, non garantisce la crescita nel medio termine e può metterla in pericolo a lungo andare”.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA CORSA A CURARE LA PROPRIA IMMAGINE SUI SOCIAL NETWORK SPARGENDO BALLE A SPESE DEI CONTRIBUENTI, QUASI 700.000 EURO L’ANNO A TESTA
Nuovo arrivo nello staff del bi-ministro e vicepremier Luigi Di Maio. Il leader politico
del Movimento 5 Stelle ha infatti aggiunto alla squadra che si occupa della sua comunicazione un altro social media manager. Confermando, se mai ce ne fosse stato bisogno, la grande attenzione che i pentastellati riservano per la cura della propria immagine sul web e sui social network.
L’ultimo assunto nel gruppo che fa riferimento alla vicepresidenza del Consiglio è Daniele Caporale, già social media manager per la società romana WebSide Story che negli scorsi anni ha lavorato per i parlamentari del Movimento 5 Stelle.
L’assunzione negli uffici di diretta collaborazione del vicepremier espande quindi il numero di persone che si occupano di comunicazione per Luigi Di Maio che, essendo titolare di due dicasteri (quello del Lavoro e quello dello Sviluppo economico), può contare su molte professionalità nei palazzi romani.
Secondo i calcoli dell’Espresso fatti sui documenti disponibili sui siti governativi, la comunicazione di Di Maio costa alle casse pubbliche una cifra che si aggira tra i 630 e i 670mila euro annui.
Alle sue dipendenze alla presidenza del Consiglio ci sono infatti Pietro Dettori, Responsabile della comunicazione, social ed eventi proveniente dalla Casaleggio associati, pagato 130mila euro annui, Sara Mangeri, addetta stampa, pagata 100mila euro annui, e il già citato Caporale il cui compenso è però ancora in corso di definizione (e potrebbe oscillare tra i 40 e i 60 mila euro).
A queste figure vanno aggiunte poi la portavoce del Ministro dello Sviluppo economico Cristina Belotti, pagata 130mila euro annui e il capoufficio stampa dello stesso dicastero, Giorgio Chiesa, retribuito 100mila euro annui, più un collaboratore retribuito 36mila euro annui. Al Ministero del Lavoro infine c’è il capoufficio stampa Luigi Falco, sempre pagato 100mila euro annui.
Il fatto stesso che Di Maio ricopra al momento 3 cariche rende complicato un paragone dei costi del suo staff con i predecessori: in passato i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico erano retti da due ministri differenti, mentre la carica di vicepremier negli anni recenti è stata rivestita solo per dieci mesi da Angelino Alfano durante il governo Letta. Prima di Alfano bisogna addirittura risalire al governo Prodi 13 anni fa: un confronto puntuale è quindi impossibile.
§Più semplice è invece il paragone con l’altro vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sempre secondo i calcoli dell’Espresso, il leader leghista spende circa 600mila euro annui di fondi ministeriali per la sua comunicazione.
Nel suo staff come vicepresidente del Consiglio c’è Iva Garibaldi, responsabile stampa, pagata 120mila euro annui. Al ministero dell’Interno, come già raccontato dall’Espresso , c’è invece tutto il team social guidato da Luca Morisi e che include tra i suoi uomini anche Leonardo Foa, il figlio del presidente della Rai scelto da questo governo Marcello Foa, e che costa in totale circa 320mila euro annui. A questi vanno aggiunti un capo ufficio stampa e un paio di collaboratori per un totale di circa mezzo milione di euro a carico del solo ministero dell’Interno.
In ritardo rispetto a quanto prescritto dalla legge sulla trasparenza (e dopo varie richieste dell’Espresso), il governo pubblica finalmente i nomi e gli emolumenti dei collaboratori della Presidenza del Consiglio.
I più fortunati? Il capo della comunicazione 5 Stelle e tutti i Casaleggio boy
Non se la cava male però neppure il premier Giuseppe Conte che, nonostante sia il presidente del Consiglio, spende praticamente la stessa cifra dei suoi vice in comunicazione.
L’intera struttura stampa di Conte costa 662mila euro annui e include sette persone tra cui il portavoce Rocco Casalino retribuito 170mila euro l’anno. Poco meno del doppio dello stesso Conte che, avendo rinunciato a una parte dello stipendio, oggi guadagna circa 91mila euro l’anno.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
A LIBRO PAGA ANCHE EX GIORNALISTI DI LIBERO, MORISI E IL SONDAGGISTA AMADORI
Anche Matteo Salvini ha uno staff e non ha paura di farvelo pagare.
Dopo gli stipendi del sontuoso staff di Di Maio oggi il Fatto Quotidiano racconta “La Bestia del Capitano”, che in parte era stata già indagata tempo fa dall’Espresso che aveva anche fornito un conto: costa mille euro al giorno. Di soldi pubblici, naturalmente.
Nell’articolo di Tommaso Rodano e Carlo Tecce si parte da Luca Morisi e dal suo socio Andrea Paganella.
Morisi è uno che si mette a litigare con un suo fake ma in compenso non riesce a distinguere un account satirico da uno vero: l’appellativo di Casaleggio di Salvini nei suoi confronti è ampiamente meritato sul campo. E la remunerazione?
Morisi è incasellato come “consigliere strategico” con un compenso di 65.000 euro l’anno.
Paganella è capo della segreteria particolare e ha uno stipendio più alto: 85.979 euro. I due sono doppiamente retribuiti per il lavoro che svolgono per Salvini: oltre agli stipendi del ministero, c’è il contratto da 170.000 euro l’anno che la loro società — Sistema Intranet srl — ha stipulato con la Lega.
Poi ci sono i quattro che lavorano al ministero dell’Interno: Daniele Bertana, Andrea Zanelli, Fabio Visconti e Leonardo Foa, figlio di Marcello, che guadagnano 46mila euro lordi l’anno.
A guidare l’ufficio stampa Salvini ha chiamato un giornalista di Libero. Matteo Pandini (90.000) fino a pochi mesi fa scriveva (anche) inchieste sulla Lega. Bergamasco, 38 anni, ha cementato il rapporto col Capitano curando e firmando la sua autobiografia Secondo Matteo. È lui che guida la macchina della propaganda a Roma.
A fine agosto negli uffici del ministro Salvini si è aggiunto Gianandrea Gaiani(65.000), esperto di Difesa, volto dei salotti televisivi, articolista un po’ovunque, feroce sostenitore della linea dura sull’immigrazione (“la grande farsa umanitaria”, come da titolo del suo ultimo libro).
Su Libero illustrò il piano per liberare i due marò detenuti in India “con sommergibili, spie e incursori”.
Al Viminale nella segreteria del ministro lavorano anche Cristina Pascale (30.000 euro) e Giuseppe Benevento(41.600 euro) e lo storico deputato leghista Luigi Carlo Maria Peruzzotti (41.600 euro).
Sappiamo già molto del capo di gabinetto, l’ex prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (152.536 euro): con lui c’è il prefetto Elena Garroni (146 mila euro), mentre a fianco di Pandini nell’ufficio stampa c’è il vice prefetto Paolo Canaparo (90.000 euro). Molto interessante la storia che riguarda Alessandro Amadori (65.000), il sondaggista dell’Istituto Piepoli.
Presenza fissa su La7, lo si può incrociare anche in questi giorni davanti alle telecamere mentre spiega la crescita dei consensi del governo o descrive “il successo quantico (sic) della Lega di Salvini dal 2013 a oggi”.
Della sua nomina pare non essersi accorto nessuno: Amadori si presenta ancora come sondaggista e vicepresidente dell’Istituto Piepoli e non come “consigliere per l’analisi politica e sociale” del politico più potente d’Italia.
Iva Garibaldi, protagonista del video di Tria portato via mentre risponde alle domande dei giornalisti, guadagna 120mila euro l’anno.
Poi c’è Susanna Ceccardi (65.000): “Come il suo capo, colleziona incarichi: sindaca di Cascina (Pisa), commissaria della Lega inToscana, probabile candidata alla Regione e pure “consigliere per il programma di governo” del Capitano”.
Chiudono la lista Claudio D’Amico (65.000), che cura i rapporti della Lega con la Russia, e Lorenzo Bernasconi (classe ’87), da anni tra i più stretti collaboratori di Salvini (a Chigi gli fa da segretario particolare, 100.000 euro). Il compenso di Paolo Visca è ancora in via di definizione.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
LE SCORTE VANNO ASSEGNATE A CHI E’ NEL MIRINO DELLA MAFIA E DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, NON AI POLITICI “AMATI” DAGLI ITALIANI
A breve partirà una razionalizzazione delle 585 scorte attualmente in vigore, di cui 15
per personalità nei confronti delle quali c’è massima allerta.
Lo affermano fonti del Viminale sottolineando che la questione è stata affrontata l’8 novembre nel corso del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
“Tutti i dispositivi di protezione vengano approfonditi per evitare errori di valutazione e garantire la tutela a chi davvero è in pericolo”, ha detto il ministro, secondo fonti del Viminale.
La decisione arriva pochi mesi dopo lo scontro tra Matteo Salvini e Roberto Saviano: “Saranno le istituzioni competenti a valutare se Saviano corra qualche rischio, anche perchè mi pare che passi molto tempo all’estero”, aveva affermato il ministro dell’Interno. “Non mi fai paura, buffone”, aveva risposto su Twitter Saviano. In tanti, anche sui social, avevano mostrato sostegno allo scrittore.
Le scorte attive ad oggi occupano complessivamente 2.072 unità delle forze dell’ordine: si tratta di 910 poliziotti, 776 carabinieri, 290 finanzieri e 96 operatori della polizia penitenziaria.
Quattro le categorie dei dispositivi di protezione, in base al livello del rischio.
Quello più elevato riguarda oggi 15 persone e impegna 171 agenti.
57 cittadini hanno invece la protezione di ‘secondo livello’, vale a dire una scorta su auto specializzata (383 agenti in tutto) composta da più mezzi, mentre per altri 276 cittadini la tutela su auto specializzata è di terzo livello (823 agenti impiegati) e 237 hanno una tutela su auto non protetta, vale a dire una scorta di quarto livello che coinvolge 695 operatori.
Dei 585 nomi protetti dallo Stato, dicono ancora dal Viminale, quasi la metà (277) sono magistrati, seguono i leader politici nazionali e locali (69) e i dirigenti d’impresa (43).
Ci sono anche 21 giornalisti e 18 esponenti governativi.
A livello regionale, il maggior numero di scorte si concentra nel Lazio e in Sicilia, rispettivamente con il 31,6% e il 21,9% delle misure di protezione nazionali. Seguono Calabria (12,5%), Campania (12%), Lombardia (7,2%).
Oltre ai servizi di scorta lo Stato mette a disposizione 38 servizi di vigilanza fissa con 221 persone impegnate: 18 poliziotti, 56 carabinieri, 147 unità dell’esercito.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA TV STAVA PER FALLIRE, MA DOPO AVER PUBBLICATO IL VIDEO FAKE SU DIJSSELBLOEM HA RICEVUTO DONAZIONI PER TIRARE ANCORA UN PO’ AVANTI
Pandora TV è la “creatura” di Giulietto Chiesa che qualche tempo fa ha messo in giro la bufala di Dijsselbloem che minacciava l’Italia fornendo una traduzione completamente errata di quanto affermava il commissario europeo sulla Manovra del Popolo.
Oggi Ettore Livini su Repubblica racconta una storia che assume ad alti livelli di simbolismo per i media italiani e — soprattutto — per l’approccio malato di buona parte del pubblico ai loro contenuti: in sintesi, la tv di Chiesa stava per fallire ma dopo aver pubblicato il video fake ha ricevuto abbastanza donazioni da poter tirare avanti ancora per qualche tempo.
La pubblicità involontaria della presunta fake — rilanciata dal Movimento 5Stelle — ha però fatto il miracolo: «I like alle nostre pagine sono saliti a 88.270 — spiega orgoglioso l’ex-corrispondente de L’Unità e de La Stampa a Mosca — e ci sono arrivati nuovi contributi».
Risultato: la tv nata per «svelare retroscena oscurati dai media mainstream» non morirà . Anzi, grazie a 78mila euro di donazioni rinascerà dalle sue ceneri e « lavorerà per almeno 7-8 mesi — spiega Chiesa — in attesa di nuovi finanziatori».
La circostanza dei 78mila euro arrivati da donatori per aver pubblicato un video fake è una metafora meravigliosa dello stato dell’arte e della possibile evoluzione (in tragedia) per i mezzi di comunicazione: se mancano i capitali basta inventarsi una bufala che abbia molti sostenitori e si è a metà del percorso.
Pandora ha perso 200mila euro in tre anni, «il socio Chiesa — come recita il documento di liquidazione — ha versato 260mila euro a tasso zero» che non rivedrà mai più e «ha pagato di tasca propria spese e viaggi e 45mila euro per pagare i dipendenti».
Uno sforzo incompreso visto che all’ultima assemblea sono volate contestazioni dei soci infuriati sulla chiusura, con tanto di atti «di precisa ostilità verso l’ad» e documenti finiti tra gli omissis del verbale per «il tono polemico non troppo edificante». Ora, voltata pagina, la tv riparte.
«A spese ridotte — spiega Giulietto Chiesa — grazie al volontariato». Promette «qualche spallata potente perchè — dice citando Stalin — non si può fare la frittata senza rompere qualche uovo».
Il metodo è lo stesso di prima. Pensiero (se così si può dire) controcorrente — il sito apre con un intervento del turbofilosofo iper-mediatico Diego Fusaro — «per consentire alla verità di farsi strada nel mare di menzogne che sta invadendo le teste degli italiani».
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
E’ IL TESTE CHIAVE NEL PROCESSO CHE VEDE IMPUTATA PER FALSO LA SINDACA DI ROMA
È ripreso il processo che vede imputata la sindaca di Roma, Virginia Raggi, accusata di
falso per la nomina di Renato Marra alla guida della Direzione Turismo del Campidoglio.
Il giudice ha ascoltato Carla Romana Raineri, ex capo di gabinetto del Campidoglio: “Marra aveva un fortissimo ascendente sul sindaco – ha affermato durante la sua testimonianza – per lui erano stati coniati vari epiteti nell’ambiente, come Rasputin, Richelieu, eminenza grigia o sindaco ombra”.
La dichiarazione continua: “Raffaele Marra non aveva nessuna delega, era formalmente il vice capo di gabinetto ma era il consigliere privilegiato del sindaco”. Raineri lamenta di essere stata assegnata a un ruolo, in concreto, del tutto irrilevante, perchè spogliato delle sue funzioni: “Il ruolo che mi era stato affidato era un guscio vuoto, trovai un gabinetto in cui le funzioni erano state sapientemente esportate verso due direzioni: Salvatore Romeo, che aveva delle deleghe molto singolari, come quella ai lavori di giunta e l’altra alle partecipate, e a Raffaele Marra. Il capo di gabinetto deve controllare la regolarità degli atti, in questa situazione era sorprendentemente surreale che non avessi neanche contezza del flusso informativo, nel gabinetto non arrivavano notizie”.
Nulli, secondo Raineri, i tentativi di farsi ascoltare da Virginia Raggi: “Ho cercato disperatamente di intercettare l’attenzione del sindaco su tanti temi, dai rifiuti alle partecipate, ma mi sentivo sempre solo rispondere ‘ne parli con il dottor Marra oppure ne parli con il dottor Romeo’. Non avevo la possibilità di dialogare con il sindaco – ha concluso Raggi, Marra e Romeo vivevano in simbiosi”.
“Per quanto riguarda il sindaco di Roma, io non conosco l’esito del processo, ma il nostro codice di comportamento parla chiaro e lo conoscete”.
Lo ha detto il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, in conferenza alla sede dell’Associazione stampa estera in Italia.
Ma cosa dice il codice etico? Nella sua ultima versione, approvata – pochi mesi dopo l’esplosione del caso in Campidoglio – a gennaio 2017 in caso di condanna la sindaca dovrebbe dimettersi.
La vicenda è legata alla nomina di Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale Raffaele, che nel 2016 venne messo a capo del Dipartimento turismo del Campidoglio. La sindaca ha sostenuto di aver deciso, lei sola, ogni dettaglio della scelta, senza consultare il fratello del candidato che all’epoca era il suo braccio destro a Palazzo Senatorio.
Questa affermazione, però, secondo l’accusa sarebbe stata fatta “per occultare il reato commesso”.
Le sue parole, infatti, sembrano smentite dalle chat tra la sindaca e Raffaele Marra, nelle quali Raggi rimprovera al suo strettissimo collaboratore di averla “messa in imbarazzo” per aver scelto il fratello senza consultarla.
Raggi e Marra, secondo l’accusa, avrebbero violato il regolamento comunale che vieta la partecipazione dei funzionari nella nomina di parenti e prevede la valutazione “comparativa dei curricula degli aspiranti”.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
L’ALTO COMMISSARIATO ONU: “UNA PERSONA SU OTTO HA PERSO LA VITA A CAUSA DELLA RIDUZIONE DEI SOCCORSI”
Sono drammatici i numeri dei migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno diffusi dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). Con le diciassette persone trovate morte questa settimana al largo delle coste spagnole sono diventate più di 2mila
Una strage quotidiana insopportabile.
Per questo l’Unhcr ha ripetutamente sollecitato un’azione urgente per rispondere a questa drammatica situazione. Da diversi anni il Mediterraneo rappresenta per rifugiati e migranti la rotta marittima a maggior rischio del mondo e nessuno dovrebbe considerare accettabile che la situazione resti tale
Dall’inizio del 2018, ricorda l’organizzazione delle Nazioni Unite, circa 100mila richiedenti asilo e migranti hanno raggiunto le coste europee segnando un ritorno ai livelli precedenti al 2014.
Allo stesso tempo, le oltre 2mila morti per annegamento indicano che il tasso dei decessi si è bruscamente innalzato, soprattutto nel Mediterraneo centrale
A settembre una persona ogni otto che hanno effettuato la traversata ha perso la vita, soprattutto a causa della ridotta capacità di ricerca e soccorso. In questo contesto l’Unhcr continua ad esprimere seria preoccupazione per le restrizioni legali e logistiche imposte ad alcune ong, inclusa l’Aquarius, preposte alle operazioni a ricerca e soccorso.
Se le operazioni di soccorso delle ong nel Mediterraneo cessassero del tutto, avverte ancora l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, rischieremmo di tornare alla stessa pericolosa situazione alla quale abbiamo assistito nel 2015, quando centinaia di persone sono morte in un incidente nel Mediterraneo centrale dopo l’interruzione dell’operazione navale italiana Mare Nostrum.
Ogni nave in grado di facilitare operazioni di ricerca e soccorso dovrebbe essere autorizzata a soccorrere le persone in difficoltà e soprattutto le persone soccorse in acque internazionali non dovrebbero essere riportate in Libia, che non offre le necessarie condizioni di sicurezza.
La maggior parte delle vittime è stata registrata durante gli attraversamenti in direzione dell’Italia, rappresentando oltre la metà di tutti i decessi registrati quest’anno, nonostante la Spagna sia divenuta la principale destinazione dei nuovi arrivi.
Più di 48mila persone sono arrivate in Spagna via mare, rispetto alle circa 22mila in Italia e alle 27mila in Grecia.
C’è un bisogno impellente di rompere con l’attuale impasse e con l’adozione di un approccio ad hoc per ogni imbarcazione riguardo al luogo di sbarco delle persone soccorse.
Per questo l’Unhcr ha rinnovato il suo appello alla comunità internazionale affinchè affronti le cause profonde delle migrazioni forzate e i fattori di spostamento successivo che costringono le persone a intraprendere viaggi sempre più pericolosi e rischiosi.
(da Globalist)
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