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SPACCIANO PER ACCORDO SUL LATTE QUELLO CHE ACCORDO NON E’: CENTINAIO PROPONE UNA TREGUA DI TRE GIORNI PERCHE’ HA PAURA CHE SALVINI VENGA CONTESTATO

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

DOMENICA SI VOTA E IL TIMORE DI UNA FORTE ASTENSIONE FA TREMARE LEGA E M5S… DALLA RIUNIONE DI OGGI E’ SOLO USCITA UNA BOZZA RIDICOLA CHE NON HA FIRMATO NESSUNO: 72 CENTESIMI DI EURO IVA COMPRESA E’ UN INSULTO AI PASTORI

Nove ore chiusi nelle stanze della Prefettura di Cagliari. Un tavolo dopo l’altro in un vortice di incontri tra pastori e industriali.
Con aria sfinita, il ministro dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio attraverso un giro di parole annuncia che “c’è una bozza di accordo, vediamo se verrà  apprezzata da chi sta fuori”.
Ma il futuro è ancora da scrivere e la bozza non è firmata da nessuno.
E soprattutto, come ha detto lo stesso Centinaio, “non c’è un piano b”. Quindi prendere o lasciare.
I pastori sono con le spalle al muro. Da 60 centesimi il prezzo passa a 72 compreso di iva, dopo aver rifiutato solo due giorni fa i 70.
E nonostante chiedessero un euro più iva, dal momento che produrre il latte gli costa 80 centesimi a litro.
La parola ora passa ai presidi.
Dunque la bozza prevede “72 centesimi al litro iva compresa per tre mesi, come acconto. A maggio si stabilirà  un nuovo prezzo di acconto. E a novembre dovrebbe esserci un conguaglio che riconoscerà  un prezzo più alto”. O anche più basso, ovviamente.
I pastori hanno chiesto tre giorni di tempo per pensare e confrontarsi, ma il loro mondo è talmente variegato che va “dai pastori singoli”, a quelli di Coldiretti, passando per i “cani sciolti”. E in questo movimento spontaneo non è detto che tutti siano d’accordo.
Ma per la Lega trovare una soluzione significa tirare la volata sull’isola che si prepara alle elezioni regionali. “Sono per portare a casa il risultato”, dice prima di entrare in Prefettura e far sedere allo stesso tavolo – dopo il vertice di giovedì al Viminale – pastori, industriali, Coldiretti e cooperative.
“E’ stata una giornata surreale”, ammette al termine lo stesso Centinaio, “talmente assurda che il mio Parma ha perso contro il Cagliari”. Sì, perchè nel frattempo si è giocata anche la partita di calcio con il titolare del dicastero fuori casa.
La partita del latte non si sa ancora come sia finita, ci vorrà  del tempo per capire che reazioni ci saranno sull’isola e se i pastori saranno o meno compatti nel dire sì.
Nell’immediato però gli occhi sono puntati alle urne e forse il ministro un contentino lo ha dato, almeno a una parte di loro.
A caldo però la sensazione è che sia industriali sia pastori siano andati via scontenti.
I rappresentanti dei pastori, che vanno da quelli che si definiscono “pastori singoli” a quelli che fanno capo a Coldiretti, sbuffano: “Non lo accetteremo mai”.
Alcuni industriali, quando ormai è buio, scendono le imponenti scale della prefettura senza proferire parola, con la rabbia che trapela da tutti i pori e vanno via: “E’ dura”, si limita a dire uno di loro.
Negli occhi dei pastori da giorni si legge tutta l’esasperazione: “Non vogliamo arrivare come i gilet gialli in Francia e poi ci scappa il morto. Non vogliamo, siamo persone pacifiche ma stanno tirando troppo la corda”.
A parlare è Stefano Arzu di Talana da dietro la transenna sorvegliata dai carabinieri: “I miei campi si trovano a trecento metri dal mare, ma ormai che senso ha lavorare quando veniamo solo sfruttati? Così ci portano a rubare”.
Per tutta la giornata Centinaio cerca di far dialogare le parti, anche su diversi tavoli, almeno dieci in contemporanea per far incontrare le varie parti sociali anche separatamente. Il clima è surreale. Numeri, cifre, chi propone 70 centesimi a litro, chi rilancia con un euro, chi in modo fallimentare cerca una via di mezzo che si ferma a 72 centesimi.
Le lancette scandiscono un tempo che appare infinito. “Adesso le cooperative parlano con gli industriali”. “Ora gli industriali con i pastori”. E si avanti così.
Lega coop è fiduciosa, Coldiretti no. I pastori sono tanti e combattivi, le donne lo sono ancora di più. Centinaio viene tirato da una parte e dell’altra. All’ora di pranzo arriva il catering ma è solo l’inizio di una trattativa che non finisce certo all’ora della merenda. Anzi, il sole è tramontato e si va avanti quasi fino a cena
Centinaio prova a risolvere il caso mettendosi al centro della trattativa, come ha fatto lo stesso Salvini che domenica inizierà  il tour elettorale per tre giorni: “Quindi – spiega il ministro dell’Agricoltura – per ritirare le forme di formaggio in esubero e far salire il prezzo del latte, 10 milioni li mette il sottoscritto”. La parola “sottoscritto” in campagna elettorale può fare effetto alle orecchie degli elettori. “Poi 14 li mette il Viminale”, che tra l’altro è guidato da Matteo Salvini, che poche settimane fa ha stanziato da un fondo del ministero dell’Interno altri 10 milioni per Rigopiano a ridosso delle elezioni in Abruzzo.
“E per finire – spiega ancora Centinaio – 10 milioni li stanzia il banco di Sardegna e dieci la Regione”. Per un totale di 44 milioni che servono a ritirare dal mercato 67 quintali di forme di formaggio non vendute, in questo modo dovrebbe aumentare la richiesta di latte per produrlo e di conseguenza il prezzo.
Ma i pastori vogliono la garanzia del prezzo più alto: “Nel 2017 – ricordano – sono stati già  dati 45 milioni di euro, ma il prezzo è rimasto quello di sempre, fermo a 60 centesimi”.
In sostanza non si fidano e non è detto che tutti si fideranno dell’acconto di 72 centesimi.
Una cosa è certa: “Se il governo dà  i soldi agli industriali gli fa l’ennesimo favore”, spiega ancora Stefano Arzu: “Li arricchisce e poi loro non pagheranno il latte a un prezzo più alto. Se non viene data garanzia dell’aumento del prezzo, niente ritiro delle forme di formaggio. Altrimenti gli industriali si prendono solo i soldi”.
La posta in gioco a una settimana dal voto delle regionali è troppo alta per buttarla via così.
I giorni verso il voto si assottigliano e un piano b non c’è, come ammette lo stesso ministro dell’Agricoltura: “Questa è la migliore soluzione”.
Fernando Scano, che ha percorso svariati chilometri per arrivare a Cagliari da Mogoro e posizionarsi dietro le transenne insieme agli altri pastori, non ha dubbi: “Stanno passando solo adesso a chiederci quali siano le problema perchè tra una settimana si vota. Lunedì prossimo si saranno scordati di noi per questo non possiamo accettare che vengono dati soldi agli industriali senza garanzie perchè non ci sarà  nessuno più a vigilare”. Anche per questo è difficile fidarsi.
Occorrerà  ancora del tempo. Il 21 febbraio ci sarà  a Roma un tavolo di tutta la filiera, dovrebbe essere presente anche Luigi Di Maio ma l’obiettivo della Lega è strappare il sì già  fra tre giorni. Il 19 febbraio, Centinaio incontrerà  il commissario europeo per l’Agricoltura Phil Hogan perchè lo stanziamento dei 44 milioni passa anche e soprattutto dall’ok che deve arrivare dall’Unione europea.
A tarda sera i pastori lasciano la piazza davanti la Prefettura e insieme ai compagni che hanno trattato tornano a presidiare i caseifici dai quali non fanno entrare e uscire il latte così da bloccare l’intera filiera, quindi la produzione di formaggio.
E’ qui che discuteranno per decidere se accettare o meno. Se concedere la tregua e andare anche a votare.
O se, anche solo una parte di loro, continuare a bloccare l’isola.

(da “Huffingtonpost“)

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GRILLINI IN RIVOLTA PER IL SALVA-SALVINI SU ROUSSEAU: VACILLA IL MITO DELLA PIATTAFORMA

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

“PERCHE’ DOVREMMO FIDARCI DI UN SISTEMA PRIVATO?”

Il “caso Diciotti”? L’autorizzazione a procedere del Tribunale dei Ministri contro Matteo Salvini?
Dopo giorni di frenetica e patetica tiritera, alla fine il Movimento 5 Stelle ha deciso di non decidere: meglio, come dicono loro, hanno deciso di far decidere alla base, quella stessa base che è incazzata nera per decisioni prese senza mai essere consultata, e così finalmente si capisce a cosa serva il Sistema Rousseau:
A votare cose già  decise
A non prendersi responsabilità  su scelte che costerebbero in termini di rapporti di voti e invece si può sempre dare la colpa al voto su Rousseau
A continuare a coltivare la narrazione della democrazia diretta (sparita invece su vaccini, TAP e altro)
A dare un senso alla sagomata di soldi che la Casaleggio preleva dalle tasche dei Parlamentari.
Con la proposta Rousseau tra l’altro cadono anche tutte le scenette precedenti: prima tutti a difendere Salvini all’orrido grido di “processateci tutti”, poi tutti a chiedere aiuto al presidente Conte e ora tutti a decidere a colpi di clic.
Peccato che proprio un paio di giorni fa, sempre a proposito del sistema elettronico di Casaleggio, qualcuno abbia addirittura messa in discussione la sicurezza della privacy, mica roba da poco.
E la domanda che rimbalza un po’ dappertutto è perchè ci si dovrebbe fidare di un sistema chiuso (e privato, privato!) se non si fidano nemmeno i parlamentari?
Ah, saperlo. Quello che è certo che la democrazia via web promessa da Casaleggio padre sembra ben diversa da ciò che si è realizzato: a meno che a voi davvero non sembri che Di Maio, Toninelli e gli altri ministri coinvolti (non solo) in questa vicenda stiano fungendo da semplici portavoce del popolo.
O a meno che il voto valga come delega totale, come piaceva tanto a Giulio Andreotti.
Intanto si può registrare che è sempre più vicina anche la caduta della regola del secondo mandato per i parlamentari.
Chissà  che ne dice, Rousseau.

(da “TPI”)

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LE ARANCE ITALIANE SONO SPREMUTE DI SANGUE

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

COME DIMOSTRANO I MORTI DI SAN FERDINANDO

Se volete vedere che forma ha un fallimento di Stato e un’immigrazione regolare come piace a Salvini, senza alcuna dignità  e completamente asservita al soldo italiano allora potete farvi un giro nel ghetto di San Ferdinando, come in molti altri ghetti, dove la tendopoli stamattina puzza di un fastidioso bruciato.
Ma non preoccupatevi. E già  successo. Presumibilmente succederà  ancora.
E se sentite qualcosa di diverso dall’odore di plastica bruciata e teloni che sono diventati cenere, qualcosa di più simile a un pollo troppo cotto, allora sappiate che sono i resti di Aldo Diallo, senegalese, 25 anni, ovviamente bracciante agricolo sottopagato nella piana di Gioia Tauro, sciolto non lontano dalle ceneri di Becky Moses che proprio lì moriva nel gennaio del 2018, nemmeno troppo lontano da dove hanno sparato a Soumayla Sacko, ucciso a colpi di fucile e dove tre anni fa morì Sekine Traorè, 26, anni colpito a fuoco da un carabiniere.
E’ un posto bastardo il ghetto di San Ferdinando: si muore o di freddo o per fuoco. Non esistono mezze misure. Come all’inferno.
Per combattere il freddo in una tendopoli che è una vergogna per la dignità  umana (da mesi si parla di soluzioni che tardano ad arrivare e che, guarda un po’, il Decreto Sicurezza rende ora anche più difficili) si accendono falò arrangiati, bracieri che non hanno nulla di sicuro, cartoni che non sono più buoni per diventare pareti o case e allora basta che una scintilla svirgoli per un colpo di vento e alla fine si muore così.
Dicono le cronache che alcuni hanno provato a domare l’incendio in attesa che arrivassero i vigili con alcuni strumenti di fortuna (lì ci sono solo strumenti di fortuna, anche le vite sono solo vite di fortuna) ma il corpo di Diallo è stato ritrovato bruciato nella baracca in cui abitava.
“Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando. L’avevamo promesso e lo faremo, illegalità  e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa”
Lo ha detto stamattina il ministro dell’inferno Salvini, che appena vede nero, soprattutto morto, non aspetta nemmeno un secondo per rilasciare una dichiarazione.
Eppure il fallimento è tutto suo e di quel modello di accoglienza che vorrebbe fare sparire persone che (illegalmente) sostengono interi settori produttivi italiani.
A Bergamo circola una battuta (ma nemmeno troppo): “Se ci tolgono di colpo gli stranieri, domani le nostre imprese edili non riescono nemmeno a tirare su una cuccia per un cane”.
L’esagerazione comunque funziona perfettamente anche per tutti quelli che insistono nel dirci che dovremmo rifiutarci di mangiare pomodori e arance che non siano italiane e fingono di non sapere che le spremute dei nostri italianissimi prodotti sono sangue.
Il gioco del giorno, vedrete, sarà  ancora una volta tenere lontani quelli dai nostri prodotti, dalla nostra Italia che produce eccellenze come se non c’entrassero per niente.
E per resistere bisognerebbe almeno non cascarci.
Almeno per tenere alta la memoria di Aldo.

(da “TPI”)

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BRUCIA LA TERRA DI NESSUNO, MUORE IL GIOVANE BRACCIANTE SENEGALESE E SALVINI NON HA SOLUZIONI, SOLO CHIACCHIERE BECERE COME SEMPRE

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

NELL’AREA DI SAN FERDINANDO 1592 PERSONE, 669 SONO RICHIEDENTI ASILO: LI FANNO VIVERE IN BARACCHE SENZA ACQUA E LUCE PER LAVORARE I CAMPI SPESSO IN MANO ALLA ‘NDRANGHETA… GOVERNO INCAPACE DI TOCCARE I MAFIOSI… PARTE UNA DENUNCIA DEI SINDACATI PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI CONTRO IL GOVERNO

La ruspa, stavolta, non è arrivata. Non ancora. Ma lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, dove la scorsa notte è divampato un incendio costato la vita al ventinovenne senegalese Moussa Ba, è già  stato disposto.
E, come per il Cara di Castelnuovo di Porto, come per l’ex Penicillina e il presidio del Baobab a Roma – gli ultimi tre grandi interventi eseguiti in ordine di tempo – il copione si ripete.
Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, va avanti a testa bassa al grido di “basta abusi e illegalità “, incurante delle proteste e degli appelli di quanti – politici, sindacati, attivisti e associazioni – chiedono lotta alle mafie e al caporalato e soluzioni abitative alternative per le persone – millecinquecentonovantadue, di cui 669 richiedenti asilo (dati del Viminale) – che vi abitano, per la stragrande maggioranza braccianti migranti della piana di Gioia Tauro.
La Cgil, però, non ci sta e annuncia l’intenzione di ricorrere alla magistratura ordinaria fino alla Corte europea di Strasburgo contro “il Governo e le istituzioni responsabili di questa situazione non più sostenibile”, spiega ad HuffPost il segretario generale del sindacato in Calabria, Angelo Sposato.
“Valuteremo l’azione nei prossimi giorni – aggiunge – ma secondo noi si è verificata una sistematica violazione dei diritti umani”.
Indice puntato prima di tutto contro il Governo, la Cgil stigmatizza la decisione di Salvini di ricorrere “ancora una volta all’arma della repressione”.
Le ceneri del rogo, probabilmente acceso per riscaldarsi nella tendopoli di plastica, legno e lamiere in cui si vive senza luce, acqua e servizi, che ha sorpreso e ucciso nel sonno Moussa Ba, ancora fumavano quando è arrivata la dichiarazione di Salvini: “Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando. L’avevamo promesso e lo faremo, illegalità  e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa”.
Lo aveva già  detto altre volte – Moussa Ba è la terza vittima in un anno nel grande ghetto calabrese – ma oggi dopo l’annuncio dal Viminale hanno fatto sapere che nelle prossime ore inizierà  lo spostamento di quaranta immigrati regolari dalla tendopoli in strutture d’accoglienza regionali.
E in serata che 15 su 80 hanno accettato di essere trasferiti in strutture ex Sprar, oggi dette Siproimi, e 73 su 180 in Cas.
Nel frattempo, è scattata la mobilitazione di sindacati, comitati e associazioni che annunciano battaglia.
Mentre i deputati di LeU, Nicola Fratoianni e Stefano Fassina, hanno insistito sulla necessità  di combattere sfruttamento del lavoro e infiltrazioni criminali nella filiera dell’agroalimentare.
Per la Fai CISL, che lunedì terra un incontro a San Ferdinando “non è più rinviabile un piano straordinario di ripristino delle condizioni di legalità  e di tutela della dignità  umana”, mentre la Ugl si è detta “disponibile a collaborare ad ogni iniziativa che possa individuare soluzioni concrete con percorsi di reinserimento per i migranti”.
Raggiunto al telefono nel pomeriggio, mentre con circa duecento migranti della baraccopoli, attivisti ed esponenti sindacali, raggiungeva in corteo il centro di San Ferdinando per manifestare cordoglio per l’ennesima vittima e chiedere impegni concreti a Governo e istituzioni, il segretario della Cgil in Calabria, annunciando la volontà  di presentare ricorso, in riferimento alle ultime morti registrate nella baraccopoli calabrese, “per violazione dei diritti umani”, ha puntualizzato: “Sgomberare senza offrire soluzioni rispettose della dignità  di queste persone, senza offrire loro condizioni di vita più sicure, senza combattere il lavoro nero, il caporalato e la ‘ndrangheta che lo controlla, non servirà  a niente”.
Il piano della Cgil, che sta valutando anche la possibilità  di convocare una conferenza stampa per lunedì e organizzare una manifestazione nazionale a San Ferdinando, è “chiedere alla Protezione civile nazionale – scandisce Sposato – se ci sono le condizioni per mettere a disposizione dei moduli abitativi in cui trasferire in via temporanea i migranti che vivono nella tendopoli”.
In parallelo, con un’azione concertata tra Governo, Prefettura, parti sindacali e imprese, “si deve agire in due direzioni: lotta allo sfruttamento e attuazione del progetto di accoglienza diffusa, utilizzando abitazioni dismesse o beni confiscati alle mafie”.
Sull’attuazione di forme di accoglienza diffusa, per le quali la Regione Calabria ha manifestato disponibilità  a contribuire attraverso incentivi alle locazioni, si è discusso anche nel vertice convocato d’urgenza in mattinata in Prefettura.
Per la Usb la soluzione esiste ed è a portata di mano. “Siamo la Regione con il più alto tasso percentuale di vuoto immobiliare – fa notare Peppe Marra, dell’Unione sindacale di base, tra i primi ad arrivare alla tendopoli mentre ancora divampavano le fiamme – dall’ultimo censimento ISTAT è risultato che nella piana di Gioia Tauro ci sono 35.000 appartamenti vuotii potrebbe cominciare a mettere a disposizione questi. Non parliamo di espropri, ma di mettere a punto formule che consentano ai lavoratori di prendere in fitto una casa.
Sul piano di insediamento diffuso abbiamo registrato l’assenso della Regione – oggi il Governatore Mario Oliverio ha definito “urgente e indispensabile che il Governo assuma un piano di smantellamento della tendopoli, ma bisogna passare dalle intenzioni ai fatti”.
Il Prefetto ha parlato di “trasferimenti” – “temiamo che con queste parole si voglia seguire la direzione di Salvini, quella dello sgombero senza soluzioni”, aggiunge Marra.
La Usb, che lunedì si riunirà  anche per mantenere alta l’attenzione sul caso, con una nota ha assicurato – ad HuffPost lo ha detto anche il sindacalista Aboubakar Soumahoro – che continuerà  a presidiare San Ferdinando “per evitare qualsiasi colpo di mano autoritario”.
Il riferimento è alla linea dettata dal ministro dell’Onterno, contro il quale oggi ha puntato l’indice pure l’organizzazione “Medici per i diritti umani”, ribadendo che il decreto legge da lui fortemente voluto “alimenta marginalità  ed esclusione”.
Sulla baraccopoli sta calando un’altra notte – e ogni volta, la necessità  di contrastare il freddo accendendo falò e fuochi alla bisogna porta con sè il rischio di nuovi incendi.
E a San Ferdinando c’è chi come Giuseppe Politanò, attivista e impegnato nella lotta alla ‘Ndrangheta anche nella rete nazionale “Futura” che fa capo a Marco Furfaro, considera: “Va bene ragionare sul tema dello sgombero, ma purtroppo si tende a dimenticare che qui è morto un uomo, un essere umano. Sempre più spesso negli ultimi tempi sentiamo ripetere che bisogna salvaguardare i nostri valori, la nostra cultura. Ebbene, l’etimologia del termine “Calabria” riporta al sorgere del bello. Ma qui, in questa tendopoli, di bello non c’è nulla, ci sono solo bruttura, abbandono e marginalizzazione che nulla hanno a che vedere con l’accoglienza radicata nella nostra cultura. Prima di parlare di sgomberi, bisogna che queste persone che si vogliono allontanare vengano riconosciute come esseri umani”.

(da “Huffingtonpost”)

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TORNA IN MARE LA SEA EYE, MENTRE LA SEA WATCH RESTA ANCORA BLOCCATA A CATANIA DAI PRETESTI RIDICOLI DELL’EUROPA DEI VIGLIACCHI

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

TENTATIVI PENOSI PER RITARDARE LA PARTENZA, COME AVVENUTO GIA’ A MALTA, SALVO POI DOVER AMMETTERE CHE TUTTO ERA IN REGOLA… I GOVERNI EUROPEI CRIMINALI NON SOLO NON SALVANO I NAUFRAGHI MA VOGLIONO IMPEDIRE AI PATRIOTI EUROPEI DELLE ONG DI FARLO

E’ tornata ieri notte in mare la nave della Ong tedesca Sea eye (ribattezzata Alan Kurdi, dal nome del bimbo di 3 anni morto nel 2015 durante la traversata nell’Egeo), che ha lasciato nella notte il porto di Palma de Maiorca in Spagna alla volta del Mediterraneo, dopo una sosta tecnica.
È l’unica nave umanitaria tornata a perlustrare le acque della zona Sar (Search & Rescue) libica, rimaste totalmente sguarnite dopo lo stop della Sea Watch.
Mentre è ancora ferma a Palermo per manutenzione la nave di soccorso Mare Jonio (battente bandiera italiana) della piattaforma di Ong Mediterranea, anche se l’imbarcazione si sta preparando a tornare in nave a fine mese.
La Open Arms è invece bloccata nel porto di Barcellona dalla Guardia costiera che non ne consente la ripartenza per motivi tecnici.
La Sea Watch è invece   ferma al molo di Catania da 16 giorni. E tutto lascia pensare che la situazione non si sbloccherà  a breve.
Sono state le autorità  olandesi, in seguito all’ispezione condotta a bordo della nave l’11 e il 12 febbraio, a chiedere alle autorità  italiane che l’imbarcazione dell’Ong tedesca Sea Watch (battente bandiera olandese) non lasci il porto di Catania, dove si trova dal 31 gennaio. Ossia da quando sono sbarcati i 47 migranti messi in salvo il 19 gennaio al largo della Libia.
La richiesta è arrivata alla Guardia Costiera italiana «in attesa che le autorità  olandesi concludano gli ulteriori accertamenti sulla conformità  della nave alle normative vigenti, con riferimento all’idoneità  al trasporto di un elevato numero di persone per lunghi periodi di tempo».
La Sea Watch 3 è stata ispezionata una prima volta il 31 gennaio scorso, il giorno dell’arrivo a Catania, dagli uomini specializzati in sicurezza della navigazione della Guardia costiera, che hanno eseguito una verifica tecnica sulle condizioni della nave. L’ispezione ha portato alla luce una serie di «non conformità  relative sia alla sicurezza della navigazione sia al rispetto della normativa in materia di tutela dell’ambiente marino».
Ma l’Ong non nasconde preoccupazione e incredulità  per quello che ritiene un accanimento nei suoi confronti.
«È stata una scelta consapevole dei governi europei quella di tenere in ostaggio per settimane le persone a bordo della Sea-Watch 3. I bracci di ferro politici ci costringono a ospitare a bordo le persone soccorse per diversi giorni, e poi gli stessi Paesi ci accusano di non essere attrezzati per farlo»â€‰ha affermato, su Twitter, il presidente della Ong, Johannes Bayer, commentando il controllo in corso sulla nave a Catania da parte di autorità  olandesi.
«Se facciamo un confronto con gli assetti di soccorso del Governo Olandese – ha aggiunto Bayer – è evidente che nessuna delle loro navi sarebbe adatta a ospitare a bordo, per un tempo prolungato, le persone salvate».
«Lo stesso vale per qualsiasi altro mezzo, anche preposto al soccorso – ha detto la portavoce italiana Giorgia Linardi – le persone a bordo della Diciotti, erano accomodate in condizioni precarie sul ponte della nave, nonostante si trovassero sulla nave ammiraglia della Guardia Costiera Italiana, progettata per il soccorso in mare e con l’utilizzo di fondi europei».
«Abbiamo fatto una serie di manutenzioni a bordo della nave in base alle prescrizioni dalla Guardia Costiera» ha aggiunto Linardi. L’ispezione che le autorità  olandesi hanno svolto a bordo della Sea-Watch a Catania, ha osservato l’Ong, è «il secondo accanito tentativo dello Stato di bandiera in meno di un anno: l’esito del precedente, del luglio 2018, ha rilevato che la nave risponde a tutti requisiti imposti dalla sua classe di registrazione».

(da agenzie)

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PERCHE’ L’EXPORT ITALIANO SOFFRE

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

IL CROLLO DEL SETTORE AUTO

L’export italiano soffre anche se a prima vista si direbbe di no. Il made in Italy chiude il 2018 con una crescita del 3%, ma il confronto con il 2017, quando il nostro export è balzato del 7,6%, è comunque desolante.
Ad abbassare le medie, già  non brillanti, è in particolare il mese di dicembre, che presenta un calo congiunturale del 2,3%, del 2,7% su base annua, quarto mese dell’anno in “rosso” in termini tendenziali.
Ovvero, un miliardo di incassi in meno a causa dell’arretramento sui mercati extra-UE.
Il Sole 24 Ore spiega oggi che determinante per quest’ultimo risultato è la performance della Germania, i cui acquisti nel mese cedono quasi tre punti.
Traducendo così in minori commesse la frenata dell’economia, già  visibile nei dati di produzione industriale e nella revisione al ribasso delle stime di crescita 2019.
Decisivo in particolare è il crollo del settore auto, con Berlino ad infilare tre mesi consecutivi in calo a doppia cifra in termini di produzione.
Uno stop legato in parte alla minore tonicità  dei mercati internazionali (in Europa le vendite a gennaio sono risultate in calo del 4,6%) ma acuito dalla difficoltà  delle aziende nell’adeguarsi in tempi rapidi alle nuove regole di omologazione, impasse che ha frenato l’output di molte fabbriche.
Come risultato, la Germania tra novembre e gennaio ha costruito “appena” 1,1 milioni di vetture, 272mila in meno rispetto a quanto accadeva un anno prima.
In termini settoriali, la crescita 2018 dell’export globale (+3%) è sostenuta da prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori (+3,3%), metalli di base e prodotti in metallo (+5,1%), mezzi di trasporto diversi dalle auto (+4,5%) e farmaceutica (+4,7%).
Ad abbattere le medie è invece proprio l’auto, unico settore manifatturiero in calo nel 2018, in valore assoluto un arretramento che vale quasi un miliardo di euro, determinato dalle minori vendite in Cina.
Il problema è strettamente collegato alla crescita del prossimo anno, non solo perchè l’export è una componente del PIL ma soprattutto perchè il dato delle esportazioni serve a misurare lo stato di salute della nostra economia in quello che si configura già  da ora come un anno difficile.
E al termine di questo scatteranno clausole IVA per 24 miliardi, se il governo non corre ai ripari.
Ma con quali soldi?

(da “NextQuotidiano”)

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I CAF E I DIECI EURO PER COMPILARE LA DOMANDA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

I CAF DENUNCIANO UNA MOLE DI LAVORO IMPONENTE: SCOMMETTIAMO CHE IL GOVERNO SCARICHERA’ SU DI LORO I RITARDI NELL’EROGAZIONE?

I CAF chiedono dieci euro per compilare la domanda sul reddito di cittadinanza. La domanda per ottenere l’RdcCard — spiega oggi il Giornale — può anche avere esito negativo, e senza possibilità  di fare alcun ricorso se non quello di presentarla l’anno successivo affiancata da nuovi titoli di povertà 
I Caf infatti da qualche settimana hanno incominciato a mettere le mani avanti dichiarandosi in estrema difficoltà  per l’enorme mole di lavoro che si sta presentando: avranno bisogno di avvalersi di nuovi consulenti fiscali per un’operazione che hanno già  conteggiato potrebbe arrivare almeno a 100 milioni di euro complessivi quando invece dall’Inps gliene arriveranno solo una sessantina.
Ecco perchè l’unica via di uscita per sostenere la spesa è di chiedere un contributo o meglio una quota partecipativa al candidato.
Il prossimo maggio per gli impegni fiscali sarà  un mese di fuoco mentre la tanto agognata Rdc Card sicuramente arriverà  dopo come si è lasciato scappare Di Maio più e più volte. Chissà  se i ritardi e gli intoppi il ministro li affibbierà  ai Caf.

(da “NextQuotidiano”)

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GILET GIALLI=BLACK BLOC: DEVASTAZIONI E SCONTRI CON LA POLIZIA, INSULTI ANTISEMITI PER STRADA AL FILOSOFO FINKIELKRAUT: “SPORCO EBREO”

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

ORMAI I GILET GIALLI SONO IN MANO A NEONAZISTI E CASSEUR, APPENA 10.000 IN PIAZZA IN TUTTA LA FRANCIA… E I FRANCESI NE HANNO LE SCATOLE PIENE DI LORO

Ancora scontri a Parigi per il corteo dei gilet gialli, all’altezza degli Invalides, dove i manifestanti sono stati bloccati dalla polizia.
Gruppi di black bloc hanno preso l’iniziativa lanciando oggetti contro la polizia, le forze dell’ordine hanno lanciato dei lacrimogeni.
Decisa l’evacuazione per motivi di sicurezza dell’intera spianata, a poche decine di metri dalla Tour Eiffel. In precedenza, lungo il percorso, c’erano stati incendi di cassonetti e, sul boulevard Saint-Michel, la devastazione di un piccolo supermercato.
Gruppi di Gilet gialli hanno tentato di raggiungere il viale degli Champs-Elysèes a Parigi, aperto alla circolazione. Le forze dell’ordine, ha riferito Bfmtv, hanno tentato di disperderli e indirizzarli nelle strade vicine utilizzando soprattutto gas lacrimogeni.
Aggredito nelle strade di Parigi il filosofo e accademico Alain Finkielkraut. “Sporco ebreo”, “sporco sionista”, “la Francia è dei francesi”, “Palestina” e “il popolo ti punirà “: queste le grida che si possono ascoltare in un video postato su Twitter in cui si vede un gruppo di gilet gialli che prende a insultarlo.
Le grida sono estremamente aggressive, il gruppo si infoltisce e si fa più minaccioso fino a quando Finkielkraut viene preso per un braccio da una persona che lo invita ad allontanarsi.
Il gruppo lo insegue per qualche metro, alcuni con il volto coperto da un passamontagna nero mentre le grida si fanno più forti e numerose.
Nonostante dunque si cominci ad avvertire un inizio di stanchezza nell’opinione pubblica (mercoledì per la prima volta, è emerso da un sondaggio che la maggioranza dei francesi, il 56%, vorrebbe la fine delle proteste), il movimento continua a scendere in piazza, evidentemente per conto di terzi.
Appena 10.000 persone sono scese in piazza per la nuova giornata di mobilitazione dei gilet gialli, secondo i dati del ministero dell’Interno, solo a Parigi sarebbero 3 mila. Scene analoghe sono state registrate a Tolosa, La Rochelle, Nantes, Bordeaux e Le Mans, dove “vetrine e arredi urbani” sono stati danneggiati, secondo la prefettura.
Un automobilista a lungo costretto in fila per una manifestazione dei gilet gialli a Rouen, in Normandia, ha forzato il blocco ed ha ferito almeno tre dimostranti.
Dalle immagini trasmesse su varie emittenti, si vede un uomo a terra, ferito alla testa, portato via dai soccorritori. Secondo testimoni oculari che hanno raccontato l’episodio sui social, l’auto è rimasta bloccata e l’uomo ha provato ad andare avanti. Nella vettura c’erano la moglie e un bambino, i manifestanti l’hanno circondata e hanno cominciato a prenderla a calci. La donna sarebbe stata presa dal panico e il marito ha accelerato.

(da agenzie)

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SAVIANO TRIONFA A BERLINO CON “LA PARANZA DEI BAMBINI”: “DEDICO IL PREMIO ALLE ONG”

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA … C’E’ ANCHE UN’ITALIA CHE IL MONDO AMMIRA

I Piranhas si sono divorati un pezzo di   Berlinale. Vince per la migliore sceneggiatura La paranza dei bambini, il film italiano in concorso tratto dal libro di Roberto Saviano che firma la sceneggiatura con Maurizio Braucci e il regista Claudio Giovannesi.
Il film (titolo internazionale Piranhas appunto) racconta la parabola di un gruppo di adolescenti che si prende, armi in pugno, soldi, vestiti, potere, nel napoletano Rione Sanità .
Ancora un trionfo alla rassegna tedesca, nell’ultima edizione di Dieter Kosslick che aveva fin dall’inizio apertamente apprezzato il film, che ha consegnato nel 2012 l’Orso d’Oro ai fratelli Taviani per Cesare deve morire e nel 2016 a Gianfranco Rosi con Fuocoammare. Il film è in sala in questi giorni.
Politiche le dediche sul palco dei tre protagonisti. Roberto Saviano. “Dedico questo premo alle 0ng che vanno nel Mediterranoe a savare delle vite, scrivere questo film è singnificato mostrare l’esistenza e la resistenza che esiste: parlare della verità  nel nostro paese è diventato difficile”.
Braucci: “I ragazzi nel sud   Italia, come avete visto nel film hanno bisogno sostegno, più di quel che hanno ora e per questo è   importante l’amicizia dell’Italia con gli altri paesi”. Tanti ringraziamenti per il regista Giovannesi “: Grazie alla Berlinale per aver invitato il nostro film, grazie alla giuria, ai produttori del film, grazie ai ragazzi, i protagonisti di questo film. Grazie a Roberto per avermi chiamato come regista e a Maurizio per avermi accompagnato in questo viaggio. Dedichiamo il premio al nostro paese con la speranza che l’arte, culutra e educazione siano ancora una priorità .”
Sul palco del Palast il regista Claudio Giovannesi, in sala anche Roberto Saviano.
Non ci sono i giovani interpreteti del film che sono stati amatissimi a Berlino, tornati a Napoli dopo aver regalato allegria e vitalità  sul tappeto rosso della Berlinale ed essere stati al centro di una affollata festa in loro onore in cui hanno ballato per tutta la notte.

(da agenzie)

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