Destra di Popolo.net

SCIASCIA, CHITARRA E MERIDIONE

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

CHI E’ PEPPE PROVENZANO, IL MINISTRO CHE   STA RIPORTANDO SOLDI AL SUD

Il Sud nel cuore, la Sicilia il suo grande amore. Meridionalista convinto, Giuseppe Provenzano — per tutti “Peppe il rosso” ma anche Luciano e Calogero perchè la mamma, per lui, ha scelto ben tre nomi — è ministro per il Sud e la coesione territoriale.
Parla spagnolo, ha 38 anni, è nato a San Cataldo ma è cresciuto a Milena, piccolo comune di quasi 3mila abitanti in provincia di Caltanissetta (ultima nella classifica “Qualità  della vita 2019” del Sole24Ore, ndr), in Sicilia.
Sa suonare la chitarra, da giovane si dilettava anche con il sax contralto. Una delle sue amiche più care (e sua collega universitaria) è la moglie del cantante Bugo con il quale è stato a cena a Natale, come svelato a Un Giorno da Pecora.
Oggi “Peppe” vive a Roma con l’avvocata Valentina — che ha conosciuto durante un convegno dell’Anci — e i suoi due figli, Giovanni e Caterina, la più piccola.
Ministro a partire dal 5 settembre 2019, giovane, barba in ordine (da buon siciliano), sta provando a riportare fondi, e dunque dignità , futuro e speranza, a un territorio da sempre martoriato.
L’obiettivo è quello di ridurre il gap di investimenti tra Nord e Sud, da sempre considerato l’ultima ruota del carro. A lui si deve, ad esempio, il «pacchetto sud» nel decreto agosto, ovvero una fiscalità  di vantaggio nel Mezzogiorno. Chi assumerà  nuovi lavoratori con contratti stabili o chi stabilizzerà  precari avrà  un taglio dei contributi del 30%. Il Sud come motore di crescita e non più come “peso” o “palla al piede” per il Belpaese.
Provenzano sogna di far «emergere il lavoro irregolare, attrarre investimenti stranieri e rilanciare la domanda di lavoro». Certo, il 30% di taglio ai contributi rischia di non essere risolutivo e da solo non sarà  sufficiente a risollevare un Sud da sempre dimenticato dalla politica e ora messo in ginocchio dal Coronavirus. Ma almeno è un primo passo.
L’abilità  di far prevalere le proprie opinioni è sempre stata una caratteristica del giovane ministro. Grande lettore di Leonardo Sciascia, ha organizzato il suo primo sciopero alle medie: «Si trattava della lotta per i termosifoni freddi contro mio zio sindaco» ha detto al Corriere. Al liceo è stato rappresentante dei fuorisede al Consiglio d’Istituto: lui che veniva dai paesini e che faceva grande fatica a raggiungere Caltanissetta.
Da giovane sperava di lasciare il piccolo comune di Milena, in cui abitava con la famiglia, salvo poi far di tutto, da grande, per ritornarci.
Perchè dimenticare le proprie origini è praticamente impossibile, anche per “Peppe il rosso”. «Ho sentito e sento il dovere di lavorare perchè il Sud sia un posto in cui è possibile tornare. Anzi, restare» dice oggi, 8 agosto, in un’intervista su Repubblica. Utopia? Quanti anni ci vorranno per invertire questa tendenza?
Il ministro ha scoperto l’amore per la politica all’indomani della strage di Capaci, nel 1992, quella che ha spinto migliaia di persone a diventare politici, magistrati, poliziotti o carabinieri. Idealista sì, ma anche molto pragmatico, raccontano persone che lo conoscono bene. Provenzano ha le idee molto chiare praticamente su tutto: favorevole ai matrimoni gay, alla liberalizzazione delle droghe leggere, non usa le app delle consegne a domicilio del cibo perchè sfruttano i rider.
Dalla laurea in Giurisprudenza presso l’università  di Pisa al dottorato alla Scuola superiore Sant’Anna (passando per un Erasmus a Barcellona). Il curriculum di Giuseppe Provenzano è variegato: nel 2020 diventa ricercatore di Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, di cui dal 2016 è vicedirettore.
Il suo lavoro di ricerca si concentra soprattutto sulle politiche di coesione e sviluppo del Sud. Il suo “pallino”, insomma. Muove i primi passi nella Regione Siciliana come capo della segreteria dell’assessore per l’Economia Luca Bianchi (giunta Crocetta), poi diventa consulente del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando.
Sul fronte politico, invece, alla vigilia delle elezioni del 4 marzo 2018, “Peppe il rosso” rinuncia a un posto nelle liste del Pd, nel collegio plurinominale di Agrigento-Caltanissetta. Il motivo? Era stato piazzato in seconda posizione, sotto Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò.
«Nella mia provincia 21 circoli su 22 si sono pronunciati contro la candidatura della capolista. Non credevo più che nel Sud ci si dovesse impegnare per abolire l’ereditarietà  delle cariche pubbliche» aveva tuonato senza mezzi termini.
Da qui la decisione di dire “no, grazie” al segretario Matteo Renzi. Un inizio non proprio scoppiettante. Infine la svolta con l’arrivo di Nicola Zingaretti che decide di puntare tutto su di lui fino a nominarlo responsabile del Lavoro del Pd.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ITALIA CHIEDE L’ACCESSO AL FONDO SURE DELLA UE PER 28,5 MILIARDI

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

INVIATA LA LETTERA PER AVERE ACCESSO AL SUPPORTO PER LA CASSA INTEGRAZIONE

L’Italia chiede di accedere ai fondi Sure per 28,5 miliardi. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, e la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, hanno inviato a Bruxelles la lettera con cui il Governo italiano richiede formalmente l’attivazione di SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), lo strumento messo in campo dalla Commissione europea per mitigare i rischi di disoccupazione dovuti all’emergenza Covid19.
Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il Governo italiano chiede di poter accedere alle risorse di SURE nella misura di 28.492 milioni di euro, un importo giustificato dalle misure che sono state messe in campo per tutelare i redditi dei lavoratori durante la crisi come indicato nella tabella di segnalazione e nella valutazione provvisoria della loro ammissibilità  da parte dei servizi competenti della Commissione.
“L’ economia italiana – scrivono Gualtieri e Catalfo – è stata gravemente colpita dalle misure di blocco introdotte dalla fine di febbraio, molto efficaci nel contenere la diffusione del virus ma con un forte impatto negativo sull’economia e sul sistema sociale. Una situazione che terrà  la produzione al di sotto dei livelli normali per un po’ di tempo, con gravi rischi di disoccupazione. Di conseguenza — aggiungono i ministri – il governo sta cercando di prolungare le misure di sostegno che scadranno alla fine del mese”.
La lettera di richiesta di attivazione di SURE è accompagnata da un allegato che riassume sinteticamente le informazioni sulle spese effettive e programmate relative alle misure ammissibili al sostegno finanziario della Commissione, con particolare riferimento alle misure decise dal Governo nei decreti legge 18/2020, 27/2020 e 34/2020 volte a tutelare i dipendenti e i lavoratori autonomi.
Concludendo la lettera, Catalfo e Gualtieri sottolineano come la rapida attivazione di SURE rappresenti un esempio positivo di solidarietà  tra gli Stati membri e a favore dei lavoratori europei e si impegnano a proseguire il dialogo sulla risposta dell’Italia alla crisi e sulle politiche appropriate “a sostegno dei lavoratori e del benessere della popolazione in generale”.

(da “Huffingtonpost“)

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IL DISCORSO DEL PRESIDENTE TUNISINO KAIS SAIED: “ELIMINIANO LE CAUSE CHE SPONGONO LE PERSONE SUI BARCONI”

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

PER CAPIRE E RISOLVERE I PROBLEMI BISOGNA STUDIARLI E SAPER ASCOLTARE, NON COME CERTI CAZZARI CHE PENSANO A TAGLIARE I FONDI A UN PAESE AMICO DOPO AVER FINANZIATO I CRIMINALI LIBICI

Le parole di Kais Saied durante la sua visita, domenica 2 agosto, alle due città  costiere di Sfax e Mahdia.
“Durante le nostre discussioni con diversi funzionari europei sul tema dell’emigrazione irregolare, l’approccio da adottare è stato chiaro. Piuttosto che stanziare più fondi per migliorare solo le capacità  materiali e le risorse umane delle guardie costiere, dovremmo pensare a eliminare alla radice le cause che spingono le persone a gettarsi in mare. A questo proposito, la parte europea, e soprattutto i funzionari italiani, si sono dimostrati comprensivi.
È tempo di riflettere sulle vere ragioni che hanno portato a questa emigrazione. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, è direttamente legata all’iniqua distribuzione della ricchezza e delle risorse a livello nazionale, ma anche internazionale per quanto riguarda la divisione globale del lavoro.
Molti ricordano ancora come i tunisini emigrarono regolarmente verso l’Europa nel secondo dopoguerra, come manodopera a basso costo, per aiutare a ricostruire le città  europee allora completamente distrutte. All’inizio non ebbero difficoltà  ad andare in alcuni di questi Paesi europei, in particolare la Francia.
Poi, poco a poco, si cominciarono a imporre restrizioni attraverso i visti, e le procedure per il permesso di soggiorno nell’area europea furono inasprite. All’inizio degli anni Duemila, si iniziò ad applicare la cosiddetta politica dell’immigrazione selettiva. Si accettavano solo coloro che si volevano accettare, soprattutto i talenti tunisini di cui si aveva bisogno.
Ricordiamo ancora l’ondata migratoria che ebbe luogo dopo il 14 gennaio 2011. In pochi giorni, più di 25.000 persone immigrarono in Italia. Non fu un caso. Oggi l’immigrazione irregolare o clandestina è stata creata da alcuni per motivi politici. E ne hanno la piena responsabilità .
Ho parlato con alcune persone che hanno tentato di immigrare in Italia ma non ci sono riuscite perchè la loro partenza da Sfax è stata intercettata. C’è chi ha incoraggiato queste persone a credere che il processo elettorale sia stato inutile e non abbia portato al raggiungimento degli obiettivi del popolo tunisino, sapendo che non ci è ancora stata data la possibilità  di realizzare i molteplici progetti che sono stati preparati. Questi progetti sono rimasti bloccati per motivi politici.
Ci sono stati degli sforzi; sia per offrire opportunità  di lavoro, opportunità  che preservino la dignità  del cittadino, sia per garantire il rispetto dei diritti umani naturali. Citerò, tra gli altri, la città  medica aglabide di Kairouan, il treno ad alta velocità  che collegherà  il Paese da un lato all’altro, da Bizerte a Ben Guerdane, così come i progetti che si porteranno a termine a Sidi Bouzid.
È chiaro che alcune persone stanno cercando con tutti i mezzi di condurre l’esperienza tunisina al fallimento. Poi, in una posizione secondaria, ci sono le persone comuni. E voi conoscete quelli che stanno dietro la deportazione di queste persone.
Vorrei ringraziare le forze di sicurezza per gli sforzi che hanno compiuto. Ci sono quelli che hanno fatto affari a costo della vita dei tunisini.
Invece di affrontare le ragioni che hanno portato all’aggravarsi della situazione dei giovani tunisini, spingendoli a emigrare, l’approccio tradizionale si concentra ancora solo sul controllo delle frontiere e sulla caccia ai contrabbandieri.
Ci sono vittime, vittime della miseria e della povertà , che peggiorano di giorno in giorno, ma anche vittime della miseria politica che strumentalizza loro e la loro situazione.
Sono venuto qui oggi per dimostrare che lo Stato tunisino è presente e che le manovre che si stanno organizzando sono più che evidenti, soprattutto attraverso gli slogan ripetuti da alcuni di coloro che hanno raggiunto le coste italiane.
Detto questo, l’approccio incentrato sulla sicurezza non è nè il migliore nè sufficiente per sradicare l’immigrazione irregolare. L’ho già  detto e lo dirò ancora oggi.
Vorrei ricordare che in un certo momento la migrazione era considerata normale. E c’erano soprattutto europei che immigravano dal nord verso i paesi del sud. Alcuni di loro sono ancora qui, in Tunisia, e sono tra i migliori nei loro rispettivi settori, che si tratti di artigianato, di manifatture, di costruzione o altro.
Negli ultimi anni, è arrivata la “Stagione delle migrazioni verso il Nord” (il nome si riferisce al famoso romanzo dello scrittore sudanese Tayeb Salih), che è stato il risultato, come ho detto, della divisione globale del lavoro, ma anche di fattori interni.
Gli uomini e le donne tunisine vogliono vivere con la loro dignità  preservata non in questo stato di decomposizione voluto da coloro che cercano di infiltrarsi nelle istituzioni dello Stato.
Come ho detto, non si tratta solo della Guardia Costiera, o dell’inseguimento di quelle “barche della morte”, ma piuttosto di coloro che commerciano con la vita delle persone mettendole su queste barche. La vita umana è priva di valore dal loro punto di vista. Poco tempo fa, ho ispezionato una barca con una capacità  originale di non più di 3 o 4 persone, ma mi hanno detto che potrebbe portare anche 20 persone quando è “al completo”. Persone disposte ad affrontare il viaggio, pur sapendo che all’estero saranno sfruttate e potranno lavorare solo nel mercato nero.
Chi si trova all’estero deve capire che gli approcci basati sulla sicurezza non sono sufficienti. Bisogna cercare le cause alla radice di tutta questa miseria e di queste barche della morte. La crescita asimmetrica e l’aumento della povertà  non possono essere affrontate solo con un trattamento basato sulla sicurezza.
Tali approcci sono stati adottati in passato e si sono dimostrati incapaci di portare a un cambiamento di questa situazione. Abbiamo bisogno di un approccio diverso.
Queste persone hanno il diritto di vivere nel loro Paese d’origine in modo dignitoso, con il diritto alla vita garantito. Il mondo intero deve sapere che questa situazione precaria e questa povertà  che i giovani stanno affrontando non può continuare.
Noi comprendiamo gli aspetti di sicurezza di questo fenomeno, ma anche i suoi aspetti economici e sociali.
Un’economia basata sul ruolo fondamentale dello Stato che offre opportunità  di lavoro per raggiungere la dignità  nazionale. Chi chiama i giovani a lasciare la Tunisia, e li fa ricorrere all’illusione e alla morte, è il vero criminale, non chi è stato ingannato da loro.
Ancora una volta, vi ringrazio per i vostri sforzi, e vi chiedo di raddoppiarli per rispondere alle richieste del popolo tunisino e per ridurre questo fenomeno, che non nasconde a nessuno le sue cause.

(da agenzie)

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REPRESSIONE AL GAY PRIDE IN POLONIA, LA POLIZIA SOVRANISTA ATTACCA I MANIFESTANTI, DECINE DI ARRESTI

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

“ECCO COSA FANNO GLI AMICI DI SALVINI E MELONI, QUESTA E’ L’ITALIA CHE SOGNANO”… E L’EUROPA DOVREBBE MANTENERE PAESI DOVE VENGONO NEGATI I DIRITTI CIVILI?

Violenta stretta repressiva del governo sovranista polacco contro gli attivisti Lgbt. Due di loro sono stati prelevati a casa la scorsa sera a forza dalla polizia e posti in stato di fermo, mentre alcuni membri di spicco della comunità  Lgbt sono stati condannati per direttissima a due mesi di prigione, senza la condizionale.
Tra gli arrestati “anche un italiano”. Ne dà  notizia il Gay Center, chiedendo alla Farnesina di adoperarsi per la liberazione dell’attivista. “Ecco cosa fanno gli amici di estrema destra di Meloni e Salvini in Polonia”, dichiara in una nota Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, dove si legge anche: “Questa è la libertà  di pensiero che chiedono e l’italia che sognano: se così non è, condannino il governo polacco. L’Unione Europea reagisca con forza fermando ogni finanziamento (ad eccezione di quelli per il solo supporto sanitario per il covid) e attuando azioni restrittive contro il governo polacco e chieda la liberazione immediata degli attivisti”
Quando la folla ieri sera a Varsavia è scesa in piazza cercando di impedire gli arresti e circondando pacificamente le auto delle forze dell’ordine con i condannati a bordo, gli agenti sono intervenuti con estrema brutalità  pestando con manganelli qualsiasi manifestante, anche donne e anziani. Almeno una cinquantina di pacifici dimostranti sono stati caricati con violenza sui furgoni della polizia e posti in stato di fermo.
“Nessuna tolleranza contro questi seguaci di un’ideologia perversa   che violano la legge”, hanno detto i portavoce ufficiali del governo.
I condannati avevano pacificamente festeggiato in piazza il gay pride con piccoli assembramenti per paura del Covid. Poi, con un innocuo gesto provocatorio avevano appeso bandiere arcobaleno su alcuni monumenti
Una delle persone arrestate, una transessuale di nome Margo, è stata registrata e condannata con la sua originaria identità  maschile, per umiliarla. Margo è stata accusata anche di aver danneggiato con dello spray un camioncino usato dai gruppi dell’ultradestra e clericali per la propaganda omofoba.
La Polonia, secondo i media indipendenti polacchi e secondo fonti dell’Unione europea, è diventata il Paese più omofobo d’Europa. Decine di città  controllate dal partito sovranista al potere si sono dichiarate “zone libere dall’ideologia Lgbt”, spesso elogiate dalla Chiesa cattolica e dall’emittente cattolica integralista Radio Maryja.
Mesi fa uno dei principali vescovi polacchi aveva definito l’omosessualità  “la peste arcobaleno, micidiale per la nazione come fu la peste rossa, il comunismo”.
Lo stesso presidente sovranista Andrzej Duda è riuscito a farsi rieleggere di misura al ballottaggio delle recenti presidenziali, sconfiggendo di pochi voti lo sfidante liberalconservatore europeista Rafal Trzaskowski, con una violenta campagna omofoba. Per gli Lgbt polacchi e ungheresi perseguitati dai regimi sovranisti quest’anno il luogo dove festeggiare liberamente il gay pride è stato la civilissima Praga. L’Europa ha punito la Polonia tagliando le sovvenzioni alle città  polacche proclamatesi “lgbt-free”.

(da agenzie)

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LIBANO, LA FOLLA SCENDE IN PIAZZA CHIEDENDO LA FORCA PER I RESPONSABILI DELL’ESPLOSIONE

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

NON CI SONO POLITICI MA CAPI FAZIONE, UNA DERIVA CHE STIAMO INIZIANDO A CONOSCERE BENE ANCHE IN ITALIA

In Libano non c’è democrazia. Il che è normale, in Medio Oriente. Però c’è più libertà  che in tutti i Paesi vicini. Solo che è una libertà  a coriandoli: ciascuno è libero, basta che sia protetto da una cosca, una setta, una milizia.
I deputati sono divisi per religione: metà  ai musulmani e metà  ai cristiani. Le percentuali sono fisse, così come le più alte cariche statali: premier sunnita, presidente cristiano, presidente del Parlamento sciita. In realtà  è un regalo ai cristiani, che non superano il 35%. Sunniti e sciiti hanno il 30% ciascuno, ai drusi il restante 5%.
Si chiama “libanizzazione”. Così la definisce il dizionario Garzanti: “Condizione di estrema disgregazione della vita politica, nella quale, essendo del tutto assente il potere dello stato, il controllo del paese è affidato allo scontro di fazioni armate”. Etimologia: “Situazione determinatasi in Libano negli anni ’70-’80 del ‘900”.
In questo senso ha ragione il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, che ha confuso il Libano con la Libia (chissà  se conosce la Liberia). A Beirut come a Bengasi, e a Tripoli come a Tripoli (ce n’è una in Libia e una in Libano, a parziale discolpa dell’apprendista geografo Manlio), comandano le milizie.
In Libano non esistono politici. Gli ultimi degni di tal nome sono stati fatti saltare in aria, com’è normale a quelle latitudini: nel 1982 Bashir Gemayel, presidente cristiano; nel 1987 Rashid Karame e nel 2005 Rafiq Hariri, entrambi premier sunniti. Pierre Gemayel, nipote di Bashir, è stato mitragliato a morte nel 2006.
Gli altri sono soltanto capi fazione, la cui autorità  non va oltre l’ambito del proprio gruppo religioso. Anche perchè ormai il Libano è un gerontocomio: il presidente Michel Aoun ha 85 anni, quello del Parlamento Nabih Berri 82. Il premier 60enne Hassan Diab è un virgulto al confronto, ma è in carica soltanto dal gennaio di quest’anno. Ha sostituito Saad Hariri, figlio del miliardario Rafiq (4 miliardi di patrimonio personale), travolto dalle proteste di strada poi bloccate dal virus.
Ora le dimostrazioni di piazza riprendono, con disperata genericità  pentastellata: “Via i politici corrotti e incompetenti!” “Forca per i responsabili dell’esplosione al porto!”
Può darsi che si spengano nel nulla, oppure che provochino un bagno di sangue. O che questa volta abbiano successo, innescando perfino reazioni a catena come nove anni fa le primavere arabe partite dalla Tunisia ed esportate in Libia (giù Gheddafi), Egitto (giù Mubarak) e Siria, dove invece Assad ha resistito al prezzo di quasi mezzo milione di morti e sei milioni di profughi.
Ma attenzione, perchè qui comincia un perverso giro dell’oca che rischia di replicare una tragedia storica. Un milione e mezzo di profughi siriani, infatti, sono sfollati in Libano, ripetendo il disastro dell’esodo palestinese.
Mezzo secolo fa centinaia di migliaia di palestinesi scapparono a Beirut dalla Giordania dopo la strage del Settembre nero 1970. Allora il Libano era lo stato più ricco, sofisticato e cosmopolita del Medio Oriente, e Beirut la sua Monte Carlo. Dubai e Abu Dhabi erano ancora villaggi di poveri pescatori. Ma l’arrivo dell’Olp di Arafat sconvolse il fragile equilibrio del Libano, e provocò la guerra civile più lunga della storia: 15 anni, 150mila morti, diaspora di sei milioni di libanesi (chi se l’è potuto permettere, quindi i benestanti sunniti e cristiani maroniti riparati a Londra e Parigi, in esilio di lusso).
Nel 1990 ha preso il potere il generale cristiano Aoun. Non l’ha più mollato, prima appoggiandosi ai siriani e poi sfruttando la rivalità  sunnita/sciita. Intanto i diseredati sciiti delle periferie di Beirut e del Libano meridionale hanno trovato conveniente e naturale appoggiarsi alle milizie di Hezbollah finanziate dall’Iran. Che procura non solo armi, ma anche sussidi per i disoccupati.
Per dare l’idea del problema Libano: su sei milioni di abitanti, due milioni sono profughi. Ricevono gli aiuti Onu, ma sarebbe come se l’Italia ne avesse 20 milioni. Ammassati in una superficie più piccola dell’Abruzzo. Eppure il Libano non è l’inferno. È un paradiso. Il cielo è più azzurro che a Napoli, i tramonti più rosa che a Roma. Basta salire da Beirut sui monti retrostanti, e le foreste dei cedri profumano più dei pini di Cortina. Basta andare a cenare nella baia di Jounieh, e le serate mediterranee sono più dolci che in Costa Smeralda o Azzurra. La valle della Beqaa, che porta in un attimo a Damasco, è più verde della campagna toscana.
Fino al 1975 le estreme diversità  del Libano formavano un mosaico prezioso. Dopo, bombe e mitra hanno rovinato tutto. Eppure i libanesi continuano a rinascere. Negli anni ’90, dopo la guerra civile, i traffici sono ripresi, i soldi sono tornati, lo splendido lungomare di Beirut è stato ricostruito e la vita è ricominciata. Idem dopo la ritirata degli occupanti siriani, nel 2005. Ultimamente, prima della bancarotta statale che ha fatto crollare la lira (ha perso il 70% da ottobre), il Libano era tornato nonostante tutto a essere un centro finanziario e una meta turistica.
Ma attenti, Beirut non è lontana dall’Italia. Ci stiamo “libanizzando” pure noi. Ciascuno rinchiuso nella propria cerchia di amici, reali o Facebook.
Banniamo quelli che ci contraddicono, fingiamo che non esistano. Esattamente come i ricchi cristiani maroniti rinchiusi nelle loro ville di Beirut nord-est ignorano il terzo mondo dei ghetti sciiti e dei campi profughi di Beirut sud-ovest. A Sabra e Chatila nel 1982 i fascisti falangisti cristiani massacrarono i palestinesi nell’indifferenza degli israeliani di Sharon. Oggi in quei vicoli si sono aggiunti gli sfollati poveri siriani.
Il distanziamento sociale del virus ha solo confermato la distanza fra i coriandoli di Beirut: nel golf club vicino all’aeroporto sembra di essere a Beverly Hills, ma dall’altra parte della superstrada Hafez Assad, a 200 metri, c’è la bidonville di Bourj-el-Barajneh, con la bomba sociale di sciiti e profughi. Ogni tanto in Libano le bombe esplodono, apposta o per sbaglio, e fanno 160 morti.

(da “Huffingtonpost”)

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IL CORPO RITROVATO È DI VIVIANA: IL MARITO RICONOSCE LA FEDE NUZIALE

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

SI INTENSIFICANO LE RICERCHE DEL FIGLIO

Il corpo di Viviana Parisi è irriconoscibile, devastato, quando viene ritrovano nella boscaglia di Caronia, in provincia di Messina. Ha ancora la fede al dito, all’interno c’è scritto il nome del marito, Daniele Mondello. È proprio lui a riconoscerla da questo il dettaglio che fuga ogni dubbio.
Da subito molti elementi inducono gli investigatori a ritenere che quel corpo sia proprio quello della dj Viviana Parisi, sparita nel nulla, non lontano da lì, lunedì mattina insieme al figlio Gioele di 4 anni. Il risvolto è drammatico. Nell’attesa che arrivino i risultati del dna, il marito riconosce alcuni gioielli della moglie ma anche i vestiti e le scarpe. Del figlio però non si hanno tracce e le ricerche del bambino continueranno per tutta la notte.
Viviana Parisi e il suo bambino sono scomparsi subito dopo un lieve incidente d’auto avvenuto sull’autostrada Messina-Palermo, all’altezza proprio di Caronia, cento chilometri lontano da Milazzo, dove la donna aveva detto al marito che si sarebbe recata per comprare le scarpe al figlio. Le ricerche sono andate avanti per giorni e si sono intrecciate anche con alcune segnalazioni arrivate da alcune parti della Sicilia, come da Giardini Naxos, che avevano lasciato ben sperare. E invece nulla.
Le ricerche del bambino sono riprese con un massiccio impegno di uomini, mezzi e cani molecolari. L’area divisa per reticoli è di oltre 300 ettari. Si stanno sviluppando a partire dal punto in cui è stato ritrovato il cadavere irriconoscibile della donna.
La scomparsa resta avvolta nel mistero. Si ipotizza una fuga volontaria. Era rimasta particolarmente scossa per la paura del Covid e le costrizioni del lockdown. Voleva vedere i parenti a Torino, ma non poteva raggiungerli. Scriveva sui social di sentirsi in una bara di cristallo, voleva uscirne per “riprendermi il mio passato, per andare avanti con il presente e il futuro se Dio vuole”. Sembra annunciare di voler ripartire da zero, ma le frasi su Facebook sono confuse: “Riprendere un po’ la mia vita lavorativa per vivere, per ritornare nella famiglia, per condividere di nuovo tutto, collaborare con il mio compagno di viaggio, che comunque da solo ha continuato a lottare per il lavoro e la quotidianità ”.
Il corpo è stato ritrovato in linea d’aria, a meno di un chilometro dalla galleria Pizzo Turda nel quale Viviana Parisi ha avuto il lieve incidente con un furgone operai di una ditta di manutenzione. Secondo la ricostruzione degli stessi operai, che si sono subito fermati per deviare il traffico, la donna avrebbe proseguito per un tratto e poi sarebbe scomparsa. I Vigili del fuoco hanno seguito le sue tracce per alcune centinaia di metri. La logica avrebbe voluto che Viviana imboccasse un varco sul lato destro della carreggiata. Invece, la posizione del cadavere indica che abbia lasciato a piedi l’autostrada scavalcando il guard rail a sinistra. Da qui si sarebbe allontanata per alcune centinaia di metri prima di trovare la morte nella boscaglia vicina.
Le ricostruzioni tuttavia sono molto confuse. Gli operai sostengono che era sola, altri dicono che fosse con il figlio. C’è anche chi sostiene di averla rivista a piedi in autostrada. L’unica cosa certa è che ora bisogna trovare il bambino Giole.

(da “Huffingtonpost”)

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FAVA RIVENDICA IL SIMBOLO DELLA LEGA NORD: “SALVINI USI IL SUO, VISTO CHE HA CAMBIATO PARTITO, NOI RESTIAMO FEDELI AL NORD”

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

A VIADANA FAVA APPOGGIA UNA LISTA CIVICA CONTRO IL CENTRODESTRA SOVRANISTA… A SABBIONETA AVEVA GIA’ BATTUTO LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA… LA VECCHIA GUARDIA VUOLE IL VECCHIO SIMBOLO, SALVINI NON LO MOLLA, LA QUESTIONE FINIRA’ IN TRIBUNALE

Prima o poi, direbbe il saggio, doveva accadere. Inevitabile come insanabile è la frattura interna alla Lega. O Lega Nord, e la differenza stavolta non è di poco conto. Per la verità  non la è mai stata.
Ora che Matteo Salvini, leader della Lega, sembra avere perso molti punti in percentuale rispetto all’anno scorso quando veleggiava oltre il 30%, ecco che la minoranza — che mai è stata silenziosa ed è incarnata da un uomo del comprensorio Oglio Po come Gianni Fava — fa un passo (con annessa richiesta) in più.
Nei fatti, e nel locale, Fava si era già  opposto alla Lega ufficiale, vincendo peraltro a Sabbioneta, ad esempio, dove ha sostenuto apertamente la candidatura di Marco Pasquali contro quella proposta dal centro-destra ufficiale.
E lo stesso fa a Viadana, sostenendo Alessia Minotti contro Nicola Cavatorta, espressione della giunta uscente.
La novità  ha un rilievo nazionale, in ogni caso. Gli ex deputati Gianluca Pini e Gianni Fava — quest’ultimo ex sfidante di Matteo Salvini al congresso del 2017 — si fanno portavoce della richiesta di poter utilizzare il simbolo elettorale della Lega Nord alle prossime amministrative nei Comuni romagnoli, a Mantova e a Viadana.
“Siamo ancora iscritti a un partito, la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, e uno degli obiettivi di ogni partito è partecipare alle tornate elettorali — spiega Fava -. Da più parti mi è giunta la richiesta di poter correre sotto l’egida della Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Non si capisce perchè un Movimento che ha un tesseramento non possa partecipare alle elezioni. La Lega Salvini premier è un altro partito, è libera di correre con altri candidati”.
Per questo, sia Fava che Pini hanno inviato una richiesta al commissario federale della Lega Nord Igor Iezzi di poter utilizzare il simbolo con il guerriero Alberto da Giussano.
“A Viadana — spiega Fava — per esempio sosterremmo la candidata sindaca di area civica Alessia Minotti, contro l’esponente di Fratelli d’Italia Nicola Cavatorta”.
Le battaglie per la Lega di Salvini non sono più le stesse di un tempo, sostiene da sempre Fava, quando cioè la questione settentrionale era stata il motore fondante della Lega Nord di Umberto Bossi.
Ora la Lega ufficiale, quella di Salvini, ha scordato quelle mozioni per provare a diventare un partito più forte in tutta Italia, dimenticando però — l’accusa di Fava — le proprie origini. Le stesse origini che col vecchio — ma nemmeno troppo, dato che fino a un anno e mezzo fa era ancora in voga — simbolo Lega Nord proverebbero a tornare, sostenute da radici forti soprattutto nel locale.

(da “OglioPo”)

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ANCHE LA MELONI PERDE PEZZI: SE NE VA LA DEPUTATA MARIA TERESA BALDINI

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

LASCIA FRATELLI D’ITALIA E PASSA AL MISTO LA DEPUTATA MEDICO CHE FU LA PRIMA A INDOSSARE LA MASCHERINA ALLA CAMERA

Seppure i sondaggi le siano in questa fase amici, e la si ritenga sempre più lanciata verso la leadership di un centrodestra meno truce di quello a guida salviniana, anche Giorgia Meloni deve fare i conti con le prime diserzioni all’interno dell’apparentemente monolitico gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia.
La notizia infatti è che Maria Teresa Baldini, deputata lucchese, ha deciso di lasciare il partito della Meloni per iscriversi al Gruppo Misto.
La Baldini è la stessa che, alle prime avvisaglie di emergenza sanitaria alla fine di febbraio, si era presentata in parlamento con tanto di mascherina chirurgica, all’epoca oggetto a tal punto esoterico da scatenare le ironie di giornalisti e commentatori.
Chiamata al banco della presidenza Baldini spiegò di essere un medico e di saper bene che l’unica prevenzione possibile era quella di non trasmettere il virus agli altri e di non infettarsi a sua volta, e che quindi la mascherina, gli occhiali e i guanti erano gli unici presidi che le persone comuni potevano avere a disposizione.
Adesso in quelle stesse aule il suo look antesignano è diventato la regola.
Dopo le prime fuoriuscite dagli alleati che compongono la coalizione (qualche giorno fa Enrico Costa di Fi è confluito in Azione di Calenda, dando adito alle teorie secondo cui le due forze politiche vorrebbero dare vita a un unico gruppo), adesso anche alla Meloni tocca fare i conti con gli scricchiolii che provengono dall’interno del suo partito.

(da agenzie)

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IL DEPUTATO PAOLO LATTANZIO LASCIA IL M5S E VA NEL MISTO: “SBAGLIATO NON SOSTENERE EMILIANO IN PUGLIA, CONTINUERO’ AD APPOGGIARE IL GOVERNO”

Agosto 8th, 2020 Riccardo Fucile

DOPO LA SCELTA DEI VERTICI DEL M5S DI ANDARE PER CONTO PROPRIO, L’ADDIO ANNUNCIATO

Si allunga di giorno in giorno la lista di parlamentari che hanno cambiato casacca nel corso della 18esima legislatura.
Gli ultimi in ordine di tempo sono stati Nunzio Angiola, che ha abbandonato il Movimento 5 stelle per Azione di Carlo Calenda, Enrico Costa (pure lui ora calendiano) e la senatrice Sandra Lonardo, in fuga da Forza Italia al Senato.
Oggi tocca invece all’ormai ex pentastellato Paolo Lattanzio e alla deputata di Fratelli d’Italia Maria Teresa Baldini.
Lei, che ha deciso di passare al Misto, nei mesi scorsi si è fatta notare per aver indossato la mascherina in Aula molto prima che diventasse obbligatoria (attirandosi pure le ironie dei colleghi e del web quando ancora la pandemia non era scoppiata).
Lattanzio, invece, è noto per le sue posizioni vicine al governatore Emiliano in Puglia. Tanto che sta proprio nel “mancato posizionamento in uno schieramento largo di centrosinistra per le elezioni regionali pugliesi” la sua decisione di lasciare i 5 stelle. In sostanza non gli è andato giù che il Movimento nazionale non sia riuscito a trovare un accordo per sostenere il presidente uscente alle prossime elezioni locali.
“Ho consegnato alla presidenza della Camera la lettera con cui comunico la mia uscita dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle”, ha reso noto il deputato, esplicitando il suo dissenso nei confronti della linea politica adottata sul territorio. Una rottura che però non avrà  ripercussioni sulla fiducia all’esecutivo, assicura. “Il mio supporto alla linea politica del presidente Conte e del governo rimane fermo e convinto. Nelle prossime ore illustrerò nel dettaglio tutte le motivazioni”. Lattanzio, stando alle prime indiscrezioni, andrà  nel gruppo Misto.
Un addio che in realtà  era nell’aria da settimane. A metà  luglio, in un’intervista al Messaggero, il parlamentare pentastellato aveva promesso: “Sono pronto a lasciare il Movimento se non si troverà  un accordo con il Pd in Puglia”. Il motivo? “Per me bisogna trovare un’intesa con l’intera coalizione di sinistra. Dunque compresi Leu e i Verdi. Va ripetuto lo schema del governo nazionale presieduto dal premier Conte”. A suo parere, Emiliano “è stato sicuramente il governatore verso il quale il Movimento era all’opposizione, ma è stato anche il primo a raccogliere le istanze grilline. Sicuramente è uno di quei politici con i quali si deve dialogare, come lo era, e lo è, Stefano Bonaccini in Emilia Romagna”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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