Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
LA TARDIVA VERSIONE DEI FATTI DELLA SARTI, L’EX FIDANZATO CHE PARLA DI ALTRI ESPONENTI DEL M5S COINVOLTI
E alla fine arriva anche la versione di Giulia Sarti nella storia di Bogdan Andrea Tibusche che ha
nel frattempo coinvolto Ilaria Loquenzi e Rocco Casalino e portato la deputata di Rimini sull’orlo dell’espulsione dal MoVimento 5 Stelle oltre che alle dimissioni dalla commissione giustizia.
E se ieri non si poteva non notare il tentativo da parte del gestore di Social Tv Network, sito di bufale e propaganda M5S, di trascinare nella storia anche Casalino, oggi è la versione di Giulia a fare capolino sui giornali. Con dettagli molto interessanti.
La prima novità della giornata è la foto di una delle chat intercorse tra Casalino e Sarti su Whatsapp che viene pubblicata oggi a corredo di un articolo del Fatto Quotidiano firmato da Paola Zanca: come si vede dai testi della discussione, a essere stato fotografato è il telefono di Sarti, non quello di Casalino.
“Il mio ex mi ha già scritto che vuole farmi la guerra mediatica pubblicando cose personali e quant’altro. Io la affronto da sola senza che il mio nome venga associato al Movimento… Rocco spero sia chiaro che questa denuncia non è un alibi per continuare a fare la deputata del Movimento. Questa persona mi ha provocato un danno economico e morale che non può restare impunito. Io ho visto gli estratti conto ieri mattina.Voglio andare avanti e chiarire tutto in giudizio”, dice il testo che però non è quello, mostrato ieri da Casalino, in cui il rapporto tra i due era tutt’altro: “Sei sicura che sia stato lui? Sei sicura al 100% della sua colpevolezza? Perchè se denunci un innocente commetti reato”.
E siccome è ormai evidente che questa è la versione dei fatti di Giulia, nell’articolo di Vincenzo Iurillo si racconta un’altra circostanza finora sconosciuta che coinvolge una certa Maria Stanzione di Salerno.
Su una carta Postepay a lei intestata sono stati accreditati 17800 euro.
Racconta Il Fatto che sentita dai pm Stanzione ha raccontato di “essere legata sentimentalmente a Tibusche da circa otto anni e di essere perfettamente al corrente che l’indagato utilizzava in uso esclusivo una postepay ed un PayPal da lei stessa attivate”.
E qui ritorna anche la storia della malattia che Bogdan le aveva raccontato di avere: “la deputata era portata a credere che gli unici ammanchi fossero dovuti a quelle drammatiche esigenze. Invece Bogdan le aveva nascosto di essere legato da otto anni con la salernitana Maria Stanzione“.
Ecco quindi che il quadro della situazione comincia a farsi molto più chiaro.
La Sarti accusa il fidanzato Tibusche di averla fregata con la questione dei soldi. “Se fosse stata sentita dai pm, la Sarti avrebbe potuto ribadire di non aver mai saputo della relazione salernitana del fidanzato”, aggiunge il Fatto, che poi dice che la deputata “presenterà una memoria al Gip che dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione o disporre nuove indagini”.
Ovvero l’esatto contrario di quanto uscito un paio di giorni fa quando la storia era scoppiata, e cioè che non aveva presentato opposizione alla richiesta di archiviazione da parte del PM.
È evidente che qualcosa è cambiato dal giorno in cui è scoppiato il caso. Ovvero, che Giulia Sarti ha deciso di rispondere, senza comparire, alle minacce legali del fidanzato.
Il quale ha fatto sapere informalmente attraverso il suo avvocato che avrebbe intenzione di presentare una denuncia per calunnia o una richiesta di risarcimento danni nei confronti della Sarti. Che avrebbe anche fatto false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, se la versione di Bogdan Tibusche fosse quella sposata dall’accusa.
Così però non è, perchè la spiegazione della procura di Rimini sulla mancata apertura di un fascicolo per calunnia (reato che si persegue d’ufficio) sta nel fatto che la formula di richiesta di archiviazione è dubitativa: nemmeno il PM è certo, in base alle prove raccolte, di come siano andati i fatti, quindi non può contestare la calunnia a Sarti.
Le chat “che coinvolgono esponenti M5S”
Dall’altra parte della barricata c’è Bogdan in assetto di guerra con lo scolapasta in testa. Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera fa sapere che ci sono altre chat e registrazioni sul caso Sarti rimaste finora riservate che coinvolgono altri esponenti M5S che Tibusche “potrebbe rendere pubbliche già la prossima settimana”.
Intanto sul Corriere arrivano quelle in cui Giulia e Bogdan concordano la versione:
Sarti: «Ho chiamato Mantero, il capogruppo. Devo mandargli una mail urgente con la spiega di quanto accaduto. Vogliono distinguere tra i furbi e gli errori»
Tibusche: «Mi sembra chiaro»
Sarti: «Ho provato a chiamare anche Luigi su suo consiglio ma non mi risponde. Ora neanche Bugani. C’è Di Battista a Forlì, io devo prima inviare questa mail e dimostrare che si è trattato di un errore».
Alla fine scrive la lettera indirizzata anche a Di Maio con tutto l’elenco degli errori. E la legge al fidanzato. Tibusche:«È perfetta».
E il quotidiano aggiunge che Sarti aveva fatto spese superiori alle proprie possibilità e «aveva tra l’altro due collaboratori per i quali, fino al 2014, venivano pagati solo gli stipendi con esclusione dei contributi. Per questo l’Agenzia delle Entrate chiese il pagamento di alcune cartelle da 9, 10 e 12mila euro da pagare per tasse e contributi».
Insomma, da una parte ci sono le minacce di dossieraggio e pubblicazione di chat riservate con altri esponenti M5S, che servono a tenere sotto pressione il MoVimento 5 Stelle e i suoi esponenti maggiori che ora possono essere coinvolti nella vicenda magari a causa di una risposta su Whatsapp che risale a oltre un anno fa, con una richiesta di risarcimento danni non ancora notificata ma già anticipata tramite media.
Dall’altra c’è la Sarti che racconta soltanto oggi dei rapporti del fidanzato con un’altra donna con lo scopo di alleggerire mediaticamente la sua posizione di deputata M5S che ha promesso una cosa in pubblico e fatto il contrario in privato essendone perfettamente consapevole al di là di ogni scusa e giustificazione più o meno valida.
Sono il partito degli onesti, bellezza, e tu non puoi farci niente.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
L’ALLARME TARDIVO NELLA RELAZIONE AL PARLAMENTO: “EPISODI DI STAMPO SQUADRISTA SONO IN AUMENTO”
L’allarme nella Relazione 2018 consegnata al Parlamento: “Pericolo concreto della crescita di episodi di intolleranza nei confronti degli stranieri” da parte dell’estrema destra. Xenofobia, terrorismo, cyber-spionaggio: sono i principali temi sui quali si è concentrato l’allarme dei Servizi segreti, nella Relazione consegnata al Parlamento.
Razzismo e xenofobia
In vista delle elezioni europee c’è il rischio concreto che possano aumentare gli episodi di intolleranza nei confronti degli stranieri. La Relazione spiega che nell’anno trascorso l”ultradestra si è caratterizzata “per una pronunciata vitalità “, riproponendo “le sue consolidate linee di tendenza: competizioni ‘egemoniche’, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla base, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere”.
Spiegano i Servizi che le formazioni “hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo”.
Antifascimo-estrema destra: rischio aumento scontri
Rischia di intensificarsi la “conflittualità ” tra antifascisti ed estremisti di destra: uno scontro che potrebbe portare a “criticità ” per l’ordine pubblico.
L’intelligence sottolinea come la “mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice” possa deflagrare in qualcosa di più pericoloso.
La propaganda e le pratiche del movimento ‘antifa’, dicono infatti gli 007, hanno subito nel 2018 una “radicalizzazione” dovuta ad una “percepita crescita di visibilità e protagonismo” dei militanti di estrema destra su questioni riguardanti sicurezza, migranti, disagio sociale. E questa “accentuata propensione allo scontro – è la conclusione dell’intelligence – rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”. Sul fronte dell’estremismo interno quella rappresentata dagli anarco-insurrezionalisti resta “l’espressione più insidiosa”.
Terrorismo: allarme radicalizzati in casa
Per la Relazione, “esiste la possibilità che al Qaida sfrutti l’indebolimento del cosiddetto ‘Stato Islamico’ per un rilancio dell’attività terroristica”. In Italia, il rischio maggiore è rappresentato dal fenomeno dei radicalizzati in casa, “un bacino sempre più ampio e sfuggente”. Il web si conferma per l’ideologia jihadista il mezzo più immediato ed efficace “per fare proselitismo, scambiare materiale apologetico che istiga alla lotta contro i ‘miscredenti’ e veicolare istanze radicali antioccidentali anche nel nostro Paese”. Per gli analisti “si gioca una partita importante sul piano della prevenzione. Il numero dei foreign fighters partiti per la Siria e l’Iraq e collegati a vario titolo con l’Italia è salito da 129 a 138.
Cyber attacchi quintuplicati
Nel 2018 il numero complessivo dei cyber attacchi è più che quintuplicato rispetto all’anno precedente, prevalentemente in danno dei sistemi informatici di pubbliche amministrazioni centrali e locali (72%). È stato rilevato, in particolare, un sensibile aumento di attacchi contro reti ministeriali (24% delle azioni ostili) e contro infrastrutturericonducibili ad enti locali (39% del totale del periodo in esame, con una crescita in termini assoluti pari a circa 15 volte.
AI gruppi ‘hacktivisti’ vanno attribuiti anche gli attacchi contro risorse web e social media delle principali forze politiche nazionali, specie in prossimità della tornata elettorale del 4 marzo.
E ai medesimi collettivi è da ricondurre pure un cospicuo numero di attacchi – più che triplicati rispetto al 2017 – in danno di soggetti privati, riguardanti per lo più i settori delle telecomunicazioni (6%) e dei trasporti (6%), con particolare focus verso operatori del settore energetico (11%) e relativi fornitori.
Camorra, spaccio droga sui social networ
Nella realtà camorristica cresce il “ricorso a ‘piazze di spaccio virtuali’, gestite sui social network con consegna dello stupefacente a domicilio anche in aree della città al di fuori della ‘competenza’ dei singoli clan”. È una delle novità segnalate dalla Relazione dei Servizi segreti. La pratica si spiega anche con l’interesse dei clan storici, “anche a seguito della scarcerazione di esponenti di primo piano, a svolgere un ruolo di mediazione rispetto ai gruppi minori, tentando una ridefinizione delle competenze territoriali, resa assai complessa dalla vicinanza fisica fra i sodalizi”.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
“USATI COME BURATTINI DA POLITICI E MINISTRI”: I DIPLOMATI NON DIMENTICANO LE PROMESSE DI DI MAIO
Le maestre e i maestri diplomati magistrali restano fuori dalle Graduatorie ad esaurimento
(GAE).
A deciderlo è stata l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato che ha stabilito che «il possesso del solo diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento del personale docente ed educativo istituite dall’articolo 1, comma 605, lett. c), della legge 27 dicembre 2006, n. 296».
Questo significa che per i diplomati magistrali l’immissione in ruolo non potrà avvenire in base allo scorrimento delle graduatorie ma sarà necessario superare un concorso.
Il Consiglio di Stato conferma così quanto stabilito nella precedente sentenza emessa dalla Plenaria nel 2017 che diede il via alla battaglia dei diplomati magistrali.
Con la recente sentenza l’Adunanza ha ribadito la necessità di superare un concorso per accedere ai posti di insegnamento cosa che appunto esclude coloro che hanno conseguito il diploma magistrale (e non hanno altri titoli di studio) prima del 2001.
I maestri e le maestre che sono in possesso del diploma magistrale non perdono l’abilitazione all’insegnamento ma per poter accedere alle cattedre dovranno superare i concorsi.
Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha commentato la sentenza dichiarando che «la decisione del Consiglio di Stato sui diplomati magistrali conferma la bontà e la lungimiranza delle decisioni prese dal Governo e dalla maggioranza con il Decreto Legge Dignità a tutela di questi lavoratori» ricordando come «grazie alle norme varate questa estate, infatti, il personale è stato messo nelle condizioni di partecipare a un concorso semplificato che consentirà agli interessati di accedere all’immissione in ruolo».
Ed è proprio in virtù dell’introduzione del decreto legge 12 luglio 2018, n. 87 (il cosiddetto decreto dignità ) che ha istituito il concorso straordinario che si è resa necessaria una seconda valutazione da parte del Consiglio di Stato.
Il Decreto Dignità però non è intervenuto sulla questione del valore abilitante ex se del diploma magistrale.
Al momento sono circa 50mila i diplomati magistrali cui è impedito l’accesso alle GAE e sono state 42mila le domande di iscrizione al concorso straordinario indetto dal Ministero.Dal punto di vista giudiziario la vicenda non finisce qui perchè a marzo è atteso il pronunciamento della Cassazione sulla sentenza “gemella” del Consiglio di Stato, quella del 2017.
Se la suprema Corte decidesse di annullare la sentenza del 2017 a cascata si potrebbe arrivare anche all’annullamento di quella dei giorni scorsi, con il prevedibile effetto di complicare ulteriormente le cose per il Governo, almeno dal punto di vista dell’immagine. L’esecutivo ha tentato di prendere tempo trasformando in contratto a tempo determinato (fino al 30 giugno 2019) il contratto a tempo indeterminato (o le assunzioni annuali) già sottoscritto dai docenti magistrali abilitati. Ma questo non basta.
In un post pubblicato questa mattina sulla pagina Facebook del Coordinamento Diplomati Magistrali Abilitati i docenti esprimono tutta la loro amarezza e impotenza: «come dei Burattini appesi ad un filo che non riusciamo a spezzare. Un filo mosso a turno dai giudici delle diverse sezioni, dai politici, dai ministri, dagli avvocati, dagli “opponendum” e dall’assenza dei sindacati».
I docenti non dimenticano di essere stati a lungo blanditi da chi oggi è al governo e che ha lasciato intendere che una soluzione si sarebbe trovata.
Ad esempio durante un comizio a Pescara Luigi Di Maio disse alle maestre «vi dovete fidare di me, perchè nessuno vuole mandarvi a casa e nessuno vuole compromettere le vostre aspettative di lavoro».
Qualche giorno dopo la senatrice Barbara Floridia ribadiva in Aula a Palazzo Madama che il M5S stava con le maestre “anche adesso che stiamo al governo”.
Ora ai diplomati magistrali — usati come tanti per fare un po’ di campagna elettorale — resta solo il concorso straordinario. Che però rischia di lasciare fuori molte maestre. I 24 mesi di servizio inseriti tra requisiti di accesso per il concorso potrebbero portare all’esclusione di docenti abilitati.
Ad esempio quelli inseriti con riserva nelle GAE in seguito ai ricorsi ma che non hanno i due anni di servizio oppure coloro inseriti nella III fascia delle graduatorie e in possesso di diploma magistrale.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
TOLTI NELLE INFRASTUTTURE AD ANAS E FERROVIE DELLO STATO
“Diteci quale grande opera abbiamo mai bloccato noi del M5S”: il video in cui Alessandro Di Battista si fa la domanda retorica del secolo affermando implicitamente che in effetti sì, è vero, i grillini abbaiano contro le grandi opere ma poi si rimangiano regolarmente tutto, ha un’altra faccia della medaglia.
E sono i quattro miliardi in meno in investimenti per le infrastrutture che il governo Conte ha tolto in tre anni ad ANAS e Ferrovie dello Stato. Sì, proprio quel governo che ha nel ministro Tria uno dei fautori dell’importanza delle opere.
Racconta oggi Repubblica che il fondo per gli investimenti Anas nell’anno 2019 si è ristretto di un miliardo 827 milioni, passando da 2 miliardi 361 milioni a meno di 534 milioni.
È una cifra superiore a un terzo di tutti gli stanziamenti previsti nel triennio.
Sia chiaro: i soldi non sono evaporati. Semplicemente sono stati spostati sul 2020 e sul 2021. La giustificazione è un adeguamento al piano finanziario dei pagamenti.
Ma di fatto sono spese per investimenti e infrastrutture che vengono rinviate, proprio da quelli che dicono che andranno cantiere per cantiere a far ripartire le grandi opere. E non finisce qui, perchè poi ci sono le Ferrovie dello Stato.
Gli stanziamenti per gli impianti di competenza 2019 sono stati ridotti da 3 miliardi 492 milioni a un miliardo 152 milioni, con un saldo netto negativo di 2 miliardi 340 milioni.
In questo caso, ben oltre un quinto di tutte le somme assegnate alle infrastrutture ferroviarie per il periodo 2019-2021.
E a differenza di quanto fatto per l’Anas, qui il governo non si è limitato a spostare i denari da un anno all’altro, ma ha anche tagliato di un miliardo e 300 milioni le disponibilità del triennio, che in questo modo dimagriscono da 10 miliardi e 991 milioni a 9 miliardi 691 milioni. Il gruppo Fs subirà così quest’anno un ridimensionamento del 71 per cento dei finanziamenti statali, ridimensionati da 5,8 a meno di 1,7 miliardi.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
MA ERANO I SOVRANISTI DELLA DOMENICA A ELOGIARE IL PRESIDENTE USA QUANDO LI AVEVA MESSI
“Stiamo pagando il peso di una contrazione dello scenario internazionale, la guerra dei dazi, c’è
anche una debolezza della domanda interna nostra ma è anche vero che la solidità economica del nostro paese rimane integra”.
Parole (e musica) di Giuseppe Conte, dirige il maestro Rocco Casalino: il premier si è accorto che i dazi sono il male anche se non ha avuto ancora il coraggio di nominare chi li ha messi, e cioè Donald Trump.
Ma siccome non si può aver tutto dalla vita, tanto vale accontentarsi del fatto che Conte ci sia arrivato e che le sue parole smentiscano quelle dei due vicepremier, che nei mesi scorsi avevano elogiato il sistema dei dazi di Trump, forse immaginando di poterlo replicare in piccolo da noi.
Ad esempio Matteo Salvini: il leader leghista dichiarò all’epoca di ammirare “i leader politici che fanno gli interessi dei loro cittadini. Non capisco perchè l’Italia sia governata da gente che faccia gli interessi degli altri e non degli italiani“.
Per Salvini gli americani avevano bene ed era colpa nostra che invece che eleggere leader come Putin o Trump eleggiamo quelli sbagliati.
Per il leader della Lega i dazi di Trump (o altri dazi) non avrebbero penalizzato le imprese italiane perchè “se siamo in parità di condizioni il made in Italy non ha rivali nel mondo” il che significa probabilmente che nella visione di Salvini per giocare alla pari dobbiamo imporre dazi per il 100% del valore di qualche prodotto made in USA così ci rimetteranno anche i consumatori che vedranno salire alle stelle i prezzi.
E poi c’è anche Di Maio, che invece voleva i dazi per l’Italia: «Non sono per l’isolamento dell’Italia. Ma come Italia, con un sistema produttivo così particolare, dei prodotti così unici non dobbiamo avere paura di affrontare il tema dei dazi per proteggerci e questo non vuol dire isolarsi. Significa cominciare ad aprire i rubinetti con paesi che ci rispettano economicamente e rispettano le nostre specialità , ma chiudere i rubinetti con altri paesi che non rispettano le nostre specialità e rappresentano una minaccia con i loro prodotti a basso costo».
Il dettaglio è che se tu metti i dazi, anche gli altri mettono i dazi sui prodotti che esporti.
E alla fine ci si perde in due.
Conte ci è arrivato. Salvini e Di Maio quando lo scopriranno?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
IL PASTORE TEDESCO DEI VIGILI DEL FUOCO SOFFRIVA DI UNA MIELOPATIA DEGENERATIVA
Ludovica, Edoardo e Samuel. Ma non solo. Sono i nomi di tre bambini, ma ce ne sarebbero tanti altri, salvati dal cane Falco.
Ludovica, Edoardo e Samuel erano rimasti incastrati nella sala da biliardo dell’hotel Rigopiano, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017, e a portarli fuori di lì ci aveva pensato il pastore tedesco dei vigili del fuoco che poi, un anno dopo quell’intervento, fu colpito da una malattia degenerativa. E per cui il suo padrone è stato costretto a sopprimerlo.
Ad annunciare la morte di Falco, il cane eroe che salvò i tre bambini dalle macerie di Rigopiano, è stato Fabrizio Cataudella, vigile di Latina che con lui ha lavorato per nove anni. Falco era affetto da una mielopatia degenerativa che non gli ha lasciato scampo e che nell’ultimo periodo lo aveva privato dell’uso delle zampe posteriori.
Come racconta il suo padrone, sopprimerlo è stato necessario per impedirgli ulteriori sofferenze vista l’impotenza di fronte a un peggioramento impossibile da bloccare o rallentare.
“Siamo stati operativi in interventi delicati, dove spesso sentivamo addosso la responsabilità di dare una risposta a chi da noi aspettava buone notizie”, ha scritto Fabrizio su Facebook annunciando la morte di Falco e ammettendo che forse, avrebbe potuto compierlo prima quel gesto. Ma non ne aveva avuto il coraggio.
Perchè per uno “abituato a stare tra boschi e campi aperti”, “non era più una vita degna” quella a cui la paralisi delle zampe lo costringeva.
L’eroe a quattro zampe di Rogopiano si è addormentato ma i “suoi bambini”, quelli da cui, paziente, si lasciava accarezzare come ricorda Fabrizio, restano la testimonianza migliore di ciò che Falco ha rappresentato e di tutto quello ha contribuito a realizzare. Ludovica, Edoardo e Samuel.
Assieme a tanti, tanti altri.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2019 Riccardo Fucile
RUOCCO, GALLI, SARLI, VIZZINI, SPORTIELLO, BRESCIA, GALANTINO… TRA LEGITTIMA DIFESA E LEGGE SULL’AUTONOMIA .”FERMIAMO L’ONDA DELLA LEGA”
Il dissenso dentro il Movimento 5 Stelle trova l’apice tra i presidenti delle commissioni
parlamentari e come una slavina raggiunge tanti deputati e senatori.
Carla Ruocco, la presidente della commissione Finanzia della Camera, ha appena lasciato l’Aula e sta per infilarsi in ascensore per raggiungere il suo ufficio.
Con tono perentorio osserva: “È finito il tempo in cui possiamo dire di aver vinto, perchè in Sardegna per esempio non abbiamo vinto e dobbiamo riflettere e cambiare”.
Un concetto stringato che dà l’idea dell’aria che tira a Montecitorio dove il calendario dei lavori si prospetta ricco di insidie.
Due sono i temi che inquietano i deputati M5s: legittima difesa e il provvedimento sull’autonomia differenziata regionale, entrambi bandiere dell’alleato leghista. “L’onda un tempo ha seguito noi e ora segue Salvini. Come facciamo a fermarla? Non possiamo assecondarlo su tutto”, dice una deputata a taccuini chiusi.
Nei corridoi della Camera questo dissenso inizia a strutturarsi e a non essere più così anonimo. Come per il caso del decreto Sicurezza quando diciotto deputati hanno scritto una lettera al capogruppo Francesco D’Uva, allo stesso modo un gruppo di parlamentari non ha intenzione di far silenzio sulla legge che riguarda la legittima difesa.
“Quando sono state votate le pregiudiziali sono uscita dall’Aula e come me almeno altri dieci o quindici colleghi”: Veronica Giannone, alla sua prima legislatura, non teme di venir fuori allo scoperto.
Anche Gloria Vizzini per esempio non ha partecipato al voto e pensare che la discussine deve ancora iniziare.
Giannone tiene a precisare che non contesta la leadership di Luigi Di Maio, nonostante riconosca che sia necessario più dialogo, il problema piuttosto è la legge stessa: “Durante la discussione sulla legittima difesa sono necessarie delle modifiche, così com’è non può passare. Quel concetto ‘è sempre legittima’ va cambiato. Anche a Luigi, quando l’ho incontrato, ho detto che bisogna parlare di più”.
La risposta arrivata dal capo polito è la riorganizzazione all’interno del Movimento annunciata martedì e su cui molti confidono. Basterà ? Se lo chiedono tutti.
Ma la reazione sulla legittima difesa è a catena, dopo quelle di Paola Nugnes e Elena Fattori al Senato.
Ed ecco Gilda Sportiello: “Non voterò il provvedimento sulla legittima difesa. Non ho neanche presentato emendamenti al testo, perchè è proprio inemendabile”.
Stesso tenere Doriana Sarli, napoletana della commissione Affari sociali: “Non lo voto, il messaggio della Lega è pericoloso”.
Sta di fatto che qualcosa si muove e comincia a essere più organico e potrebbe scoppiare durante la prossima assemblea: “Di Maio deve ascoltarci”, è la richiesta che arriva da più parti. “Capita di ritrovarsi a cena insieme, qui intorno alla Camera quando finiamo di lavorare. E parlando ci troviamo d’accordo su alcuni temi”, spiega un altro deputato: “Non sono cene carbonare però, quando ci sarà l’assemblea dei deputati diremo tutto”.
Assemblea dei deputati fissata per martedì sera e che poi è slittata. All’ordine del giorno c’era anche il dossier Autonomie, nervo scoperto per il Movimento 5 Stelle.
“Sono l’unico a pensare che ci siano altre priorità ?”, si chiede il deputato grillino Davide Galantino, anche lui tra più critici in questo momento, anche lui tra coloro che tra una portata e l’altra si è trovato a discutere di ciò che non va dentro M5s.
Non si ferma qui: “Bisogna essere sinceri e soprattutto — scrive su Facebook – saper chiedere scusa quando non puoi mantenere fede a tutte le promesse fatte in campagna elettorale”. Il tenore è questo. “Il problema non è solo la legittima difesa. Noi siamo un partito che ha il maggior consenso al Sud, come facciamo a spiegare il provvedimento sull’Autonomia?”.
I più agguerriti sono i deputati campani.
Tra questi Doriana Sarli che già si è espressa sulla legittima difesa e Gilda Sportiello, ma anche Maria Pallini, Alessandro Amitrano.
Fino ad arrivare a Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera, tra le persone più vicine a Roberto Fico.
Andando a incontrare gli insegnanti in protesta si è lasciato sfuggire di non essere d’accordo alla riforma delle Autonomie per poi postare un vecchio video in cui si vede Beppe Grillo e il presidente della Camera. La didascalia recita così: “Senza capi nè padroni. Il nostro leader è il programma”.
Come se non bastasse i deputati M5s Giuseppe Brescia, vicepresidente della commissione sull’Immigrazione, Valentina Corneli e Doriana Sarli hanno votato ‘no’ alla parte della mozione di Fratelli d’Italia che impegna il governo “a non sottoscrivere il Global Compact”.
Altro segnale di insofferenza nei confronti dell’alleato leghista e di dissenso nei confronti del capo politico che potrebbe manifestarsi nei voti d’Aula fino a colpire il governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 27th, 2019 Riccardo Fucile
NELLE 133 PAGINE DI MOTIVAZIONI LA LEGITTIMITA’ GIURIDICA DELLA CONFISCA AL PARTITO A PRESCINDERE DALL’USO CHE NE E’ STATO FATTO
I giudici d’appello di Genova, con 133 pagine di motivazioni depositate ieri, scolpiscono nel marmo la premessa dei guai giudiziari che inseguono la Lega nell’era Salvini: la legittimità della confisca al partito di 49 milioni a prescindere dall’uso che ne è stato fatto, pari alla cifra che Umberto Bossi e Francesco Belsito ottennero truccando i bilanci, truffa al Parlamento per cui il 26 novembre sono stati condannati in secondo grado.
Da mesi si parla del “sequestro” dei soldi. I pm l’avevano chiesto temendo che i conti del Carroccio sarebbero stati svuotati prima del terzo grado sul raggiro Bossi-Belsito.
Con un blitz a settembre 2017 i pubblici ministeri hanno trovato solo 3 milioni e, chiuso un batti e ribatti giudiziario, hanno ottenuto via libera a “congelare” gli introiti successivi.
La Lega ha quindi rateizzato, ma attenzione: il sequestro, pur arrivando prima, è subordinato alla tenuta processuale della confisca. la quale è una sorta di condanna economica, mentre il medesimo sequestro è l’anticipazione, la «misura cautelare» per non far evaporare il denaro rimasto.
Consolidate le fondamenta del caso giudiziario
È chiaro insomma che se non regge o si sgonfia la prima, scricchiolano le fondamenta dei sequestri stessi e la caccia al tesoro sotto forma di nuova inchiesta per riciclaggio, con annessi blitz in Lussemburgo e indagini sulle presunte scatole cinesi create nel tempo dai contabili leghisti.
Perciò erano attese le motivazioni con cui i giudici spiegano quanto e soprattutto come «confiscare» in futuro.
E la risposta è lapidaria: tutto ciò che entrerà su depositi vagamente collegabili alla Lega finchè non si arriva a 49 milioni. È vero che il caso Bossi-Belsito deve ancora subire il vaglio della Cassazione, ma quest’ultima interviene su questioni di puro diritto.
Nel “merito” della legittimità della confisca, il passaggio finale, e molto netto, è quello che si è materializzato ieri.
Scrivono quindi i magistrati, per dettagliare la conferma della medesima confisca, che solo genericamente era emersa con il più sintetico “dispositivo” delle condanne in appello a Bossi e Belsito, pronunciate a fine novembre: «È superfluo accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito (cioè i 49 milioni, ndr) sia stata spesa, occultata o investita; ciò che rileva è che le disponibilità monetarie, in questo caso del partito politico, si siano accresciute di quella somma, legittimando quindi la confisca in forma diretta del relativo importo».
E allo Stato devono tornare «anche somme di denaro che sono state depositate o che verranno depositate su conti correnti intestati o comunque riferibili al predetto movimento politico successivamente alla data di notifica ed esecuzione del decreto di sequestro preventivo, emesso il 4 settembre 2017».
La versione più ampia possibile della confisca, messa nero su bianco con le motivazioni del secondo verdetto sulla truffa compiuta da Bossi e Belsito, fa insomma sì che i sequestri reggano. E così il tormentone della ricerca di tutti i 49 milioni su conti italiani e stranieri.
Le contabilità occultat
Nel resto degli incartamenti, oltre a descrivere per l’ennesima volta il «dilagare» delle spese pazze con la tesoreria di Belsito fino al 2012, viene fissato un punto fondamentale per dichiarare fuorilegge i soldi destinati alle spese private d’un «consapevole» Bossi: «La Lega Nord avrebbe anche potuto decidere, in modo tacito e informale, di sostenere spese in favore del segretario federale, per rispetto verso il fondatore del movimento, riconoscenza, qualunque altro motivo condiviso dai componenti degli organi del partito. Ma la spesa avrebbe dovuto avere regolari giustificativi, essere annotata con causale fedelmente rispettosa della destinazione, trovare corretta sintesi nel rendiconto, così da rendere trasparente e conoscibile agli elettori e in generale ai cittadini la scelta di come utilizzare i rimborsi elettorali, che come tale sarebbe stata insindacabile e non soggetta ad alcun controllo di merito.
Nel caso in oggetto è invece emerso come il partito fosse all’oscuro che una parte consistente di risorse veniva distratta dal segretario federale, dai suoi familiari e dal tesoriere per fini privati del tutto estranei a decisioni della Lega Nord, tanto da dover essere occultate nella contabilità ».
Perchè se ne continua a parlare
Ultima notazione fondamentale. La Lega deve restituire 49 milioni non perchè li abbia sperperati tutti. Il motivo è un altro: poichè Bossi e Belsito, nella richiesta di rimborsi al Parlamento per “spese politiche”, ovviamente non scrissero che 500mila euro erano stati dilapidati in esborsi privati, hanno perso il titolo a incassare l’intera somma, ovvero i 49 milioni che il Carroccio incassò.
E siccome il denaro è stato incassato pure sotto le gestioni di Roberto Maroni e Matteo Salvini, e in generale ne ha beneficiato nel complesso la Lega di ieri e di oggi che mai si è costituita parte civile, ecco che l’odierno movimento è chiamato a restituire.
(da “”il Secolo XIX“)
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Febbraio 27th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO I DUE RICHIAMI DEL GARANTE DELLE COMUNICAZIONI E I DATI DELL’OSSERVATORIO DI PAVIA CHE DENUNCIANO LO SQUILIBRIO A FAVORE DEL GOVERNO
La Commissione di deputati e senatori che vigila sulla Rai chiama in audizione l’amministratore
delegato della televisione pubblica, Fabrizio Salini. Tema: il pluralismo dell’informazione.
Il presidente della Commissione, il senatore forzista Alberto Barachini, scrive a Salini ricordando i due richiami che il Garante (l’AgCom) ha inviato alla Rai lamentando la parzialità del servizio pubblico tv.
Le contestazioni del Garante – di dicembre e, l’ultimo, di venerdì scorso – preoccupano molti parlamentari perchè siamo in vista della “campagna elettorale per le Europee”.
Oltre alle bacchettate del Garante, Barachini ricorda anche i dati dell’Osservatorio di Pavia che la Commissione parlamentare ha discusso, sempre in tema di presenze dei politici nei notiziari e nei programmi del servizio pubblico tv.
Infine, nella sua lettera a Salini, il presidente Barachini cita “l’imminente approvazione”, da parte della Rai, “del suo Piano industriale”. Varo che arriverà nella riunione del Consiglio di amministrazione del 6 marzo.
Barachini, dunque, chiede a Salini di dare la sua disponibilità a un’audizione (“con cortese sollecitudine”).
(da “Huffingtonpost”)
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