Destra di Popolo.net

MORIRE DI FREDDO A ROMA NEL GIORNO DI CAPODANNO, SENZA NEPPURE UN FIORE

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

AVEVA 50ANNI, DORMIVA SU UNA PANCHINA A TOR MARANCIA… NELLA STESSA ZONA ALTRE 600 PERSONE RISCHIANO DI FINIRE IN STRADA GRAZIE ALLA “CURA” RAGGI

Morire da clochard. Aveva 50 anni, polacco. Lo hanno trovato riverso, livido per il gelo in piazza Lotto, una gigantesca rotatoria che non è mai diventata neppure un giardinetto.
Un uomo senza vita, a un passo dalle altalene per i bambini.
In questo quartiere popolare un tempo quelli dell’Est, i senza fissa dimora, spesso manovali per due lire, trovavano rifugio nel parco di Tor Marancia, che si affaccia e confina con l’Appia Antica.
Avevano catapecchie di lamiera, di notte si vedevano piccoli falò. Così cucinavano, così si scaldavano. Poi furono sgomberati dall’allora sindaco Alemanno.
E sotto sgombero sono anche le 600 persone che abitano dal 2013 in via del Caravaggio, venti metri da piazza Lotto.
Vivono con l’incubo di essere sbattute in strada, per letto una panchina. Tanto che il presidente dell’VIII Municipio, Amedeo Ciaccheri nei giorni scorsi li ha voluti incontrare.
“Nonostante quello che pensa il Ministro dell’Interno in questo luogo come in altri luoghi del nostro territorio — ha detto – vive un’umanità  in attesa di risposte, sul diritto all’abitare, sull’emergenza abitativa strutturale di questa città , su tante fragilità  su cui un intervento di sgombero forzoso non può che far esplodere una questione sociale drammatica”.
I fragili, appunto. Quelli per cui la Giunta Raggi non ha ancora predisposto un piano freddo. La temperatura stanotte andrà  sotto lo zero. E che accadrà  a chi non ha un tetto? Resteranno aperte le stazioni della Metro, l’area della Protezione Civile nella ex Fiera di Roma? Non sappiamo, non si sa. Il grande boh.
Ci sarebbero su carta 235 posti. Fine. Chi ne è fuori, si accomodi pure all’aperto a rimirar le stelle.
I fragili, dicevamo. Quelli che a 50 metri da Piazza Lotto avrebbero trovato almeno uno spazio di condivisione, un piccolo centro culturale, un’area attrezzata per i bambini nell’ex scuola Mafai di cui è rimasto solo lo scheletro.
C’era una delibera con dei fondi del Comune a disposizione, c’era da firmare una petizione, partecipare dal basso con il progetto #Romadecide.
Abbiamo deciso, abbiamo firmato, compilato tutto,   ma non è servito a niente. Dei 17 milioni stanziati per l’intera Capitale, sono rimasti per l’ex scuola di Tor Marancia solo 700mila euro, buoni giusto per buttar giù quello che è rimasto della struttura.
Una “rimodulazione” degli interventi sempre firmata dal Campidoglio alla faccia della democrazia partecipata.
Quando si parla di emergenza periferie, ogni slogan è buono. Soprattutto nella Capitale.
I selfie della sindaca a Tor Bella Monaca contro i murales simbolo della malavita, le ruspe con le telecamere, i Rom cacciati dal Camping Village unico esempio di campo nomadi funzionante in Europa, per arrivare alle ennesima trasformazione dei pentastellati in salsa leghista con i migranti allontanati dalla Stazione Tiburtina e i rifugiati scacciati da via Scorticabove.
Ma pensare, ripensare   le periferie vuol dire pensare, ripensare con un progetto, un intero progetto dallo sguardo lungo questa città .
Vuol dire ascoltare i bisogni, ascoltare davvero, parlare, sentire. Fornire le comunità  che le abitano degli strumenti minimi per viverle, vuol dire creare spazi di condivisione e moltiplicarli, vuol dire mettersi quotidianamente a disposizione, provare a mettere a disposizione come si può, meglio che si può, un percorso comune. E tra le molte, moltissime criticità  c’è l’accoglienza ai fragili e il ricovero dei deboli. Questo è un tema complesso, sfaccettato, ma indispensabile per dirci comunità , dirci civili.
Ipotizzare, e poi mettere in pratica un progetto perfino laico senza demandare il problema alle parrocchie, a Sant’Egidio, alla Caritas, alla Chiesa, al cuore grande dei volontari.
Vuol dire fornire i municipi in emergenza di fondi per l’autogestione delle criticità . Vuol dire non far morire un uomo di freddo su una panchina.

(da Globalist)

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SALVINI HA SCOPERTO CHE IN ARABIA SAUDITA LE DONNE NON POSSONO ACCEDERE ALLO STADIO A SETTORI RISERVATI AGLI UOMINI, MA QUANDO SCOPRIRA’ CHE I SUOI AMICI LOBBISTI VENDONO ARMI A UN PAESE CHE FINANZIA I TERRORISTI?

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

LA LEGA CALCIO RICORDA AI VIGLIACCONI LA VERITA’: “NOSTRE SCELTE IN LINEA CON LA POLITICA ESTERA DELL’ITALIA”… APPUNTO, SIAMO I COMPAGNI DI MERENDE PERSINO DEGLI ASSASSINI DI ITALIANI COME AL SISI E POI FACCIAMO GLI IPOCRITI

La supercoppa delle polemiche ha un nuovo fronte: un settore dello stadio “King Abdullah Sports City Stadium” di Gedda in Arabia Saudita sede della finale fra Juventus e Milan sarà  riservato solo agli uomini e scoppia la polemica.
Sui social si rinfocola la voce di chi scopre che un appuntamento importante dello sport italiano si giochi in un Paese che schiaccia i diritti delle donne (nonostante un’apertura riformatrice voluta dal nuovo sovrano Mohammed Bin Salman) e che recentemente è stato implicato nell’atroce omicidio del giornalista Jamal Khashoggi . Il campione dell’ipocrisia è Matteo Salvini: “Che la Supercoppa italiana si giochi in un paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate da un uomo è una tristezza, una schifezza, io la partita non la guardo”.
Mantre l’ex ministro dello Sport Luca Lotti rilancia: “Più di due mesi fa avevo lanciato l’allarme sulla finale di Supercoppa italiana in Arabia Saudita. Oggi non posso che unirmi a quanti, in queste ore, stanno esprimendo la loro preoccupazione. Chi ama il calcio rifiuta tutte le barriere culturali”.
Una scelta delle autorità  locali che, pur ammettendo per la prima volta le donne ad assistere ad una competizione ufficiale dopo l’esordio assoluto nell’amichevole fra Brasile e Argentina del 16 ottobre scorso, hanno deciso di applicare la regola che vale per gli eventi sportivi nel Paese arabo.
Ovvero le donne possono andare solo nei settori famiglia, accompagnate da fratelli padri e figure maschili della famiglia mentre il resto dello stadio resta appannaggio dei tifosi di sesso maschile.
Laura Boldrini ha affidato a Twitter il suo dissenso. “Le donne alla Supercoppa Italiana vanno allo stadio solo se accompagnate dagli uomini – ha scritto l’ex presidente della Camera – Ma stiamo scherzando? I signori del calcio vendano pure i diritti delle partite ma non si permettano di barattare i diritti delle donne!”.
“Comprare a suon di milioni di euro la realizzazione di uno dei maggiori appuntamenti calcistici italiani – dicono da +Europa – e il silenzio sui diritti civili violati in Arabia Saudita non è ammissibile. Il comportamento di accondiscendenza della Lega calcio e dei due club interessati, Juventus e Milan è da stigmatizzare profondamente. Chiediamo che in zona Cesarini ci sia un sussulto dignità  e la richiesta ufficiale che non si ponga alcuna limitazione alla partecipazione delle spettatrici donne”.
Anche Giorgia Meloni insorge e su Facebook scrive: “Supercoppa italiana Juve-Milan in Arabia Saudita. Le donne possono andare solo accompagnate nel settore famiglie, da sole no, perchè l’Islam non lo ammette. Quindi una donna italiana che volesse comprarsi il biglietto per vedere la partita da sola o con un gruppo di amiche, non può farlo. Ma che schifo è? abbiamo venduto secoli di civiltà  europea e di battaglie per i diritti delle donne ai soldi dei sauditi? la Federcalcio blocchi subito questa vergogna assoluta e porti la Supercoppa in una nazione che non discrimina le nostre donne e i nostri valori”.
Alle polemiche replica la Lega Calcio con un lettera ai “tifosi” del presidente Gaetano Miccichè che rilancia la palla alla politica.
“Il caso Khashoggi – si legge nella lettera – avvenuto lo scorso ottobre, dunque mesi dopo la definizione dell’accordo, ha posto la scelta dell’Arabia Saudita sotto i riflettori e doverosamente la Lega Serie A si è interrogata su cosa fosse giusto fare. Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche, soprattutto nelle relazioni internazionali, diverse da quelle del Paese a cui appartiene”.
“L’Arabia Saudita – scrive Miccichè – è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia e nessuno di tali rapporti è stato interrotto. Il sistema calcio non può assurgere ad autorità  sui temi di politica internazionale, nè può fare scelte che non rispettino il sistema Paese. Al contrario, è un fondamentale supporto alla promozione del made in Italy e dei suoi valori.   Il calcio non fa politica, ma ha un ruolo sociale, in questo caso di veicolo di unione e comunanza tra popoli che non ha uguali in nessun altro settore. In poche ore di prevendita la Supercoppa a Jeddah ha registrato il sold out, un evento di una portata internazionale atteso con grande entusiasmo dai tifosi locali. Con il benestare di Fifa, Uefa e Confederazione asiatica stiamo andando a disputare una gara di calcio ufficiale in un Paese con proprie leggi sedimentate da anni, dove tradizioni locali impongono vincoli che non possono essere cambiati dal giorno alla notte”.
E poi aggiunge: “L’Arabia Saudita da molto tempo non concedeva visti turistici: il calcio ha sorpassato anche questi vincoli, e chi vorrà  potrà  venire dall’estero a vedere il match grazie a un permesso legato al biglietto della partita. Ogni cambiamento richiede tempo, pazienza e volontà  di confronto con mondi distanti. Fino allo scorso anno le donne non potevano assistere ad alcun evento sportivo, da pochi mesi hanno accesso ad ampi settori dello stadio, che hanno iniziato a frequentare con entusiasmo, e noi stiamo lavorando per far sì che nelle prossime edizioni che giocheremo in quel Paese possano accedere in tutti i posti dello stadio. E voglio precisare che le donne potranno entrare da sole alla partita senza nessun accompagnatore uomo, come scritto erroneamente da chi vuole strumentalizzare il tema: la nostra Supercoppa sarà  ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo”.

(da agenzie)

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CHE FINE HANNO FATTO I 600.000 RIMPATRI PROMESSI DAL BALLISTA SALVINI?

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

IN UN ANNO NE HA RIMPATRIATI MENO DI MINNITI ( 6.459 CONTRO 6.514), HA TAGLIATO I FONDI PROMESSI PER I RIMPATRI DA 42 A 3 MILIONI, NON HA CONCLUSO UNA MAZZA DI ACCORDO CON ALCUN PAESE DI ORIGINE

«Ci sono mezzo milione di irregolari in Italia. Con le dovute maniere vanno allontanati tutti. Altrimenti si alimenta la confusione» così parlava a gennaio 2018 il futuro ministro dell’Interno (ma all’epoca già  papà ) Matteo Salvini.
La cifra dei migranti da espellere è poi cresciuta fino a diventare 600 mila, da rimpatriare il prima possibile.
Nel contratto di governo Lega-M5S si fa riferimento alla presenza di 500 mila i migranti irregolari e si legge che «una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria».
A sei mesi dall’insediamento di Salvini al Viminale il ministro si vanta di essere riuscito a ridurre gli sbarchi. Una “riduzione” frutto di una politica disumana, quella della chiusura dei porti alle ONG, le stesse ONG che avevano firmato con il governo italiano il famoso codice di condotta voluto da Minniti e che quindi non si può certo accusare di essere dei pirati del mare (non che le altre lo fossero).
Ma il Segretario della Lega non torna molto volentieri sull’argomento dei rimpatri. Il motivo è molto semplice: quella promessa da campagna elettorale è irrealizzabile, e Salvini lo sapeva bene.
Ad agosto il numero due della Lega — nonchè sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri — Giancarlo Giorgetti aveva ammesso che quella di Salvini era stata una balla: «Matteo l’ha sparata grossa, ora è importante che non ne arrivino più». Durante una riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ad Insbruck il titolare del Viminale aveva dichiarato: «Negli ultimi anni sono arrivati dalla Nigeria 60mila migranti, nella stragrande maggioranza dei casi non-profughi e siamo riusciti ad espellerne 700. Quindi voi capite che l’Italia ha un pregresso di 500mila clandestini e se non riusciamo ad espellerne più di 10mila l’anno ci mettiamo cinquanta anni a recuperare il passato».
Alla data del 1 gennaio 2018 erano 533 mila i cittadini stranieri privi di un valido permesso di soggiorno, pari all’8,7% del totale degli stranieri residenti.
Quanti ne ha espulsi quest’anno il nostro Paese?
Il Ministero dell’Interno fa sapere che «i rimpatri forzati dal primo gennaio al 9 dicembre 2018 sono stati 6.459 rimpatri.
Ben al di sotto dei 10 mila all’anno necessari a raggiungere, nell’arco di una legislatura, la mirabolante cifra di 50 mila rimpatri, un decimo di quanto promesso da Salvini.
Facendo la media dei sei mesi di governo gialloverde si tratta di circa 600 “espulsioni” al mese.
Ma nel 2017 quanti rimpatri sono stati effettuati? Qualcosina di più di quanto fatto da Salvini: 6.514 rimpatri di cittadini stranieri presenti irregolarmente nel nostro Paese
Salvini aveva promesso che avrebbe stanziato 42 milioni di euro per i rimpatri, nel decreto Sicurezza però ne sono stati stanziati appena 3 milioni.
Un altro aspetto negativo del Decreto Salvini è che togliendo la protezione umanitaria farà  aumentare il numero degli irregolari presenti in Italia.
Un vero colpo di genio.
Senza accordi bilaterali — la Tunisia qualche giorno fa si è opposta “categoricamente” ai rimpatri “unilaterali” — e senza soldi la promessa di superare i diecimila rimpatri all’anno rimarrà  un miraggio.
Anche perchè i rimpatri costano e il massimo di migranti espulsi con lo stesso volo è stato di 43 persone, con questi numeri è evidente che espellere 500mila persone in cinque anni è come svuotare il mare con un secchiello.

(da “NextQuotidiano”)

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QUANDO SALVINI INCITAVA I SINDACI LEGHISTI ALLA DISOBBEDIENZA CONTRO I MATRIMONI GAY

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

DICEVA CHE “LA DISOBBEDIENZA A LEGGI SBAGLIATE E’ UNA VIRTU'”, ORA VUOLE DENUNCIARE I SINDACI CHE SI OPPONGONO AL “DECRETO INSICUREZZA”

“Chiederò a tutti i sindaci e amministratori locali di disobbedire a quella che è una legge sbagliata”, quella sulle unioni civili, perchè “la disobbedienza alle leggi sbagliate, e per alcuni aspetti discriminatorie, è una virtù”.
La rivolta dei sindaci contro il decreto sicurezza “è un fatto gravissimo, del quale risponderanno personalmente, penalmente e civilmente, perchè è una legge dello Stato che mette ordine e regole”.
Potrebbero sembrare uno scambio di vedute tra un questore e un anarchico.
Ma a parlare, invece, è sempre la stessa persona. Prima all’Ansa e a radio Padania da semplice segretario della Lega, poi ai microfoni del Gr1, da ministro dell’Interno. Stiamo parlando ovviamente di Matteo Salvini. Che, a quanto pare, ha cambiato idea un’altra volta.
Era maggio 2016 quando il leader del Carroccio arringava i suoi alla disobbedienza civile, nei confronti della legge Cirinnà  sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, da lui definita “anticamera alle adozioni gay”.
E per la quale Salvini arrivò addirittura a minacciare di espulsione la sindaca leghista di Oderzo (Treviso), Maria Scardellato, che ignorò la ‘velina’ del suo leader per sposare Pasquale e Andrea, compagni da 11 anni.
A un anno e mezzo di distanza, l’attuale vicepremier e ministro dell’Interno si trova ora all’altra parte della barricata.
E di fronte al ‘Signor-no” gridatogli in faccia dai vari Leoluca Orlando, Dario Nardella, Luigi De Magistris, Federico Pizzarotti eccetera contro il ‘suo’ dl sicurezza, dimostra come, almeno su questo tema, la coerenza non sia proprio il suo forte.
Un cambio di linea notato anche dai suoi stessi avversari, in primis dal presidente dell’Anci Decaro: “Riguardo alle minacce che il ministro dell’Interno rivolge ad alcuni sindaci, non vorrei essere costretto a fargli notare che poco tempo fa, prima di diventare ministro, egli stesso invitava platealmente i sindaci a disobbedire a una legge dello Stato, quella sulle unioni civili”.

(da agenzie)

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PRONTI A RESTITUIRE LA FASCIA TRICOLORE: IN SICILIA FRONTE PD-FORZA ITALIA-M5S CONTRO IL DECRETO SICUREZZA

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

SINDACI SULLE BARRICATE, LA PACCHIA E’ FINITA, MA PER SALVINI

“Tutti i regimi hanno iniziato dalle leggi razziali” attacca il sindaco di Palermo. “Stiamo valutando la strada per arrivare alla Consulta”, interviene il sindaco di Firenze. “Il linguaggio di Salvini è indegno di un ministro dell’Interno” dichiara il sindaco di Napoli.
Continua il braccio di ferro tra Matteo Salvini e alcuni sindaci (compreso quello di Fiumicino) dopo la ‘disobbedienza’ al dl Sicurezza annunciata da Leoluca Orlando.
Nella polemica interviene anche il presidente Anci: “Le nuove norme mettono noi sindaci in una oggettiva difficoltà “, osserva, pragmatico, Antonio Decaro, sindaco dem di Bari che, poi, butta acqua sul fuoco delle polemiche: “Le divisioni non servono”, dice.
“Se il ministro ritiene che il mestiere di sindaco sia una pacchia – avverte il presidente Anci, Decaro – siamo pronti a restituirgli, insieme alla fascia tricolore, tutti i problemi che quotidianamente siamo chiamati ad affrontare”.
Orlando: “Ricorso dal giudice civile”
Orlando non demorde e andrà  davanti al giudice civile. “Ho dato incarico al capo ufficio legale del Comune – ha affermato – di adire davanti al giudice civile per sottoporre la questione del decreto Salvini”, dice il sindaco di Palermo, dopo essersi preso la scena nazionale sospendendo una parte della normativa sulla sicurezza.
“Io vado davanti al giudice civile – spiega Orlando – perchè siccome non posso andare direttamente alla Corte costituzionale, mi rivolgo direttamente al giudice civile. Un sindaco cosa fa? Solleva la questione in un processo e, quindi, io andrò davanti al giudice dei diritti della sezione civile e chiederò un’azione sulla conformità  della norma”.
Ma in Sicilia sta già  nascendo un fronte trasversale Fi-M5S-Pd anti salviniano che si sta schierando a fianco di Orlando.
L’iniziativa di Leoluca Orlando, che ha deciso di sospendere gli effetti del decreto sicurezza nel capoluogo siciliano, ha dato corpo a un originale rassemblement. “Provvedimento inumano e criminogeno”: così il sindaco palermitano ha definito le misure care al ministro dell’Interno, aprendo una breccia ad altri primi cittadini di area di centrosinistra nel Paese. Ma trovando l’appoggio pure di Gianfranco Miccichè, presidente dell’Assemblea regionale siciliana e commissario di Forza Italia in Sicilia.
Miccichè, che quest’estate andò a portare solidarietà  ai migranti della Diciotti e diede dello “stronzo” a Salvini, ieri ha annunciato una seduta dell’Ars dedicata al tema immigrazione.
E a chi ha fatto notare che una carica istituzionale non può invitare alla disobbedienza civile, il proconsole di Berlusconi in Sicilia ha risposto così: “Le leggi vanno applicate? Purtroppo furono applicate anche le leggi razziali. State sicuri che, se sulla Diciotti ci fossero stati centinaia di svedesi e non neri, Salvini non avrebbe chiuso il porto di Catania…”.
Il neo-segretario del Pd siciliano, il renzianissimo Davide Faraone, ha subito indicato in Orlando “un modello sa seguire”. E questo non è sorprendente, visto che Orlando, prima delle Politiche, annunciò l’adesione ai dem.
Meno scontato il sostegno giunto al sindaco di Palermo dal grillino Ugo Forello, che nel 2017 fu candidato alla guida del Comune di Palermo, per M5S, proprio contro Orlando: “Tante cose mi dividono da Leoluca ma in questo caso, fossi stato sindaco, mi sarei comportato assolutamente come lui. Il decreto sicurezza ha diversi profili incostituzionali e, nello specifico, la norma che impedisce l’iscrizione all’anagrafe ai migranti con il permesso di soggiorno in scadenza – sostiene Forello – crea un’inqualificabile divisione fra cittadini di serie A e di serie B”.
Anche un altro sindaco, quello di Pomezia (Roma) sostiene che “i diritti basilari vadano dati”. “Come sindaco di un Comune – dichiara Adriano Zuccalà  al Corriere della Sera – mi vedo assegnato il compito di tutelare le persone in difficoltà , e questo voglio fare”.
“Stiamo valutando insieme ai nostri avvocati e con alcuni costituzionalisti – spiega Dario Nardella, sindaco di Firenze – anche una strada perchè si possa arrivare alla corte costituzionale, ben sapendo che i comuni non hanno la facoltà  di fare un ricorso diretto, ma possono appellarsi al giudice ordinario o al giudice amministrativo affinchè venga posta la questione in via incidentale”.
Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, il linguaggio di Matteo Salvini “è violento e indegno di un ministro dell’Interno”. “Io sono indignato da italiano di essere rappresentato da salvini che in questo momento rappresenta un intero governo. Ma anche di maio, toninelli e tutti gli altri sono nella stessa barca dell’indegnità “.
“Condivido in pieno la posizione del sindaco di Palermo Leoluca Orlando che si è schierato dalla parte dei diritti umani riconosciuti dalla Costituzione e contro le politiche che incentivano l’odio sociale e il razzismo”, dichiara il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino.
“Ho chiesto al Segretario Generale del Comune di Fiumicino – prosegue il sindaco – di convocare urgentemente una task force di giuristi per capire quale strada si possa percorrere per affiancare Palermo nella battaglia per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone”.
“Riguardo alle minacce che il ministro dell’Interno rivolge ad alcuni sindaci, non vorrei essere costretto a fargli notare che poco tempo fa, prima di diventare ministro, egli stesso invitava platealmente i sindaci a disobbedire a una legge dello Stato, quella sulle unioni civili”. Lo dichiara il presidente dell’Anci, Antonio Decaro.

(da agenzie)

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COSA SUCCEDE SE I SINDACI BOCCIANO IL DECRETO SICUREZZA

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

UN CONFLITTO TRA SINDACI E PREFETTI PORTEREBBE IL DECRETO SICUREZZA DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE… E A QUEL PUNTO CHI RISCHIA LA CAPORETTO E’ SALVINI

L’apripista è stato Leoluca Orlando: il sindaco di Palermo ieri ha sospeso gli effetti del Decreto Sicurezza firmato da Matteo Salvini con una nota al capo dell’Ufficio Anagrafe della sua città  che punta il dito sull’articolo 13 delle legge 132 che stabilisce che il permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo costituisce sì un documento di riconoscimento, ma non basterà  più per iscriversi all’anagrafe e quindi avere la residenza.
In sostanza, secondo il decreto, i comuni non potranno più rilasciare a chi ha un permesso di soggiorno la carta d’identità  e i servizi, come l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale (quindi l’Asl) o ai centri per l’impiego, che verranno assicurati solo nel luogo di domicilio, visto che non c’è più la residenza, come un Centro di accoglienza straordinaria o un Centro permanente per il rimpatrio.
Sospesa l’applicazione, gli aventi diritto potranno ancora chiedere in questi giorni la residenza a Palermo in attesa delle chiarificazioni che il primo cittadino attende dall’ufficio legislativo del suo Comune.
Con Orlando si sono schierati il sindaco di Napoli de Magistris (che ha rivendicato una primogenitura del boicottaggio delle nuove norme firmate Salvini), e i primi cittadini di Firenze, Dario Nardella, e di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà .
«Non possiamo permetterci di assistere a questo scempio umanitario: espellere persone dai centri di accoglienza lasciandoli in mezzo alla strada», l’affondo di Nardella. Non solo: in un impeto di unità  il segretario regionale del Partito Democratico Davide Faraone ha inviato a tutti gli amministratori dem dell’isola la nota trasmessa da Orlando all’Anagrafe di Palermo, invitandoli ad applicarla anche nei loro comuni.
Orlando si è mosso sulla scia di uno dei due filoni critici nei confronti del Decreto Sicurezza per gli aspetti di sospetta incostituzionalità  presenti nel testo.
I profili di incostituzionalità  sono quelli relativi agli articoli della legge ritenuti in contrasto con il principio costituzionale secondo cui lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali spettanti alla persona, tra cui quello alla residenza perchè limita alcuni diritti come quello alla salute, per l’impossibilità  di beneficiare dell’assistenza sanitaria tranne le urgenze, o quello al movimento o al lavoro in assenza di un documento di identità  riconosciuto valido.
Non c’è solo questo: l’abolizione della protezione umanitaria ha “creato” irregolari che adesso si trovano giocoforza al di fuori di ogni percorso di integrazione, con tutte le possibili conseguenze del caso.
Il giurista Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un’intervista rilasciata oggi a Repubblica spiega che la decisione di Orlando può essere la via più breve per portare le norme davanti alla Consulta puntando su una bocciatura,
Scrive Repubblica che dal Viminale fanno sapere che i prefetti di Palermo e Napoli sono tenuti a denunciare i sindaci, e gli ufficiali dell’anagrafe, nel caso in cui trasgrediscano la norma. Il reato che potrebbe essere contestato è l’abuso in atti di ufficio, aggravato dal fatto che i sindaci, in materia di stato civile, sono anche ufficiali di governo.
I prefetti, inoltre, come poteva accadere con i registri delle unioni civili prima dell’intervento legislativo del 2016, hanno la facoltà  di annullare l’atto dell’ufficio comunale.
Alla prefettura di Palermo non è ancora arrivata la circolare di Orlando, nè da quella di Napoli pare intendano muoversi sulla base solo delle dichiarazioni pubbliche di de Magistris.
E però uno scenario probabile, se la disobbedienza dei sindaci dovesse concretizzarsi, è l’apertura di un contenzioso tra i comuni e lo Stato: a quel punto un giudice, penale o amministrativo, può sollevare la questione di legittimità  costituzionale del decreto, messa già  in dubbio per iscritto dalla direttiva Orlando.
E portare il decreto Salvini davanti alla Corte Costituzionale.
E a quel punto chi rischia grosso è Salvini.

(da agenzie)

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PENSIONI DI CITTADINANZA RINVIATE DI UN ANNO: DI MAIO E SALVINI VI HANNO PRESO PER I FONDELLI

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

NELLA BOZZA DI LEGGE SI PREVEDE L’ENTRATA IN VIGORE DELLA NORMA SOLO IL 1 GENNAIO 2020 (QUANDO IL GOVERNO SARA’ GIA’ IMPLOSO)

La Verità  di Maurizio Belpietro oggi racconta che la pensione di cittadinanza, che secondo la viceministra senza deleghe all’Economia Laura Castelli avrebbe dovuto entrare in vigore il primo gennaio 2019, avrà  via libera soltanto nel 2020, secondo un’ipotesi che era circolata già  a metà  dicembre ma che adesso, si racconta nell’articolo a firma di Claudio Antonelli, è diventata realtà .
Dalla bozza di legge che La Verità  ha visionato emergono però diversi dettagli e due punti fermi. Il primo è il budget di spesa per il reddito di cittadinanza: da aprile a fine dicembre 2019 sono a bilancio 6,1 miliardi di euro.
L’altra certezza è che, nonostante le promesse di Di Maio, nell’anno appena iniziato nessuno riceverà  la pensione di cittadinanza.
Per tale ammortizzatore si scivola al primo gennaio 2020, anno per il quale sono previsti come voce di spesa complessiva 7,7 miliardi di euro per poi attestarsi, dopo il 2021, intorno agli otto miliardi di euro.
La voce, va notato, è inscindibile perchè — qui sta il giochetto elettorale — a partire dal 2020 il reddito di cittadinanza e le pensioni di cittadinanza viaggeranno sempre come un unicum. Un solo budget e un solo calcolo.

(da “NextQuotidiano”)

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OPS! IL GOVERNO HA “DIMENTICATO” LA RIMOZIONE DELLE MACERIE DEL TERREMOTO

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

SE NON SI SPOSTANO LE MACERIE NON SI POTRA’ RICOSTRUIRE

In   un passaggio del discorso di fine d’anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto esprimere la sua vicinanza «a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono — malgrado il tempo trascorso — le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale».
Il Capo dello Stato ha voluto ricordare e ribadire che «la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà ».
Evidentemente però il Governo guidato dall’Avvocato del Popolo Giuseppe Conte se l’è dimenticato.
Il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli ha denunciato come il governo «abbia deciso di non proseguire con la misura   che ci consente di gestire in maniera efficace le macerie del sisma» del 2016.
Nella legge di Bilancio licenziata a fine anno dal Parlamento non è infatti contenuta la proroga del contenuto normativo dell’articolo 28 del Decreto Legge 189/2016 convertito in legge 172/2017 recante disposizioni in materia di trattamento e trasporto del materiale derivante dal crollo parziale o totale degli edifici.
Una dimostrazione, secondo Ceriscioli, «di come l’attuale esecutivo continui a sottovalutare le conseguenze del terremoto che ci ha messo in ginocchio due anni fa».
In mancanza della proroga secondo il Presidente della Regione Marche non c’è più una legge di riferimento e i depositi di macerie rischiano di essere configurati come illegittimi.
Il colmo se si pensa che al governo ci sono quelli che hanno fatto ben due sanatorie per le case abusive (una per Ischia e una proprio per quelle danneggiate durante il sisma del 2016) e che nel Decreto Genova hanno aumentato il limite per quanto riguarda la possibilità  di utilizzare fanghi alla diossina per concimare.
Cosa succederà  quindi ora?
Secondo Ceriscioli non sarà  più possibile lavorare in maniera organica le macerie. Secondo Michele Franchi, vice sindaco di Arquata del Tronto (uno dei comuni maggiormente colpiti dal sisma) la mancata proroga blocca di fatto la possibilità  di esportare le macerie. Intervenendo a “Un giorno da ascoltare” su Radio Cusano Campus Franchi ha espresso la sua preoccupazione per l’atteggiamento dell’esecutivo: «questo governo del cambiamento non sembra voler cambiare realmente le cose, Matteo Salvini e Luigi di Maio sono venuti molte volte a farci visita ma la nostra paura è quella di restare abbandonati come lo siamo tutt’oggi, alla faccia del “non vi lasceremo soli”».
Il vicesindaco di Arquata del Tronto ha definito la dimenticanza del governo un brutto segnale perchè senza la possibilità  di rimuovere le macerie in molti casi è impossibile procedere alla ricostruzione: «ieri mattina abbiamo saputo che l’esportazione delle macerie dal territorio sarà  bloccata perchè si sono dimenticati di inserire nella Manovra l’articolo 28 che è quello che riguarda la rimozione delle macerie appunto e non è stato previsto alcun finanziamento per muoversi in questo senso».

(da “NextQuotidiano“)

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IL CONSIGLIO DI FELTRI A SALVINI: “SI METTA A DIETA, SEMBRA CHE PASSI IL SUO TEMPO SOLO A MANGIARE”

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

“SE PROPRIO NON CI RIESCE, DEGUSTI IL SUO PRANZO CON DISCREZIONE, NON NE POSSIAMO PIU’ DEI SUOI POST”

Vittorio Feltri ha aperto il suo editoriale di oggi su Libero con un consiglio spassionato per il vicepremier Matteo Salvini: è ora di mettersi a dieta. E, di conseguenza, smetterla di pubblicare le foto di quello che mangia.
“Caro Matteo Salvini, sa che ho una moderata simpatia per lei, quindi non si offenderà  se oso darle un consiglio non richiesto: si metta a dieta. E se proprio non riesce a placare il suo poderoso appetito, cerchi almeno di non pubblicizzarlo attraverso i cosìddetti social che ogni dì la mostrano mentre addenta con cupidigia cibi di vario tipo e genere”.
Il direttore di Libero, col suo caustico stile di scrittura, ha voluto sottolineare come il Ministro dell’Interno abbia superato il limite.
Per quanto il suo modo di fare è comprensibile, politicamente parlando – far sentire alle persone di essere uno di loro -, non si può continuare così: la sensazione è quella di un ministro impegnato solo a mangiare.
“Constatare che anche lei, come tutti gli umani, sente i morsi della fame e di conseguenza si nutre con la voracità  di un lupo, può suscitare comprensione […] Ma c’è un limite da non oltrepassare per non dare la sensazione ai cittadini che il vicepremier, durante il giorno, sia impegnato solo ad ingerire cibo”.
Inoltre, secondo Feltri, questo è un modo di alimentare la mentalità  e la narrativa del “magna-magna”. Oltre ad essere un po’ maleducato, esattamente come chi parla mentre sta masticando al ristorante
“Buon pranzo Salvini, ma lo degusti con discrezione, possibilmente lontano dai nostri occhi presbiti”.

(da “NextQuotidiano”)

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