Destra di Popolo.net

LA TRATTATIVA SEGRETA PER FINANZIARE CON SOLDI RUSSI LA LEGA DI MATTEO SALVINI

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

TRE MILIONI DI TONNELLATE DI GASOLIO DA VENDERE A UN’AZIENDA ITALIANA: L’AIUTO MASCHERATO DA SCAMBIO COMMERCIALE … IL NEGOZIATO CONDOTTO DA UN FEDELISSIMO DI SALVINI

Un affare a sei zeri per finanziare la Lega in vista delle elezioni europee.
Un sostegno camuffato da compravendita di carburante. Soldi russi per i nazionalisti italiani del vicepremier Matteo Salvini.
Lo stesso che ha dichiarato pubblicamente di non essere interessato ai denari di Vladimir Putin, ma di appoggiarlo per pura sintonia politica.
La trattativa per finanziare la Lega è stata portata avanti in questi mesi nel più assoluto riserbo.
Riunioni, viaggi, email, strette di mano e bozze di contratti milionari. Da un lato del tavolo uno dei fedelissimi di Salvini, dall’altro pezzi pregiati dell’establishment putiniano.
Al centro, uno stock di carburante del tipo “Gasoil EN 590 standards Udsl”.
Almeno tre milioni di tonnellate di diesel, da cedere a un’azienda italiana da parte di una compagnia russa.
Una compravendita grazie alla quale il Cremlino dovrebbe riuscire a rifocillare le casse del partito di Salvini alla vigilia delle europee del prossimo maggio.
Il condizionale è d’obbligo, perchè non sappiamo se l’affare è stato concluso. Possiamo però indicare con certezza diversi fatti che compongono questa trama internazionale ambientata tra Roma, Milano e Mosca.
E soprattutto possiamo raccontare gli obiettivi dichiarati: sostenere segretamente il partito di Salvini.
Il protagonista che ha tessuto nell’ombra la ragnatela di relazioni   utili al ministro è l’ex portavoce del vicepremier, Gianluca Savoini.
L’uomo attorno al quale ruota tutta questa vicenda. «Il consigliere» di Matteo: questo è il ruolo affibbiatogli dai media russi negli articoli in cui si lodano le attività  della sua associazione Lombardia-Russia e le prese di posizione della Lega contro le sanzioni imposte dall’Europa alla Russia.
Pur non avendo un ruolo ufficiale nè nel partito nè nel governo, Savoini è sempre stato presente durante le visite ufficiali di Salvini a Mosca.
Ha sancito l’alleanza tra la Lega e il partito di Putin, Russia Unita. Ha fatto decine di viaggi a Mosca, in Crimea e nel Donbass. E ha condotto fin dall’inizio il negoziato per il finanziamento russo.
Tutto ha inizio a luglio scorso. Savoini esplora prima una pista che porta a un palazzo di Mosca dove hanno sede le più grandi compagnie petrolifere del mondo e anche le società  di uno degli uomini più ricchi di Russia.
Non un paperone qualunque, ma un avvocato, ortodosso, anti abortista e anti gay a capo di un impero economico e fortemente legato al progetto sovranista europeo.
Ma la data più importante in questo intrigo è il 18 ottobre 2018.
La data in cui avviene una riunione di cui siamo stati testimoni. È passata solo qualche ora dalla visita di Matteo Salvini a Mosca.
Infatti, il giorno prima, il 17, il vicepremier e ministro italiano era stato ospite del convegno organizzato da Confindustria al Lotte Hotel. Una trasferta russa conclusa con un incontro riservato che il leader della Lega non ha voluto pubblicizzare.
Abbiamo chiesto al ministro Salvini se dopo il convegno ha incontrato il suo omologo del Cremlino Dymitri Kozak in un luogo ben preciso. Gli abbiamo inviato domande specifiche a due indirizzi mail, tra cui quella del Senato, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Torniano, dunque, al 18 ottobre.
La mattina all’hotel Metropol di Mosca sono stati definitivi alcuni dettagli dell’affare. Da un lato Gianluca Savoini e altri due italiani.
Dall’altro lato del tavolo nella hall dell’albergo, gioiello archiettonico dei primi del ‘900, tre russi. Di cosa hanno parlato?
Dell’affare destinato a sostenere le finanze leghiste, per irrobustirle in previsione delle Europee di maggio prossimo: una fornitura di 250 mila tonnellate metriche di gasolio Usld al mese per un anno.
In totale fanno 3 milioni di gasolio in 12 mesi. E, stando a quanto stabilito in quella riunione del Metropol, almeno altrettanti milioni di euro destinati al partito di Matteo Salvini.
Era il 18 ottobre 2018. Nel momento in cui abbiamo terminato questa inchiesta giornalistica, non sappiamo com’è andato a finire l’affare, se l’accordo è stato siglato e in che termini.
Se quello che abbiamo ascoltato si è tradotto in pratica, però, ci troveremmo di fronte a un clamoroso paradosso: un partito nazionalista, la Lega di Salvini, finanziato per la prossima campagna elettorale europea da un’impresa di Stato russa.
Insomma, la principale forza di governo italiana sostenuta da Putin, nemico numero uno della Ue.
Il tutto discusso a Mosca da un uomo, Savoini, che non avrebbe alcun titolo per occuparsi di petrolio nè tantomeno di finanziamenti della Lega.

(da “L’Espresso”)

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IL BARATTO E’ COMPIUTO: SALVINI FA L’INCHINO E RINUNCIA ALLA TAV PER SALVARSI DALLA GALERA

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

OGNI DECISIONE SULLA TORINO-LIONE RINVIATA A DOPO LE EUROPEE, DI FATTO E’ UNA RINUNCIA

Alle sei del pomeriggio Matteo Salvini in conferenza stampa a Cagliari è in palese difficoltà : “La domanda sulla Tav è fuori tema”, dice per evitare di rispondere ai cronisti e per non far arrabbiare il Movimento 5 Stelle che due giorni fa lo ha salvato dal processo sulla nave Diciotti. Accanto a lui Silvio Berlusconi: “Glielo chiederò martedì, non può tenere il telefono spento”. Negli stessi minuti, a Montecitorio, il Pd alza cartelli con scritto: “Salva Salvini, boccia Tav”.
L’Aula ha appena approvato l’ennesimo rinvio sull’Alta velocità  Torino-Lione e il Pd, Matteo Renzi già  ieri sera, ipotizza che dietro ci sia uno scambio tra il ‘no’ alla grande opera, come chiede M5s, e il ‘no’ all’autorizzazione a procedere sul caso Diciotti tanto caro al leader leghista. Di certo, dopo il salvataggio, il leader leghista è più debole e viene colpito sul nervo scoperto, quello della Tav.
È costretto a inchinarsi di fronte a Luigi Di Maio, quasi a doverlo ringraziare e ricambiare il favore.
Quindi dai toni urlati “l’Alta velocità  si farà ” si è passati a una non risposta e a un nuovo rinvio. Giorgia Meloni ci mette il carico: “Sono arrabbiata. Salvini mi dovrà  spiegare il perchè di quella mozione”.
Appunto la mozione del rinvio che non impegna il governo a fare l’opera, piuttosto, dopo otto mesi, a studiarla ancora e a rivederla nella sua interezza, proprio come chiede M5s.
Alcuni deputati grillini bevono prosecco in buvette consapevoli che in realtà  la decisione non è nelle loro mani. Piuttosto è tutta nelle mani del governo.
I leghisti invece si fanno vedere il meno possibile. Nell’imbarazzo generale hanno dovuto votare contro i testi presentati da Forza Italia e dal Pd che impegnano il governo a proseguire la grande opera.
E invece in extremis hanno scritto con il Movimento 5 Stelle una mozione che stentava a realizzarsi e che, un attimo dopo il voto sul caso Diciotti, ha visto la luce .
Tutto ciò avviene nell’assenza del governo e neanche il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli si fa vedere.
L’esecutivo non si presenta per evitare di finire sotto attacco nelle ore in cui si sta studiando una soluzione tecnica per far slittare la decisione a dopo le elezioni Europee. “Entro due settimane comunicheremo la soluzione insieme agli alleati”, si limita a dire altrove Toninelli.
Una soluzione, in mancanza di un accordo tra M5s e Lega, che non faccia perdere i finanziamenti europei, circa 300 milioni, e che consenta agli alleati di continuare ancora per un po’ questo balletto di dichiarazioni contrastanti che segnano la distanza tra i due partiti sul tema dell’Alta velocità .
Così da non scontentare i rispettivi elettorati, almeno per un po’. “Di rinvio in rinvio si affossa la Tav”, urla Forza Italia: “Anzi, oggi è stata messa la pietra tombale”.
La Lega è stata messa con le spalle al muro. Per gli uomini di Salvini è un duro colpo che Forza Italia sottolinea.
La battuta di Berlusconi la dice lunga sul clima tra i due partiti che governano insieme le regioni del Nord e sulla difficoltà  di Salvini a trattare nel governo con M5s un tema che da sempre è il suo fiore all’occhiello.
La presidente dei senatori Anna Maria Bernini sostiene che “La Lega originaria di Bossi voleva la secessione del Nord, la Lega sovranista di Salvini sta invece facendo la secessione dal Nord. L’accordo sulla mozione che di fatto seppellisce la Tav Torino-Lione è il frutto avvelenato di una maggioranza che per restare a galla sta affondando l’Italia”.
La decisione sarebbe dovuta arrivare settimane, se non mesi fa.
Adesso sul tavolo del governo — secondo quanto viene raccontato da fonti vicine al dossier – c’è l’ipotesi di pubblicare i bandi delle gare d’appalto entro marzo riservandosi però la possibilità  di decidere in un secondo momento. Se i bandi non saranno pubblicati, l’Unione europea ha già  comunicato che l’Italia perderà  i finanziamenti, quindi sarà  messa una pietra tombale sulla grande opera.
Ma questo Salvini, alla vigilia della campagna elettorale delle Europee, non può permetterselo. Sarebbe troppo. Tuttavia nel difficile equilibrio di governo non può neanche dire, come in passato, “la Tav si fa punto e basta”.
L’escamotage consiste nel fatto che il codice degli appalti francese, all’articolo 5, permette di pubblicare un bando e iniziare un’indagine di mercato.
In questa prima fase le aziende che vi partecipano non possono, qualora il bando venisse annullato, fare ricorso e quindi chiedere soldi che eventualmente lo Stato si ritroverebbe a dover pagare. E il governo si riserva la possibilità  di decidere in un secondo momento.
Telt, la società  metà  italiana e metà  francese che si occupa della realizzazione dell’opera e che quindi deve pubblicare i bandi, risponde al diritto francese ed ecco l’idea che in queste ore prende forma: pubblicare i bandi per non perdere i fondi con l’impegno, da parte almeno dei 5Stelle, di annullarli e dirottare quei soldi su altre opere.
Dal canto suo la Lega dirà  che l’opera andrà  avanti. E la campagna elettorale in vista delle Europee si svolgerà  così, convinti che dopo, e con la nuova commissione che si insedia, sarà  tutta un’altra partita.
In Aula prende quindi la parola Tommaso Foti di Fratelli d’Italia e si rivolge verso i banchi della maggioranza: “Decidete di non decidere. Ci fate rimpiangere la Democrazia cristiana”.
Il riferimento è alle due paginette della mozione di maggioranza scritte per togliersi dall’imbarazzo. Imbarazzo che però è palpabile in Aula quando la Lega finisce nella morsa di Forza Italia e Pd su un tema che è sempre stato il suo cavallo di battaglia ma su cui adesso, in nome della Diciotti, è costretto a rivedere.

(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI FAREBBE MEGLIO A COMINCIARE A RISPARMIARE SULLA NUTELLA: QUANDO IL TRIBUNALE CIVILE GLI PRESENTERA’ IL CONTO DA PAGARE PER IL SEQUESTRO DI PERSONA NON GLI RESTERA’ CHE IMPEGNARSI PURE LE FELPE E LA DIVISA ABUSIVA DELLA POLIZIA

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

IN SEDE CIVILE LUI E CONTE RISCHIANO DI PAGARE UNA CIFRA TRA 1,7 E 3 MILIONI, OVVERO TRA 900.000 E 1,5 MILIONI DI EURO A TESTA… E LA CORTE DEI CONTI LI CHIEDERA’ PERSONALMENTE A LORO, NON LI TERRA’ A CARICO DEL MINISTERO, COME TANTI PRECEDENTI INSEGNANO… E I 42 FARANNO ANCHE RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DOVE NON CI SONO I GRILLINI A SALVARLO

Sono pronti a ricorrere anche alla Corte europea dei Diritti dell’uomo i quarantadue migranti eritrei che erano a bordo della nave Diciotti e hanno presentato istanza al Tribunale civile di Roma per chiedere al governo italiano un risarcimento per essere stati costretti a rimanere sull’imbarcazione diversi giorni.
Gli atti da inviare alla Cedu sono già  pronti, assicura ad HuffPost Giovanna Cavallo, responsabile dell’area legale dalla onlus Baobab Experience, che aveva accolto presso il proprio presidio alle spalle della stazione Tiburtina di Roma – sgomberato a novembre – un gruppo dei migranti che viaggiavano sulla nave della Guardia costiera italiana, nell’agosto scorso bloccata dal ministro dell’interno, Matteo Salvini, per dieci giorni prima di consentire la discesa a terra di tutti i 177 immigrati salvati. “Insieme a loro, nel corso di tre incontri, abbiamo deciso di presentare questo ricorso – aggiunge Cavallo – nato dalla collaborazione tra il Baobab e la rete legale delle associazioni al nostro fianco nell’attività  di tutela e assistenza ai migranti”.
Il testo, 35 pagine stilate dallo studio legale romano dell’avvocato Alessandro Ferrara, sarà  presentato domani in una conferenza stampa convocata per le 13 a piazzale Spadolini – dove il Baobab ha continuato a prestare assistenza ai migranti in transito dopo la chiusura del presidio alle spalle della stazione Tiburtina.
Il tempo che circolasse la notizia – avallata anche da fonti del Viminale – del ricorso presentato dai migranti per chiedere un risarcimento al Governo italiano – tra i 42mila e i 71mila euro – che dalla provincia di Cagliari è arrivato il commento di Salvini. Ha risposto “con una grassa risata”, il ministro dell’interno, aggiungendo: “Tutti nati il primo gennaio, tutti scomparsi, non prendessero in giro gli italiani, la pacchia è finita, i barconi non arrivano più, al massimo gli mandiamo un Bacio Perugina”.
“I dati sensibili dei richiedenti asilo non possiamo diffonderli, ma posso garantire che non è come dice Salvini – ha replicato Cavallo – Sì, c’è anche un minore, figlio di una coppia che ha firmato il ricorso. I ricorrenti hanno un’età  compresa tra i venti e i trent’anni e non sono scomparsi. Siamo in contatto con loro, sono rintracciabili”.
“Visto che non è stato possibile agire penalmente – ha aggiunto la responsabile dell’area di Baobab Experience – abbiamo agito sul piano civile”.
Il ricorso è stato presentato “affinchè venga accertata l’illegittimità  – si legge nel testo – della condotta del Governo italiano e/o del Ministero dell’interno, con conseguente condanna al risarcimento danni per lesione del diritto alla libertà  personale”.
Lente puntata, dopo la ricostruzione di tutte le fasi della vicenda della Diciotti, sulla “illiceità  della condotta delle Autorità  Italiana”.
“Si è assistito ad una restrizione della libertà  personale, platealmente arbitraria ed ingiustificata”, si puntualizza.
Citando, a riprova, le due informative inviate alle Procure di Agrigento e Catania, nelle quali il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, che il 23 agosto salì a bordo della nave della Guardia costiera bloccata per giorni al largo di Lampedusa, segnalava: “Alle persone non è consentito scendere dell’imbarcazione malgrado non vi sia alcun atto motivato di limitazione della libertà  personale disposto nei loro confronti da parte della competente Autorità , nè alcuna apparente ragione pratica di impedimento”.
Ad aggravare la situazione il fatto che, si evidenzia nel ricorso, “come candidamente riconosciuto dal Ministero dell’interno e dalla Questura si Roma, non sembra che si sia proceduto alla acquisizione dei rilievi foto-dattiloscopici dei ricorrenti”, che sono “persone non destinatarie di alcun provvedimento di espulsione o respingimento, ma, addirittura, potenziali richiedenti asilo, in quanto tutti eritrei”.
Quindi le richieste di accertare e dichiarare “l’illegittimità  della condotta del Governo italiano”, nelle persone di Conte e Salvini e condannarli al risarcimento dei danni. Le stesse richieste saranno avanzate alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

(da “Huffingtonpost”)

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IL M5S E’ RIMASTO SENZA VOCE, SUI SOCIAL I GRILLINI SONO SPARITI

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

ECLISSATI: DI MAIO HA RIDOTTO DI DUE TERZI I SUOI INTERVENTI, DI BATTISTA E’ LATITANTE, LA PAGINA UFFICIALE HA DIMEZZATO I POST

La sconfitta nelle elezioni regionali in Abruzzo prima, la difficile gestione del voto sul processo per Matteo Salvini dopo: l’uno-due che ha investito i 5 Stelle negli ultimi dieci giorni ha lasciato più di qualche strascico nel Movimento.
Strascichi visibili nei sondaggi che vedono un continuo calo per i 5 Stelle, nelle prime contestazioni della base e in quel 41 per centro di votanti su Rousseau che volevano il processo per Salvini.
Ma che i pentastellati stiano vivendo un momento di sbandamento lo si può vedere anche dai social network, principale canale di comunicazione dei 5 Stelle.
I dati elaborati dall’Espresso mettono infatti in evidenza come i 5 Stelle e i loro principali esponenti siano rimasti senza voce in questi giorni, riduciando in maniera drastica i messaggi ai loro fan.
Nell’arco di tempo che va dal 10 al 20 febbraio, Luigi Di Maio ha scritto su Facebook in media 1,4 post al giorno. Tanti o pochi?
Basti pensare che nei giorni precedenti, l’arco che va dal 29 gennaio al 9 febbraio, i post quotidiani di Di Maio erano 6,2: il quadruplo.
Un crollo che non può essere giustificato neanche dall’imminenza delle elezioni in Abruzzo, visto che questa domenica c’è una nuova tornata elettorale, in Sardegna.
Il calo di “produttività ” del capo politico del Movimento 5 Stelle non è solitario. Alessandro Di Battista, tornato di recente dal Sudamerica per supportare il Movimento, passa da 2 post al giorno a meno di mezzo post al giorno, il ministro Danilo Toninelli scenda da 3 post al giorno a 1,5: dimezzato.
La pagina ufficiale del Movimento invece crolla da 23 messaggi al giorno a soli dodici.
Gli altri politici, a dimostrazione della situazione specifica che riguarda i pentastelati, non segnano cali così significativi: Matteo Salvini mantiene la media di sedici post al giorno, Giorgia Meloni ne postava undici e continua a postarne undici, il Pd passa da dieci a nove.
La ridotta comunicazione dei 5 Stelle finisce per avere un profondo impatto anche sul coinvolgimento dei fan e degli elettori online, che subisce un crollo netto.
Le “reaction” totali ai post di Di Maio, la somma cioè dei commenti, dei like e delle condivisioni generate dai suoi messaggi su Facebook, passano da 1,1 milioni a soli 310mila (un terzo): così il leader 5 Stelle viene superato anche da Giorgia Meloni (690mila reazioni per lei). Irrangiungibile Matteo Salvini con le sue 4 milioni di reazioni complessive.
Non va meglio alle altre pagine della galassia 5 Stelle: le reazioni al profilo ufficiale del Movimento 5 Stelle passano da un milione a poco più di mezzo milione, Danilo Toninelli crolla da 162mila a poco meno di 60mila.
Peggio di tutti fa Alessandro Di Battista che da 228mila reazioni passa a 69mila.

(da “L’Espresso”)

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INTERVISTA A DE FALCO: “PER SALVARE SALVINI IL M5S HA TRADITO SE STESSO, E’ SUICIDIO POLITICO”

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

“HANNO BARATTATO IL RINVIO SULLA TAV E LE NOMINE INPS CON LA RINUNCIA AI PROPRI VALORI”

La giunta per le immunità  del Senato si è espressa sulla proposta del relatore Maurizio Gasparri di respingere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania per il caso della nave Diciotti.
Tutti i senatori pentastellati in giunta hanno votato No, secondo le indicazioni espresse da i militanti sulla piattaforma Rousseau, così come la Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e le autonomie. I voti favorevoli sono arrivati dai 4 componenti del Partito Democratico, a cui si aggiungono Pietro Grasso (LeU) e Gregorio De Falco, (Misto, ex M5S).
Lei ha scritto sui social che l’aver salvato Salvini ha aperto la strada a una risoluzione rapida di problematiche in ballo da tempo, come la tav e le nomine Inps. È un’accusa grave.
Ho osservato, non senza spirito critico, che — praticamente — a distanza di 48 ore dal voto, non si sente più Salvini che dice “la tav si fa”. Solo qualche giorno fa, durante la leggendaria analisi costi-benefici, Salvini aveva fretta, perchè giustamente le scelte vanno fatte, in un senso o nell’altro. Stesso dicasi sul reddito di cittadinanza, sul quale ho visto arrivare moltissimi emendamenti della Lega, importanti nel merito. Non tutti sbagliati. Perchè il reddito di cittadinanza è una grande idea ma occorre che sia realizzato con molta attenzione. Ora che fine hanno fatto?
Facciamo un passo indietro, lei in giunta per le immunità  ha votato No.
Certo. Va anche detto però che in effetti in giunta non si è votato come era stato detto, non so se sia noto che la giunta non ha votato la proposta che Gasparri aveva postato un po’ prematuramente sul proprio Facebook giorni addietro. È stato necessario, affinchè ci fosse compattezza, che la proposta fosse riscritta. La proposta di Gasparri, nella parte delle considerazioni prima della conclusione, era aberrante. Riteneva sussistente l’interesse governativo (non pubblico).
Non crede che la cosa più giusta era dare modo a un processo di verificare tutte le dinamiche incorse nel caso Diciotti?
Assolutamente si, anche se io non sono del tutto d’accordo che vada completamente soppressa la tutela della funzione ministeriale, ma deve essere un’eccezione. Ridotta ai casi assolutamente abnormi.
Le chiedo, quindi, secondo lei il Movimento ha tradito il suo elettori, dato che si era sempre condannato lo strumento dell’immunità ?
Questo è avvenuto sicuramente, utilizzando tra l’altro uno strumento di carattere demagogico. La consultazione degli iscritti sulla piattaforma Rousseau era inopportuna e illecita in quel momento. Consultare gli iscritti su un programma già  approvato non ha senso. Con un programma politico promosso e votato da 10.700.000 cittadini, non si può poi riproporre il quesito ai tuoi 20, 30, 50mila iscritti. Infatti moltissimi si sono astenuti dal votare.
L’esito del voto ha comunque evidenziato una profonda spaccatura nel Movimento.
La spaccatura è molto più profonda di quanto appaia. A voler vedere, su 100mila iscritti, 50mila hanno votato, il 60% di questi 50mila corrisponde al 30% degli iscritti.
Nel frattempo, per avere la certezza in aula di poter replicare il voto della giunta, stanno minacciando le espulsioni. Questo significa, tradotto, che si dice a un parlamentare, rappresentante del popolo e dello Stato, che non può esprimere liberamente la propria opinione. Tutto ciò, nonostante i numeri non siano dalla loro parte: 46 milioni sono gli elettori, 10 milioni dei quali hanno votato per il Movimento, ma solo 50mila dei 100mila, cioè neanche la metà  degli iscritti, ha partecipato a una consultazione la cui efficacia non è vincolante. Senza tener conto che il codice etico e il regolamento del movimento vietano al parlamento di non attuare o di votare contro il programma. E il programma prevede l’abolizione delle prerogative.
Cosa sta succedendo al Movimento?
Il Movimento sta usando, anche con una buona dose di ingiustizia, un’imponente pressione sui parlamentari. Tende a comprimere la loro libera espressione della funzione. Minaccia comminata per aver voluto eventualmente attuare il programma. Bisogna pensare agli effetti di questa minaccia, i colleghi preoccupati non sono pochi. Sta accadendo un po’ quello che successe a me: appena manifestai il mio dissenso sull’aberrante decreto sicurezza, divenni oggetto di attacchi totalmente ingiusti.
Insomma il movimento si sta veramente sgretolando, sta tradendo se stesso. Ha ragione Travaglio quando parla di suicidio. Che conclusioni ha tratto?
Oggi posso finalmente capire il motivo per cui il gruppo dirigente, quindi Di Maio e gli altri, abbiano inteso forzare fino a questo punto la spaccatura interna: tentano di recuperare l’elettorato sulla forza elettorale data dal reddito di cittadinanza e dallo stallo sulla tav.
Non è più un’illazione. Io vedo un rapporto causa-effetto tra il risultato raggiunto in giunta e questi dossier (tav, reddito di cittadinanza), nonostante la precarietà  del risultato in giunta.
Ha avuto più contatti con il Movimento? Con Di Maio, ad esempio, che tanto l’aveva voluta?
No, non ho avuto più rapporti, ho cercato di avere rapporti fino alla fine.
Ad oggi sente ancora di voler far parte di quel Movimento?
Continuo a condividere i motivi fondanti del Movimento: la tutela dell’ambiente, la giustizia sociale, ma qui stanno lasciando indietro enormi parti fondanti del movimento.
Non si può quindi restare legati alle idee.
Parlo di finalità  generali, qualcosa che è all’orizzonte. In Italia da almeno 20 anni non c’è nessuna visione del futuro, non c’è un progetto. Quando si tradiscono i valori fondanti di un consorzio, quel consorzio si spacca, nel movimento e nella società . Io vedo e so che il movimento non ha dimenticato totalmente quali siano le vere esigenze del paese.
Lei ha anche detto che nel caso Diciotti non sia stato tutelato l’interesse costituzionale, perchè?
L’interesse costituzionale è individuato dall’articolo 52, ossia la protezione dei confini della patria. L’imbarcazione stessa in ogni porto del mondo è territorio italiano, perchè su quella barca si amministra la giustizia, in caso sia necessario. La nave militare è territorio italiano, quei naufraghi erano già  in territorio italiano. Peraltro in questo caso i naufraghi non sono entrati in territorio italiano, ci sono stati portati da una motovedetta della guardia costiera. Le due navi, la Diciotti e la Dattilo che hanno prestato soccorso, sono state trattenute nel porto.
La Diciotti non è una nave adibita a ospitare persone per un tempo indefinito. La sua funzione è il soccorso. Tenerla ferma ha peraltro dei costi. Le ultime linee guida redatte sul comportamento delle imbarcazioni in mare ribadiscono che sia le navi mercantili che quelle militari devono essere alleviate il più presto possibile, per poter riprendere le normali attività : commerciali le prime, di soccorso le seconde.Se la nave fa da albergo, o per meglio dire da carcere, non può svolgere la propria funzione.
Cosa è accaduto secondo Lei?
In realtà  si è voluto insistere su questi migranti portati dalla nave militare con l’effetto oggi di far sì che queste due navi, Dattilo e Diciotti, costruite appositamente per fronteggiare il fenomeno migratorio, siano sostanzialmente ferme in porto e se escono è per fare attività  del tutto differenti.
Ne ha risentito anche la Guardia Costiera Italiana.
Le attività  sono cambiate, il raggio d’azione è arretrato e non solo per l’istituzione della zona sar libica.
Parliamo del controllo libico, cosa ne pensa?
L’area sar libica è stata dichiarata in maniera unilaterale, ma le convenzioni internazionale richiedono non solo la dichiarazione, ma che lo Stato costiero che assume la responsabilità  dei soccorsi abbia effettivamente le capacità  operativa di effettuarli. Sulla guardia costiera libica ho più di una perplessità . Posto che non credo si possa parlare di guardia costiera in modo unitario. Questo dubbio lo avevo segnalato quando il governo aveva proposto di donare le motovedette alla guardia costiera libica.
Noi con chi stiamo trattando? Con al Sarraji, con Haftar?
Una problematica sollevata con cognizione di causa, ma che di fatto esisteva anche con l’altro governo.Ma noi dovevamo essere il governo del cambiamento. La prima cosa che chiesi: se Minniti ha fatto questo e i risultati sono quelli che vediamo, noi che dobbiamo attuare il cambiamento facciamo la stessa cosa, o per esempio facciamo prima una politica volta a capire con chi stiamo trattando, chi è e se credibile il nostro interlocutore?
Cosa succede nel Mediterraneo?
Non c’è più nessuno, non ci sono più le ong e non ci sono più navi militari, si è fatto sì che la missione Sofia si sgretolasse, e invece doveva essere alimentata. Sto vedendo anche che non ci sono più gli occhi elettronici. Le posizioni della navi non sono aggiornate. Non solo non ci devono essere testimoni diretti, ma nemmeno mezzi elettronici che ci permettano di vedere e capire. Una delle più grandi bugie dette è che il problema si stia risolvendo. Salvini ha dichiarato che gli arrivi sono diminuiti, questo forse è vero. Ma non arrivano più non perchè non partono, ma perchè muoiono.

(da “TPI”)

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PASTORI SARDI, E ANCHE OGGI IL GOVERNO NON HA CONCLUSO UNA MAZZA, ORA SI TEME IL BLOCCO AI SEGGI

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

UN GOVERNO RIDICOLO CHE NON RIESCE NEANCHE A FAR SEDERE GLI INDUSTRIALI AL TAVOLO DELLE TRATTATIVE

L’accordo sul prezzo del latte non c’è stato e dopo che al tavolo di filiera convocato a Roma dal ministro Gian Marco Centinaio i trasformatori sardi non si sono presentati dando mandato a trattare ad Assolatte, i pastori sardi presenti al tavolo si dicono delusi e “incavolati”.
E annunciano: “domenica, giorno di voto, qualche iniziativa ci sarà “.
Si potrà  arrivare al blocco dei seggi? “Vedremo”, dice Nenneddu Sanna.
“Non lo so – aggiunge Gianuario Falchi – so solo che chi non si è presentato se ne farà  carico. Io ho fatto il mio dovere e sono venuto qui a Roma. Spero che già  domani si possa parlare della griglia per il prezzo latte dal prefetto a Sassari, perchè la questione deve essere discussa nell’immediato”.
Sarà  infatti il prefetto Giuseppe Marini, in qualità  di commissario della filiera del latte ovino, a proseguire la trattativa tecnica in Sardegna.
Nel frattempo, il Pd va all’attacco: “L’ennesimo tavolo del Governo sul latte si è chiuso con un flop: nessuna soluzione, tutto rinviato a dopo le elezioni. Salvini chieda scusa ai sardi e a tutti i cittadini per la penosa presa in giro delle ultime settimane. Una figuraccia e un autogol senza precedenti”, scrive su Facebook il deputato dem Michele Anzaldi.

(da agenzie)

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DOMANI FITCH POTREBBE TAGLIARE IL GIUDIZIO SUL DEBITO ITALIANO

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL GOVERNO TEME IL GIUDIZIO DELLA AGENZIE DI RATING: RECESSIONE TECNICA E PEGGIORAMENTO DEGLI INDICATORI NON LASCIANO PRESAGIRE NULLA DI BUONO

L’avvertimento lanciato il 31 agosto era stato chiaro: l’Italia è esposta a “potenziali choc”. Il governo gialloverde era ai suoi primi passi, ma Fitch esprimeva già  preoccupazioni, e non poche, sulle “contraddizioni” tra i costi “elevati” degli impegni previsti dal Contratto firmato da 5 stelle e Lega e l’obiettivo di ridurre il debito pubblico.
Nessun taglio del rating – il parametro che misura l’affidabilità  e la sostenibilità  di uno Stato – ma un outlook, cioè una prospettiva, portato da stabile a negativo.
Sei mesi dopo (il giudizio è atteso nella serata italiana di venerdì) la stessa agenzia di rating potrebbe presentare un conto ancora più salato.
Perchè quei potenziali choc hanno già  diffuso i loro germi: la produzione industriale è in caduta libera, il sogno della super crescita è svanito, è arrivata la recessione tecnica. Il rischio, ora, è quello di una nuova fibrillazione sui mercati e, a cascata, sull’economia reale.
Rispetto agli impegni assunti con il Contratto, le misure che impattano sull’economia messe in campo dal governo italiano sono andate incontro a un forte ridimensionamento. Cartina al tornasole di questo bagno di realtà  è stata la lunga trattativa con Bruxelles che ha portato la manovra dall’impianto del deficit al 2,4% per tre anni al 2,04%, assottigliando quindi le risorse messe a disposizione delle misure bandiera, cioè il reddito di cittadinanza e la quota 100 per gli anticipi pensionistici.
Già  in quelle settimane convulse, quando il governo non era intenzionato a retrocedere, lo spread aveva presentato il conto.
E nei sei mesi che sono trascorsi dall’avvertimento di Fitch a sgretolarsi è stato soprattutto l’appiglio su cui puntavano i due partiti di governo: il Pil ipertrofico.
Le stime sulla crescita sono state tagliate dallo stesso governo, ma anche quella messa nero su bianco nella legge di bilancio – +1% quest’anno – si è rivelata man mano sempre più irrealistica. Due trimestri consecutivi con il Pil sotto zero, quindi recessione tecnica. Nella pancia della crisi il deterioramento dell’industria, quello della produzione interna e dei servizi, un’occupazione che registra segnali controversi.
Venerdì Fitch ha di fronte diverse possibilità .
Può confermare il giudizio di agosto, suggellando quindi il rating attuale con outlook negativo.
In alternativa può sfumare, in negativo, la sua posizione prevedendo un watch (un altro parametro di valutazione del debito) negativo. Tradotto: il downgrade è probabile e vicino.
Quello che temono gli analisti, proprio in virtù del peggioramento dell’economia italiana e degli impegni gravosi che il governo sarà  costretto ad adottare se il Pil non ritornerà  a crescere, è però il taglio di un notch: passando da BBB a BBB- si arriva a un solo gradino dal livello spazzatura.
Come avvenuto lo scorso 19 ottobre con il giudizio di Moody’s. A un solo notch quindi dal livello spazzatura. Se dovesse prevalere la terza opzione, la tensione sui titoli di Stato italiani potrebbe riacutizzarsi. Ancora peggio se il taglio dovesse essere di due notch, passando da BBB a BB+.
à‰ una questione di affidabilità  del Paese agli occhi degli investitori, soprattutto esteri, tra l’altro già  in fuga, ma è anche una questione di risorse bruciate.
Il 23 novembre scorso la Banca d’Italia presentò il conto dello spread: nei sei mesi precedenti quasi 1,5 miliardi e il rischio di lasciare per strada oltre 5 miliardi nel 2019 e di circa 9 nel 2020. Ed è anche una questione di impatto sui conti: se sballano servono misure correttive, quindi tagli o peggio la possibilità  di un rialzo delle tasse.
Chi aspetta il giudizio di Fitch è soprattutto il governo. Dopo aver portato a casa la manovra, gli esami ricominciano.
La decisione dell’agenzia di rating è solo la prima di una lunga serie di ostacoli che rischiano di compromettere, e non poco, il già  delicato percorso concordato con l’Europa. Mercoledì prossimo arriverà  il Country report di Bruxelles e sarà  tutt’altro che una boccata d’ossigeno: secondo le anticipazioni di Repubblica, lo studio metterà  in luce la fragilità  della strategia rivendicata da Matteo Salvini e Luigi Di Maio e cioè fare del reddito e della quota 100 le leve per spingere il Pil in positivo.
Il 15 marzo è atteso il giudizio di Moody’s, il 26 aprile quello di Standard & Poor’s.
In mezzo – entro il 10 aprile – bisogna presentare il Documento di economia e finanza, dove si fotografa il presente e le prospettive dello stato di salute dell’economia. Il governo non potrà  sottrarsi dall’indicare quale è lo stato dell’arte.
Si capirà  allora se quella convinzione rivendicata anche oggi da Matteo Salvini, e cioè la non necessità  di una manovra bis, potrà  essere riconfermata o meno. Intanto sono cambiati i toni: la correzione dei conti non è più un tabù. L’anima del governo più sensibile all’Europa e alla necessità  di tenere le finanze al sicuro parla già  da tempo con un linguaggio che non esclude l’intervento.
Il sottosegretario in quota Lega Giancarlo Giorgetti, ma anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria.
I duri e puri sono Salvini e Di Maio, che rivendicano la necessità  di dare alle due misure bandiera della manovra la possibilità  di sprigionare gli effetti positivi.
Il premier Giuseppe Conte ci crede: per lui sarà  un 2019 “bellissimo”. Ma già  da venerdì Fitch potrebbe appannare, e di molto, una convinzione che non è più granitica neppure dentro al governo.

(da agenzie)

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MELEGNANO SCENDE IN PIAZZA: SABATO FIACCOLATA DI SOLIDARIETA’ PER LA FAMIGLIA CHE HA ADOTTATO IL GIOVANE SENEGALESE OGGETTO DI MINACCE DA PARTE DELLA FOGNA RAZZISTA

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

CRESCONO DI ORA IN ORA LE ADESIONI… IL MESSAGGIO DI FICO ALLA FAMIGLIA: “NON SIETE SOLI”

Sarà  sabato alle 16 la fiaccolata antirazzismo di Melegnano (Milano) per esprimere solidarietà  al 21enne senegalese Bakary Dandio e ai suoi genitori, oggetto di minacce di stampo razzista per due volte nei giorni scorsi.
Il corteo, organizzato dal sindaco Rodolfo Bertoli che l’ha fortemente voluto insieme con la maggioranza di centrosinistra, partirà  dalla stazione ferroviaria per arrivare in piazza della Vittoria. Sono previste circa mille persone, ma le adesioni stanno crescendo di ora in ora.
“Stamattina abbiamo deciso che si tratterà  di una camminata – ha spiegato Bertoli – alla quale si potranno portare anche fischietti per far sentire forte la propria volontà  di testimoniare la propria presenza a fianco della famiglia Pozzi e per ribadire il proprio no a ogni forma di razzismo”.
Partiti e innumerevoli associazioni si sono schierate dalla parte del ragazzo e dei due combattivi genitori adottivi, Paolo Pozzi e Angela Bedoni, sulla cui casa sono comparse per due volte scritte minacciose.
L’ultima, lunedì mattina, recitava in un improbabile dialetto “Ammazza al negar”, e sotto di essa era disegnata una svastica.
La solidarietà  alla famiglia era stata espressa ufficialmente anche lunedì sera in Consiglio comunale, cui avevano partecipato i due genitori, mentre Bakary aveva preferito rimanere defilato. Così come sembra farà  sabato: la sua presenza non è assicurata.
Ieri anche il presidente della Camera, il Cinque stelle Roberto Fico, su Facebook è intervenuto sul tema. “Mi preoccupa – ha scritto – quanto accaduto in queste ore a Melegnano, con le scritte razziste contro una famiglia che ha adottato un ragazzo senegalese. Voglio dire a Bakary e alla sua famiglia che non sono soli. Occorre condannare con forza ogni gesto e ogni parola che possono minare il perimetro della nostra civiltà , che è fondata su principi di uguaglianza, solidarietà , tolleranza”.

(da agenzie)

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CANTONE SMONTA LE AUTONOMIE REGIONALI: “CAOS NORMATIVO, COSI AUMENTA LA CORRUZIONE”

Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DI ANAC CONTRO IL PROVVEDIMENTO DEL GOVERNO: “CI RIMETTERANNO I CITTADINI DEL SUD”

“Devolvere differenti materie a seconda delle richieste delle Regioni rischia di rendere ancora più caotico il sistema nel suo insieme e aumentare quell’incertezza normativa in cui notoriamente alligna il malaffare e che genera la corruzione. Un vero ossimoro, se si pensa ai quotidiani annunci sulla necessità  di semplificare, snellire e velocizzare le procedure”. Questo un passaggio dell’intervento del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, che sul Messaggero e sul Mattino fa un’analisi dei rischi dell’autonomia differenziata.
Riportando i dati Istat pubblicati, il presidente dell’autorità  anticorruzione fa luce su quanto “anche per effetto delle migliori condizioni socio-economiche” la crescita del “divario fra nord e sud si riflette anche sulla speranza di vita”.
Nelle regioni ricche, insomma, “non solo si vive meglio, ma pure più a lungo. Siamo davvero sicuri che, ampliando le differenze economiche, tutta l’Italia nel suo complesso avrà  da guadagnarci e che i cittadini del sud non abbiano proprio nulla da rimetterci?”. Cantone si sofferma, poi, su come l’attribuzione di ulteriori competenze a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna “a cui dovrebbe aggiungersi anche il mantenimento in loco di gran parte (fino al 90%!) dei proventi della tassazione” possa “mettere a repentaglio l’unità  nazionale e il principio di solidarietà  sancito dalla costituzione”.
Insomma, “a poco meno di vent’anni dall’entrata in vigore – dice il presidente dell’Anac – una delle riforme più discusse della storia repubblicana (quella del titolo v della costituzione, che nel 2001 attribuì alle regioni significativi poteri in numerosi ambiti) rischia di produrre uno dei suoi effetti più deleteri”.

(da “Huffingtonpost”)

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