Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
CALO ANCORA PIU’ MARCATO NELL’ULTIMO TRIMESTRE
Ancora dati negativi per l’industria italiana: la produzione a dicembre segna un calo dello 0,8%
rispetto a novembre.
Lo rileva l’Istat, spiegando che si tratta della quarta contrazione consecutiva.
Su base annua l’indice corretto per gli effetti di calendario risulta in ribasso del 5,5%. Si tratta della diminuzione tendenziale più accentuata dal dicembre del 2012, ovvero da sei anni. In ribasso anche il dato grezzo (-2,5% su base annua).
“A dicembre – spiega l’Istat – diminuisce nuovamente la produzione industriale italiana, con una variazione ampiamente negativa sia su base congiunturale sia in termini annui. La flessione è diffusa a livello settoriale. Dopo il punto di massimo di dicembre 2017, in tutti i trimestri del 2018 la produzione ha registrato, al netto della stagionalità , flessioni congiunturali, con un calo più marcato nell’ultimo trimestre. Ciononostante, nel complesso dell’anno i livelli produttivi risultano in moderata crescita, grazie all’effetto di trascinamento dovuto al positivo andamento dell’anno precedente. Sempre in media annua, si rileva una dinamica positiva per i beni strumentali e per quelli di consumo, mentre sono in flessione i beni intermedi e l’energia”.
Nel complesso del quarto trimestre il livello della produzione registra una flessione dell’1,1% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile mostra un lieve aumento congiunturale solo nel comparto dei beni intermedi (+0,1%); diminuiscono invece in misura marcata i beni di consumo (-2,9%) e l’energia (-1,5%) mentre i beni strumentali registrano una variazione nulla.
Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a dicembre 2018 un’accentuata diminuzione tendenziale per i beni di consumo (-7,2%) e per i beni intermedi (-6,4%); diminuzioni più contenute si osservano per l’energia (-4,4%) e per i beni strumentali (-3,5%). Tutti i principali settori di attività economica registrano variazioni tendenziali negative. Le più rilevanti sono quelle dell’industria del legno, della carta e stampa (-13,0%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-11,1%) e della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-7,9%).
In forte calo anche la produzione di autoveicoli a dicembre 2018, che su base tendenziale una flessione del -16,6% (dato corretto). Nel 2018 la produzione è scesa del 5,9% rispetto al 2017.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA REAGISCE: DALL’APPELLO DI DUE RAGAZZE E’ NATO UN GRUPPO ORGANIZZATO CHE DISTRIBUISCE COPERTE E AIUTI
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” cantava Fabrizio De Andrè. E questa storia che arriva da Modena merita di iniziare con una citazione del grande cantautore genovese.
Il letame da cui si parte è il caso del vicesindaco leghista di Trieste Paolo Polidori che si vanta circa un mese fa sui social network di aver buttato nel cassonetto le coperte di un clochard quando questi era lontano. Di più, l’esponente del Carroccio dichiara di averlo fatto “con soddisfazione”.
Lo stesso gesto di accanimento gratuito nei confronti di una persona in difficoltà fa indignare mezza Italia e diventa, che beffa per il leghista, la molla che fa scattare un’iniziativa di resistenza civile a Modena.
Appena letta la notizia che arrivava dal Friuli Venezia Giulia infatti, due ragazze che studiano e lavorano nella città emiliana decidono di fare qualcosa.
Un gesto piccolo ma significativo: chiedere ai loro amici su Facebook se hanno delle coperte da mandare a Trieste per aiutare quel senzatetto.
Il risultato? «Di coperte, cappotti e maglioni in appena 24 ore da quel messaggio sui social ce ne sono arrivati circa un centinaio» spiega a L’Espresso Rossella Giulia Caci, che insieme all’amica Chiara Ciccia Romito è la persona dietro questa storia.
Tanta solidarietà , in gran parte inattesa. Persino troppa forse, se mai ci può essere “troppa” solidarietà . E così, mentre la casa di Rossella si riempe di coperte, per la gioia della sua coinquilina, si decide di puntare un po’ più in alto.
Di quelle cento coperte raccolte, venti vanno a Sant’Egidio a Trieste, ma le altre ottanta rimangono in Emilia dove, tra Modena e Bologna, diventano il primo seme di un progetto per aiutare chi ne ha più bisogno.
Rossella e Chiara infatti non si fermano e continuano nella loro iniziativa.
Intorno a loro si aggrega un nucleo di una quarantina di persone. Non sono un’associazione, non hanno un nome.
Il loro gruppo WhatsApp si chiama “La voce degli ultimi”. Sono avvocati, commercialisti, studenti, ingegneri, alcuni già vicini al mondo delle associazioni e altri invece più scettici, che decidono di dare una mano a chi ne ha bisogno.
Si incontrano di solito nel weekend e portano indumenti e coperte raccolti durante la settimana ai senza tetto che, magari per vergogna o per altre ragioni personali, decidono di non andare nei rifugi messi a disposizione del Comune.
«Nell’ultimo mese non c’è stato un solo giorno in cui non ci sia stato dato qualcosa per aiutare i clochard» spiega Rossella. «Ma il nostro aiuto cerca di andare anche oltre il semplice supporto di vestiario. Spesso parliamo con queste persone finite ai margini della società e con noi vengono anche alcuni bambini: una loro domanda che non ti aspetti può aprire un dialogo, abbattere un muro e creare una relazione».
E tutto questo “grazie” a un vicesindaco che ha buttato in un cassonetto delle coperte.
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’ANTIMAFIA MORRA NON RINUNCIA AI PRINCIPI DEL M5S, I POLTRONISTI INFURIATI CON LUI PER SALVARE IL SEQUESTRATORE DI PERSONE
Lui vuole processare Salvini, ma è il M5s a processare Morra.
Così il senatore grillino si è trovato sul banco degli imputati, visto che tutta la sceneggiata a 5 stelle che si sta mettendo in atto è tutta tesa a dichiarare l’impunità di Salvini, facendo passare quello che è – secondo l’accusa – un sequestro di persona e un abuso di potere come qualcosa di accettabile, come se l’onestà (anzi la famosa honesta, honesta, honesta) non riguardasse le sofferenze inflitte ai più deboli
“Non commento, grazie”. Così Nicola Morra, interpellato dall’AdnKronos, sulle accuse che si sono levate contro di lui, per la posizione ‘intransigente’ assunta dal presidente della Commissione Antimafia, relativamente alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, sul caso Diciotti.
Ieri le parole del senatore pentastellato Michele Giarrusso, capogruppo della Giunta per le immunità , che rivolto proprio a Morra aveva detto come “ognuno ritiene quello che crede su questa vicenda e se ne assumerà la responsabilità “.
(da Globalist)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROTESTA PRIMA DELLA CONFERENZA STAMPA CON BERLUSCONI E MELONI
Le “mani che annegano” per protestare contro la politica italiana sull’immigrazione. E contro Matteo Salvini che è ospite della città .
A Pescara, nel piazzale antistante Palazzo di Città , va in scena la protesta della Rete Oltre il Ponte, che ha realizzato con Arte Resistente l’installazione artistica.
Così come accaduto ad Atri (Teramo) lo scorso 3 febbraio, in occasione della visita in Abruzzo del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, anche a Pescara, la protesta è andata in scena prima della conferenza stampa congiunta di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a sostegno del candidato presidente del centrodestra Marco Marsilio alle regionali di domenica prossima.
L’installazione, dicono gli ideatori, serve per ricordare al ministro dell’Interno che “le vite delle persone ci stanno a cuore e che vogliamo che più nessuno muoia in mare”.
Le immagini delle mani che annegano sono diventate ormai virali sulla rete con migliaia di like e condivisioni.
La Rete Oltre il Ponte, cui hanno aderito anche una trentina di associazioni pescaresi, è nata nata ad agosto scorso con l’obiettivo di mantenere viva la sensibilità verso le tematiche riguardanti l’immigrazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
IL LEADER EUROPEISTA RITROVA IL SUO POPOLO, CENTINAIA DI INCONTRI NEI PICCOLI CENTRI DELLA FRANCIA LO FANNO RITORNARE AI LIVELLI PRECEDENTI AL FENOMENO DEI GILET GIALLI… E ORA VUOLE REGOLARE I CONTI CON M5S E LEGA, MENTRE I GIORNALI FRANCESI ATTACCANO LE INGERENZE DEL GOVERNO SOVRANISTA ITALIANO
Un messaggio diplomatico forte, ma anche un chiaro segnale interno, lanciato in vista delle
prossime elezioni europee.
Facendo richiamare l’ambasciatore di Francia a Roma, Christian Masset, il presidente Emmanuel Macron ha giocato su due fronti, aprendo una nuova strategia politica che potrebbe segnare un punto di svolta in questa fase del suo mandato.
Dinnanzi agli attacchi ricevuti dal governo gialloverde nelle ultime settimane, Parigi ha cercato inizialmente di mantenere un basso profilo, limitandosi a respingere le critiche nella speranza che ai cugini italiani passassero i bollenti spiriti.
Un atteggiamento quasi serafico quello della Francia, impegnata nel mentre a calmare le proteste dei gilet gialli che stavano bloccando il paese.
Così, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno continuato a sferrare i loro attacchi sulla Tav, il franco CFA e le politiche migratorie, aprendo ogni settimana un caso diplomatico.
La pazienza dall’altro lato delle Alpi sembra essersi esaurita nel momento in cui il Movimento 5 Stelle ha cominciato a tendere la mano ai gilet gialli, offrendo loro supporto e sostegno logistico.
Un’ingerenza inammissibile da parte di un paese alleato, che ha fatto scattare subito la convocazione al ministero degli Affari esteri francese dell’ambasciatrice italiana, Teresa Castaldo.
L’escalation di tensione tra i due paesi è poi continuata con l’incontro avvenuto questa settimana a Montargis, a sud di Parigi, tra Di Maio e un gruppo di gilet gialli apparentemente legati a una delle liste che si presenteranno alle elezioni europee. Una provocazione “inaccettabile” secondo il Quai d’Orsay, che ha sollevato seri dubbi sulle reali “intenzioni del governo italiano nei confronti della sua relazione con la Francia”.
“Nel linguaggio diplomatico richiamare il proprio ambasciatore significa far capire che si è arrabbiati, è uno dei codici solitamente utilizzati in casi simili”, spiega il politologo Olivier Costa all’HuffPost.
I gilet gialli sono visti come un movimento sociale relativamente violento e disordinato che tutti i sabati mette a ferro e fuoco alcune città .
Per questo – continua Costa – il fatto che un rappresentante politico possa incoraggiare una simile protesta con un incontro stupisce e viene considerato come un’ingerenza”.
Con un atto di forza, Macron ha voluto dimostrare al paese e ai gilet gialli che non verrà ammessa nessuna intromissione esterna, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee.
In queste ultime settimane il presidente Macron sta riguadagnando molto terreno nei sondaggi rafforzando la sua immagine dopo la crisi che lo ha colpito negli ultimi mesi.
Secondo l’ultima indagine, il capo di Stato ha guadagnato sei punti nell’opinione pubblica salendo al 34%.
La mossa diplomatica di oggi è un “chiaro segnale inviato a figure come il presidente russo Vladimir Putin o Steve Bannon, l’ex consigliere del presidente Donald Trump, che vedono positivamente i gilet gialli e sperano nell’indebolimento di un paese pro-europeo come la Francia”, afferma Costa. Proprio Macron durante la campagna delle presidenziali nel 2017 era stato vittima di alcune fake-news provenienti da Mosca.
Macron è velocemente risalito: un sondaggio Ifop diffuso oggi ha confermato e rafforzato la curva della rimonta del presidente francese Emmanuel Macron, che a dicembre era sprofondato al 23% di preferenze e che oggi – poco più di un mese dopo – è risalito al 34%.
La sua rimonta ha coinciso con l’inizio dell’offensiva del dialogo voluta dal presidente, il cosiddetto “Grande dibattito nazionale”. Al quale partecipano migliaia e migliaia di cittadini e politici locali ma anche ministri del governo e in alcuni casi anche il presidente in persona.
Già a gennaio, in molti erano stati sorpresi dalla rimonta inattesa di 5 punti, adesso il passo è stato ancora più lungo: risalita di altri 6 punti rispetto a gennaio.
Per analisti e politologi, il presidente ha saputo riprendere in mano la situazione e dettare un nuovo calendario, dopo aver fatto importanti concessioni il 10 dicembre sul potere d’acquisto.
Andando incontro ad alcune richieste dei manifestanti ha attenuato l’immagine di inflessibilità che accompagnava Macron, smorzando così la rabbia dei gilet gialli più moderati. Che, ora in un paesino di campagna, due giorni fa nella banlieue di Parigi, vedono materializzarsi il presidente della Repubblica che si mette a discutere sulle loro richieste in affollate assemblee cittadine.
Il Grande dibattito sembra aver coinvolto la gente comune al di là delle aspettative e centinaia di dibattiti locali continuano ad essere programmati ogni giorno nelle palestre, nei municipi, nei capannoni industriali.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
“IN SEGNO DI AMICIZIA VERSO LA FRANCIA ALLL’INSEGNA DEI VALORI EUROPEI CONTRO LE STRUMENTALIZZAZIONI ELETTORALI”
Una bandiera francese è stata appesa al balcone del Municipio di Cuneo, in segno di “amicizia”, dopo l’annuncio di Parigi di avere richiamato l’ambasciatore di stanza a Roma. Il tricolore sventola accanto alle bandiere di Italia e Ue.
L’iniziativa – dice il sindaco Federico Borgna – è “gesto di amicizia verso i cugini francesi e all’insegna dei valori più profondi dell’Europa che non possono essere messi in discussione e strumentalizzati a fini elettorali”.
D’altronde Cuneo da sempre guarda alla Francia grazie anche ai due valichi internazionali del Tenda e della Maddalena e alla linea ferroviavia che, pur tra qualche polemica, collega ormai da trent’anni – dopo una lunga interruzione – Cuneo a Nizza.
E proprio in Costa Azzurra e più in generale nella zona della Provenza sono emigrati nel secolo scorso molti cuneesi.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
PRESENTI ANCHE CISL E UIL PER LA PRIMA USCITA DEL LEADER SINDACALE, TEMUTO DAI GIALLOVERDI PER IL SUO CARISMA
#Futuro al lavoro la parola d’ordine coniata per sabato, a Roma. A piazza San Giovanni, con
Cgil, Cisl, Uil.
La sorpresa, se così si può dire, è proprio il luogo (location per essere à la page), dalla scelta iniziale piazza del Popolo si è passati a San Giovanni, sede storica del movimento sindacale: «La decisione — si dice dalle tre confederazioni — è stata presa per la necessità di trovare una piazza più capiente vista la grande adesione prevista».
Il termometro di Cgil, Cisl, Uil sta segnando alta temperatura, una febbre che prelude positivamente alla portata della manifestazione. Inoltre attraversata, innanzitutto in termini di feeling diretto con i lavoratori, dall’esordio di Maurizio Landini in quanto segretario generale della Cgil.
Ancora, altro motivo decisivo, il recuperato «spirito unitario» tra Cgil, Cisl, Uil. Che si ripropongano insieme, un fatto che nella memoria riporta al cd del 23 giugno del 2013. Tema al centro dell’impegno di sabato, lo stato della «merce lavoro» nel nostro Paese. Argomento desueto, tramontato, per ciò una sfida che traguarda San Giovanni e sulla quale i sindacati confederali stanno costruendo le fondamenta d’un divenire diverso, aderente alle mutate condizioni economiche, produttive e sociali
Condizioni nel Paese e sostanzialmente equivalenti nel nostro continente.
Stamattina, ad Agorà , su Raitre, Maurizio Landini ha anticipato l’appuntamento dei sindacati europei il 26 aprile a Bruxelles. Cambiare l’Europa e le politiche comunitarie si può. Non solo vincoli e restrizioni. Incompatibili con lo spirito dell’Unione sono anche le scelte dell’Ungheria di Viktor Orbà¡n, le 400 ore di straordinario obbligatorie retribuite quando fa comodo ai padroni
Si nota, nella traccia delle rivendicazioni indirizzate all’esecutivo della Comunità , l’intreccio tra i temi degli Stati nazionali con quelli continentali. Intanto, una politica fiscale comune e un bilancio pubblico europeo, finanziato appunto da risorse proprie e non da trasferimenti degli Stati.
Come per i redditi da lavoro, unici sottoposti a tassazione progressiva, l’Europa dovrebbe poter tassare gli altri redditi in misura coerente per garantire uno Stato sociale europeo, ripartito tra i membri dell’area euro.
Passando attraverso il contrasto dei 7 paradisi fiscali che ospita al proprio interno.
Altro capitolo, il lavoro. Non come e quale che sia. Ma legato a una politica sui prodotti e alla creatività .
L’Italia industriale vive una crisi nella crisi perchè è l’Europa a non passare un buon momento. Riverberando gli effetti sulle retribuzioni e sulle condizioni di vita. Tutto va rimesso in discussione.
«La legge di bilancio — scrivono i sindacati confederali nel documento che accompagna la manifestazione di Roma —, ha lasciato irrisolte molte questioni fondamentali per lo sviluppo del Paese a partire dai temi del lavoro, delle pensioni, del fisco, degli investimenti per le infrastrutture, delle politiche per i giovani, per le donne e per il Mezzogiorno. Temi sui quali Cgil, Cisl e Uil hanno avanzato indicazioni e proposte credibili e realizzabili che non hanno trovato riscontro nella legge di stabilità avanzata dal governo.
«Centinaia le assemblee su tutto il territorio nazionale — precisano le confederazioni —, all’interno delle quali il consenso è stato pressochè unanime e ha rappresentato un primo importante momento di favore con i lavoratori e i pensionati italiani sul documento consegnato a dicembre al presidente del Consiglio che si era impegnato a dare continuità al confronto, mai avvenuto, su alcuni capitoli indicati dal sindacato».
L’impegno auto-ignorato dal premier è stato accompagnato dal coretto augurante il fallimento dell’iniziativa della maggioranza.
In particolare, senza un perchè, da annotare l’irritazione del movimento 5stelle, di Luigi Di Maio in prima persona, contro Maurizio Landini, designato principale avversario. Vien da pensare che, nell’intimo, il vicepresidente voglia imputare al segretario della Cgil l’assenza di ambiguità come si addice ai leader.
In realtà , sia M5s che Lega appaiono preoccupati per il probabile sold out di piazza San Giovanni, che le decine di migliaia di lavoratori, pensionati, disoccupati, studenti possano far scendere i sondaggi favorevoli alla pièce «Anno bellissimo» di Peppino Conte.
Sarebbe il primo colpo negativo e non previsto per la «recita» dei partiti di governo.
(da Globalist)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
TRE “ATTI POLITICI” PER FUGGIRE DAL PROCESSO E CONSENTIRE UN VOTO PER SALVARSI DALLA GALERA… UNA SEQUELA DI BALLE CHE QUALSIASI COMMISSIONE SERIA ACCOGLIEREBBE CON UN PERNACCHIO
Non c’è nessuna argomentazione nuova, in grado di capovolgere le accuse del Tribunale del Ministri a Matteo Salvini, nella sua relazione una e trina depositata in giunta, con premier e vicepremier che, nei due allegati corrono in soccorso, per fornire al ministro dell’Interno uno scudo giudiziario.
Per fuggire dal “processo” e non “difendersi nel processo”.
Non c’è perchè la difesa sovranista è quanto di più vecchio si sia visto nelle Aule del Parlamento. Tutta politica, più che di merito.
Col ministro dell’Interno che chiama in correità l’intero governo sulla vicenda della Diciotti e l’intero governo corre a dare copertura politica. Questa è l’impostazione.
Tesa a dimostrare non l’assenza del gesto, su cui pende l’accusa di sequestro di persona, ma che quel gesto è “coerente” con la politica del governo.
È questo il cuore della memoria depositata dal ministro dell’Interno alla Giunta per le autorizzazioni: “Emerge chiaramente come proprio sulla vicenda Diciotti si è in presenza di un’iniziativa del governo italiano”.
Una iniziativa “coerente con la politica dello Stato sui flussi migratori peraltro risultante anche dal contratto di governo che non può essere svilita come mera presa di posizione politica avulsa dal contesto generale delle strategie governative”.
Prova di questa coerenza sono, appunto, i due documenti, allegati alla memoria, firmati dal premier Giuseppe Conte (il primo), da Luigi Di Maio e dal ministro dei Trasporti Toninelli (il secondo), sulla cui ammissibilità ci sarebbe molto da discutere.
Ma a chiudere il dibattito — anche questa è politica — ci ha pensato d’imperio il presidente della Giunta Maurizio Gasparri, fino a poco fa, per i Cinque Stelle, l’uomo nero che blindò per legge il conflitto di interesse di Berlusconi.
Adesso è utile pure il suo “garantismo” per salvare Salvini.
C’è un elemento che svela tutto, nei due allegati, peraltro molto poco brillanti nella scrittura e nell’argomentazione.
Ed è, non a caso, l’assenza della parola “collegiale”. Perchè un conto è una scelta collegiale, un conto è una scelta di un ministro, che in materia di immigrazione ha sempre rivendicato di essere l’unico titolare del dossier, scelta che poi viene “coperta” ex post perchè “in linea con la politica del governo”.
Non c’è la parola perchè quella decisione evidentemente non fu collegiale.
Cioè: in nessun consiglio dei ministri o in nessuna riunione formale del governo si è deliberato di impedire, per cinque giorni, lo sbarco dei migranti della Diciotti.
Non a caso l’avvocato del Popolo, nei panni dell’avvocato del Governo scrive che “le determinazioni assunte in quell’occasione dal ministro dell’Interno sono riconducibili ad una linea di politica sull’immigrazione che ho condiviso, in coerenza con il programma di governo”.
Non un atto formale, dunque, ma il richiamo (generico) al contratto, nell’ambito di un argomentazione, tutta politica, in cui viene citato come momento di svolta della politica sui migranti quel consiglio Europeo del 26 giugno che in verità fu una Caporetto politica sul dossier immigrazione.
Perchè su input del gruppo di Visegrad il governo accettò che le re-location diventassero volontarie e non obbligatorie e, dunque, ogni volta va cercato un gruppo di volenterosi che li accettino.
Mentre restano obbligatori i rimpatri dai paesi europei verso i paesi di primo approdo. Una Caporetto che ha allentato il “vincolo di solidarietà europea” perchè il paradosso del sovranismo è questo: onugno è sovranista a casa sua.
La questione di merito, dicevamo, è completamente bypassata, in nome di una condotta coerente con l’indirizzo politico del governo, che prevede un negoziato hard sulle re-location.
Ma pressochè nulla si dice sull’accusa di sequestro contestata dai magistrati perchè Salvini, per cinque giorni, ha “bloccato” la procedura di sbarco dei migranti determinando consapevolmente “l’illegittima privazione della libertà personale dei migranti” costretti a rimanere a bordo.
Anzi, il paradosso è che Salvini conferma candidamente le tesi dell’accusa perchè ammette che “l’oggettiva necessità di attendere la risoluzione della controversia internazionale ancora in atto ha comportato l’inevitabile dilatarsi del tempo e il prolungamento dello scalo tecnico, fino al 24.08.2018, allorquando si è tenuta la riunione in ambito europeo”.
È esattamente ciò che contesta il Tribunale dei ministri.
E cioè che i migranti sono stati tenuti come ostaggi, in attesa di una trattativa politica: “Le ragioni che hanno determinato il trattenimento a bordo dei migranti — si legge nella relazione del Tribunale dei ministri – esulano da valutazioni di tipo tecnico ed investono invece profili di indirizzo prettamente politico connessi al controllo dei flussi migratori attesa la volontà del ministro di investire della problematica dei migranti sbarcati in Italia le istituzioni europee”. Salvini di fatto lo ammette, evitando di spiegare perchè in nome di un “auspicio” legato a una trattativa, ha disatteso le convenzioni internazionali ancora vigenti. Perchè la trattativa con l’Europa si poteva condurre anche dopo lo sbarco, con i migranti accolti in centro di accoglienza. A Catania tutto era pronto per far scendere gli extracomunitari e applicare le normali procedure, e questo particolare, scrivono i giudici, “manifesta il carattere illegittimo della conseguente condizione di coercizione a bordo patita dai migranti”.
Per coprire la grande rimozione del punto cruciale dell’accusa, la memoria si trasforma in un romanzo della guerra con Malta, una guerra che evidentemente mai è stata dichiarata e circoscritta all’episodio, perchè sia precedentemente sia successivamente ci sono stati episodi di collaborazione.
Con parole destinate ad aprire un contenzioso internazionale si parla di “violazioni degli obblighi da parte di Malta”, che ha “dirottato” la nave verso l’Italia.
Anche in questo caso l’epica della guerra con Malta che ha comportato la necessità di “sottoporre alla sede sovranazionale la soluzione dei problemi nascenti da tali violazioni”, non si capisce in che modo giustifichi il divieto di sbarco, determinando consapevolmente “l’illegittima privazione della libertà personale dei migranti” costretti a rimanere a bordo.
Per tentare di dimostrare il pericolo dello sbarco, il Viminale ha fatto riferimento, nelle scorse settimane, e dunque solo dopo mesi dopo la vicenda, al rischio di infiltrazioni terroristiche, affermando che sono stati “funzionari del Viminale a spiegarlo ai giudici” ma che i giudici “non ne hanno tenuto conto”.
Tesi in palese contraddizione con quanto scritto nella relazione inviata dal Parlamento al tribunale dei ministri, dove è scritto che “nessuno dei soggetti ascoltati dal Tribunale ha riferito della presenza di persone pericolose per la sicurezza e per l’ordine pubblico”.
Ebbene, il riferimento al terrorismo, e non è un dettaglio, scompare nella memoria.
Se non come minaccia generica ma mai legato allo specifico delle persone a bordo della Diciotti.
E si parla di generiche ragioni di ordine pubblico, non di una minaccia potenziale o imminente.
Perchè evidentemente l’avvocato Bongiorno ha suggerito di togliere il punto più rischioso, in grado di diventare un clamoroso boomerang.
Perchè è singolare che i terroristi siano stati scoperti diversi mesi dopo, perchè è difficile che salgano a bordo di una nave di un corpo militare dello Stato che, sotto questo punto di vista dà più garanzie.
E perchè l’argomentazione posticcia contraddice ciò che è stato fatto: avremmo cioè chiesto all’Europa di prendersi i terroristi a loro insaputa, visto che il pericolo allora non fu sollevato.
Proprio nella memoria di Salvini c’è la candida ammissione che ciò che per giorni ha fatto filtrare il Viminale — il rischio di infiltrazioni terroristiche sulla Diciotti – è una clamorosa invenzione.
Si legge, nella memoria, che l’accoglienza dei migranti della nave non si è realizzata “attesa la fuga — una volta effettuato lo sbarco e prima dell’identificazione — di una parte dei migranti dall’hotspot di Messina”.
Delle due l’una: se c’erano terroristi, e dunque una situazione di pericolo imminente, il governo non si è curato della custodia, consentendo la fuga; se non c’erano, come si capisce nella relazione, le comunicazioni del Viminale dei giorni scorsi sono state smentite di fatto nel nuovo approccio difensivo, più prudente.
E generico: “L’azione attuativa dell’indirizzo governativo già di per sè stessa costituisce perseguimento di un preminente interesse pubblico, peraltro rappresentato anche dalla salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblica che sarebbero messe a repentaglio da un indiscriminato accesso nel territorio dello Stato”.
Affermazione che, anche, in questo caso si rimanda a un criterio generico e politico, non allo specifico dei 177 della Diciotti.
Impossibile per i Cinque Stelle votare no, contro questa relazione una e trina, in cui accettano la chiamata in correità , in nome della ragion di governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
SONO OSPITATI DA MANUELITA E ADOTTATI DALL’INTERO PAESE DEL CROTONESE
Sono stati accolti dalla comunità , nel crotonese, dopo essere stati cacciati dalle strutture di
accoglienza sulla base del Decreto Sicurezza voluto prima di tutto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Faith, Yousuf e la loro piccola Samila, erano diventati un simbolo delle conseguenze della legge.
Quando furono cacciati dal Cara di Isola Capo Rizzuto, Faith era incinta di tre mesi, e Yousuf spiegò: “Abbiamo protestato, ma non è servito a niente”. La loro storia rimbalzò per giorni tra giornali e televisioni. Di quel che è successo dopo si è detto e scritto poco, per lo più su testate locali.
Succede in terra di Crotone, che segna un primato rispetto a tutto ciò che negli ultimi tempi si sta muovendo sul fronte dell’accoglienza.
Sorta di laboratorio di spinte centrifughe e centripete, il 30 novembre ha visto i primi migranti – ventiquattro, in possesso di permesso di soggiorno umanitario abolito dal testo di Salvini – cacciati dal Cara di Isola Capo Rizzuto e adesso sta sperimentando l’accoglienza di tre di loro in una casa messa a disposizione da un’operatrice della Caritas diocesana.
Accoglienza diffusa, direttamente nelle case del territorio: se n’era parlato dopo la chiusura, il 31 gennaio, del Cara di Castelnuovo di Porto. Riccardo Travaglini, il sindaco della cittadina vicino Roma, ha presentato anche un piano operativo, ma per ora è tutto fermo. In provincia di Crotone, invece, l’esperimento è partito.
Oggi Faith, Yousuf e Samila vivono a Caccuri, mezz’ora da Crotone, mille e cinquecento anime, nella casa dove ha abitato la nonna paterna di Manuelita Scigliano, che lavora per la Caritas, sta ultimando un dottorato di ricerca per l’università della Calabria e un ateneo tunisino ed è stata migrante anche lei.
“Ho vissuto per quindici anni a Tunisi – spiega ad HuffPost – sono italiana e da un paio di anni sono rientrata, con mio marito che è tunisino e nostro figlio di cinque anni, nel mio paese d’origine”. A Caccuri, per l’appunto, che dal 6 dicembre ha accolto Faith, Yousuf e Samila.
Sui vent’anni lei, nigeriana, ventiquattro lui, ghanese, si sono conosciuti in Libia dove Yousuf è stato quattro anni e Faith un anno e mezzo.
In Italia sono arrivati su un barcone attraccato sulle coste calabresi e subito sono stati indirizzati al Cara di Isola Capo Rizzuto, dove sono rimasti circa diciassette mesi.
“Il giorno in cui era prevista l’uscita con gli altri ventuno migranti – racconta Manuelita – loro tre sono stati tenuti nel cortile interno della struttura e a sera tardi ci è stato concesso di andarli a prendere con un’auto, nell’anonimato più assoluto. Il clamore dei primi giorni non ha aiutato, temevano di finire per strada con la loro bambina, di essere rimpatriati”. Erano scossi, disorientati, Faith e Yousuf: lei poco dopo si sente male, perde il bambino che aspettava.
Nel frattempo, la comunità di Caccuri, tanti anche da Crotone, si mobilitano. I volontari della Caritas e dell’associazione “Sabir”, presieduta da Manuelita, ma anche il parroco, don Vincenzo Ambrosio, e la Chiesa evangelica.
C’è chi gli sta insegnando l’italiano, chi ogni tanto va a fargli visita. E Samila, che è nata a Crotone, è diventata la mascotte del paese. “Non piange mai, è sempre sorridente – spiega Manuelita – sono contenta che mio figlio possa crescere con lei. Mia nonna materna è diventata anche la loro”. Il bilancio dei primi due mesi è positivo, ma certo le difficoltà non sono mancate. Diffidenze, soprattutto. Per la lingua, le abitudini, gli usi diversi.
“È la prima famiglia di colore arrivata a Caccuri – spiega Manuelita – per cui all’inizio qualche sguardo sospettoso era inevitabile. Faith e Yousuf stanno imparando adesso l’italiano, quindi non sempre la comunicazione con i paesani è semplice. Nei loro Paesi d’origine, ad esempio, non guardare negli occhi chi parla è segno di rispetto, a noi può sembrare indifferenza – spiega Manuelita – a scongiurare il rischio di equivoci spiacevoli ci sta aiutando il mediatore culturale, un ragazzo ghanese che lavora in Caritas”. E poi il cibo, ma “siamo riusciti a trovare un compromesso tra quello che mangiano loro e quello che si può comprare da noi”. Non passa pure da questo, viene da chiedere, l’integrazione?
Con il supporto dei volontari e di quanti stanno sostenendo il processo, necessariamente biunivoco, di ambientamento, in due mesi Faith, Yousuf e Samila, in possesso di un permesso di soggiorno valido fino al 2020, hanno ottenuto l’iscrizione anagrafica nel comune calabrese, la tessera sanitaria e presto potrebbero avere anche la carta d’identità . Yousuf e Faith chiedono di poter lavorare.
In Ghana lui era agricoltore, in Libia, per pagarsi il viaggio per l’Italia, ha fatto il muratore. “Da subito ci hanno chiesto di lavorare – va avanti Manuelita – vorremmo cercare di far seguire a Yousuf un tirocinio formativo o un corso professionalizzante, ma per ora pensiamo sia meglio che continuino a studiare l’italiano ancora per un po’”. La casa ce l’hanno – i proprietari, il padre e gli zii di Manuelita, non li manderanno mai via – e l’integrazione si sta rivelando più naturale di quanto potesse sembrare.
“Chiudersi non è la soluzione, chiunque abbia un po’ di buon senso si rende conto che i fenomeni migratori non si arresteranno. Credo che la strada da seguire sia l’accoglienza diffusa, come la stiamo realizzando noi a Caccuri”, dice Manuelita.
La pensa così anche il parroco che, a Natale, ha voluto nel presepe un Bambinello di colore “per dire che Gesù si è fatto uomo in tutti gli uomini, tutti fatti a sua immagine, senza distinzione di nazionalità o colore della pelle”.
Faith, Yousuf e Samila fanno ormai parte della comunità , “e ci auguriamo possano vivere sempre meglio”. Caccuri ha aperto una strada nuova, pare di capire. “È giusto – conclude don Vincenzo – che i migranti che arrivano nel nostro Paese siano accolti bene, nelle comunità , che non messi in capannoni o fatti vivere per strada”.
(da agenzie)
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