Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
CON LE TENSIONI IN ATTO NELLA MAGGIORANZA, IL MARGINE DI APPENA 4 VOTI AL SENATO E’ UN RISCHIO
Il Partito Democratico ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del governo al Senato. E mentre sull’esecutivo soffia una bruttissima aria, con Salvini che annuncia ai suoi la fine di Conte per il 27 maggio, c’è chi prende il pallottoliere e “scopre” che il giorno della discussione della mozione potrebbero arrivare grosse sorprese.
Non è un segreto infatti che ufficialmente la maggioranza gialloverde si regga in piedi su 4 voti.
Ma in molte occasioni è stata sostenuta a Palazzo Madama da Fratelli d’Italia, Forza Italia e da alcuni esponenti del Gruppo Misto anche eletti tra i grillini ma finiti fuori dopo notizie di indagini o polemiche.
Dopo le espulsioni di alcuni senatori dal M5s la maggioranza è ferma a quota 165 (58 senatori della Lega e 107 dei 5 stelle). I conti li fa oggi Pasquale Napolitano sul Giornale:
Voti che sarebbero così ripartiti: 104 sarebbero del M5S (sempre che i tre dissidenti Nugnes, Fattori e Mantero votino in linea con i grillini); altri 58 voti sono quelli della Lega.
E c’è il rischio che i 4 voti si perdano con lo scontro che non accenna a fermarsi tra Salvini e Di Maio. E ancora: ci sono da computare i due sottosegretari del Gruppo Misto, Cario e Merlo.
Da verificare la posizione di 3 senatori ex M5S e di 4 delle Autonomie.
Questi invece i conti delle opposizioni:
Il fronte delle opposizioni può contare su 134 senatori che potrebbero diventare 140 se i senatori a vita dovessero votare tutti per la mozione del Pd.
Nel dettaglio, i numeri delle opposizioni vedono 60 senatori di Forza Italia, 52 del Pd, 18 di Fdi, 4 del Misto-Leu e il voto di Emma Bonino. Ma con una mozione di sfiducia contro l’intero esecutivo è ipotizzabile che le opposizioni votino compatte.
Alla fine dei conti, la sensazione è che un governo in agonia potrebbe anche arrivare a rischiare qualcosa
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(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
“NEL PAESE DI MAFIA, CAMORRA E ‘NDRANGHETA PENSA SOLO AI MIGRANTI”… CERTO,GRAZIE A VOI CHE NON L’AVETE MANDATO IN GALERA
Matteo Salvini è ministro dell’Interno “a sua insaputa”. L’affondo al leader della Lega
arriva da Beppe Grillo, garante del M5S, che in una lettera al Fatto Quotidiano accusa il vicepremier di pensare solo ai migranti trascurando le mafie
La lettera di Grillo analizza la foto che ritrae Salvini con un mitra in mano, pubblicata nel giorno di Pasqua da Luca Morisi.
“Salvini con un mitra in mano è uno sviluppo di Salvini vestito da poliziotto o altra forza armata. Nulla quindi di nuovo cuoce in pentola”, scrive Grillo. “In particolare: se teniamo conto del fatto che la foto è un’iniziativa del garzone mediatico, qualcosa resta da dire, e non di scarso momento”.
“Il garzone social-mediatico sa che il suo soggetto vive un forte senso di inadeguatezza: uno che diventa ministro dell’Interno in Italia – regno della criminalità organizzata – ma parla solo di immigrati, ovviamente ha paura delle vere sfide che il ruolo gli porta a competenza”, affonda Grillo.
“In questo particolare aspetto ha dalla sua quasi tutto il popolo italiano, abituato a fingere di non sapere che Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta esistono anche se il ministro dell’Interno non ne parla. Il Paese convive con questi fenomeni da moltissimo tempo e non vuole ‘fare l’eroè, ma neppure ci tiene a essere rappresentato come codardo”.
“Probabilmente l’assistente mediatico in questione è l’unico a ricordarsi che il Matteo è ministro, in particolare dell’Interno, e coglie appena può l’occasione – conclude Grillo – per appendere un paio di attributi finti al Carroccio, in linea con moltissima parte del popolo italiano: non vedere ma ostentare, non sapere ma parlare”.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
SONO RIMASTI IN PIEDI SOLO GLI ARTICOLI 1 E 7
Il Consiglio dei ministri è finito a mezzanotte e ha trovato uno pseudo-accordo sul Salva-Roma.
Sono rimasti in piedi soltanto gli articoli 1 e 7, mentre gli altri sono stati stralciati dal Decreto Crescita. Questo comporta che rispetto agli annunci di Castelli e Raggi il contenuto del provvedimento che dovrebbe risolvere il problema del debito di Roma cambia e di molto.
Spiega oggi Il Messaggero che con le nuove norme tutto il vecchio debito di Roma, 12 miliardi di euro di passivo antecedente al 2008, sarà trasferito al Campidoglio. La gestione commissariale che oggi si occupa di gestire il pesante fardello sarà chiusa. Il Comune si occuperà direttamente di pagare le rate dei mutui.
Per farlo potrà contare sui 200 milioni annui che arrivano dall’addizionale Irpef del 4 per mille sui redditi dei romani, e sul versamento da parte dello stato di un contributo annuo di 300 milioni di euro. Esattamente quello che già oggi il Tesoro versa al commissario straordinario. Un compromesso che permette a Matteo Salvini di dire che lo Stato non si è accollato i debiti di Roma, ma che rende anche più difficile il progetto di ridurre l’addizionale Irpef a carico dei romani.
Il ministero dell’Economia si doveva accollare il cosiddetto “Colosseum bond”, il buono comunale da 1,4 miliardi di euro emesso a partire dal 2003 dal Comune di Roma. Si tratta di un prestito a tasso fisso che paga una cedola annuale a tasso fisso molto alta, il 5,345%, circa 75 milioni di euro ogni dodici mesi. Il capitale invece, doveva essere restituito in un’unica soluzione nel 2048
Lo Stato, sempre tramite il Tesoro, si sarebbe accollato anche un altro debito, quello acceso con la Cassa Depositi Prestiti e con alcuni istituti bancari all’inizio della gestione commissariale. Si tratta di 4,5 miliardi circa per i quali oggi il commissario paga una rata di circa 180 milioni di euro l’anno.
Il Tesoro, insomma, avrebbe dovuto far fronte a 250 milioni di euro annui di rate del vecchio debito di Roma e il saldo finale del “Colosseum Bond”, ma in cambio non avrebbe dovuto più versare allo stesso commissario straordinario i 300 milioni di euro di contributo annuale.
Non è tutto. Salvini vuole che la norma venga estesa in un provvedimento ad hoc che includa gli altri Comuni in difficoltà : Catania, Alessandria, Torino, Genova, Napoli, Reggio Calabria. Secondo il Fatto la viceministra Laura Castelli sta lavorando a queste possibilità :
Una di queste, la possibilità per i Comuni che hanno già varato piani di riequilibrio prima del 2019 di spalmare in 20 anni i costi del debito sarebbe dovuta finire nel testo (riguarda una trentina di comuni, tra cui spicca Reggio Calabria). Per le altre misure (possibilità di rinegoziare i mutui con Cassa Depositi e Prestiti, sospensione per due anni delle rate etc.) sarebbe rientrata in un pacchetto in fase di conversione del decreto perchè servono coperture e l’accordo di banche e Cdp. La linea di Salvini, invece, è che tutto deve finire in un provvedimento unico.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
PASSA UN MINI-STRALCIO DEL SALVA ROMA, TUTTO RINVIATO AL PARLAMENTO
Matteo Salvini tenta la prova di forza: “Il piano ‘Salva Roma’ è stato stralciato –
annuncia di fronte a una miriade di telecamere – l’ho deciso con il premier Conte”. Il Consiglio dei ministri sta per iniziare ma Luigi Di Maio non c’è e come lui anche altri colleghi M5s. Il cortocircuito è servito.
Il vicepremier grillino, che sta registrando un’intervista televisiva per ‘Di martedì’, diventa una furia: “Ma come si permette? Neanche se ne è discusso, la riunione non è neanche iniziata. Non è vero”.
Finisce di rispondere alle domande di Giovanni Floris e corre a Palazzo Chigi, dove va allo scontro frontale con il leader della Lega per cinque lunghissime ore. §
Alla fine l’accordo non viene raggiunto.
Il capo M5s parla di un’approvazione a metà del piano Salva Roma, a tutto il resto dovrà pensare il Parlamento. Il leader della Lega si dice soddisfatto perchè i debiti della Capitale non saranno pagati dagli italiani ma dal sindaco Raggi.
Da un governo in piena crisi di nervi vengono stralciati cinque commi su sette, tanto che Di Maio dovrà ammettere che è solo un punto di partenza.
In mezzo alla sala c’è il premier Giuseppe Conte che non è mai stato così arrabbiato tanto che a Salvini dice: “Non ho mai detto sì allo stralcio del Salva Roma”. E poi ancora, riferisce l’Adnkronos: “Il Cdm è un organo collegiale. Non siamo qui a fare i tuoi passacarte. Devi portare rispetto”.
Il caos si materializza nel palazzo del governo tra i due leader allo sbando in piena campagna elettorale per le elezioni Europee.
Quello della Lega ha insistito fino all’ultimo: il piano per Roma deve essere trasferito in un provvedimento ad hoc insieme alle norme per gli altri Comuni a rischio dissesto.
L’apice dello scontro sta per essere raggiunto: “Non può esserci un decreto Salva Raggi”, dice il vicepremier leghista. In questa lotta incrociata fatta di passa in avanti e smentite, il governo è paralizzato.
Il momento più difficile sta per essere vissuto: “Lo approviamo tutto e subito”, urla Di Maio in faccia a Salvini. La Lega tiene il punto e il provvedimento non si sblocca fino a quando si tenta un compromesso a metà per salvare la faccia e non far saltare l’intero Salva-Roma. Nei fatti però viene tutto rimandato alle Camere e a data da destinarsi.
Per capire questa giornata vissuta al cardiopalma è necessario riavvolgere il nastro.
All’inizio il vicepremier grillino aveva deciso di disertare del tutto il Consiglio dei ministri scegliendo la registrazione dell’intervista condotta da Giovanni Floris per il programma “Di Martedì”. In questo modo avrebbe evitato il faccia a faccia, lo scontro con Salvini preferendo il palcoscenico televisivo. Tuttavia mentre Di Maio registra l’intervista, lo scenario si complica. Il segretario leghista parla entrando a Palazzo Chigi e annuncia: “Lo stralcio del Salva Roma l’ho concordato con Conte. I ministri M5s non ci sono. I miei ci sono tutti”. Nella sede del governo sono presenti il sottosegretario Giorgetti e gli altri titolari dei dicasteri a guida Carroccio. Per gli M5s gli unici due che si fanno vedere sono Barbara Lezzi, Alberto Bonisoli ed Elisabetta Trenta. E’ il caos. Fonti M5s smentiscono lo stralcio e Di Maio, finita l’intervista, cambia idea: “Vado a Palazzo Chigi”.
Intanto il Pd attacca il governo. Per il segretario Nicola Zingaretti non c’è più un governo, mentre Massimiliano Smeriglio fotografa la scena con una battuta che fa riferimento alla presunta norma stralciata: “Volano gli stralci, ma la situazione è troppo seria per cavarsela con l’ironia”.
Per tutto il giorno Movimento 5 Stelle e Lega si sono attaccati a distanza su ogni fronte: dalla festa di Liberazione al “caso Siri” con i pentastallati che hanno rivolto alla Lega quattro domande sul sottosegretario indagato, blindato poi da Salvini: “Colpevoli solo se condannati”.
Ma la massima tensione si raggiunge, come è evidente, sul decreto Crescita che contiene il testo ribattezzato ‘Salva Roma’ su cui il Carroccio ha alzato un muro a poche ore dalla riunione del Consiglio dei ministri. Tanto che la stessa riunione sembrava addirittura saltare: “Si fa”, “Non si fa”, per tutto il giorno le voci si sono rincorse.
Alla fine l’incontro, previsto alle 18, slitta di un’ora, che poi diventano due. Il numero dei partecipanti è ridotto all’osso. Al centro della riunione c’è appunto il decreto Crescita che questa volta dovrà essere approvato senza la dicitura “salvo intese” trattandosi di un secondo passaggio.
E infatti a notte fonda il decreto viene approvato, ma il ‘Salva Roma’ di fatto è vuoto.
(da “Huffingtonpost”)
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