Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
“CI VORRANNO DUE ANNI PER RIFORMARE I CENTRI PER L’IMPIEGO” DISSE IL VICEPREMIER UN ANNO FA… E ANCORA LA RIFORMA NON E’ INIZIATA, QUINDI GLI UNICI A TROVARE LAVORO (PRECARIO) SARANNO I 6000 ADDETTI CHE VERRANNO ASSUNTI NEI CENTRI
«Prima del reddito di cittadinanza bisogna non riformare ma rifondare i centri per l’impiego. Il
primo anno di governo verrà dedicato a questo»: se volete un buon motivo per capire perchè il reddito di cittadinanza non avrà la funzione di riportare persone espulse all’interno del mondo del lavoro basta riascoltare la puntata di Porta a Porta andata in onda alla vigilia delle elezioni in cui lo stesso Luigi Di Maio diceva che prima di erogare il reddito di cittadinanza si sarebbe dovuto riformare, anzi rifondare i centri per l’impiego.
Era il 2 marzo 2018 e la frase fece il giro del web perchè preconizzava l’arrivo del reddito di cittadinanza dopo almeno due anni di governo M5S.
In realtà il bisministro e vicepremier non dice esattamente così ma fa capire che senza la riforma dei centri per l’impiego il reddito di cittadinanza non funzionerà .
E siccome la riforma dei centri per l’impiego non è partita nel 2018 ma sta faticosamente partendo ora con i Navigator per i quali va ancora trovato l’accordo con le Regioni, ecco che è tutto più chiaro.
Ecco quindi che si capisce perfettamente perchè Sergio Rizzo su Repubblica dica oggi che il reddito di cittadinanza è già oggi un sussidio e basta:
Il presupposto per fare del reddito di cittadinanza un incentivo all’occupazione era la riforma profonda dei centri per l’impiego. Sono 552 e arrivano a 840 con le sedi distaccate, ma oggi servono più a garantire il lavoro agli 8.189 addetti che a trovarlo ai disoccupati. Il sistema andrebbe ricostruito dalle fondamenta, però l’unico segnale in questa direzione è uno stanziamento pubblico di 900 milioni in due anni: più che dimezzato rispetto ai piani iniziali. E il progetto? Boh… In compenso, vista l’evidente difficoltà dell’impresa e il ritardo nell’affrontarla con la dovuta tempestività , ecco l’assunzione di qualche migliaio di navigator (traduzione italiana: navigatori).
Con quel nome dovrebbero pilotare i sussidiati verso il lavoro, ma di sicuro il primo risultato per l’occupazione sarà quell’ondata di assunzioni con denaro pubblico. Un’ondata che ha già fatto sorgere pure discreti appetiti in alcune società di consulenza pronte a organizzare corsi di formazione per gli aspiranti navigatori.
A pagamento, ovviamente.
Un’ondata, peraltro, capace di riportare l’Anpal ai fasti del passato, per capirci quelli di Italia lavoro, come si chiamava un tempo l’attuale Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro affidata a Domenico Parisi.
E soprattutto in grado di suscitare una domanda decisamente inevitabile: con tutta la gente già pagata dal pubblico per trovare impiego ai disoccupati, e visti i penosi risultati in gran parte inutilmente, che bisogno c’era di accollarsene altri seimila (tanti dicono che saranno)?
Non era più sensato mettere in grado di svolgere correttamente la loro funzione le persone già impiegate, che continueranno così a essere superflue?
Ma il problema è che a maggio ci sono le elezioni. Meglio non presentarsi a mani vuote.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
“DIFENDERE IL RUOLO DEL PARLAMENTO”… “OCCORRE PASSARE ATTRAVERSO LEGGI DELLO STATO, NON BASTANO MERE INTESE TRA GOVERNO E REGIONI”
Costituzionalisti in allarme sull’autonomia regionale, uno dei temi di contrasto all’interno del governo gialloverde.
In un appello al Capo dello Stato e ai presidenti di Camera e Senato, trenta costituzionalisti si dicono “fortemente preoccupati per le modalità di attuazione finora seguite nelle intese sul regionalismo differenziato e per il rischio di marginalizzazione del ruolo del Parlamento, luogo di tutela degli interessi nazionali”. E chiedono che sia garantito “il ruolo del Parlamento, anche rispetto alle esigenze sottese a uno sviluppo equilibrato e solidale del regionalismo italiano, a garanzia dell’unità del Paese”.
Il documento, predisposto dal professor Andrea Patroni Griffi, docente dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, è stato sottoscritto anche da tre presidenti emeriti della Corte costituzionale (Francesco Amirante, Francesco Paolo Casavola e Giuseppe Tesauro).
I costituzionalisti esprimono preoccupazione rispetto al fatto che i piani per garantire la cosiddetta “autonomia differenziata” alle Regioni del Nord possano, di fatto, mettere in un angolo il ruolo principe delle due Camere.
Secondo gli esperti, le ulteriori forme di autonomia concesse “non possono riguardare la mera volontà espressa in un accordo tra Governo e Regione interessata”, poichè hanno rilevanti conseguenze “sul piano della forma di Stato e dell’assetto complessivo del regionalismo italiano”.
I costituzionalisti sono convinti che i parlamentari, “come rappresentanti della Nazione, devono essere infatti chiamati a intervenire, qualora lo riterranno, anche con emendamenti sostanziali che possano incidere sulle intese, in modo da ritrovare un nuovo accordo, prima della definitiva votazione”. Ricordano che proprio per questo anche nel 1972 nell’approvazione dei primi Statuti del 1972 “il Parlamento svolse un ruolo incisivo. La fisionomia delle regioni, infatti, riflette quella dell’intero Paese e non riguarda solo i singoli governi regionali”.
È per questo, spiegano, che l’approvazione parlamentare non può essere un mero passaggio formale. Non a caso l’articolo 116, terzo comma della Costituzione (introdotto con la riforma del 2001) stabilisce che a concedere le autonomie debba essere “una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119”. E che questa legge, per avere validità , debba essere “approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.
Questa disposizione, concludono i 30, “va letta coerentemente con i principi di unità e indivisibilità della Repubblica e con la funzione del Parlamento di tutelare gli interessi di tutti i cittadini e di tutte le Regioni”. A garanzia che la nuova autonomia negoziata “si inserisca armonicamente nell’ordinamento complessivo della Repubblica. Il ruolo del Parlamento è tutelare le istanze unitarie a fronte di richieste autonomistiche avanzate dalle Regioni” che potrebbero danneggiare l’unità nazionale.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
IACOPO MELIO INSIGNITO DELLA NOMINA A CAVALIERE AL MERITO PER LA SUA BATTAGLIA CONTRO LE BARRIERE ARCHITETTONICHE
“Posso farmi una foto con lei?”. “Ma certo Presidente, volentieri”. 
La foto che vedete qui ritrae Iacopo Melio con Sergio Mattarella.
Iacopo, giornalista e scrittore, è stato appena insignito della nomina a Cavaliere al Merito. ‘Eroe civile’ per la sua battaglia contro le barriere architettoniche e ogni altro ostacolo che chi vive la disabilità — oltre la malattia — deve affrontare.
La foto è stata scattata nel salone delle feste del Quirinale durante la cerimonia del conferimento dell’onorificenza.
Il selfie l’ha chiesto il presidente della Repubblica al premiato.
Questo piccolo e semplice atto di riguardo è un indizio prezioso che misura la statura di un uomo politico, la sua capacità di dare a uno scatto il valore dell’esempio.
Di indicarci la via.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
L’EFFETTO ZINGARETTI PORTA IL PARTITO A UN SOFFIO DAI GRILLINI, AUMENTA ANCHE FORZA ITALIA
Dopo la vittoria alle primarie di Nicola Zingaretti, il Pd fa un balzo in avanti nei sondaggi ed è ora un solo punto dietro al M5S.
È quanto emerge da un sondaggio condotto dall’istituto Noto e diffuso nel corso dell’ultima puntata del programma tv CartaBianca, in onda su RaiTre
Il sondaggio, svolto in vista delle elezioni europee di maggio 2019, conferma che la prima forza politica d’Italia è la Lega, in leggero calo al 33 per cento.
Il Movimento Cinque Stelle insegue a quota 21 per cento, mentre il Partito democratico è in risalita e viene stimato al 20 per cento.
In crescita anche Forza Italia, che viene data all’11 per cento.
Secondo le intenzioni di voto fotografate da Noto, il centrodestra unito (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) sarebbe al 48 per cento
I dati in sintesi:
Lega: 33 per cento
M5S: 21 per cento
Pd: 20 per cento
Forza Italia: 11 per cento
Fratelli d’Italia: 4 per cento
Un sondaggio condotto dall’istituto Ipsos e diffuso durante l’ultima puntata di DiMartedì, in onda su La7, rivela che secondo la maggioranza degli italiani la Tav Torino-Lione andrebbe completata.
A dirlo è il 64 per cento degli intervistati, mentre il 20 per cento ritiene che l’opera andrebbe cancellata e il 16 per cento non si esprime.
Ipsos ha anche chiesto agli italiani come valuta il momento attuale del M5S: il 50 per cento degli intervistati ritiene che il movimento stia attraversando un momento di difficoltà e che sia destinato a perdere ancora consensi, il 22 per cento non riscontra difficoltà e il 17 per cento registra un momento di difficoltà ma crede che i Cinque Stelle si riprenderanno presto.
Quanto al Pd, il 44 per cento degli italiani ritiene che i dem torneranno protagonisti in breve tempo, a fronte di un 43 che la pensa all’opposto.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
ALMENO UNO NORMALE, IN UNA POLITICA RIDOTTA A UNA FOGNA DI INSULTI
“Non ho mai fatto politica, non sono mai andato ai comizi se non a quelli di Giorgio Almirante.
Ogni tanto lo ascolto anche adesso, ma non è una scelta politica”.
La frase, che in un primo momento alcuni media locali avevano sintetizzato in un più netto “Almirante è stato il mio unico politico di riferimento”, è di Carlo Trerotola, candidato unitario del centrosinistra in vista delle prossime elezioni regionali in Basilicata, e ha generato un vero e proprio caso nell’opinione pubblica che il prossimo 24 marzo dovrà recarsi alle urne.
Frutto di un compromesso interno alle tante anime del centrosinitra lucano, il nome di Trerotola era stato ufficializzato dopo il passo indietro di Marcello Pittella, il governatore dimissionario che aveva scelto di non ricandidarsi in seguito al coinvolgimento in un’inchiesta sulla sanità locale. Il suo profilo da “esponente della società civile” aveva fatto convergere sulla sua candidatura anche Liberi e Uguali, tanto che ad aprire la campagna elettorale, giovedì, sarà proprio Pierluigi Bersani.
La scelta di Trerotola, però, non aveva messo d’accordo proprio tutti e i detrattori più accaniti ne hanno evidenziato fin da subito una storia famigliare profondamente legata alla destra: suo padre Nicola era stato esponente di spicco del Msi potentino e amico personale di Giorgio Almirante, mentre il fratello Ercole aveva proseguito l’impegno politico del padre, candidandosi a sindaco del piccolo comune di Balvano con una lista di centrodestra.
Trerotola dovrà vedersela con il pentastellato Antonio Mattia e con un centrodestra unito, che si presenterà con il candidato presidente Vito Bardi, ex generale della Guardia di Finanza.
“Come spesso capita al tempo dei socialnetwork e delle campagne elettorali, le parole possono essere fraintese ed utilizzate per scopi propagandistici dalle altre parti politiche” scrive il sessantaduenne farmacista del capoluogo lucano, “la lezione che ci arriva dai leader politici del passato è che ci si può battere per i propri ideali, da avversari, ma sempre con grande stile e rispetto ed è questa la politica che voglio praticare”.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
LA META’ DELLE FAMIGLIE ARRIVERA’ A 404 EURO AL MESE, SOLO IL 25% PRENDERA’ 630 EURO AL MESE… SOLO 1 BENEFICIARIO SU 3 SARA’ OBBLIGATO AD ADERIRE AL PATTO PER IL LAVORO
Sarà di 160 euro il massimo dell’assegno per il reddito di cittadinanza percepito per un quarto dei beneficiari, ovvero 1929 euro all’anno.
Mentre la metà delle famiglie arriverà a 404 euro al mese, ovvero 4855 euro l’anno; un ulteriore 25% arriverà a prendere 630 euro mensili.
Sono i conti sui percettori del reddito di cittadinanza contenuti nel dossier dell’ISTAT presentato alla Camera e al Senato in occasione delle audizioni sul decretone.
La somma media percepita dalle famiglie beneficiarie del reddito di cittadinanza sarà quindi molto lontana dai 780 euro sbandierati nelle pubblicità elettorali del MoVimento 5 Stelle.
I beneficiari al Sud, racconta la Stampa, saranno 753.000 famiglie; 333.000 famiglie al Nord; 222.000 al Centro.
Considerata la diversa composizione familiare, il sussidio sarà in media di 5.182 euro l’anno nel mezzogiorno, 4.853 euro al Nord e 4.919 euro al Centro.
Inoltre solo 1 beneficiario su 3 del reddito di cittadinanza sarà obbligato ad aderire al Patto per il lavoro. Gli altri 2 potranno usufruire del sostegno economico senza alcun vincolo lavorativo.
Le prime carte potrebbero dunque essere consegnate da Poste già entro il prossimo mese. Il ministero del Lavoro precisa che per ora gli acquisti possibili saranno solo quelli già autorizzati con la carta Rei: negozi alimentari (negli esercizi convenzionati con Mastercard), farmacie e parafarmacie (con sconto del 5%).
Fermo restando il divieto di spendere per giochi e lotterie, il ministero punta ad allargare le spese consentite, a cominciare dall’abbigliamento.
Una parte dei soldi si può prelevare (100 euro al mese per un single, 210 euro per la famiglia numerosa). Con la card si possono pagare anche le bollette di gas e luce, a tariffa agevolata. E fare i bonifici per saldare affitto o mutuo (massimo 280 e 150 euro al mese, rispettivamente).
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
ESULTANO, OLTRE AI LEGHISTI, I GIUSTIZIERI FAI DA TE DI FORZA ITALIA CHE NON PERDONO OCCASIONE PER FARSI RICONOSCERE … ORA DI MAIO HA COMPIUTO LA SUA MISSIONE DI DISTRUGGERE IL M5S E PUO’ ANCHE ANDARE A CASA
Prosegue il dissenso interno al Movimento 5 stelle sulla legittima difesa. 
Alla ripresa delle votazioni alla Camera su emendamenti e articoli della riforma targata Lega, infatti, risultano – scorrendo i tabulati – aver disertato il voto tra i 33 e i 35 deputati pentastellati. Gli assenti giustificati perchè in missione sono invece 34.
Come già successo ieri, dunque, una pattuglia di pentastellati, di cui diversi vicini alle posizioni del presidente Roberto Fico, prendono nettamente le distanze dal provvedimento non partecipando al voto.
La legittima difesa “è sicuramente una legge della Lega” ma “è nel contratto di governo. Io sono leale al contratto e si porta avanti e si vota. Non è che ci sia tutto questo entusiasmo nel M5s”. Lo afferma il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, a Rtl, sottolineando che allo stesso modo “non c’era tutto questo entusiasmo della Lega quando abbiamo votato la legge anticorruzione”.
Alla domanda su cosa non gli piaccia della legittima difesa, Di Maio ha indicato “il messaggio” che arriva: “Approvando questa legge si comincia a dire che si possono utilizzare di più le armi e questo non è il mio modello di Paese. Il mio obiettivo è comunque spiegare ai cittadini che la difesa personale va bene ma i cittadini devono essere difesi prima di tutto dallo Stato e dalle forze dell’ordine”.
Forza Italia voterà sì alla legittima difesa “perchè è il primo, vero provvedimento di centrodestra che il Parlamento si appresta ad approvare. Era nel nostro programma di governo. Così come tanti altri, ma purtroppo di provvedimenti davvero di centrodestra nell’azione di questo governo ce ne sono pochi”.
“Io invito tutti: preoccupiamoci del lavoro, perchè le persone non hanno più lavoro e stanno male. Se cominciamo a pensare alle persone e a quello che è utile alle persone, non a quello che è utile ai partiti di governo per farsi propaganda, questo Paese va meglio”. Così il segretario del Pd e presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, questa mattina a margine di un incontro a Roma, rispondendo a chi gli chiedeva quale fosse la sua posizione sulla proposta di legge sulla legittima difesa.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO LA TURCHIA PEGGIO DI NOI… CALA LA FIDUCIA, IL GOVERNO LEGA-M5S STA PORTANDO L’ITALIA NEL BARATRO
L’Italia come l’Argentina e la Turchia, unica tra le grandi economie dell’area Ocse ad avere il segno “meno” davanti alla previsione di crescita per il 2019.
Dopo la recessione tecnica della seconda parte del 2018, confermata ieri dall’Istat seppure con un lieve miglioramento dei numeri sul quarto trimestre, l’Organizzazione parigina è la prima grande istituzione a tagliare così tanto la proiezione sul 2019 italiano da portare la previsione di andamento economico in negativo.
Sforbiciando di ben 1,1 punti percentuali la sua previsione, l’Ocse stima ora per l’Italia un anno da -0,2 per cento di Pil.
Lontano anni luce da quel +1 per cento rimasto nel quadro macroeconomico previsto dal governo a dicembre, che dovrà esser per forza revisionato con il Def di aprile. E numero al quale reagisce il premier Giuseppe Conte: “Siamo consapevoli della congiuntura economica sfavorevole, dobbiamo puntare su export e sostegno a domanda interna”.
Il nuovo Interim Economic Outlook dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – documento meno approfondito dei report semestrali – è un bagno di sangue per le economie dell’Eurozona.
Anche la Germania non sfugge alla revisione, vedendo peggiorare la stima per la sua crescita di 0,9 punti rispetto all’ultimo documento Ocse risalente soltanto allo scorso novembre.
Però Berlino rimane simbolicamente con il capo fuori dall’acqua, con una crescita dello 0,7 per cento.
Nel complesso dell’area con la moneta unica, gli economisti parigini prevedono un andamento all’1 per cento quest’anno e all’1,2 per cento il prossimo. Anche l’Italia, nel 2020, dovrebbe tornare a vedere la luce, ma con un passo più che dimezzato rispetto al resto della truppa europea: +0,5 per cento.
“La crescita economica globale continua a perdere forza”, scrive l’Ocse nelle conclusioni del suo rapporto. Si prevede ora un +3,3% a livello globale (dal 3,6% messo in conto a novembre), e un +3,4% per il 2020 con rischi al ribasso che continuano a crescere.
“Le alte incertezze politiche, le perduranti tensioni commerciali e una ulteriore erosione nella fiducia di imprese e consumatori stanno contribuendo al rallentamento”. In attesa di schiarite dal fronte delle trattative tra Usa e Cina, i dazi già in vigore dallo scorso anno iniziano a pesare sul motore economico. E soltanto il mercato del lavoro, con la leggera crescita dei salari, sta dando segni di tenuta e supporto ai redditi e alle spese delle famiglie.
E l’Italia? Nel resoconto Ocse si riconosce come stia pagando un prezzo particolarmente alto dal rallentamento della crescita del commercio globale, scesa intorno al 4% nel 2018 contro il 5,25% dell’anno prima.
Per Roma e Berlino, l’export è una voce fondamentale del Pil. L’Organizzazone – in passato critica sul Reddito di cittadinanza – riconosce che, da noi come in Francia, il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro, una inflazione inferiore alle attese e le misure per le famiglie a basso reddito “dovrebbero aiutare a supportare la crescita reale dei salari e le spese delle famiglie”.
D’altro canto, però, “l’incertezza politica e il ribasso della fiducia dovrebbero pesare ulteriormente sugli investimenti delle imprese e sulle prospettive commerciali”.
All’indomani della fissazione ufficiale del target di crescita da parte di Pechino – in un range tra il 6 e il 6,5% – l’Ocse stima che l’economia cinese crescerà del 6 per cento quest’anno. Se non dovesse assicurare almeno questo risultato, sarebbero dolori per tutto il mondo. Così come ci sarebbero ripercussioni da una uscita disordinata della Gran Bretagna dall’Europa.
Nella disamina dell’Ocse, i segnali da “colomba” giunti ultimamente dalle banche centrali hanno permesso alle condizioni finanziarie di non peggiorare, pur a fronte degli evidenti sintomi di un rallentamento economico.
D’altra parte, però, il fatto che le istituzioni monetarie rallentino il percorso di normalizzazione delle loro politiche dopo i lunghi anni dei tassi a zero e dei quantitative easing, rappresenta un rischio di possibili maggiori “vulnerabilità finanziarie” in futuro.
L’invito dell’Ocse è di “intensificare” il dialogo per evitare che i dazi commerciali si abbattano sulle economie: anzi, sarebbero da stimolare ulteriori liberalizzazioni. All’Eurozona si ricorda che servono politiche coordinate e strutturali per incentivare gli investimenti. Ovunque e a tutti si chiedono le solite riforme strutturali per cercare di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e le loro opportunità .
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
CONTE GLI ANNUNCIA CHE E’ PER IL SI’ ALLA TAV, TONINELLI SI DIMETTE, CONTE LO BLOCCA E RESPINGE LE DIMISSIONI
Danilo Toninelli rischia il licenziamento? I giornali di oggi raccontano che mentre Giuseppe
Conte si avoca il dossier TAV per cercare un punto d’incontro tra Salvini e Di Maio, il ministro delle Infrastrutture vede la sua poltrona rischiosamente traballante. Proprio perchè potrebbe essere lui il capro espiatorio di un mancato accordo sull’Alta Velocità .
Il casus belli potrebbero essere le due mozioni di sfiducia nei suoi confronti depositate da Lucio Malan di Forza Italia e Andrea Marcucci del Partito Democratico.
Fratelli d’Italia si è unita alla richiesta di calendarizzazione d’urgenza e in Senato la maggioranza si regge su 58 senatori della Lega e 107 del MoVimento 5 Stelle, per un vantaggio teorico di sei voti.
Che sono di più, considerando che Buccarella e Martelli, eletti con il M5S, sono fuori per Rimborsopoli ma continuano a votare i provvedimenti del governo mentre Gregorio De Falco è fuori.
Mercoledì 20 marzo si voterà sulla proposta della giunta per le Immunità di non concedere l ‘autorizzazione a procedere contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini (accusato di sequestro di persona per il caso dei migranti della nave militare Diciotti); e giovedì 21, 24 ore dopo, i senatori saranno chiamati ad approvare o a bocciare le mozioni di sfiducia individuali presentate dal Partito democratico e da Forza Italia contro il ministro delle Infrastrutture. Ce n’è già abbastanza per parlare di scambio.
Scrive Alessandro Trocino sul Corriere:
La partita parlamentare sul ministro delle Infrastrutture si giocherà dunque sulle assenze, le missioni, le presenze dei senatori a vita. Con un retropensiero, però, che tormenta i senatori dei Cinque Stelle più ostili alla Tav: e se alla fine un incidente di percorso, magari alimentato dal fuoco amico, facesse di Toninelli il perfetto capro espiatorio da offrire alla Lega?
«Io sono sereno, con un pizzico di fatalismo comunque…», fa comunicare al suo staff il ministro Toninelli che stasera sarà di nuovo a Palazzo Chigi con una folta squadra di tecnici per spiegare al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, la bontà della sua analisi costi-benefici.
Se poi la decisione politica presa anche da Di Maio e Salvini smentirà la linea dura No Tav del M5S, resta da capire se a rimetterci l’osso del collo sarà solo Toninelli. O altri, anche ai piani alti del Movimento
Ma questo ragionamento è valido anche all’inverso.
Ovvero che è Toninelli ad oggi la massima assicurazione sulla vita politica di Di Maio.
Nel senso che il ministro è lì, figura perfetta di parafulmine rispetto a dossier come quello sulla TAV, per il quale Di Maio è in minoranza nel M5S visto che per lui la TAV va fatta
Proprio in questa ottica si inquadra il racconto della Stampa, che in un retroscena a firma di Amedeo La Mattina e Ilario Lombardo fa sapere che ieri, durante il vertice sulla TAV che ha rinviato ogni decisione a martedì, Toninelli ha presentato le dimissioni ma Conte gli ha chiesto di restare in carica.
Il tutto è accaduto quando il presidente del Consiglio ha fatto sapere a Danilo che la sua opinione era che la TAV andasse fatta senza tergiversare, dando il via alle gare e all’Alta Velocità .
“Se stanno così le cose, mi dimetto”, gli ha risposto il ministro.
Conte ha capito che l’addio di Toninelli sarebbe stata l’anticamera della sua caduta e ha richiamato il ministro chiedendogli di restare. Ma la decisione sulla TAV sarà comunque la cartina di tornasole della permanenza nel governo e della sua eventuale caduta:
Ma se a questo punto dopo averle tentate tutte, davvero lo stallo non dovesse trasformarsi in tregua, cosa farà Conte?
I 5 Stelle sono pronti davvero a mandare a casa questa maggioranza come dice il moderato uomo del Nord grillino Stefano Buffagni, recuperando lo spirito della lotta identitaria?
Oppure, come sostengono ai vertici della Lega e come teme Conte, i 5 Stelle potrebbero spaccarsi, al punto da lasciare un pezzo al governo e un altro a partecipare ai cortei No Tav con Beppe Grillo?
L’alternativa è il congelamento della Torino-Lione fino alle elezioni europee, opzione tecnicamente complessa.
Dopo il vertice Conte è sceso in piazza Colonna per dire di non essere preoccupato, che non c’è alcun motivo per immaginare una crisi di governo perchè verrà presa una decisione «per tutelare l’interesse nazionale».
(da “NextQuotidiano”)
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