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GRANDI OPERE, M5S SI SPACCA, RIVOLTA IN CALABRIA: “QUESTO E’ UN TRADIMENTO”

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

“QUANDO ERAVATE ALL’OPPOSIZIONE DICEVATE CHE ERA TUTTO UNO SPRECO, CHE CON I SOLDI DEI CITTADINI SI ARRICCHIVANO SOLO ASTALDI E IMPREGILO. ORA VI GIRATE DALL’ALTRA PARTE”

«Sai cosa dicevano i 5 Stelle quando erano all’opposizione? Che era tutto uno spreco, un abuso, che con i soldi dei cittadini si arricchivano solo Astaldi e Impregilo. Ora che sono al governo, si girano dall’altra parte».
A parlare è Tullio De Paola, uno dei portavoce dell’associazione Raspa che da anni contesta il progetto di ampliamento della statale 106 jonica, nell’Alto Jonio calabrese. Non se fare o meno l’opera, ma in che modo farla.
§La 106 è tristemente nota come «la strada della morte» per uno dei più alti tassi di mortalità  per chilometro in Italia. Un’opera significativa, prevista del Piano per le infrastrutture, anticipato da La Stampa, che il ministro grillino Danilo Toninelli presenterà  a giorni su input di Di Maio per dare corpo alla svolta sulle grandi opere. Una di quelle, come il terzo valico genovese, un tempo osteggiate e ora accettate in nome del Pil .
«Lo Stato non deve più temere gli investimenti in grandi opere per paura della corruzione – è stata la conferma di Di Maio – Ne abbiamo tante, il nostro fondo infrastrutture può andare anche verso quelle che aumentano lo sviluppo industriale. Su questo non sono ideologicamente contrario e non deve esserlo neanche il M5S». Intanto Alessandro Di Battista è stato mandato in tv contro la Tav e ieri ha rincarato la dose, proponendo di destinare i soldi al completamento della Asti-Cuneo.
La strategia è definita: mentre si fa spasmodica l’attesa dell’analisi degli esperti che boccerà  la Torino -Lione, Di Maio cerca di dare al M5S una nuova veste, per far dimenticare le battaglie dei No sposate ovunque in Italia e contemperare le promesse di crescita del governo ai principi ambientalisti delle lotte grilline contro le infrastrutture quando erano opposizione.
Il focolaio calabrese
Il primo focolaio di rivolta dopo l’annuncio del piano Toninelli è in Calabria dove il Movimento è spaesato, spaccato, in contraddizione con se stesso.
La contesa è sul Megalotto 3, un progetto di 1,3 miliardi investiti su 38 chilometri tra Sibari e il comune di Roseto Capo Spulico.
Sono passati 15 anni dalla sua ideazione, ai tempi del governo Berlusconi, tra mille rinvii e ritardi autorizzativi da parte del Cipe, il comitato per la programmazione economica degli investimenti che fa capo a Palazzo Chigi.
I cantieri sarebbero in procinto di partire. Il 22 dicembre Toninelli, in visita a Crotone, ha assicurato che l’opera si farà .
Eppure lo scorso luglio, il senatore Nicola Morra, oggi a capo della commissione Antimafia, chiedeva di valutarne utilità  e costi, anche alla luce dell’omicidio di un boss, il cui movente sarebbe da ricercare – secondo il grillino – proprio nel giro d’affari dell’opera.
Lo ricorda Giuseppe Delia, anche lui di Raspa, l’associazione che ha ospitato un intervento di Morra sulla 106: «I 5 Stelle vampirizzano le istanze locali. Prima fanno campagna elettorale promettendo di bloccare un’opera, come Tap e Ilva, poi al governo dicono che è difficile fermarla. Se avessero studiato le carte non avrebbero illuso la gente».
Ambiente o lavoro?
I tempi cambiano in fretta. E i 5 Stelle hanno bisogno dei cantieri. La comunità  locale è divisa.
C’è chi è pronto a chiudere un occhio sull’impatto ambientale perchè pensa che la strada porterà  lavoro e sviluppo. Chi invece si batte per preservare territorio e paesaggio proponendo un’alternativa al progetto.
Spiega De Paola, di Raspa: «Il piano del ministero prevede di costruire una strada più a monte parallela a quella esistente che a sua volta è parallela a un’altra sul mare. Una triplicazione indifferente al consumo del suolo, allo sfregio paesaggistico e delle colture».
Un professore di Ingegneria di Reggio Calabria, Domenico Gattuso, ha proposto invece l’accostamento alla struttura già  presente, una soluzione meno impattante e che comporterebbe, secondo i suoi calcoli, un risparmio di 500 milioni.
Sarebbe da rifare l’appalto, con Astaldi a un passo dal fallimento che invece vuole iniziare i lavori, ma verrebbero preservate «le tipiche terrazze calabresi di alto valore biologico e agricolo» per le quali si batte Rinaldo Chidichimo, uno dei nomi più noti della zona, per anni direttore generale di Confagricoltura.
Anche lui è rimasto stupito della retromarcia dei 5 Stelle. Oggi guida un comitato che ha inviato un dossier al ministro e una lettera a Marco Ponti, consulente No Tav di Toninelli, nella speranza di sensibilizzarlo attraverso le stesse argomentazioni usate da lui contro la Torino-Lione.
Non c’è stata alcuna risposta. Anzi, quando è sceso in Calabria, Toninelli non ha ricevuto nessuna associazione o comitato. Tranne una. Quella che è intitolata “Basta vittime della 106” che invece vuole l’opera secondo il progetto esistente e fa presa su una fetta della base del M5S che promette lavoro e sicurezza contro gli altri attivisti che chiedono di non speculate sui morti. Perchè tutti sono d’accordo che vada realizzata. Il problema è come.

(da “La Stampa”)

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AULLA: RINVIATI A GIUDIZIO 27 CARABINIERI DOPO ANNI DI SOPRUSI, CORRUZIONE, VIOLENZE SESSUALI, OMERTA’, FALSO, ODIO RAZZIALE, VENDETTE PERSONALI

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

UNA DELLE PAGINE PIU’ VERGOGNOSE NELLA STORIA DELL’ARMA

Ieri il giudice dell’udienza preliminare di Massa ha rinviato a giudizio quasi tutti gli indagati nell’inchiesta sulle violenze nelle caserme dei carabinieri di Aulla e della Lunigiana.
Si è aperto dinnanzi al Gup di Massa Fabrizio Garofalo, uno dei processi più attesi che ha decimato l’intera caserma di Aulla.
L’esito dell’inchiesta, condotta dal procuratore capo Aldo Giubilaro con i sostituti Alessia Iacopini e Marco Mansi, ha prodotto 31 rinvii a giudizio per 188 capi di imputazione che vanno dalla violenza privata, alla violenza sessuale, alla corruzione, ai maltrattamenti in famiglia, al sequestro, fino al falso ideologico e materiale.
73 dei quali a carico del brigadiere Alessandro Fiorentino.
Con lui sul banco degli imputati Benedetti Amos, Tellini Andrea, Contigliani Riccardo, Mascia Mario, Stasio Luigi, Farina Giovanni, Tursi Flavio, Nobile Iain Charles Edward, Granata Luca, Sais Matteo, Crielesi Emiliano, Lomonaco Omar, Varone Gianluca, Baccheri Daniele, Del Polito Simone, Leoni Salvatore, Dadà  Massimiliano, Cocco Giovanni, Rosignoli Francesco, Ernesto Giuseppe, Sedef Amal, Caporale Massimiliano, Agoube Abdellah, Del Vecchio Massimo, Bucci Paolo, D’Amato Francesco, De Pastena Mauro, Gradellini Diego, Di Fazio Domenico.
Misure cautelari, giustificate “dall’assuefazione alla falsificazione degli atti”, sono state adottate nei confronti di 9 militari.
In un solo caso, per la gravità  delle condotte poste in essere, la sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio di carabiniere.
Comportamenti gravissimi quelli che emergono dalle indagini e che, secondo la procura, si sono trasformati in modus operandi, in prassi lavorativa, nella normalità . “Al 60 — 70% tutto quello che facciamo è abusivo”
Consapevoli della illiceità  del proprio operato, avrebbero istruito le nuove leve al silenzio. L’omertà  avrebbe rappresentato la suprema legge, “la regola fondamentale per fare il carabiniere”. “Quello che succede all’interno della macchina….rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere. Niente. È cosa nostra. Proprio come la mafia”,   dicevano stando alle intercettazioni.
Alla base delle condotte, secondo gli inquirenti, un profondo odio razziale nei confronti degli extracomunitari ma anche vendette personali, che avrebbero poi visto i militari autoassolversi, giustificando   minacce e azioni punitive di ogni genere.
Il mezzo era la falsificazione dei verbali. L’appuntamento era in strada o tra le mura silenziose della caserma. Non devono aver deposto a loro favore certe foto scovate nei cellulari dai consulenti della procura e raffiguranti Hitler.
Il processo ha aperto i battenti con l’udienza preliminare cui è seguita la costituzione delle parti. Alle 17 il Gup ha dato lettura dell’ordinanza con la quale ha respinto tutte le eccezioni sollevate dai legali degli imputati.
Stralciate le posizioni del tenente colonnello Valerio Liberatori e di Saverio Cappelluti ex comandante della stazione di Pontremoli, sembrerebbe per la particolare tenuità  del fatto. I graduati erano stati coinvolti nelle indagini perchè a conoscenza secondo gli inquirenti, dei comportamenti “esuberanti” del Fiorentino.
Pare non gradissero neppure quegli “scomodi” commenti postati su Facebook. I superiori lo descrivono ai magistrati come uno   “da tenere a freno” senza tuttavia aver mai adottato nei suoi confronti alcuna misura disciplinare.
Soltanto nel 2016, quando ormai le indagini della procura sono al culmine, gli verrà  impedito di comandare la pattuglia. Anche nei confronti del Benedetti non sono teneri, definendolo uno “dalla manina lunga”, per certi fatti di cui sarebbe stato protagonista a Fivizzano e a Lucca e che gli sono costati provvedimenti disciplinari. A creare ulteriore imbarazzo, anche chi ammette di aver allungato le mani in famiglia.
Ci vorrà  ancora tempo prima di mettere la parola fine ad una vicenda che ha destato e desta forte preoccupazione. Oggi si è compiuto il primo passo verso l’accertamento della verità .
Fatti gravissimi che se confermati, esigerebbero dallo Stato una risposta chiara e severa, perchè la legge non ha corsie preferenziali.
Perchè il fine non sempre giustifica i mezzi,   così come il senso di impotenza per la perdita di controllo di un territorio o per le impunità  spesso “garantite” a chi si macchia di certi delitti.
Il risentimento con il quale parte della popolazione e della politica hanno affrontato la vicenda, spesso contribuendo a minare già  delicati equilibri, è la dimostrazione dell’incapacità  di mettere in discussione grovigli di vita professionale e personale ma anche il prodotto di quel retaggio culturale restio a punire una divisa, che ha contribuito a tracciare una zona franca.
Un cono d’ombra che pare conoscessero anche i militari coinvolti, quando intercettati si dicono certi che tutto si risolverà  in una bolla di sapone.
Il Pubblico ministero dell’inchiesta sulla Diaz, Enrico Zucca ha affermato che “la tensione verso il risultato, può diventare ossessione quando è forte la spinta della politica e dei governi a rivendicare interventi e reazioni visibili rispetto ai fatti che creano allarme sociale. Tale tensione porta a concepire le regole di procedura come ostacolo all’efficienza e al potere di controllo”.
Dopo questi fatti vorremmo   tornare a pensare alle caserme quali luoghi protetti e sicuri. Luoghi nei quali si possa privare della libertà  e non anche della dignità .

(da “Eco della Lunigiana”)

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LINO BANFI ALL’UNESCO: UN PATRIMONIO DELL’UMANITA’ DA BERLUSCONI ALLA RAGGI

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

UN GOVERNO DI COMICI, CON UN GURU COMICO DI MESTIERE, NON POTEVA CHE AFFIDARSI A UN COMICO CHE SOSTENEVA CHE LA STORIA DELLE ESCORT DI BERLUSCONI ERA TUTTA UNA MONTATURA

“Ne approfittiamo per dare una notizia all’Italia che a me riempie di orgoglio: abbiamo individuato Lino Banfi perchè rappresenti l’Italia nella commissione italiana per l’Unesco. Abbiamo fatto Lino Banfi patrimonio dell’Unesco”: Luigi Di Maio si è riservato l’annuncio a sorpresa nella festa per il reddito di cittadinanza con il colpo di scena dell’attore pugliese alla manifestazione del suo partito.
Oltre all’incarico che “mi è stato conferito volevo essere qui perchè Conte è corregionale mio, è romanista come me, ed è presidente del Consiglio. Quando mi hanno chiamato ho detto ‘che c’entro io con la Cultura?’. In questi casi rappresentanti all’Unesco si sono fatte con persone che si sono laureate, che conoscevano la geografia, le lingue. Io voglio portare il sorriso ovunque, anche nei posti seri”, ha detto Banfi con una presa di coscienza che sembra essere estranea ai suoi sponsor.
La Commissione Nazionale per l’UNESCO oggi infatti vede in carica Franco Bernabè come presidente ha tra i suoi membri professori e dottori, ma anche registi come Pupi Avati come membri scelto dal ministero dello Sviluppo: è probabile che Banfi prenda il posto di uno di quei nominati.
E proprio del ministro ha parlato Banfi durante l’intervento: ” Questo ragazzo mi disse che sapeva tutti i miei film e mi disse interrogami … e poi si presento’ al mio ristorante per il mio compleanno con un mazzetto di fiori. Luigi ha 32 anni ma quando parla con Salvini e Conte ne ha 55.. non so come fa”.
Poi, prosegue: “Non ti chiedo niente per chi voti, mi disse, ma io ti adoro perchè hai fatto ridere 3 generazioni.. Ora abbiamo fatto 5 minuti faceti.. adesso parlate di cose serie”.
Peccato che Di Maio non gliel’abbia chiesto perchè Banfi non avrebbe avuto tanti problemi a rispondere.
Banfi è stato infatti un ammiratore indefesso di Silvio Berlusconi.
Nel gennaio 2011 disse che la storia delle escort faceva parte di una campagna di diffamazione nei confronti del Cavaliere e nel 2013 a Un Giorno da Pecora fece sapere che l’avrebbe votato sempre, “anche se un giorno ammazza 122 persone”.
Poi nel 2017 in un’intervista rilasciata a Radio Capital disse che il Cavaliere avrebbe dovuto passare la mano: “Lui è abbastanza intelligente da capire che non può più stare al vertice: la può guidare con la sua esperienza ma c’è bisogno di ricambio, di giovani. E penso che questa cosa l’abbia capita pure lui”.
All’epoca raccontò anche un aneddoto che rispecchia profondamente la cura, la pulizia e la pulizia con cui l’Amministrazione Raggi governa Roma: “I 5 stelle? Inizialmente mi facevano piacere per il fatto che c’è il 5, e io sono il maestro del 5-5-5. Quando feci 80 anni venne la Raggi, era appena stata eletta: mi meravigliai, fu molto carina con me, mi disse che era un tributo dovuto, mi promise che mi avrebbe dato la chiave della città  come ad Alberto Sordi ma non me l’hanno più data… ora si sono persi, si sono tutti incazzèti”.
Sempre nel 2017, in un discorso al Parlamento, fece sapere che Craxi lo avrebbe voluto candidare come senatore.

(da “NextQuotidiano”)

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CASTELNUOVO AL PORTO: COSI’ IL DECRETO SALVINI HA APPENA CREATO 107 DISOCCUPATI

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

CON LA CHIUSURA DEI CENTRI DI ACCOGLIENZA, 18.000 OPERATORI PERDONO IL LAVORO E MIGLIAIA DI RICHIEDENTI ASILO FINIRANNO PER STRADA, GRAZIE AL “BUON PADRE DI FAMIGLIA”

Il Decreto Sicurezza noto come Decreto Salvini è l’orgoglio del nostro ministro dell’Interno da sempre in prima linea per combattere contro i “clandestini” e coloro che lucrano sul business dell’immigrazione.
Dopo anni di propaganda leghista su immigrati ospitati in hotel a 5 stelle con tutti i comfort in molti credono che le cose stiano davvero così.
E soprattutto pensano che a gestire il “business” siano personaggi senza scrupoli (per carità , è successo) magari emissari di chissà  quali Poteri Forti.
Ma la realtà  è ben diversa e nella maggior parte dei casi i vari centri di accoglienza danno lavoro a cittadini italiani.
Lavoratori che spesso i sovranisti considerano di serie B quando non addirittura pericolosi buonisti e traditori della Patria.
Succede che il Decreto Sicurezza abbia sospeso la concessione della protezione umanitaria. Una decisione che lascia molti migranti privi di un permesso di soggiorno e costringe i CARA a metterli letteralmente su una strada.
Ad esempio al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma, che ospita cinquecento rifugiati circa 300 ospiti verranno “smistati” nei CAS (centri di accoglienza straordinaria) in altre regioni italiane.
Il Viminale ha infatti deciso di smantellare il CARA di Castelnuovo di Porto e oggi sono iniziate le procedure di sgombero della struttura gestita dal 2014 dall Cooperativa Auxilium.
Secondo il Comune in un colpo solo «saranno spazzati via non solo anni di impegno e buon lavoro per un’accoglienza fatta di progetti educativi, inserimento scolastico, corsi ricreativi, iscrizioni alle associazioni sportive del territorio, collaborazioni volontarie e lavori socialmente utili, portata avanti dal   Comune insieme alla Prefettura di Roma, ma andranno persi anche 107 posti di lavoro dei dipendenti del gestore del Centro».
Una discreta perdita occupazionale per una struttura che rappresenta quella che l’Amministrazione locale definisce «una gestione positiva del fenomeno dell’immigrazione».
Secondo il Comune viene così smantellata una forma di integrazione e sono stati soppressi 107 posti di lavoro senza alcuna forma di concertazione.
Cosa succederà  ora? In un comunicato stampa l’Amministrazione denuncia come i profughi e i richiedenti asilo espulsi dal CARA si troveranno a girare per le strade della Provincia di Roma senza una meta mentre ai bambini non è stato nemmeno concesso il tempo per salutare i propri compagni di scuola italiani.
I 535 ospiti del CARA (tra cui 14 bambini) sono tutti richiedenti asilo che attendono l’esito delle decisioni delle Commissioni territoriali oppure hanno presentato ricorso dopo un primo diniego.
Secondo il Segretario provinciale del PD Rocco Maugliani «con il processo di chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto, che da questa mattina e fino al 31 gennaio porterà  a smantellare un’importantissima esperienza di integrazione e accoglienza costruita anno dopo anno in provincia di Roma, si preannuncia una vera e propria emergenza sociale, umanitaria e e perfino sanitaria» e per il coordinatore regionale di MdP Riccardo Agostini «la chiusura del Cara di Castelnuovo è il primo frutto del Decreto sicurezza, un provvedimento razzista e incostituzionale».
Un dipendente del Comune ha scritto a Beatrice Binaghi dell’Ufficio stampa della Sezione Migranti e Rifugiati, Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale per sottolineare come la decisione dello sgombero dei rifugiati sia stata repentina con meno di ventiquattrore di preavviso.
Il Viminale ha così deciso di interrompere programmi di integrazione (e gli studi, visto che alcuni ospiti frequentano la scuola) obbligando i rifugiati che avevano trovato lavoro a licenziarsi.
Tra le donne ospiti del centro, prosegue la lettera, ci sono alcune vittime di violenze e abusi che ora si troveranno in mezzo ad una strada.
Cgil, Cil e Uil hanno annunciato una manifestazione davanti al MISE per il 24 gennaio per denunciare la perdita di posti di lavoro conseguente al Decreto Sicurezza: «Un dramma occupazionale, il decreto cancellerà  almeno 10mila posti di lavoro in tutta Italia» tra questi addetti alle pulizie ad assistenti sociali, psicologi, medici, mediatori linguistici, insegnanti.
Secondo InMigrazione, riferiva Avvenire a novembre, sono 18mila i posti di lavoro a rischio con il Decreto Sicurezza. Persone delle quali evidentemente al governo non importa poi molto.

(da agenzie)

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SPESE PAZZE PIEMONTE LE MOTIVAZIONI DELLE CONDANNE DEI LEGHISTI COTA, MOLINARI, TIRAMANI E DELLA DEPUTATA FDI MONTARULI

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

“INCONTRI AL BAR E CENE AL RISTORANTE NON HANNO RILIEVO POLITICO”

Non si può considerare “di per sè” un “evento di rilievo politico ogni pranzo o cena al ristorante o un incontro al bar per la presenza del consigliere regionale”.
È una delle riflessioni dei giudici della Corte d’appello di Torino nelle motivazioni della sentenza con cui, ribaltando il giudizio di primo grado, a luglio hanno pronunciato 25 condanne per la rimborsopoli degli ex consiglieri del Piemonte.
Il verdetto riguarda anche l’ex governatore Roberto Cota (un anno e 7 mesi di reclusione), l’attuale capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari (11 mesi), il deputato del Carroccio, Paolo Tiramani (un anno e cinque mesi), e la deputata Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli (un anno e 7 mesi).
Cuore del processo l’uso dei fondi pubblici ai gruppi consiliari della Regione Piemonte durante il mandato (2010-2014) in cui il presidente era il leghista Cota.
Al centro del processo le modalità  con cui gli allora consiglieri regionali utilizzarono i fondi destinati al funzionamento del gruppo di appartenenza.
In primo grado le assoluzioni erano state 15. Molinari, in particolare, è stato riconosciuto colpevole del peculato di 1.158 euro. Il pg Giancarlo Avenati Bassi aveva chiesto una pena di 2 anni e 4 mesi.
Per Molinari il collegio giudicante ha anche disposto l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici sospendendola comunque per 12 mesi.
Quattro giorni fa a Milano gli imputati condannati in primo grado sono stati 52.
I giudici: “Buona fede di Cota non è credibile”
“L’elevata frequenza di scontrini non inerenti di cui si afferma la presentazione erronea in buona fede è con tutta evidenza logicamente non credibile” scrivono i giudici sull’ex governatore Roberto Cota, condannato per peculato su rimborsi per 11.659 euro.
Uno degli esempi citati dai giudici riguarda l’acquisto, a Boston, di bermuda verdi: “Non si vede come possa ritenersi erronea la presentazione di uno scontrino per l’acquisto di un capo di abbigliamento avvenuto addirittura dagli Stati Uniti, per poi inserirlo — dopo un volo transoceanico — nella cartellina dei rimborsi” perchè “la conservazione dello scontrino e la sua consegna alla segreteria palesa già  di per sè l’intenzione di ottenere il rimborso”.
La Corte ritiene poi illeciti, e non giustificabili come spese di rappresentanza, anche i regali natalizi ai collaboratori, come penne, foulard e cravatte, “ma anche ai politici”, come alcuni libri antichi o il regalo di nozze di un assessore.
Le pene per gli imputati e gli acquisti: dai giocattoli alla bigiotteria
La pena più alta (4 anni e 6 mesi) era stata per Michele Giovine, all’epoca consigliere dei Pensionati per Cota, le cui irregolarità  nella presentazione della lista elettorale, oltre a costargli una condanna ormai definitiva, provocarono la caduta del governatore Cota. A vario titolo ai consiglieri venivano contestati cene, pranzi, trasferte, alberghi, bed and breakfast e spese di rappresentanza ma anche acquisti “anomali”: giocattoli, tosaerba, bigiotteria, incursioni in negozi di abbigliamento come Olympic a Torino e Marinella a Napoli.
Tra le migliaia di scontrini recuperati dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini ne figurava uno che documentava anche l’acquisto di un libro erotico (che non fu mai contestato formalmente ma che servì ai pubblici ministeri per rendere l’idea).
Durante il dibattimento è emerso anche che in alcuni casi i consiglieri si erano fatti rimborsare spese (come pranzi e cene al ristorante) in posti diversi nello stesso giorno. Tra questi proprio Molinari, che all’epoca era anche assessore della giunta Cota e che da poco è stato scelto come capogruppo dei leghisti a Montecitorio.
In un caso è risultato contemporaneamente in Italia e in Spagna: nel maggio 2011 aveva dormito in un hotel di Avila (spesa di 120 euro), ma dal registro mensile delle presenze, su cui si sono in parte concentrate le indagini della Guardia di Finanza, quel giorno risultava anche a Castelletto Monferrato, in provincia di Alessandria.
Tiramani, che oltre a essere deputato è anche sindaco di Borgosesia (in provincia di Vercelli), chiese ed ottenne — tra le altre cose — il rimborso delle spese della moglie a Venezia.
In primo grado il tribunale operò una distinzione certosina tra spese illecite e spese che potevano essere considerate non punibili. La Corte d’appello, in base a quanto si ricava dal lunghissimo e dettagliatissimo dispositivo, era stata di gran lunga più severa, arrivando non solo a condannare tutti gli imputati ma, in molti casi, ad alzare le pene.

(da agenzie)

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ALTRO CHE CI RUBANO IL LAVORO, SEMPRE PIU’ IMMIGRATI SFRUTTATI DA CAPORALATO ITALIANI

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

A CREMONA NUMEROSI ARRESTI DI CHI SOTTOPAGAVA IL LAVORO DEI GIOVANI MIGRANTI

La Polizia di Cremona ha dato disposizione di alcune ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e con l’obbligo di dimora nei confronti di una serie di persone accusate di far parte di un’organizzazione criminale dedita al caporalato.
Secondo quanto accertato dalle indagini condotte tra aprile e novembre 2018, i lavoratori sfruttati erano migranti costretti a lavorare in condizioni degradanti e in assenza di qualsiasi rispetto delle norme in materia di di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro
Erano impegnati nella raccolta di indumenti usati destinati ad essere poi distribuiti nei mercati del Nord Africa, in camio di una retribuzione di 3€ l’ora.
L’organizzazione operava oltre che a Cremona, nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia.

(da agenzie)

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TUTTI GLI ESPERTI TAGLIANO LE STIME DI CRESCITA DELL’ITALIA

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

DOPO BANKITALIA E FMI, ANCHE LA UE E’ L’OCSE BOCCIANO LE PREVISIONI DEL GOVERNO

Terzo e ultimo, in ordine di tempo, Pierre Moscovici. Dopo Bankitalia e Fondo Monetario Internazionale, tocca alla Commissione Ue dare al Governo italiano la notizia della revisione al ribasso delle previsioni sulla crescita dell’Italia.
“Tra qualche settimana rivedremo le stime di crescita per l’Italia e la Ue” ha indicato ai giornalisti il commissario Ue agli affari economici prima dell’avvio della riunione Ecofin.
In autunno la Commissione Ue stimava per l’Italia una crescita del Pil pari all’1,2% nel 2019 e all’1,3% nel 2020. Poi a fine anno ha lottato duramente con il Governo di Roma perchè rivedesse al ribasso le sue previsioni di crescita – ottenendo che passassero da +1,5% a +1% nel quadro previsionale della legge di bilancio.
Bankitalia e Fmi prevedono ora che la crescita nel 2019 sarà  pari allo 0,6% e diversi considerano questa una stima ancora ottimistica.
“Durante il negoziato con l’italia siamo tornati a stime più realistiche e adesso il Fondo monetario internazionale, che è una istituzione seria, ha rivisto le proprie stime: posso dire solo che rivedremo le nostre, un po’ di pazienza”, ha detto Moscovici.
Le stime Ue di autunno indicavano per la Ue-27 (senza Regno Unito) +2% e +1,9% nel 2019 e nel 2020, per l’Eurozona +1,9% e +1,7%. Moscovici non ha fornito indicazioni sull’entità  della revisione.
L’accordo trovato con il Governo italiano sulla manovra per il 2019 è “il migliore possibile” e “non va dimenticato che un altro modo di procedere ci avrebbe portati ad una crisi tra l’Eurozona e l’Italia, che sarebbe stata negativa per entrambe le parti: molto negativa per l’Italia e negativa per l’Eurozona, o viceversa” sottolinea poi il commissario Moscovici, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, dopo che il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoesktra ha annunciato di volere chiarimenti sull’accordo trovato con Roma sulla manovra.
“Non dobbiamo avere sospetti sui risultati del negoziato con l’Italia, francamente non dobbiamo avere sospetti tra noi, non è questo il modo di lavorare tra noi”, ha concluso Moscovici, precisando che Hoekstra è stato il solo ministro a sollevare la questione italiana.
Anche l’Ocse, potrebbe rivedere al ribasso le stime del Pil italiano, dopo averlo già  fatto lo scorso novembre. Il segretario generale dell’organizzazione parigina, Angel Gurria, ha risposto “forse sì, vedremo” ai giornalisti che a margine dei lavori del Wef gli chiedevano se verranno riviste le previsioni.
La prossima occasione sarà  nel mese di marzo, quando l’Ocse renderà  pubbliche le nuove stime. C’è da dire che l’Ocse ha già  tagliato le stime del Pil italiano riducendole dello 0,2% sia nel 2018 sia nel 2019 (rispettivamente all’1% e allo 0,9%).

(da agenzie)

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REDDITO DI CITTADINANZA, PERCHE’ SARA’ UN FLOP

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

“L’INTERO SISTEMA NON REGGE”: LA DENUNCIA DEL PRESIDENTE DI ANPAL, L’AGENZIA POLITICHE ATTIVE LAVORO

Il Reddito di cittadinanza, il provvedimento simbolo della campagna elettorale per le elezioni Europee del Movimento 5Stelle, è venuto alla luce. È stato partorito nella serata di giovedì 17 gennaio al Consiglio dei Ministri, mentre le risorse erano già  state accantonate con l’ultima legge di Bilancio.
Gli italiani sborseranno 4,68 miliardi di euro (più altri due che erano già  stati stanziati per il Reddito di Inclusione del precedente governo) per sostenere l’uscita di cinque milioni di persone (1,2 milioni di famiglie) dalla povertà  assoluta.
Il Reddito di cittadinanza riuscirà  ad «abolire la povertà », come dice il vicepremier Luigi Di Maio, o si trasformerà  nell’ennesimo sussidio garantito da uno Stato assistenzialista?
Ne parliamo con Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi di Milano e presidente in uscita di Anpal, l’agenzia nazionale per il lavoro, cioè l’ente cardine, quello che dovrà  cercare le proposte occupazionali per i cinque milioni di italiani dell’Rdc.
La macchina di Anpal parte già  zoppa perchè, come abbiamo detto, il presidente è in uscita. O meglio, così c’è scritto nella Legge di Bilancio 2019, in base alla quale «entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della Legge di Bilancio (quindi entro la fine di gennaio) saranno nominati il presidente e il nuovo direttore generale di Anpal». Il motivo è presto detto, Del Conte ha più volte evidenziato le criticità  del Reddito di Cittadinanza e manifestato perplessità  sulle capacità  dei Centri per l’Impiego, coordinati da Anpal ma in realtà  gestiti dalle Regioni, di rispondere alle richieste di cinque milioni di italiani.
Professore, quando decadrà  il suo ruolo alla guida di Anpal?
«Ho appreso dalla stampa che, nel corso di un recente consiglio dei ministri, è stato avviato l’iter la nomina del mio successore, Mimmo Parisi. Ma ancora non mi è stato comunicato nulla a tal proposito».
Dunque, nell’attesa di una comunicazione ufficiale, ci racconta qual è la situazione che ha trovato in Anpal e i motivi per cui sarà  difficile che i centri per l’impiego riusciranno a rispondere alle richieste occupazionali di cinque milioni di italiani
«C’è una complessità  di meccanismi burocratici che è quasi insuperabile. Per decidere qualunque cosa, per far partire qualunque processo, ci vogliono tempi autorizzativi che sono tre volte quelli che sarebbero connessi alla risoluzione del problema. Per assumere nuovo personale ci vuole almeno un anno. Altrettanto tempo è necessario per cambiare la struttura organizzativa. Perchè ogni decisione deve passare dal ministero del Lavoro, poi da quello del Tesoro e dalle ragionerie. Tempi così lunghi influiscono sulle decisioni stesse e, talune volte, sembra più conveniente non fare nulla anzichè intervenire con anni di ritardo. Di base c’è stato l’errore di immaginare Anpal come una struttura a costo zero, uno spin off del ministero del Lavoro. L’obiettivo era darle un assetto organizzativo autonomo, ma in concreto questa scelta ha impedito di fare investimenti sull’agenzia, come invece è avvenuto negli altri paesi. E quando costruisci un’agenzia che sottrae competenze al ministero, non ti puoi aspettare che quest’ultimo sia entusiasta della sua presenza».
Per uscire dall’angolo, infatti, è stata creata Anpal Servizi, una società  di diritto privato con maggiore autonomia. È servita?
«È servita a ridurre l’inefficienza, anche se ha scatenato forti reazioni contrarie. Ho semplificato la struttura, riducendo da 19 a due gli obiettivi dell’agenzia, che si concentrano solo sui servizi per il lavoro e sulla transizione dalla scuola al lavoro. In questo passaggio ho trovato delle resistenze enormi».
L’altro gigantesco scoglio è stata l’incomunicabilità  della rete informatica dei centri per l’impiego. Quando lei è arrivato in Anpal ogni centro utilizzava un proprio sistema informatico, che non comunicava con gli altri. Detto altrimenti, il Cpi di Catania non comunicava con quello di Napoli o Bolzano. Oggi qual è la situazione?
«Avere 550 centri per l’impiego che non dialogano tra loro significa non poter leggere e valutare il mercato del lavoro. Mi ero dato l’obiettivo di costruire un sistema informatico unico, ma era impossibile arrivarci per logiche di proprietà  dei sistemi, di appalti locali. Siamo però riusciti a creare un modello unitario in cui c’è una interoperabilità  tra i sistemi. Dunque, ognuno continua a utilizzare la propria infrastruttura informatica, ma i dati vengono caricati su di un sistema nazionale. Un lavoro complesso, non lo nascondo. Inoltre non è possibile avere uno storico delle informazioni e molto di quello che possediamo è parziale. L’obiettivo era creare un’agenzia federale, in grado di trasmettere le proprie misure e coordinate da Roma fino alle aree locali. Tuttavia non è stato possibile realizzarlo: tutto rimane su base regionale. Ciò che viene prodotto a livello nazionale svanisce, perchè fagocitato dalle scelte territoriali. Un altro obiettivo era un piano di ristrutturazione dei centri per l’impiego per garantire servizi minimi, uguali per tutti sull’intero territorio nazionale, perchè non è pensabile che in alcune aree il primo colloquio al centro per l’impiego avvenga dopo due anni dal primo contatto con l’utente. Anche qui, siamo molto lontani dal centrare il bersaglio».
Oggi un’opportunità  ci sarebbe, visto che il governo ha stanziato delle risorse aggiuntive per potenziare i centri per l’impiego. Cosa non la convince?
«Il piano di ristrutturazione si può fare con alle spalle un progetto di rafforzamento delle strutture dei centri per l’impiego. Le risorse vengono utilizzate per far fronte all’aumentata platea degli utenti che si riverserà  sui centri per l’impiego, ma assumere delle persone non basta per rinforzare i centri per l’impiego, servono anche formazione e mezzi adeguati. Sarebbe come costruire un piano aziendale senza un’infrastruttura. Non regge».
Si spieghi meglio
«In Legge di Bilancio sono stati stanziati 120 milioni per quest’anno e 160 per gli anni successivi per assumere quattro mila dipendenti dei Cpi regionali. Oggi i dipendenti dei cpi sono otto mila in tutto, significa una crescita della forza lavoro del 50 per cento. Non si risponde, però, a domande banali, del tipo: dove le metto queste persone? Dove sono le scrivanie e i computer per farli lavorare? Inoltre, saranno assunti con i tempi che ciascuna Regione intenderà  impiegare per indire i concorsi pubblici. Non c’è nulla, nè nel decreto, tantomeno nella prassi, che ci possa dire che queste persone verranno assunte entro una certa data. Ogni Regione si darà  i tempi che si dà : stimo anni».
Forse sarà  possibile sopperire a questo problema con i famosi navigator
«In Finanziaria c’è una norma che mette 250 milioni a disposizione per il 2019 e il 2020 alla contrattualizzazione di questi soggetti, che dovrebbero essere circa tremila. Sono persone di cui non conosciamo il profilo, che presumibilmente dovrebbero essere dei tutor, operatori dei servizi per l’impiego, saranno assunti da Anpal servizi. Anche qui mi domando dove andranno a lavorare, perchè Anpal Servizi non ha spazi a sufficienza per far lavorare migliaia di persone. Se si riuscisse ad assumerli con un contratto co.co.co , dovrebbero lavorare ai centri per l’impiego locali, ma per farlo devono ottenere il nulla osta delle Regioni e quindi Anpal deve sottoscrivere una convenzione con queste ultime. Ma ancora prima Anpal Servizi dovrebbe occuparsi del reclutamento che, trattandosi di una società  partecipata da un’agenzia pubblica, prevede una procedura di selezione per prove scritte e orali. Serviranno mesi per concludere l’iter di formazione. E tutto questo per soli due anni di lavoro di collaborazione, al termine del quale c’è il rischio che tutte queste persone facciano ricorso e chiedano la stabilizzazione del proprio ruolo».
Eppure i navigator potrebbero essere una risorsa per rimettere in moto il sistema dei centri per l’impiego?
«Il nodo della questione è che le aziende, quando cercano personale, non si rivolgono ai centri per l’impiego perchè non ricevono alcun servizio. A un’azienda non interessa ricevere un elenco dei profili dei cpi, bensì una preselezione di curriculum coerente con la domanda di professionalità . I navigator, quindi, dovrebbero essere persone radicate sul territorio, conoscitori delle scuole e dei centri di formazione, delle aziende e delle loro esigenze. Inoltre, il navigator non può essere il formatore delle persone in cerca di lavoro, ma colui che le indirizza ai centri di formazione più adeguati rispetto alle richieste territoriali. In Anpal abbiamo realizzato un elenco delle qualifiche e delle professionalità  che servono urgentemente nei cpi: servono orientatori, psicologi del lavoro, esperti informatici, esperti giuridici. Ma tutto questo non è stato minimamente valutato»

(da “L’Espresso”)

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ELIO LANNUTTI NON E’ ANTISEMITA MA…

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

DI MAIO COSTRETTO A DISSOCIARSI DAL POST DEL SENATORE CINQUESTELLE

Il senatore Elio Lannutti non è antisemita. Lo ha fatto sapere lui stesso dopo l’uragano di polemiche che ha generato un post in cui linkava un articolo che parlava del falso storico dei Protocolli dei Savi di Sion, testo creato per diffondere l’antisemitismo e considerato un falso storico da appena cent’anni (e tutti hanno i loro tempi, anche il senatore Lannutti che ancora non ha capito che è un falso).
Come tanti che non sono razzisti ma, il senatore Lannutti non è antisemita ma ritiene evidentemente un buon contenuto informativo quello che ha postato da Sapere-news, sito internet che nel disclaimer scrive che posta articoli senza sapere di che parlano, cosa siano, che c’è scritto, etc. Esattamente come Lannutti, insomma.
E che c’è scritto nel post di cui tutti stiamo parlando probabilmente senza averlo aperto?
Cose così:
La loro caratteristica principale è quella di essere nascosti agli occhi della popolazione mondiale. Il loro albero genealogico va indietro migliaia di anni, alcuni dicono che risale alla civiltà  sumera/babilonese o addirittura che siano ibridi, figli di una razza extraterrestre, i rettiliani. Sono molto attenti a mantenere il loro legame di sangue di generazione in generazione senza interromperla.
Ma qual è l’obiettivo degli Illuminati? Creare un Nuovo Ordine Mondiale (NWO) con un governo mondiale, una banca centrale mondiale, un esercito globale e tutta una rete di controllo totale sulle masse. A capo ovviamente loro stessi, per sottomettere il mondo ad una nuova schiavitù, non fisica, ma “spirituale” ed affermare il loro credo, quello di Lucifero. Questo progetto va avanti, secondo alcuni, da millenni ma ebbe un’incremento nella prima metà  del 1700 con l’incontro tra il “Gruppo dei Savi di Sion” e Mayer Amschel Rothschild, l’abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale. L’incontro portò alla creazione di un manifesto: “I Protocolli dei Savi di Sion”.
Il problema di Lannutti è che lui non è antisemita ma condivide testi deliranti scritti da ubriachi che prendono per veri testi falsi e antisemiti e credono che ci sia un gruppo di persone che vuole prendere il potere occultamente per maggior gloria di Lucifero e non lavora alla Casaleggio.
Lannutti, per carità , non è antisemita e infatti ha pubblicato un link sui banchieri Rothschild, dice, senza nemmeno evidentemente essersi reso conto di quello che ha pubblicato (e qui è giusto ricordare che i senatori ricevono un’indennità  mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti).
Per questa miseria non pretenderete che si informi su quello che posta su Facebook, no?
Per questo è giusto che vi appuntiate il punto fondamentale della questione, che è questo: il senatore Lannutti non è antisemita, ma se “ha urtato la sensibilità ” (di chi?) si scusa, anche perchè “condividere un link non significa condividere i contenuti”, come dicono quelli appena beccati a condividere una fregnaccia su Facebook agli amici che glielo fanno notare.
Sarebbe giusto che anche loro, che non sono razzisti ma, prendessero un’indennità  mensile lorda di 11.555 euro grazie a Luigi Di Maio che li candida nel M5S come ha fatto con il senatore Lannutti, regalandoci così la possibilità  di assistere all’orrendo spettacolo di uno che posta un link in cui si parla di un Grande Complotto per controllare il mondo fatto da quelli che hanno il naso camuso (semicit.) alla modica cifra di ventimila diconsi ventimila euro al mese ‘nnamo donne che m’invecchio e si conclude così:
Gli Illuminati e chi con loro controlla queste società , sono pressochè Satanisti e praticano la magia nera e sacrifici umani. Il loro Dio è Lucifero e attraverso pratiche e riti occulti manipolano e influenzano le masse.
Ecco perchè è evidente che il senatore Lannutti non è antisemita, ma certo, a volte gli scappa detto che le ONG sono da affondare, che sulla nomina di Tria c’entra la massoneria, che la Gruber è una maestrina renziana dei Bilderberg (ma quando poi va ospite da lei se ne dimentica improvvisamente, sta zitto e partecipa tutto il tempo alla trasmissione perchè uno non è che può ricordarsi tutto nella vita).
Il senatore Lannutti infatti è uno che indaga e scopre i mali delle istituzioni esattamente come Beppe Grillo chiamava Cancronesi e “vecchia puttana” gli scienziati che rispettava particolarmente (lo dice Travaglio, dev’essere sicuramente vero).
Poi, quando viene condannato per diffamazione di Bankitalia, Lannutti fa finta di niente, perde improvvisamente la voce, non informa i suoi tanti followers della figura di merda appena certificata dal giudice terzo in cui sono finite le sue battaglie.
Oppure si scusa, ‘chè lui non è antisemita, ma alla fine la calunnia è un venticello, sono cose che capitano, alle brutte può sempre prendere le distanze da sè stesso: per ventimila euro al mese alla fin fine si può anche soprassedere sul complotto dei Savi di Sion se il MoVimento 5 Stelle ti fa chiamare dal capo della comunicazione e ti cazzia per bene.
Tanto a lui che je frega? Oggi è andata così. Domani è un’altra diffamazione. E il brutto è che non è nemmeno gratis.
Allo scopo precipuo di valicare il muro del ridicolo, ora Lannutti va in giro a sostenere pure di avere ragione e a minacciare querele agli altri

(da “NextQuotidiano”)

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