Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
L’ORDINE DEI MEDICI HA RACCOLTO LE DRAMMATICHE TESTIMONIANZE DEI SUOI ISCRITTI
“Siamo stati abbandonati da chi doveva dirigerci”. Elena Vitali fa il medico di famiglia a Milano. Nel ripercorrere quei mesi terribili, che nessuno avrebbe immaginato, usa la parola “amarezza”. Non è l’unica: molti suoi colleghi, che come lei hanno deciso di sedere davanti a un foglio bianco e raccontare cosa hanno vissuto, usano quel termine. Insieme a “paura”, “angoscia”. Alcuni, “impotenza”.
Elena Vitali è una dei medici che, nelle scorse settimane, ha risposto all’appello lanciato dall’Ordine dei medici di Milano e ha inviato la sua testimonianza per raccontare cosa ha significato, per lei camice bianco, vivere sulla sua pelle e nella sua professione il Covid-19. Un’epidemia che sembrava lontana migliaia di chilometri, confinata in Cina, e che è arrivata qui e ha cambiato tutto. Il cui inizio per Michele Bandirali, radiologo che lavora a Codogno, primo epicentro del virus, non potrà mai essere cancellato: “Non dimenticherò quel giorno – scrive – come non ho dimenticato cosa stavo facendo l’11 settembre 2001”
Sono un racconto amaro e diretto, le testimonianze dei medici milanesi e lombardi. Che l’Ordine ha raccolto in un’edizione straordinaria del suo bollettino, “Informami”, dando vita a “un vero e proprio diario dalla trincea – spiega il presidente, Roberto Carlo Rossi – che contiene testimonianze dirette, ma anche polemiche spontanee sorte in merito alla gestione delle informazioni sul virus, per offrire un punto di vista inedito”.
Questi racconti, allora, riportano alla mente le sirene delle ambulanze, gli ospedali inaccessibili, le strade deserte, il silenzio del blocco totale. Le camionette dell’esercito a Bergamo, per potare via le bare dei morti.
Elena Vitali mette in fila tutto quello che a parer suo non è andato come doveva, in quei mesi terribili. Lei che quando è scoppiato tutto era dall’altra parte del mondo, in viaggio con il marito, e online ha cercato di comprare quelle mascherine che già erano introvabili.
“È mancato un piano della protezione civile, su epidemia o attacco terroristico biologico, che avrebbe dovuto avere i dpi per sanitari e altre figure chiave – si sfoga – e che avrebbe dovuto sapere come trasformare gli ospedali con entrate separate per renderli luoghi più sicuri, sapere che i colleghi ospedalieri non avrebbero dovuto essere rimandati in famiglia senza una diagnosi certa e nel frattempo tenerli in un dormitorio apposito, sapere che un familiare di possibile infetto esce per necessità , sapere che i pazienti sospetti dovrebbero essere isolati anche dalle loro famiglie in luoghi protetti”.
Stefania Acerno è una neurochirurga del San Raffaele: a inizio marzo dà la sua disponibilità per lavorare con i pazienti Covid, con lei in reparto “un ortopedico, un otorino, un urologo, un neurochirurgo”.
Fatica, stanchezza, paura: nelle sue parole ci sono tutte, insieme con il ricordo di quando durante la “prima notte di auto- esilio fuori casa, perchè non sono riuscita a convivere in pace con l’idea di far sopportare ai miei cari il peso delle mie scelte, ho pianto. A dirotto”.
Anche Marina Boeri, chirurga ed ematologa, ha lavorato in un reparto Covid: il figlio di un paziente, che rischiava di non farcela, le ha chiesto di far dare al padre l’estrema unzione. Il prete non poteva però entrare in reparto, ha autorizzato lei a farlo: “Mi accosto al letto del malato, che è sotto Cpap (il casco per la ventilazione meccanica, ndr) e in trattamento con morfina e recito un Pater Noster – ricorda – . Quindi lo benedico usando parole richiamate da luoghi della mente lontani. E traccio nell’aria il segno di croce. Calogero (il paziente, ndr) ripete il segno di croce andando a cozzare contro il casco di plastica. Nello stesso momento, il suo vicino di letto, musulmano e non parlante italiano, prende dal comodino il suo rosario dai grossi grani di legno e si mette a pregare. Esco da quella stanza diversa da come c’ero entrata”.
E poi ci sono i medici che, il virus, l’hanno vissuto sulla loro pelle.
“Quando la pandemia è scoppiata a Bergamo ho pensato: questa volta nell’occhio del ciclone ci sono io”, scrive Marzia Bronzoni, medico di famiglia di Seriate. Si è ammalata, ha cercato di seguire i pazienti a distanza nonostante anche lei lottasse contro il virus. E dopo? “Resto sola nella colpa che sento con alcuni miei pazienti, per non essere stata nelle condizioni di poterli curare al meglio, così come avrei voluto”.
C’è anche il trauma della malattia, la paura: Pietro Roberto Goisis, psichiatra e psicoanalista, è stato ricoverato a metà marzo, il suo è stato “un corpo a corpo intenso e appassionato con Mister Corona”. Quando viene finalmente dimesso, vorrebbe abbracciare una delle colleghe che l’ha curato: “Non si può. ‘Però stringerci le due mani sì’, dice lei. Lo facciamo con il piacere e l’intensità consentiti. ‘Non so come ringraziarvi’. ‘Siamo noi a ringraziare lei’. Nascondiamo due lacrime”.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
E’ USCITO DALL’OSPEDALE L’APPUNTATO CHE FUORI SERVIZIO ERA INTERVENUTO PER SEDARE UNA RISSA
Giovanni Ballarò, appuntato dei carabinieri vittima di una aggressione selvaggia domenica sera nel
cuore della movida di Castellammare di Stabia, parla oggi con Repubblica Napoli dopo essere stato dimesso dall’Ospedale del mare dove era stato trasferito per accertamenti:
«Rifarei tutto — sottolinea — Mi sono fiondato lì senza pensarci un attimo». Perchè? «Questo è il mio lavoro», spiega in una telefonata breve col sindaco Gaetano Cimnino.
Più senso del dovere che lavoro, a dire il vero. Che gli hanno fatto subire numerosi colpi di casco sulla testa, calci e pugni. L’affronto di venire derubato del portafogli mentre è a terra inerme. Non commenta tutto questo, Ballarò, parlando al telefono con il sindaco di Castellammare di Stabia, mentre sua moglie Luisa ringrazia gli amici su Facebook per le manifestazioni di solidarietà , anche lei senza fare commenti.
Il sindaco Cimmino lo ha chiamato ieri mattina per avere sue notizie direttamente dalla sua voce. Una telefonata di appena quattro minuti. Tempi brevi in cui il primo cittadino ripete all’appuntato quello che aveva già detto subito dopo il raid: «Questa non è la mia città . Castellammare è un’altra cosa».
E l’appuntato Ballarò replica: «Questa città è bellissima — risponde — Mi piace frequentare la Villa comunale. Quelle persone non c’entrano nulla con Castellammare».
Cimmino gli chiede come si sente.«Il peggio è passato», risponde ancora l’appuntato. E poi «Non vedo l’ora di tornare a indossare la divisa. Amo il mio lavoro».
Intanto ci sono gli indagati per lesioni pluriaggravate: si tratta di Pio Lucarelli, 19 anni; Ferdinando Imparato, di 27; Giovanni Salvato, 22 anni, e un diciassettenne per cui procede la Procura dei minori.
C’è anche un quinto membro del branco di sette aggressori, il quarantasettenne Antonio Longobardi, che si è costituito lunedì sera.
Quest’ultimo, stando alla visione del filmato a disposizione degli investigatori (non c’è un video della telecamera del Comune perchè guasta) sarebbe l’uomo che ha colpito alla testa Giovanni Ballarò con un tavolino di metallo che si trovava all’esterno di un bar. Gli ultimi due sono ancora latitanti.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
VEDRAI CHE GLI ITALIANI TI ACCOMPAGNERANNO, MA IN GALERA… DOPO AVER FATTO DI TUTTO PER SOTTRARSI AL PROCESSO, HA PURE IL CORAGGIO DI DIRE “DI SOLITO I POLITICI SCAPPANO DAI PROCESSI”: UOMO SENZA VERGOGNA
Tu chiamale se vuoi eversioni. O tentativi di intimidazione.
Matteo Salvini annuncia che chiamerà a raccolta gli italiani il 3 ottobre, giorno in cui dovrebbe svolgersi l’udienza preliminare sulla richiesta di rinvio a giudizio per sequestro di persona dell’ex ministro dell’Interno per la gestione nello sbarco di 131 migranti bloccati a bordo di nave Gregoretti, della Guardia Costiera italiana, da 27 luglio al 31 luglio 2019, quando giunse l’autorizzazione all’approdo nel porto di Augusta, nel Siracusano.
“Affronterò il 3 ottobre a testa alta, col sorriso, e penso che tanti italiani mi accompagneranno a Catania. Penso che il 3 ottobre sarà una festa di libertà democrazia di orgoglio italiano. Invito già da oggi tutti gli italiani liberi, onesti e orgogliosi a esserci”, ha detto Salvini prima della visita al carcere di Marassi, a Genova (dove avrà preso confidenza con le celle)
E la dichiarazione è già di per sè imbarazzante, perchè “convocare” i suoi sostenitori in tribunale potrebbe dar luogo a problemi di ordine pubblico visto che si tratterebbe di una manifestazione non autorizzata.
Ma soprattutto, presentarsi con i propri sostenitori nel giorno in cui si deve svolgere un’udienza, a parte la deriva sudamericana di una scelta del genere, potrebbe costituire un chiaro metodo di intimidazione nei confronti dei giudici e del pubblico ministero che deve sostenere l’accusa.
Eppure era stato lo stesso Salvini ad appellarsi a Mattarella per avere un processo giusto e imparziale. All’epoca il presidente del tribunale di Catania Sarpietro gli aveva anche risposto: “Stia tranquillo il senatore Salvini, avrà un processo equo giusto e imparziale come tutti i cittadini“
“Non vedo l’ora che arrivi quella giornata, di solito i politici scappano dai processi”, ha concluso il Capitano. E qui siamo alla farsa: prima voleva far votare Sì al processo, poi ha fatto di tutto per sottrarsi al giudizio e ha fatto votare No. Tipico esempio di di crede di contare sull’impunità e ha paura di farsi giudicare come avviene per tutti i cittadini.
Senza vergogna.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
QUESTO SOGGETTO (CHE POI DA CUOR DI LEONE SI E’ SCUSATO PENSANDO DI EVITARE LA DENUNCIA) SAREBBE UN RAPPRESENTANTE DELLE ISTITUZIONI?
“Io sono uno di quelli che gli sparerebbe a quelli lì, tranquillamente”: il consigliere della Lega del
Friuli Venezia Giulia Antonio Calligaris Il consigliere leghista in Friuli che “gli sparerebbe” (ai migranti) lo ha detto oggi a una quindicina di militanti di Casapound che sono entrati nell’aula del Consiglio regionale in cui era in corso una commissione sul Programma immigrazione 2020 del Friuli Venezia Giulia.
Frase pronunciata quando i militanti avevano concluso di leggere il loro messaggio sugli immigrati -in cui sostanzialmente denunciano l’immobilismo della politica — e che ha subito creato costernazione tra i consiglieri dell’opposizione.
«Io sono uno di quelli che ai migranti sparerebbe tranquillamente»
Subito dopo Calligaris si scusa in una nota: “Sono sinceramente pentito di aver pronunciato parole che possano essere ricondotte ad azioni violente lontane dal mio modo di essere. Mi scuso con chiunque possa rimanere turbato dai toni e dal significato delle parole da me usate e voglio rassicurare che non era mia intenzione istigare alla violenza. Sono andato oltre in un momento di concitazione”.
I militanti di Casapound sono entrati senza essere fermati e con le mascherine al volto hanno urlato ai consiglieri presenti di “fare qualcosa” per frenare l’arrivo dei migranti, “invece di stare sempre a discutere”.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
ALLORA E’ UN VIZIO: UNA RIPASSATINA DI GEOGRAFIA NON SAREBBE MALE
In molti si sono concentrati, anche per il suo ruolo istituzionale di sottosegretario agli Affari Esteri, sulla gaffe-errore di Manlio Di Stefano che, in prima battuta su Twitter, aveva confuso i cittadini libanesi (a cui ha espresso solidarietà per quanto accaduto nel tardo pomeriggio di ieri a Beirut) con i libici.
Lo stesso esponente penstastellato ha risposto con alcuni post polemici a chi lo ha deriso (e sta deridendo) per quanto scritto.
Ma non è stato l’unico: anche la senatrice del Movimento 5 Stelle, Elisa Pirro, ha commesso la stessa identica gaffe.
Elisa Pirro aveva pubblicato questo tweet che conteneva lo stesso identico errore commesso, in quegli stessi istanti, dal sottosegretario pentastellato agli Affari Esteri.
Un posto che non è passato inosservato e che è stato immortalato da molti utenti che, come accaduto con Manlio Di Stefano, si sono scagliati contro la senatrice per un grave errore geografico fatto da un rappresentante delle istituzioni italiane.
«Le immagini dell’esplosione avvenuta a Beirut sono sconvolgenti. Esprimo la mia vicinanza al popolo libico e cordoglio per le vittime».
Insomma, anche in questo caso — come successo con il sottosegretario agli Affari Esteri Manlio Di Stefano — si è fatta confusione per assonanza (o, almeno questa è una speranza ottimistica) tra i libanesi (cittadini del Libano) e i libici (cittadini della Libia).
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
ITALIA ACCERCHIATA… PREGLIASCO: “PER ORA CONTENIAMO, MA RISCHIAMO ANCHE NOI”
â€³È chiaro che è arrivata la seconda ondata di Covid-19”. L’annuncio del Belgio fa tremare l’Europa,
mentre in Germania cresce vertiginosamente il numero dei contagi, la Francia parla di un “equilibrio fragile” e in Romania si viaggia su una media di oltre mille casi al giorno.
La recrudescenza della circolazione del virus era attesa per l’autunno, ma in diversi stati europei si sta verificando già da adesso, in piena estate.
L’Italia, partita come il paese con la situazione più critica, si trova adesso nelle retrovie. La curva dei contagi cresce anche qui, l’allerta resta altissima, ma “il peso psicologico del lockdown” – più pesante in Italia che nel resto d’Europa – pare spingere i cittadini a rispettare con maggior rigore le misure di contagio. E la situazione resta per il momento sotto controllo a differenza di quel che avviene oltralpe.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’autorità sanitaria belga Sciensano, infatti, il numero medio di infezioni da coronavirus è salito in Belgio a 517,1 tra il 25 e il 31 luglio, con un aumento del 60% rispetto alla settimana precedente.
“Non è un piccolo aumento. Non sappiamo quanto durerà e quanto saliranno le curve”, ha dichiarato Steven Van Gucht, presidente del comitato scientifico sul coronavirus dell’Istituto di sanità .
Van Gucht stempera in parte la preoccupazione: “Questa seconda ondata potrebbe non avere conseguenze drammatiche: le misure messe in atto dal Consiglio di Sicurezza Nazionale possono funzionare. Il Coronavirus in futuro si comporterà come una lieve infezione”.
Il tema della prevenzione come arma per scongiurare un ritorno alla Fase 1 è frequente nelle parole degli addetti ai lavori italiani, che non escludono l’ipotesi di una seconda ondata autunnale nel paese, ma confidano nell’efficacia delle misure precauzionali, che dovrebbero contenere i focolai. Certo è che, spiega il professor Fabrizio Pregliasco ad Huffpost, “se intorno a noi le cose peggiorano, il rischio è che peggiorino anche da noi”.
“Più che seconda ondata potrebbe esserci una situazione di rialzo evidente”, spiega Pregliasco, ricercatore all’Università Statale di Milano, “L’andamento ondulante della pandemia lo dobbiamo subire, quante alte saranno queste ondulazioni lo vedremo. Al momento abbiamo schiacciato la curva, ma il virus sta circolando ancora”.
L’Italia era uno dei paesi più colpiti, ora assiste timorosa a una situazione che si fa pericolosa intorno a lei: “Stiamo mantenendo una bassa diffusione grazie a una buona capacità dimostrata nell’individuare i casi sospetti e i contatti. La situazione potrebbe degenerare anche in Italia se non riusciamo a contenere questi focolai a seguito di due aspetti: l’organizzazione del servizio sanitario sul territorio, un’organizzazione nostra come cittadini nel non esagerare nel ‘liberi tutti”.
Sull’importanza dell’impegno da parte di tutti i cittadini per contenere la diffusione del virus insiste il presidente francese Emmanuel Macron, che ha lanciato l’ennesimo appello per l’uso della mascherina che presto potrebbe diventare obbligatoria a Parigi.
La capitale è il terzo dipartimento per casi di Covid e la sindaca Anne Hidalgo pensa a rendere obbligatoria la mascherina in alcune zone: le strade più commerciali, i lungosenna, i parchi e i giardini, i mercati all’aperto.
“La Francia si trova in una situazione controllata ma fragile, con una recrudescenza della circolazione del virus in estate”, si legge nella parte introduttiva del documento intitolata “Prepararsi ora per anticipare un ritorno del virus in autunno”, compilato dal Consiglio scientifico che guida le scelte dell’esecutivo di Parigi sull’emergenza pandemica.
Anche in Germania sale il numero dei contagi e anche qui, come in Belgio, si parla di “una piccola seconda ondata”. Per Susanne Johna, presidente dell’Associazione dei medici tedeschi Marburger Bund, “il pericolo è vanificare i successi finora raccolti”. I numeri nello stato non sono ancora quelli di marzo e aprile, ma i contagi crescono: nelle ultime 24 ore, secondo il Robert Koch Institut, sono stati registrati 870 nuovi casi. Preoccupa la Romania, il più colpito tra i Paesi dei Balcani, con 1.232 nuovi casi nelle ultime 24 ore che portano il totale a 55.241. I decessi sono stati 48. Chi arriva in Italia dalla Romania, come pure dalla Bulgaria, ha l’obbligo di quarantena per due settimane mentre l’ingresso è interdetto per gli altri Paesi balcanici extra Ue: Serbia, Montenegro, Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord. Non cessa l’allarme per la ripresa dei contagi neppure in Spagna dove è stato cancellato anche il Mutua Madrid Open 2020 di tennis.
Perchè in Italia al momento la situazione non è altrettanto critica? Secondo il dottor Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici e membro del comitato tecnico scientifico della Lombardia, “noi paghiamo positivamente tutte le strategie di contenimento, compreso quella del lockdown”.
“Gli altri paesi sono sempre stati più leggeri nell’affrontare l’epidemia, e questo è importante dal punto di vista psicologico: la popolazione italiana sa cosa vuol dire rischiare un ulteriore lockdown”, spiega all’Huffpost il dottor Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici e membro del comitato tecnico scientifico della Lombardia, ”È psicologicamente più predisposta a mettere la mascherina, a rispettare il distanziamento. La negazione delle misure di contenimento ha fatto esplodere negli altri paesi questi casi, che continuano a crescere”.
Il rischio di abbassare la guardia potrebbe però colpire anche la preparata Italia: “Si è abbassata l’età delle persone contagiate, ora si va dai 18 ai 40 anni. Questo dato ci racconta qualcosa: la fascia più colpita sono i ragazzi, che vanno in discoteca, nelle spiagge, nei luoghi di aggregazione, com’è giusto che sia d’estate. Aumenteranno sicuramente il numero dei casi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
UN ATTO DI ACCUSA NEI CONFRONTI DEI NEGAZIONISTI E DI CHI SOTTOVALUTA IL CONTAGIO
Il necrologio della vedova di David W. Nagy per il marito morto dopo essersi ammalato di COVID-19 sta diventando virale perchè si è trasformato in un atto d’accusa nei confronti di chi, sottovalutando la pericolosità del Coronavirus SARS-COV-2, ha consentito e consente ancora oggi la sua circolazione: “Dave ha fatto tutto quello che doveva fare, ma voi no”, ha scritto Stacey Nagy, 72 anni, nel tributo al 79enne morto il 22 luglio che lascia cinque figli. “Peccato per tutti voi, e possa il Karma trovarti tutti!”.
Come ha spiegato lei stessa a Buzzfeed, David aveva patologie che aumentavano il rischio di morte in caso di contagio, tra cui il diabete, problemi cardiaci e primi segni di demenza.
Mentre la pandemia si diffondeva negli Stati Uniti, Stacey e suo marito hanno cercato di prendere tutte le precauzioni possibili: “Siamo stati sposati per 20 anni e ora lui non c’è più”, ha detto. “È stato semplicemente devastante per me. Mi fa incazzare perchè non aveva bisogno di morire. Se le persone avessero seguito le raccomandazioni, le cose sarebbero andate diversamente”.
“I membri della famiglia credono che la morte di David sia stata inutile”, recita il necrologio. “Incolpano della sua morte — e di quella di altre persone innocenti — Trump, Abbott e tutti gli altri politici che non hanno preso sul serio questa pandemia e sono più preoccupati della loro popolarità e dei voti che delle nostre vite”.
“Ma la colpa è anche delle molte persone ignoranti, egocentriche ed egoiste che si sono rifiutate di seguire il consiglio dei professionisti medici, credendo che il loro” diritto “di non indossare una mascherina fosse più importante del contagiare persone innocenti”, hanno scritto i familiari nel necrologio.
Fino al finale: “Vergognatevi tutti, e possa il karma punire ognuno di voi!”.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
SI CHIEDE PRUDENZA AGLI ITALIANI E UN IRRESPONSABILE VA IN GIRO A PUBBLICIZZARE IL CONTAGIO PER COLTIVARE IL USO EGO SMISURATO
Ieri a In Onda il professor Massimo Galli ha parlato dei baci e dei selfie di Matteo Salvini mentre la
tv mostrava le immagini del Capitano che a Genova gioiosamente elargiva affettuosità senza mascherina: “È un abbinamento che avrei volentieri evitato”, esordisce, “non è facile dire che sia un buon esempio: ultimamente le nuove infezioni documentate hanno avuto un calo dell’età media: le persone anche più anziane del sottoscritto si guardano bene dal finire in situazioni come queste, mentre altre più giovani stanno più attente a non finire in situazioni pericolose. Se dovessi dire che questa è una cosa sicura per loro stessi… francamente mi viene difficile dirlo. Ma siccome tutto avviene sotto il simbolo di un partito politico sembra che io voglia attaccarlo, ma non è così”, conclude.
Le immagini della gente in fila per fare un selfie con Salvini arrivavano da Genova, dove il Capitano ha baciato anche un bambino.
Soltanto l’altroieri il Capitano aveva raccomandato attenzione a tutti e chiesto di indossare la mascherina nei luoghi chiusi, autosmentendo il suo comportamento al Senato di qualche giorno prima. Ieri invece aveva detto che l’emergenza era finita e gli italiani erano sotto ricatto del governo Conte.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2020 Riccardo Fucile
GIORNALISTA, SCRITTORE E POLITICO, SI E’ SPENTO A 96 ANNI
Quasi ogni giorno, alle 7.30, arrivava la telefonata. Federico Fellini chiamava il suo amico Sergio Zavoli, riminese come lui, sia pur d’adozione e, insieme, facevano il bilancio del mondo: “Ci raccontavamo le cose più diverse anche i sogni”, confessava il giornalista che si è spento ieri a Roma a 96 anni.
Levità , ironia, immaginazione, talento. Molto li univa. Anche i sogni, per l’appunto. Quei sogni che, sin da piccolo, popolavano la notte di Zavoli. Erano a colori, tanto che i genitori si preoccuparono: “Mi portarono dal medico. All’epoca, gli altri vedevano in bianco e nero…”. Lui no. Il futuro radiocronista, condirettore del telegiornale, direttore del Gr, presidente della Rai (dall’80 all’86), narratore e inchiestista tra i più raffinati, scrittore e persino poeta, aveva già una mente che straripava di suggestioni e immagini.
La televisione nel suo destino: una missione culturale iniziata nel 1948 (complice Vittorio Veltroni, il padre di Walter), un amore mai tradito, anche nell’ultimo periodo, quello della presidenza alla Commissione vigilanza Rai, quando l’amarezza per il degrado dell’ente pubblico e del Paese era tanta ma sempre sussurrata.
Durante l’avvilente tira e molla con Riccardo Villari, avvinghiato alla poltrona, Zavoli si sfogava con gli amici: “Sono tentato di rinunciare, non voglio essere coinvolto in una vicenda che ha preso una piega così misera ma non posso tornare indietro, danneggerei le persone che hanno riposto fiducia in me anche a destra, e l’azienda”.
Senso di responsabilità , spirito di servizio e un’idea etica dell’informazione che nulla ha a che fare con il panorama sguaiato di questo nuovo millennio.
Per Zavoli, pur consapevole delle logiche di mercato, la televisione pubblica era, e sarebbe ancora dovuta essere, “uno straordinario mezzo di promozione della crescita culturale e civile della società “.
“Far conoscere i fatti – diceva – è già un modo di risvegliare le coscienze”. Proprio alla sua presidenza Rai toccò una difficile e inedita navigazione, con la fine del monopolio televisivo e la nascita dell’emittenza privata.
“Fu un’occasione storica mancata”, ripeteva sempre. La Rai avrebbe dovuto accettare la sfida, competere, “distinguersi” per qualità e impegno. Ma così non è stato. Hanno vinto l’appiattimento, la sirena populista, la tentazione al ribasso.
Zavoli, il “socialista di Dio”, come lo chiamavano, prendendo spunto dal titolo di un suo libro, Zavoli capace di rapportarsi al potere e alla politica senza esserne scalfito (“Non sarò stato un campione di intransigenza ma non ho granchè di cui arrossire”).
Zavoli e tutti i suoi dubbi, le sue angosce, rappresentati nella lectio magistralis per la laurea honoris causa ricevuta nel 2007 all’università Tor Vergata di Roma: “Come trasmettere il senso delle cose comunicate se, per garantirsi il consenso del pubblico, si è fatto largo il costume di privilegiare l’effimero e l’inusuale, il suggestivo e il violento strumentalizzando e banalizzando persino la sacralità della vita e della morte?”.
Detestava l’informazione “enfatica, ammiccante, strumentale”. Non ne ha mai fatta, sin da quella straordinaria innovazione che fu, negli Anni Sessanta, “Processo alla tappa”, storica trasmissione di commento al Giro d’Italia.
Un viaggio “nel ventre della corsa”, come diceva lui, nelle piccole storie umane, sociali, dei gregari dell’Italia di allora. Ecco la corsa di Lucillo Lievore, vicentino di Breganze, 17 minuti di vantaggio dal gruppo. “Non voltarti, tieni duro”, gli urlava Zavoli dalla moto, sapendo che, davanti al ciclista in fuga, c’era “un altro corridore, più in fuga di lui”.
Metafora della vita: “Il mondo non è fatto di primi, vincitori e vincenti, ma di secondi, terzi, ultimi, di gente che arriva fuori tempo massimo pur sputando sangue”. Era il suo approccio, il suo modo di fare informazione e avvicinarsi alla verità .
Così è nato Tv7, così sono nati i reportage televisivi più belli, “Viaggio intorno all’uomo”, “Nascita di una dittatura” e, sopra tutti, “La notte della Repubblica”. 50 ore sulla “rivoluzione impossibile del terrorismo”.50 ore di domande e risposte, di vedove, di padri delle vittime, di lacrime brigatiste davanti alla telecamera. Un “gioco delle parti”, tra lui e i terroristi, “fondato sulla più cruda e persino crudele lealtà “. Un faccia a faccia condotto con quella sua voce profonda, piana, non aggressiva, tuttavia severa fino a intimidire, destabilizzare l’interlocutore.
Grandi successi (spezzati dall’infelice esperienza della direzione de “Il Mattino di Napoli” nel ’94), due Prix Italia, la laurea honoris causa, i libri, e poi la svolta “naturale” in politica, “in ossequio a quell’impegno civico ereditato da mio padre”: tre volte senatore con i Ds, con l’Ulivo, con il Pd. Per autorevolezza e carattere, non sarà mai una comparsa, pur lasciando il primo piano ad altri.
Lo arruolano improvvisamente nel febbraio 2015 quando si tratta di trovare un nome per la presidenza alla Commissione di vigilanza Rai che metta d’accordo tutti e risolva la grana Villari. Glielo chiede Walter Veltroni, figlio di Vittorio, e Zavoli non sa dire di no.
La salute già lo tradisce, la Rai, nell’orbita berlusconiana, è più che mai un contenitore di veleni e colpi bassi. Il gioco si fa duro, forse troppo per un intellettuale della televisione, pur non ingenuo nella navigazione della vita.
Sempre più spesso interviene con delle note scritte, quasi a voler amministrare le parole in un’ansia minimalista provocata dall’overdose di voci e polemiche. E’ con una lettera che informa Dario Franceschini di averlo scelto tra i candidati alla leadership nel Pd, in nome di quel “riformismo che è la più declamata e disattesa tra le promesse storiche del centrosinistra”:
Anche sulla morte ragiona da giornalista: “Non vorrei andarmene senza essere presente al congedo. Dopo l’evento della mia nascita, vorrei non perdermi quello, conclusivo, del congedo”.
(da “La Repubblica”)
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