Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
SILENTE SULLE ELEZIONI TRUCCATE, LO STESSO SILENZIO VILE ADOTTATO SU HONG KONG E VENEZUELA
Le elezioni in Bielorussia sono state una truffa. A dirlo non soltanto i sondaggi e gli exit-poll che fino
a sabato scorso davano vincente con una larga maggioranza la leader dell’opposizione Svyatlana Tsikhanouskaya, ma le centinaia di testimonianze nei seggi durante lo spoglio che dalle varie zone della capitale Minsk fino ai tanti villaggi della campagna bielorussa, hanno fornito fin dalla domenica sera, un quadro netto e chiaro con la schiacciante vittoria dell’opposizione.
Ma il satrapo Aljaksandr Lukašėnka non aveva nessuna intenzione di farsi a parte dopo 26 anni ininterrotti di potere assoluto e cosi ha fatto ciò che i dittatori sanno fare meglio: negare lo stato di diritto, falsare la realtà , riscrivere la storia, schiacciare con violenza ogni dissenso.
Nel tragitto notturno fra i seggi e la Commissione Elettorale Centrale il risultato si è capovolto con l’80% dei voti a favore di Lukasjenkho e solo il 9,9% per la Tsikhanouskaya.
Ma questa volta il paese più “pacificato” dell’ex impero sovietico, praticamente mai sfiorato da rivolte e proteste popolari non ha accettato l’ennesimo sopruso.
Senza internet, bloccato da oltre tre giorni dalle autorità , e in modo scoordinato e spontaneo, migliaia di bielorussi sono scesi in piazza a Minsk e in tutto il paese.
La repressione è stata durissima: negli scontri fra dimostranti e forze dell’ordine a Minsk, Babruysk, Brest, Vitsebsk, Homel, Hrodna, Mahilyou, Byaroza, and Mazyr, si contano già migliaia di feriti, oltre 3.000 arresti e un morto confermato.
Per questa sera (11 agosto) è stato indetto uno sciopero generale che si prevede coinvolgerà in modo massiccio tutto il paese.
L’Unione Europea dista solo 151 chilometri dalla capitale Minsk. Ed è questa la strada che stanotte ha percorso la 37enne Svyatlana Tsikhanouskaya, moglie di Sjarhej TichanoÅskij, il blogger più noto di tutto il paese, esponente di punta dell’opposizione bielorussa, ad oggi ancora incarcerato.
Svyatlana Tsikhanouskaya avrebbe potuto ieri sera essere investita Presidente della Repubblica di Bielorussia, invece ha dovuto scappare attraversando la frontiera con la Lituania per essere accolta a Vilnius dal Ministro degli Esteri Linas Linkevicius, come da lui stesso annunciato questa mattina via twitter.
La sua portavoce Volha Kavalkova ha dichiarato oggi che la sua è stata una scelta obbligata che le ha permesso di essere “viva e libera”.
Ora l’obiettivo del movimento è duplice: “far finire le violenze e il bagno di sangue e difendere la vittoria elettorale con ogni strumento legale possibile”. La Kavalkova ha poi rivolto un appello a tutte le forze democratiche dentro e fuori il paese affinchè sostengano la transizione democratiche e denuncino la truffa del regime.
E’ un appello che abbiamo già sentito diverse volte e troppe volte è stato inascoltato: “Use your freedom to defend ours”, “Usate la vostra libertà per difendere la nostra”.
Qualcosa in Occidente ha iniziato a muoversi per non far cadere nel vuoto l’appello dell’opposizione bielorussa.
Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha denunciato lo svolgimento delle elezioni di domenica in Bielorussia ritenendole “not free and fair”: nè libere, nè corrette, rivolgendo poi un’appello alle autorità bielorusse per interrompere le violenze.
Il democratico Eliot Engel, presidente della Commissione Affari Esteri del Congresso e il repubblicano Mike Mc Caul si sono spinti oltre, denunciando la “truffa elettorale” di Lukashenko, sostenendo apertamente la piazza e l’opposizione democratico, auspicando un cambio di regime.
Il Ministro degli Esteri del Canada Francois-Philippe Champagne ha dichiarato che “le violenze delle autorità bielorusse riducono ulteriormente la legittima democratica del voto”.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha denunciato le violenze indiscriminate e invitato le autorità bielorusse ad un riconteggio dei voti, accessibile da media e opposizione.
Gran Bretagna e Francia hanno ripreso e rilanciato la posizione dell’Unione Europea chiedendo la fine immediata delle violenze.
Russia e Cina invece hanno immediatamente riconosciuto i risultati elettorali e si sono complimentati con il dittatore Lukashenko per la sua sesta rielezione.
Ancora una volta colpisce però il silenzio del Governo italiano, che lo allontana nuovamente dalle prese di posizione dell’intero occidente sulla materia. Tale silenzio è esattamente ciò che vogliono le ultime dittature: non interferire nelle vicende di un paese sovrano, anche quando questo compie crimini inaccettabili.
Ed è proprio in nome della dottrina della “non ingerenza” che il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha giustificato il proprio silenzio sulla repressione e sul cambio di “status” della città libera di Hong Kong, non ha fatto sentire la voce dell’Italia quando sono stati negati i più elementari diritti a Mosca come a Khabarovsk, è stato muto di fronte alle violenze ed alle condanne a morte arbitrarie degli oppositori a Teheran o di fronte alle violenze di Caracas.
La fascinazione per le satrapie del nostro governo preoccupa in sè, ma soprattutto allontana il nostro paese dalle nostre alleanze storiche in Europa ed oltreoceano. Ci piaceva di più l’Italia che affermava il diritto all’ingerenza democratica e promuovendo la moratoria universale sulla pena di morte alle Nazioni Unite ricordava come i diritti possano avere la meglio sulla tutela assoluta della sovranità degli stati.
(da “Huffingtopost”)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
SE FOSSE STATO UN ESPONENTE DI SINISTRA I SOVRANISTI AVREBBERO SUONATO LA GRANCASSA PER UNA SETTIMANA, ESSENDO UN LORO COMPAGNO DI MERENDE SILENZIO ASSOLUTO
Orlando Fazzalari, sindaco di Varapodio e candidato non eletto al Consiglio regionale per Fratelli d’Italia è stato indagato per peculato nella gestione di un centro di accoglienza (la notizia dettagliata la trovate in un altro articolo del nostro blog)
Ma questa volta i più attivi nell’attività di generalizzazione stanno siiti e muti.
Perchè? Nel sistema di sfruttamento è coinvolto un loro compagno di merende.
Se la vicenda giudiziaria avesse riguardano un esponente di sinistra avrebbero suonato la grancassa per almeno una settimana sui “buonisti e le cooperative che speculano sui migranti”, trattandosi di uno di loro tacciono.
Nessun post della Meloni per denunciare e prendere le distanze, solo il silenzio.
Che si tratti di indagini di ‘ndrangheta o corruzione fanno finta di niente sperando che gli italiani se ne dimentichino al più presto.
Non è questa la destra, per noi i delinquenti che rubano ai poveri e sottraggono capi di abbigliamento ai bisognosi per farli avere a loro figlio sono da mettere in galera, di qualsiasi ideologia siano.
E se sono di destra doppio della pena per aver sputtanato una intera comunità .
Nessuna pietà .
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
ALMENO 4 EPISODI CERTIFICANO IL RAID RAZZISTA MENTRE SUI MURI COMPAIONO SCRITTE NAZISTE
Ancora una notte di violenza e terrore a Marsala. Non passa week end, purtroppo, in cui non si
venga a sapere di risse e pestaggi intorno alla movida marsalese.
Mentre la stragrande maggioranza dei giovani lilybetani frequenta i locali del centro nel rispetto delle regole (non sempre delle misure anti-Covid, va detto) permangono piccole sacche di inciviltà che improvvisamente si manifestano, lasciando tanta amarezza tra chi ha la sfortuna di esserne testimone.
Sabato sera, intorno alle 4, la centralissima via Sibilla è stata teatro di un episodio di truce violenza che ha lasciato sbigottiti i passanti.
Per terra, in una pozza di sangue, giaceva un giovane di origine africana, sovrastato da un ragazzo che continuava a prenderlo a pugni, nonostante non incontrasse alcuna resistenza. Attorno a loro, un gruppo di altri giovani marsalesi, che formava una sorta di cordone che impediva ai passanti più coraggiosi di intervenire a interrompere il pestaggio.
“Così imparano a rispettare gli italiani”, ha affermato a voce alta uno di loro, lasciando pensare anche all’aggravante dell’aggressione razziale.
Pare che anche un vigile urbano in borghese si sia avvicinato per capire cosa stava succedendo, ma il branco ha fatto in modo di allontanare anche lui.
Poco prima, un altro giovane di colore era stato visto a bordo di un ciclomotore con il volto rigato di sangue mentre attraversava via Vespri e altri due malconci sotto l’arco di Porta Garibaldi.
A detta di tanti, comunque, la sensazione è che ci siano almeno un paio di gruppi che aspettano il fine settimana per vivere esperienza ad alto tasso di adrenalina, corroborati da qualche bicchiere in più (e magari dall’utilizzo di sostanze stupefacenti) per superare le residue prudenze e tornare a casa con una nuova impresa da raccontare.
Non è ben chiaro se la componente dell’odio razziale sia prevalente o accessoria, ma anche questo aspetto andrebbe seriamente monitorato per chiarire una volta per tutte cosa succede nelle notti marsalesi.
(da agenzie locali)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
IL VIDEO DIVENTA VIRALE E SCATENA UNA SERIE DI COMMENTI NEGATIVI
Un poliziotto immobilizza un ragazzo di 21 anni stringendolo al collo con una presa da wrestling. Il giovane si dimena per provare a liberarsi, perchè il respiro viene a mancare. Intorno la gente grida per paura, chiede all’agente di liberarlo.
Qualcuno azzarda un parallelo con i fatti di Minneapolis. È un video di 58 secondi a denunciare pubblicamente un nuovo intervento muscolare della polizia, stavolta in Italia, a Vicenza, in piazza Castello.
Quel ragazzo, poi, sarà arrestato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale.
Il questore Antonino Messineo cerca di smorzare le polemiche: “Se la polizia chiede un documento, non vedo per quale motivo rifiutarsi di darlo. Se tutti avessimo maggiore rispetto delle istituzioni, forse staremmo tutti meglio”.
Sarebbe meglio che anche le forze dell’ordine avessero maggiore rispetto dei cittadini, indipendentemente dal colore della pelle.
Una vicenda che, in poche ore, ha fatto il giro del web e che ha oltrepassato i confini della città di Vicenza. Il video del poliziotto che ha bloccato con una presa al collo un giovane ragazzo è stato al centro di polemiche e sta animando le cronache cittadine e non solo.
Anche perchè pone un serio interrogativo sulla proporzionalità delle reazioni da parte delle forze dell’ordine.
Denis Yasel Guerra Romero è stato arrestato (si trova ai domiciliari) con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e domani si celebrerà il processo per direttissima in cui bisognerà difendersi da questa accusa.
«Noi domani — ha detto Chiara Bellini, l’avvocato del giovane di 21 anni — dobbiamo difenderci da questa accusa. E dobbiamo dimostrare che quella che è avvenuta il pomeriggio del 10 agosto non è stata resistenza a pubblico ufficiale. È possibile che porteremo il fatto in dibattimento, perchè dobbiamo dare la possibilità ai testimoni di raccontare quello che è accaduto e che si vede nel video».
E quello che è successo nel video è sotto gli occhi di tutti: il diverbio tra il ragazzo e il poliziotto, il tentativo del giovane di allontanarsi, la presa al collo del poliziotto. Ma cosa era successo prima?
«La storia — dice l’avvocato Chiara Bellini — è questa: la polizia si trovava lì per sedare una rissa tra terze persone, che nulla avevano a che fare con il mio assistito. Mentre gli agenti stavano intervenendo, Denis stava scherzando con un suo amico e gli è venuto da ridere per motivi che non riguardavano affatto l’intervento delle forze dell’ordine. L’ufficiale, tuttavia, credeva di essere la causa di quella risata e si è avvicinato al ragazzo chiedendo: ‘Cos’hai da ridere?’». Parte da lì, poi, il video pubblicato sui social network.
Il ragazzo è stato preso al collo, poi è stato aiutato a liberarsi dalla morsa. Successivamente, dopo essersi allontanato in bicicletta, è stato fermato e arrestato. «La resistenza a pubblico ufficiale giustifica la misura cautelare in genere — spiega l’avvocato -, ma non è questo il caso. Dobbiamo dimostrare questo nel processo di domani, poi occorrerà valutare come andare avanti in questa vicenda».
Al ragazzo, inizialmente, era stato affidato un difensore d’ufficio, soltanto in un secondo momento è intervenuta l’avvocato Bellini, che ha cercato di spiegare il contesto all’interno del quale vive il suo assistito: «È un contesto decisamente sano — ci dice -: è un ragazzo giovane, perfettamente integrato, un operaio con un contratto a tempo indeterminato e, soprattutto, era incensurato. Anche se magari il suo atteggiamento non è sembrato gentile al poliziotto, non giustifica quel tipo di reazione».
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
COSA SI E’ INVENTATO OGGI SALVINI PER NON PARLARE DEI DEPUTATI E CONSIGLIERI LEGHISTI CHE HANNO CHIESTO IL BONUS
Ormai è certo: due deputati leghisti hanno preso il bonus 600 euro e il terzo non lo ha intascato solo
per problemi di procedura.
Se i nomi dei parlamentari ancora non sono confermati, oggi il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano hanno messo in nomination Elena Murelli e Andrea Dara.
Ma ci sono anche una manciata di consiglieri regionali che hanno fatto coming out. Eppure nonostante sia uno che dà la vita per l’Italia Matteo Salvini nelle ultime ore non ha trovato uno straccio di tempo per dire qualcosa sull’argomento.
Ad esempio ben 17 ore fa l’emittente locale Antenna 3 trasmetteva un’interessante diretta in cui il consigliere regionale della Lega Riccardo Barbisan confessava di aver preso il bonus
E cosa ha fatto il Capitano ieri sera? Ci ha informato che il formaggio alla griglia è un must
Magari il povero Salvini era affamato e dopo ha trovato cinque minuti liberi mentre digeriva per commentare la storia dei consiglieri?
Proprio in quei momenti anche un collega di Barbisan, Alessandro Montagnoli, spiegava di aver tolto a Roma per dare al Veneto
Ma da Salvini solo silenzio: era già andato a dormire, sicuramente.
Questa mattina però prima che il gallo abbia cantato tre volte sono usciti i giornali. E con loro la notizia dei leghisti accusati di aver preso il bonus: “In casa Lega monta l’imbarazzo. II nomi che circolano sono Andrea Dara e Elena Murelli”
E cosa ha fatto il nostro Capitano appena sveglio? Ha rassicurato i suoi elettori? Ha proposto sanzioni? Ha smentito la notizia? No. Ha deliziato tutti con i motivi per cui Conte dovrebbe dimettersi. Seguono post sui migranti e poi l’immancabile cappuccino e sorriso, proprio l’ora in cui si leggono i giornali:
Vi lasciamo immaginare cosa è successo dopo: critiche alla Azzolina, altri immigrati cattivi, il povero Giletti, ma di una parola una che dica qualcosa sui leghisti che hanno preso il bonus, che siano parlamentari o consiglieri regionali, non v’è traccia.
Eppure a caldo Salvini ne chiedeva le dimissioni.
Come mai ha cambiato idea?
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
I DEPUTATI SONO PERSONALITA’ PUBBLICHE CHE HANNO CHIESTO UN SUSSIDIO PUBBLICO, QUINDI NON ESISTE RISERVATEZZA
Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto – incredibilmente – il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto.
La nostra Autorità – i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio 2020 – a tre giorni di distanza dalla diffusione della notizia dei parlamentari “furbetti” ha finalmente preso una posizione ufficiale sulla questione.
“La privacy non è d’ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell’interessato”, dice il Garante della privacy.
“Ciò vale, a maggior ragione – prosegue il Garante in una nota – rispetto a coloro per i quali, a causa della funzione pubblica svolta, le aspettative di riservatezza si affievoliscono, anche per effetto dei più incisivi obblighi di pubblicità della condizione patrimoniale cui sono soggetti”. Il Garante contestualmente comunica che “sarà aperta una istruttoria in ordine alla metodologia seguita dall’Inps rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse”.
Basta, del resto, leggere le norme, valutare le decisioni dell’Autorità su materie simili, sondare il polso dei tecnici dell’Autorità stessa per capire che la privacy viene chiamata in causa a sproposito dai difensori dei “furbetti”.
I deputati in questione sono delle figure pubbliche che hanno chiesto di beneficiare di un contributo pubblico. Dunque la loro condotta non è protetta dalle norme sulla privacy. Prevale, in questo caso, il diritto dell’opinione pubblica e dei giornali a conoscere che cosa è successo. Prevale la trasparenza sulla riservatezza.
La privacy, d’altra parte, serve a celare dati sensibili della persona: sulle sue malattie o sugli orientamenti politici, solo per fare qualche esempio. La richiesta del bonus Covid, da parte di un parlamentare, non svela alcun dato sensibile.
La stessa valutazione può valere anche per gli amministratori locali, che pure sono figure pubbliche. Con una sola, sostanziale differenza.
Un amministratore locale, che non riceve certo il robusto stipendio dei deputati, potrebbe versare in condizioni di difficoltà economica. Chiedere il bonus Covid, nel suo caso, può essere comprensibile, giustificato. Pubblicare il nome di un consigliere comunale equiparando la sua posizione a quella del parlamentare sarebbe improprio.
E l’Inps, in tutto questo? L’Istituto per la previdenza ha forse diritto di negare i nomi dei deputati beneficiari del bonus oppure è tenuto a renderli noti?
Il Codice della Trasparenza – cioè la legge 33 del 2013 – all’articolo 26 stabilisce che “le pubbliche amministrazioni pubblicano gli atti di concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari alle imprese, e comunque di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati”.
Anche qui, dunque, l’obbligo di trasparenza sui vantaggi che personalità pubbliche (i deputati) ricevono dalla Pubblica Amministrazione (l’Inps) prevale su tutto.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
TRE ORE PER CORREGGERE LA GAFFE SUL MANIFESTO SOCIAL… ORMAI GLI STRAFALCIONI GEOGRAFICI DELLA LEGA SONO UN’ABITUDINE
Gli itinerari di una campagna elettorale città per città sono molto lunghi e può capitare di fare
confusione. E i profili social della Lega, spesso e volentieri, si riempiono di errori geografici.
In passato abbiamo parlato di Soverato (Catanzaro, ma secondo il Carroccio era Cosenza).
Oggi, invece, tocca a Viareggio diventata una provincia di Pisa. La gaffe social del team di comunicatori che curano i profili Lega Salvini Premier, dunque, tocca anche la Toscana (teatro delle prossime elezioni Regionali in programma il 20 e il 21 settembre). Poi, dopo le segnalazioni, il post è stato modificato riportando l’informazione corretta.
Il post social è stato pubblicato nella mattinata di domenica, mostrando le immagini dell’accoglienza da parte dei cittadini di Viareggio all’arrivo di Matteo Salvini e Susanna Ceccardi, candidata della Lega (e per tutto il Centrodestra) alle prossime elezioni Regionali in Toscana.
Ora sul profilo social del Carroccio appare la versione corretta, ma per tre ore quel post è stato online con la gaffe sulla provincia di appartenenza. Qui mostriamo lo screenshoot e non il link, per via della presenza di minori tra le fotografie condivise sui social.
Come detto, ora sui profili social della Lega Salvini Premier appare la versione corretta del post, con Pisa ‘restituita’ alla Provincia di Lucca e non più a Pisa.
Ma andando a visualizzare la cronologia delle modifiche, ecco comparire le modifiche. Alle 11.11 si parla di una Viareggio pisana; dopo tre ore esatte (con moltissime segnalazioni tra i commenti) arriva la modifica con la cittadina toscana che torna a essere una provincia di Lucca.
Un altro errore geografico del Carroccio che si somma a una lunga collezione di gaffes.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
IL SINDACO DELLA MELONI AVREBBE AFFIDATO LA GESTIONE DELLA STRUTTURA A PERSONE A LUI LEGATE….PARTE DEI CAPI DI ABBIGLIAMENTO SOVRAFATTURATI FINIVANO A SUO FIGLIO INVECE CHE AI MIGRANTI
Il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, eletto a capo di una lista civica e candidato non eletto alle elezioni regionali del gennaio scorso con Fratelli d’Italia, è indagato insieme ad altre cinque persone per i reati di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale (unico reato contestato a due funzionari della Prefettura), abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio (tutti reati contestati al sindaco, anche in concorso con altri), truffa ai danni dello Stato e peculato.
Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di ripetute condotte illecite in relazione alla gestione di un centro di accoglienza per cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, che era stato realizzato a Varapodio nell’ex agriturismo “Villa Cristina” e attivo dal settembre 2016 all’aprile 2018, a seguito di una convenzione stipulata tra il Comune di Varapodio e la Prefettura di Reggio Calabria.
Il sindaco è accusato di aver stipulato convenzioni mediante affidamenti diretti con imprese da lui scelte, senza avere la preventiva autorizzazione dal Consiglio comunale, il tutto in contrasto a quanto previsto dalla normativa in vigore.
Secondo l’accusa il sindaco, avrebbe affidato la convenzione per la gestione del centro alla società cooperativa sociale “Itaca” — con il legale rappresentante della quale aveva consolidati rapporti di collaborazione, amicizia e cointeresse — in cambio dell’assunzione, con contratti di prestazione di lavoro occasionale, di persone a lui legate da rapporti di collaborazione, anche politica e di amicizia.
Tra queste, viene contestata l’assunzione di due consiglieri di maggioranza e della moglie di uno dei due, privi di specifica competenza, che ricevevano un contribuito mensile anticipato dalla Cooperativa e poi rimborsato dal Comune.
Per l’assunzione di uno dei consiglieri, il legale rappresentate della coop è accusato anche di peculato.
La coop, per l’accusa, sovrafatturava le spese per il pagamento dei collaboratori causando, dal settembre 2016 al marzo 2018, un ingiusto profitto di circa 20.000 euro, con pari danno all’Ente Pubblico.
Per i carabinieri l’anomala gestione del sindaco del centro di accoglienza è evidenziata anche dai rapporti con due imprese di abbigliamento, concessionarie per la fornitura di abbagliamento, scarpe e attrezzatura sportiva per i migranti.
Il Sindaco avrebbe stabilito gli importi da liquidare con i titolari, accordandosi anche prima che avessero fatturato.
Un accordo che consentiva anche un pagamento maggiorato della merce rispetto a quanto stabilito. Il tutto in danno del Comune.
Parte della merce, poi, invece che ai migranti sarebbe stata destinata al figlio del sindaco.
I funzionari ispettori della Prefettura di Reggio, invece, sono indagati perchè nel corso di un controllo avrebbero redatto un falso verbale omettendo di indicare le irregolarità emerse sulla regolarizzazione delle cuoche e la forniture di alimenti, nonchè la mancata manifestazione di interesse per altre cooperativa da parte del Comune, oltre la “Itaca”.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 11th, 2020 Riccardo Fucile
FRANCO MATTIUSSI IN REGIONE PERCEPISCE 8.000 EURO, HA UN ALBERGO E UN RISTORANTE
Non solo Veneto. Franco Mattiussi, 62 anni, vicecapogruppo regionale di Forza Italia in Friuli
Venezia Giulia nonchè imprenditore, con un lungo post su Facebook riportato dal Gazzettino si è auto-segnalato, perchè anche lui ha chiesto e ottenuto il bonus Inps per due volte.
E lo ha scritto su Fb: i politici «che hanno richiesto il bonus Inps non hanno rubato nulla. Nulla. Hanno esercitato un loro diritto. Hanno, in un certo senso, profittato di una norma che lo consentiva. L’avere partita Iva presuppone l’esistenza di un lavoro autonomo parallelo alla figura politica ricoperta. Due dimensioni da tenere distanti e separate».
E ha ammesso: «Io personalmente, ho effettuato la richiesta e ho ottenuto il bonus che ho potuto “immettere” nelle casse aziendali. Utilizzando quei soldi anche per far quadrare conti che comunque dovevano essere saldati. Perchè nonostante tutto fosse fermo, bollette e tratte continuavano ad arrivare».
Mattiussi, ex vicepresidente (e a lungo assessore) dell’allora Provincia di Udine, ad Aquileia gestisce dal 1990 l’Hotel ristorante Patriarchi e a Villa Vicentina “Ai Cjastinars”, dal 2011 l’hotel Aquila Nera ad Aquileia e dal 2017 il Bar Cjapitul.
“Ho percepito due volte i 600 euro: una prima volta li ho chiesti, la seconda sono arrivati senza che li chiedessi».
(da agenzie)
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